mercoledì 22 febbraio 2017

Potrei parlarti della nebbia amara

Potrei parlarti della nebbia amara
che fra chimere randagie mi spinge
e dirti: «È il vento, il vento che ciangotta».
Così tanto i tuoi occhi si confondono,
quando si figgono nella mia notte.
Eppure, fino a ieri eri la luna
onniveggente e le stelle fissate,
la misura dell’ore e l’almanacco
d’ogni giorno concesso alla speranza.
Dove s’è riversato il mio cielo?
L’etere sembra un catino vüoto,
un cratere che, ebete, boccheggia.
E io sul fondo, prosciugata d’anima,
con la schiena trafitta da una ghiaia
di ricordi presenti come braci.



Compresa in: AA.VV., XXX, Villasanta (MB) 2016, Limina Mentis, p. 35.

Il cielo di nessuno

Se mi fosse dato, o Leuconòe,
di posare sul fiore dei tuoi occhi
baci leggeri come la rugiada,
i mille e cento baci di Catullo
non potrebber saziare la mia sete,
neppur se la lor pioggia fosse piena
come l’umore generoso che apre
ai mortali l’ampio seno del cielo.
Infatti, i tuoi occhi son grani d’uva
oscuri della dolcezza di Bacco;
da loro stillano perle di gioia
che fan rosso di sé il mio cuore cavo.
Lascia cadere una goccia del tuo animo
sui petali schiusi delle mie labbra;
le vedrai fiorire di canti azzurri
come il mar che culla il capo d’Orfeo
fino all’isola sbocciata di lire,
per fare d’essa il cielo di nessuno
dove s’incontran gli echi senza verbo.




Compresa in: AA.VV., XXX, Villasanta (MB) 2016, Limina Mentis, p. 34.

martedì 21 febbraio 2017

Le rose della notte - III, 1

Parte terza: Il canto della mosca



1.

Quella notte di metà ottobre, un sogno aleggiò sulla materia cerebrale di Margherita, come un Incubus insolitamente aereo. Vide membra nel pieno fiorire dei loro muscoli e nervi, tese in una posizione innaturale. Una croce. Ma, anziché essere legata a due legni incrociati, la figura era stretta da steli di rose d’un rosso quasi nero e ritorte come funi. Rivoli di sangue arabescavano lo splendido corpo, michelangiolesco nel suo vigore, ma – inequivocabilmente – di donna. 
    Lo sguardo onirico di Margherita risalì fino al volto, reclinato su una spalla. Labbra nere, fronte e guance rigate di porpora – ma sorridente come una sfinge. Il viso di Diana.
Gli occhi mori, rilucenti nell’estasi dello strazio, si posarono su di lei. La ragazza ne bevve il potere ipnotico, perdendo il senso del proprio peso immaginario. La bocca della tormentata si stava muovendo. Senza alcun suono, Margherita ne comprese le parole.
    È il Filo di Arianna.
Il braccio sinistro di Diana si contrasse, sottolineando la catena di rose che lo stringeva. Istintivamente, l’altra tese una mano per prenderla. Le parve che gli steli attorcigliati si spezzassero sotto le sue dita. In quel sussulto – coperta di sudore freddo, col cuore impazzito – si svegliò.

[Continua]

Pubblicato sul quotidiano on line Uqbar Love (21 febbraio 2017).


La culla dei numeri

Quest’anno, il Comune di Manerbio ha accostato la Giornata della Memoria (27 gennaio) con la Giornata del Ricordo dei morti nelle foibe (10 febbraio). In onore di entrambe, nei portici del municipio, è stata posta un’installazione artistica di Luciano Baiguera e Cristina Brognoli: “La culla dei numeri”. L’iniziativa è stata sostenuta, oltre che dal Comune, dal locale circolo A.N.P.I. “Giuseppe Bassani”. 

            Il 22 gennaio 2017, è avvenuta l’inaugurazione ufficiale. I “numeri” erano quelli che ribattezzavano gli internati nei lager, nonché tutte le vittime spersonalizzate da una strage. La “culla” è stata resa visivamente da un cesto pieno di lana a bioccoli, che ricordava l’agnello, simbolo dell’innocenza. L’installazione era strutturata come una passeggiata fra corpi scarnificati, realizzati in carta per imballaggi da Cristina Brognoli, alla ricerca della crudezza e dell’espressività. Un tappeto di cenere univa i due estremi del percorso: un muro (segno di ostilità), con scritte commemorative e una “spina dorsale interna” che voleva essere il pungiglione della morte; un dipinto con una grande mano che sorreggeva Aylan, il bimbo curdo siriano annegato nelle acque turche, sotto un gigantesco sguardo materno.
Della parte pittorica si è occupato Baiguera, che ha anche pensato a una frase-ponte per accompagnare le due Giornate commemorative: “Un grido è stato udito in Rama, un pianto e un lamento grande; Rachele piange i suoi figli e non vuole essere consolata, perché non sono più.” (Mt 2, 18). Il versetto è una citazione del Libro di Geremia (31, 15) contenuta nel Vangelo secondo Matteo, per commentare la strage degli innocenti. «Perché “fare memoria”? Perché anche oggi non c’è rispetto dell’altro, visto come capro espiatorio» ha illustrato Baiguera.
            Nell’ambito dell’installazione, è stata programmata anche la performance “E la morte non avrà più dominio” (sull’omonima poesia di Dylan Thomas), a cura di Monika Zimova e Jacopo Brognoli.


Pubblicato su Paese Mio Manerbio, N. 117 (febbraio 2017), p. 18.

Cuori in musica

L’ultima conferenza del gennaio 2017 presso la Libera Università di Manerbio è stata dedicata a un argomento di sicuro fascino. Il 26 gennaio 2017, al Teatro Civico “M. Bortolozzi”, il prof. Fabio Larovere dell’associazione culturale “Cieli Vibranti” ha tenuto una lezione dal titolo “Arie… celebri”. Dal patrimonio immenso dell’opera lirica europea, il relatore ha tratto quattro esempi di arie (= brani per canto solista disteso e virtuosistico) rimaste nel cuore degli appassionati.
            Il primo esempio è stata la cabaletta “Quando rapito in estasi”, dall’Atto I, Scena II della “Lucia di Lammermoor” di Gaetano Donizetti (1835; libretto di Salvadore Cammarano). Una cabaletta è un’aria breve e orecchiabile. In questa, la nobildonna scozzese Lucia di Lammermoor canta il proprio amore totalizzante per un signore rivale del fratello. Il libretto è tratto da un romanzo di Walter Scott, “La sposa di Lammermoor” (1819). Esso è una delle letture preferite di Emma, la protagonista di “Madame Bovary” di Gustave Flaubert (1856). Nel cap. XV della Parte II, la signora Bovary sta proprio assistendo a una rappresentazione della “Lucia di Lammermoor” e si identifica con la sua voglia di fuggire sulle ali dell’amore.
            La seconda eroina proposta da Larovere è la celeberrima Violetta, la “Traviata” di Giuseppe Verdi (1853; libretto di Francesco Maria Piave). Come la vicenda della nobile Lucia, essa si ispira a una persona realmente vissuta: la cortigiana Alphonsine Plessis, detta Marie Duplessis, morta giovanissima di tubercolosi. Alexandre Dumas figlio, che l’amò, traspose la loro storia nel romanzo “La signora delle camelie” (1848). “La Traviata” presenta tre ritratti diversi della stessa donna: frivola e mondana all’inizio; compagna fedele e sobria nel secondo atto; pronta al sacrificio nel terzo. Per non rovinare la reputazione della sorella di Alfredo, suo amante, ha infatti accettato di rompere la relazione e morire di tisi in solitudine. Larovere ha scelto proprio un’aria dal terzo atto, “Addio, del passato bei sogni ridenti”. Intriso di profonda malinconia, questo brano sottolinea il senso della morte come fine d’ogni cosa e l’empatia di Verdi con la vicenda descritta: anche lui conviveva, non sposato, con la cantante Giuseppina Strepponi, disprezzata dai compaesani per questo. 

            Per terzo, è giunto il ritratto del giovane Werther, personaggio goethiano (1787). Dal romanzo epistolare “I dolori del giovane Werther”, è nata infatti un’opera di Jules Massenet (1892; libretto di Édouard Blau, Paul Milliet e Georges Hartmann). Il passo scelto da Larovere era quello in cui il protagonista dichiara il proprio amore per Ossian: figura di bardo medievale cui furono attribuiti i “Canti di Ossian” (in realtà, un falso preromantico). Essi andavano incontro al gusto corrente nella seconda metà del XVIII secolo: la riscoperta del Medioevo come epoca di fantasia e forti passioni. In particolare, il Werther di Goethe si identifica nel bardo che soffre e si duole d’essersi risvegliato alla cruda realtà. Di questo tratta l’aria “Pourquoi me réveiller”, in cui il personaggio rimprovera al vento di primavera d’averlo strappato al riposo.
            L’ultima parte della conferenza è stata dedicata alla “Cavalleria rusticana” di Pietro Mascagni (1890; libretto di Guido Menasci e Giovanni Targioni-Tozzetti). Essa appartiene al clima del Verismo, che ricercava passioni e caratteri autentici non più in un’epoca passata, ma nelle culture popolari di provincia. Titolo e argomento sono quelli di una novella di Giovanni Verga (1880): in un paesino sul catanese, il giovane Turiddu torna dal servizio militare e trova la fidanzata Lola sposata con un altro. Diventatone l’amante, muore in duello col marito di lei. Per mantenere il “colore locale”, Mascagni apre l’opera con una serenata dialettale: “O Lola ch'hai di latti la cammisa”. Il contenuto dell’aria (e di tutto il melodramma) accontenta lo stereotipo del “Meridione passionale e selvaggio”. D’altronde, la verità del teatro è sempre artificio. E viceversa, magari.


Pubblicato su Paese Mio Manerbio, N. 117 (febbraio 2017), p. 8.

Terra, sale e fuoco

Il 17 gennaio, secondo il calendario cattolico, è il giorno in cui si commemora S. Antonio Abate (Egitto, prima metà del IV sec.). È noto come fondatore del monachesimo, a cui diede inizio ritirandosi a vivere nel deserto, tra preghiera e lavoro. A Manerbio, la parrocchia di S. Lorenzo Martire celebra in questa data la benedizione del sale, del fuoco e delle macchine agricole. Una festività - come si può immaginare - molto sentita, in un’area in cui la terra è una voce importante dell’economia. 
            Il 17 gennaio 2017, dopo la Messa in cui è stato benedetto il sale, i fedeli si sono raccolti in Piazza Bianchi per la seconda parte della cerimonia. Il parroco don Tino Clementi ha benedetto un braciere acceso, per poi aspergere uno ad uno i trattori presenti in loco. Il suo discorso, come sempre, ha ricordato il ruolo degli strumenti di lavoro nella “collaborazione alla Creazione”, nell’ottenimento del “giusto benessere” e nel “progresso della società”.
            «S. Antonio è rappresentato col fuoco, simbolo di amore e di Spirito Santo» ha spiegato don Tino, debitamente intervistato. «Il maiale che lo accompagna è segno della sua amicizia con l’universo. Nel monastero, venivano allevati maiali liberi da recinti. Il lardo curava l’Herpes zoster, il cosiddetto “fuoco di Sant’Antonio”. Il sale è un alimento e può proteggere gli animali dalle malattie. Preserva dalla corruzione ed è simbolo della sapienza». Il volume 1 de I Santi nella Storia (2006, Edizioni San Paolo), a pag. 76, afferma che, nella Germania medievale, ogni villaggio allevava un suino destinato all’ospedale, dove i religiosi prestavano servizio. Le parole di don Tino si riferiscono a quanto avvenne nel IX secolo, con la traslazione delle reliquie di S. Antonio da Costantinopoli alla Motte-Saint-Didier, in Francia. Qui, dove già c’era un monastero benedettino, venne istituita una comunità laica che curasse i malati di ergotismo, un morbo causato da un fungo presente nella segale usata per la panificazione. Il male era conosciuto fin dall’antichità come “ignis sacer”, fuoco sacro. Il bruciore, così come quello dell’Herpes zoster, era lenito dalla cotenna suina. Quella prima comunità laica si trasformò gradualmente nell'Ordine Ospedaliero dei canonici regolari di sant'Agostino di sant'Antonio Abate, o degli “Antoniani”, approvato nel 1095 da papa Urbano II e confermato nel 1218 da una bolla di Onorio III. Un privilegio accordato agli Antoniani fu quello di poter allevare maiali per uso proprio, per le ragioni terapeutiche che abbiam detto.
Una leggenda popolare sarda vuole che Sant’Antonio si recasse all’Inferno per rubarne il fuoco da portare agli uomini: una storia che riecheggia quella di Prometeo e che, forse, è legata al ruolo civilizzatore del primo Padre del deserto.
            Sia come sia, a Manerbio, fra gli agricoltori devoti, nemmeno i pensionati rinunciano a far benedire il proprio trattore. E i festeggiamenti del 17 gennaio si concludono con una cena in compagnia: il modo migliore di godere le benedizioni della terra.


Pubblicato su Paese Mio Manerbio, N. 117 (febbraio 2017), p. 8.

Tre porcellini crescono

La stagione degli spettacoli per bambini, al Teatro Civico “M. Bortolozzi” di Manerbio, è ormai arrivata a metà. Il 22 gennaio 2017, la compagnia “IL NODO Teatro” ha proposto la propria versione de “I tre porcellini”. Il regista, come sempre, era Raffaello Malesci. In scena, sono andati Danilo Furnari, Giorgio Mosca e Fabio Tosato. 

            I tre porcellini sono - come nella fiaba tradizionale - tre fratelli. Il maggiore è quello più pragmatico e anche - diciamolo - più pieno di se stesso. Un altro pensa solo a mangiare e a dormire; il terzo è un ballerino che adora il colore rosa. Sono ormai cresciuti e la loro mamma, in attesa di un’altra cucciolata, li ha invitati senza troppe cerimonie a sistemarsi per conto proprio. Per loro fortuna, il Bosco di Porcellandia è diviso in pratici lotti edificabili, con tanto di indicazioni sul tipo di rape da coltivarvi. Per di più, la radio trasmette indicazioni sul traffico di lupi e porcellini sulle arterie principali e sulle raffiche di vento in arrivo. Già: come da copione, le casette dei suini saranno insidiate dal fiato dei predatori. Questi non saranno uno, ma tre: anch’essi fratelli in cerca della propria strada nella vita. Il loro scontro coi porcellini, come previsto, si rivela un comico confronto fra diverse incapacità. Anche le scuse impiegate dai lupi per farsi aprire l’uscio sono modernamente pietose: la bolletta dell’acqua («Ma qui abbiamo il pozzo!»), la posta («Impossibile! Non ho ancora comunicato il cambio di residenza!»), la polizia («Ma sto facendo i miei esercizi di danza!»).

Come cavarsela? Quando non si sa dove battere il capo, si ricorre alla cultura (“Il Manuale del perfetto lupo”), alla tecnologia (gli asciugacapelli, più potenti dei polmoni) e alla famiglia. Infatti, se non fosse per la solida casa in muratura del porcellino maggiore, i protagonisti non sarebbero sfuggiti ai predatori. Anche se la diffidenza del fratellone, a dire il vero, li ha messi a rischio di restare all’addiaccio… La sua casetta è impenetrabile come una caserma, o come «la sede del CA-GHE-BE» (battuta che non necessita di spiegazioni).
 Quanto ai lupi, nonostante la fraterna collaborazione, dovranno mettere da parte la propria fama di cacciatori e andare al ristorante. Non è proprio sicuro che i due porcellini più pigri abbiano appreso la lezione… ma, per crescere, c’è sempre tempo.


Pubblicato su Paese Mio Manerbio, N. 117 (febbraio 2017), p. 6.

La bicicletta di Bartali

Per la Giornata della Memoria 2017, il Comune di Manerbio e l’A.N.P.I. locale hanno scelto di ricordare nel segno del positivo. Per questo, è stato invitato Simone Dini Gandini, autore de “La bicicletta di Bartali” (Torino 2015, Notes Edizioni). Lo scrittore è nato a Viareggio nel 1986. Dopo la laurea in Lettere, ha collaborato con la Fondazione Carnevale di Viareggio e la Fondazione Festival Pucciniano di Torre del Lago Puccini. È autore di poesie, racconti, testi teatrali e libretti d’opera per bambini e ragazzi. Per “La bicicletta di Bartali”, ha collaborato con l’illustratore genovese Roberto Lauciello (N. 1971): docente alla Genoa Comics Academy, ha lavorato per “Topolino” e per i maggiori editori italiani. 

 Al Teatro Civico “M. Bortolozzi”, la sera del 27 gennaio 2017, Dini Gandini ha esposto la genesi del racconto. Nel settembre 2013, si trovava al bar con amici, condividendo “La Gazzetta dello Sport”. Trovò un’intera pagina dedicata al ciclista Gino Bartali, nominato “Giusto fra le Nazioni”. Il campione (Ponte a Ema, Firenze, 1914 - Firenze 2000) aveva infatti più volte percorso in bicicletta il percorso Firenze-Assisi, per procurare documenti falsi agli ebrei italiani perseguitati per questioni razziali. Erano gli anni 1943-44. A causa della propria bradicardia (= battito del cuore troppo lento), fu dispensato dal richiamo alle armi. Questa caratteristica, però, era anche quella che gli permetteva di percorrere con minore fatica le tappe in montagna. Fu così che il vescovo di Firenze, Elia Dalla Costa, gli propose di mettere il proprio talento ciclistico a servizio della DEL.AS.E.M.: “Delegazione d’Assistenza agli Ebrei Migranti”. Era un’organizzazione di resistenza ebraica che operò in Italia tra il 1939 e il 1947, anche con l’aiuto di diversi non ebrei. Gli istituti religiosi che ne facevano parte nella zona di Firenze nascondevano ormai circa 4500 persone e bisognava farle fuggire, per evitare il sovraffollamento. I documenti trasportati da Bartali nel telaio della bicicletta salvarono circa 800 persone. Il suo esonero dagli obblighi di guerra, il suo palese antifascismo, ma anche la popolarità che lo proteggeva - oltre all’infaticabilità di ciclista - facevano di Gino il candidato migliore per un incarico simile. Anche se ciò non significava essere del tutto al sicuro. Una lettera del vescovo che lo ringraziava per non specificate elemosine portò il campione a essere arrestato da Mario Carità (Milano, 1904 – Castelrotto, 1945), comandante del Reparto di Servizi Speciali (RSS) al servizio della Repubblica Sociale Italiana. Però, Bartali fu rilasciato per insufficienza di prove.
Finché fu vivo, non volle far sapere ad alcuno del proprio ruolo a servizio della DEL.AS.E.M. Ne parlò solo in segreto al figlio Andrea, che attese la morte del padre, prima di divulgare la vicenda. Fu così che, nel 2005, la memoria di Gino Bartali fu insignita di una medaglia d’oro al merito civile del presidente della Repubblica. Nel 2013, come abbiam detto, il defunto ciclista fu nominato “Giusto tra le Nazioni” dallo Stato d’Israele.

           Questa storia è stata definita da Dini Gandini “così bella che si è mescolata con la fiaba […] bella come una fiaba ma anche come la verità, quando è bella e vera e coraggiosa” (p. 5). Anche se di favolistico non c’è molto. Il materiale del libro proviene da giornali toscani, dal sito della Regione Toscana e dai contatti con Andrea Bartali, il figlio di Gino. Di magico ci sono solo le pagine in cui la bicicletta di Bartali si stacca da terra, portando in cielo un giovane e ingenuo milite repubblichino, fan del campione. Di quella bici era presente una “sorella” in teatro: una della stessa marca inforcata da Gino. La famosa bicicletta verde che “ha messo uno zampino”, per rendere possibile una fiaba.


Un viaggio in Autoblues

Quella del musicista girovago è una figura così proverbiale da non richiedere troppe introduzioni. A essa fa riferimento il nome degli Autoblues, band amatoriale sempre in viaggio per eseguire - appunto - classici del blues e del rock. Daniele Coscarelli (bassista e ideatore del nome), Lucio Belli (chitarra e voce) e Arin Albiero (batteria) provengono da tre diversi centri della provincia di Brescia. Nella stessa area, circolano per proporre il proprio repertorio di “cover”, spesso registrate e postate su un canale YouTube (“duraace73”). Per via dei tempi di “vacche magre”, non sono molti i locali disposti ad assumerli per le serate; ma il gruppo, nato da pochi anni, non demorde. 

            Il genere musicale che ha dato il nome alla band è nato negli Stati Uniti nella seconda metà del XIX ed affonda probabilmente le radici nei canti degli schiavi neri. “Blues” deriva da un’espressione idiomatica inglese che significa “essere malinconici”; come genere di musica, si caratterizza per l’uso della “blue note”, un intervallo considerato “dissonante”, rispetto ai canoni classici.
            Il 21 gennaio 2017, gli Autoblues sono arrivati al Bridge Pub & Restaurant di Manerbio. Con loro, al posto di Coscarelli, c’era Nicola Bignami al basso.
Il programma proposto ha avuto inizio con “La Grange” (ZZ Top, 1973). Più d’un brano proveniva dall’album d’esordio dei Jimi Hendrix Experience, “Are You Experienced?” (1967): “Hey Joe”; “Red House”; “Manic Depression”. L’idolo dei tre giovani, però, è soprattutto Rory Gallagher, di cui hanno eseguito “Moonchild” (1976) e “Laundromat” (1971).
            La serata è stata ravvivata da un episodio inaspettato. Un attempato avventore ha esibito una scritta vergata su una tovaglietta di carta: “Vogliamo un brano di Eric Clapton!” Di sicuro, non se ne è andato insoddisfatto, dato che, del suo beniamino, sono stati eseguiti “Tore Down” (1994) e “Little Wing” (1973).

            La parte blues del repertorio, naturalmente, non poteva escludere il grande classico “Hoochie Coochie Man” (Muddy Waters, 1954). Più tardi, è stata la volta di “Crossroads” (Robert Johnson, 1936), “Mary Had A Little Lamb” (da una filastrocca infantile; Buddy Guy, 1968) e di un pezzo di Junior Wells, reso famoso dai Blues Brothers nel 1978: “Messin’ With the Kid” (1960). È stato ammesso anche qualche sconfinamento in altri generi, come il pop rock italiano di “Insieme a te sto bene” (1971): un brano cantato da Lucio Battisti con l’accompagnamento dei Formula 3. “Workin’ Man Blues”, a dispetto del nome, nacque come canzone country (Merle Haggard, 1985). Fusioni di rock e di blues, invece, sono: “Talk to Your Daughter” (Robben Ford, 1988); “Treat Her Right” (The Commitments, 1991) e “Used to Be” (Mindless Behavior, 2013). Altri classici rock proposti dagli Autoblues al Bridge sono stati: “Proud Mary” (Creedence Clearwater Revival, 1969); “Theme of an Imaginary Western” (Mountain, 1970); “Roadhouse Blues” (The Doors, 1970); “Sweet Home Alabama” (Lynyrd Skynyrd, 1974); “Long Train Running” (The Doobie Brothers, 1973).

“Raccontami”: musica e parole al Politeama

La tournée del giornalista e cantante manerbiese Diego Baruffi sta concludendo un ciclo. L’anno scorso, è uscita la sua breve raccolta poetica “La via del cuore”, dedicata alla moglie e al figlioletto. Dal Politeama ad altri palchi della provincia di Brescia, la voce di Diego e dei suoi collaboratori ha presentato spettacoli omonimi, per far conoscere la pubblicazione. Il 20 gennaio 2017, l’anno di esibizioni si è concluso circolarmente, sul palco del Politeama di Manerbio. Stavolta, la serata si intitolava “Raccontami”: la raccolta che Baruffi ha in mente e che sarà tratta dalle conversazioni familiari col suo bambino. L’evento ha visto l’appoggio dell’Associazione Vicus Minervium e dell’Oratorio S. Filippo Neri. 

            Come sempre, sulla scena si sono alternate la voce di Diego, cantante per passione, con quelle degli ospiti da lui intervistati. La giornalista e scrittrice Viviana Filippini ha introdotto il proprio libro “Brescia segreta” (2015, Historica Edizioni), in cui disegna alcuni itinerari nei luoghi storici del nostro capoluogo. Di “segreto” c’è soltanto ciò che sfugge al passante distratto, ignaro di ciò che è avvenuto un tempo nel Capitolium o nell’ex-monastero di Santa Giulia.
            Erica Gazzoldi, arrivata alla propria seconda pubblicazione cartacea, ha recitato alcune poesie sue e di Baruffi. L’imprenditore Giacomo Antonini ha illustrato una sua idea per ridurre la pericolosità dell’amianto: stiparlo in grandi “scatoloni” di calcestruzzo, in attesa che uno sviluppo tecnologico consenta di renderlo innocuo. La voce di Nicole Bulgarini ha incantato il pubblico con successi italiani e stranieri, accompagnandosi alla tastiera. Assenti giustificati erano la cantante Manuela Bonazza e Alessandro Morandini, vicepresidente dell’AN Brescia Pallanuoto.
            La parte più cospicua della serata, però, è stata affidata allo stesso Diego Baruffi e all’amico Giovanni Primomo, che l’ha accompagnato alla tastiera, come ai vecchi tempi in cui facevano parte del gruppo “Blu Angels”. Baruffi ha dato prova di sé anche con la chitarra.
            Il suo repertorio, come sempre, ha spaziato dalla fine degli anni Sessanta agli anni Ottanta. Ha esordito con “Stagioni”, dei Nomadi (1973). Dello stesso gruppo, ha proposto “Crescerai” (1997): particolarmente indicata, data la vispa presenza del suo bambino in sala. Poi, ha eseguito cover di Adriano Celentano (“L’emozione non ha voce”, 1999; “Pregherò”, 1965), Lucio Battisti (“Un’avventura”, 1969; “La canzone del sole”, 1971) e - ovviamente - del beneamato Massimo Ranieri (“Perdere l’amore”, 1988). Altri classici scelti per la serata erano: “Lontano lontano” di Luigi Tenco (1966), “La voce del silenzio” di Tony Del Monaco (1968), “Un amore così grande” di Mario Del Monaco (1976) e “Se perdo anche te” di Gianni Morandi (1966).

            Nonostante si sia tenuto nel teatro principale di Manerbio, lo spettacolo si è svolto in un clima cordiale e confidenziale - anche perché le tournée di Diego contano molto sull’appoggio di familiari e amici. Non sappiamo cosa riserverà il prossimo anno, ma potremmo attendere il gennaio venturo per chiedere a Baruffi: «Raccontami!»

martedì 14 febbraio 2017

Le rose della notte - II, 8

Le rose della notte

Parte II: Il cielo in fiamme



8.

La Kawasaki frenò davanti al cancello di una villetta, fuori dal centro. Qualche metro quadrato di verde immerso nella notte faceva da contorno a un edificio a due piani, con un portichetto. Diana scese dalla sella e aprì la serratura. Anche Margherita smontò e si tolse il casco, mentre l’altra accompagnava la moto al riparo. Poi, l’amica le fece strada sul vialetto.
            Tacquero, mentre i loro piedi masticavano lentamente la ghiaia. Dalla casa, non arrivavano luci. Davanti all’ingresso, Diana riprese il mazzo di chiavi e ne scelse un’altra. Fece scattare la serratura. Il suo tlack! risaltò grottescamente, nel silenzio.
            «Ma… i tuoi non ci sentiranno?» sussurrò Margherita, scrupolosa. «E sono d’accordo?»
Fin dall’inizio, aveva saputo benissimo che la serata non sarebbe finita col suo ritorno in collegio, come Diana aveva invece dato a intendere agli amici. Ma quell’entrare di soppiatto, come due ladre, l’aveva leggermente allarmata.
            «Mio padre non è in casa. E, comunque, in camera mia mi lascia ospitare chi voglio» rispose l’altra, con un tono di voce perfettamente normale. «Quanto a mia madre… non c’è da almeno tre anni». Le ultime parole furono partorite con finta calma. Qualcosa, nella gola della ragazza, aveva strozzato il pianto. Margherita non osò domandare altro.
            Diana entrò e accese la luce. L’altra la seguì lungo un corridoio piastrellato in rosso ruggine, tappezzato di quadri e quadretti anonimi nel loro decorativismo: paesaggi di campagna, bimbi ricoperti di trine, cigni e gattini. La figlia del padrone di casa vi si muoveva come una creatura sfrontata ed estranea. Imboccò il vano delle scale, inghiottito da un arco a tutto sesto. La luce, qui, era più fioca, data da fintissime candele elettriche sporgenti dai muri.
            In cima a quella parodia di scalinata, c’era il pianerottolo con le camere da letto. Diana aprì la porta centrale e fece un cenno all’ospite, con galanteria insolita. Margherita obbedì, con il cuore in gola.
            Nella stanza, c’erano un lettino singolo e un divanetto, con una scrivania, un armadio e mensole stracolme di libri e CD. Dalle pareti, occhieggiavano poster a sfondo nero o nebbioso, con figuri dalle lunghe barbe o ragazze bellissime dalle espressioni feroci. Qua e là, in caratteri gotici, Margherita lesse nomi come “Bathory” o “Gorgoroth”. Altri erano “Eluveitie”, “Arkona”, “In the Woods…” Non si soffermò su tutti. Colse qualche bozzetto incompleto sulla scrivania: una Lady Oscar disegnata a matita, sicuramente da Diana. Sorrise al suo talento nascosto.
            Sentì un rumore dietro di sé. Diana stava spostando il divanetto dal muro e lo stava aprendo, rivelandolo come divano-letto. «C’è anche un “cassetto” che raddoppia il letto dove dormo io, per quando serve. E materassi, e brandine» precisò. «Ma qui staremo più comode. A volte, ho ospitato anche tutta la band, sai?»
            «Davvero?» fece Margherita, sinceramente sorpresa. «E tuo padre non dice niente… quando ti porti sette maschi in camera?»
Diana scrollò le spalle, trattenendo una spavalda risata: «Stai scherzando?! Mi conosce…» E completò l’allusione con un’occhiata inequivocabile.
            Corredò il divano-letto con lenzuola, cuscini e coperte. «Prego!» invitò, con un elegante cenno della mano. La sua voce aveva una gentilezza roca – un sensuale tremore.
Lentamente, quasi incantata, Margherita lasciò il soprabito sulla sedia della scrivania. Senza attendere altro, si sfilò l’abito di cotone, le calze e le scarpe. 

            Di fronte a lei, Diana scopriva le membra sode e quasi bronzee, velate da una canottiera e dagli slip grigi. Sulla sua spalla sinistra, si disegnava un tatuaggio: una rosa di nero inchiostro.
            All’altra sfuggì un brivido, quando s’infilò fra le lenzuola. Il corpo al suo fianco emanava un calore animale e metallico. Si lasciò stringere, mentre i due ventri si toccavano. Il tocco leggero di un morsetto sul collo la fece sussultare.
            Sotto le palme delle sue mani, Diana sentiva le pulsazioni e i respiri che andavano intridendo Margherita. Il corpo di questa era un giunco bianco, piegato da un fiume invisibile. Diana affondò un bacio nei suoi capelli di ricco rame, ricercò la linea della gola. La ascoltò ansimare, quando conobbe le sue areole disegnate a pastello.
            Chiuse gli occhi; si levò e rivelò all’altra il resto del suo corpo di Venere aggressiva – l’ombelico tondo come una coppa, il grembo fermo, i seni maestosi dai capezzoli bruni. Margherita si lasciò scivolare nella follia, davanti a quell’amazzone che non aveva mai conosciuto. Diana si chinò e si riconsegnò a lei.
            È ora di arrivare al pozzo benedetto.


[Fine seconda parte]

Pubblicato sul quotidiano on line Uqbar Love (14 febbraio 2017).

domenica 12 febbraio 2017

Confronto

Il morale si preoccupa delle conseguenze delle proprie azioni. Il moralista del proprio buon nome.
Il morale dice: «È ingiusto». Il moralista: «È irrituale». 

Il morale, di due mali, commette il minore. Il moralista li condanna entrambi e commette il maggiore.
Il morale predica male, ma riesce a razzolare solo bene. Il moralista non sa predicar men che bene, ma non si preoccupa di come razzola.
Il morale chiede scusa. Il moralista si offende per il fatto di dover chiedere scusa.
Il morale si domanda quali siano le ragioni degli altri. Per il moralista, esistono solo le sue.
Il morale si domanda se il proprio modo di agire abbia senso in una determinata situazione. Il moralista non ammette “relativismi”, ma vive seguendo le correnti.
Il morale è lodato dagli altri. Il moralista si loda da solo.
Il morale fatica a campare. Il moralista esce sempre pulito e trionfante da ogni situazione.

Il morale è la persona che chiunque vorrebbe al proprio fianco, ma che pochi sanno essere. Il moralista è la persona che nessuno sopporta, ma che a tutti farebbe comodo essere.


mercoledì 8 febbraio 2017

Le rose della notte - II, 7

Parte II: Il cielo in fiamme



7.

I “Pains of Odin” avevano riposto i travestimenti simil-longobardi e avevano sistemato gli strumenti nei bauli delle automobili. Il cielo era nero, ma nessuno di loro aveva voglia di rintanarsi nel sonno.
 «Andiamo a bere qualcosa?» lanciò Giorgio.
«Io no, grazie» declinò Diana, prendendo il casco. «Devo riportare Margherita in collegio».
«Ah… andate a dormire?» insinuò Michele, malizioso.
«Certo. E faresti bene anche tu» rispose Margherita, con soave prontezza. «Il piffero l’hai già suonato abbastanza, per stasera». 

            Le due ragazze non rimasero a sentire lo scroscio di risate e complimenti alla sua arguzia. Diana salì a cavalcioni della Kawasaki, allacciandosi il casco. L’altra la imitò, stringendosi ai fianchi della centauressa. Qualche roco e sordo suono d’avviamento, e la moto partì.
            Margherita non avrebbe conservato alcuna memoria dei pensieri sfreccianti nella sua mente, durante quella corsa. Avrebbe ricordato l’odore del suo stesso sudore freddo, dentro il loculo del casco. La sua testa appoggiata a una schiena sicura, in un contatto negato. Le sue mani intrecciate contro il ventre sodo di Diana, come in spietata preghiera. La voglia di scioglierle per tentare altre carezze e la paura di cadere, se avesse lasciato la presa. L’attesa in movimento, dove ogni minuto di desiderio era divorato dall’avvicinamento al fine.

[Continua]


Pubblicato sul quotidiano on line Uqbar Love (7 febbraio 2017).