venerdì 27 gennaio 2017

Dagli Appennini all'Atlante

Il presepe artistico di Angelo Bertelli, a Manerbio, è un’attesa rituale quasi quanto quella del Natale stesso. Come sempre, è stato allestito presso il circolo ACLI locale, di cui Bertelli è il presidente. La creazione è stata esposta durante la Shopping Night del 16 dicembre 2016. Data la situazione sociale e geopolitica, l’artista ha pensato bene di ambientare la Natività a metà fra un paesaggio nostrano e uno nordafricano. 

            Per rappresentare l’Italia, Bertelli aveva scelto il tipico scenario pastorale dei presepi. Le case mostravano tetti spioventi in coppi e pareti edificate in grandi blocchi, probabilmente di pietra. Le finestre erano chiuse da impannate. Fra due costruzioni, correva una terrazza che comunicava con una locanda. Dai balconi, si affacciavano ragazze indaffarate - e un giovane appoggiava al muro una scala. Le pecore si radunavano all’ombra o pascolavano su rilievi verdeggianti di muschio. Una fonte d’acqua calda sgorgava, come sempre, sotto lo sguardo di oche e altri pennuti. Per le vie di collina, s’inerpicava un frate. Tutt’intorno, gli antichi mestieri protagonisti di molti presepi: il pastore (ovviamente), il boscaiolo, il fornaio, il pescivendolo, il salsicciaio, la fruttivendola, la venditrice di ceramiche, lo zampognaro. Curiosamente, proprio in questa metà dello scenario - non in quella esotica - era collocata la tenda da cui partivano i Magi, dopo aver salutato un’odalisca.
            L’altra parte ricordava la casbah di Algeri o le città arabe dell’immaginario comune. Case quadrate e biancheggianti, con cupole o tetti piatti che fungevano da terrazze. Le finestre erano buie o chiuse da grate, probabilmente per conservare un po’ di frescura. Al posto del muschio, abbondava la sabbia. Le figurine umane si muovevano per vicoli ombrosi. I portici erano ampi e accoglienti, a tutto sesto. Al di sopra delle case, però, si ergeva un castello medievale tipicamente europeo, con cavalieri in tenuta da Crociati: un cortocircuito geografico e temporale, che creava ambiguità fra la Palestina e il Maghreb, fra i giorni nostri e il XII secolo.
           
In mezzo a tutto questo, era posta la Capanna. Essa portava - per così dire - dagli Appennini all’Atlante, la catena montuosa che contrassegna il Nordafrica. Ciò rendeva visibile l’ideale dell’universalità del Vangelo. Alcuni cenni alla storia del presepe erano esposti su un cartellone. Gli angeli erano descritti come creature celesti che sottolineavano la soprannaturalità dell’avvenimento; Maria e Giuseppe erano i principali adoratori del Figlio di Dio. Il ruolo del bue e dell’asinello si deve al teologo Origene (n. forse Alessandria tra il 183 e il 185 - m. Tiro 253 o 254), come simboli del popolo ebraico e dei “gentili” (ovvero, i non-ebrei). La grotta luminosa, l’asino e il bue compaiono anche nel Vangelo apocrifo dello Pseudo-Matteo (600-625 d.C.), a cui si deve l’immaginario classico del presepe. Ai pastori, le didascalie attribuivano il ruolo dell’umanità da redimere, mentre i Magi (le tre età dell’uomo, o le tre stirpi nate da Noè) recano regali codificati da S. Leone Magno (toscano, morto nel 461): incenso per la divinità di Cristo, mirra per curare il corpo che lo rende umano e l’oro per la sua regalità. La piccola lezione di simbologia natalizia era coronata dall’albero, tradizione mitteleuropea di origine precristiana. Quello del circolo ACLI era decorato semplicemente con mele (= peccato originale) e pane (= Eucarestia e redenzione).


Pubblicato su Paese Mio Manerbio, N. 116 (gennaio 2017), p. 18.

Natale nella Londra di Charles Dickens

La Shopping Night manerbiese è, annualmente, l’appuntamento per l’acquisto di regali natalizi. Il 2016 ha dovuto fare a meno di un Babbo Natale storico, Martino Bertoglio. Anche per questo, la tematica della festa era particolarmente indicata, per via del suo legame con spiriti e affetti: “Canto di Natale”. Il riferimento, naturalmente, era all’omonimo romanzo di Charles Dickens (Landport, Portsea, 1812 - Gadshill Rochester 1870), pubblicato nel 1843. Il 16 dicembre 2016, Manerbio è stata trasportata nell’atmosfera dell’Inghilterra ottocentesca. Il Comune si è avvalso di figuranti in abiti d’epoca, diversi dei quali autentici. Di questo, si è incaricata soprattutto la neonata compagnia teatrale “Le Muse dell’Onirico”. In via XX Settembre, due gitane dai volti anneriti hanno così letto il futuro negli shanghai; dietro di loro, in una cucina con paiolo, una massaia con cuffietta lavorava a un deschetto, mentre i suoi bambini (in forma di bambole) dormivano. Nei dintorni, passeggiavano dame dai colli di pelliccia e signori in tuba e tabarro, accompagnati dalle domestiche. Intorno, i gazebi delle associazioni locali occupavano, oltre alla suddetta via XX Settembre, anche via S. Rocco e Piazza Italia. Il Civico Corpo Bandistico “S. Cecilia” ha inviato alcuni rappresentanti a suonare dal vivo. Per le vie, il coro “Sotto la torre” eseguiva canti natalizi, nella tradizione inglese del “caroling”. Lo Zavaglio Racing Team rifocillava i passanti in Piazza Italia, così come facevano l’AVIS e l’Associazione Nazionale Carabinieri in via XX Settembre. Gli Alpini offrivano panettone e bevande calde. Il Vespa Club distribuiva croste di formaggio, castagne, salumi, vin brulé, ciccioli e tè. L’associazione “Genitori all’Opera e Genitori nella Scuola” presentava lavoretti realizzati dai bambini. Al banco della “Noi con Voi”, una novità, accanto al vin brulé, era l’ “apfel brulé”, ovvero il succo di mela caldo e aromatizzato. Bracieri accesi contrassegnavano i luoghi ove era possibile scaldarsi, o ricevere caldarroste o salsicce. Naturalmente, trattandosi di una notte di shopping, gli esercizi commerciali erano aperti e protagonisti, con offerte di spettacoli musicali e/o danzanti, pubbliche letture, degustazioni. In via S. Rocco, si sono esibiti i Naningita, duo di voce e chitarra, mentre il trio di Gloria Colucci faceva altrettanto sotto i portici del Piazzolo. Alcuni cartelli guidavano al presepe artistico realizzato presso il circolo ACLI, quest’anno a tema interculturale: la capanna della Natività si trovava a metà fra un paesaggio appenninico e uno arabo. 

            Per via XX Settembre, la compagnia teatrale “Suzao - Vivere insieme”, composta dai ragazzi dell’Oratorio S. Filippo Neri, ha inscenato il tema della serata: il “Canto di Natale” di Ch. Dickens, appunto. In un cerchio di folla, sono comparsi il vecchio avaro Scrooge, lo spettro del suo socio Marley e gli spiriti che hanno ridestato un cuore nell’arido protagonista. A completare la magia, Babbo Natale, oltre che sulla slitta, si è mostrato sullo scranno, per ricevere letterine e farsi fotografare.
            A partire dai giorni precedenti, i negozianti avevano offerto ai bambini palline da personalizzare e appendere all’albero di Natale eretto nel Piazzolo. In cima, i parenti dell’ultimo nato a Manerbio avrebbero posto il puntale. La nuova vita come ornamento nell’inverno.

Pubblicato su Paese Mio Manerbio, N. 116 (gennaio 2017), p. 16.

Un Natale di voci bianche

Natale è il periodo ideale dei cori, che si tratti delle “carols” inglesi, degli angeli nei presepi o della liturgia. È stata perciò azzeccata la scelta dell’Associazione Amici della Scuola Diocesana di Musica Santa Cecilia di Brescia: quello di comprendere negli “Incontri con la musica” (XXIX Rassegna - 2016) anche un concerto del Coro di Voci Bianche Santa Cecilia. Esso si è tenuto a Manerbio, nella pieve S. Lorenzo, il 22 dicembre 2016. L’organizzazione ha visto la collaborazione del Centro Oratori Bresciani.
            Il coro è stato costituito nel 2003; lo dirige Mario Mora, fondatore anche della Scuola di musica, del Coro giovanile e dell’Ensemble “I Piccoli Musici” di Casazza (BG). Mora ha studiato pianoforte, organo e musica corale. Ha tenuto corsi, convegni ed atelier nazionali e internazionali sulla vocalità infantile, nonché l’atelier “Forever Classical” per “Europa Cantat 2012”. Il Coro di Voci Bianche Santa Cecilia si è esibito in saggi scolastici, celebrazioni della cattedrale di Brescia (anche trasmesse dalla RAI) e ha partecipato ad alcuni concerti tenuti da “I Piccoli Musici”. Ha ricevuto premi e riconoscimenti a livello nazionale. Nel gennaio 2012, in occasione della “Giornata della Memoria”, il coro ha realizzato l’opera per bambini “Brundibár” di Hans Krása (1899 - 1944), compositore ceco morto ad Auschwitz. Nel giugno 2014, ha collaborato con l’Orchestra di Fiati della Valcamonica nell’esecuzione della Sinfonia n. 4 di Johan de Meij. Nell’ottobre 2016, si è esibito a Roma, nella basilica di Santa Maria ad Martyres (Pantheon) e nella parrocchia di San Patrizio sul Colle Prenestino. 
A Manerbio, il coro era accompagnato dai violini di Maura Zoni e Stefano Lonati, nonché dall’organo di Luigi Panzeri. Quest’ultimo è docente presso il Liceo musicale “S. Alessandro” e l’Accademia Santa Cecilia di Bergamo. Suona organi d’epoca (Cinquecento e Settecento) e si occupa di ricerca e trascrizione del repertorio vocale-strumentale cinque-seicentesco. È membro della Commissione tecnica per gli organi della Diocesi di Bergamo e ha pubblicato studi sull’arte organaria.
 A Manerbio, l’inizio del concerto è stato affidato a “Once in Royal David’s City” di Henry John Gauntlett (1805-1876), per proseguire con due brani di Joseph Rheinberger (1839-1901): “Puer natus in Bethlehem” e “Quam admirabile”. Dalla musica d’autore si è passati alle melodie popolari, con un pezzo francese del XVI sec.: “Il est né le Divin Enfant”. Di Valentino Miserachs Grau (1943 -) erano i “Natalitia”; poi, è venuto “Hark! The herald Angels sing” di Felix Mendelssohn-Bartholdy (1809-1847), più noto per la sua “Marcia nuziale”, dall’opera “Sogno di una notte di mezza estate” (1843).
            John Rutter (1945 - ) è stato rappresentato da “The Colours of Christmas” e da “The Peace of God”. La prima parte del concerto si è chiusa con Henry Purcell (1659-1695) e il suo “Sound the Trumpet”. Le voci bianche hanno poi lasciato il posto alla Sonata op. 3 n. 2 di Arcangelo Corelli (1653-1713), eseguita dai violini e dall’organo.
            La serata è proseguita con “Dormi, Iesu dulcissime” di Pál Esterházy (1635-1713), il “Dolce sentire” di un Anonimo e la celebre “Panis angelicus” di César Franck (1822-1890), inno all’Incarnazione celebrata dal Natale. Dopo tanti compositori famosi, la conclusione è stata affidata alla melodia popolare “Shalom”, un benaugurante invito alla pace e alla prosperità.

Pubblicato su Paese Mio Manerbio, N. 116 (gennaio 2017), p. 16.

Mille cherubini in coro

Il 2016, per la Libera Università di Manerbio (LUM), si è concluso con “Mille cherubini in coro, armonie natalizie in musica (15 dicembre 2016). Quel giorno, al Teatro Civico “M. Bortolozzi”, era presente il sindaco Samuele Alghisi, per festeggiare il quindicesimo compleanno della LUM.
            Come annunciava il titolo, si è trattato di un concerto canoro. Sul palco, si sono presentate Maria Letizia Grosselli (soprano), Dolores Bonifazi (mezzosoprano) e Loredana Maresca (pianoforte). La loro esibizione è stata preceduta da una breve relazione. Già in un contesto precristiano, questo periodo dell’anno era contrassegnato da danze propiziatorie per il ritorno della primavera e della luce. Nel 129 d.C., entrò a far parte della Messa del 25 dicembre l’ “Inno dell’angelo”: quello fu l’inizio di una tradizione di canti natalizi in latino. S. Francesco d’Assisi, considerato l’inventore del presepe vivente, avrebbe anche dato impulso a una tradizione di testi in volgare: tradizione, però, puramente orale. Questo finché gli inglesi Davies Gilbert (1822-23) e William Sandys (1833) non raccolsero le “Christmas Carols”: testi e melodie antichi, che ridiedero impulso all’usanza medievale dei cori per le strade cittadine. In un certo senso, questo fu un ritorno alle antiche cerimonie invernali. 

            Il concerto manerbiese è stato aperto dalla celeberrima “Tu scendi dalle stelle”, composta nel 1754 da S. Alfonso Maria de’ Liguori mentre si trovava ospite a Nola. La intonò dal pulpito la sera di Natale e il successo fu immediato. Sono seguiti altri grandi classici, come “The First Nowell” (XVI-XVII sec.), compresa nelle “Christmas Carols”, e “Joy to the World” (1719), basata sulla melodia del “Messiah” di G.F. Händel. Il titolo dell’evento, però, proveniva da “Mille cherubini in coro” (1816), arrangiata a partire da una composizione di F. Schubert: una ninnananna per il Bambinello. “Adeste fideles”, invece, non ha un’attribuzione precisa. L’unica certezza è che fu trascritta da Sir John Francis Wade da un tema popolare irlandese, nel 1743-44. L’operazione era a beneficio dei profughi cattolici rifugiatisi a Douai, a causa delle persecuzioni protestanti operate nelle Isole britanniche.
            La più internazionale di tutte era sicuramente “Stille Nacht” (1816-18), canto austriaco poi diffuso in numerose lingue. La versione italiana è “Astro del ciel”: non una traduzione, ma una libera versione del bergamasco don Angelo Meli (1901-1970), pubblicata nel 1937. “O Tannenbaum” (XVI-XVII sec., pubbl. in 1799; testo del 1819) esalta invece la condizione sempreverde dell’albero di Natale. Sono seguite alcune ninnenanne, parte del repertorio natalizio, come hanno dimostrato anche “Mille cherubini in coro” e “Stille Nacht”: esse avvicinano il Bambinello a ogni bambino del mondo, col loro comune bisogno di essere cullati. Il “Cantique de Noël” (1847) potrebbe invece essere stato il primo brano musicale a venir trasmesso via radio. Nel programma, era stato inserito anche “Amazing Grace” (1779), emblematico inno di salvezza religiosa. La conclusione è stata affidata a popolarissimi brani incisi da Bing Crosby (1903-1977): “Let It Snow! Let It Snow! Let It Snow!”, “Jingle Bells” e “White Christmas”. Le armonie natalizie si sono così chiuse nel segno della neve, simbolo del fascino che le feste invernali hanno al di là di ogni confessione religiosa: il sonno della vita in attesa di una nuova luce.


Pubblicato su Paese Mio Manerbio, N. 116 (gennaio 2017), p. 15.

Tre Magi e una capanna

Il 6 gennaio 2017, com’è di rito, ha portato a Manerbio l’arrivo dei Magi. Il teatro è quello consueto di Piazza Italia. Lì, era già allestito il noto presepe di Lino Filippini, collaboratore della parrocchia di S. Lorenzo Martire: una Natività a grandezza naturale, circondata da teche di vetro con statuine mosse da un meccanismo. In linea con la pastorale di Papa Francesco, il presepe era stato dedicato al tema della misericordia. 

            Il giorno dell’Epifania, la piazza si è ritrovata decorata dalle bandiere rappresentanti le nazionalità esistenti su suolo manerbiese (circa una quarantina), più altre recanti i loghi delle Giornate Mondiali della Gioventù, i colori della “Pace” e quelli di Città del Vaticano. Ciò serviva a sottolineare il carattere particolarmente universalista della festività: la manifestazione di Cristo ai popoli di tutto il mondo. 

            Nel pomeriggio, la Sacra Famiglia di statue è stata sostituita da una in carne ed ossa: una giovane coppia ben nota all’oratorio “S. Filippo Neri”, con un bimbo di sette mesi. Accanto al sacro, il Gruppo Alpini si occupava del profano: vin brulé, tè caldo e dolci natalizi, a scopo di ristorazione e raccolta fondi. Al centro della piazza, ardeva un provvidenziale fuocherello.
            Il parroco don Tino Clementi ha guidato la preghiera dell’assemblea, in attesa del momento culminante: l’arrivo dei figuranti vestiti da pastori, soldati romani e (soprattutto) Magi coi doni. Fra questi ultimi, c’era anche l’organizzatore del presepe, il suddetto Lino Filippini. È stata così ricostruita l’offerta di oro, incenso e mirra, accompagnata dai commenti dell’arciprete. Al contempo, sono stati depositati nella capanna doni assai meno simbolici: borse di generi di prima necessità, destinate alle famiglie bisognose di Manerbio.
           
È giunto poi il momento di consegnare un simbolico riconoscimento (formelle rappresentanti scene natalizie) agli esecutori dei presepi più belli; tra i fortunati, c’era anche la Civica Associazione Musicale “S. Cecilia”.

            La sacra rappresentazione si è conclusa con l’invito a godere del rinfresco offerto dagli Alpini. Anche Sacra Famiglia, pastori, legionari e Magi non hanno disdegnato di passeggiare tra i “festeggianti”. Del resto, la magia del presepe vivente consiste nel rendere carne lo spirito.



Pubblicato su Paese Mio Manerbio, N. 116 (gennaio 2017), p. 13.

“Il Misantropo” di Molière al Politeama

La XXI stagione teatrale del Politeama di Manerbio ha incluso “Il Misantropo” di Molière, commedia di carattere andata in scena per la prima volta a Parigi al Théatre du Palais-Royal, il 4 giugno 1666. La rappresentazione era a cura di Elsinor Centro di Produzione Teatrale; la traduzione del testo dal francese era firmata da Cesare Garboli, mentre regia e adattamento erano di Monica Conti. Quest’ultima era aiutata da Carlotta Viscovo e Jacopo Angelini. Roberta Vacchetta si era occupata dei costumi, Cesare Agoni delle luci, Giancarlo Facchinetti delle musiche e Andrea Anselmini della scenografia. Lo spettacolo è andato in scena il 1 dicembre 2016. 

            Molière è lo pseudonimo di Jean-Baptiste Poquelin (Parigi 1622 - ivi 1673). Compose diverse satire di costume e commedie di carattere. Divenne il commediografo favorito di Luigi XIV. “Il Misantropo” appartiene al suo periodo maturo. Molière si trovava in un ambiente di corte ipocrita e maldicente; si era separato dalla moglie amata, ma infedele. L’amarezza de “Il Misantropo” ha dunque non poco di autobiografico. L’opera contiene anche la cultura classica di Molière, mostrata soprattutto dai nomi grecizzanti dei personaggi.
            Alceste (Roberto Trifirò) vive separato dalla corte e dal consorzio umano, perché incapace di digerire le ipocrisie, le ingiustizie e i compromessi di comodo. A nulla valgono i consigli dell’amico Filinte (Mauro Malinverno), “uomo di mondo” fin troppo accomodante. Per ironia della sorte, l’integerrimo Alceste si è innamorato di Célimène (Flaminia Cuzzoli), giovane vedova che brilla in quel bel mondo da lui rifiutato, lusingando tutti gli spasimanti. La relazione fra i due si regge su un perenne conflitto. Forse, perché «l’insulto eccita il desiderio», come dice lei. O forse, perché la donna condivide con Alceste la capacità di ritrarre impietosamente i difetti caratteriali. Fatto sta che questo precario equilibrio viene spezzato da Arsinoe (Stefania Medri), falsa devota e falsa amica di Célimène. È lei a mostrare una lettera galante della vedova, rivolta a Oronte (Nicola Stravalaci), gentiluomo con la velleità della poesia. Alceste, amareggiato, si getta ai piedi di Eliante (Giuditta Mingucci), cugina della sua donna e di cuore più affidabile. Ma la vicenda non finirà neppure così… Anche Acaste (Stefano Braschi) e Clitandro (Antonio Giuseppe Peligra), gli altri due spasimanti di Célimène, porteranno sorprese.
           
La messa in scena manerbiese ha optato per una scenografia minimale e per costumi contemporanei. La commedia è stata così estrapolata dal contesto dell’epoca, per focalizzarsi sui meccanismi universali dei caratteri umani. La stessa Monica Conti è comparsa per prima, per sedersi a un pianoforte ed evocare con le note le ombre dei personaggi, dietro un velo che chiudeva la scena. Le uniche due panche erano, di volta in volta, appoggi per le figure sedute in conversazione e muri di conflitti dissimulati, ma sempre vivi. Fra maschere animalesche, il misantropo Alceste era l’unico a volto scoperto. Ma la sua ricerca di moralità assoluta si rivela autodistruttiva. Nei suoi sentimenti, vi è qualcosa di ossessivo e possessivo, che quasi spiegherebbe i tentativi di Célimène di sfuggirgli di mano. Il lieto fine è solo per quei personaggi che sanno combinare la schiettezza di carattere all’accettazione del prossimo così com’è.


Fotografie: © Carlo Monterenzi 

giovedì 26 gennaio 2017

Il Canto di Natale

Il 27 novembre 2016, il Teatro dei Bambini è arrivato alla sua terza puntata. Presso il Teatro Civico “M. Bortolozzi” di Manerbio, la compagnia “IL NODO Teatro” ha messo in scena un classico in ogni senso: “Il Canto di Natale”. Com’è noto, la vicenda è tratta da un romanzo di Charles Dickens  (Landport, Portsea, 1812 - Gadshill Rochester 1870), pubblicato nel 1843. Proporlo a un pubblico di bambini è stato facile, dato il carattere semplice e fantastico della vicenda. Cifra stilistica, peraltro, tipica di Dickens, che travestì i propri infelici ricordi d’infanzia e i problemi sociali di Londra con un manto quasi fiabesco. 

Sul palco del Bortolozzi, sono saliti Francesca Carini, Danilo Furnari, Ferdinanda Onofrio e Fiorenzo Savoldi, diretti da Raffaello Malesci.
            La trama era quella consueta. Ebenezer Scrooge, ricco uomo d’affari londinese, è detestato e abbandonato da tutti per un’ovvia ragione: disprezza qualunque cosa non gli frutti denaro. Non ha affetti, impreca contro le festività che fermano il commercio, odia la beneficenza e lesina persino le candele al suo impiegato. Il suo unico amico era il suo socio in affari, Jacob Marley; ma egli morì proprio in una notte di Natale, festa che Scrooge detesta anche più delle altre. Il Natale, infatti, è la ricorrenza più d’ogni altra legata al culto dei rapporti umani.
Nell’anniversario del proprio decesso, il fantasma di Marley avverte il socio del destino da anima in pena che attende anche lui. Lo seguiranno tre spiriti, che guideranno Scrooge attraverso le ombre del passato, del presente e del futuro.  Il vecchio inaridito si ritrova così ragazzino, sognante sulle pagine dei libri preferiti, e giovane commesso benvoluto dal titolare: «Lui sapeva farci stare bene sul lavoro…» Il Natale presente, invece, mostra la semplice letizia in casa di Bob Cratchit, il dipendente di Scrooge. Il cibo è poco, i vestiti non molto eleganti, ma la cerchia degli affetti basta a rendere speciale la festa. L’unica ombra è dover brindare alla salute di quell’arcigno datore di lavoro. Il finanziere è escluso anche dalla festa del nipote, alla quale non ha voluto accettare l’invito. Peccato davvero, perché si sta perdendo tanti giochi di società e un idillio nascente.
Il futuro è il più spaventoso. Un fantasma incappucciato mostra a Scrooge i colleghi della Borsa di Londra che nicchiano all’idea di andare al suo funerale e i ladri che rivendono la biancheria strappata alla salma. Le uniche espressioni di dolcezza sono per il figlio più piccolo di Cratchit, morto di malattia e deperimento.
Sconvolto, Scrooge si risveglia dalle visioni profondamente cambiato. La coscienza di poter sprecare la propria esistenza ha inoculato in lui un potente amore della vita e la voglia - finalmente - di rapporti gioiosi. Regala ai Cratchit un tacchino enorme e diventa un secondo padre per il piccolo di casa, che non morirà. Accetta anche l’affetto e l’invito del nipote.

A metà tra fiaba e romanzo gotico, il “Canto di Natale” fonda la propria suggestione su un elemento: la necessità di svegliarsi, di scoprire i propri desideri più profondi dietro la crosta delle ambizioni e del cinismo. Qualunque cosa si possa guadagnare in vita, nulla resta davanti alla morte, se non il gusto d’aver apprezzato le occasioni di gioia.

martedì 24 gennaio 2017

Le rose della notte - II, 6

Parte II: Il cielo in fiamme



6.

Margherita scelse uno degli esili tavolini, nella sala concerti dello Spaziomusica.  I convenuti – creature simili a Diana, con finto cuoio, jeans, catene e borchie quali seconda pelle – si travasavano dal bancone del bar alle sedie, con bicchieri e boccali. I ragazzi avevano chiome vigorose e lunghe barbe, studiatamente incolte. Alcuni erano in piedi, in prima linea davanti alla scena. Solo che i “Pains of Odin” non erano ancora entrati. 

            Margherita non sapeva perché non fosse anche lei là, vicino al focolaio della serata. Dopotutto, lei era la ragazza della cantante. Ne avrebbe avuto diritto anche più degli altri. Eppure, si trovava bene sullo sfondo, nel buio, mimetizzata fra le luci dei faretti. Perché?
            Qualcuno le sfiorò il fianco, passando fra lei e la fila degli appendiabiti. Si voltò e sussultò.
Quella che le passava accanto era una sorta di processione. Otto figure in cotte di maglia imitate da tessuti, con pesanti cinture che stringevano i fianchi, gambali e calzari. Il capofila era anche coronato da un manto, chiuso sul petto da una fibbia tonda. Riconobbe Diana, ma con sbalordimento. Il suo volto era una maschera marmorea di cerone, con rivoli purpurei che lo attraversavano e labbra nere.
            Tacque il chiacchierio e serpeggiò l’eccitazione, quando i “Pains of Odin” guadagnarono la scena e misero mano agli strumenti. Gli occhi colorati dei faretti fecero risaltare il profilo squisito e glaciale di Edoardo, il cipiglio di Luca, i ricci bruni di Gennaro –  malamente castigati dalla calotta appuntita di un elmo in plastica.
            Lo spettro androgino che li guidava si accostò al microfono: «Buona serata a tutti e grazie di essere venuti! Ci hanno detto che qualcuno di voi è arrivato anche da fuori Pavia… decisamente, siamo senza parole. Tocca a noi non farvi pentire. Perciò, cominceremo subito alla grande, con Death of Denethor».
            La chitarra elettrica di Edoardo le rispose, rinforzata dai tocchi di Giorgio sulla batteria. Il piffero, la fisarmonica e la cornamusa si aggiunsero, come ingredienti in un incantesimo. Gli strumenti confluirono in un tutto che si levava e si attorcigliava, come una fiamma o un lamento. La voce piena e cupa di Diana scandiva un monito, mentre i ringhi di Edoardo le rispondevano, maestosi e disperati. Il duetto salì ed esplose in un unico urlo, mentre le ultime note di cornamusa si disperdevano come faville sulla cenere. Margherita si ritrovò ansante, coperta di sudore freddo.
            A Death of Denethor, seguirono Liutprandus e Il vampiro di piazza Cavagneria. La ragazza lo ignorava ancora, ma il resto del pubblico sapeva che quei testi non esistevano nel repertorio di alcun altro gruppo. Erano creazioni di Diana.
            I “Pains of Odin” si fermarono un poco, per riprendere fiato  e dare riposo al batticuore del pubblico. La cantante sorrise fra sé. Era quello che amava, nei loro concerti: l’estasi gratuita, libera da qualunque divismo. Probabilmente, quasi nessuno ricordava a memoria il suo nome o quello dei compagni; né i “Pains” si erano mai preoccupati di far circolare poster con le loro facce o qualcosa del genere. Perché ai fan non importava. Era quello il bello.  Music for Music’s sake.
            Si spostò dalla fronte un ciuffo di capelli appiccicati al cerone e riguadagnò il microfono. «Ora, un inedito assoluto, l’ultimo testo che abbiamo composto: per voi… Sky on Fire!»
            Un rabbioso accordo di chitarra accese la scintilla. Margherita tese il collo verso la scena. La voce di Diana sembrava torcersi in una passione rattenuta e bruciante, sospesa come un respiro:

…Let me sink in your holy womb,
You living moon
On a wise tomb;
Your spring is blessed
When my soul’s distressed,
But you set my sky on fire…

Il volto spettrale della cantante era ancora più delirante, nel trasporto di quelle parole. I suoi occhi circondati da rivoli sanguigni saettarono sul ribollire umano della sala. Margherita trasalì, quando quelle pupille colpirono le sue.


[Continua]

Pubblicato sul quotidiano on line Uqbar Love (23 gennaio 2017).

lunedì 16 gennaio 2017

Le rose della notte - II, 5

Parte II: Il cielo in fiamme



5.

Edoardo scese dall’auto e sbatté la portiera. Lo seguirono  Gennaro, Francesco e Agostino, che era alla guida. Trovarono Giorgio, Michele e Luca, che avevano già parcheggiato nel cortile dello Spaziomusica.
            Il concerto sarebbe cominciato alle 21:30. I “Pains of Odin”, naturalmente, si erano organizzati per arrivare con un certo anticipo, fare le ultime prove e cenare in santa pace.
            «Ma… Diana dov’è?» fece Luca, aggrottando le spesse sopracciglia castane.
«Ha detto che arriverà più tardi» precisò Agostino. «Deve andare a prendere la sua tipa in collegio».
            Edoardo non disse nulla. Ma una durezza vitrea si coagulò sul suo volto biondo. Un occhio esperto non avrebbe dubitato della sua gelosia. Si chinò nel baule aperto e recuperò la custodia della chitarra. 

Un familiare rombo di motocicletta fece voltare i ragazzi. Riconobbero la Kawasaki di Diana, la figura di lei a cavalcioni del sellino. Dietro, l’attesa sconosciuta: un vitino sottile in un soprabito color perla e volto mascherato dal casco. Gli amici si radunarono attorno a lei come api.
            «Ciao!» li salutò Diana, sicura e radiosa, mentre si liberava il capo corvino. «Vi presento Margherita».
Ora, anche questa era visibile. Occhi d’un castano trasparente, sotto le cortine delle ciglia; un volto candido e delicato, con una fossetta d’arguzia; chiome d’un rosso ricco e scuro, scompigliate dal casco. La curiosità sensuale dei sei si sospese in una sorta di stupefazione.
            Edoardo non era fra loro. Si era annidato poco fuori dal cancello del cortile. Un ghigno feroce gli solleticava le labbra. Non faceva apposta, si disse. Colpa del dolore.
            No, non avrebbe aspettato che lo richiamassero gli altri. Sarebbe tornato disteso e sorridente di propria iniziativa. Ma non subito. Non subito.


[Continua]

Pubblicato sul quotidiano on line Uqbar Love (15 gennaio 2017).

giovedì 12 gennaio 2017

Śiva e Dioniso

Parlare di Śivaismo significa parlare di possibilità affossate - ma rimaste latenti - nella spiritualità occidentale. Significa scoprire le radici di quel disagio della civiltà a cui Sigmund Freud ha dedicato una delle proprie opere più famose - e apprendere la buona novella della sua superabilità. Di questo si è occupato Alain Daniélou, nel suo saggio: Śiva e Dioniso. La religione della natura e dell’eros (Roma 1980, Astrolabio-Ubaldini Editore).
            Alain Daniélou (1907-1994) studiò musica e si dedicò alla pittura; alla fine degli anni ’20, conobbe molti protagonisti delle avanguardie (fra cui Cocteau, Nabokov, Stravinskij). Viaggiò in Nordafrica, Medio Oriente, Indonesia, Cina, Giappone. Si fermò in India, dove collaborò col poeta Rabindranath Tagore. Per più di vent’anni, studiò la musica classica indiana, il sanscrito, l’hindi, la filosofia e la cultura tradizionale dell’India. Dopo la Seconda Guerra Mondiale, fondò l’Istituto Interculturale di Studi Musicali Comparati presso la fondazione Cini, a Venezia. Col patrocinio dell’Unesco, cominciò a divulgare la musica classica asiatica. Oltre a ciò, pubblicò saggi sulla cultura, la società e la religione dell’India. Per i tipi di Astrolabio-Ubaldini, sono comparsi anche i suoi Yoga, metodo di reintegrazione e Storia dell’India.
            “Questo libro non è un saggio di storia delle religioni. Rispecchia un’esperienza personale: la scoperta in India, in questo museo della storia del mondo, della più fondamentale delle religioni. Anteriore all’Induismo vedico, allo Zoroastrismo, alla religione greca, ad Abramo, questa religione originaria appare come il coronamento degli sforzi dell’uomo, sin dalle più lontane origini, per capire la natura della creazione, la sua bellezza, la sua crudeltà, il suo equilibrio; e il modo in cui egli possa integrarsi nell’opera del Creatore, possa cooperare con lui. Naturistica e non morale, estatica e non rituale, questa religione si sforza di trovare i punti di contatto fra i diversi stati d’essere e di ricercarne l’armoniosa cooperazione per consentire a ciascuno di realizzarsi sul piano fisico, intellettuale e spirituale, e di svolgere compiutamente il proprio ruolo nella sinfonia universale.” Così si apre l’opera di Daniélou su Śiva e Dioniso - e così la si potrebbe riassumere. 
Una stampa raffigurante Shiva.
            L’autore prosegue considerando un dissidio fondamentale presente nel fenomeno religioso: ovvero, le sue opposte manifestazioni all’interno dei popoli sedentari. Una è legata alla natura, l’altra all’organizzazione della vita urbana. La prima coincide, appunto, col suddetto sforzo di comprendere il ruolo dell’uomo quale parte dell’universo ed è sostanzialmente panteistica: non separa la sfera corporea da quella intellettuale e spirituale. “La creazione nella sua totalità […] è in qualche modo […] il corpo di Dio” (p. 13). La spiritualità così intesa è dunque conformazione al Dharma, ovvero alla “legge naturale”, a ciò che ciascuno di noi è per nascita, natura, atteggiamenti.
L’altra manifestazione della religiosità è legata alla città. “Essa pretende di imporre sanzioni divine a convenzioni sociali. […] Serve di scusa alle ambizioni degli uomini che pretendono di dominare il mondo naturale” (pp. 13-14). Questo atteggiamento caratterizza ciò che Daniélou chiama “Kali Yuga”, “l’Età dei Conflitti”. Esso è da lui attribuito alle antiche conquiste militari dei popoli nomadi, che non vivevano in comunione con la natura del territorio, erano portati alla “semplificazione monoteistica” (p. 14), consideravano l’universo alla stregua di una successione di pascoli da sfruttare e la divinità una mera guida dell’uomo. In altre parole, avrebbero prestato alle civiltà urbane un pericolo: quello di “sfociare in una riduzione del divino a immagine dell’uomo, in un’appropriazione di Dio al servizio di una razza ‘eletta’” (ibid.). Fra questo genere di religioni, Daniélou (citando Arnold Toynbee) colloca anche il Comunismo, come costola del Cristianesimo “sotto il mascheramento di un lessico non teista” (p. 15).
In questo quadro, il culto di Śiva si colloca fra le religioni della natura. “Śiva, come Dioniso, rappresenta un solo aspetto della gerarchia divina, quello che riguarda l’insieme della vita terrestre. […] La sua forma occidentale, il Dionisismo, rappresenta anch’essa uno stadio in cui l’uomo è in comunione con la vita selvaggia” (ibid.). Non è un caso se entrambi i culti siano stati fortemente osteggiati dalle società urbane come “antisociali”. Allo stesso tempo, però, l’influsso dello Śivaismo sulla cultura indiana “ha salvaguardato in gran misura, in India, il rispetto per l’opera del Creatore e uno spirito di tolleranza fondamentale che altrove è persistito assai di rado” (p. 17). Dopo gli attacchi mossigli dal Vedismo, dal Buddhismo, dal puritanesimo cristiano e islamico, lo Śivaismo ha conosciuto una sorta di chiusura esoterica, che però non ne intacca la vitalità, l’altezza dell’iniziazione e il ruolo di religione popolare. Le sue origini sono addirittura rintracciabili nel VI millennio a.C.: si sarebbe trattato di un movimento culturale esteso dall’India all’attuale Portogallo. Una manifestazione di esso è individuata da Daniélou nella religiosità degli antichi Cretesi, in cui compariva la figura di Zagreo. Il nome di questo dio “è probabilmente in rapporto col monte Zagron, tra l’Assiria e la Media” (p. 34). Gli Achei lo assimilarono a Zeus, venerato sul monte Ida, sacro alla titanide Rea, madre di Zeus. “Questo dio che muore e rinasce reca nuova vita al fedele che ne penetra i misteri, giungendo al pasto di carne cruda dell’animale che è lo stesso dio manifestatosi” (ibid.). Il culto della Madre-montagna e del toro, insieme a quelli del serpente, dell’ariete, del dio cornuto e del fallo eretto sono altrettanti simboli connessi a Śiva. A Zeus/Zagreo, gli Achei diedero il nome di “Dioniso”: “dio di Nisa” (p. 35). Il suo culto si ricollegò all’orgiasmo femminile anticamente praticato in Tracia. Nisa è un toponimo che indica il monte dell’Elicona ove Dioniso avrebbe trascorso la fanciullezza tra le ninfe, ma anche la capitale dell’impero partico, attualmente in Turkmenistan, e una città della Caria (in Asia Minore).
Dioniso danzante.
Testimonianze dello Śivaismo anteriore all’arrivo dei nomadi Ari (II millennio a.C.) sono rimaste per via indiretta, in traduzioni o adattamenti sanscriti. Ai tre Veda originari, fu aggiunto l’Atharvaveda, raccolta di riti, formule e cerimonie prearie. Le fonti principali sullo Śivaismo, però, sono i Puraṇa (libri storici), gli Āgama (tradizioni) e i Tantra (riti iniziatici e magici). A questi, si aggiungano il Sāṁkhya (Cosmologia) e i testi sullo Yoga, tecnica d’origine śivaita e prearia.
Il conflitto fra Śivaismo e Vedismo è incarnato da una storia contenuta nel Bhāgavata Puraṇa (IV, cap. 2-7) e che somiglia alla vicenda delle Baccanti euripidee: il sacrificio di Dakṣa. Questi è un sovrano vedico che organizza un grande sacrificio in onore di tutti gli dèi, escludendone però Śiva, che considera impuro. Nonostante questo, gli ha concesso la mano della propria figlia Satī (= Fedeltà), per motivi politici (= accettazione del substrato religioso più antico da parte dei conquistatori Ari). Śiva punirà l’insulto col sangue.
Le accuse reciproche fra il dio e il sovrano sono significative. Il rappresentante del Vedismo disprezza Śiva, perché disgustato dalla sua vicinanza agli ambiti della morte, della follia, della corporeità. Distaccarsi dal culto di questo dio, però, significa morte: ovvero, dimenticarsi della natura dell’anima per isterilirsi nel ritualismo e condannarsi all’ignoranza del superbo.
Come illustra Daniélou, Śiva è, di volta in volta, signore degli animali, dio nudo (ossia, rappresentante della vera natura umana), colui che vaga nelle foreste ed eccita gli istinti. Il suo simbolo principale è il Liṅga, il fallo eretto che genera l’estasi e la vita. Uno degli aspetti principali di Śiva è l’Ardhanārīśvara, l’ermafrodito: l’unità di maschile e femminile che è impulso creatore, ma soprattutto totalità del reale. “La divinità primordiale è essenzialmente bisessuale. La divisione del principio in due poli opposti che fanno nascere il mondo è solo apparente” (p. 58).
Śiva è anche dio degli umili e guaritore; il serpente cui è associato rappresenta la sua capacità di usare i veleni con prudenza. Questo è anche il motivo per cui il serpente, in Occidente, è tuttora simbolo della medicina. Il culto di detto animale era presente anche a Creta, associato a quello del medico divino Asclepio.
Come sovrano dell’universo, Śiva governa le direzioni dello spazio. È il dio della morte, necessaria al rinnovarsi della vita. Si veste di ceneri: quel che resta di un mondo distrutto, specialmente nei roghi funebri. Cospargersi di ceneri è (in India come altrove) segno del distacco da una vita precedente, da un’illusione. I monaci śivaiti portano anche vesti color zafferano, segno di lutto in India e nel mondo celtico (cfr. p. 68). Questa pratica è stata ripresa dai monaci buddhisti e una veste color zafferano è attribuita anche a Dioniso. “Quando presso i cristiani il nero divenne il colore del lutto, i sacerdoti vestirono di nero perché, dal punto di vista del mondo, sono dei morti-vivi” (p. 69). A questo, Daniélou ricollega anche l’abitudine preistorica di dipingere di ocra le ossa dei sepolti.
Essendo il dio del ciclo naturale, per manifestare il proprio aspetto vitale Śiva ha bisogno di una Śakti, un’ “Energia”. Essa è la divinità femminile che permette al suo eros di dispiegarsi. I suoi aspetti, come quelli del dio, sono molteplici. È Pārvāti, “signora della montagna”, perché i monti collegano la terra al cielo. Se Śiva è “Kāla” (= il tempo), lei è Kālī, potenza del tempo e della morte. A lei bisogna chiedere misericordia, ovvero una dilazione. Il suo aspetto benevolo è Gaurī, “la dea bianca”, la Leucotea greca che proteggeva i naviganti. È anche Satī, la Fedeltà, come si è visto. È signora degli animali, così come delle montagne, omologa alla principale divinità cretese.
A Śiva, è dedicato un culto a base di abbandono della propria posizione sociale, vagabondaggio, danze estatiche e inni appassionati. I suoi praticanti sono detti bhakta, o baccanti: le loro pratiche sono analoghe a quelle del Dionisismo.
Il dio e la dea hanno forme animali e vegetali. Abbiamo già menzionato il toro, animale veneratissimo anche dagli antichi Cretesi: figlio della Terra, simboleggia il principio attivo produttore di seme (cfr. pp. 101-102). Minosse, archetipico re di Creta, fu generato dalla fanciulla Europa e da Zeus in forma di toro. Suo figlio fu il Minotauro, identico all’immagine di Nandin ( = felice), il toro di Śiva (vedasi p. 103). In tutto il Vicino Oriente antico e in Egitto, le corna erano simbolo di potenza e regalità (pp. 104-105). La dea, la Pārvāti simile a Cibele, è invece associata ai grandi felini: il leopardo, il leone, la pantera. La loro pelle era indossata dalle menadi. Abbiamo già parlato del serpente, simbolo di conoscenze farmacologiche, nonché dei segreti della terra.
Anche il Labirinto, dimora del Minotauro, non è estraneo allo Śivaismo. Esso simboleggia la Kuṇḍalinī, “l’energia avvolta a forma di spirale” che si trova nel “centro di base” all’origine della colonna vertebrale. Risvegliarla è compito dello Yoga, inestricabilmente associato al culto di Śiva. L’eroe deve “arrivare al centro del Labirinto” e “incontrare il dio taurino”, ovvero applicarsi alle pratiche che svegliano la Kuṇḍalinī. “La conquista, da parte dell’ ‘eroe’, del mondo spirituale e magico con l’ausilio delle tecniche yoga è diventata la vittoria dell’eroe ariano sull’antico dio dei Misteri” (p. 112). Daniélou ricorda anche la possibile origine di “labirinto” dal greco labrys, la sacra scure bipenne rappresentata ovunque, a Cnosso. Il tracciato della doppia ascia rappresenta, infatti, una strada senza sbocco. Il suo simbolismo è simile a quello della svastica, purtroppo nota solo per altre ragioni. “D’altronde, labra significa caverna, labirion una galleria da talpe” (ibid.). Una possibile identificazione del Labirinto di Minosse, infatti, è la caverna di Gortina, ai piedi del sunnominato Monte Ida. Le grotte sono sempre e ovunque le sedi privilegiate dei culti misterici. Sono discese nel cuore della natura, nel corpo della terra come in quello umano.
Come abbiamo anticipato, oltre che animali, le manifestazioni del dio e della dea sono vegetali. “Le piante sono in contatto diretto, non intellettualizzato, con la vita che le circonda” (p. 115). Diverse di esse (alimentari e medicinali) vivono in simbiosi con l’uomo. Sacri a Śiva sono diversi vegetali, ma soprattutto la Ficus religiosa: per inciso, l’albero sotto il quale il Buddha avrebbe raggiunto l’illuminazione. Una sopravvivenza di questi culti è forse visibile nel Calendimaggio dell’Italia centrale. “Ad Atene i giovani e i monelli in varie occasioni portavano in giro il maggio fatto di rami di lauro e di olivo” (p. 116). Naturalmente, non bisogna dimenticare il culto della vite e dell’edera in ambito dionisiaco.
Luoghi naturali sono ovviamente quelli per il culto di Śiva e Dioniso. Abbiamo già menzionato la caverna e il monte Nisa. Nisā significa “gioia” ed equivale al Paradiso terrestre del dio indiano (cfr. p. 121). Luogo intrinsecamente sacro è anche il crocevia, rappresentato dal simbolo pitagorico “Y”. Qui vaga Rudra, la forma primordiale di Śiva, e qui gli Ateniesi antichi ponevano le erme, immagini cultuali di Ermes. Qui risiedevano gli spiriti dei Celti. Il crocevia è simbolo del “centro di base” del corpo umano, in cui si trova la Kuṇḍalinī.
Alla luce di tutto questo, l’uomo - nello Śivaismo come nel Dionisismo - è chiamato a “trovare il proprio posto nella natura”, ovvero a risvegliare questa “energia avvoltolata” avvalendosi della conoscenza della propria interiorità. Questo - come si è detto - è compito delle tecniche di Yoga e di quelle tantriche.
Essendo lo Śivaismo fondato sulla conoscenza della struttura dell’essere umano, il suo numero sacro è il 5. Esso “ha fondamentale importanza nel codice genetico d’ogni cosa vivente. Perciò abbiamo cinque dita, cinque sensi, le foglie degli alberi hanno cinque nervature” (p. 128). Śiva è rappresentato con cinque volti, ovvero i cinque aspetti principali del mondo sensibile: 1) Īśāna, “il Signore”. Corrisponde all’etere, allo spazio in cui si trasmette il suono; 2) Tatpuruṣa, “l’Essere identificabile”. Corrisponde all’aria e al senso del tatto; 3) Aghora (“non terrifico”) o Agni (“fuoco”). Corrisponde al fuoco, per l’appunto, e all’elemento maschile, nonché alla vista; 4) Vāmadeva, “il dio della Sinistra”. Corrisponde al femminile, all’acqua, al senso del gusto; 5) Sadyojāta (“Nato spontaneamente”), l’unione dei due aspetti precedenti. La croce e i triangoli embricati del “sigillo di Salomone” lo rappresentano graficamente. Corrisponde alla terra e all’olfatto.
Il pentagono è perciò simbolo di Śiva e sacro fin dall’antichità, amato dalle organizzazioni iniziatiche, ma anche da musicisti e architetti. “La mezzaluna, quale è raffigurata nell’Islam, è la luna del quinto giorno che Śiva porta in fronte e che rappresenta la coppa di soma, l’elisir di vita” (p. 129).
Alla conoscenza dell’essere umano quale è espressa nello Yoga si ricollega la nozione dei chakra, i centri energetici presenti nel nostro corpo. Quello principale - abbiamo visto - è quello in cui risiede la Kuṇḍalinī. È posto fra l’ano e l’inguine; è paragonabile a un organo femminile aperto “verso ovest”, ovvero verso la parte posteriore (cfr. p. 131). La Kuṇḍalinī è “avvolta”, perché, “come un serpente, essa circonda il punto di partenza delle tre arterie principali tenendosi in bocca la coda proprio davanti all’apertura dell’arteria centrale” (ibid.).
L’opera di Alain Daniélou sottolinea questo e molto altro. Soprattutto, mette in guardia l’Occidente dalla perdita del dionisiaco nella propria spiritualità: perdita che è generatrice di “Kali Yuga”, di progressiva distruzione della natura e della vita. Dall’ambizione di asservire l’universo alle leggi umane, nascono due errori egualmente diffusi: 1) la convinzione che la felicità dell’umanità venga dal moltiplicare a dismisura norme scritte e congegni tecnologici; 2) la confusione fra convenzioni consolidate e “legge naturale”. L’esperienza di Daniélou è un invito a guardare in faccia le basi della vita, a dar loro spazio. È un invito a tornare alla vera religione, quel panteismo che è dignità dell’uomo come parte integrante dell’universo, non come suo preteso signore.


Alain Daniélou, Śiva e Dioniso. La religione della natura e dell’eros, Roma 1980, Astrolabio-Ubaldini Editore. [Shiva e Dionysos, Paris 1979, Librairie Arthème. Tr. it. di Augusto Menzio].

Pubblicato sul quotidiano on line Uqbar Love (12 gennaio 2017).

sabato 7 gennaio 2017

Le rose della notte - II, 4

 Parte II: Il cielo in fiamme



4.

«Il barone Fanfulla da Lodi,/ cavaliere di gran rinomanza,/ fu condotto una sera in istanza/ da una donna di facili amor…»
            La voce di Sanguinella, la Custode dei Canti, si levava spavalda in Strada Nuova, trascinando il coro del SOPA (*). I manti porporini delle ragazze fluttuavano al ritmo delle loro scarpe, che ticchettavano sul pavé. Una sopportazione da stoiche, per i loro piedi.
 La matricola, Bradamante in Fiera, reggeva al collo un coloratissimo cartello a pennarelli: “1 Abbraccio: 1 €. 1 Gufata: Gratis”. 

            Le “gufate” erano bigliettini accuratamente scritti a mano, ripiegati e contenuti nel sacchetto che Lucia Monella offriva agli eventuali passanti, poco vogliosi di contribuire alla Goliardia cittadina, ma curiosi della propria stessa sfortuna. A loro, poteva capitare un “Finirai la carta igienica dopo un’indigestione di puré”, un “Ti arriverà una Strillettera da parte di Voldemort” o altre chicche tra il fantasioso e il coprofilo. I più generosi, dopo l’euro di rito, affrontavano il contatto fisico con la buona Kiko-san. Né era impresa troppo spiacevole, a dire il vero. Di sicuro, si sentivano ben ripagati della propria liberalità.
            Un motorino sfrecciò vicinissimo alle goliarde. Portava un paio ragazzetti, coi caschi slacciati, che apostrofarono le studentesse con uno strillo inintelligibile. «Oh, un cervello in due!» esclamò Lobelia DeMona, con deliziosa perfidia. «Non l’avevo mai visto, prima d’ora!»
            Arrivarono in vista del Caffè Teatro. Ondate di musica pop le lambivano dalla sua porta. Davanti all’ingresso, qualcuno sostava ai tavolini, magari fumando. Altri chiacchieravano in piedi, o sedevano sul marciapiede davanti al Teatro Fraschini. Arianna I si diresse decisamente verso il locale. «Questueremo anche lì… e chi ha sete, o deve andare al bagno, potrà fare una pausa».
            Bradamante in Fiera tese la propria brava feluca bianca, in cui si accumulavano le monete. Qualcuno rimase a guardare; altri vollero il bigliettino menagramo; altri ancora offrirono l’euro – o più – ma rinunciando al “premio” con una scusa.
            Arianna I e Lobelia DeMona si avvicinarono al bancone e chiesero un paio di birre ad Arnaldo. Gettando un’occhiata alla saletta accanto, la videro piena di gente. Al microfono, come sempre, c’era Greta Sgarbo, che inaugurava un nuovissimo boa di piume blu elettrico.
            «Ah, ci sono le drag queen!» esclamò Lobelia. «Allora, potremo salutare anche la nostra Confidenza».
            “Confidenza” era un HC, un titolo Honoris Causa conferito dal SOPA a Rita Gayworth, ovvero Guido Raina. La goliarda allungò il collo, ma non poté vedere la sua sontuosa parrucca di onde rosse.
            «Ciao, Arianna I! Ciao, Lobelia!»
La voce era arrivata alle loro spalle.
«Ciao… Rita?!»
Alle due, ci volle un poco, prima di riconoscere – in quel ragazzo basso e minuto – la slanciata drag di una volta. Senza trucco, chiome finte e abito da sera, era un’altra persona.
«Non sono in servizio, stasera» spiegò lui, con tono gentile e ironico. «Voi come state?»
            «Ma sì… bene» fece la capo-ordine, con una scrollata di spalle. «Siamo in giro a questuare. Se vorrai contribuire, fuori troverai Bradamante in Fiera che raccoglie i soldi».
«Anche noi chiediamo un euro per Arcigay» le ammonì Guido. «Badate di non farci troppa concorrenza…» Le minacciò scherzosamente con un dito.
            «Ehh, ce ne andiamo, ce ne andiamo…» lo rimbeccò Arianna I. «E tu, Confidenza, non prenderti troppe… confidenze». Ridendo, l’HC le salutò e si tuffò nella saletta.

(*) A Pavia, esiste realmente una tradizione goliardica. Ma questo Ordine è rigorosamente inventato, come gli altri che compaiono nella storia.



[Continua]

Pubblicato sul quotidiano on line Uqbar Love (7 gennaio 2017).