lunedì 26 giugno 2017

La paga dei vigliacchi

“Quando i due compagni furono partiti, prese anche lui una vecchia bicicletta e andò via. Era contento che fosse il Comandante a mandarlo dalla ragazza.
            Quella che invece non parve contenta fu proprio lei, quando la raggiunse nella strada fra i campi verso casa sua. Tornava dal paese sotto la pioggia, con l’ombrello aperto. «La Disperata» le arrivò dietro, smontò dalla bicicletta, le disse: - Buonasera. Come stai? - La ragazza diventò tutta rossa, mormorò irresoluta: - Sei tu? - e aggiunse: - Fermiamoci qui. A casa mia non possiamo andare. - Prendimi almeno sotto l’ombrello, - pregò «La Disperata», ma davanti a quella faccia scontrosa gli sparì la voglia di darle un bacio. 

- La sera del primo dell’anno, - disse lei, esitante, girando in tondo il manico dell’ombrello, - dopo che tu fosti partito, il babbo e i fratelli andarono a giuocare da un contadino che sta laggiù, - fece un gesto vago verso la valle invisibile dietro la nebbia. - Sul ponte del Guado hanno trovato cinque tedeschi morti -. Si fermò ad aspettare una risposta, un commento, una conferma, ma «La Disperata» non disse niente. Lei proseguì: - Avevano ancora i fucili, lì vicino, ma loro erano nudi. - Nudi! - esclamò «La Disperata». - Come si tengono sempre pronti i ladri. Qualcuno è passato prima del tuo babbo. - Il babbo e i fratelli - continuò la ragazza, - pensarono che se fossero arrivati i tedeschi, avrebbero dato fuoco al paese. Allora tornarono a casa a prendere i badili, scavarono una fossa e seppellirono i cinque morti e i fucili -. L’acqua frusciava sopra l’ombrello; lei s’interruppe un momento, poi sussurrò piano cercando le parole: - Il babbo dice che sei stato tu, - (anche questa volta «La Disperata» non disse né sì né no). - Il babbo dice: non avrei mai creduto che un buon ragazzo quieto come Antonio facesse il partigiano; in mezzo alla valle ho saputo che ce ne sono tanti. Ma noi dei partigiani non vogliamo saperne, non vogliamo che i tedeschi ci ammazzino. Così mi ha proibito di venire con te e di farti entrare in casa.
«La Disperata» stette un poco a pensare, poi disse: - Io sono un grande imbecille. Non m’ero accorto che hai un babbo e dei fratelli che vanno bene in tempo di pace. Gente da cantina, uomini da paura. Ma tu, che cosa pensi?
- Penso che hanno ragione, - disse lei, contrita. - Anch’io ho paura. - Allora me ne vado, - disse «La Disperata». - Ti saluto e non verrò più. Forse dopo, quando sarà finita la guerra, tornerò a chiedere se mi vuoi. Poi vedremo -. Parlava con molta calma, appoggiato alla bicicletta, non sentiva nessun dispiacere, soltanto una specie di compassione verso quella gente che non capiva niente. - Arrivederci, - concluse, e montò in sella, fece pochi metri, poi si pentì e tornò indietro: - Ero venuto per parlare della barca. Volevo chiedere a tuo padre se me la vende -. Tirò fuori dalla tasca i biglietti da mille avvolti in carta di giornale, li tenne stretti in mano. - Avevo voglia anche di darti un bacio -. La prese contro di sé, col braccio libero, si chinò un poco per baciarla. - Accidenti alla guerra, - disse, e l’abbracciò più forte, serrando fra loro, confusamente, il manico dell’ombrello. Lei sentì il petto schiacciarsi sopra una cosa dura, si fece male, capì che cosa era e si sciolse con uno strappo. - Hai la pistola? - mormorò. - Va’ via, va’ via subito. Torna indietro per la strada, non passare davanti a casa mia -. «La Disperata» rimise il denaro in tasca: - Di’ a tuo padre che non me ne importa, ma che non si sogni neppure di lasciarsi scappare una parola del ponte e dei morti. Non ci sono soltanto i tedeschi che ammazzano. Diglielo. E digli anche che la barca la requisisce il comando della brigata. Tanti saluti -. Rimontò in bicicletta. Questa volta se ne andò senza voltare la testa.
Era tutto bagnato, depresso e stanco. Sulla strada del paese non c’era nessuno. Lui andava forte, pensava tante cose amare: «Tornerò quando è finita la guerra, se sarò vivo. Allora mi vorrai, e anche tuo padre sarebbe contento. Ma io dirò: ‘Voi non volevate saperne di partigiani, io sono un partigiano, e adesso sono io che non voglio saperne di voi, gente senza sangue’. Anche allora gli dirò: ‘Tanti saluti’ come oggi». Si consolava così, e andava più forte che poteva. «Sarebbe bella che mi acchiappassero i tedeschi, e mi facessero fuori per via della pistola, - pensava- - Per colpa di quella là: non ha voluto che passi davanti a casa sua. Non capiscono niente, e noi combattiamo anche per loro, e ci rimettiamo la pelle. Va’ all’inferno!»”

RENATA VIGANÒ


Da: L’Agnese va a morire, 1949. (Edizione citata: Torino 1994, Einaudi, pp. 192-194).

venerdì 23 giugno 2017

Le meraviglie della Terra

“Ogni viaggio lo vivi tre volte: quando lo sogni; quando lo vivi; quando lo ricordi.” Questo motto campeggiava su un pannello dell’ultima mostra di Fabio Sterza, il fotografo manerbiese che va e torna perennemente dalla “fine del mondo” - o quasi. L’esposizione è stata ospitata nella Sala Mostre del Municipio dal 26 al 28 maggio 2017 ed era intitolata: “Le meraviglie della Terra. America - Islanda: due Paesi uniti da un ponte”. L’ultimo giorno, è intervenuto anche il geologo Mario Benigna, collaboratore dell’Unione Astrofili Provincia di Brescia e responsabile del planetario di Lumezzane. Per poter apprezzare le fotografie di Sterza, stavolta, occorreva infatti un’infarinatura di nozioni quali quella di “faglia”: frattura nella crosta terrestre che mostra un’evidenza di movimento relativo tra le due masse rocciose da essa divise. Le faglie delineano le placche, ovvero i pezzi che compongono la crosta terrestre e che non coincidono con i continenti. Lungo una faglia, avvengono terremoti ed attività vulcaniche. Una di esse attraversa l’Islanda, che si trova così a essere divisa fra la placca nordamericana e quella eurasiatica. Gelida a causa della latitudine, l’isola si trova così anche a essere una terra di eruzioni. Essa è infatti trapassata dalla Dorsale Medio Atlantica, catena vulcanica sottomarina. Oltre al bianco dei ghiacci, le fotografie di Sterza hanno così potuto sottolineare il nero delle rocce nate dalla solidificazione del magma. I suoi scatti riportavano: il promontorio di Dyrhólaey, penisola famosa per un arco di lava solida che s’innalza sul mare; il lago Jökulsárlón, di origine glaciale e ricco di iceberg; la cascata Skógafoss, nota per i suoi arcobaleni, per un leggendario tesoro e per presunte virtù magiche; il monte Kirkjufell; i faraglioni di Vik; un’altra cascata, quella di Bruarfoss, dalle acque intensamente turchesi; la laguna di Stokksnes, dai bellissimi riflessi.
           
Se l’Islanda è il regno del basalto, il Nordamerica è quello dell’arenaria. Anche qui, l’acqua gioca con la roccia, per plasmare le meraviglie della Terra. Il Bryce Canyon, per esempio, è famoso per gli “hoodoos”, i “camini delle fate”: sottilissimi pinnacoli di pietra formati dall’azione erosiva degli agenti atmosferici. Altre guglie rocciose (celebri come icone del West) sono quelle della Monument Valley, pianoro d’origine fluviale. Il Delicate Arch è un arco naturale che costituisce l’attrazione maggiore dell’Arches National Park; i cowboy locali lo chiamavano “la maestrina di Bloomers”. Come altri archi d’arenaria, è formato non da vento e acqua, ma dalla forza di gravità. Essa, infatti, si esercita in modo diseguale sulla roccia. L’azione erosiva degli agenti atmosferici non farebbe altro che evidenziare la struttura latente del blocco.
            L’erosione ha invece creato un’altra meraviglia d’arenaria: l’Antelope Canyon, diviso in “superiore” e “inferiore”. Questo labirinto di rocce ricche di sfumature è caratterizzato dai fasci di luce che colpiscono il suolo, al suo interno. Il famosissimo Grand Canyon è una gola formata dal fiume Colorado, in Arizona settentrionale; le sue rocce documentano quasi due miliardi di anni di storia della Terra.


giovedì 22 giugno 2017

La villa delle rose

Il 20 maggio 2017, l’Associazione Amici della Biblioteca di Manerbio ha realizzato un’altra delle sue iniziative volte a portare la cultura fuori dai muri: la visita al roseto di Villa di Rosa. Proprio qui, qualche anno fa, fu ospitato Libereso Guglielmi, il giardiniere dello scrittore Italo Calvino (Santiago de Las Vegas de La Habana,  1923 – Siena, 1985) e protagonista di uno dei suoi racconti: “Un pomeriggio, Adamo” (in: “Ultimo viene il corvo”, 1949). Libereso è spirato alla fine del settembre 2016 e gli Amici della Biblioteca hanno voluto ricordarlo. Luigi, proprietario di Villa di Rosa, ne ha rammentato l’instancabile sapienza in materia di mondo vegetale. Il 20 maggio, proprio il suddetto Luigi ha guidato i visitatori nel giardino. La rosa (ha spiegato) è un fiore particolarmente rigoglioso in questi terreni. In più, per concimarla, sono a disposizione i “regali in natura” dei cavalli, nel maneggio affiancato alla villa. Luigi ha sottolineato che è opportuno piantare le rose a radice nuda e in ottobre, perché fioriscano abbondantemente in primavera. Nel suo giardino, sono presenti trecentocinquanta specie di questo fiore; ma non ha voluto tediare i visitatori e se stesso elencandole. La visita è stata una piacevole passeggiata, senza alcunché di accademico. La guida non ha comunque rinunciato ad alcune osservazioni di tipo pratico, oltre a quelle già esposte. Piegando e legando i rami, per esempio, le rose fioriscono più abbondantemente: anziché concentrarsi sulla cima del ramo, infatti, la linfa affluisce in più punti. Per evitare che i parassiti si annidino nelle piante, nella cattiva stagione, le foglie delle rose vengono rimosse. 

Le specie osservate, naturalmente, variavano moltissimo nel colore e nelle dimensioni. Enormi o minuscole, rampicanti o in cespuglio, di tinte calde o fredde; notevole era la “Tivoli”, una rosa gialla fra le più grandi conosciute. Ciascuna di loro (come ha informato Luigi) ha le proprie esigenze specifiche da rispettare, se si vuol godere della sua bellezza. Insomma, ogni rosa è (a suo modo) regina.


Paese Mio Manerbio,  N. 121 (giugno 2017), p. 18.

A carte scoperte

Il 6 ottobre 2016, persone provenienti da diversi Comuni della Bassa Bresciana hanno costituito il comitato di volontariato “Game over!”. Rigorosamente apartitico, si impegna a ottenere dalle istituzioni pubbliche l’impegno a sensibilizzare e adottare provvedimenti per contrastare la diffusione del gioco d’azzardo. L’atto di costituzione è stato sottoscritto dal Centro per la Famiglia di Orzinuovi, dal Circolo ACLI di Manerbio e da Angelo Brocchetti, residente a Rudiano. 
            Il 29 aprile 2017, presso il Municipio di San Paolo, è stata tenuta una conferenza stampa per presentare un evento organizzato da “Game over!”: la prima conferenza dei sindaci della Bassa contro l’azzardo. Essa s’intitolerà “A carte scoperte”  e avrà luogo a Manerbio, presso la Sala Mostre del palazzo comunale, il 6 maggio 2017, ore 9:00. Nella locandina dell’evento, sono previsti gli interventi di Angela Fioroni (Segretaria Regionale Legautonomie), Viviana Beccalossi (Assessore Regionale al territorio, urbanistica, difesa del suolo), Alberto Biancardi (Dirigente Regione Lombardia) e Christophe Sanchez (Capo di Gabinetto del Comune di Bergamo). Anche Valter Muchetti, Assessore del Comune di Brescia, è stato invitato. La moderazione spetterà ad Adalberto Migliorati, redattore del “Giornale di Brescia”. La conferenza è stata patrocinata dai Comuni di Manerbio, Orzinuovi, Rudiano, San Paolo e Verolanuova.
            Il 29 aprile 2017, i giornalisti convenuti sono stati salutati dalla sindaca di San Paolo, Giancarla Zernini. Il suo intervento ha sottolineato il senso di “A carte scoperte”: la volontà di “fare rete” contro la diffusione del gioco d’azzardo. I provvedimenti comunali volti a contrastare il fenomeno, infatti, sono completamente inefficaci, laddove basta spostarsi nel paese vicino per trovare regolamenti differenti. Insieme a lei, erano presenti diversi membri di “Game over!”: la presidentessa Francesca Oneda, Angiola Di Modugno, Agostino Gandelli ed Egidio Zoni.
            “Game over!” e i Comuni che lo sostengono vogliono ispirarsi al felice caso di Bergamo, il cui sindaco Giorgio Gori ha annunciato il calo di consumo di gioco d’azzardo in città durante il 2016. Le sue affermazioni si basano sui dati provvisori dei Monopoli di Stato e sono state enunciate in occasione di un incontro coi sindaci della zona omogenea urbana di Bergamo (18 aprile 2017). Questo risultato positivo sarebbe frutto del regolamento adottato dal Comune bergamasco: obbligo per i locali di esporre cartelli con divieti ai minori e informazioni che consentano di valutare il rischio personale di divenir ludopatici; divieto di pubblicizzare le vincite. Un’ordinanza sindacale ha anche indicato le fasce orarie in cui l’azzardo è proibito.
            Le buone notizie non devono però rendere troppo ottimisti. I Monopoli di Stato fanno fatica a reperire i dati relativi al numero di slot machine presenti in Italia, o ai flussi di denaro mossi dall’azzardo. On line, aumentano i giocatori giovani. Il fenomeno è di per sé refrattario al controllo. Ettore Botti, presidente del Centro per la Famiglia di Orzinuovi, ha sostenuto la necessità di creare una cultura alternativa a quella dell’azzardo, per prevenire il fenomeno nelle nuove generazioni. Anche Gian Antonio Tomasoni, Assessore alla Pubblica Istruzione di San Paolo, ha sottolineato la centralità dell’informazione e della formazione, perché siano resi non necessari i divieti.
            A questo proposito, durante la conferenza stampa, è stato annunciato lo spettacolo “L’azzardo del giocoliere”, di Federico Benuzzi (22 maggio 2017). Organizzato dal Comune di San Paolo (Assessorato ai Servizi Sociali; Assessorato alla Cultura), contrapporrà il virtuosismo del giocoliere all’azzardo.

mercoledì 21 giugno 2017

Favole al Pedibus

Il Pedibus di Manerbio è, come risaputo, un tentativo di educare giocando, con diverse attività. A partire dal 2015, 750° anno dalla nascita di Dante Alighieri, i bambini aderenti all’iniziativa si sono visti proporre anche disegni e semplici giochi riferiti alle figure di autori illustri. Il 2017 ha visto una leggera svolta, in questo senso. Non più poeti medievali come Dante, Angiolieri, Petrarca e Boccaccio, ma un salto in avanti, verso il Novecento e la letteratura per bambini. Questo Pedibus di primavera (26 aprile - 1 giugno 2017) è stato accompagnato idealmente da Gianni Rodari (1920-1980). L’attività a lui dedicata s’intitolava “Favole al Pedibus”, eco delle sue famose “Favole al telefono”. In questa raccolta, per l’appunto, s’immagina che i racconti ivi contenuti siano fiabe narrate da un padre alla sua bambina lontana, per mezzo del telefono, appunto. 
            La ragazza che se ne occupava aveva preparato un cartellone disegnato a mano, con figure che rimandavano (oltre che alla suddetta opera) a “La torta in cielo” e a “Novelle fatte a macchina”, giusto per riassumere tre titoli tratti dalla copiosa produzione di Rodari. 
            Dopo una breve introduzione, ai bambini è stata letta una delle “Favole al telefono”: “Ascensore per le stelle”. In essa, Romoletto, aiuto garzone del bar Italia (a Roma) addetto ai servizi a domicilio, prende di nascosto un ascensore proibito e si ritrova a salire verso altri pianeti, col suo bravo vassoio ancora in mano… Un buon modo di riassumere alcune tematiche care a Rodari: la vita quotidiana, l’ironia, la fantasia, la curiosità esplorativa. 
            Quando ne rimaneva il tempo, i bambini venivano invitati a una semplice staffetta: passarsi l’un l’altro un bicchierino di plastica retto in equilibrio sulla testa, a umile imitazione di Romoletto, che esplorava la galassia reggendo quattro birre e un tè ghiacciato. Poi, invece che verso pianeti sconosciuti, bisognava affrettarsi in direzione della scuola. Ma (speriamo) conservando il sapore di una favola del buongiorno.


Paese Mio Manerbio, N. 121 (giugno 2017), p. 6.

martedì 20 giugno 2017

I manerbiesi in Provenza

Proseguono le iniziative nell’ambito del gemellaggio con Saint-Martin-de-Crau. Il 13 e il 14 maggio 2017, una comitiva di manerbiesi è stata ospitata nel Comune francese per la Festa di Primavera e della Transumanza. Si tratta di due giorni di rievocazione del mondo contadino della Camargue, a forte vocazione pastorale (come testimonia anche la pecora sullo stemma di Saint-Martin-de-Crau). Dell’ospitalità, si sono incaricati i “gemelli” francesi: i viaggiatori potevano scegliere se alloggiare in albergo, o presso famiglie del posto. Anche chi ha optato per quest’ultima opzione “low cost” non ha avuto di che lamentarsi del trattamento. 
            L’area risente anche dell’influsso culturale spagnolo, tant’è che vi è stata elaborata una versione incruenta della corrida: la tauromachia locale, o “course de taureaux”. Ai manerbiesi che lo volessero, infatti, è stato possibile assistere a uno di questi spettacoli, a prezzo ridotto. Il gioco vede una squadra di atleti tentar di prendere una coccarda posta fra le corna del toro. L’altra parte della comitiva è stata invitata all’ecomuseo della Camargue, dove ha potuto ammirare le testimonianze della civiltà contadina locale. 

            Una sfilata pomeridiana, il 13 maggio, ha mostrato i gruppi folkloristici che avrebbero animato la transumanza il giorno dopo. I figuranti, in abiti tradizionali, hanno eseguito danze tipiche come la farandola, o un gioco in cui uomini calzanti zoccoli dovevano saltare fra bottiglie poste in cerchio, a ritmo di musica. Di queste esibizioni, si sono occupati “Li Coudelet Dansaire” e “Les Gounauds de Bort (Corrèze)”. Oltre agli umani, erano presenti asini, come esempi di animali da lavoro. Hanno sfilato anche carri e trattori d’epoca. Si sono presentati al pubblico gli ospiti stranieri che avrebbero animato i due giorni: la fanfara del Sudtirolo (con danzatori), quella giovanile della Marina Polacca e alcune maschere slovene note come “Kurent” o “Korant”, figure in imponenti costumi di lana, che danzano con campanacci e bastoni per portare la benedizione della vittoria sull’inverno.
            La sera del 13 maggio, si è tenuta (presso l’area feste cittadina) la Cena del Pastore, a base di zuppa di verdure, braciole d’agnello e formaggio caprino. Un gruppo ha animato i balli fra una portata e l’altra; anche gruppi folkloristici già descritti hanno intrattenuto gli ospiti.
            Il cuore della festa era però il giorno successivo, il 14 maggio 2017. Davanti al municipio di Saint-Martin-de-Crau, era stato ricostruito un villaggio contadino, con sarte, ricamatrici, calzolaio, fabbro, cardatrice di lana, fruttivendoli, lavandaie, scuola e banco dello scrivano pubblico. Una gallina e un gallo, bianco-grigi, zampettavano in una gabbia; poco distanti erano due cavalli bianchi della Camargue. Nel villaggio, erano presenti anche sindaco, parroco e forze dell’ordine in versione ottocentesca. Nei dintorni, si tenevano un “mercatino delle pulci” e uno di prodotti locali.
           
Le greggi in transumanza sono state attese lungo una delle principali vie cittadine. In quell’occasione, è stato svolto anche il lancio delle colombe. La sfilata che ha preceduto l’arrivo delle pecore ha visto di nuovo i gruppi folkloristici, nonché carri portati da veloci cavalli. Della transumanza, si occupavano non pastori, bensì pastore, anzi, “bergères”: “Bèèèèèlle” e con altre qualità recitate dall’acrostico sul retro delle loro magliette. Quando si dice: la bellezza della vita di campagna…

Paese Mio Manerbio, N. 121 (giugno 2017), p. 13.


domenica 18 giugno 2017

Il 25 aprile a Manerbio

Il 25 aprile 2017 è caduto il 72° anniversario della Liberazione. In Piazza Aldo Moro, a Manerbio, i cittadini convenuti hanno ricevuto il saluto di Alessandro Desplanque presidente dell’ANPI - Sez. “G. Bassani”, e del sindaco Samuele Alghisi. Il discorso di quest’ultimo ha ricordato l’appello di Sandro Pertini via Radio Libera, che chiamò all’insurrezione generale, il 25 aprile 1945. Anche il nome della piazza (“Aldo Moro”, appunto) è stato chiamato in causa come riferimento alla lotta contro qualunque forma di oppressione. 
            Erano presenti alla cerimonia gli alunni delle scuole manerbiesi. I bambini dell’istituto parrocchiale hanno distribuito i “fiori della Liberazione”: verdi, bianchi e rossi (con evidente riferimento alla bandiera italiana), volevano significare l’invito a coltivare la repubblica nata dalla Resistenza. Anche gli allievi della Scuola Media “A. Zammarchi” e dell’I.I.S. “B. Pascal” hanno preso la parola. L’intervento di un ragazzo della “A. Zammarchi” ha dato voce al “Discorso all’umanità”, tratto dal film di Charlie Chaplin “Il grande dittatore” (1940): «Più che macchinari, ci serve umanità; più che abilità, ci serve bontà e gentilezza. Senza queste qualità, la vita è violenza e tutto è perduto.»
            Anche il gruppo teatrale “Ribalta Pazza” ha proposto letture, tratte da: “Il XXV Aprile a Manerbio”, a cura di Delfino Tinelli, Manerbio 1995, DESCA Edizioni. I brani provenivano da memorie come quelle di Aurelio Tenchini, antifascista “di famiglia” che, con altri, portò aiuto ai prigionieri di guerra alleati fuggiti dai campi di concentramento.
            È arrivato poi il momento dell’alzabandiera, eseguito da un Alpino, mentre la Civica Associazione Musicale “S. Cecilia” suonava l’inno di Mameli. È stata posta una corona d’alloro sul monumento alla Resistenza.
            La seconda tappa erano le “Formelle della Memoria”, dette anche “Pietre d’inciampo”: targhe poste sul selciato del Piazzolo, a ricordare i partigiani manerbiesi e i militari italiani internati in campo di concentramento. Gli alunni delle quarte e quinte elementari hanno eseguito canti e musiche al flauto, inneggianti alla cessazione delle guerre.
            La seconda corona d’alloro della giornata è spettata al Monumento ai Caduti, davanti al municipio. Le celebrazioni si sono concluse in Piazza Italia, dove l’ANPI ha distribuito gratuitamente volumi sulla Resistenza, compreso il graphic novel realizzato dagli alunni dell’Istituto Comprensivo di Manerbio (“4 Storie di Resistenza Bresciana”, anno scolastico 2015/2016, Edizioni La Pianura) e la ristampa anastatica de “Il Ribelle” (giornale partigiano clandestino), a cura dell’Associazione “Fiamme Verdi”. Per l’occasione, era aperto il museo privato della famiglia Zenucchini, con cimeli dell’impresa garibaldina e delle due guerre mondiali.

            L’ANPI ha proseguito la giornata omaggiando la tomba dei partigiani Enrico Tedoldi, Palamede Morandi e Pietro Leoncini, caduti in località “Campagnoline”. In Viale Stazione, fino al 1 maggio, rimarrà l’installazione “Delle gioiose lacrime”, a cura di Luciano Baiguera, dell’ANPI, del Gruppo Alpini, dell’Associazione Carabinieri, delle “Donne Oltre” e di tutti coloro che hanno voluto fornire immagini della loro memoria. Perché di questo si tratta: grandi lacrime di carta (verdi, bianche e rosse), che incorniciano fotografie di volti.

sabato 17 giugno 2017

Essere o apparire, questo è il dilemma

La vita è teatro e il teatro la finzione più vera. Questo potrebbe essere il motto della compagnia manerbiese “Le Muse dell’Onirico”. Essa ha già partecipato a feste cittadine, fornendo figuranti per la Shopping Night 2016 (a tema “Canto di Natale di Ch. Dickens) e per il Carnevale 2017, interpretando i conti Luzzago. Il 22 aprile 2017, hanno esordito al Teatro Sociale di Quinzano d’Oglio con la loro prima commedia, “Essere o apparire: questo è il dilemma”. Ha già avuto luogo una replica al Teatro Gonzaga di Ostiano, in provincia di Cremona (6 maggio 2017). L’allenamento degli attori, la drammaturgia e la regia erano a cura di Davide Pini Carenzi, regista e attore professionista. Scene e costumi sono stati a carico della compagnia stessa, mentre di luci e suono si è occupata Augusta Capra. 

            “Essere o apparire: questo è il dilemma” è tratta da “Fumo negli occhi” (2002) di Faele e Romano. Il riadattamento del testo era sempre a cura di Pini Carenzi; Daniela Capra, ideatrice e direttrice artistica della compagnia, ha inserito alcune parti dialettali, utili a rendere l’idea dei battibecchi quotidiani.
            La trama è la seguente. Carlo Brandolini (Ennio Donini) è direttore di banca. Il suo stipendio potrebbe mantenere agiatamente la sua famiglia, se la moglie Teresa (Daniela Capra) non fosse affetta da un’invincibile mania: dimostrare al mondo che i Brandolini sono veri signori, a costo di procurarsi status symbol che non si potrebbero permettere. Compra un costume da equitazione per la figliola Patrizia (Erica Gazzoldi), uno smartphone ultimo modello per il primogenito Lello (Giancarlo Maggini) e assume una cameriera maliziosa e parassita, Marietta (Sara Tomasoni). L’unica a protestare per tutto questo è la vecchia zia del marito (Elisabetta Provezza), alcolizzata e rimbambita, ma perfettamente capace di capire che, in quella casa, ci sono “troppi cambiamenti e troppo in fretta”. Il “mondo” a cui Teresa vorrebbe gettare fumo negli occhi è, soprattutto, quello dei dirimpettai: i coniugi De Marchi. Lui è un subalterno di suo marito, in banca; lei (Valeria Tirelli) una signora bella e sofisticata, che fa morire d’invidia la signora Brandolini. Carlo, che vede sfumare il proprio stipendio in follie, è sull’orlo del cedimento; ma non sa reagire, se non con sarcasmi continui. Del resto, anche lui subisce il fascino della signora De Marchi…
           
La situazione scoppia quando la vezzosa vicina rivela che passerà il weekend in Costa Azzurra. Per non essere da meno di lei, Teresa afferma che la sua famiglia trascorrerà il finesettimana a Capri. Ma con quali soldi? Pur di “non dare ai De Marchi questa soddisfazione”, la signora Brandolini segrega tutti quanti in casa per tre giorni, in modo da far credere ai vicini che sono realmente fuori città. Proprio quando la reclusione sta per finire, il trucco rischia di venire svelato da una serie di incidenti, che coinvolgono anche un ladro gentiluomo (Franco Bressanin).

            È impossibile restare seri, davanti a una tale concatenazione di assurdità. Però, come vuole Pirandello, l’umorismo ha una doppia faccia. Si ride perché ci si può riconoscere, nelle piccole e grandi manie di una famiglia alle prese con le convenzioni della società consumista. Ma riconoscere la realtà sul palcoscenico dovrebbe, piuttosto, far piangere. Piangere davanti al fatto che, come dice papà Carlo, «per tanta gente, l’onore e il decoro di una famiglia sono legati a un weekend fuori città». Più benessere, ma non più felicità, rispetto al passato contadino e frugale. E, soprattutto, non maggiore libertà di spirito.

giovedì 15 giugno 2017

Italiani di lingua araba

Il 21 maggio 2017, l’associazione di promozione sociale “Chorouk” di Manerbio ha festeggiato la fine dell’anno scolastico e dei suoi corsi di arabo. “Chorouk”, come è noto, raduna i musulmani residenti in loco. Quest’anno, insieme a essa, era presente un’altra associazione: “Il Faro” di Leno, che è analoga. C’erano, naturalmente, anche altri manerbiesi e lenesi. La festa si è tenuta in una sala sulla Strada per Porzano. 
            I grandi protagonisti erano i bambini. In coro, hanno declamato la prima sura (= “capitolo”) e le ultime tre del “Corano”, seguite dall’inno di Mameli. Allal Martaj, presidente della “Chorouk”, ha salutato i presenti. Ha poi ringraziato l’amministrazione comunale di Manerbio, la direzione delle scuole elementari per aver concesso aule da destinare ai corsi di arabo e la direzione delle scuole superiori per il medesimo motivo, le insegnanti volontarie dei suddetti corsi e l’oratorio “S. Filippo Neri” per aver prestato le panche da occupare durante la festa. Dopo di lui, è stata la volta di Mohammed Mahhane, presidente de “Il Faro”, di Cristina Tedaldi, sindaca di Leno, e di Liliana Savoldi, assessora con deleghe ai servizi socio-assistenziali e alle pari opportunità del Comune di Manerbio. I loro discorsi convergevano su un ideale comune: quello di crescere le generazioni più giovani come “italiani di lingua araba”, che si riconoscano nel rispetto della Costituzione italiana, ma conservino la lingua del Paese da cui provengono i loro genitori. Non è un caso se “Il Faro” e “Chorouk” (= “sole che sorge”) hanno nomi rimandanti all’alba e alla luce: il proposito che le anima è quello di “guardare avanti”, educando bambini e ragazzi con un doppio retaggio culturale. 

            Dopo i discorsi, è stata la volta dell’intrattenimento. Delle presentazioni, si è occupata la giovanissima Yasmine Martaj. Cristian Turcutto, giocoliere e prestigiatore, è entrato in scena su lunghi trampoli. Ha coinvolto i bambini in piccoli giochi di destrezza: piattini da reggere su bastoni, palline “invisibili”, corde “magiche”, coltelli da cucina vantati come pericolosi (ma solo per finzione), giocoleria in equilibrio (e, qui, il ruolo dei piccoli era solo quello di lanciargli palline). Cristian ha poi concluso con un piccolo numero da mangiafuoco. Era il momento di lasciare spazio ai bambini della “Chorouk” e de “Il Faro”, che hanno cantato e recitato. In particolare, i piccoli lenesi hanno allestito scenette in cui i ruoli dei personaggi erano scritti su cartelli appesi al loro collo, in italiano e in arabo. Un mimo “ecologista” mostrava l’importanza di curare adeguatamente le piante; un altro sketch vedeva interagire il “Capofamiglia”, l’ “Ospite”, l’ “Educazione”, il “Rispetto”, l’ “Onestà” e l’ “Amore”.
            Ospite speciale era il marocchino Isam Maarouf, direttamente da “Italia’s Got Talent”. Ha riproposto dal vivo la sua “beatbox”, riproduzione a voce dei suoni della batteria e di altri strumenti. 

            Dopo una breve “pausa preghiera”, la cerimonia è ripresa. Martaj ha consegnato riconoscimenti agli insegnanti dei corsi di arabo de “Il Faro”; Mahhane ha fatto altrettanto con quelli della “Chorouk”. In seguito, sono state consegnate targhe di ringraziamento a Liliana Savoldi, a Lidia Ferrari (collaboratrice del dirigente dell’Istituto Comprensivo di Manerbio), ad Angiola Di Modugno come rappresentante della parrocchia, agli allievi bambini e agli alunni italiani adulti dei corsi di arabo. Nel frattempo, ai presenti, sono stati serviti tè alla menta e dolci aromatici. Speriamo che sia questo il sapore del futuro. 



Paese Mio Manerbio, N. 121 (giugno 2017), p. 12.

Pire e fiumi sacri

La prof.ssa Margherita Sommese, il 20 aprile 2017, ha portato alla Libera Università di Manerbio un soffio d’Oriente. Al Teatro Civico “M. Bortolozzi”, ha parlato di: “Pire e fiumi sacri. Riti di purificazione in India”. Per far entrare rapidamente l’uditorio nello spirito giusto, è stato proiettato uno spezzone di “Viaggio in India” (2006; regia di Mohsen Makhmalbaf). La scena riguardava le cremazioni dei defunti, riassumendo così una serie di tematiche: il fuoco come purificatore, l’interminabile ciclo delle rinascite, le differenze di casta e di censo (visibili finanche nella quantità di legna posta sui roghi). 
Il Ganga Aarti
            Nella religiosità indiana, il fuoco e l’acqua sono entrambi purificatori. Anche l’anima non può trovare pace, se il corpo non è stato interamente cremato. Il fuoco è energia che trasforma la materia ed è messaggero fra il cielo e la terra. Il suo culto è centrale nei Veda, le scritture sacre dell’Induismo. Questa religione, comunemente considerata politeista, è in realtà un monoteismo in cui il divino viene chiamato con molti nomi. Non è un sistema dottrinale e dogmatico, ma un modo di vivere, un’ortoprassi fondata sulla ricerca diretta della realtà. L’Induismo non fa proselitismo e riconosce valide tutte le vie di ricerca della verità (Cristianesimo incluso). Detta “verità” coincide col “Dharma”, termine sanscrito per indicare l’ordine cosmico (l’insieme delle leggi fisiche, biologiche ed etiche che rendono possibile la vita). Il più famoso “Karma”, invece, è una teoria per cui il destino di ciascuno è nelle sue stesse mani: l’uomo è il risultato delle proprie azioni passate e semina il proprio futuro attraverso quelle presenti. Il fine ultimo dell’esistenza è il “Moksha”: l’uscita dal “Samsara” (= ciclo delle rinascite) e l’unione dell’anima col divino. Il famoso “OM” è la sillaba sacra: il suono primordiale, dal quale sarebbero nati gli altri suoni e il linguaggio. È un simbolo e una manifestazione dell’assoluto, presente in ogni cosa. I templi induisti sono luoghi d’incontro, dove si esercitano anche forme di condivisione e beneficenza (dar da mangiare ai poveri…).
            Il fuoco (in sanscrito “Aghni”) è ciò che accoglie gli ospiti e scaccia l’oscurità. È anche la luce, che arriva nella meditazione e che, dopo esser discesa, accende dal basso il fuoco della “Kundalini” (= energia presente nell’uomo in quiescenza, residente alla base della colonna vertebrale). Non stupisce dunque il fatto che un rito ricorrente nell’Induismo sia l’Arati, o Aarti: l’esposizione della statua di una divinità o una persona all’influsso benefico del fuoco. Il più solenne è il Ganga Aarti, celebrato al tramonto, con bracieri, sulle rive del Gange, nelle città sacre di Varanasi, Haridwar e Rishikesh. Il Gange è infatti manifestazione della Dea Madre Ganga: da cui l’importanza della balneazione nelle sue acque (resa innocua dai possenti anticorpi degli indiani).

           
Prof.ssa Margherita Sommese
Fondamentali sono anche gli “Antyeshti”, i riti funebri: delicati passaggi che devono garantire la liberazione dell’anima, la sua unione con Dio e l’ingresso del defunto fra gli antenati della famiglia. La trascuratezza rituale può trasformare l’anima in uno spirito maligno (perché senza pace). Anche qui, abbiamo detto, è protagonista il fuoco: non solo per l’indispensabile cremazione, ma anche per la presenza di una lucerna accanto al volto del moribondo. L’acqua serve sia per lavare le salme che per purificare coloro che hanno officiato il funerale; le acque dei fiumi o dei mari accolgono le ceneri dei defunti.

mercoledì 14 giugno 2017

Ieri e oggi - Ora che la patria è multinazionale

Il Cuore deamicisiano (1886), alla pagina del 14 giugno, riporta questo commovente componimento:



Salutala così la patria, nei giorni delle sue feste:
- Italia, patria mia, nobile e cara terra,
dove mio padre
e mia madre
nacquero e saranno sepolti,
dove io spero di vivere e di morire,
dove i miei figli cresceranno e morranno;
bella Italia, grande e gloriosa da
molti secoli,
unita e libera da pochi anni;
che spargesti tanta luce
d’intelletti divini
sul mondo […]
io ti venero e t’amo con tutta l’anima mia,
e sono altero d’esser nato da te,
e di chiamarmi figliuol tuo.
[…]
t’amo e ti venero tutta
come quella parte diletta di te,
dove per la prima volta vidi il sole
e intesi il tuo nome. V’amo tutte di un solo affetto
e con pari gratitudine,
Torino valorosa, Genova superba,
dotta Bologna,
Venezia incantevole, Milano possente;
v’amo con egual reverenza di figlio,
Firenze gentile e Palermo
terribile, Napoli immensa e bella,
Roma meravigliosa
ed eterna.
[…]
Giuro che ti servirò, come
mi sarà concesso, con l’ingegno,
col braccio, col cuore,
umilmente e arditamente;
e che se verrà il giorno in cui dovrò dare
per te il mio sangue e la mia vita, darò il mio sangue
e morrò, gridando al cielo il tuo santo nome
e mandando l’ultimo mio bacio
alla tua bandiera
benedetta.

(Edizione consultata: Corraini Editore, Mantova 2000, pp. 225-227)

Passando al 20 dicembre 2016, il linguaggio risulta leggermente mutato. Sul numero di quel giorno, il Giornale di Brescia, a p. 5, riporta infatti una boutade del ministro del Lavoro, Giuliano Poletti, divenuta giustamente famosa: centomila giovani se ne sono andati dall’Italia, ma “non è che qui sono rimasti 60 milioni di «pistola»… Conosco gente che è andata via e che è bene che stia dove è andata, perché sicuramente questo Paese non soffrirà a non averli più fra i piedi.” Un concetto che, volendo, può anche essere considerato patriottico, ma che fa comprendere come i ragazzi italiani non considerino più lo Stivale il luogo dove loro e i loro figli, necessariamente, cresceranno e morranno. Né la cosa sembra tormentare più di tanto la classe politica.
            Un altro leggero salto all’indietro ci riporta all’altrettanto nota lettera di Pier Luigi Celli, direttore generale della Luiss: “Figlio mio, lascia questo Paese” (30 novembre 2009). Un pezzo il cui succo è: “Questo Paese, il tuo Paese, non è più un posto in cui sia possibile stare con orgoglio.” Per il resto, possiamo considerarla purissima prosa deamicisiana.
            Cos’è successo, nel frattempo?
È successo ciò di cui si era già accorto, nel 1972, Eugenio Cefis (Cividale del Friuli, 1921 – Lugano, 2004): imprenditore italiano, che fu consigliere dell’AGIP e presidente dell’ENI e della Montedison, nonché fondatore della loggia massonica P2. Non era quel che si dice un personaggio limpido: per diventare presidente della Montedison (e quindi padrone della chimica italiana), utilizzò denaro pubblico destinato all’ENI. In più, Pier Paolo Pasolini fu assassinato (con retroscena tuttora misteriosi) proprio mentre stava lavorando a Petrolio, romanzo ricchissimo di riferimenti non casuali a Cefis e alla sua carriera. Nonostante fosse un personaggio sulfureo (o, forse, proprio per questo), era dotato della capacità di riconoscere i segni dei tempi. Anche perché era fra coloro che dei tempi guidavano il corso. Particolarmente illuminante per noi (come lo fu per Pasolini) è il suo discorso del 23 febbraio 1972 all’Accademia militare di Modena: La mia patria si chiama multinazionale.
            Il nocciolo del discorso è questo: gli Stati nazionali sono ormai tramontati, come ente politico in grado di decidere i destini del mondo. Perché questi ultimi sono determinati dall’economia, dalla capacità di assicurare il benessere; e gli enti in grado di farlo hanno diffusione internazionale. Anche i militari, secondo Cefis, non dovrebbero più difendere i confini nazionali, ma la Costituzione repubblicana: insomma, mantenere lo status quo che garantisce il libero mercato e la ricerca tecnologica. Niente più ultimo bacio alla bandiera benedetta, combattendo contro un’altra nazione.
            “Spesso Re e Imperatori temevano che la loro posizione di potere fosse indebolita dalla organizzazione internazionale della Chiesa, dalla sua influenza sulle politiche nazionali e dalle sue immense ricchezze. […] Oggi nessun Paese industriale avanzato può creare Chiese indipendenti, cioè isolarsi totalmente dalle imprese multinazionali e internazionali, perché questo significa rinunciare a tutti i vantaggi che tali imprese possono offrire.” (Eugenio Cefis, La mia patria si chiama multinazionale, riportato in: Carla Benedetti  - Giovanni Giovannetti, Frocio e basta. Pasolini, Cefis, Petrolio, Milano 2016, Effigie, p. 297). Il libero mercato come forma di potere, insomma. Non si può nemmeno parlare di “complotto”, in questo caso: la situazione è palesissima. E Cefis cita un altro paragone storico, che cade a proposito: “…come Voi sapete, il concetto di Patria è un concetto che si è trasformato nel tempo tanto che, anche all’epoca del Risorgimento, ben pochi erano i cittadini che sapevano di essere italiani e non si consideravano invece semplici abitanti del Regno delle Due Sicilie o del Granducato di Toscana.” (Ibid., p. 291). 


            Ecco che sapore ha rileggere Cuore oggigiorno: quello del rivivere una situazione in cui la borghesia abbiente e istruita realizza un ideale di “unità” sconosciuto ed estraneo agli altri ceti, ma funzionale a un’economia del benessere. Ai tempi di De Amicis, la sfida era indurre un torinese a percepire come “patria” anche Roma e Palermo. Oggi, si tratta di far sentire gli italiani “a casa” a Parigi o Berlino: sia quelli che lo desiderano personalmente, sia quelli che non hanno mai chiesto cotanta grazia. Riusciranno i De Amicis di oggigiorno a garantire il paradiso sovranazionale, con diritti civili, lavoro e gratificazione per tutti e (dulcis in fundo) rispetto dell’ambiente e del suolo? Ai posteri l’ardua sentenza, come disse un altro patriota illuminato. Emmanuel Macron e Angela Merkel si sono già dichiarati disponibili a mutare i trattati europei, per salvare la patria multinazionale. Nel frattempo, fra Poletti e Celli, va scrivendosi il Cuore del terzo millennio. Con tanto di discutibile retorica.

domenica 11 giugno 2017

Attenti a Narciso

Diffidate delle persone piene di grandi e belle parole. Di chi sta sempre con la ragione e mai col torto, come cantavano i Nomadi. Di chi ha sempre una bandiera da issare sul pennone; di chi è sempre preoccupato di trovare una battaglia (e mai di cose da comune mortale, come trovare un lavoro). Di coloro che emanano un fumo di superiorità rispetto al genere umano. Che vorrebbero “aiutare il mondo”, come se avessero qualcosa da insegnargli. Sono pericolosissimi.
            Pericolosissimi, in primo luogo, perché non sembrano mai cattivi. E hanno la scusa pronta, anche per giustificare i segnali d’allarme. Infedeli, reticenti, aggressivi… Non importa. Hanno sempre ragione loro. 

            Non si confrontano mai con chi ha forti difese psicologiche. Sarebbe troppo, per il loro ego fragile e gonfio come un soufflé. Arrivano quando sentono l’odore di un animo sensibile e ferito. Un animo ricco di luce da succhiare, pronto a offrirla. Purtroppo.
            Sono bravi, i Narcisi. Sanno sempre dire la parola giusta. Sono gli dei ex machina che ti offrono proprio ciò di cui avevi sete. C’è il veleno, nel vino del loro calice: il veleno della dipendenza psicologica e della perdita di sé. Ma tu non lo sai ancora.
            E, quando lo sai, combattere a viso aperto è tutt’altro che facile. Perché Narciso si difende con gli specchi. Davanti al fatto lampante, ti dice che sei tu a voltare la frittata, o a essere convinto del falso. Persino i tuoi sentimenti feriti e la tua fiducia tradita sarebbero colpa tua. Avresti dovuto essere più maturo, o più forte. Avresti dovuto rifiutare il suo calice, quando morivi di sete. Ti sei lasciato abusare e sei un ingrato, se vuoi salvarti.
            I sentimenti altrui, del resto, sono risibili, per il Narciso. Sono melensaggini, cose da superare, isterismi. Al massimo, sono appigli per attirarti sulla strada decisa da lui. Ma che non ti salti in testa di viverli e farli valere. Il tuo angelo custode diventerebbe un diavolo. Questo tipo di persona, d’altronde, è adusa a sbalzi di tal genere. Una scalfittura al suo ego scatena, come minimo, una scenata. Subito dopo, riprende a portarti in palma di mano: Bel giocattolino mio, non mi scontenterai più, vero?
            Non puoi sperare in tribunali e medici. Perché nessun manuale registra il Narciso come malato. E, al vostro gioco perverso, eri consenziente.

Anche dopo che, a fatica, avrai troncato il rapporto, resteranno i semi del suo veleno. Magari, con la beffa di Narciso che, ogni tanto, si ripresenta come se non fosse successo niente. Perché, per lui, non è successo niente.

Potete leggere di più qui, qui e qui.

domenica 4 giugno 2017