mercoledì 22 marzo 2017

Le rose della notte - III, 5

Parte III: Il canto della mosca



5.

Marcello teneva il capo chino, incrociando le braccia sul petto. Con quei jeans, la giacca a vento e i ricci castano scuro non nascosti dalla parrucca, era impossibile ricollegarlo alla scintillante Greta Sgarbo. Diana osservò divertita quell’originale – o quell’alter ego? – ombreggiato dal porticato.
            Erano nel cosiddetto Cortile delle Magnolie, uno dei chiostri dell’università pavese. Gli alberi eponimi li guardavano a distanza, lucidi e scuri come il silenzio. Accanto a loro, Ugo Foscolo dormiva nell’effigie di marmo, sul sarcofago che gli aveva scolpito Zulimo Rossellini, per la tomba in Santa Croce a Firenze – prima che fosse inspiegabilmente rifiutato. 

            «Sei molto preoccupata per la tua relazione con Margherita, allora?» riprese delicatamente il ragazzo, alla fine.
L’amica deglutì e distolse lo sguardo. «Mmh… Non è che ci siano veri e propri segnali di attrito… Ma disattenzione, sì. Forse, è questo il peggio».
            Marcello la fissò coi grandi occhi grigi: «Disattenzione… a cosa?»
Le dita di Diana tormentarono la catena appesa ai suoi jeans. «A me. A me… quale io sono davanti ai suoi occhi. Sembra persa in un sogno».
L’amico corrugò leggermente la fronte: «Non è… un calo di passione?»
            L’altra sorrise amaramente, fra sé: «Credo che Margherita non voglia me, ma la conoscenza di me. È diverso».
            Marcello rimase a chiedersi cosa volesse dire, mentre Diana – con la punta di un anfibio – tracciava archi invisibili a terra.
«Sono stati i mesi dei cambiamenti inspiegabili, questi…» osservò poi il ragazzo, tra il malinconico e l’ironico. «A marzo, Guido mi ha telefonato, una mattina… apposta per dirmi che non voleva più fare la drag queen».
            Diana rialzò lo sguardo: «Come? Niente più Rita Gayworth?»
«Eh, sì…» sospirò Marcello. «Mi ha detto che… cominciava a trovare quel personaggio troppo invadente. Nel senso che gli stava invadendo la vita… stava diventando più lui di lui, ecco…» Scrollò le spalle, davanti a quegli arzigogoli filosofici che gli erano usciti.
            «Beh, io ho almeno un motivo di essere contenta» sogghignò Diana. «Mi pareva che Rita Gayworth piacesse un po’ troppo a Margherita». Rise.
«Meglio che non lo dica al povero Guido» rispose Marcello, scherzando a propria volta.

[Continua]


sabato 18 marzo 2017

Giustizia e perdono

L’Associazione Culturale Chirone di Manerbio ha dedicato tre incontri a termini tanto abusati quanto centrali per la civiltà: “Giustizia e perdono”.
Il 19 febbraio 2017, nell’Aula Magna del “B. Pascal”, ha avuto luogo “Un perdono storico. La strada della riconciliazione”. Il pubblico ha incontrato Agnese Moro (figlia di Aldo Moro), Maria Grazia Grena (ex-brigatista), Manlio Milani (sopravvissuto alla strage di Piazza Loggia) e Anna Cattaneo (Ufficio Giustizia Riparativa di Bergamo). Hanno raccontato la propria esperienza del “gruppo di riconciliazione”: il bisogno di liberarsi dal dolore (A. Moro), la rinuncia alla convinzione di aver intrapreso la lotta armata in nome di una verità assoluta e al rancore lasciato dalla violenza di Stato (M.G. Grena); il desiderio di capire come una cultura politica abbia potuto generare la lotta armata (M. Milani). Il ruolo della Cattaneo e degli altri “soggetti terzi” era quello di rompere l’ “effetto specchio”: l’arroccarsi nei propri ruoli e sulle proprie ragioni. 


            Il 23 febbraio, al Teatro Civico “M. Bortolozzi”, è stata la volta di: “Il perdono nel carcere e nella società italiana”. Hanno parlato Silvia Guarneri, avvocato delle vittime della strage di Piazza Loggia, e il prof. Carlo Alberto Romano, docente di Criminologia all’Università degli studi di Brescia, nonché presidente dell’Associazione Carcere e Territorio. “Perdono” non è un termine giuridico. L’avv. Guarneri ha però illustrato una serie di modi in cui una pena può essere rimessa. L’amnistia e l’indulto sono “interventi dall’alto” che la rendono non esecutiva, per svuotare le carceri. La sospensione condizionale si applica a reati lievi. La prescrizione è legata all’interesse sociale e alla necessità di non prolungare il calvario di vittime e falsi colpevoli. L’avv. Guarneri si è concentrata sull’utilità educativa e sociale di una pena. Essa viene spesso persa di vista sia dal sistema sanzionatorio che dalla cittadinanza, incline a disinteressarsi delle carceri o a pensare che servano solo per “far soffrire”. Il prof. Romano ha sottolineato che i reati si generano all’interno della comunità e che proprio per questo essa dovrebbe essere più coinvolta nella gestione delle loro conseguenze. 

            Il finale si è tenuto il 5 marzo, nell’Aula Paolo VI dell’Oratorio “S. Filippo Neri”: “La giustizia di Dio e la giustizia degli uomini”. Il relatore era il prof. Luciano Eusebi, docente di Diritto Penale all’Università Cattolica del Sacro Cuore. Ha cominciato considerando l’immagine associata alla giustizia nel mondo occidentale: la bilancia. Essa è un simbolo della “legge del taglione”. Ma, nell’era delle armi di distruzione di massa, quest’idea - ha sostenuto Eusebi - potrebbe condurre all’autodistruzione del genere umano. Ha così recuperato un’idea di “giustizia divina” quale traspare già nell’Antico Testamento. Nella Genesi, essa è evidente nei casi di Adamo ed Eva e di Caino e Abele, archetipi del genere umano. La perdita del paradiso terrestre non è un castigo - ha affermato Eusebi - ma la condizione di una vita insensata, dovuta al rifiuto dell’etica. Caino, istituendo la legge dell’eliminazione dell’indesiderato, si rende conto di aver messo anche se stesso in una posizione di insicurezza. Dio, anziché punire, restituisce strade verso la felicità. Adamo ed Eva ricevono tuniche di pelli, a copertura del loro fallimento esistenziale; a Caino viene garantita una protezione. Anche il sacrificio di Cristo - ha sostenuto Eusebi - non è un “ripagamento delle colpe dell’umanità”, ma l’interruzione della catena delle ritorsioni. Rinunciare alla giustizia-bilancia è - per Eusebi - l’unico modo per far sì che duemila anni di Cristianesimo non si rivelino un fallimento.


Paese Mio Manerbio, N. 119 (aprile 2017), p. 14.

Un Carnevale da ricordare, tra passato e futuro

Quello del 2017, per Manerbio, sarà un Carnevale da ricordare. Il 18 febbraio, il palazzo comunale è tornato al 1717, con una “Serata in pompa magna”. In piazza C. Battisti, quella sera, sono giunti in calesse i conti Luzzago (alias compagnia “Le Muse dell’Onirico”): Trivulzio Vero Omo de ‘na Volta, detto il Ciurda, e la consorte, Clitolde Filippona d’Aragosta in Luzzago. Con loro, c’erano i figli: Atlante Can de Caio e Gazza Ferrea Menta; poi, la nuora Sgomenta Tirella, vedova de la Motella in Luzzago, la sorella della contessa (Annetta Brocola Lusarda D’Aragosta) e una dama di compagnia: Turtella Ciara Ripiena da Crevalcore. I conti hanno assistito al Palio delle Bestiazze: gara di corsa fra squadre travestite da animali. Tra i figuranti, c’erano anche i giovanotti venuti dalla Guinea per richiedere asilo politico, che hanno ringraziato i manerbiesi con una poesia. Di poeta era presente anche il RimAttore, Pier Paolo Pederzini da Crevalcore (BO): un improvvisatore di rime. 

Nel portico del municipio, erano state allestite una locanda e una pasticceria, per una cena proposta dagli Alpini e dall’oratorio. Qui, si è consumata la “Luzzagonovela”: la locandiera (“donna” di dubbia avvenenza) ha presentato Eneo Tiralo Quinto de la Putanesca, figlio d’un suo peccato di gioventù col conte. Il vecchio Trivulzio ha lasciato a lui tutta l’eredità… di debiti.
Dopo un minuetto e alcuni versi burleschi del veneziano Giorgio Baffo (1694-1768), è arrivata la seconda puntata: il RimAttore/usuraio ha requisito e messo in palio alla lotteria un loro prezioso anello (opera di Gianmaria Donini). La serata si è conclusa con l’elezione del primo Re Zuccone (l’uomo con la testa più grande). La sua corona, sempre realizzata dal Donini, rimarrà di proprietà del Comune. Sono stati presenti anche un coro e la musica settecentesca dal vivo.
            Il 25 febbraio, è stata la volta del “Carneàl MemoRABIL”, al Teatro Civico: “Chèi dè Manèrbe” e il rapper dialettale Dellino Farmer hanno festeggiato ricordando il poeta locale Memo Bortolozzi (1936-2010). Il Ciambellone di Corte, alias Nicola Bonini, ha presentato la serata. I classici di Dellino (“Fés”, “Oflàga”, “No pago pirlo”, “Sènsa vi”, “P.O.T.A.” e altri) si sono sposati bene coi componimenti del Memo: “L’osèl ferìt” (doppio senso nato dalla cattura di un uccellino in chiesa); “El capo” (lite fra le parti del corpo per la supremazia); “Al vestàre” (ovvero, come essere di peso ai genitori quando li si aiuta). Sono stati riproposti sketch sempreverdi: “Zènt che pómpa”, dimostrazione della potenza dei pettegolezzi; “Cliènt sènsa memória” (un tale entra in un negozio di vestiti, ma non ricorda cosa gli occorra…); il “bilancio sessuale” di due coniugi; un accenno a “I promiscui sposi” (parodia del capolavoro manzoniano). Sul palco, sono saliti anche i Cantùr dè Örölaècia, coi Menaguajos: musici messicani propensi alla… scaramanzia?
Dellino Farmer, in veste di sindaco, ha elogiato l’operosità dei bresciani e ha incoronato l’imperituro Ambrognàga re del Carnevale. La novità dell’anno era sua moglie: Madàma Galèta.
           
“Chèi dè Manèrbe” e la corte del Re Albicocca si sono ritrovati il giorno dopo in piazza C. Battisti, per la “Rivolta degli Ortaggi”. Frutta e verdura d’ogni forma e dimensione ha accolto i bambini mascherati, per scortarli all’oratorio e assistere alla premiazione del gruppo e della maschera più belli. I vincitori sono stati grappoli d’uva viventi e una leonessa col suo leoncino. L’AVIS rifocillava i presenti.
            Il pomeriggio del 28 febbraio, in luogo della festa all’oratorio “S. Filippo Neri”, è stata offerta ai bambini una proiezione di “Matilda 6 mitica”. Un cambio di programma, a causa della pioggia. Del resto, a Carnevale ogni scherzo vale. Anche per il tempo atmosferico.


Pubblicato su Paese Mio Manerbio, N. 118 (marzo 2017), p. 9.

Roghi e punizioni

È stato un argomento decisamente fiammeggiante quello che la Libera Università di Manerbio (LUM) ha trattato il 9 febbraio 2017, al Teatro Civico “M. Bortolozzi”: “Roghi e punizioni”. Il relatore era il prof. Daniele Montanari, docente presso la facoltà di Scienze della Formazione dell’Università Cattolica del Sacro Cuore di Brescia. 

            La “caccia alle streghe” si è svolta fra la metà del ‘400 e la metà del ‘700. “Strega” e “stregoneria” sono erroneamente associati alla magia, ovvero all’uso di poteri d’origine sconosciuta per operare mali (“magia nera”) o beni (“magia bianca”). Forme di magia, sia “alta” (erudita) che “bassa” (di origine popolare e pratica) sono state praticate normalmente in Europa per secoli. Di “stregoneria” si parla laddove si ritiene che l’officiante abbia stretto un “patto col diavolo”. I presunti streghe e stregoni erano accusati di riunirsi in “Sabba”, orge col demonio comprensive di cannibalismo e infanticidio. Ma (ovviamente) non esistevano testimoni oculari. L’inquisitore spagnolo Alonso de Salazar y Frías, nel 1610, affermò: «Questa stregoneria è solo una chimera» (da cui il titolo del romanzo di Sebastiano Vassalli, “La chimera”, 1990).
            Stabilire il numero delle “streghe” è arduo. Ci si può basare su atti di processi relativi a francobolli di territorio. La maggior parte delle attestazioni viene dall’attuale Germania. Si può affermare che, all’inizio del ‘500, gli europei colti credevano che le streghe rendessero omaggio al diavolo, ricevendone in cambio poteri straordinari e un marchio sulla pelle. La “caccia alle streghe”, insomma, è stato «un fenomeno alto-culturale che processava il basso» (Montanari). Nel 1487, i domenicani tedeschi J. Sprenger e H. Kramer pubblicarono il “Malleus Maleficarum” (= “Martello delle streghe”), sorta di manuale per combatterle. La bolla “Summis desiderantes” di Innocenzo VIII (1484) incoraggiava proprio l’attività inquisitoria dei due. Il mezzo della stampa diffuse esponenzialmente il “Malleus”. Alla caccia contribuì anche un cambio di procedura penale. Il Medioevo aveva conosciuto il sistema accusatorio: il danneggiato sosteneva personalmente l’accusa. La crociata contro i Catari (1209-1229) rese insufficiente la procedura, dato che era impossibile riconoscere i Catari dal resto della popolazione sulla base di una semplice denuncia. Fu così adottato il sistema inquisitorio: il giudice avrebbe personalmente indagato e raccolto le prove. Avrebbe poi tenuto un interrogatorio segreto col reo e i testimoni, di cui le deposizioni sarebbero state registrate per iscritto. Anche la tortura aveva posto nella procedura, come metodo per estorcere notizie. Oltre ai tribunali ecclesiastici, furono coinvolti tribunali laici. La condanna era quasi sempre a morte, preferibilmente per rogo. 

            Le denunce venivano spesso da ambiti rurali. Qui, la cucina, la medicina e l’ostetricia spettavano alle donne. Erano dunque le prime indiziate, nei frequenti casi di morte di un malato o di un bambino. Giocava un ruolo anche il terrore per le cattive annate, o per le epidemie. Le “streghe”, oltre che cuoche, guaritrici e levatrici “sospette”, erano donne senza marito (quindi “soggette a tentazioni”) o di cattivo carattere. La tortura portava a false confessioni e accuse, facendo così moltiplicare a dismisura le caccie. Dopo il picco tra ‘500 e ‘600, il fenomeno entrò in declino. Le riforme giudiziarie settecentesche, la mentalità scientifica, l’attenuarsi dei conflitti fra cattolici e protestanti, la riduzione di povertà e pestilenze fecero dissolvere gradualmente la chimera.


Pubblicato su Paese Mio Manerbio, N. 118 (marzo 2017), p. 6.

Maria Callas, la gemma infranta

Il 23 febbraio 2017, al Teatro Civico “M. Bortolozzi”, è tornato il prof. Fabio Larovere dell’associazione culturale “Cieli Vibranti”. Il suo uditorio, ancora una volta, era quello della Libera Università di Manerbio e l’argomento era sempre operistico: “Maria Callas”, in omaggio al 40° anniversario della sua morte. 

            Maria Callas (1923-1977) è l’abbreviazione di Anna Maria Sofia Cecilia Kalogeropoulou. Nacque a New York da genitori greci. La madre avrebbe desiderato un figlio maschio; Maria porterà per tutta l’infanzia il peso d’essere stata indesiderata. Perlomeno, fu della madre l’idea di avviare Maria al canto. La sua voce era straordinariamente espressiva e difficile da governare. Qualcuno la paragonò a un quadro cubista - ha affermato Larovere. L’aver cantato per gli occupanti nazisti ad Atene (per bisogni economici) causò l’isolamento della Callas nel dopoguerra e il suo tentativo di cercare fortuna altrove. A Verona, conobbe il direttore d’orchestra Tullio Serafin, che le propose il debutto all’Arena nella “Gioconda” di Amilcare Ponchielli. Nella stessa città, incontrò l’industriale Giovanni Battista Meneghini: nonostante questi avesse l’età del padre di lei, nacque una storia d’amore coronata dal matrimonio (1949). Il marito si assunse il ruolo di finanziatore e agente della cantante. Giovane, ma pigra e goffa, la Callas fu conquistata dalla figura di Audrey Hepburn e la prese a modello estetico. Tra il 1953 e il 1954, avvennero il suo straordinario dimagrimento e il raffinamento della sua immagine.
            Fra i suoi, il più celebre è quello della “Norma” di Vincenzo Bellini, sintesi di Neoclassicismo e Romanticismo. La Callas si trovava perfettamente a proprio agio nei panni della sacerdotessa divisa fra dovere e amore, così come in tutti i ruoli di donne lacerate e passionali. Con lei lavorò il regista Luchino Visconti. Lui comprese quell’istinto teatrale che era il valore aggiunto delle interpretazioni della Callas. La diresse ne “La Traviata” di Giuseppe Verdi e “La sonnambula” di Vincenzo Bellini. Altri ruoli eccellenti della cantante furono: la “Medea” di Luigi Cherubini (in cui era evidente il magnetismo esercitato dalla figura di lei, soprattutto attraverso gli occhi), la “Lucia di Lammermoor” e l’ “Anna Bolena” di Gaetano Donizetti. La Callas non amò mai, invece, il personaggio della “Tosca” di Giacomo Puccini, che riteneva un’isterica gelosa.
            Il fascino della diva ebbe ragione di Elsa Maxwell, influente giornalista di gossip che aveva sempre favorito la sua rivale, il soprano Renata Tebaldi. Non poté però salvarla dalla storia fatale con Aristotele Onassis. Quella sorta di “adolescenza di ritorno” fu forse una causa del deterioramento della voce del soprano. Onassis abbandonò Maria per sposare la vedova Kennedy, salvo continuare la relazione in segreto. 
Nel 1969, la magnetica presenza attoriale della Callas fu colta da Pier Paolo Pasolini, del cui film “Medea” lei fu l’attrice protagonista. Il rapporto fu anche sentimentale, forse perché il regista aveva compreso la sofferenza della donna. La tournée nei primi anni ‘70 con il tenore Giuseppe Di Stefano, parimenti dovuta a un legame amoroso, diede risultati desolanti a livello musicale, per quanto avesse un grande seguito di pubblico. La Callas trascorse gli ultimi anni di vita in isolamento, a Parigi. Fu cremata al cimitero di Père Lachaise. Le sue ceneri, sottratte e poi recuperate, furono sparse al largo del Mar Egeo. La definizione forse più giusta della sua personalità è quella trovata proprio da Pasolini: una gemma frantumata in mille pezzi per essere ricomposta in un materiale più solido, quello della poesia.

Caro, "vecchio" San Faustino

Altri festeggino pure San Valentino. A Manerbio, la vera festa è il giorno dopo il 14 febbraio, ovvero la memoria dei santi Faustino e Giovita, patroni dei bresciani. La chiesa intitolata a loro, secondo mons. Paolo Guerrini, era originariamente l’antico ospedale della pieve manerbiese, ricompreso all’inizio del IX sec. nella dotazione fondiaria del monastero fondato a Brescia dal vescovo Ramperto presso la basilica di S. Faustino (“Manerbio, la pieve e il Comune”, Brescia 1936, p. 123). Non a caso, la chiesetta è posta in luogo periferico, lungo quello che fu il percorso di coloni vescovili e viandanti: qui, potevano trovare ospitalità. La sua presenza è anche un segno di identità del quartiere Breda, i cui residenti, alla fine del ‘500, preferivano avere un loro luogo di culto, invece che recarsi più lontano, alla chiesa parrocchiale. 
            Dei santi Faustino e Giovita non si sa molto, al di fuori dell’alone di leggenda che li circonda. Fratello e sorella, sarebbero vissuti all’epoca dell’imperatore Adriano (76-138 d.C.) e morti martiri. Sono rappresentati in modo quasi identico, in abiti di diaconi o di soldati. Curioso è il fatto che la metà di febbraio, anticamente, fosse il periodo dei Lupercali: festa della fecondità dedicata al dio Lupercus e alla compagna Luperca, ma anche ai gemelli Romolo e Remo: forse soppiantati dai “gemelli” cristiani? 
Dellino Farmer
            Fatto sta che, a Manerbio, da secoli non si rinuncia a festeggiare il 15 febbraio con la tradizionale fiera. La tarda mattinata e il primo pomeriggio sono stati dedicati all’aspetto religioso, con tanto di Messa solenne officiata dal novello sacerdote don Alessandro Savio. Il pomeriggio, due bancarelle, una di giocattoli e una di dolci, hanno ricordato il vecchio ruolo commerciale delle feste paesane. Il Vespa Club ha contribuito con leccornie nostrane: cotechino, trippa, croste di formaggio abbrustolite, uova sode, torta “sbrisolona”. Ma la ghiottoneria più ambita sono stati, come sempre, i “móndoi”: una particolare qualità di castagne, essiccate e cotte in un brodo aromatico dalla ricetta segreta. I volontari hanno organizzato anche la consueta pesca. Il momento più atteso, però, era l’albero della cuccagna. Da momento di sogno e sfida per contadini poveri, è divenuto uno sport. A Manerbio, si sono sfidate, come al solito, squadre amatoriali. Hanno vinto le Gatte Randagie, ragazze di Isorella e Visano, seguite dai Fara One: squadra maschile proveniente da Fara Olivana (BG), come suggerisce il gioco di parole, e che ama condividere salami e salsicce vinti in un banchetto con la Cooperativa di Bessimo. La gara è stata seguita da una dimostrazione dei Grassi Ostinati, squadra di professionisti: per la gioia degli astanti, hanno riversato a terra i sacchetti di caramelle che pendevano dal palo. Il loro nome è un riferimento al grasso che unge ogni vero albero della cuccagna e alla costanza dei loro allenamenti.
            Sul posto era presente anche Dellino Farmer, il rapper dialettale innamorato delle campagne bresciane: accompagnato da un cameraman, ha documentato l’edizione 2017 della sagra. Il suo impegno gli è costato la possibilità di assaggiare i prelibati “móndoi”, andati a ruba prima della fine del servizio. Un motivo in più per ripetere la festa l’anno prossimo.



Pubblicato su Paese Mio Manerbio, N. 118 (marzo 2017), p. 4.

Aladino e il Genio della Lampada

La stagione degli spettacoli per bambini, al Teatro Civico “M. Bortolozzi”, sta volgendo al termine. Il penultimo titolo è stato inscenato il 12 febbraio 2017. Come sempre, sul palco sono saliti gli attori della compagnia “IL NODO Teatro”: Sabrina Danesci, Danilo Furnari, Fiorenzo Savoldi e Fabio Tosato. La regia era di Raffaello Malesci. La storia, stavolta, era “Aladino e il Genio della Lampada”, un’intramontabile novella tratta dalle “Mille e una notte”. 


            Aladino è figlio di un povero sarto, vedovo e avanti negli anni. Questi vorrebbe trasmettere al ragazzo il mestiere di famiglia, ma il monello non ne ha alcuna voglia. Preferisce giocare per strada con i coetanei e sognare di diventare principe… ma anche quello gli sembra troppo faticoso. Per caso, un ricco mercante si presenta come fratello della sua defunta madre. Non ha prove concrete della parentela… ma ha “argomenti di peso”. Peso d’oro, per l’esattezza. Abbagliato dai doni del “cognato”, il sarto gli affida Aladino. Pare che lo “zio” gli abbia finalmente trovato una professione gradita: quella di mercante. Ma, prima di aprirgli una bottega, invita il ragazzo ad accompagnarlo in una lunga passeggiata fuori città. Perché lo “zio” è un mago malvagio che vuole impadronirsi di una lampada eccezionale, custodita in una caverna sotto un monte: solo il ragazzino può penetrarvi. Aladino, però, rifiuta di consegnargli la lampada e il mago lo abbandona nella caverna. Qui, lo sventurato fa una scoperta: la lucerna (simbolo della luce della conoscenza?) contiene un genio, uno spirito capace di compiere prodigi ai suoi ordini. È un facile riscatto dalla miseria, per Aladino e suo padre.
E anche un mezzo per ottenere la mano della principessa, la figlia del sultano. Non che occorra arrivare al suo cuore: la ragazza ha adocchiato il giovinetto fin da subito. Ma il suo status sociale richiede un marito facoltosissimo: lei non rinuncerebbe mai ai molti agi in cui è cresciuta. Il genio pensa dunque ai doni nuziali (gioielli favolosi e un palazzo) e il fidanzamento è concordato. Ma il mago non rinuncerà alla lampada tanto facilmente. Tenta di farsela consegnare dalla principessa, con la scusa di sostituirla con una nuova e splendente (lei non conosce l’eccezionalità dell’oggetto). Ma il trucco non funziona. Per di più, il genio riconosce il mago: è colui che l’ha imprigionato nella lampada, tanto tempo prima. Tempo sufficiente a fortificare le capacità del genio. Lo spirito e lo stregone si sfidano così a colpi di incantesimi. Il mago viene sconfitto e dovrà provare a propria volta la prigionia nella lucerna. Il genio ha ottenuto la libertà; ma non potrà più soddisfare i desideri di Aladino. La giovane coppia dovrà imparare a camminare sulle proprie gambe. I doni precedenti del genio e le ricchezze della principessa sono un buon punto d’inizio; ma toccherà ad Aladino dimostrarsi adulto e farli fruttare. Una storia sul potere dell’intelligenza intraprendente e sulla sua perversione, la perfidia.

martedì 14 marzo 2017

Le rose della notte - III, 4

Parte III: Il canto della mosca



4.

Il cellulare di Margherita squillò. Lei abbandonò le dispense sulla scrivania e rispose.
            «Ciao… Sono Chiara!» 

«L’ho visto sul display» le sorrise l’altra, di rimando. «Dimmi».
«Ti chiamo da parte del S.O.P.A.» riprese Chiara, alias Lobelia DeMona. La sua voce sottintendeva uno sfizioso mistero. «Tu scrivi ancora per il mensile universitario, vero?»
«Certo!»
«Bene… Allora, la mattina dell’11 novembre, passa in Piazza della Vittoria, con macchina fotografica e taccuino… perché ci sarà qualcosa d’interessante.»
            Automaticamente, Margherita cercò con gli occhi l’armamentario da giornalista, abbandonato su una sedia, nella cameretta di collegio. «Ricevuto!» ammiccò al cellulare. Salutò Chiara e si rimise alla scrivania. Una fossetta di piacevole aspettativa le pizzicava la guancia.


[Continua]

Pubblicato sul quotidiano on line Uqbar Love (14 marzo 2017).

sabato 11 marzo 2017

Elogio della Follia

“Spesso sento delle voci. Mi rendo conto che, ammettendolo, finisco nel novero dei pazzi, ma non me ne importa più di tanto. Se si crede, come ci credo io, che la mente voglia guarire se stessa, e che la psiche cerchi la coerenza e non la disintegrazione, non è difficile concludere che la mente produrrà quello che serve per raggiungere il suo scopo. 

            Si presume che chi sente le voci compia azioni efferate; le sentono gli assassini e gli psicopatici, e anche i fanatici religiosi e i kamikaze. Ma in passato le voci erano un dono e un privilegio. I visionari e i profeti, lo sciamano e la guaritrice. E, naturalmente, i poeti. Sentire le voci può essere una cosa buona.
Impazzire è l’inizio di un processo. Non dovrebbe esserne il risultato finale.
            Lo psichiatra Ronnie Laing, il guru che negli anni Sessanta e Settanta fece diventare di moda la follia, la considerava un processo che può portare da qualche parte. Quasi sempre, però, la follia è talmente terribile per chi la sperimenta, o per chi ne è spettatore, che l’unica soluzione sono i farmaci o una clinica.
            E il nostro parametro per la follia è in continuo mutamento. Con ogni probabilità, la tolleriamo meno ora di quanto l’abbiamo tollerata in qualsiasi altro periodo storico. Non le diamo spazio. E, fondamentalmente, non le diamo tempo.
            Impazzire richiede tempo. Rinsavire richiede tempo.”

JEANETTE WINTERSON


Da: Perché essere felice quando puoi essere normale?, Milano 2012, Mondadori, pp. 155-156. [Traduzione di Chiara Spallino Rocca].

giovedì 9 marzo 2017

Ansia a 45 giri

Io sono una persona ansiosa, circondata da persone ansiose. Ergo, affrontare la questione “ansia” nei rapporti umani è per me come ascoltare il caro, vecchio “45 giri…” 


LATO A

L’insorgere dell’ansia dipende, in larghissima parte, dal proprio carattere. Darne interamente agli altri la colpa, quindi, è scorretto. Bastano cose innocentissime, come accennare a un progetto concreto per il futuro, a scatenare una crisi in siffatte persone. O una corriera da prendere il giorno dopo. O un paio di mutande da cambiare. O una notte fuori casa. Praticamente, per “non far venire l’ansia” a certuni, bisognerebbe evitare di parlar loro della vita. O non vivere affatto.

LATO B

Però, è vero anche che i nostri periodi di fragilità, esaurimento e - appunto - ansia trovano raramente vera comprensione e vero rispetto. Anzi: coloro che ci circondano - in buona fede! - fanno spesso di tutto per peggiorar le nostre condizioni. Quando stiamo male, i nostri dintorni pullulano di maestrini di vita che credono di conoscere il nostro bene meglio di noi, che fanno di tutto per voltarci il cervello (per il nostro bene, certo. E UN PO’ anche per il loro). Gente a cui abbiamo lavato i piedi e pulito il sedere tutte le volte che ne aveva l’esigenza risalta fuori a darsi arie di “forte e saggio”. E, quasi quasi, ci dà pure dei “vittimisti”. I problemi degli altri sono sempre “vittimismo”. Per non esplodere, o per recuperare un minimo di autostima e autonomia di giudizio, non resta che allontanarsi da costoro. Naturalmente, recando lo stigma di “ingrati” o “vigliacchi”. Perché loro sono intervenuti per il nostro bene.


Che dire? Fortunae rota volvitur, come cantano i Carmina Burana. E così pure il “45 giri” dell’ansia, che va ascoltato su entrambi i lati, se se ne vogliono comprendere i contenuti. Da parte mia, massima solidarietà sia a chi sopporta l’ansia altrui, sia a chi ne soffre in prima persona. Gli unici che non potrò mai scusare sono le tante “coscienze di Zeno” che si crogiolano nella propria fragilità, senza vedere o rispettare quella degli altri. Che si prendono un braccio laddove è stato offerto un dito e non sono ancora sazi. Che ti accusano dei loro difetti e ti fanno patire i loro mali. Che giocano a sfruttarti per sentirsi più forti. Che cercano di guastare ogni tua gioia o successo, per invidia.
            O chi non sa rispettare il male di vivere, perché non ne ha mai sofferto o non lo vuol vedere.

Buon ascolto!

mercoledì 8 marzo 2017

Vincenzo Calò intervista Erica Gazzoldi

"Erica Gazzoldi è nata a Manerbio (Brescia) l’8 settembre 1989; ha conseguito la maturità scientifica all'istituto Blaise Pascal del suddetto paese. È stata allieva dell’Università degli studi di Pavia, del collegio S. Caterina da Siena e della Scuola Superiore IUSS. Il 7 dicembre 2011 ha conseguito la laurea triennale in Antichità classiche e orientali, con una tesi dal titolo Hellenism and the Seleucids in the Book of Daniel. Il 18 febbraio 2014 ha conseguito la laurea magistrale in Filologia, letterature e storia dell’antichità, con una tesi dal titolo The Additions to the Book of Esther: Historical Background. Si è diplomata in Scienze Umane presso la Scuola Superiore IUSS (Pavia) il 6 maggio 2014, con una tesi dal titolo Gorgia da Leontini e l’Encomio di Elena: la questione della responsabilità morale. Ha collaborato per anni col mensile studentesco Inchiostro e ha curato la rubrica “LeggiLOL” sul sito di UniversigayAttualmente, gestisce il sito del Circolo TBGL "Harvey Milk" di MilanoColtiva la passione della scrittura fin dalla prima adolescenza; si è cimentata con diversi generi: il romanzo, il racconto breve, la lirica, il libretto d’opera. Talvolta, ama creare personalmente le illustrazioni. Gestisce un blog miscellaneo: Il filo di EricaHa al proprio attivo due raccolte poetiche: La tessitrice di parole (Brescia, 2011, Marco Serra Tarantola Editore) e La biblioteca di Belisa (Villasanta 2015, Limina Mentis). Collabora con il mensile Paese Mio Manerbio, con il quotidiano on line Uqbar Love e con il sito di cultura CaffebookHa un profilo su BlastingNewssito di giornalismo partecipativo.
Benvenuta Erica. Dì un po’, per te quando diventa seria “la cosa”, una volta arrivati al culmine di un disastro?
La “cosa” diventa seria quando ci si rende conto di non essere in grado di evitare dolore agli altri come si vorrebbe.
I messaggi s’inviano per ricevere per forza una risposta?
Non sempre. A volte c’è solo il bisogno di scaricare il petto da un peso, o di far sapere a un’altra persona che non ci siamo scordati di lei.
Fare del male agli altri consiste nel dare tutto tranne che se stessi?
Bella domandaCredo che la risposta sia “Sì”. Perlomeno quando i destinatari di ciò che diamo desidererebbero - appunto - nient’altro che noi stessi.
Al momento di un contatto a pelle, riesci ancora a immaginare ben altro a cui pensare?
No, non riesco a trovare altro a cui pensare. È (modestamente) il mio carisma. E anche la mia più grande debolezza.
L’ultima volta che sei tornata indietro, ce la racconti? Sei un’autrice dall’assidua ispirazione?
L’ultima volta che sono tornata indietro? Credo sia stato all’inizio del 2015, quando credevo di essere pronta per andarmene dal mondo e - piuttosto - sono rimasta. La mia ispirazione è assidua, sì. Non riesco a soffrire la noia o a perdere la voglia di creare. Non necessariamente di creare poesia.
Hai mai avuto modo di comporre a quattro o più mani?
No, né lo cerco. Ammetto di vivere la scrittura in modo profondamente individualistico.
Si può imparare a essere famosi?
Io ci sto provando.
Quale scena si ripete quando ti relazioni socialmente?
Io che mi accosto a una persona, saluto e inizio una conversazione su un argomento a caso. Di solito, la conversazione prosegue e diventa amicizia… ma può avvenire anche il viceversa.
Concludi quest’affermazione: mi rifiuto categoricamente di scrivere su…
… Grandi concetti astratti che non significano nulla per me e che rovinano l’umanità più di quanto la aiutino.
… La biblioteca di Belisa (Limina Mentis ed.) 

La Gazzoldi scrolla il desiderio dei veri lettori, di avere tra le mani un’opera letteraria a patto che non sia mai stata consultata; e con l’atmosfera rasserenante, che solo una struttura accogliente, che sappia di un’essenza naturale, può ricostituire… riscaldata da raggi solari che s’infiltrano senz’accecare minimamente, come ad addensare il presupposto per le più intime confidenze.
Ben lungi insomma dall’abbandono, da uno stato d’animo decadente, quello tipico dei posti sovraccarichi di culturale sentore.
In effetti il luogo in dotazione rievoca della germogliante, fitta vegetazione, da inspirare a pieni polmoni, per emozionarsi nelle tenebre identificabili in una persona, dacché capace di ospitare qualsiasi tipo di luce; ignara semmai del proprio destino, di volgere alla fine in balia di una ragione sferzante.
La protagonista si chiama Belisa, è una giovane donna che crede bene di mettere le sue radici in un contesto strutturale che rigenera nient’altro che il Pensiero, e difatti i libri che si rendono preda della sua curiosità danno il là ai vari capitoli di questa raccolta di versi.
Quindi ci possiamo trovare dinanzi a una dedica nei riguardi di un sentimento positivo ma pur sempre immaturo, che non tornerà più in sesto, come anche a dover riflettere sulla bellezza di un’intesa tra donne, che hanno magari modo di comunicare in cuor proprio.
L’autrice si anima con una svolta paradisiaca ma non invasiva, e, carente di un rispettoso altrove come tutti del resto, classicheggia coi messaggi che manda, o drammatizza l’umanità argomentando sul malessere e sull’inesistenza; ma con la vivacità leggendaria di quel fantasmino, Titivillus, che ai tempi del medioevo sgraffignava gli epistolari tralasciati dagli addetti alle pubblicazioni.
La poesia poi si espande, la parola si fa apparentemente straniera, essendo ispirata persino dai meandri di una musica aggressiva, di un entusiasmo che la Gazzoldi ha scoperto da poco, suscitante anch’esso delle impressioni a pelle, che vibrano, che si allargano di-versificando alla fine della silloge; di questa specie di excursus per consacrare nuovamente un intelletto elevato, ma alla portata di chiunque.
“La biblioteca di Belisa” contiene anche certe poesie scritte intingendo le emozioni nella lingua cara per la Gazzoldi, ridestante le sue origini manerbiesi, e cioè bresciane… accompagnate addirittura da disegni notevoli, eh già… in effetti ciascun capitolo si apre con svariate immagini che sembrano riprodursi da sé, opera sempre di Erica.
Particolare la riproposizione, illustrata e a parole, della lirica “La risata”, che brilla di contemporaneità, alla fine di “Titivillus”, e ad appannaggio di una forma sia stilistica che concettuale, alternante l’oscurantismo col sogno, a seguito di un’elaborazione che s’è protratta con passione; come a dover percorrere uno e più sentimenti di conseguenza."
Vincenzo Calò
Dal sito di Roma Capitale Magazine.

Le rose della notte - III, 3

Parte III: Il canto della mosca



3.

Il ragazzo si lasciò alle spalle la notte autunnale ed entrò nel Black Bull Pub. Fissò la saletta, con gli alti sedili in legno e i tavolini già gremiti di compagnie, con birre d’ogni colore. Il televisore ronzava, trasmettendo un programma che lui neppure guardò. Il tizio muscoloso e tatuato dietro il bancone gli gettò un’occhiata e gli indicò la scala per cui doveva scendere.
            Con un cenno del capo, il ragazzo ringraziò e si avviò. Il suo abbigliamento era a dir poco insolito, per quel locale. Sulle spalle aveva un manto con cappuccio, rosso e bordato di giallo. Sulla spalla, era ripiegato un appuntito berretto in feltro – la cosiddetta feluca – tinta di nero e senza alcun pendente, fra gli ammennicoli. Al collo, la figura portava una placca in pasta al sale, raffigurante una spada stilizzata e la sigla “E.O.L.” 

            Sul colore acceso del mantello, spiccavano i suoi capelli dorati, raccolti in una coda di cavallo. Dello stesso colore era la barba, che fasciava appena mento e guance. Negli occhi celesti, era impossibile dire se vi fosse più innocenza o più durezza.
            La bocca, però, era aperta al sorriso. Non avrebbe potuto non esserlo, quella sera.
Finì di scendere e sboccò nella saletta sotterranea. Al tavolo della riunione, erano già pronte le candele. Ci aveva pensato Sim-Sala-Bim, la matricola dell’Erectus Ordo Liutprandi. (*) Non era ancora arrivato nessun altro.
            «Salve, Franziskaner!» lo salutò il fratello, avvicinandosi. Edoardo ricambiò.
Niente chitarra elettrica e niente metal, per quella sera. Come Magister Cantorum del proprio ordine goliardico, avrebbe dettato lui la musica. Niente urla, né duetti segretamente strazianti. Almeno lì.


(*) A Pavia, esiste realmente una tradizione goliardica. Ma questo Ordine è rigorosamente inventato, come gli altri che compaiono nella storia.



[Continua]

Pubblicato sul quotidiano on line Uqbar Love (7 marzo 2017).

mercoledì 1 marzo 2017

Le rose della notte - III, 2

Parte III: Il canto della mosca



2.

Diana, di scatto, allontanò da sé il manuale dalla copertina patinata e si prese la testa fra le mani. Il suo compagno di tavolo – un ragazzo con zazzera ondulata e occhiali cerchiati di celluloide – la guardò, lievemente accigliato, e spostò la propria tazza di cappuccino al latte di soia. Quel moto sembrò riscuotere la ragazza. Verificò rapidamente di non aver rovesciato il mezzo guscio di noce di cocco contenente le bustine di zucchero e che non ci fossero macchie sul piano in legno.
            Il “Sottovento” era pervaso da note di reggae. La Marisa badava ad asciugare alcuni bicchieri. Era pomeriggio e c’era poca clientela – gli studenti del polo S. Tommaso sarebbero arrivati solo di lì a due ore. Quei pochi – come lei – cercavano di studiare qualcosa, magari con le cuffie nelle orecchie. 

Diana guardò il fondo grumoso della tazzina e si domandò se le servisse altro caffè. Ma la sua mancanza di lucidità, forse, non dipendeva nemmeno da quello – più che altro, da un ronzio che non abbandonava il suo encefalo. Si voltò verso lo spazio fra il bancone e l’ingresso. In una teca di vetro, insieme a libri usati da rivendere, l’ottima Marisa aveva posto in mostra il CD appena inciso dai “Pains of Odin”. La copertina mostrava, su sfondo nero, un frassino dalle forme alterate e contorte, con radici di cui non si distingueva l’origine; una lancia rossa colpiva il tronco al cuore. Vi erano comprese canzoni suonate allo “Spaziomusica” – sì, anche Sky on Fire. «Era dedicata a te…» aveva sussurrato Diana a Margherita, allacciata al suo serico corpo, dopo il concerto. L’altra aveva spalancato quei deliziosi occhi castani (trasparenti e quasi dorati, da vicino) e le aveva regalato un sorriso beatifico.
            Ora, la cantante si ritrovava ad attendere, sul cellulare, una chiamata della sua musa, stranamente trasognata, negli ultimi tempi. Il suo volto dalle labbra chiuse, come un bozzolo, pareva sempre sul punto di annunciarle un mutamento – ma impossibile da definire.


[Continua]

Pubblicato sul quotidiano on line Uqbar Love (28 febbraio 2017).