giovedì 17 agosto 2017

Pausa zen - Torneremo fra qualche giorno

Buongiorno a tutti! Scrivo per avvisare che, dal 18 al 21 agosto, sarò inattiva e non rispondero' a eventuali commenti, perché parteciperò a un ritiro zen. Ci risentiremo prossimamente... Mille gassho!

lunedì 14 agosto 2017

Carla Strippoli - #SoloperteGA (Nulla die Ed.)


"Un misto di generi d’intrattenimento comporta la lettura di una storia qualunque, per infondere delle confessioni riprese con la videocamera.

La diretta virtuale si frantuma in venti capitoli, con una sincerità di base su cui l’immaginario fa la propria parte in maniera alquanto spassosa e trasgredendo certi dettami morali. 

Effettivamente ci si pone dinanzi alla narrazione di un’invenzione; con l’autrice che c’ha messo del suo fino a piangere, gettando parole sui fogli spesso e volentieri quando fuori era buio pesto, domandandosi quale errore c’era da scontare oltre all’infinito sentimento che nutriva per un individuo che pensava ad altro illudendola sul fatto che persistesse un’attrazione reciproca.

La scrittrice in fase di sperimentazione non fa altro che rischiare una vita, un racconto da inoltrare, che ritiene che sia paurosamente retorico senza se né ma, per non dire ridicolo; riflettendosi nella figura di un’ammiratrice incallita, alle dipendenze del proprio mito vivente, contattabile sul web.

In questo diario dai minimi particolari e dalle massime origini il tema non si diversifica affatto, i concetti sull’amore vengono ribaditi attivamente per smussare l’esclusiva sulla coscienza in seno a una donna che si getta nello specchio col pericolo di rimbalzarci e mandarsi affanculo; in dotazione di una presenza fisica che si lascia sfaldare dall’inarrivabile.

Trattasi forse di quell’impeccabile invito alla pazzia, da leggere e rileggere all’infinito, a tal punto da sentirsi nella comunicazione consacrati alla faciloneria e stracciarlo, per ricomporlo come se non l’avessi già a portata di mano come di pensiero, o magari confinarlo in un contenitore di brutte copie, lungi dall’intimarle, anche se conviene sempre agevolare l’ascolto di un simile se non di un estraneo senza ruggire virtualmente, con l’immaginario; bensì realmente, per schiarire quantomeno le buone maniere e pretendere saggiamente dell’affetto.

L’incomprensione latita, è la verità che attanaglia completamente il lettore che vuol sentire di sapere se l’amore per una persona aderisce a un reimpostabile senso di quiete invece di generare angoscia e per giunta a sproposito, cioè a scapito del valore dell’uguaglianza già di per sé utopico…!
 
carla strippoli #soloperteGA
#SoloperteGA di Carla Strippoli
(Nulla die Ed.)
In questa storia, di una persona qualunque, il lettore ha libera facoltà d’inquadrare un procedimento esistenziale irrefrenabile e di certo eccessivo dacché riconducibile alla cattiva stella che una persona da sogno fa brillare fatalmente.

La protagonista deve comprendere quale limite ha varcato, che può riguardare l’intelletto (ma in malafede) o l’ingenuità (fagocitando comunque il buonsenso); allo strenuo in ambedue i casi del timore di non essere accettata, pari a quello di venire a capo di qualsiasi emozione… e dunque di una sensibilità che si rivela inopportuna, a differenza dei temerari per l’appunto, di coloro che sembrano polverizzare tutti gli ostacoli.

L’immaginario in questo libro può spalancarsi fino a essere soggetti alla censura; tale raccomandazione però precipita nella concezione del sentimento profondamente unilaterale che attende il suo sviluppo assistendo all’esposizione universale dell’assenza di un uomo, della presenza di un personaggio che si libera in un sogno rosato e più forte di qualsiasi marasma virtuale."


domenica 13 agosto 2017

Con lo stomaco e il cuore: Vincenzo Kira

Vincenzo Kira è un rapper emergente e tutto pepe… anzi, tutto peperoncino salentino. Per l’uscita del suo singolo Brazzers, abbiamo voluto scambiare quattro chiacchiere con lui. 
Vincenzo Kira rapper
Vincenzo Kira

1)      Brazzers non è sicuramente il tuo primo brano. Hai già alle spalle diversi pezzi, tutti incentrati su forme di follia quotidiana e male di vivere. Possiamo definire il tuo "un rap nichilista"?

Il mio rap trae ispirazione da svariati fattori: le mie esperienze di vita, ciò che ho intorno e percepisco, la stessa musica (non solo hip hop), diverse forme d'arte e di lettura come film, cartoni, fumetti, libri... Di conseguenza, ai libri si aggiungono le varie correnti filosofiche e letterarie, tra le quali il nichilismo. Ma posso assicurarti che quest'ultimo è solo uno dei tasselli che compongono il puzzle, un puzzle (appunto) fatto di follia.

2)      Il rap nasce negli Stati Uniti come "musica di strada": voce degli emarginati, degli arrabbiati, dei poveri e dei vogliosi di riscatto. Cosa significa fare rap in Italia, oggi? Che tipo di rabbia si urla?

Sicuramente, io ho iniziato a fare rap per quel motivo; ma, oggi come oggi, noto che chi sta iniziando ad approcciarsi al genere,più che per rabbia, lo fa per moda, ignorando che il rap è solo una componente di una vera e propria cultura chiamata hip hop. Chi si approccia oggi, mi dà l'impressione del bambino che vuole fare il calciatore o della bambina che vuole fare la modella. Nell'immaginario collettivo, è cambiata l'immagine del rapper: non viene più collegata al personaggio scomodo e politicamente scorretto, bensì ad uno "strafigo" pieno di soldi e di capi firmati.
 
Stomako Vincenzo Kira
La copertina dell'album Stomako,
di Vincenzo Kira.
3)      Nei tuoi brani, è evidente il disgusto per la corruzione politica, che riconosci come frutto della mentalità diffusa nella cittadinanza intera. Fuoco al Belpaese è emblematico, in questo senso. Eppure, sia questo pezzo che il più salentino Welcome sottolineano un senso di attaccamento ai luoghi in cui sei cresciuto e a tutto ciò che consideri "tuo". Rabbia e amore: come possono convivere?

Oddio… Fuoco al Belpaese è il mio primo videoclip! Se mi riguardo e mi riascolto. mi sto sul c***o da solo [risata imbarazzata]. Mi pare un' accozzaglia di luoghi comuni, ma… diciamo che l'intenzione c'era. In Welcome, mi sto già più simpatico; comunque sia, rabbia e amore convivono quando ti senti appartenere al luogo in cui sei nato e cresciuto, ma la maggior parte delle persone che vive insieme a te comincia a fartelo odiare, compreso chi ti è più vicino. È sempre l'essere umano a rovinare tutto, ed io non sono certamente escluso.

4)      Ti è caro Shinigami, figura della mitologia giapponese che è una sorta di "dio della morte". Inneggiare alla distruzione e ai giustizieri può essere deleterio, ma... non c'è una voglia di vita nuova, dietro questo tipo di sentimento?

Sinceramente, non ci ho mai fatto caso, ma può essere molto probabile… Magari, il mio Shinigami si è accorto da tempo di questa voglia di vita nuova, molto prima di me...

5)      Brazzers è tratto dall'album Stomako, recante il nome dell'organo che più d'altri registra le nostre emozioni. Potresti dire che è lo stomaco la tua musa ispiratrice?

Sicuramente, è tramite esso che cerco di riportare in rima i miei sentimenti più crudi, più schietti, quelli più inconfessabili, dicendo ciò che magari, nella vita quotidiana, forse per via di quelle regole non scritte imposte dalla società, non direi mai, mettendo così in risalto il mio lato più grottesco. 
Brazzers Vincenzo Kira
La copertina di Brazzers,
il nuovo singolo di Vincenzo Kira.

6)      Brazzers tratta della pornografia sul web. Il testo recita: "fobia di altri esseri umani". L'autoerotismo digitale, dunque, è uno dei modi in cui si manifesta la generale difficoltà a relazionarsi?

Certo! Tutto ciò che è "social , chat erotiche comprese, ci sta "asocializzando". Per esempio: tempo fa, riuscire a guardare un porno era molto più difficile; quindi, quando lo si guardava, era tutto molto più enfatizzato. Oggi, invece, basta estrarre lo smartphone dalla tasca che la pornografia t'invade. Ti svelo un piccolo segreto che riguarda un po' tutti i maschietti e che forse nessuno ti dirà mai: anni fa, quando praticavo auto-erotismo, usavo molto di più l'immaginazione. 


sabato 12 agosto 2017

"Essere o apparire..." Il ritorno del dilemma

Le Muse dell’Onirico, compagnia teatrale manerbiese, sta portando sulle scene della Bassa bresciana e cremonese la sua recente commedia: “Essere o apparire: questo è il dilemma”. Essa è stata tratta da “Fumo negli occhi”, di Faele e Romano (2002); l’adattamento del testo si deve al regista Davide Pini Carenzi e alla direttrice artistica, Daniela Capra. Quest’ultima, in particolare, si è occupata di inserire brani dialettali, per riprodurre il “bilinguismo” delle baruffe domestiche. Pini Carenzi si era anche occupato dell’allenamento degli attori; luci e suoni erano a cura di Augusta Capra (meglio conosciuta come “Janita”, per via della sua orchestrina di musica da ballo).
           
essere o apparire le muse dell'onirico
Carlo Brandolini (Ennio Donini)
con la signora De Marchi (Valeria Tirelli).
Le Muse dell’Onirico si erano presentate ai manerbiesi durante la Shopping Night del dicembre 2016, interpretando personaggi ottocenteschi in stile Charles Dickens, per le vie della città; in occasione del Carnevale 2017, si sono trasformati nei conti Luzzago, danzando anche un minuetto nel Palazzo Comunale. “Essere o apparire: questo è il dilemma” era già andata in scena al Teatro Sociale di Quinzano d’Oglio e al Teatro Gonzaga di Ostiano. Il 14 luglio 2017, è stata la volta di Bordolano, all’agriturismo “La Corte dei Semplici”. L’evento prevedeva anche un buffet.
            Questa è la trama della commedia: Carlo Brandolini (Ennio Donini) è direttore di banca. A suo carico, c’è la moglie Teresa (Daniela Capra), coi figli Lello (Giancarlo Maggini) e Patrizia (Erica Gazzoldi). Potrebbero vivere con un certo agio, grazie allo stipendio di Carlo. Peccato che le manie di grandezza della moglie e le pretese dei figli abbiano portato la famiglia sull’orlo della rovina finanziaria. Ma Teresa non demorde. Vuole la domotica (robotica da casa), un’antenna parabolica inservibile, il ritratto di un (finto) antenato e (dulcis in fundo) una domestica: Marietta (Sara Tomasoni), novella Colombina. Troppi cambiamenti e troppo in fretta, come ripete ossessivamente la lunatica zia di Carlo (Elisabetta Provezza). Ma perché tutto questo? Per gettare fumo negli occhi della dirimpettaia, la signora De Marchi (Valeria Tirelli). Costei è la moglie di un subordinato di Carlo, nell’organizzazione bancaria; eppure, il suo stile di vita è molto più splendente di quello che i Brandolini possono permettersi. Teresa si macera nell’invidia, non sapendo come dimostrare ai De Marchi la superiorità sociale sua e del marito. La sua follia si spinge fino a chiudere in casa la famiglia per tre giorni, per far credere ai vicini di essersi concessi un weekend a Capri. Proprio quando lo stratagemma sembra essere riuscito, avviene una successione di imprevisti, compreso l’arrivo di un ladro gentiluomo (Franco Bressanin).
            Insomma, una storia che fa ridere sulla scena e farebbe piangere nella vita di tutti i giorni. Concetti come “onore” e “decoro della famiglia” (perennemente sulla bocca della signora Teresa) sembrerebbero vetusti; ricordano quell’Ottocento in cui un ufficiale non poteva sposarsi, se le sue rendite non erano sufficienti a mantenere uno stile di vita adeguato al grado. Invece, “Fumo negli occhi” era ambientato alla fine degli anni Sessanta. E trasferirlo ai giorni nostri è stato inquietantemente facile. Le complici risate del pubblico a ogni replica dimostrano la pertinenza del testo con la sensibilità degli odierni. Ma, almeno sul palcoscenico, c’è un lieto fine.

Paese Mio Manerbio, N. 123 (agosto 2017), p. 14.

venerdì 11 agosto 2017

Kung Fu nel parco

Accompagnare i bambini al parco giochi, d’estate, è un classico. Decisamente meno consueto è vederli praticare mosse di Kung Fu. Questa è l’idea (e la pratica) di William Vitti, maestro della scuola d’arti marziali “Lushaolong”
kung fu bambini
Bambini e bambine
alle prese con il Kung Fu.
            Nei mesi più caldi, chiudono le palestre che ospitano abitualmente i suoi corsi. Ma questa non è una buona ragione per metter da parte l’arte imparata. Perciò, dal 12 giugno al 28 luglio 2017, William si è reso disponibile al Parco Paolo VI di Manerbio, per passare qualche ora mattutina (al lunedì, al mercoledì e al venerdì) coi bambini affidatigli dai loro genitori.
            Là, ai piccoli sono state proposte attività motorie sotto forma di gioco: percorsi misti con coni, cerchi e ostacoli; mini-prove di canestro nei coni. I suddetti percorsi prevedevano anche “tappe” in cui i bambini dovevano eseguire alcuni fondamentali di Kung Fu: calci, pugni, parate, colpi di mano.
            Questo, naturalmente, era solo l’inizio. Le mattinate con William comprendevano anche “assaggi” di Kung Fu vero e proprio. Una volta assimilate le basi, i piccoli (forse) futuri allievi erano invitati anche a inventare “forme”: successioni di mosse senza soluzione di continuità. Superfluo dire che gli esercizi non comprendevano né contatto fisico, né pericoli.
            Non si trattava, ovviamente, di trasformarli in piccoli Bruce Lee. L’intento di William, oltre a quello di farli divertire, era stimolare le loro capacità psico-motorie e l’aggregazione fra coetanei. Può darsi che, fra i partecipanti al Camp, ci siano davvero futuri maestri e future maestre di arti marziali. Ma questo potrà essere chiarito solo dal tempo.

Paese Mio Manerbio, N. 123 (agosto 2017), p. 11.       

giovedì 10 agosto 2017

Artisticamente... imparare

“Estate” equivale a “vacanze”? Non per tutti. C’è chi lavora anche nelle mattine di luglio; e, magari, ha bimbi in casa. Per questo tipo di situazione, è stato pensato un servizio estivo della Fondazione Scuola dell’Infanzia e Nido “G. Ferrari” di Manerbio. Anche famiglie di altri paesi, o con figli non iscritti all’istituto possono usufruirne. Si tratta di “Artistica-Mente”: dal 3 al 28 luglio 2017, i bambini i cui genitori ne avessero fatto richiesta sono stati ospitati nella scuola e intrattenuti con attività ludico-creative. 
bambini tempere
Una "mamma esperta" insegna
la pittura a tempera.
Il servizio era aperto ai piccoli dai tre ai sei anni. La giornata durava dalle ore 8:00 alle ore 16:15. Erano compresi giochi di gruppo, pranzo e merenda, momenti di igiene. Soprattutto, ai bambini sono state proposte attività ispirate a diversi artisti - a partire dai nomi dei gruppi: “Giotto” e “Michelangelo”. L’inizio è stato dedicato a V. V. Kandinskij (Mosca, 1866 – Neuilly-sur-Seine, 1944): i suoi famosi cerchi sono stati trasformati in foglie d’albero, su un foglio da disegno. È stata poi la volta di G. Seurat (Parigi, 1859 – Gravelines, 1891) e del Puntinismo. I bimbi sono stati invitati a colorare con puntini (grazie alle dita o ai bastoncini cotonati) riproduzioni semplificate della sua “Domenica pomeriggio sull’isola della Grande Jatte”. È seguita la Pop Art: come esempio, è stato scelto R. Rauschenberg (Port Arthur, 1925 – Captiva Island, 2008), anche se egli non s’inquadrò mai davvero in quella corrente. Stavolta, non si trattava di un pittore, ma di un fotografo. Ma ciò non significa che fosse meno creativo degli artisti già citati. Il suo “Letto”, per esempio, è rappresentato grondante di vernice: un oggetto di vita quotidiana si trasforma così in una tela di fresca produzione. Oltre a questa opera, il programma di “Artistica-Mente” citava “Retroactive”: una serigrafia rappresentante J.F. Kennedy e un astronauta. Ma non è mancata nemmeno la Pop Art di A. Warhol (Pittsburgh, 1928 – New York, 1987), con le sue coloratissime lattine di zuppa Campbell. Infine, J. Miró (Barcellona, 1893 – Palma di Maiorca, 1983) ha portato la surreale bellezza della sua “Ballerina” e del suo “Running Man”. Come si può notare, si trattava di opere che colpivano per la vivacità dei colori e le cui linee potevano essere semplificate per la riproduzione a opera dei bambini.
bambini ferrari artistica-mente
I bambini della Fondazione "G. Ferrari"
durante "Artistica-Mente".
Per quelli di quattro e cinque anni, erano previsti anche laboratori di acquerello con le “Mamme esperte”. Una di loro ha illustrato strumenti e fondamenti della pittura a tempera, regalando agli allievi un libro per piccoli aspiranti artisti. Le giornate prevedevano anche uscite in biblioteca, per letture animate. Il programma annunciava settimanali esposizioni dei disegni realizzati. Oltre a questo, erano promessi pic nic, angurie, gelati e frutta. Il tutto accomunato dal desiderio di “far toccare con mano”: perché proprio tale organo veicola l’apprendimento in età precoce. E non solo in quella.


Paese Mio Manerbio, N. 123 (agosto 2017), p. 8.

mercoledì 9 agosto 2017

Gospel e buffet con Donne Oltre

Le sere d’estate invitano a passare il tempo all’aperto, fra ombre fresche quanto basta, che offrono una tregua dall’afa. È una buona stagione, per le associazioni che desiderano farsi notare, raccogliere fondi e nuove iscrizioni. Ci ha pensato Donne Oltre, a Manerbio. Il 2 luglio 2017, la cittadinanza è stata invitata al Parco del Palazzo Comunale, per un evento intitolato (appunto): “Musica e buffet nel parco”. Il cibo proveniva dalle mani di volontari. Alla musica, ha provveduto il Joyful Gospel Choir, diretto da Brunella Angela Mazzola. La serata è stata organizzata con il sostegno del Comune di Manerbio e del bibliotecario Giambattista Marchioni. Il coro era accompagnato da un piccolo gruppo di musicisti: Arcangelo Buelli (percussioni); Luca Rossi (pianoforte e organo Hammond), Fausto Ongarini (basso) e Lorenzo Lama (chitarra). Questo concerto era stato preceduto da quello della stessa Mazzola, col pianista Gianpaolo Viani, al Teatro Civico “M. Bortolozzi”: “European Vocals Highlights”, un revival dei maggiori autori e interpreti europei. 
joyful gospel choir
Il Joyful Gospel Choir
nel Parco Comunale di Manerbio.

Come dice chiaramente il nome del coro, il repertorio era composto di canti religiosi afroamericani. Il gospel è caratterizzato da un forte spirito di fratellanza, da un entusiasmo trascinante e dalla speranza in un avvenire migliore.
            Il primo canto del concerto, per l’appunto, è stato “I Wish I Knew How It Would Be to Be Free” (B. Taylor, D. Dallas): un brano sul significato della libertà, e sulla necessità di raggiungerla sostenendosi l’un l’altro. “He’s Worthy” (A. Durham Speer) era un canto di lode a Dio. “Seasons of Love” (Larson/Stevie Wonder) parlava dell’amore vissuto ogni singolo minuto dell’anno. “I Hear the Music in the Air” (S. Riley, R. Muldrew) esprime l’euforia portata dalla musica. “Jesus Children of America” (Stevie Wonder) trattava dell’imprescindibile sincerità nella preghiera. “With a Little Help From My Friend” (B. Shears) sottolineava l’importanza dell’aiuto fra amici. “Love, Oh Love” (L. Richie) era un canto di speranza pacifista. “Heal the World” e “We Are the World” (Michael Jackson) non hanno bisogno di presentazioni. “Whenever I Say Your Name” (Sting) esprimeva il senso di perenne unione col Signore.
            Per cercare un maggiore coinvolgimento del pubblico, è arrivato poi un medley composto da: il tradizionale “Amen - Hallelu”; “Ain’t No Mountain High Enough” (N. Ashford/V. Simpson), in cui il fedele afferma di non poter essere allontanato da Dio neppure tramite le più grandi forze naturali; “I Just Can’t Tell It” (Rizen), dove si resta “senza parole” per esprimere i sentimenti religiosi; “Higher and Higher”, un canto tradizionale di entusiasmo per le altezze mistiche dell’amore; “Joy” (K. Franklin) era (appunto) un inno di gioia. “Oh Happy Day” ha chiuso la serata: anche se non era Natale, era immancabile.
Durante il concerto, si sono distinte diverse voci soliste: Andrea Pugnetti, Gianluigi Mor, Sara Merli, Elena Marchesi, Micaela Brusinelli, la stessa Brunella Angela Mazzola, Ivana Cabrini, Cristina Signorini, Marco Ongaro.
            I presenti sono poi stati invitati a godere del buffet, come attendevano soprattutto i bambini. Difficile confrontare il cibo dell’arte con quello per il palato. Di sicuro, il sapore della serata è stato delizioso.


Paese Mio Manerbio, N. 123 (agosto 2017), p. 6.

martedì 8 agosto 2017

Cozze, liscio e rap nostrano

the mussels manerbio
The Mussels
La Festa Democratica di Manerbio, nel 2017, ha previsto tre serate di gastronomia e musica all’Area Feste di via Duca d’Aosta. Per i bambini, erano disponibili i consueti giochi gonfiabili e il camper di Tino, il signore dei giocattoli artigianali.
            Il menu comprendeva tre qualità di casoncelli, prosciutto e melone, tagliata di manzo, “pà e salamìna”, salsiccia con polenta, spiedo (al sabato), formaggio alla piastra, merluzzo “del pescatore” o alla livornese, fagioli, patatine fritte, pomodori e torte artigianali. Da bere, come sempre, c’erano bibite, acqua, caffè, birra e vini rossi o bianchi.
            L’affluenza non è stata propriamente oceanica. In compenso, le serate musicali erano meritevoli di attenzione. Il 7 luglio 2017, sono salite sul palco “The Mussels”: quattro voci femminili (e tutt’altro che “cozze”, a dispetto del nome). Nicole Bulgarini, Ilaria Tengatini, Miriam Smussi ed Elena Troiano hanno intrattenuto i presenti col canto, il pianoforte, la chitarra e l’ukulele. Il loro repertorio di cover comprendeva passato e presente: fra gli altri, erano presenti le Labelle, Rihanna, Stevie Wonder, Michael Jackson, Ed Sheeran, Sting, Whitney Houston, Ray Charles, Leonard Cohen, Elton John, Ariana Grande e i Queen.
           
janita manerbio
Janita (Augusta Capra)
L’8 luglio, è stata la volta dell’orchestrina di Janita (al secolo, Augusta Capra). I suoi brani, come sempre, erano adatti al ballo liscio e latinoamericano, oltre a comprendere pezzi degli anni ’60-’70-’80. Sulla pista sotto il palco, coppie e gruppi si sono mossi su motivi country, su canzoni di Madonna e di Zucchero, a passo di twist, danza gitana, tarantella italo-irlandese, mazurka, tango, valzer lento, cumbia, fox trot.
            Il 9 luglio, la festa si è chiusa in bellezza con Dellino Farmer, il rapper dialettale della Bassa Bresciana. È giunto sul palco accompagnato da una marcetta circense e ha diretto le “reazioni spontanee” del pubblico con cartelli: “Entusiasmo”, “Applausi”, “Pogo”. Il programma è stato avviato da “Riciàpet”, un invito a risollevarsi dal “logorio della vita moderna”. È seguito “El tirapàc”, canzone di protesta contro chi “bidona” gli impegni. “Al me paés” satireggia il perenne lamentarsi fine a se stesso, che ronza particolarmente nei piccoli centri. “Me vègne da la basa” riscrive il famoso brano di Caparezza “Vengo dalla luna”: perché, se è vero che siamo cittadini dell’universo, è vero anche che le nostre origini lasciano un’impronta in noi. È arrivata poi un’ironica fantasia di Dellino: una vacanza di Jovanotti e Ligabue sul Mella. Il suo rifacimento di “Domenica bestiale” ha suggerito invece di accompagnare la fidanzata in agriturismo, quando non si sa più cosa inventare per essere romantici. “Da Sarès a Calvagés”, il linguaggio universale è il dialetto (lo parlano anche in Inghilterra, dice Dellino…). “P.O.T.A.” è una canzone-acrostico che dimostra come una sola parola possa riassumere la brescianità. E poco importa se chi parla il vernacolo locale è considerato in estinzione “Come i panda”. Il clima locale non è proprio perfetto, con tutta l’umidità che c’è; però, dà l’occasione di volgere in rap la dannunziana “Pioggia nel pineto”. 
dellino farmer manerbio
Dellino Farmer & friend.
            Meno poetica è la ricerca del lavoro, per chi ha la vocazione a impegnarsi onestamente. La bellezza torna davanti alla campagna, che “Si spoglia si riveste”. Giusto per aggiornarsi, non sarebbe potuta mancare la versione delliniana di “Occidentali’s Karma”: “Enciochetàs söl Garda”. Un classico era “Oflàga”. Dedicata ai milanesi era invece “Sènsa vi”: perché, come ha sottolineato un suo amico meridionale, il vino è “vin” in Veneto, “vi” a Brescia, “i” a Bergamo… e, a Milano, non rimane più niente da bere. La conclusione è stata “Ferie al Mella”: un suggerimento per chi non sa dove passare le vacanze.



Paese Mio Manerbio, N. 123 (agosto 2017), p. 4.

sabato 29 luglio 2017

Il segreto di Kóre

“C'era una volta una donna strana ma assai bella dai lunghi capelli d'oro sottili come grano filato. Era povera, non aveva né madre né padre, e viveva sola nei boschi e tesseva su un telaio fatto con i rami di noce scuro. Un tipo brutale, che era figlio del carbonaio, cercò di costringerla al matrimonio, e lei nel disperato tentativo di comprare la rinuncia, gli regalò una ciocca di capelli d'oro.Ma lui non sapeva o non si curava del fatto che era oro spirituale, non denaro, quello che gli aveva dato, e quando volle vendere i capelli come una qualsiasi mercanzia al mercato, la gente lo canzonò e pensò che fosse pazzo. 
persefone kore locri
Persefone/Kore in un pìnax  fittile rinvenuto a Locri.


In collera, di notte tornò alla capanna della donna, la uccise con le sue mani e ne sotterrò il corpo accanto al fiume. Per molto tempo nessuno si accorse della sua assenza - nessuno si curava del suo cuore o della sua salute. Ma nel sepolcro i capelli d'oro della donna presero a crescere.  
Si sollevarono in spire attraverso la terra nera, e crebbero sempre di più fino a ricoprire la tomba di un campo di ondeggianti giunchi d'oro.I pastori tagliarono i giunchi per farne flauti e non smisero più di cantare: Qui giace la fanciulla dai capelli d'oroAssassinata e nel suo sepolcro,uccisa dal figlio del carbonaioperché desiderava vivere. E così l'uomo che aveva tolto la vita alla donna dai capelli d'oro fu scoperto e portato in giudizio, e coloro che vivono nei boschi selvaggi del mondo, come facciamo noi, furono di nuovo al sicuro. Se il messaggio manifesto è l’invito a stare attenti quando ci si trova in luoghi solitari nel bosco, il messaggio profondo è che la forza vitale della bella donna solitaria, personificata nei capelli, continua a crescere e a vivere e a emanare conoscenza conscia anche se tacitata e sepolta. I leitmotiv di questo racconto sono probabilmente frammenti di una più lunga e antica storia di morte e resurrezione incentrata su una divinità femminile. 
[…] In questo racconto, l’assassino che vive nei boschi è il segreto. Lei rappresenta una kore, la donna-che-non-si-sposerà-mai. Questo aspetto della psiche femminile rappresenta ciò che si intende tenere per sé sole. È mistico e solitario nel modo giusto, poiché la kore è occupata a selezionare e tessere idee, pensieri e imprese.È questa donna solitaria e ripiegata su se stessa che è soprattutto ferita da traumi o dal dover mantenere un segreto; questo senso integrale del Sé cui basta avere poco attorno per essere felice; questo cuore della psiche femminile che tesse nel bosco sul telaio di noce scuro, ed è in pace.”


Da: Clarissa Pinkola Estés, Donne che corrono coi lupi, 2011, Frassinelli, pp. 412-413. Traduzione di Maura Pizzorno.

venerdì 28 luglio 2017

Buon compleanno, Blu Angels!

happy birthday blu angels
16 anni e non sentirli...
Happy Birthday, Blu Angels!
Il 21 luglio 2017, il gruppo di musica leggera Blu Angels ha festeggiato sedici anni di musica. La loro avventura cominciò infatti nel 2001, per un’idea di Diego Baruffi (voce e chitarra), Giovanni Primomo (tastiera) e Davide Brignoli. Quest’ultimo, purtroppo, ha lasciato la band e la vita terrena da anni. Si sono recentemente aggiunti due angeli, Jimmy Primomo (chitarra elettrica) e Ugo Mangeri (chitarra acustica). Insieme, hanno organizzato “Happy Birthday, Blu Angels!”, alla storica Gelateria Carnevali di Manerbio. Purtroppo, il loro compleanno è stato salutato dalla grandine. Angeli bagnati, angeli fortunati… Chissà?
            Non si sono arresi di certo coloro che li hanno accompagnati. Erano presenti i solerti cuochi di “pà e salamìna”, il famoso pane e salsiccia bresciano. Con loro, c’era un chiosco che preparava birre alla spina e mojito.  Naturalmente, per chi volesse, ci si poteva rinfrescare il palato con tutto il gelato possibile.
            Con quel che la grandine ha risparmiato degli strumenti, i Blu Angels hanno intonato alcune canzoni. Si trattava, come sempre, di cover di brani italiani degli anni ’60-’70-’80, con un occhio di riguardo per gruppi come i Dik Dik e i Nomadi.

            Naturalmente, il cuore della festa è stato costituito dal taglio della torta: un delizioso dolce di pan di Spagna, con crema, panna, frutti di bosco e croccanti. Dopo sedici anni portati benissimo, tanti auguri per altri voli musicali.

torta di compleanno blu angels
La torta di compleanno dei Blu Angels era deliziosa.
Scomparsa in una sola sera... pace alla memoria sua.

sabato 22 luglio 2017

martedì 18 luglio 2017

WWKIP: un filo lungo come il mondo

wwkip manerbio 2017
WWKIP Manerbio 2017
Un filo di lana, di cotone, di acrilico… l’importante è che sia lungo come il mondo. Questa è l’idea alla base del WWKIP: World Wide Knit In Public Day, la Giornata Mondiale del Lavoro a Maglia in Pubblico. Nacque nel 2005, da un’idea di Danielle Landes. Viene organizzato annualmente, ogni secondo sabato di giugno, da gruppi di volontari. L’idea di base è riunire gli amanti di uncinetti, telai e ferri da calza, per farli uscire dalla consueta solitudine domestica di questo hobby. A Manerbio, se ne occupa Gloria “La Cius” Colucci, giovane proprietaria di una merceria (anzi, “bottega creativa”). L’appuntamento è stato fissato per il 10 giugno 2017, presso la caffetteria “Lady” del Piazzolo. Ai convenuti, era stato richiesto di iscriversi per tempo. Erano stati programmati tre gruppi: lavoro a maglia autonomo; principianti; workshop per bambini. Quest’ultimo è stato annullato, visto che l’estate richiamava i piccoli in piscina. 
           
wwkip manerbio 2017 ai tavoli del lady
WWKIP Manerbio 2017: ai tavoli del Lady...
Il 2017 è un anno da ricordare, per Gloria: finalmente, la sua bottega creativa avrà anche le ruote. Verso ottobre, infatti, dovrebbe arrivare la roulotte acquistata coi proventi di un crowdfunding: nei giorni festivi, i fili e i colori della Cius potranno andare in trasferta.
            Nonostante il caldo, l’impegno è stato lieto. Hanno certamente contribuito un buon cocktail analcolico e le torte artigianali. È sempre un piacere vedere le  variazioni di sesso ed età che si manifestano al WWKIP. Certo, le classiche nonne e le tipiche massaie rappresentano ancora la maggioranza. Ma ciò non impaurisce i giovanotti, le trentenni eccentriche, le ragazze con tatuaggi e dreadlocks. La creatività è un buon collante sociale. Ed è riuscita anche a strappare un sospiro ad alta voce: «Perché non lo facciamo più spesso?» Anche se il “caffè creativo” con la “Cius” è già un’abitudine manerbiese, nei mesi invernali.


Paese Mio Manerbio,  N. 122 (luglio 2017), p. 14.

lunedì 17 luglio 2017

Indovina chi viene a cena

tavolata multietnica
Tavolata multietnica.
Osservare come mangia una comunità significa conoscere molto di essa. Forse, anche a questo ha pensato l’associazione islamica manerbiese “Chorouk”, quando ha diffuso  questo invito: partecipare a una delle cene del Ramadan, in cui viene rotto il digiuno giornaliero. Il pasto del 18 giugno 2017 è stato aperto anche ai manerbiesi non musulmani. Questa cena è detta “iftar”
            I commensali hanno atteso il tramonto, com’è prescritto. I discorsi di benvenuto sono stati pronunciati da Allal Martaj, presidente di “Chorouk”, e da Issa Nabil, l’imam locale. Essi concordavano sulla necessità di “abbattere i muri” ed essere “come una sola famiglia”. Ciò ricorda una nozione comune all’Antico Testamento (Gn 11, 1) e al Corano (II, 213): quella di un’umanità originariamente unita in una sola comunità. 
datteri biscotti miele e sesamo uova sode
Datteri, uova sode, dolci
con sesamo e miele.
 Un canto di preghiera ha segnalato l’inizio della cena. Il digiuno è stato rotto con acqua e datteri, ovvero con elementi primari dell’alimentazione: l’acqua per ovvi motivi, i datteri perché zuccherini e ricchi di energie subito consumabili. Le credenze islamiche vogliono che lo stesso Profeta avesse fatto così. I datteri serviti a Manerbio erano ripieni di frutta secca. Ben decorate erano le porcellane da tavola. Sia uomini che donne indossavano lunghe vesti, per l’occasione rituale.
            Il tipico menu di un iftar conta molte variabili regionali. I membri di “Chorouk” hanno cercato di “riassumerle”. C’erano “piramidi” con datteri, biscotti al sesamo e al miele, uova sode. È stata servita una zuppa di ceci e verdure, nota come “harira”: tipica della cucina berbera. Essa è un piatto unico, pensato per recuperare le energie dopo un digiuno; con questa funzione, compare anche nelle tradizioni ebraiche. Erano poi presenti diverse “tajine”, recipienti in terracotta di forma conica, impiegati nella cucina nordafricana. Una conteneva carne in umido con prugne, uova e mandorle. In un’altra, l’umido era accompagnato da carciofi, piselli e olive. Un’altra ancora presentava riso con uova e ogni sorta di verdure. Piccoli panini rotondi erano imbottiti con carne di manzo speziata e peperoni. Fra i tipi di pane, c’era quello detto (appunto) “pane arabo” e uno simile alle crêpes (morbido, piatto, con olio e burro). Immancabile il cous cous (con carne, zucca, ceci). Oltre all’acqua, si potevano bere tè alla menta e succhi di frutta. 
tavola imbandita iftar
Tavola imbandita per l'iftar.
            La preparazione della cena era stata compito delle massaie. Essa, come ogni iftar, era pensata come momento di condivisione e carità. Era infatti abbinata a una “spesa della solidarietà”, raccolta di generi di prima necessità per i bisognosi. «Il cibo è di Dio» ha spiegato uno dei commensali: una proprietà di tutti, dunque.
            Il Ramadan (ha spiegato Martaj) serve come purificazione dalle negatività abituali, legate al prevalere dell’impulso su spirito e ragione. Una giovane signora tunisina ha raccontato che, laddove le tradizioni islamiche sono molto radicate, il mese sacro registra davvero un cambio delle abitudini. Persino chi non è molto osservante porta velo e abiti rituali per pregare; e, in quel periodo, la delinquenza si ferma.
            Il momento più atteso del Ramadan è la “Notte del Destino”: quella in cui si ricorda il dono del Corano al Profeta. Essa è destinata a una veglia di preghiera. Con la preghiera, si è concluso anche l’iftar del 18 giugno, per i musulmani. Gli altri si sono accontentati (e non è poco!) di gustare un momento quasi magico, che pareva voler lottare contro le nubi della cronaca nera.


Paese Mio Manerbio,  N. 122 (luglio 2017), p. 11.

domenica 16 luglio 2017

Antichi sapori

asàrotos oikos
"Asàrotos oikos", II sec.
Slow Food Bassa Bresciana e il Museo Civico di Manerbio si sono incontrati in un ciclo di tre conferenze con degustazioni, dedicate agli “Antichi sapori”: a volte esistenti tuttora, a volte andati perduti, per la riduzione della biodiversità. Il 4 maggio 2017, è stata la volta di “Magna Roma. Storia e tradizioni alimentari dell’antica Roma”. La dott.ssa Elena Baiguera, conservatrice del Museo Civico manerbiese, ha citato Marco Gavio Apicio (I sec. a.C. - I sec. d.C). A lui è attribuito il De re coquinaria, un ricettario in X libri.
A Pompei, la lava ha sigillato datteri, noci, farro e il cosiddetto panis quadratus, ovvero tagliato in quattro spicchi. Tra le fonti iconografiche, esistono mosaici recanti il tema dell’ asàrotos òikos (in greco: “pavimento non spazzato”). I resti di cibo qui documentati sono soprattutto di pesce. Esisteva lo street food: quello delle cauponae e dei thermopolii, antenati dei bar. Molto diffusa era la puls, una pappetta di cereali. I condimenti erano olio e garum: una salsa a base di pesce fermentato.
antichi sapori slow food
Elena Baiguera fra i relatori
di "Magna Roma".
            Ai Longobardi era dedicato l’incontro del 18 maggio: “Romani, barbari e cristiani: un nuovo modello alimentare. L’Alto Medioevo”. La dott.ssa Elena Baiguera ha illustrato la situazione: il decadimento delle strutture politiche determinò il declino dell’agricoltura. L’alimentazione longobarda era perciò carnea - anche per via delle loro origini di nomadi, poco avvezzi alla coltivazione. È rimasta una lettera di Antimo (VI sec.): De observatione ciborum, raccomandazioni alimentari al re Teodorico. Dell’agricoltura, parlano i “polittici”: testi d’informazione sul territorio, in funzione del loro governo. È famoso il “Polittico di S. Giulia” (dall’omonimo monastero bresciano).
            La caccia era amata dagli aristocratici anche come addestramento alla guerra. L’allevamento era praticato nella curtis: proprietà nobiliare antenata della cascina. Nacquero i ciccioli e i salumi, fra cui il “buristo”: salsiccia contenente una parte di sangue. Non andò perso, però, l’amore romano per l’agrodolce e per il pesce. Ricercata era la lampreda, stufata in sangue e vino. Per quanto riguarda la cucina povera, ogni capanna aveva un orto. I monaci consumavano pane bianco e birra, dolcificata col miele. Erano apprezzate castagne e mandorle: da cui, l’usanza dei confetti nuziali e l’invenzione della colomba. Cominciò a comparire la forchetta
forchetta in banchetto longobardo
Miniatura longobarda in cui 
compare la forchetta.
            Il ciclo si è concluso l’8 giugno: “Cuochi e gourmet alla corte dei principi. L’alimentazione nel Rinascimento”, con la dott.ssa Denise Faciocchi. Fra ‘300 e ‘500, si professionalizzò la figura del cuoco, necessario alle corti. Si diffusero trattati gastronomici e ricettari. Furono inventati fornello e lavabo. La cucina povera è documentata soprattutto per via iconografica. Appannaggio della massaia, si componeva d’acqua, cereali e legumi.
            Veri e propri rituali erano invece i banchetti di corte. Si componevano di diversi “servizi”: primo, secondo e così via. S’impiegavano coltello e forchetta. Le suppellettili erano pregiate e comprendevano sculture di zucchero. Alla fine, erano serviti dolci e ipocrasso: vino dolcificato e speziato.
Era assai presente la carne ovina (“scarto” della produzione tessile). Gli uccelli erano serviti ripieni e rivestiti delle proprie penne. Nacquero panforte e panpepato. Si affermarono cannella, chiodi di garofano, zafferano e zucchero. Novità (non sempre benviste) furono caffè, tè e cioccolato. La scoperta dell’America portò in Europa mais, patate e tacchini. Si diffuse l’uso delle paste ripiene (tortellini e ravioli).
banchetto di corte rinascimentale
Banchetto in una 
corte rinascimentale.

            Le degustazioni, naturalmente, erano a tema: zuppa di farro, pane di segale e idromele per l’età romana; salumi, pane di monococco e birra al miele per quella longobarda; per la terza serata, casoncelli e biscotti detti “bozzolati delle monache”, annaffiati dal Marzemino, tratto da un vitigno autoctono italiano comparso proprio nel XV sec.

Paese Mio Manerbio,  N. 122 (luglio 2017), p. 6.

sabato 15 luglio 2017

Esprimi un desiderio

arriva il carrozzone
Arriva il Carrozzone.
Non è ancora agosto, ma le belle sere d’estate invitano a pensare alle stelle, cadenti e non. Ecco dunque che arriva, nei paesi della provincia bresciana, uno spettacolo all’aperto intitolato “Esprimi un desiderio”. Lo sta proponendo “Il Carrozzone”: una compagnia che viaggia realmente su due carri, trainati da un cavallo e un asino. Essa raduna attori diversamente abili e normodotati, per un progetto che stimoli l’amore per il teatro e l’integrazione allo stesso tempo. Per essere coerenti con il ruolo di “girovaghi d’altri tempi”, anche i vestiti degli attori rimandano a un Ottocento da “Albero degli zoccoli”. 
            Il 22 giugno 2017, “Il Carrozzone” ha fatto tappa a Manerbio, al Parco Paolo VI. Per riscaldare l’atmosfera (anche se la stagione non l’avrebbe richiesto), gli artisti hanno danzato e cantato alcuni successi pop (Raffaella Carrà, Álvaro Soler e altri). In primissima fila, seduti sul prato, c’erano molti bambini.
Quando il sole ha cominciato a calare, è iniziato lo spettacolo vero e proprio. Come è già intuibile, esso aveva per argomento le stelle e lo struggimento causato dalla loro bellezza.
Il cast si è presentato in scena con tanto di valigie. Per il povero capocomico, è stata un’impresa disciplinare l’irrefrenabile voglia di danzare e saltare che animava i girovaghi. Ma, alla fine, la storia è cominciata. «Immaginate che questa sia una stalla… e che ci siamo radunati per raccontarci storie, come una volta» ha esordito il capocomico. Poi, ha ricordato un bambino da poco trasferitosi nel suo stesso condominio, quando lui era piccolo… e che cercava disperatamente le stelle. Erano ciò che gli mancava, del suo luogo di provenienza. 
il carrozzone guarda al cielo
Il Carrozzone guarda al cielo.
Eppure, non sempre l’incanto viene dal cielo. A volte, basta una borsa di plastica dimenticata, che volteggia a un ritmo tutto suo… come quelle sventolate dagli attori, sotto una luce blu. «C’è così tanta bellezza al mondo, che quasi non riesco a sopportarla» ha sospirato il capocomico. Sul pubblico, sono piovuti coriandoli argentati, che hanno reso più tangibile l’eterea scena.
Sempre in quell’atmosfera lunare, hanno danzato paralumi simili ai “soffioni” del tarassaco, con un cuore di luce fioca; e un grande aquilone trasparente imitava quasi una gigantesca medusa.
Uno degli attori si è poi ritagliato una pausa, addentando un tramezzino. Ecco dunque che è stata proclamata un’istantanea “Sagra del Salame” (con vino rosso), per parodiare le sagre dei paesi attraversati dal Carrozzone.
"C'è così tanta bellezza al mondo,
che quasi non riesco a sopportarla."
Tornando all’argomento principale: il desiderio di quel bambino non andava dimenticato. Le stelle dovevano essere attaccate al cielo. I girovaghi si sono così convertiti in intrepidi acrobati, per arrivare al firmamento con catapulte, pertiche e scale. Niente da fare. Lo spettacolo si è dunque risolto grazie alla leggerezza dei palloncini, che hanno portato verso l’alto le stelle… di carta. Sono stati aggiunti un po’ di spruzzi di scintille, a mo’ di “astri in terra”. Prima di andare a dormire, è stato d’uopo ascoltare la poesia quotidiana composta dall’attore Emilio. Con un sapore di sogno in bocca, si è conclusa la serata.



Paese Mio Manerbio,  N. 122 (luglio 2017), p. 8.