domenica 31 dicembre 2017

Perché non cito Gramsci a Capodanno

“Ogni mattino, quando mi risveglio ancora sotto la cappa del cielo, sento che per me è capodanno.Perciò odio questi capodanni a scadenza fissa che fanno della vita e dello spirito umano un’azienda commerciale col suo bravo consuntivo, e il suo bilancio e il preventivo per la nuova gestione. Essi fanno perdere il senso della continuità della vita e dello spirito. Si finisce per credere sul serio che tra anno e anno ci sia una soluzione di continuità e che incominci una novella istoria, e si fanno propositi e ci si pente degli spropositi, ecc. ecc. È un torto in genere delle date. Dicono che la cronologia è l’ossatura della storia; e si può ammettere. Ma bisogna anche ammettere che ci sono quattro o cinque date fondamentali, che ogni persona per bene conserva conficcate nel cervello, che hanno giocato dei brutti tiri alla storia. Sono anch’essi capodanni. Il capodanno della storia romana, o del Medioevo, o dell’età moderna. E sono diventati così invadenti e così fossilizzanti che ci sorprendiamo noi stessi a pensare talvolta che la vita in Italia sia incominciata nel 752, e che il 1490 0 il 1492 siano come montagne che l’umanità ha valicato di colpo ritrovandosi in un nuovo mondo, entrando in una nuova vita. Così la data diventa un ingombro, un parapetto che impedisce di vedere che la storia continua a svolgersi con la stessa linea fondamentale immutata, senza bruschi arresti, come quando al cinematografo si strappa il film e si ha un intervallo di luce abbarbagliante.Perciò odio il capodanno. Voglio che ogni mattino sia per me un capodanno. Ogni giorno voglio fare i conti con me stesso, e rinnovarmi ogni giorno. Nessun giorno preventivato per il riposo. Le soste me le scelgo da me, quando mi sento ubriaco di vita intensa e voglio fare un tuffo nell’animalità per ritrarne nuovo vigore.Nessun travettismo spirituale. Ogni ora della mia vita vorrei fosse nuova, pur riallacciandosi a quelle trascorse. Nessun giorno di tripudio a rime obbligate collettive, da spartire con tutti gli estranei che non mi interessano. Perché hanno tripudiato i nonni dei nostri nonni ecc., dovremmo anche noi sentire il bisogno del tripudio. Tutto ciò stomaca. Aspetto il socialismo anche per questa ragione. Perché scaraventerà nell’immondezzaio tutte queste date che ormai non hanno più nessuna risonanza nel nostro spirito e, se ne creerà delle altre, saranno almeno le nostre, e non quelle che dobbiamo accettare senza beneficio d’inventario dai nostri sciocchissimi antenati.” (Antonio Gramsci, 1 gennaio 1916, Avanti!, edizione torinese, rubrica Sotto la Mole.)

Ecco, citato integralmente, il celebre articolo che rimbalza di bacheca in bacheca, di augurio in augurio, quando va appropinquandosi il Capodanno. E che io (fatevene una ragione) mi rifiuto di sottoscrivere facilmente.
Antonio Gramsci, Odio il capodanno
Fonte: munafo.blogautore.espresso.repubblica.it
            Non perché non intenda il senso di queste parole, anzi. Gramsci lancia una provocazione intelligente, diretta contro il modo acritico e fossilizzato d’intendere il tempo e la storia. È vero: sovente, non v’è riflessione, nello studiare la periodizzazione delle epoche e nel prepararsi alle ricorrenze. Si fa e basta. Si sostiene che, nel 1492, è finito il Medioevo ed è iniziata l’età moderna; che, nel 1815, è finita l’età moderna ed è cominciata quella contemporanea. Perché? Perché così ci è stato dettato. Sembra che, allo scadere di un anno, l’umanità debba deporre il calamo dei monaci per impugnare le armi da fuoco, o dimenticare il latino per i vari volgari: così, in un botto, come quelli che vengono sparati la notte di San Silvestro. Ciò è demente, caro Antonio: su questo, ti do ragione. Il senso comune è spesso privo di buonsenso - giusto per riecheggiare accanto a te Manzoni, e rimescolare quelle troppo rigide divisioni fra epoche. Mi permetto solo di dirti una cosa: se non ti chiamassi Antonio Gramsci, certi passi dell’articolo mi parrebbero poverissimi di sale. Mi riferisco al disprezzo per ciò che ci hanno insegnato gli antenati: coloro che hanno faticosamente guadagnato conoscenze e pratiche da trasmetterci, affinché noi (nani sulle loro spalle) potessimo risparmiarci la fatica di conquistarle di persona, e andare oltre - persino permetterci il lusso di dileggiarli. Non bisogna sputare sul calendario: sanno bene Giulio Cesare e Gregorio XIII che fatica iniqua sia metterne a punto uno, perché i membri di una popolazione cerchino di danzare al passo l’uno dell’altro, e (tutti insieme) al passo del cosmo.
            Perché, poi, dovrei essere perplessa, davanti al fenomeno delle festività? Se è vero che molti dormono nell’ignoranza del loro significato, è vero anche che questo sonno non è obbligatorio. Oltre a librerie e biblioteche, ho a disposizione la magia di Internet (va bene, non lo conosci… sei nato troppo presto…). Aggiungendo tutto questo ai miei studi universitari, ecco comparire davanti a me (strappati ai travetti artificiosi delle cronologie) i Saturnali, e i riti di Yule, e le loro vivissime ragioni. Vivissime, sì. Anche se le tecnologie odierne edulcorano le insidie delle stagioni, sotto la crosta di protezioni che ci siamo creati… siamo sempre gracili figli della terra. E questi mesi sono i più bui e i più freddi: quelli dell’influenza, della tosse, del cappotto. Basta pensare, per un attimo, a cosa sarebbe di noi senza le stregonerie che perpetuano calore e disponibilità di cibo anche in questi mesi… per ritrovare la bellezza del solstizio, con le ore di luce che tornano ad allungarsi; lo splendore dell’agrifoglio, verde e rosso in mezzo alla natura morta (oltre che febbrifugo); la potenza del fuoco che riscalda, come il sole sfuggito alla stagione delle tenebre; il sapore di un banchetto, in cui ci si godono le scorte di cibo, in barba al gelo calato sulla campagna; il riunirsi per creare una calda cerchia, o spaventarsi narrando dei morti che tornano fra noi, ora che tutto sembra morire.
            Ecco perché non odio il Capodanno e tutte le sacrosante feste che compongono il cerchio dell’anno. Perché sono momenti forti, coreografie speciali nella danza della vita. Se i miei consimili mi paiono troppo addormentati per apprezzarne il senso, li aiuto a stimolarne la reminiscenza - anziché buttar via la perla che la cecità impedisce di valutare.

            Per il resto, grazie d’averci ricordato che la vita ricomincia tutti i giorni. Che ogni benedetto dì potrebbe essere il momento per iniziare da capo… che è un dono da non perdere, perché la vita è nel presente. Perder di vista questo sarebbe una dimenticanza anche più pericolosa di quella a cui ho accennato. Ti avrei augurato un buon Capodanno quotidiano, caro Antonio - se io fossi nata prima. Ora, posso solo augurarlo al mondo intero.


sabato 16 dicembre 2017

“La mia Africa”: la LUM in viaggio con Karen Blixen

la mia africa film scena
Una scena del film La mia Africa.
Alla Libera Università di Manerbio (LUM), prosegue l’ideale giro del mondo in 28 giorni. Dopo il Vicino Oriente (con i Templari) e l’Europa (col muro di Berlino), è arrivata l’Africa. E il dr. Enrico Danesi l’ha presentata servendosi del cinema. 
            Pochi sanno che, dai Paesi africani, proviene un’ottima produzione cinematografica: perlopiù, film a basso budget, pensati per la visione privata, ma con contenuti di spessore: religiosi, o legati alla diffusione dell’AIDS. Secondo uno studio dell’Istituto di Statistica dell’UNESCO (2009), nel 2006, la Nigeria è divenuta il secondo Paese al mondo per produzione di film, subito dopo l’India. Se, per quest’ultima, si parla di “Bollywood”, per la Nigeria è proverbiale “Nollywood”.
            Il 23 novembre 2017, però, al Teatro Civico “M. Bortolozzi” non è stato proiettato un film africano. La scelta è caduta su una pellicola famosa, che mostra lo sguardo di un’europea sul Continente Nero: La mia Africa (USA, 1985; regia di Sydney Pollack). Esso è tratto dal romanzo autobiografico della scrittrice danese Karen Blixen, pubblicato nel 1937.
            Nel film, la protagonista (Meryl Streep) raggiunge in Kenya il barone von Blixen (Klaus Maria Brandauer), un amico col quale ha concordato di sposarsi. Le scene scelte dal dr. Danesi riguardavano il rapporto fra Karen, l’ambiente naturale e i nativi. Lei scopre ben presto che la sua vita non sarà tanto facile. Il marito ha scelto di coltivare caffè nei loro possedimenti: pianta che non può crescere eccessivamente, in quei terreni. Sarebbe necessario irrigare; ma coloro che dovrebbero deviare il corso di un fiume sono restii a farlo: quell’acqua deve “raggiungere la propria casa”.
dottor enrico danesi
Dr. Enrico Danesi
            Né finisce qui il divario culturale fra lei e i dipendenti della fattoria. Karen ha la sicurezza della dama europea d’inizio Novecento, “portatrice di civiltà”. Sa di poter offrire medicinali efficaci, cultura letteraria, possibilità di guadagno maggiore rispetto a quelle cui i nativi Kikuyo si potrebbero sognare. Ma deve fare i conti con la loro sensibilità. Il ragazzo zoppicante di cui lei si preoccupa deve “parlare con la propria gamba”, per convincerla ad andare all’ospedale. (Il giovane finirà per farsi curare e diverrà il cuoco della baronessa). La cultura del “dominio della testa” si confronta così con quella del “dialogo con gli elementi naturali” (esteriori o parte del proprio corpo). Avviene così un ponderato “travaso” fra la signora danese e i Kikuyo: si scambiano conoscenze necessarie alle rispettive esistenze. 
            Oltre agli umani, ci sono gli animali. È una pessima idea passeggiare dimenticando il fucile sulla sella del proprio cavallo; Karen lo capisce, trovandosi faccia a faccia con una leonessa. E guai a scappare: ciò denuncerebbe alla predatrice che lei è buona da mangiare. Un atteggiamento, peraltro, che non è diversissimo da quello delle persone… Questo le viene insegnato dal nuovo amico Denys (Robert Redford). Da lui, apprende la conoscenza della natura africana. Come Denys, essa può amare ed essere amata, ma bisogna lasciare che viva la propria vita. Non è mai un possesso. E la baronessa lo scoprirà a dure spese.
            Con uno sguardo sullo sconfinato paesaggio kenyota (simile allo “sguardo di Dio” che a Karen è stato regalato da Denys), si conclude il film. Il romanzo, invece, terminava con l’allontanamento - con l’addio definitivo all’Africa.




Pubblicato su Paese Mio Manerbio, N. 127 (dicembre 2017), p. 18.

venerdì 15 dicembre 2017

Maternità: destino scontato? Ecco cosa ne pensano le Donne Oltre

La nostra cultura è attualmente pervasa da domande sulla famiglia e sui ruoli di genere.
            L’associazione manerbiese “Donne Oltre” ha voluto prendere posizione con la rassegna cinematografica 2017: “Maternità: destino scontato dell’universo femminile?” Essa si è tenuta presso il Teatro Civico “M. Bortolozzi”. 
Hungry Hearts film scena
Una scena dal film Hungry Hearts.
            L’inizio è stato sorridente, con Juno (Canada/USA, 2007; regia di Jason Reitman), il 3 novembre. La protagonista si ritrova incinta, dopo un’esperienza sessuale col migliore amico. Pur essendo una sedicenne eccentrica e confusa su se stessa, prende in mano la situazione: decide di mettere al mondo il piccolo e di darlo in adozione a una coppia da lei scelta.
            Per il 10 novembre, la locandina prevedeva Quando la notte (Italia, 2011; regia di Cristina Comencini). Marina è in vacanza in montagna, col figlioletto di due anni. Quest’ultimo, assai vivace, la costringe a esasperanti notti insonni. Durante una di queste, il bambino rimane ferito per un imprecisato incidente. È stata proprio la madre a colpirlo?
            Il 17 novembre, è stato visionato Il papà di Giovanna (Italia, 2008; regia di Pupi Avati). Ambientato nella Bologna di fine anni ’30, racconta la storia di una diciassettenne dallo scarso equilibrio psichico e di suo padre, che dedica la propria vita a lei. Nel tentativo di renderla felice, il genitore la riempie di illusioni e, soprattutto, esclude Giovanna dal rapporto con la madre. Non si accorge, dunque, di quanto sia fondamentale questa figura, per la figlia…
            Per il 24 novembre, era in programma La nostra vita (Italia/Francia, 2010; regia di Daniele Luchetti). Claudio, operaio edile di Roma, scopre il cadavere di un collega, morto sul lavoro per carenza di sicurezza. Decide di non denunciare il fatto. Quando l’amata moglie muore per complicazioni “post partum”, cerca di risarcire i figli della perdita, ricorrendo ad attenzioni materiali. Per ottenere denaro, ricatta il datore di lavoro, facendo leva su quell’incidente insabbiato… Ma ciò risolleverà davvero i ragazzi dal lutto per la madre?
Per il 1 dicembre, la locandina proponeva Hungry Hearts (Italia, 2014; regia di Saverio Costanzo). Jude e Mina si sono conosciuti per caso e si sono innamorati. Dopo aver cercato di evitare gravidanze, la ragazza si scopre comunque incinta. Si convince che il bambino sarà speciale, come le ha predetto una chiromante. Per preservare la presunta purezza del piccolo, Mina decide di isolarlo dal mondo esterno, curandone lei stessa alimentazione e medicazioni, con metodi di dubbio beneficio. Jude si accorge che le scelte della ragazza stanno mettendo a rischio la vita del bambino. Per salvarlo, ingaggia una lotta costante contro Mina…
            Cinque storie per mostrare l’incapacità degli schemi e condizionamenti sociali di garantire la felicità, oltre che l’armonia. Esse possono essere raggiunte solo dall’ascolto dei veri bisogni, propri e altrui, per cercare di venir loro incontro. Non c’è un modo “giusto” per essere papà o mamma; ma ci sono l’intelligenza e l’empatia, per confrontarsi coi figli. Non si può addossare a qualcuno il compito di essere perennemente duro e vincente, o di essere indefinitamente disponibile ad accudire. L’uomo come “pilastro incrollabile della famiglia” non esiste; e così pure non c’è la madre perfetta, sempre savia, sorridente e amorevole. Esiste, però, l’amore. E questa è una certezza che la nostra cultura, dopotutto, non ha perso.


Pubblicato su Paese Mio Manerbio, N. 127 (dicembre 2017), p. 18.

giovedì 14 dicembre 2017

Molière e il “Tartufo”: i manerbiesi si preparano al teatro

tartufo i guitti brescia
Tartufo secondo I Guitti.
Fonte: teatrodelleali.com
In un’epoca in cui lo spettacolo viaggia per diversi canali, andare a teatro è un’attività da intenditori. Per apprezzare opere che, spesso, non appartengono neppure alla nostra epoca, un po’ d’introduzione non guasta. Perciò, la cittadinanza è stata invitata a una serata di presentazione del Tartufo (1664-1669) di Molière. L’iniziativa era firmata principalmente dal gruppo di lettura “Libriamoci” e da quello di conversazione in lingua “Café Français”; ma la collaborazione coinvolgeva anche l’Associazione Amici della Biblioteca di Manerbio, il Teatro Politeama e l’Assessorato alla Cultura. La scelta di presentare Tartufo o L’impostore era dovuta al fatto che questa commedia sarebbe stata rappresentata a Manerbio il 27 novembre: un adattamento del regista stesso, Luca Micheletti, inscenato dalla Compagnia Teatrale I Guitti
            Il 23 novembre, si è tenuta la suddetta serata introduttiva, presso la Biblioteca Civica. La relatrice era la prof.ssa Gabriella Arici. Questa ha precisato che il termine tartuffe, per indicare un impostore, non fu un’invenzione di Molière. La sua opera lo rese però proverbiale.
            Essa narra di un generoso padrone di casa, Orgone, che ospita a casa propria il signor Tartufo: un uomo di mondo che si atteggia a direttore di coscienze. La stima di Orgone per lui è sconfinata, al punto da promettergli in sposa la propria figlia. Non pago di ciò, Tartufo cerca anche di sedurre la moglie dell’amico e di appropriarsi di tutti i beni di costui. Riuscirà Orgone ad aprire gli occhi?
            La commedia non ebbe una vita facile. Essa irritò gli ambienti devoti e conservatori che circondavano il re di Francia; la sua rappresentazione fu pertanto vietata. Nel 1667, ne fu proposta una nuova versione: Panulfo o L’impostore. Il divieto di Luigi XIV fu però rinnovato. La questione si risolse solo nel 1669, con una riedizione della commedia che si concludeva esaltando la magnanimità regia. 
manerbio biblioteca civica tartufo molière
L'incontro nella Biblioteca Civica di Manerbio
per presentare il "Tartufo".
            La prof.ssa Arici ha descritto Tartufo come un’opera metateatrale: quella del personaggio eponimo è una “recita nella recita”. “Ipocrita”, in greco, significa “attore”: e Tartufo si mette in scena continuamente. Non compare mai da solo, perché, senza un pubblico, egli non potrebbe esistere. Non pronuncia mai monologhi, perché il monologo è il linguaggio dell’anima, che un impostore non può svelare. Per due interi atti, non compare di persona: viene costruito dai discorsi che gli altri personaggi tengono su di lui. Perché Tartufo è fatto di parole, di (falsa) reputazione. È suscettibile di interpretazioni molto diverse, anche se deve comunque rimanere un carattere sgradevole.
            Sia Tartufo che Orgone sono “tipi”: personaggi cristallizzati in un determinato ruolo (l’imbroglione e il generoso ingenuo). Tale semplicità era pensata per un pubblico spesso illetterato. Tuttavia, la loro caratterizzazione mostra una sottigliezza che non si ritrovava nella contemporanea Commedia dell’Arte. La loro universalità è la medesima dei vizi umani. A ciò, si aggiunga che la lingua di Molière è assai affine al francese contemporaneo: questi attributi fanno sì che sia un autore tuttora immancabile sulle scene.
            Dopo la presentazione della prof.ssa Arici, è stata illustrata la stagione teatrale del Politeama. La serata è stata conclusa da Andrea Alessandrini, membro della compagnia CaraMella di Bagnolo Mella. Ha descritto il teatro come modo per stimolare la crescita personale, variando i punti d’osservazione. Al contrario di altre forme di spettacolo, questa è caratterizzata dalla relazione diretta col pubblico e dall’importanza del punto di vista di ciascun spettatore.


Pubblicato su Paese Mio Manerbio, N. 127 (dicembre 2017), p. 15.

mercoledì 13 dicembre 2017

I Templari alla LUM, fra leggenda e realtà

Chi erano davvero i Templari? Un prospetto della loro storia, in aperta polemica con le dicerie in stile “Codice Da Vinci”, è stato offerto dalla dott.ssa Simona Ferrari, alla Libera Università di Manerbio (LUM). Il 9 novembre 2017, al Teatro Civico “M. Bortolozzi”, la relatrice ha tenuto una conferenza dal titolo: “I Cavalieri Templari: la storia e i luoghi fra mito, leggenda e realtà.”
           
Templari Beauceant miniatura
I due Templari a cavallo, col vessillo detto Beauceant.
“Templari” è riferito al legame ideale col Tempio di Salomone, a Gerusalemme. L’Ordine religioso-cavalleresco nacque infatti per rispondere alla scottante situazione in Terrasanta: i luoghi di pellegrinaggio cristiani, oltre a essere in mano musulmana, erano spesso teatro di brigantaggi e violenze varie sui viaggiatori. Essendo provenienti, perlopiù, da famiglie nobili (francesi in particolare), l’addestramento militare era parte della loro formazione fin da prima dell’ingresso nell’Ordine. Questo fu fondato nel 1119, per impulso di Ugo di Payns, e fu confermato nel Concilio di Troyes (1128). I Templari sposavano i tre famosi voti (povertà, obbedienza, castità) in modo particolarmente rigoroso. Si aggiungeva un quarto voto: appunto, quello dello “stare in armi”. L’esaltazione personalistica, tipica dell’ideale cavalleresco, fu sostituita con l’idea della “gloria di Dio”, da conseguire insieme ai confratelli.
Non fu comunque semplice conciliare il modello monastico con quello guerriero. Fu preparato un apposito cavillo teologico, addirittura elaborato da San Bernardo da Chiaravalle: i Templari, in combattimento, non avrebbero commesso un omicidio, ma un “malicidio”: l’uccisione dell’incarnazione stessa del male.
            A proposito del favoloso “tesoro” e del “calice sacro” custodito dai Templari: sembra che l’unico calice del quale le cronache storiche e, soprattutto, le testimonianze dei processi subìti dai Cavalieri riportino fosse quello in cui veniva apparentemente bevuto del vino rosso durante una speciale celebrazione del Giovedì Santo, a ricordo dell’Ultima Cena di Cristo: rituale del quale non sono disponibili testimonianze scritte dirette, ma che alcuni studiosi ritengono essere un antichissimo rito, addirittura di epoca paleocristiana, diffuso in Terrasanta.
filippo il bello templari rogo
Filippo IV "il Bello" manda i Templari al rogo
Il “tesoro” fu la loro oculatezza finanziaria, unita all’autonomia gestionale (obbedivano solo al Gran Maestro, il quale rispondeva delle proprie azioni direttamente al Papa). Inventarono la lettera di cambio, antenata dell’assegno, perché il denaro dei pellegrini fosse trasportato in sicurezza. Erano esentati dal pagamento delle decime alla Chiesa e al potere secolare. All’inizio del XIV sec., erano divenuti una potenza finanziaria che prestava denaro alle case regnanti, in particolare a quella francese. Fu questa l’origine della loro rovina. Filippo IV  di Francia, detto “il Bello”, per sottrarsi ai propri debiti e sottomettere quegli atipici cavalieri, li fece arrestare in massa la notte di venerdì 13 ottobre 1307. I Templari presenti su suolo francese furono sottoposti a un processo, in cui li si accusò di rituali sodomitico-eretici (più plausibilmente, riti d’iniziazione militare per provare la sincerità della loro vocazione e la loro tempra di soldati) e di adorare un idolo maligno detto “Baphomet”. Le tradizioni esoteriche, nei secoli, l’hanno trasformato in un elaborato simbolo di unità degli opposti e del ciclo della natura; ma era, più realisticamente, la deformazione del nome di “Maometto”, o di un termine arabo (il “padre dell’ignoto” dei Sufi). 
La loro scomunica fu pronunciata da Clemente V nel 1312, naturalmente dietro pressioni regie. Nel 1314, a Parigi, avvenne il rogo di Jacques de Molay, l’ultimo Gran Maestro templare.  L’Ordine cadde nell’oblio, da cui sarà tolto grazie alla curiosità illuminista. Fatto sta che, nel 1314, finì la sua storia… e cominciò la sua leggenda.


Pubblicato su Paese Mio Manerbio, N. 127 (dicembre 2017), p. 15.

martedì 12 dicembre 2017

Essere o apparire? Il dilemma arriva a Manerbio

essere o apparire questo è il dilemma 1 le muse dell'onirico
La cameriera Marietta (Sara Tomasoni) "accudisce" la vecchia zia
(Elisabetta Provezza). Sullo sfondo, Lello (Giancarlo Maggini) e suo padre
Carlo (Ennio Donini).
La vita è teatro e il teatro la finzione più vera. Questo potrebbe essere il motto della compagnia manerbiese “Le Muse dell’Onirico”. Essa ha già partecipato a feste cittadine, fornendo figuranti per la Shopping Night 2016 (a tema “Canto di Natale di Ch. Dickens”), per il Carnevale 2017, interpretando i conti Luzzago, e per la "Stagione delle Fiabe" 2017. Tra la provincia di Brescia e quella di Cremona, ha più volte replicato la commedia Essere o apparire: questo è il dilemma. Il 20 gennaio, anche i manerbiesi potranno assistervi, al Teatro Civico “M. Bortolozzi”.
L’allenamento degli attori, la drammaturgia e la regia sono a cura di Davide Pini Carenzi, regista e attore professionista. Scene e costumi sono a carico della compagnia stessa, mentre di luci e suono si occupa Augusta Capra. 
            Essere o apparire: questo è il dilemma è tratta da Fumo negli occhi (2002) di Faele e Romano. Il riadattamento del testo era sempre a cura di Pini Carenzi; Daniela Capra, ideatrice e direttrice artistica della compagnia, ha inserito alcune parti dialettali, utili a rendere l’idea dei battibecchi quotidiani.
            La trama è la seguente. Carlo Brandolini (Ennio Donini) è direttore di banca. Il suo stipendio potrebbe mantenere agiatamente la sua famiglia, se la moglie Teresa (Daniela Capra) non fosse affetta da un’invincibile mania: dimostrare al mondo che i Brandolini sono veri signori, a costo di procurarsi status symbol che non si potrebbero permettere. Compra un costume da equitazione per la figliola Patrizia (Erica Gazzoldi), uno smartphone ultimo modello per il primogenito Lello (Giancarlo Maggini) e assume una cameriera maliziosa e parassita, Marietta (Sara Tomasoni). L’unica a protestare per tutto questo è la vecchia zia del marito (Elisabetta Provezza), alcolizzata e rimbambita, ma perfettamente capace di capire che, in quella casa, ci sono “troppi cambiamenti e troppo in fretta”. Il “mondo” a cui Teresa vorrebbe gettare fumo negli occhi è, soprattutto, quello dei dirimpettai: i coniugi De Marchi. Lui è un subalterno di suo marito, in banca; lei (Valeria Tirelli) una signora bella e sofisticata, che fa morire d’invidia la signora Brandolini. Carlo, che vede sfumare il proprio stipendio in follie, è sull’orlo del cedimento; ma non sa reagire, se non con sarcasmi continui. Del resto, anche lui subisce il fascino della signora De Marchi… 
essere o apparire questo è il dilemma 2 le muse dell'onirico
La signora De Marchi (Valeria Tirelli) visita i coniugi
Brandolini (Daniela Capra ed Ennio Donini)
            La situazione scoppia quando la vezzosa vicina rivela che passerà il weekend in Costa Azzurra. Per non essere da meno di lei, Teresa afferma che la sua famiglia trascorrerà il finesettimana a Capri. Ma con quali soldi? Pur di “non dare ai De Marchi questa soddisfazione”, la signora Brandolini segrega tutti quanti in casa per tre giorni, in modo da far credere ai vicini che sono realmente fuori città. Proprio quando la reclusione sta per finire, il trucco rischia di venire svelato da una serie di incidenti, che coinvolgono anche un ladro gentiluomo (Franco Bressanin).
            È impossibile restare seri, davanti a una tale concatenazione di assurdità. Però, come vuole Pirandello, l’umorismo ha una doppia faccia. Si ride perché ci si può riconoscere, nelle piccole e grandi manie di una famiglia alle prese con le convenzioni della società consumista. Ma riconoscere la realtà sul palcoscenico dovrebbe, piuttosto, far piangere. Piangere davanti al fatto che, come dice papà Carlo, «per tanta gente, l’onore e il decoro di una famiglia sono legati a un weekend fuori città». Il denaro non compra né l’intelligenza, né la libertà di spirito.

La caduta del muro di Berlino raccontata alla LUM

muro di berlino visto dall'alto
Il muro di Berlino
Un muro può assumere il valore di delimitazione dello spazio domestico, difesa del proprio pudore, rifiuto della verità, obbligo, divieto, testardaggine e chiusura al contatto. I “muri” sono argomento d’attualità, nell’affrontare le difficoltà legate alle migrazioni di massa. Soprattutto, possono diventare simbolo di un’epoca. Come il muro di Berlino. Ne ha parlato il prof. Damiano Solsi, alla Libera Università di Manerbio (LUM). La sua conferenza, tenutasi il 16 novembre 2017, al Teatro Civico “M. Bortolozzi”, e s’intitolava “La caduta del muro di Berlino”. 

            Dopo la Seconda Guerra Mondiale, l’Europa si trovava divisa fra due “blocchi”, corrispondenti a modelli socioeconomici facenti riferimento a quello statunitense (a Occidente) e a quello sovietico (a Oriente). Per descrivere la situazione, nel 1946, Churchill impiegò la celebre espressione: “cortina di ferro”. Tra i due “blocchi”, vigeva infatti un clima di sospetto e tensione (anticomunista da una parte, anticapitalista dall’altra).
            La Germania era suddivisa in quattro zone di occupazione, tante quante erano le potenze vincitrici (USA, Regno Unito, Francia, Unione Sovietica). Berlino, pur trovandosi nel settore russo, fu suddivisa a propria volta in quattro aree.
            Nel 1949, le prime tre zone si riunirono nella Repubblica Federale di Germania. Qualche mese più tardi, nacque la Repubblica Democratica Tedesca (nota anche con la sigla “DDR”, per “Deutsche Demokratische Republik”), nell’area orientale. Una polarizzazione dovuta allo scoppio della Guerra Fredda. Berlino Ovest si trovò a essere un’enclave filo-occidentale all’interno della DDR. 
            Mentre la Germania occidentale viveva un boom economico, ciò era più difficile a Est: sia per le richieste economiche da parte dell’URSS (che doveva riparare i danni di guerra), sia per una politica economica che tendeva a bloccare ogni iniziativa privata. L’Occidente cominciò perciò a essere un polo di attrazione. Ciò si scontrava, però, con le limitazioni alla libertà di movimento introdotte per via della Guerra Fredda.
            Circa 2,5 milioni di tedeschi orientali fuggirono a ovest, tra il 1949 e il 1961. Si trattava soprattutto di giovani, laureati, artigiani, operai specializzati (talora militari).
prof. damiano solsi
Prof. Damiano Solsi
            Dal 1960 al 1971, fu presidente del Consiglio di Stato della DDR Walter Ulbricht. Nikita Chruščëv fu il segretario del Comitato centrale del PCUS (Partito Comunista dell’Unione Sovietica) dal 1953 al 1964 e presidente del Consiglio dei Ministri dell’URSS (1958-1964). La costruzione del muro di Berlino (1961) cominciò pertanto mentre erano in carica. Due mesi prima, Ulbricht aveva negato che fosse in costruzione un muro. Quando la divisione fisica di Berlino fu evidente, il muro venne giustificato come “Barriera di protezione antifascista”.
            Famoso per essere “sorto in una notte”, il muro ebbe ovviamente bisogno di anni per svilupparsi davvero in una complessa fortificazione. In quegli anni (’61-’89), nacque l’espressione “socialismo reale”: ovvero, storicamente esistente (non utopico o ideale).
            La caduta del muro (9 novembre 1989), così come la sua costruzione, fu preceduta da complessi eventi di politica internazionale. Con esso, non scomparve però l’eredità della divisione. Nella Germania orientale, permane un reddito pro-capite più basso, la popolazione ha un’età media più alta, raccolgono più voti i partiti di estrema destra, ci sono più asili nido, si produce meno spazzatura, sono più vaste le aziende agricole ed è più diffusa l’abitudine di vaccinarsi.




Pubblicato su Paese Mio Manerbio, N. 127 (dicembre 2017), p. 13.

domenica 10 dicembre 2017

“Bella ciao”: intervista con Ninetta Pierangeli

Bella ciao è il titolo del romanzo di Ninetta Pierangeli recentemente pubblicato (2017, Scatole Parlanti). L’autrice ha scambiato quattro chiacchiere con noi… 
ninetta pierangeli bella ciao romanzo
Ninetta Pierangeli, Bella ciao 
(2017, Scatole Parlanti)

1)      Il tuo romanzo è ambientato durante gli “anni di piombo”: periodo in cui sembrava che gli ideali politici e la dimensione pubblica assorbissero ogni ambito della vita. Eppure, la storia che racconti è una storia d’amore… Com’è stato possibile trovare spazio per l’intimità e il sentimento, in una simile cornice?

In realtà, l’amore, se viene cacciato dalla porta, rientra dalla finestra. Abbiamo diverse storie d’amore tra i terroristi di quegli anni. Mi vengono in mente, fra la sinistra, Mara Cagol e Renato Curcio. O, fra l’eversione di destra, la coppia Mambro-Fioravanti.
Sicuramente, l’eversione è stata un fenomeno per lo più giovanile e, quindi, la componente sentimentale non poteva esserne completamente esclusa - per quanto negli ambienti extraparlamentari di sinistra venisse disprezzato il sentimentalismo borghese. Sì, ufficialmente, la vita privata, per un terrorista, non avrebbe dovuto esistere; ma io ho pensato, scrivendo questo libro, che siamo uomini e non possiamo sottrarci alle nostre debolezze. Che, poi, l’amore, in questo racconto, tanto una debolezza non sembra.


2)      Due profili morali molto diversi, quelli di Alberto e Monica: uno semplice e concreto, come la terra; l’altra tendente all’alto, potente (e distruttiva) come il fuoco. Come hanno potuto incontrarsi? E quale (secondo te) è quello vincente? Anzi: c’è qualcosa da vincere?

Alberto si è innamorato di Monica: la ragazza bella fuori e bella dentro. Quel suo essere tutto per la causa degli ultimi l’ha resa più bella agli occhi di Alberto. E, poi, c’erano le suggestioni letterarie: quell’amore che i poeti antichi avevano così ben cantato e che lei conosceva e ripeteva. E anche Alberto cantava: canzoni semplici con la chitarra, ma a Monica piacevano. Il destino degli opposti, poi, si sa, è quello di attrarsi. Nella storia, il profilo vincente è quello semplice e concreto di Alberto; ma Alberto, nella sua concretezza, non dimenticherà mai Monica e il fuoco che l’ha scottato.


3)      Alberto e Monica sono personaggi del proprio tempo o sono universali? O entrambe le cose? Un’epoca storica ben precisa può essere un simbolo di condizioni esistenziali che vanno oltre il “qui e ora”?


Senza dubbio, Alberto e Monica sono figli del loro tempo. I loro problemi e le loro speranze sono distanti anni luce dai giovani di oggi. Non perché i giovani di allora fossero meglio di questi. Vivevano, semplicemente, in un momento diverso. Adesso, nessun giovane penserebbe di cambiare i rapporti sociali, il modello di produzione nelle fabbriche, lo Stato nel suo complesso. Da un lato, è tramontata una speranza; dall’altro, il privato è riemerso come lo spazio dell’autorealizzazione del sé. Secondo me, chi vince, chi, alla fine, risulta essersi posto nella prospettiva migliore, è Alberto. In questo senso, il percorso di Alberto, da una passione politica e sentimentale a un impegno concreto, sostenuto dalla riscoperta della fede, è un percorso che si può leggere anche in una chiave atemporale, fuori dalla sua contestualizzazione, come una strada sempre aperta da percorrere. Alberto si fa vincere dall’amicizia con il sacerdote, figura dell’amicizia di Cristo. Monica è invece vincitrice sulla sua stessa debolezza amorosa: lei vince perché pone la rivoluzione sopra qualunque cosa, lei vince perché non si pente, vince la coerenza e l’alta moralità della sua figura. Due persone, due morali: una cristiana e l’altra rivoluzionaria. In questo senso, la morale rivoluzionaria anche è atemporale. Compare nelle medesime forme ogni volta che c’è o si tenta una rivoluzione. Sotto questo aspetto, ci sono affinità con il romanzo Il comunista di Guido Morselli. Un capolavoro, ma distante anni luce dai nostri anni di liberismo sfrenato. Tornando ad Alberto e Monica: alla fine (sembra) vince chi perde.

domenica 3 dicembre 2017

Un buon Natale tenebroso con Jennifer Radulović

Natale tenebroso Brescia Circolo del Gotico
Natale tenebroso a Brescia
Macché “bianco Natale”. Macché “siamo tutti più buoni”. Il modo di festeggiare il 25 dicembre ha radici in feste cupe, legate alla temporanea morte della natura. E questo retaggio si è mantenuto fino in epoca moderna. Ne ha parlato la dott.ssa Jennifer Radulović, fondatrice del Circolo del Gotico.
            La conferenza Natale tenebroso ha avuto luogo a Brescia, al teatro S. Giovanni Evangelista, il 2 dicembre 2017. Il pubblico era in larga parte composto da giovani, alcuni dei quali con un aspetto “dark”; ma anche da famiglie con bambini. Per entrare subito nello spirito, la Radulović e sua madre avevano approntato un delizioso “albero di Natale gotico”, decorato con pipistrelli, teschietti, gatti e una luna a far da puntale. 
            L’aspetto tenebroso della festa deriva dalla sua vicinanza al solstizio d’inverno: il momento della notte più lunga dell’anno, nel periodo in cui l’agricoltura si ferma e la natura dorme sotto la neve… insieme ai defunti. Per gli antichi Romani, era il momento dei Saturnalia: festeggiamenti in cui l’ebbrezza si legava al macabro. Si riteneva che l’inverno aprisse una porta tra i vivi e i morti e che gli avi tornassero a battere all’uscio di casa. Il gelo e l’allungamento delle notti è infatti un modo per scendere nella tomba, per toccare con mano il sonno a cui ogni essere vivente va incontro. A tutto ciò, si legava il culto del Sol Invictus: il Sole che rinasce vincitore, dopo la lunga notte del solstizio. Con l’affermarsi del Cristianesimo, questo culto si sovrappose facilmente a quello del Natale di Cristo: la Luce nata nelle Tenebre per sconfiggere la morte.
            E Babbo Natale? La Radulović ne ha ricollegato l’iconografia a quella di San Nicola di Bari (270-343). In realtà, era vescovo di Mira, in Anatolia; oggi, la città è Demre e vi si ritrova una basilica paleocristiana che ricorda il santo. Il legame con Bari è legato all’attuale collocazione di buona parte delle sue reliquie. Le leggende sul suo conto ricordano miracoli piuttosto “materiali”, legati alla sua benevolenza e generosità. Avrebbe gettato tre sacchetti d’oro nella casa d’una famiglia povera, perché le tre figlie potessero avere una dote e non essere costrette a prostituirsi. Avrebbe resuscitato alcuni bambini, messi in salamoia da uno scellerato venditore di alimentari. Ma l’anziano dalla barba bianca richiamerebbe anche Odino e le feste germaniche del solstizio d’inverno. Nelle cartoline natalizie dell’Ottocento, Babbo Natale compare perlopiù vestito di verde; al posto delle renne, spesso lo trainava un cavallo. L’attuale immagine, panciuta e rossovestita, è stata resa famosa dal riadattamento pensato per pubblicizzare la Coca-Cola, negli anni Trenta. Era un modo per giungere a mamme e bambini.
            E gli elfi che accompagnano Babbo Natale? A volerne vedere l’origine, non sono figure tanto rassicuranti. Anzi, rappresentano i terrori dell’inverno e della notte. Famosissimo era Knecht Ruprecht (“il servo Ruprecht”), soprattutto nei Paesi di lingua tedesca: mezzo uomo e mezzo bestia, dotato di campanelli e scudiscio, distribuiva sferzate ai bambini discoli, in luogo degli agognati regali. La sua prima attestazione è datata 1668. Ne esiste anche la versione ceca, Čert. Molto simile a esso è il Krampus, l’orco di Natale: personaggio noto in diverse località tra Austria, Germania e Italia. Una fiera che lo vede presente viene tenuta, per esempio, a Tarvisio: qui, diversi Krampus trainano il carro di San Nicola. Le due figure affiancate (il buon padre barbuto e il terribile servitore) rappresentano la Luce e l’Ombra, necessariamente affiancate nell’equilibrio universale.
            Per quanto paia incredibile oggigiorno, queste figure minacciose comparivano nelle cartoline natalizie ottocentesche, destinate ai bambini. E un elemento macabro raramente mancava, nei biglietti augurali in lingua anglosassone.
            Del resto, è inglesissima la tradizione di raccontarsi storie di fantasmi accanto al fuoco, la notte di Natale. La letteratura gotica, variante di quella romantica, parla perlopiù inglese e tedesco. Ecco da dove Charles Dickens trasse ispirazione per il celeberrimo Canto di Natale… Altre penne gotiche, famosissime all’epoca, sono oggi sconosciute. Molte erano donne.
Natale tenebroso Circolo del Gotico Brescia
Natale tenebroso... secondo il Circolo del Gotico
            Durante la serata, sono stati letti ad alta voce stralci del racconto La cerimonia (1923), di H.P. Lovecraft: il rampollo d’una famiglia che conta diversi avi condannati per stregoneria si ritrova ad affrontare il lato macabro del Natale… 
Anche la celebre famiglia Addams nacque sotto forma di vignette natalizie. Il suo inventore, Charles Addams (1912-1988) giocò così con l’ideale domestico degli americani.

            La conferenza non poteva poi che approdare a un classico cinematografico: The Nightmare Before Christmas (1993). Ideato da Tim Burton e diretto da Henry Selick, si basa sul legame antropologico fra Halloween e Natale: le feste in cui le porte dell’Aldilà sembrano aprirsi e i vivi sentono vicini coloro che dormono sotto la terra, insieme alla vegetazione e al Sole.




martedì 28 novembre 2017

"Il sole d'agosto sopra la Rambla", di Damiano Dario Ghiglino

TITOLO: Il sole d’agosto sopra la Rambla 
Damiano Dario Ghiglino Il sole d'agosto sopra la Rambla romanzo gay
Damiano Dario Ghiglino,
Il sole d'agosto sopra la Rambla



GENERE: Lgbt, drammatico


PAGINE: 127

TRAMA Sono i “giovani tramonti”, fragili e tenaci, ragazzi gay dai cuori spezzati impressi indelebilmente sullo sfondo di una Barcellona sotterranea. Ognuno alla ricerca di qualcosa e in fuga da qualcosa, ognuno con le proprie paure e i propri segreti. Tra prostituzione e dipendenze, locali malfamati e preti pedofili, nostalgie e desideri brucianti, passioni e tenerezze passeggere, in attesa di quell’evento imprevedibile che cambierà per sempre le loro esistenze, cercheranno di fermare il tempo per vivere unicamente il presente ed attendere l’amore in quella dimensione, così sfuggente ed ambigua, dell’istante stesso. Eppure quando un sentimento forte e sconosciuto si farà strada nei cuori dei diciottenni David e Borja, i più giovani del gruppo, la diffidenza e lo stupore lasceranno progressivamente spazio ad una coscienza sempre più profonda e ostinata. Romantico e spietato al tempo stesso, questo romanzo rappresenta il ritratto psicologico di una generazione smarrita alla quale il futuro si presenta come imperscrutabile.

lunedì 27 novembre 2017

Un film leggero con una morale pesante

«Non è arrivato il film che avevo prenotato… Allora, guardiamoci questo». Così, sul piattino del lettore DVD, è arrivato Animali fantastici e dove trovarli (2016; regia di David Yates). Degno complemento di quella serata per sole ragazze, fra divano e biscotti casalinghi. Da adolescente, fui una fan devotissima di Harry Potter. Mi sbellicai dalle risate (e da una struggente nostalgia di un mondo impossibile), leggendo l’antenato cartaceo del film suddetto: un testo scolastico di Hogwarts con gli scarabocchi attribuiti a Harry, Ron e Hermione. 
eddie redmayne dan fogler
Newt Scamander (Eddie Redmayne) istruisce il babbano Jacob
Kowalski (Dan Fogler). Fonte: comingsoon.it
            Attualmente, però, le mie esigenze sono più sostanziose. Non solo amo fantasy più monumentali (J.R.R. Tolkien vi dice qualcosa?), ma preferisco coltivare la saggistica. E, in particolare, approfondire l’alchimia, la stregoneria e la magia rituale storicamente praticate. Morale della favola (letteralmente!): non ho avuto la smania di seguire le novità targate J.K Rowling, nemmeno il film suddetto. Esso, però, non mi ha deluso  - forse, anche perché è stato sceneggiato dall’autentica mamma della saga.
            Animali fantastici e dove trovarli, tutto sommato, è un fantasy leggero, pensato per un ampio pubblico che desidera meramente ridere, piangere e immedesimarsi. È il messaggio di fondo a essere pesante. Come la valigia di Newt Scamander. Un involucro in pelle, apparentemente fragile e limitato, ma sconfinato all’interno. Come l’essere umano. E “mago” è chi sa esplorare questa valigia semovente senza perdervisi. Mentre “Babbano” è sinonimo di “inconsapevole”, di “dormiente” nel conformismo e negli schemi mentali ricevuti. Inconsapevole del mondo che guizza dentro di lui.
            La firma di J.K. Rowling è visibile in un tema di fondo: l’intolleranza, nelle sue varie forme. C’è quella dei Babbani (appunto), che è la paura nei confronti di chi sfugge alle maglie della pretesa “normalità”. Un’intolleranza davvero curiosa, eretta contro chi sa realizzare le proprie visioni più profonde… ma non ha paura di bestialità come il fanatismo e l’ottusità. C’è poi l’intolleranza dei maghi, rappresentata da Grindelwald: quella di chi è stanco di vivere nascosto e braccato e vorrebbe annegare tutto questo in un massacro liberatore. Ci spiace dirlo, ma questo tipo di fanatismo è assai più comprensibile dell’altro.
            Di quell’altro, rappresentato dai Secondi Salemiani. “Secondi”, perché i processi alle streghe made in Salem sono avvenuti realmente, prima dell’epoca in cui il film è ambientato. Per la serie: la realtà è più pazzoide della fantasia. Ossessione per la Verità (con la “V” maiuscola e l’accento sulla “à”); convinzione di rappresentare il Bene Assoluto e di avere, pertanto, la licenza di ricorrere a qualunque mezzo, violenze incluse… Ogni riferimento alla realtà è puramente casuale, nevvero? Compresa l’attitudine di questi lugubri bigotti a raccogliere gli orfanelli, sfamarli e riempirli di paure assurde col pretesto di consolarli. «È un marchio delle streghe?» domanda, terrorizzato, un ragazzino, mostrando una macchia sulla cute. «No, no…» risponde maternamente una Seconda Salemiana. Omettendo di precisare che, se lei stessa non avesse contribuito a imbottirgli la testa di fole, il piccolo non avrebbe avuto bisogno di essere rassicurato. Nelle case dei cacciatori di streghe, l’odio precocemente inculcato trasuda ovunque, finanche nelle tiritere infantili. I bambini sono propagandisti gratuiti e incondizionati: bisogna coltivarli con cura. E sono preziosi i derelitti, perché (nelle loro condizioni) non possono permettersi di accendere il senso critico. Possono solo ringraziare le mani che danno loro il pane - e ricompensarle con l’unica cosa che posseggono, l’obbedienza.
           
Animali fantastici e dove trovarli: i protagonisti
arrestati dal MACUSA. Fonte: blog.screenweek.it
E i maghi? A New York, l’ordine magico è sorvegliato da una sorta di “ministero della sicurezza”, il MACUSA. Unica preoccupazione: insabbiare ogni prova dell’esistenza dei maghi. Con tipacci come i Salemiani in giro, non è un’idea malvagia. Peccato che, in nome di essa, il MACUSA non esiti a commettere torti verso coloro che dovrebbe proteggere e a perpetrare mortali sciocchezze. La sua disinvoltura nel somministrare la morte è ai limiti dell’autolesionismo. L’unico modo in cui sa affrontare i problemi è la coercizione - violenza controllata, ma sempre violenza. Non c’è da stupirsi che Grindelwald (MOMENTO SPOILER) si mimetizzi così facilmente fra loro.
            Proprio la violenza della repressione di sé trasforma in mostruoso pericolo ciò che sarebbe, altrimenti, una semplice peculiarità. Se si bolla qualcuno come “contro natura”, si otterrà infallibilmente un essere contro natura: perché vivrà contro la propria.
            Gli eroi positivi, come sempre nelle opere della Rowling, sono coloro che sanno sposare l’amore con l’intelligenza. Coloro che sanno parlare con l’alterità, perché la vedono per ciò che essa è. Senza il sonno della ragione, non nascono mostri.

domenica 26 novembre 2017

Dioniso

Sara si fissava nel ritaglio dello specchio; le sue ciocche d’inchiostro serpeggiavano lungo le spalle seminude, lungo il disegno delicato delle scapole.
            Dal letto, Mirko la occhieggiava con studiata distrazione. Nel corridoio del collegio, gli altri allievi del “Cairoli” vociavano e rimandavano tonfi da una parete all’altra, in quella che doveva essere un’improvvisata partita di calcio con una palla di cartacce.
            «Domani, non verrò a trovarti» annunciò Sara, passando il pettine di Mirko là dove, poco prima, si erano immerse le dita di lui. «Non so tu, ma io avrò bisogno di riposare, la notte prima della recita». 
baccanti euripide
Baccanti. Fonte: igiornielenotti.it
«Non c’è problema» mormorò lui, in un soffio tenero e rauco.
Finalmente, anche Mirko aveva trovato posto nelle iniziative teatrali della professoressa Fusini. Negli anni precedenti, lei aveva coinvolto diversi studenti dell’università di Pavia in pièces di Oscar Wilde o di William Shakespeare, inscenate con efficace semplicità nell’Aula Magna del Collegio Ghislieri. Fra queste rappresentazioni, era compresa una Salomé, intrepretata da Sara, che a Mirko aveva fatto rasentare il deliquio.
            «Devo ricordare a Laura di portare i serpenti di gomma» mormorò la ragazza quasi fra sé, riabbottonandosi la camicetta. L’altro represse un moto di fastidio. Cercò di concentrarsi sulle finissime dita di lei, che sistemavano il colletto attorno alle vene cerulee della gola.
            Quell’anno, la Fusini aveva consultato i colleghi classicisti e aveva proposto le Baccanti di Euripide, in una recente traduzione di Vincenzo Di Benedetto. I serpenti di gomma avrebbero adornato il capo delle coreute e del loro dio Dioniso –alias Sara.
            Laura. Il “principe Amleto” dal caschetto biondo e dagli occhi pieni di azzurro distacco. L’indolente confusionaria che, di botto, sapeva partire con lo zaino in spalla, per andare a perdere il cellulare sui Carpazi.
Certo, Laura sapeva recitare. Mirko lo ammetteva senza sforzo. Ma proprio questo suo rivaleggiare con Sara in profondità interpretativa, l’intreccio flessuoso delle due anime nel lago dell’arte gli dava ombra. Gli sembrava di doversi fermare sull’orlo di quel lago, irretito come Sigfrido davanti al Cigno Bianco e al Cigno Nero.
Due sere dopo, lui, Mirko, sarebbe stato Penteo, re di Tebe. E Laura sua madre, Agave. Si chiese se “Tombola”, suo compagno di collegio, stesse ripassando il monologo del Secondo Messaggero –quello con cui avrebbe annunciato la morte di lui, Penteo.
            Sara aveva già raccolto la propria borsa e gli sorrideva, con un lume d’ammaliante congedo nei loti degli occhi.
«Ti accompagno!» si offrì lui, come sempre. Il collegio femminile “S. Caterina da Siena” si trovava proprio dietro il “Cairoli”. Mentre Sara si appoggiava mollemente al suo braccio, Mirko pensò a Laura, al fatto che lei dormisse sotto lo stesso tetto della sua ragazza. Uno sbuffo impercettibile scacciò quell’ombra.

  *   *   *

I sedili dell’Aula Magna, a giudicare dal brusio, andavano già riempiendosi. Agli occhi dei presenti, si offriva un soppalco, sul quale una sagoma bianca chiusa da tende grevi voleva significare il palazzo di Penteo. Ai piedi di esso, tronchi di colonne ioniche in polistirolo giacevano, ammantati di edera. Fra di essi, un monticello di pietre reggeva un cratere in terracotta –segnacolo della tomba di Semele, madre di Dioniso.
      Dietro la scena, Mirko attendeva, già bardato con la spada e un’armatura in finto cuoio che sembrava esternare le fibre muscolari.
Sara indossava le vesti vaporose di Dioniso, sormontate da una falsa pelle di leopardo. I suoi capelli corvini fluivano liberi come Mirko li aveva visti nella propria stanza; su di essi, una corona di edera e serpi di gomma, che circondavano anche il collo.
Sara stava aiutando Laura a rassettarsi il costume di Agave, ricco di pieghe e lembi. Le sue dita percorrevano quei panni come trame di una mappa a lei familiare. Laura la lasciava fare, con un velo sornione sugli occhi. Mirko strappò il proprio sguardo dalla coppia. Un rossore rabbioso gli punse le guance.
      Il buio calò nella sala. Un “occhio di bue” si fece strada sul soppalco. La voce di Sara risuonò squillante nel prologo:

…quante donne c’erano a Tebe, tutte le ho fatte impazzire e le ho fatte uscire dalle case, e ora insieme con le figlie di Cadmo, senza distinzione, siedono sotto i verdi abeti su rocce che non hanno tetto. È necessario che questa città impari, anche se non lo vuole, che le manca ancora di essere iniziata ai miei riti…

Un suono cadenzato di cembali e verghe misurò l’ingresso del coro di baccanti, che si seminarono fra i tronchi di colonne, attorno alla tomba. Mirko deglutì, nell’ombra della scena, mentre le ragazze scandivano i versi all’unisono –un’abilità che era costata i momenti più esasperanti delle prove. Anche perché le baccanti dovevano recitare danzando. Sara sarebbe stata bravissima, pensò Mirko –lei che era stata Salomé.
      Un rumore di passi sul soppalco segnalò l’ingresso in scena dell’indovino Tiresia e di Cadmo, padre di Semele e Agave. Anche loro erano stati agghindati come le coreute, con tirsi, ghirlande di foglie e finte pelli di cerbiatto. Sotto quei paramenti, recitavano Francesco, il compagno di bevute di Laura, e Cesare, che di lei era stato compagno di liceo e aveva ereditato da quei tempi –non si sapeva bene – l’amicizia o il disprezzo della ragazza.
I due levarono alti schiamazzi, festeggiando il loro ringiovanimento a opera di Dioniso. Mirko inspirò a fondo. Presto, lui avrebbe dovuto fare irruzione e castigare la loro euforia.

Che combinazione. Mi trovavo fuori di questa terra, quando ho sentito le brutte novità che succedono qui a Tebe…

Francesco e Cesare, nei loro addobbi femminei, fissavano Mirko come se realmente fosse il giovane re di quella folla muta, pronto a rovesciare la scena e a far cessare la trasgressione rituale del teatro. Il ragazzo squadrò con disprezzo le baccanti, disseminate nell’edera, sotto il palazzo:

Ho sentito anche che i boccali, colmi, stanno ritti, in mezzo ai loro tiasi, e quelle intanto si appartano in luoghi solitari……la loro motivazione è che sono menadi officianti, solo che anziché a Bacco la precedenza la danno ad Afrodite…

Mirko lasciò la scena con un gesto di magnifico sdegno, dopo aver gettato a terra i tirsi e le corone vegetali strappati ai due. Nelle orecchie, gli risuonava ancora il discorso di Tiresia:
                                                              
…questo dio, il dio nuovo che tu deridi, io non sono in grado di dire tutta la sua grandezza, e l’impatto che avrà…

Uscì nuovamente dalla reggia quando si furono spente le sillabe del coro, scorrenti su un tappeto di flauti:

…potessi io giungere a Cipro, 
l’isola di Afrodite… 
…lì portami tu, o Bromio, Bromio, 
tu dio che guidi il corteo dell’euoè; 
lì sono le Chariti, lì il Desiderio, 
lì hanno accesso le baccanti 
per celebrare il rito.

Con le morbide braccia strette dai servi, gli occhi neri ombreggiati dalle lunghe ciglia, gli fu condotta Sara. Nella posa fiera che il ruolo gli imponeva, Mirko fissò la prigioniera. Ombreggiature fumose e affusolate davano un risalto ipnotico al suo sguardo; il trucco disegnava anche, sulle sue guance, due pomelle color del mosto.

Liberate le mani di costui. È in trappola: sarà veloce, ma non così tanto da sfuggirmi.

Con passo sicuro, Mirko avanzò verso Sara e le fece alzare il mento. La costrinse a guardarlo negli occhi:

Eppure, per l’aspetto esteriore, o straniero, non sei privo di una tua piacevolezza formale, per chi voglia usare criteri femminili…

Un bagliore guizzò nelle pupille di Sara. Mirko fissò i petali serrati della sua bocca:

…I tuoi riccioli sono ben lunghi, e non perché tu pratichi la lotta libera; arrivano fin sopra la guancia, sono roridi di desiderio; e se la tua pelle è lucida, c’è un fine ben preciso: non ti esponi ai dardi del sole, ti ripari sotto l’ombra, e con la tua bellezza cerchi di far tua Afrodite…

Il fiato del giovane sembrò sospendersi. Sara colse il suo esitare e gli rimandò un sorriso di sfida:

Sai tu –forse ne hai sentito parlare – del fiorito Tmolo?

A quelle parole di Dioniso, cominciò il dibattito serrato fra il dio e il re. Mirko ripercorse le battute con sicurezza, attendendo il momento convenuto.

Dimmi la pena che devo subire, la cosa terribile che mi vuoi fare.

Pronunciando questa frase, Sara piegò il capo, con una sottomissione studiata che sapeva di suadente. Mirko, con il dorso dell’indice, le percorse l’orecchio:

Prima cosa. Questo tuo ricciolo delicato, lo taglierò.

Il ricciolo è sacro, fece lei di rimando. È per il dio che lo faccio crescere.
      L’altro, imperterrito, le sottrasse anche il tirso.
Mentre i servi trascinavano Sara all’interno della scena, lei si volse verso Mirko, con sguardo esaltato:

…il contraccambio di questi oltraggi da te lo esigerà Dioniso…

Seguì la voce del coro, poi lo strepito delle baccanti. La voce argentina e morbida di Sara le galvanizzava dall’interno del palazzo. Le sue parole senza volto chiamarono fuoco sulla reggia e sulla tomba di Semele.
      Alla fine, Mirko si ritrovò di fronte al dio, libero dalle sue catene. Con un sorriso di squisito trionfo, Sara invitò al silenzio le proprie menadi e fissò il giovane, in ascolto delle prodezze sanguinarie avvenute durante i riti bacchici.
      Mirko, dunque, giunse alla risoluzione fatale: abbandonare spada e armatura, per assumer l’abito delle menadi. In piena luce, sulla scena, Sara aggiustò sul suo corpo quel nuovo rivestimento femmineo. Le sue dita si muovevano, fluide, tra pieghe e ciocche di capelli. Lei, invece, era stata arricchita di un paio di corna taurine e di un manto di nera pelliccia. Mirko ripensò a lei e Laura –ma si distolse dal ricordo.

Il tuo modo di pensare è cambiato: bravo.

Il giovane sorrise a Sara di rimando, come gratificato dal complimento:

Eppure, sono sicuro che esse nei cespugli, come uccellini, sono impegnate in amplessi con graditissimi allacciamenti…

La ragazza saettò verso di lui un ghigno:

È per questo che ti avvii sul posto a controllare la situazione. Probabilmente le coglierai sul fatto, se tu non sarai preso prima.

Le sue corna e il suo manto parvero torreggiare su Mirko, facendo di lei una belva immane e fantastica. Sara fissò la figura agghindata del giovane, i suoi ornamenti femminili, e si distese in un’espressione di voluttuosa apoteosi:

Tu sei il solo che per questa città impegna se stesso, tu solo. E per questo ti attendono le prove che ti spettavano. Seguimi: io procederò, tua guida e tua difesa. Ma altri ti condurrà via di lì…

La voce di Mirko si levò con flautato trasporto:

A deliziosi vizi sei tu che mi costringerai…

Dioniso si volse al pubblico. Le sue parole esplosero sulla folla:

Sei tremendo, tremendo e a prove tremende ti avvii: troverai una gloria che arriva fino al cielo. Tendi le tue braccia, Agave…

Mirko riparò sotto le ombre del retroscena, delicatamente sospinto dalle dita di Sara. Avrebbe rivisto le luci della ribalta solo disteso su una barella, quella che avrebbe accolto le sue spoglie straziate dalla baccanti. Laura avrebbe trionfato, innalzando sul tirso l’effigie della sua testa.
      Si preparò disteso sul lettuccio e attese di ascoltare la descrizione della propria morte scandita da “Tombola”. China su di lui, col volto di Dioniso ancora dipinto sul proprio, Sara gli rivolgeva un’espressione serafica.
Mirko cercò di cogliere nei suoi occhi arabi l’impronta di quelli di Laura. Poi, scivolò in una sorta di sopore, in cui le dita di Sara fra i suoi capelli trascinarono il suo capo in una danza; un turbine d’ali corvine si confuse coi bagliori d’una chioma bionda e mille mani di velluto gli strapparono fitte senza nome.





Compreso in: AA.VV., Racconti bresciani. Edizione 2017, a cura di Viviana Filippini, 2017, Historica Edizioni, pp. 67-73.