giovedì 18 maggio 2017

Manerbio nel tempo, tra pittura e poesia

Il 17 aprile 2017, Manerbio ha festeggiato Pasquetta con la riproposizione di una mostra del 1985: quella degli scorci ad acquerello di Adolfo Penocchio (Ghedi, 1933 - Brescia, 2004). Il titolo era, appunto, “Manerbio nel tempo”. 
 L’esposizione è stata collocata nella Sala Mostre del palazzo comunale ed è durata fino al 23 aprile, in contemporanea con i “7 Giorni di Poesia”: una settimana in cui la Biblioteca Civica ha esposto testi poetici per la città e li ha distribuiti gratuitamente su biglietti. Il giorno dell’inaugurazione, si è tenuta anche la “biciclettata poetica anni ‘30”: gli iscritti hanno percorso Manerbio su due ruote, fermandosi a tappe per ascoltare testi in versi. Obbligatorio il cappello di paglia. Per restare in tema, il portico del municipio ospitava un’esposizione di biciclette d’epoca. I “ciclisti d’un tempo” hanno poi trascorso il pomeriggio al Parco Mella, per un picnic e un concerto del cantautore Massimo Dellanilla. Per il 23, era in programma (nel giardino della biblioteca civica) una mostra mercato di libri e fiori, in modo da festeggiare San Giorgio alla maniera catalana: regalare rose alle donne e libri agli uomini. Oltre a questo, erano previsti anche laboratori di composizione floreale per bambini e adulti, animazione, merenda e un finale a base di poesia in musica.
Per tornare al 17 aprile: nella Sala Mostre, i convenuti sono stati accolti dalla moglie, dalle figlie e dal genero di Adolfo Penocchio, insieme all’assessore Fabrizio Bosio, al bibliotecario Giambattista Marchioni (già in versione “anni ‘30” per la successiva biciclettata) e all’archivista parrocchiale Alberto Agosti. La mostra, infatti, era stata pensata come occasione per la cittadinanza di godere di dipinti conservati negli uffici comunali, nonché di consultare testi storiografici custoditi in parrocchia e in biblioteca. 
Negli acquerelli paesaggistici di Adolfo Penocchio, rivivevano scorci manerbiesi del trentennio scorso: “Manerbio visto dalla tangenziale”; “Manerbio paesaggio campestre”; “Strada di campagna”; “Dopo il temporale alla Remondina”; “Il Castelletto”; “Autunno a Villa Rosa”; “La Remondina e la sua chiesa”; “L’abbeveratoio”; “Portale alla Remondina”; “Chiesa del Gesù - particolare”; “Ingresso di Palazzo Ghirardi”; “Villa Cesura”; “Meriggio al Centro storico”; “S. Faustino”; “S. Rocco”; “Scià-ólt - via XX Settembre”; “Le vecchie mura”; “Palazzo Ghirardi e la piazza”; “Palazzo Luzzago - Sede Municipale”; “Cancello di via Diaz”. Per quanto l’impostazione fosse “amarcord”, l’emozione principale era forse riconoscere il presente in quel passato, vedere il quotidiano trasformato in arte. L’uso dell’acquerello e l’amore per i paesaggi “en plein air” avrebbe potuto ricordare l’Impressionismo, se non fosse stato per la precisione del disegno. La moglie e le figlie ricordano appunto Penocchio come un raffinato e meticoloso disegnatore. Artista eclettico, realizzò anche sanguigne, nudi, disegni lenticolari su laminato plastico, ritratti (di ecclesiastici, parlamentari, nobili), reinterpretazioni di altri artisti. Sue opere si trovano in gallerie e collezioni italiane ed estere (Germania, Svizzera, Francia, Venezuela, USA, Inghilterra, Cina). Da segnalare è “La scena divina” di fine anni ’90: 150 fogli ad acquerello che illustrano la Divina Commedia. Ebbe un periodo metafisico, con dipinti ispirati all’opera di Giorgio De Chirico (pavimenti a scacchi, cieli infuocati, alberi ramificati senza foglie, sperimentazioni prospettiche). A volte, dipingeva strappi sulla tela, per alludere a una realtà “altra” che si apriva. Affrescò chiese in area bresciana. Confrontando il teatro geograficamente ristretto della sua vita con la vastità della sua ispirazione, si può dire che nessun mondo è troppo piccolo, per un animo immenso.

Pubblicato su Paese Mio Manerbio, N. 120 (maggio 2017), p. 6.

Pane, salame e allegria

Il bresciano “salàm”, in arabo, suonerebbe come “pace”. Questo ha sottolineato la vicesindaca di Manerbio, Nerina Carlotti, all’ottava edizione della Festa del Salame (8 aprile 2017). Un gioco di parole che, di etimologico, non ha niente, ma che è suggestivo. È infatti facile fare pace e festeggiare, davanti a qualche fetta di salame nostrano. Lo sanno bene Antonella Gennari e Giovanna Rongoni, titolari del Bar Borgomella e organizzatrici dell’evento. Come ogni anno, hanno invitato gli allevatori della zona a presentare a concorso i salami da loro confezionati. A giudicarli, è stata chiamata una giuria composta da membri dell’ONAS, l’Organizzazione Nazionale Assaggiatori di Salumi. A presiedere detta giuria, c’erano Michele Bertuzzi e Silene Tomasini. 
            Il rito dell’assaggio è molto accurato; passa per l’esame di tutti e cinque i sensi. Anche il modo di affettare il salame non può essere casuale (taglio a mano; assolutamente bandita l’affettatrice). Lo scopo è quello di valutare le peculiarità di ciascun prodotto. Non c’è un salame uguale a un altro; quello tipicamente bresciano è diverso (per esempio) dai salami di Milano e di Cremona. La varietà dei salumi in Italia è incalcolabile, ha sottolineato Bertuzzi. Cosa che vale per ogni prodotto regionale. Un fatto di cultura locale, ma anche di natura (qualità della vita dell’animale, caratteristiche del terreno impiegato in agricoltura…). 

            Alla gara dell’8 aprile 2017, sono stati classificati i primi dodici salumi. Sul podio ideale, sono saliti: Matteo Pennati (terzo classificato), Giambattista “Giambi” Mondolo (secondo) e Giorgio Bolentini (primo). Al vincitore assoluto, è stata assegnata una bicicletta. A tutti gli altri, è stato donato un cavatappi (per stappare il buon vino da accompagnare al salame?). La giuria, in ogni caso, si è complimentata per la qualità dei prodotti, migliorata rispetto agli scorsi anni.

            È seguita la degustazione collettiva dei salami in concorso, con tanto di pane e formaggio. Per l’occasione, si sono presentate anche due bancarelle di generi alimentari locali (latticini, salumi, casoncelli di Barbariga). Per parafrasare Nerina Carlotti: “salàm” a tutti.

Una rete d'insidie?

Cosa succede, quando la sfera della tecnologia e quella delle relazioni s’intersecano? Ne ha parlato la dott.ssa Paola Cattenati del CRIAF (Centro Riabilitazione Infanzia Adolescenza Famiglia) al Teatro Civico “M. Bortolozzi” di Manerbio, il 6 aprile 2017. Con lei, c’era la dott.ssa Lisa Delfini. La serata era intitolata “Il cyber-bullismo e le insidie della rete”; era stata organizzata in collaborazione col Comune. 
Le testimonianze dei ragazzi (riportate dalla dott.ssa Cattenati) evidenziavano il carattere totalizzante della tecnologia nelle relazioni e anche l’assenza di riflessione, prima di condividere contenuti. In alcuni casi, le relazioni on line (e non solo per gli adolescenti…) sembrano più soddisfacenti, perché prive di quelle incombenze quotidiane (poco romantiche) che caratterizzano la vita reale. Interagire su Internet comporta anche una maggiore tendenza ad alterare la propria identità. Il forte investimento dei giovani nella vita sociale on line è contrappuntato da un diffuso senso di solitudine. L’uso compulsivo della tecnologia può diventare una forma di dipendenza e si è anche collegato a un aumento della ludopatia, per via dell’azzardo on line. I cosiddetti siti “pro-ana” e “pro-mia”, addirittura, incoraggiano (rispettivamente) anoressia e bulimia. La dott.ssa Cattenati ha accennato anche a siti dedicati ad autolesionismo e suicidio.
Per quanto riguarda la sessualità, la diffusione di Internet si accompagna al “sexting” (l’invio di proprie immagini sexy tramite computer e cellulari). Nel caso dei minori, ciò può sfociare nella pedopornografia; inoltre, il 17% di chi fa sexting (secondo la relazione della dott.ssa Cattenati) è stato vittima di “revenge porn”: la pubblicazione - per ripicca - di foto e video intimi originariamente riservati al partner.
La dimensione virtuale può poi far cadere le barriere morali in termini di violenza. Non si tratta solo del suo impiego disinvolto nei videogiochi, ma anche del suddetto cyber-bullismo, protagonista di diversi fatti di cronaca. Le caratteristiche del bullismo (sistematicità, durevolezza, squilibrio di potere) sono grandemente amplificate dal mezzo telematico. Esso elimina i limiti spazio-temporali e consente l’anonimato ai molestatori. L’assenza di contatto diretto non permette nemmeno al bullo di toccare con mano le conseguenze delle proprie azioni. I “motivi” adottati per denigrare una vittima sono solitamente piccolezze quotidiane (nudità in spogliatoio), o fragilità (balbuzie). Il cyber-bullismo è una paura molto diffusa fra i ragazzi, ha affermato la dott.ssa Cattenati, per la sua incontrollabilità. 

L’uso di Internet da parte di minori - secondo la psicologa - dovrebbe diventare sempre più un’esperienza condivisa con gli adulti. La dott.ssa Cattenati ha consigliato ai genitori di limitare il tempo trascorso on line dai figli, di avvertirli dei rischi e (per il resto) rispettare il loro investimento nelle relazioni virtuali. Gli scopi sono: favorire la maturità emozionale, la capacità dei ragazzi di stare da soli e di gestire anche i momenti di silenzio o attesa, nonché insegnare a distinguere fra contatti e amici. Gli adolescenti, peraltro, si dimostrano contenti (ha affermato la relatrice), quando vengono organizzati incontri con psicologi sul tema delle insidie virtuali. L’intervento adulto, in questo caso, corregge quegli squilibri di potere che possono rendere pesante l’atmosfera in una classe.


Pubblicato su Paese Mio Manerbio, N. 120 (maggio 2017), p. 8.

Alla scoperta di Manerbio

Chiesa di Santo Spirito
Per il 2 aprile 2017, il Comune ha organizzato una giornata intitolata “Scopri Manerbio!”, con visite guidate alla Chiesa di Santo Spirito, a Palazzo Luzzago e alla Chiesa della Disciplina. Le guide erano i ragazzi delle scuole medie (la paritaria “Beato Giuseppe Tovini” e la statale “A. Zammarchi”), debitamente preparati dai docenti. 
            La Chiesa di Santo Spirito è affiancata all’ex-convento delle Orsoline, attualmente sede delle scuole parrocchiali (scuola primaria “S. Angela Merici” e scuola secondaria di primo grado “Beato G. Tovini”, appunto). La congregazione religiosa nacque per opera di Mostiola Travaglia (Manerbio, 1811-1867). La signora, che aveva preso in affitto l’edificio insieme a una compagna, aveva già l’abitudine di ospitarvi le ragazze del posto. Ottenne poi dal vescovo di Brescia (Mons. Verzeri) il permesso di aggregarsi alle Orsoline. Nel 1856, venne formalmente aperto il convento manerbiese e Mostiola Travaglia fu confermata superiora. La congregazione continuò a occuparsi della ricreazione e dell’istruzione di ragazze e bambine, soprattutto orfane. Della stessa epoca,  è la Chiesa di Santo Spirito. A navata unica, ospita diverse tele, fra le quali è notevole la pala d’altare: la “Pentecoste” del bergamasco Ponziano Loverini (1845-1929).
Portico di Palazzo Luzzago-Di Bagno
Palazzo Luzzago-Di Bagno era una residenza di campagna nobiliare. Il ramo manerbiese del casato si estinse quando Bianca Luzzago (n. 1790) andò in sposa al marchese Carlo Ferdinando Guidi di Bagno da Mantova (n. 1776). Nel sito dell’attuale piazza Cesare Battisti, si trovava - fino al 1782 - una caserma, fatta smantellare e trasferire da Galeazzo Luzzago, per ragioni estetiche e di comodità. Sempre nel XVIII secolo, l’architetto Gaspare Turbini fu incaricato di ristrutturare il palazzo. 
          
Un dipinto nel Salone d'Onore.
Le valve d’ostrica sopra le finestre della facciata alludono alle virtù dei Luzzago, nascoste come perle. Le sale che si affacciano sul portico presentano ancora proporzioni, coperture e decorazioni tardo-cinquecentesche. Di Turbini è lo scalone di rappresentanza. Il vano è collegato al portico attraverso un’apertura a serliana, così detta dal nome di Sebastiano Serlio, trattatista di architettura (Bologna 1475 - Fontainebleau 1554). Sulla volta dello scalone, tre Amorini reggono i simboli di quelle nascoste “virtù dei Luzzago”: bilancia (= giustizia), ulivo (= sapienza), cornucopia (= prosperità). Le decorazioni pittoriche amano l’illusionismo prospettico, ovvero l’apertura a spazi puramente immaginari. Nel Salone d’Onore, il soffitto reca un “Trionfo di Flora”, la dea della fioritura. Le porte sono  laccate “alla veneziana”. Nell’attuale saletta degli assessori, rimane una scena religiosa con angioletti. Sul corridoio successivo, si aprono ex-appartamenti privati, con decorazioni floreali e scene bucoliche. In una di queste stanze, il soffitto è rivestito di seta dipinta a tempera. 
Altare e pala d'altare della Chiesa
della Disciplina
            La Chiesa della Disciplina prende il nome da una confraternita di laici, uomini e donne, dediti al culto della Vergine, alla penitenza e alle opere di carità. La Disciplina fu fondata nel 1393, per sciogliere un voto fatto in occasione di un’epidemia influenzale. L’attuale chiesetta, invece, risale al periodo tra il XVI e il XVII sec., con facciata primonovecentesca.  La navata cinquecentesca (con volte a crociera) contrasta con le volte a botte delle cappelle laterali (secentesche). Anche i dipinti sono databili dal primo ‘500 al primo ‘900. Essendo Brescia celebre per i marmi di Rezzato, questo materiale non manca: soprattutto nell’altare, che risente sia delle istruzioni di S. Carlo Borromeo in materia d’arte sacra (1577) che del gusto barocco per la teatralità.


Pubblicato su Paese Mio Manerbio, N. 120 (maggio 2017), p. 7.

mercoledì 17 maggio 2017

Raccontare le emozioni, fra musica e poesia

La tournée del giornalista e cantante Diego Baruffi, intitolata “La via del cuore” come la sua raccolta poetica, si è conclusa. Non è però finita la voglia di organizzare serate. Con Erica Gazzoldi (autrice e lettrice di poesie) e Giovanni Primomo (pianoforte elettrico), Baruffi è approdato al Bridge Pub & Restaurant di Manerbio, il 1 aprile 2017. Vista la data, potremmo chiamarlo “uno scherzo della sorte”. Nelle stanze del pub, c’era infatti - un tempo - la trattoria “Al Ponte”, gestita dai genitori di Diego. 

            L’evento è stato intitolato “Raccontami… a due voci”. Si tratta di un’allusione al prossimo scritto del Baruffi, una raccolta di storie da lui narrate al figlioletto.
            Per l’occasione, Diego ha rispolverato il repertorio dei Nomadi, per il quale è famoso a Manerbio. La prima canzone della serata, infatti, è stata “Stagioni” (1988). Più avanti, è arrivato “Un giorno insieme” (1992), altro testo d’amore e di malinconica meditazione sulla fine di un rapporto. Sono stati inseriti anche pezzi insoliti per il Baruffi, come “Generale” di Francesco De Gregori (1978), “Una lunga storia d’amore” di Gino Paoli (1988) o “Questo piccolo grande amore” di Claudio Baglioni (1972). È stato dato spazio al Lucio Battisti  meno gettonato con “E penso a te” (1972); ben presente è stato Gianni Morandi (“Uno su mille ce la fa”, 1985; “In ginocchio da te”, 1964). Non sono mancati i più classici Massimo Ranieri (“Erba di casa mia”, 1970) e Adriano Celentano (“L’emozione non ha voce”, 1999; “Ti avrò”, 1978), già protagonisti de “La via del cuore”.
            Gli intermezzi non musicali sono stati dedicati alla lettura di poesie. Fra i testi scelti da Erica Gazzoldi, c’erano versi di Baruffi e della comune amica Romana Manfredini, che - quando era in vita - era spesso presente con la sua poesia a serate simili. Gli scritti di Romana sottolineavano l’importanza della scrittura come mezzo di riscatto dalle sofferenze e come modo di esprimere il valore intrinseco di ogni parola. Più avanti, sono arrivate poesie della stessa Gazzoldi e di Dario Bertini, giovane autore pavese che dà molta importanza alla “poesia di strada”. Far uscire la letteratura dai libri, però, non significa sciatteria. I versi del Bertini hanno una profondità letteraria, data dalla capacità della parola di esprimere la preziosità dell’esperienza quotidiana, in cui ogni cosa si anima. 


            Circa a metà del programma, la serata ha avuto una svolta “danzante”. Dopo “Se telefonando” di Mina (1966), Baruffi e Primomo hanno dato inizio ai pezzi più ballabili: “Un’avventura” di Lucio Battisti (1969); “Se perdo anche te” di Gianni Morandi (2016); “Il fiore nero” dei Nomadi (1977); “Bandiera gialla” di Gianni Pettenati (1967); “C’è un re”, sempre dei Nomadi (1991) e dedicata a Francesco Baruffi, il “piccolo principe”; “Tanta voglia di lei” dei Pooh (1971); “Il mare d’inverno” di Loredana Bertè (1983). Alla moglie Alessandra (badando più al romanticismo che alla scaramanzia), Baruffi ha dedicato “Perdere l’amore” di Massimo Ranieri (1988). A grande richiesta, è arrivata “Io voglio vivere” dei Nomadi (2007), seguita da un accenno ironico a “Buonanotte fiorellino” (Francesco De Gregori, 1975). Era infatti ora di concludere la serata. È stato lasciato giusto un po’ di spazio al piccolo Francesco e alle sue precoci ambizioni canore (“Hanno ucciso l’Uomo Ragno” degli 883, 1992).

venerdì 12 maggio 2017

Elogio del piccione

Credo che molti di voi conoscano bene quel meme: “Discutere con certa gente è come giocare a scacchi con un piccione. Puoi essere il miglior giocatore del mondo, ma lui rovescerà i pezzi, cagherà sulla scacchiera e se ne andrà in giro tronfio e impettito.” Il paragone è sovvenuto diverse volte anche alla sottoscritta, quando le capitava di dover ragionare con chi non aveva voglia di imparare alcunché o di rendersi conto che non esisteva solo il suo punto di vista. E si badi bene che mi riferisco a casi in cui l’argomento non toccava la vita del “piccione” di turno e la sua trattazione richiedeva solo un minimo di calma e interesse. Sono la prima a non sopportare coloro che scambiano per scacchiera l’esistenza altrui. 

            Tuttavia, mi domando se tutti i piccioni vengano necessariamente per nuocere.
Perché quello che si consuma su quei quadrati in bianco e nero IN SOSTANZA E VERITÀ, NON È ALTRO CHE UN GIOCO (Elsa Morante). I pezzi che si muovono sono pupazzi. Le regole che li sospingono non hanno valore, fuori dalla tavola di legno. Comunque finisca la partita, nessuno avrà guadagnato o perduto alcunché, tranne un poco d’orgoglio.
            Ben venga dunque un “piccione buono” a riscuotere i giocatori, quando rischiano di prendersi troppo sul serio. Quando dimenticano che la vita è altrove - non su quella scacchiera. Quando si scordano di non essere due strateghi impegnati nella battaglia decisiva, ma due personcine vagamente intellettuali che stanno occupando il tempo libero a modo proprio. “Banalità” come l’esame da preparare, il conto spese da calcolare e la cuginetta che reclama attenzioni rimangono più reali e fondamentali del dramma medievale che si consuma nei loro due crani.
            I “piccioni buoni” somigliano a quel “mentecatto” di cui parla Erasmo da Rotterdam nel suo Elogio della follia [29.]: colui che strappa le maschere agli attori di una commedia, per mostrare agli spettatori i loro veri volti. “All’improvviso spunterebbe un aspetto nuovo delle cose: chi prima era donna ora è uomo, chi prima giovane ora è vecchio…” (Erasmo da Rotterdam, Elogio della follia, a cura di Carlo Carena, Torino 2014, Einaudi, pp. 81-83). Non garba? Peccato. È quello il vero aspetto delle cose.

            Per mio conto, dopo anni trascorsi da giocatrice di scacchi, ho finalmente cominciato a coltivare l’arte del piccione. Quando tira aria di bastian contrario o di sofisticheria, do un calcio alla scacchiera e lascio i contendenti ad ammirarsi la pancia. E, se non tronfia, me ne vado in giro a testa alta sicuramente. Libera. A mangiare la realtà.


martedì 2 maggio 2017

Barbarah Guglielmana & Anna Venturini

"Barbarah Guglielmana nasce a Chiavenna agli inizi degli anni ’70. 

Medico di pronto soccorso, volontario sanitario di Emergency, impegnata nel tema della violenza di genere, fa riferimento al movimento culturale del Sottovento in quel di Pavia.
Scrive e pubblica poesie.
Anna Venturini nasce a Pavia alla fine degli anni ’70.
Educatrice di nido, promotrice di laboratori di fotografia per bambini e di letture illustrate, ha frequentato il Bauer di Milano, ideatrice del progetto fotografico The New York Benches.
Benvenute! Ma… quale tipo di umiliazione stiamo facendo passare come se nulla fosse?
L’ingiustizia. (Barbarah)
Abbiamo l’assoluto bisogno di staccare da cosa?
Da nulla. Al contrario, possiamo interrogarci sulle motivazioni che ci spingono a staccarci da qualcosa che esiste nel proprio “mondo”. Che cos’è questo “bisogno” di staccarsi? Che cosa ci sta dietro? Ecco, questo ci interessa di più. (Anna)
Risolvendoci da soli viene meno la capacità di puntare in alto come in basso?
No, assolutamente. Non sempre occorre uno strizzacervelli o una sostanza sintetica. (Barbarah)
Molte cose si dimenticano perché sono intrasmissibili?
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Forse si dimenticano perché non interessano molto a coloro ai quali le vogliamo trasmettere. (Anna)
Avete provato qualsiasi esperienza terrena? Se non è così, è possibile chiedervi che vi manca?
Naturalmente no, mancano tante cose, tipo andare in treno da New York a San Francisco, avere dei figli, abitare al mare, lavorare da manager in una multinazionale… l’elenco potrebbe essere lunghissimo. (Anna)
Volare per davvero. (Barbarah)
Ci vuole maggiore attenzione per il Passato, il Presente o il Futuro?
Per il Presente, perché è l’unico tempo che esiste per davvero. Passato e Futuro esistono solo nella mente, per la quale sono molto importanti, così di solito valgono più del Presente. (Anna)
Quali posti frequentate maggiormente per tessere le relazioni sociali e generare ispirazione (fermo restando che i due aspetti si coniughino)?
L’ispirazione può nascere dovunque, in qualsiasi contesto. Poi naturalmente, esistono luoghi dove si parla più che in altri di poesia e fotografia. A esempio, per me (Anna) è stato il Bauer di Milano.
Per me il prato della vita dell'uomo…! (Barbarah)
Letteratura & Arte secondo voi tutelano ancora il lato romantico dell’Essere?
Sì, perché ne fanno gli amanti migliori. (Barbarah)
Come si rende interessante il diritto di scegliere un componimento come il vostro?
Raccontandone la provenienza, cosa c’ha mosso entrambe a lavorare insieme, con tutte le onde che ci accomunano e che ci hanno fatto unire. Per esempio il tema del Movimento e del Viaggio… è molto sentito da entrambe, e istintivamente è emerso confrontando i nostri lavori. (Anna)
In conclusione, una pena può avere a che fare con un’idea straordinaria?
Una pena viene riscritta raccontandola, ed è quello che se ne ricama a renderla eventualmente una storia da riportare nella sua straordinarietà, nella sua unicità dove però ci possiamo o vorremmo ritrovarci in molti. (Barbarah)
… “Andavo per nuvole e onde”
Una creatività tanto letteraria quanto artistica si pone in essere, riprendendo l’obiettivo finale di chi ama viaggiare, ovvero ignorare nuovamente l’incanto che gli si manifesta.
Poesie e scatti fotografici appartengono al respiro di due donne che tentano nel frattempo di renderlo considerevole, alla ricerca quindi di una condizione privata, per la quale diventa semplice smarrirsi o al contrario avere coscienza di ciò che si è.
Questo componimento suscita uno stato emotivo di sospensione, e delle parole ritagli le immagini, col tempo che può non rappresentare un deciso spostamento, ma che accresce la stima dell’insanabile aldilà, essendoci davanti un’anima che influenza, concertando l’altrove.
Sfogliando le pagine curi una libertà di formazione, avendo a che fare col dissesto figurativo dell’illusione poetica, e di che fare un viaggio contorto, in cui l’inizio e la fine non si sviluppano appieno, prede di una volontà continua e irreale.
Le autrici caratterizzano l’infrangibile distinguo, tra una matassa d’intime rivelazioni profumate con aspettative straordinarie e l’eccesso di realtà oscurante di colpo l’immaginario.
La Venturini è abile a focalizzare una sorta di leggerezza episodica, d’approfondire sempre in movimento.
La reciprocità d’intenti cataloga un’alternanza di foto e versi, opere che se separate non soffrono di solitudine, che s’ingrandiscono addirittura, per il bene di una storia scorrevole, con cadenza e intervalli propinanti la massima solidarietà alle vedute di poesie in corso d’estrazione; a un’elaborazione compatta.
La percezione procede piano, dando conto a nessuno, per stabilire il tempo di un discorso, e spalmare la mente sulle inquadrature, come in una lacrima a riposo, nella verità che il pianeta Terra deve riscoprire ricordandosi delle premure materne, melodiose, inculcanti il sollievo all’eterno.
La Guglielmana predilige il legno quando sollecita calore, ossia quello invecchiato, fragile… propensa poi a fuggire su di un puro volatile, per non soccombere al cemento di vie cariche di malessere ed emarginazione sociale, e perché non in grado di garantire una sistemazione, facendo pensare a quei massi che si sbriciolano da cime impervie.
Il cammino si allunga usurando la mente, e intanto il palato si accende con pretese amorevoli, a seconda degli stati d’animo della poetessa, passiva al vuoto di un cuore sovrano, nell’attesa che la sua metà faccia pace con se stessa; destinata alla solitudine di un approdo sconvolto dalle correnti d’aria, per speranze da imbarcare brillantemente, non tralasciabili assolutamente, seppur il lavoro di una vita decade e non resta che procacciarsi dei terribili battiti in petto.
Ci si sporca personalmente e oggettivamente di similitudine, con figure che si riflettono nei loro percorsi, anche mentali, dati degli esserini svolazzanti, che chiedono di entrare dalla finestra… in effetti la Terra non può fare altro che riprodurre illusioni per una po-etica che, in questo caso, scaccia le malattie con l’umana sensibilità.
I flash di Anna sono di un’autorevolezza rasserenante, dati di fatto e cambi di apparenza a ricreare una brevità di tempo che sfugge quando svaniamo nell’atto compiuto, per aderire alle scorribande dell’immensità; pensando a pelle, di animare piano zone del mondo da riscoprire al decadere del giorno magari, col patimento da ridimensionare amando l’ambiente che ti circonda senza preoccuparsi delle aspettative, per concentrarsi sui minimi dettagli di un’umanità non sempre pari alla volontà di espandersi, al margine della propria composizione.
Grazie ad Anna persistono segni di un movimento minuscolo, e non importa se in avanti o all’indietro, perché la sostanza del tempo si materializza ugualmente; e la si pensa addirittura, in modo nient’affatto avventato, bensì con un talento poetico che “va” persino aldilà della capacità artistica ricavata studiando nello specifico.
Tornando ai versi, lo scopo che si racchiude in codesti, che dimora nella pelle della Guglielmana, consiste proprio nel colore da prendere tranquillamente, senza strafare; a fronte dell’interesse terreno, che “va” comunque delicatamente analizzato, scrutando la gente senza nascondersi dietro a un dito, senza smettere d’essere all’altezza dei doni della natura.
Sensoriale, a tratti aggressiva quando l’immaginario le si ripercuote in tutta scioltezza, per il benestare della Venturini, carico di significati ricreativi, in ogni sua istantanea che sembra fissare l’oltre su di un’originale e decisa varietà di figure.
L’opera, poetica nel complesso, è di una spontaneità a cui si deve credere meticolosamente, di evidente stampo, scaturita dall’educazione all’arte, alla sorpresa da ridefinire viaggiando e persuadendo; per quell’idea di contare qualcosa, ostacolata da noi stessi tutt’a un tratto, specie senza badare all’incisività delle malinconie."
(immagini delle autrici by Pierino Sacchi)

Vincenzo Calò