giovedì 22 giugno 2017

La villa delle rose

Il 20 maggio 2017, l’Associazione Amici della Biblioteca di Manerbio ha realizzato un’altra delle sue iniziative volte a portare la cultura fuori dai muri: la visita al roseto di Villa di Rosa. Proprio qui, qualche anno fa, fu ospitato Libereso Guglielmi, il giardiniere dello scrittore Italo Calvino (Santiago de Las Vegas de La Habana,  1923 – Siena, 1985) e protagonista di uno dei suoi racconti: “Un pomeriggio, Adamo” (in: “Ultimo viene il corvo”, 1949). Libereso è spirato alla fine del settembre 2016 e gli Amici della Biblioteca hanno voluto ricordarlo. Luigi, proprietario di Villa di Rosa, ne ha rammentato l’instancabile sapienza in materia di mondo vegetale. Il 20 maggio, proprio il suddetto Luigi ha guidato i visitatori nel giardino. La rosa (ha spiegato) è un fiore particolarmente rigoglioso in questi terreni. In più, per concimarla, sono a disposizione i “regali in natura” dei cavalli, nel maneggio affiancato alla villa. Luigi ha sottolineato che è opportuno piantare le rose a radice nuda e in ottobre, perché fioriscano abbondantemente in primavera. Nel suo giardino, sono presenti trecentocinquanta specie di questo fiore; ma non ha voluto tediare i visitatori e se stesso elencandole. La visita è stata una piacevole passeggiata, senza alcunché di accademico. La guida non ha comunque rinunciato ad alcune osservazioni di tipo pratico, oltre a quelle già esposte. Piegando e legando i rami, per esempio, le rose fioriscono più abbondantemente: anziché concentrarsi sulla cima del ramo, infatti, la linfa affluisce in più punti. Per evitare che i parassiti si annidino nelle piante, nella cattiva stagione, le foglie delle rose vengono rimosse. 

Le specie osservate, naturalmente, variavano moltissimo nel colore e nelle dimensioni. Enormi o minuscole, rampicanti o in cespuglio, di tinte calde o fredde; notevole era la “Tivoli”, una rosa gialla fra le più grandi conosciute. Ciascuna di loro (come ha informato Luigi) ha le proprie esigenze specifiche da rispettare, se si vuol godere della sua bellezza. Insomma, ogni rosa è (a suo modo) regina.


Paese Mio Manerbio,  N. 121 (giugno 2017), p. 18.

A carte scoperte

Il 6 ottobre 2016, persone provenienti da diversi Comuni della Bassa Bresciana hanno costituito il comitato di volontariato “Game over!”. Rigorosamente apartitico, si impegna a ottenere dalle istituzioni pubbliche l’impegno a sensibilizzare e adottare provvedimenti per contrastare la diffusione del gioco d’azzardo. L’atto di costituzione è stato sottoscritto dal Centro per la Famiglia di Orzinuovi, dal Circolo ACLI di Manerbio e da Angelo Brocchetti, residente a Rudiano. 
            Il 29 aprile 2017, presso il Municipio di San Paolo, è stata tenuta una conferenza stampa per presentare un evento organizzato da “Game over!”: la prima conferenza dei sindaci della Bassa contro l’azzardo. Essa s’intitolerà “A carte scoperte”  e avrà luogo a Manerbio, presso la Sala Mostre del palazzo comunale, il 6 maggio 2017, ore 9:00. Nella locandina dell’evento, sono previsti gli interventi di Angela Fioroni (Segretaria Regionale Legautonomie), Viviana Beccalossi (Assessore Regionale al territorio, urbanistica, difesa del suolo), Alberto Biancardi (Dirigente Regione Lombardia) e Christophe Sanchez (Capo di Gabinetto del Comune di Bergamo). Anche Valter Muchetti, Assessore del Comune di Brescia, è stato invitato. La moderazione spetterà ad Adalberto Migliorati, redattore del “Giornale di Brescia”. La conferenza è stata patrocinata dai Comuni di Manerbio, Orzinuovi, Rudiano, San Paolo e Verolanuova.
            Il 29 aprile 2017, i giornalisti convenuti sono stati salutati dalla sindaca di San Paolo, Giancarla Zernini. Il suo intervento ha sottolineato il senso di “A carte scoperte”: la volontà di “fare rete” contro la diffusione del gioco d’azzardo. I provvedimenti comunali volti a contrastare il fenomeno, infatti, sono completamente inefficaci, laddove basta spostarsi nel paese vicino per trovare regolamenti differenti. Insieme a lei, erano presenti diversi membri di “Game over!”: la presidentessa Francesca Oneda, Angiola Di Modugno, Agostino Gandelli ed Egidio Zoni.
            “Game over!” e i Comuni che lo sostengono vogliono ispirarsi al felice caso di Bergamo, il cui sindaco Giorgio Gori ha annunciato il calo di consumo di gioco d’azzardo in città durante il 2016. Le sue affermazioni si basano sui dati provvisori dei Monopoli di Stato e sono state enunciate in occasione di un incontro coi sindaci della zona omogenea urbana di Bergamo (18 aprile 2017). Questo risultato positivo sarebbe frutto del regolamento adottato dal Comune bergamasco: obbligo per i locali di esporre cartelli con divieti ai minori e informazioni che consentano di valutare il rischio personale di divenir ludopatici; divieto di pubblicizzare le vincite. Un’ordinanza sindacale ha anche indicato le fasce orarie in cui l’azzardo è proibito.
            Le buone notizie non devono però rendere troppo ottimisti. I Monopoli di Stato fanno fatica a reperire i dati relativi al numero di slot machine presenti in Italia, o ai flussi di denaro mossi dall’azzardo. On line, aumentano i giocatori giovani. Il fenomeno è di per sé refrattario al controllo. Ettore Botti, presidente del Centro per la Famiglia di Orzinuovi, ha sostenuto la necessità di creare una cultura alternativa a quella dell’azzardo, per prevenire il fenomeno nelle nuove generazioni. Anche Gian Antonio Tomasoni, Assessore alla Pubblica Istruzione di San Paolo, ha sottolineato la centralità dell’informazione e della formazione, perché siano resi non necessari i divieti.
            A questo proposito, durante la conferenza stampa, è stato annunciato lo spettacolo “L’azzardo del giocoliere”, di Federico Benuzzi (22 maggio 2017). Organizzato dal Comune di San Paolo (Assessorato ai Servizi Sociali; Assessorato alla Cultura), contrapporrà il virtuosismo del giocoliere all’azzardo.

mercoledì 21 giugno 2017

Favole al Pedibus

Il Pedibus di Manerbio è, come risaputo, un tentativo di educare giocando, con diverse attività. A partire dal 2015, 750° anno dalla nascita di Dante Alighieri, i bambini aderenti all’iniziativa si sono visti proporre anche disegni e semplici giochi riferiti alle figure di autori illustri. Il 2017 ha visto una leggera svolta, in questo senso. Non più poeti medievali come Dante, Angiolieri, Petrarca e Boccaccio, ma un salto in avanti, verso il Novecento e la letteratura per bambini. Questo Pedibus di primavera (26 aprile - 1 giugno 2017) è stato accompagnato idealmente da Gianni Rodari (1920-1980). L’attività a lui dedicata s’intitolava “Favole al Pedibus”, eco delle sue famose “Favole al telefono”. In questa raccolta, per l’appunto, s’immagina che i racconti ivi contenuti siano fiabe narrate da un padre alla sua bambina lontana, per mezzo del telefono, appunto. 
            La ragazza che se ne occupava aveva preparato un cartellone disegnato a mano, con figure che rimandavano (oltre che alla suddetta opera) a “La torta in cielo” e a “Novelle fatte a macchina”, giusto per riassumere tre titoli tratti dalla copiosa produzione di Rodari. 
            Dopo una breve introduzione, ai bambini è stata letta una delle “Favole al telefono”: “Ascensore per le stelle”. In essa, Romoletto, aiuto garzone del bar Italia (a Roma) addetto ai servizi a domicilio, prende di nascosto un ascensore proibito e si ritrova a salire verso altri pianeti, col suo bravo vassoio ancora in mano… Un buon modo di riassumere alcune tematiche care a Rodari: la vita quotidiana, l’ironia, la fantasia, la curiosità esplorativa. 
            Quando ne rimaneva il tempo, i bambini venivano invitati a una semplice staffetta: passarsi l’un l’altro un bicchierino di plastica retto in equilibrio sulla testa, a umile imitazione di Romoletto, che esplorava la galassia reggendo quattro birre e un tè ghiacciato. Poi, invece che verso pianeti sconosciuti, bisognava affrettarsi in direzione della scuola. Ma (speriamo) conservando il sapore di una favola del buongiorno.


Paese Mio Manerbio, N. 121 (giugno 2017), p. 6.

martedì 20 giugno 2017

I manerbiesi in Provenza

Proseguono le iniziative nell’ambito del gemellaggio con Saint-Martin-de-Crau. Il 13 e il 14 maggio 2017, una comitiva di manerbiesi è stata ospitata nel Comune francese per la Festa di Primavera e della Transumanza. Si tratta di due giorni di rievocazione del mondo contadino della Camargue, a forte vocazione pastorale (come testimonia anche la pecora sullo stemma di Saint-Martin-de-Crau). Dell’ospitalità, si sono incaricati i “gemelli” francesi: i viaggiatori potevano scegliere se alloggiare in albergo, o presso famiglie del posto. Anche chi ha optato per quest’ultima opzione “low cost” non ha avuto di che lamentarsi del trattamento. 
            L’area risente anche dell’influsso culturale spagnolo, tant’è che vi è stata elaborata una versione incruenta della corrida: la tauromachia locale, o “course de taureaux”. Ai manerbiesi che lo volessero, infatti, è stato possibile assistere a uno di questi spettacoli, a prezzo ridotto. Il gioco vede una squadra di atleti tentar di prendere una coccarda posta fra le corna del toro. L’altra parte della comitiva è stata invitata all’ecomuseo della Camargue, dove ha potuto ammirare le testimonianze della civiltà contadina locale. 

            Una sfilata pomeridiana, il 13 maggio, ha mostrato i gruppi folkloristici che avrebbero animato la transumanza il giorno dopo. I figuranti, in abiti tradizionali, hanno eseguito danze tipiche come la farandola, o un gioco in cui uomini calzanti zoccoli dovevano saltare fra bottiglie poste in cerchio, a ritmo di musica. Di queste esibizioni, si sono occupati “Li Coudelet Dansaire” e “Les Gounauds de Bort (Corrèze)”. Oltre agli umani, erano presenti asini, come esempi di animali da lavoro. Hanno sfilato anche carri e trattori d’epoca. Si sono presentati al pubblico gli ospiti stranieri che avrebbero animato i due giorni: la fanfara del Sudtirolo (con danzatori), quella giovanile della Marina Polacca e alcune maschere slovene note come “Kurent” o “Korant”, figure in imponenti costumi di lana, che danzano con campanacci e bastoni per portare la benedizione della vittoria sull’inverno.
            La sera del 13 maggio, si è tenuta (presso l’area feste cittadina) la Cena del Pastore, a base di zuppa di verdure, braciole d’agnello e formaggio caprino. Un gruppo ha animato i balli fra una portata e l’altra; anche gruppi folkloristici già descritti hanno intrattenuto gli ospiti.
            Il cuore della festa era però il giorno successivo, il 14 maggio 2017. Davanti al municipio di Saint-Martin-de-Crau, era stato ricostruito un villaggio contadino, con sarte, ricamatrici, calzolaio, fabbro, cardatrice di lana, fruttivendoli, lavandaie, scuola e banco dello scrivano pubblico. Una gallina e un gallo, bianco-grigi, zampettavano in una gabbia; poco distanti erano due cavalli bianchi della Camargue. Nel villaggio, erano presenti anche sindaco, parroco e forze dell’ordine in versione ottocentesca. Nei dintorni, si tenevano un “mercatino delle pulci” e uno di prodotti locali.
           
Le greggi in transumanza sono state attese lungo una delle principali vie cittadine. In quell’occasione, è stato svolto anche il lancio delle colombe. La sfilata che ha preceduto l’arrivo delle pecore ha visto di nuovo i gruppi folkloristici, nonché carri portati da veloci cavalli. Della transumanza, si occupavano non pastori, bensì pastore, anzi, “bergères”: “Bèèèèèlle” e con altre qualità recitate dall’acrostico sul retro delle loro magliette. Quando si dice: la bellezza della vita di campagna…

Paese Mio Manerbio, N. 121 (giugno 2017), p. 13.


domenica 18 giugno 2017

Il 25 aprile a Manerbio

Il 25 aprile 2017 è caduto il 72° anniversario della Liberazione. In Piazza Aldo Moro, a Manerbio, i cittadini convenuti hanno ricevuto il saluto di Alessandro Desplanque presidente dell’ANPI - Sez. “G. Bassani”, e del sindaco Samuele Alghisi. Il discorso di quest’ultimo ha ricordato l’appello di Sandro Pertini via Radio Libera, che chiamò all’insurrezione generale, il 25 aprile 1945. Anche il nome della piazza (“Aldo Moro”, appunto) è stato chiamato in causa come riferimento alla lotta contro qualunque forma di oppressione. 
            Erano presenti alla cerimonia gli alunni delle scuole manerbiesi. I bambini dell’istituto parrocchiale hanno distribuito i “fiori della Liberazione”: verdi, bianchi e rossi (con evidente riferimento alla bandiera italiana), volevano significare l’invito a coltivare la repubblica nata dalla Resistenza. Anche gli allievi della Scuola Media “A. Zammarchi” e dell’I.I.S. “B. Pascal” hanno preso la parola. L’intervento di un ragazzo della “A. Zammarchi” ha dato voce al “Discorso all’umanità”, tratto dal film di Charlie Chaplin “Il grande dittatore” (1940): «Più che macchinari, ci serve umanità; più che abilità, ci serve bontà e gentilezza. Senza queste qualità, la vita è violenza e tutto è perduto.»
            Anche il gruppo teatrale “Ribalta Pazza” ha proposto letture, tratte da: “Il XXV Aprile a Manerbio”, a cura di Delfino Tinelli, Manerbio 1995, DESCA Edizioni. I brani provenivano da memorie come quelle di Aurelio Tenchini, antifascista “di famiglia” che, con altri, portò aiuto ai prigionieri di guerra alleati fuggiti dai campi di concentramento.
            È arrivato poi il momento dell’alzabandiera, eseguito da un Alpino, mentre la Civica Associazione Musicale “S. Cecilia” suonava l’inno di Mameli. È stata posta una corona d’alloro sul monumento alla Resistenza.
            La seconda tappa erano le “Formelle della Memoria”, dette anche “Pietre d’inciampo”: targhe poste sul selciato del Piazzolo, a ricordare i partigiani manerbiesi e i militari italiani internati in campo di concentramento. Gli alunni delle quarte e quinte elementari hanno eseguito canti e musiche al flauto, inneggianti alla cessazione delle guerre.
            La seconda corona d’alloro della giornata è spettata al Monumento ai Caduti, davanti al municipio. Le celebrazioni si sono concluse in Piazza Italia, dove l’ANPI ha distribuito gratuitamente volumi sulla Resistenza, compreso il graphic novel realizzato dagli alunni dell’Istituto Comprensivo di Manerbio (“4 Storie di Resistenza Bresciana”, anno scolastico 2015/2016, Edizioni La Pianura) e la ristampa anastatica de “Il Ribelle” (giornale partigiano clandestino), a cura dell’Associazione “Fiamme Verdi”. Per l’occasione, era aperto il museo privato della famiglia Zenucchini, con cimeli dell’impresa garibaldina e delle due guerre mondiali.

            L’ANPI ha proseguito la giornata omaggiando la tomba dei partigiani Enrico Tedoldi, Palamede Morandi e Pietro Leoncini, caduti in località “Campagnoline”. In Viale Stazione, fino al 1 maggio, rimarrà l’installazione “Delle gioiose lacrime”, a cura di Luciano Baiguera, dell’ANPI, del Gruppo Alpini, dell’Associazione Carabinieri, delle “Donne Oltre” e di tutti coloro che hanno voluto fornire immagini della loro memoria. Perché di questo si tratta: grandi lacrime di carta (verdi, bianche e rosse), che incorniciano fotografie di volti.

sabato 17 giugno 2017

Essere o apparire, questo è il dilemma

La vita è teatro e il teatro la finzione più vera. Questo potrebbe essere il motto della compagnia manerbiese “Le Muse dell’Onirico”. Essa ha già partecipato a feste cittadine, fornendo figuranti per la Shopping Night 2016 (a tema “Canto di Natale di Ch. Dickens) e per il Carnevale 2017, interpretando i conti Luzzago. Il 22 aprile 2017, hanno esordito al Teatro Sociale di Quinzano d’Oglio con la loro prima commedia, “Essere o apparire: questo è il dilemma”. Ha già avuto luogo una replica al Teatro Gonzaga di Ostiano, in provincia di Cremona (6 maggio 2017). L’allenamento degli attori, la drammaturgia e la regia erano a cura di Davide Pini Carenzi, regista e attore professionista. Scene e costumi sono stati a carico della compagnia stessa, mentre di luci e suono si è occupata Augusta Capra. 

            “Essere o apparire: questo è il dilemma” è tratta da “Fumo negli occhi” (2002) di Faele e Romano. Il riadattamento del testo era sempre a cura di Pini Carenzi; Daniela Capra, ideatrice e direttrice artistica della compagnia, ha inserito alcune parti dialettali, utili a rendere l’idea dei battibecchi quotidiani.
            La trama è la seguente. Carlo Brandolini (Ennio Donini) è direttore di banca. Il suo stipendio potrebbe mantenere agiatamente la sua famiglia, se la moglie Teresa (Daniela Capra) non fosse affetta da un’invincibile mania: dimostrare al mondo che i Brandolini sono veri signori, a costo di procurarsi status symbol che non si potrebbero permettere. Compra un costume da equitazione per la figliola Patrizia (Erica Gazzoldi), uno smartphone ultimo modello per il primogenito Lello (Giancarlo Maggini) e assume una cameriera maliziosa e parassita, Marietta (Sara Tomasoni). L’unica a protestare per tutto questo è la vecchia zia del marito (Elisabetta Provezza), alcolizzata e rimbambita, ma perfettamente capace di capire che, in quella casa, ci sono “troppi cambiamenti e troppo in fretta”. Il “mondo” a cui Teresa vorrebbe gettare fumo negli occhi è, soprattutto, quello dei dirimpettai: i coniugi De Marchi. Lui è un subalterno di suo marito, in banca; lei (Valeria Tirelli) una signora bella e sofisticata, che fa morire d’invidia la signora Brandolini. Carlo, che vede sfumare il proprio stipendio in follie, è sull’orlo del cedimento; ma non sa reagire, se non con sarcasmi continui. Del resto, anche lui subisce il fascino della signora De Marchi…
           
La situazione scoppia quando la vezzosa vicina rivela che passerà il weekend in Costa Azzurra. Per non essere da meno di lei, Teresa afferma che la sua famiglia trascorrerà il finesettimana a Capri. Ma con quali soldi? Pur di “non dare ai De Marchi questa soddisfazione”, la signora Brandolini segrega tutti quanti in casa per tre giorni, in modo da far credere ai vicini che sono realmente fuori città. Proprio quando la reclusione sta per finire, il trucco rischia di venire svelato da una serie di incidenti, che coinvolgono anche un ladro gentiluomo (Franco Bressanin).

            È impossibile restare seri, davanti a una tale concatenazione di assurdità. Però, come vuole Pirandello, l’umorismo ha una doppia faccia. Si ride perché ci si può riconoscere, nelle piccole e grandi manie di una famiglia alle prese con le convenzioni della società consumista. Ma riconoscere la realtà sul palcoscenico dovrebbe, piuttosto, far piangere. Piangere davanti al fatto che, come dice papà Carlo, «per tanta gente, l’onore e il decoro di una famiglia sono legati a un weekend fuori città». Più benessere, ma non più felicità, rispetto al passato contadino e frugale. E, soprattutto, non maggiore libertà di spirito.

giovedì 15 giugno 2017

Italiani di lingua araba

Il 21 maggio 2017, l’associazione di promozione sociale “Chorouk” di Manerbio ha festeggiato la fine dell’anno scolastico e dei suoi corsi di arabo. “Chorouk”, come è noto, raduna i musulmani residenti in loco. Quest’anno, insieme a essa, era presente un’altra associazione: “Il Faro” di Leno, che è analoga. C’erano, naturalmente, anche altri manerbiesi e lenesi. La festa si è tenuta in una sala sulla Strada per Porzano. 
            I grandi protagonisti erano i bambini. In coro, hanno declamato la prima sura (= “capitolo”) e le ultime tre del “Corano”, seguite dall’inno di Mameli. Allal Martaj, presidente della “Chorouk”, ha salutato i presenti. Ha poi ringraziato l’amministrazione comunale di Manerbio, la direzione delle scuole elementari per aver concesso aule da destinare ai corsi di arabo e la direzione delle scuole superiori per il medesimo motivo, le insegnanti volontarie dei suddetti corsi e l’oratorio “S. Filippo Neri” per aver prestato le panche da occupare durante la festa. Dopo di lui, è stata la volta di Mohammed Mahhane, presidente de “Il Faro”, di Cristina Tedaldi, sindaca di Leno, e di Liliana Savoldi, assessora con deleghe ai servizi socio-assistenziali e alle pari opportunità del Comune di Manerbio. I loro discorsi convergevano su un ideale comune: quello di crescere le generazioni più giovani come “italiani di lingua araba”, che si riconoscano nel rispetto della Costituzione italiana, ma conservino la lingua del Paese da cui provengono i loro genitori. Non è un caso se “Il Faro” e “Chorouk” (= “sole che sorge”) hanno nomi rimandanti all’alba e alla luce: il proposito che le anima è quello di “guardare avanti”, educando bambini e ragazzi con un doppio retaggio culturale. 

            Dopo i discorsi, è stata la volta dell’intrattenimento. Delle presentazioni, si è occupata la giovanissima Yasmine Martaj. Cristian Turcutto, giocoliere e prestigiatore, è entrato in scena su lunghi trampoli. Ha coinvolto i bambini in piccoli giochi di destrezza: piattini da reggere su bastoni, palline “invisibili”, corde “magiche”, coltelli da cucina vantati come pericolosi (ma solo per finzione), giocoleria in equilibrio (e, qui, il ruolo dei piccoli era solo quello di lanciargli palline). Cristian ha poi concluso con un piccolo numero da mangiafuoco. Era il momento di lasciare spazio ai bambini della “Chorouk” e de “Il Faro”, che hanno cantato e recitato. In particolare, i piccoli lenesi hanno allestito scenette in cui i ruoli dei personaggi erano scritti su cartelli appesi al loro collo, in italiano e in arabo. Un mimo “ecologista” mostrava l’importanza di curare adeguatamente le piante; un altro sketch vedeva interagire il “Capofamiglia”, l’ “Ospite”, l’ “Educazione”, il “Rispetto”, l’ “Onestà” e l’ “Amore”.
            Ospite speciale era il marocchino Isam Maarouf, direttamente da “Italia’s Got Talent”. Ha riproposto dal vivo la sua “beatbox”, riproduzione a voce dei suoni della batteria e di altri strumenti. 

            Dopo una breve “pausa preghiera”, la cerimonia è ripresa. Martaj ha consegnato riconoscimenti agli insegnanti dei corsi di arabo de “Il Faro”; Mahhane ha fatto altrettanto con quelli della “Chorouk”. In seguito, sono state consegnate targhe di ringraziamento a Liliana Savoldi, a Lidia Ferrari (collaboratrice del dirigente dell’Istituto Comprensivo di Manerbio), ad Angiola Di Modugno come rappresentante della parrocchia, agli allievi bambini e agli alunni italiani adulti dei corsi di arabo. Nel frattempo, ai presenti, sono stati serviti tè alla menta e dolci aromatici. Speriamo che sia questo il sapore del futuro. 



Paese Mio Manerbio, N. 121 (giugno 2017), p. 12.

Pire e fiumi sacri

La prof.ssa Margherita Sommese, il 20 aprile 2017, ha portato alla Libera Università di Manerbio un soffio d’Oriente. Al Teatro Civico “M. Bortolozzi”, ha parlato di: “Pire e fiumi sacri. Riti di purificazione in India”. Per far entrare rapidamente l’uditorio nello spirito giusto, è stato proiettato uno spezzone di “Viaggio in India” (2006; regia di Mohsen Makhmalbaf). La scena riguardava le cremazioni dei defunti, riassumendo così una serie di tematiche: il fuoco come purificatore, l’interminabile ciclo delle rinascite, le differenze di casta e di censo (visibili finanche nella quantità di legna posta sui roghi). 
Il Ganga Aarti
            Nella religiosità indiana, il fuoco e l’acqua sono entrambi purificatori. Anche l’anima non può trovare pace, se il corpo non è stato interamente cremato. Il fuoco è energia che trasforma la materia ed è messaggero fra il cielo e la terra. Il suo culto è centrale nei Veda, le scritture sacre dell’Induismo. Questa religione, comunemente considerata politeista, è in realtà un monoteismo in cui il divino viene chiamato con molti nomi. Non è un sistema dottrinale e dogmatico, ma un modo di vivere, un’ortoprassi fondata sulla ricerca diretta della realtà. L’Induismo non fa proselitismo e riconosce valide tutte le vie di ricerca della verità (Cristianesimo incluso). Detta “verità” coincide col “Dharma”, termine sanscrito per indicare l’ordine cosmico (l’insieme delle leggi fisiche, biologiche ed etiche che rendono possibile la vita). Il più famoso “Karma”, invece, è una teoria per cui il destino di ciascuno è nelle sue stesse mani: l’uomo è il risultato delle proprie azioni passate e semina il proprio futuro attraverso quelle presenti. Il fine ultimo dell’esistenza è il “Moksha”: l’uscita dal “Samsara” (= ciclo delle rinascite) e l’unione dell’anima col divino. Il famoso “OM” è la sillaba sacra: il suono primordiale, dal quale sarebbero nati gli altri suoni e il linguaggio. È un simbolo e una manifestazione dell’assoluto, presente in ogni cosa. I templi induisti sono luoghi d’incontro, dove si esercitano anche forme di condivisione e beneficenza (dar da mangiare ai poveri…).
            Il fuoco (in sanscrito “Aghni”) è ciò che accoglie gli ospiti e scaccia l’oscurità. È anche la luce, che arriva nella meditazione e che, dopo esser discesa, accende dal basso il fuoco della “Kundalini” (= energia presente nell’uomo in quiescenza, residente alla base della colonna vertebrale). Non stupisce dunque il fatto che un rito ricorrente nell’Induismo sia l’Arati, o Aarti: l’esposizione della statua di una divinità o una persona all’influsso benefico del fuoco. Il più solenne è il Ganga Aarti, celebrato al tramonto, con bracieri, sulle rive del Gange, nelle città sacre di Varanasi, Haridwar e Rishikesh. Il Gange è infatti manifestazione della Dea Madre Ganga: da cui l’importanza della balneazione nelle sue acque (resa innocua dai possenti anticorpi degli indiani).

           
Prof.ssa Margherita Sommese
Fondamentali sono anche gli “Antyeshti”, i riti funebri: delicati passaggi che devono garantire la liberazione dell’anima, la sua unione con Dio e l’ingresso del defunto fra gli antenati della famiglia. La trascuratezza rituale può trasformare l’anima in uno spirito maligno (perché senza pace). Anche qui, abbiamo detto, è protagonista il fuoco: non solo per l’indispensabile cremazione, ma anche per la presenza di una lucerna accanto al volto del moribondo. L’acqua serve sia per lavare le salme che per purificare coloro che hanno officiato il funerale; le acque dei fiumi o dei mari accolgono le ceneri dei defunti.

mercoledì 14 giugno 2017

Ieri e oggi - Ora che la patria è multinazionale

Il Cuore deamicisiano (1886), alla pagina del 14 giugno, riporta questo commovente componimento:



Salutala così la patria, nei giorni delle sue feste:
- Italia, patria mia, nobile e cara terra,
dove mio padre
e mia madre
nacquero e saranno sepolti,
dove io spero di vivere e di morire,
dove i miei figli cresceranno e morranno;
bella Italia, grande e gloriosa da
molti secoli,
unita e libera da pochi anni;
che spargesti tanta luce
d’intelletti divini
sul mondo […]
io ti venero e t’amo con tutta l’anima mia,
e sono altero d’esser nato da te,
e di chiamarmi figliuol tuo.
[…]
t’amo e ti venero tutta
come quella parte diletta di te,
dove per la prima volta vidi il sole
e intesi il tuo nome. V’amo tutte di un solo affetto
e con pari gratitudine,
Torino valorosa, Genova superba,
dotta Bologna,
Venezia incantevole, Milano possente;
v’amo con egual reverenza di figlio,
Firenze gentile e Palermo
terribile, Napoli immensa e bella,
Roma meravigliosa
ed eterna.
[…]
Giuro che ti servirò, come
mi sarà concesso, con l’ingegno,
col braccio, col cuore,
umilmente e arditamente;
e che se verrà il giorno in cui dovrò dare
per te il mio sangue e la mia vita, darò il mio sangue
e morrò, gridando al cielo il tuo santo nome
e mandando l’ultimo mio bacio
alla tua bandiera
benedetta.

(Edizione consultata: Corraini Editore, Mantova 2000, pp. 225-227)

Passando al 20 dicembre 2016, il linguaggio risulta leggermente mutato. Sul numero di quel giorno, il Giornale di Brescia, a p. 5, riporta infatti una boutade del ministro del Lavoro, Giuliano Poletti, divenuta giustamente famosa: centomila giovani se ne sono andati dall’Italia, ma “non è che qui sono rimasti 60 milioni di «pistola»… Conosco gente che è andata via e che è bene che stia dove è andata, perché sicuramente questo Paese non soffrirà a non averli più fra i piedi.” Un concetto che, volendo, può anche essere considerato patriottico, ma che fa comprendere come i ragazzi italiani non considerino più lo Stivale il luogo dove loro e i loro figli, necessariamente, cresceranno e morranno. Né la cosa sembra tormentare più di tanto la classe politica.
            Un altro leggero salto all’indietro ci riporta all’altrettanto nota lettera di Pier Luigi Celli, direttore generale della Luiss: “Figlio mio, lascia questo Paese” (30 novembre 2009). Un pezzo il cui succo è: “Questo Paese, il tuo Paese, non è più un posto in cui sia possibile stare con orgoglio.” Per il resto, possiamo considerarla purissima prosa deamicisiana.
            Cos’è successo, nel frattempo?
È successo ciò di cui si era già accorto, nel 1972, Eugenio Cefis (Cividale del Friuli, 1921 – Lugano, 2004): imprenditore italiano, che fu consigliere dell’AGIP e presidente dell’ENI e della Montedison, nonché fondatore della loggia massonica P2. Non era quel che si dice un personaggio limpido: per diventare presidente della Montedison (e quindi padrone della chimica italiana), utilizzò denaro pubblico destinato all’ENI. In più, Pier Paolo Pasolini fu assassinato (con retroscena tuttora misteriosi) proprio mentre stava lavorando a Petrolio, romanzo ricchissimo di riferimenti non casuali a Cefis e alla sua carriera. Nonostante fosse un personaggio sulfureo (o, forse, proprio per questo), era dotato della capacità di riconoscere i segni dei tempi. Anche perché era fra coloro che dei tempi guidavano il corso. Particolarmente illuminante per noi (come lo fu per Pasolini) è il suo discorso del 23 febbraio 1972 all’Accademia militare di Modena: La mia patria si chiama multinazionale.
            Il nocciolo del discorso è questo: gli Stati nazionali sono ormai tramontati, come ente politico in grado di decidere i destini del mondo. Perché questi ultimi sono determinati dall’economia, dalla capacità di assicurare il benessere; e gli enti in grado di farlo hanno diffusione internazionale. Anche i militari, secondo Cefis, non dovrebbero più difendere i confini nazionali, ma la Costituzione repubblicana: insomma, mantenere lo status quo che garantisce il libero mercato e la ricerca tecnologica. Niente più ultimo bacio alla bandiera benedetta, combattendo contro un’altra nazione.
            “Spesso Re e Imperatori temevano che la loro posizione di potere fosse indebolita dalla organizzazione internazionale della Chiesa, dalla sua influenza sulle politiche nazionali e dalle sue immense ricchezze. […] Oggi nessun Paese industriale avanzato può creare Chiese indipendenti, cioè isolarsi totalmente dalle imprese multinazionali e internazionali, perché questo significa rinunciare a tutti i vantaggi che tali imprese possono offrire.” (Eugenio Cefis, La mia patria si chiama multinazionale, riportato in: Carla Benedetti  - Giovanni Giovannetti, Frocio e basta. Pasolini, Cefis, Petrolio, Milano 2016, Effigie, p. 297). Il libero mercato come forma di potere, insomma. Non si può nemmeno parlare di “complotto”, in questo caso: la situazione è palesissima. E Cefis cita un altro paragone storico, che cade a proposito: “…come Voi sapete, il concetto di Patria è un concetto che si è trasformato nel tempo tanto che, anche all’epoca del Risorgimento, ben pochi erano i cittadini che sapevano di essere italiani e non si consideravano invece semplici abitanti del Regno delle Due Sicilie o del Granducato di Toscana.” (Ibid., p. 291). 


            Ecco che sapore ha rileggere Cuore oggigiorno: quello del rivivere una situazione in cui la borghesia abbiente e istruita realizza un ideale di “unità” sconosciuto ed estraneo agli altri ceti, ma funzionale a un’economia del benessere. Ai tempi di De Amicis, la sfida era indurre un torinese a percepire come “patria” anche Roma e Palermo. Oggi, si tratta di far sentire gli italiani “a casa” a Parigi o Berlino: sia quelli che lo desiderano personalmente, sia quelli che non hanno mai chiesto cotanta grazia. Riusciranno i De Amicis di oggigiorno a garantire il paradiso sovranazionale, con diritti civili, lavoro e gratificazione per tutti e (dulcis in fundo) rispetto dell’ambiente e del suolo? Ai posteri l’ardua sentenza, come disse un altro patriota illuminato. Emmanuel Macron e Angela Merkel si sono già dichiarati disponibili a mutare i trattati europei, per salvare la patria multinazionale. Nel frattempo, fra Poletti e Celli, va scrivendosi il Cuore del terzo millennio. Con tanto di discutibile retorica.

domenica 11 giugno 2017

Attenti a Narciso

Diffidate delle persone piene di grandi e belle parole. Di chi sta sempre con la ragione e mai col torto, come cantavano i Nomadi. Di chi ha sempre una bandiera da issare sul pennone; di chi è sempre preoccupato di trovare una battaglia (e mai di cose da comune mortale, come trovare un lavoro). Di coloro che emanano un fumo di superiorità rispetto al genere umano. Che vorrebbero “aiutare il mondo”, come se avessero qualcosa da insegnargli. Sono pericolosissimi.
            Pericolosissimi, in primo luogo, perché non sembrano mai cattivi. E hanno la scusa pronta, anche per giustificare i segnali d’allarme. Infedeli, reticenti, aggressivi… Non importa. Hanno sempre ragione loro. 

            Non si confrontano mai con chi ha forti difese psicologiche. Sarebbe troppo, per il loro ego fragile e gonfio come un soufflé. Arrivano quando sentono l’odore di un animo sensibile e ferito. Un animo ricco di luce da succhiare, pronto a offrirla. Purtroppo.
            Sono bravi, i Narcisi. Sanno sempre dire la parola giusta. Sono gli dei ex machina che ti offrono proprio ciò di cui avevi sete. C’è il veleno, nel vino del loro calice: il veleno della dipendenza psicologica e della perdita di sé. Ma tu non lo sai ancora.
            E, quando lo sai, combattere a viso aperto è tutt’altro che facile. Perché Narciso si difende con gli specchi. Davanti al fatto lampante, ti dice che sei tu a voltare la frittata, o a essere convinto del falso. Persino i tuoi sentimenti feriti e la tua fiducia tradita sarebbero colpa tua. Avresti dovuto essere più maturo, o più forte. Avresti dovuto rifiutare il suo calice, quando morivi di sete. Ti sei lasciato abusare e sei un ingrato, se vuoi salvarti.
            I sentimenti altrui, del resto, sono risibili, per il Narciso. Sono melensaggini, cose da superare, isterismi. Al massimo, sono appigli per attirarti sulla strada decisa da lui. Ma che non ti salti in testa di viverli e farli valere. Il tuo angelo custode diventerebbe un diavolo. Questo tipo di persona, d’altronde, è adusa a sbalzi di tal genere. Una scalfittura al suo ego scatena, come minimo, una scenata. Subito dopo, riprende a portarti in palma di mano: Bel giocattolino mio, non mi scontenterai più, vero?
            Non puoi sperare in tribunali e medici. Perché nessun manuale registra il Narciso come malato. E, al vostro gioco perverso, eri consenziente.

Anche dopo che, a fatica, avrai troncato il rapporto, resteranno i semi del suo veleno. Magari, con la beffa di Narciso che, ogni tanto, si ripresenta come se non fosse successo niente. Perché, per lui, non è successo niente.

Potete leggere di più qui, qui e qui.

domenica 4 giugno 2017

giovedì 18 maggio 2017

Manerbio nel tempo, tra pittura e poesia

Il 17 aprile 2017, Manerbio ha festeggiato Pasquetta con la riproposizione di una mostra del 1985: quella degli scorci ad acquerello di Adolfo Penocchio (Ghedi, 1933 - Brescia, 2004). Il titolo era, appunto, “Manerbio nel tempo”. 
 L’esposizione è stata collocata nella Sala Mostre del palazzo comunale ed è durata fino al 23 aprile, in contemporanea con i “7 Giorni di Poesia”: una settimana in cui la Biblioteca Civica ha esposto testi poetici per la città e li ha distribuiti gratuitamente su biglietti. Il giorno dell’inaugurazione, si è tenuta anche la “biciclettata poetica anni ‘30”: gli iscritti hanno percorso Manerbio su due ruote, fermandosi a tappe per ascoltare testi in versi. Obbligatorio il cappello di paglia. Per restare in tema, il portico del municipio ospitava un’esposizione di biciclette d’epoca. I “ciclisti d’un tempo” hanno poi trascorso il pomeriggio al Parco Mella, per un picnic e un concerto del cantautore Massimo Dellanilla. Per il 23, era in programma (nel giardino della biblioteca civica) una mostra mercato di libri e fiori, in modo da festeggiare San Giorgio alla maniera catalana: regalare rose alle donne e libri agli uomini. Oltre a questo, erano previsti anche laboratori di composizione floreale per bambini e adulti, animazione, merenda e un finale a base di poesia in musica.
Per tornare al 17 aprile: nella Sala Mostre, i convenuti sono stati accolti dalla moglie, dalle figlie e dal genero di Adolfo Penocchio, insieme all’assessore Fabrizio Bosio, al bibliotecario Giambattista Marchioni (già in versione “anni ‘30” per la successiva biciclettata) e all’archivista parrocchiale Alberto Agosti. La mostra, infatti, era stata pensata come occasione per la cittadinanza di godere di dipinti conservati negli uffici comunali, nonché di consultare testi storiografici custoditi in parrocchia e in biblioteca. 
Negli acquerelli paesaggistici di Adolfo Penocchio, rivivevano scorci manerbiesi del trentennio scorso: “Manerbio visto dalla tangenziale”; “Manerbio paesaggio campestre”; “Strada di campagna”; “Dopo il temporale alla Remondina”; “Il Castelletto”; “Autunno a Villa Rosa”; “La Remondina e la sua chiesa”; “L’abbeveratoio”; “Portale alla Remondina”; “Chiesa del Gesù - particolare”; “Ingresso di Palazzo Ghirardi”; “Villa Cesura”; “Meriggio al Centro storico”; “S. Faustino”; “S. Rocco”; “Scià-ólt - via XX Settembre”; “Le vecchie mura”; “Palazzo Ghirardi e la piazza”; “Palazzo Luzzago - Sede Municipale”; “Cancello di via Diaz”. Per quanto l’impostazione fosse “amarcord”, l’emozione principale era forse riconoscere il presente in quel passato, vedere il quotidiano trasformato in arte. L’uso dell’acquerello e l’amore per i paesaggi “en plein air” avrebbe potuto ricordare l’Impressionismo, se non fosse stato per la precisione del disegno. La moglie e le figlie ricordano appunto Penocchio come un raffinato e meticoloso disegnatore. Artista eclettico, realizzò anche sanguigne, nudi, disegni lenticolari su laminato plastico, ritratti (di ecclesiastici, parlamentari, nobili), reinterpretazioni di altri artisti. Sue opere si trovano in gallerie e collezioni italiane ed estere (Germania, Svizzera, Francia, Venezuela, USA, Inghilterra, Cina). Da segnalare è “La scena divina” di fine anni ’90: 150 fogli ad acquerello che illustrano la Divina Commedia. Ebbe un periodo metafisico, con dipinti ispirati all’opera di Giorgio De Chirico (pavimenti a scacchi, cieli infuocati, alberi ramificati senza foglie, sperimentazioni prospettiche). A volte, dipingeva strappi sulla tela, per alludere a una realtà “altra” che si apriva. Affrescò chiese in area bresciana. Confrontando il teatro geograficamente ristretto della sua vita con la vastità della sua ispirazione, si può dire che nessun mondo è troppo piccolo, per un animo immenso.

Pubblicato su Paese Mio Manerbio, N. 120 (maggio 2017), p. 6.

Pane, salame e allegria

Il bresciano “salàm”, in arabo, suonerebbe come “pace”. Questo ha sottolineato la vicesindaca di Manerbio, Nerina Carlotti, all’ottava edizione della Festa del Salame (8 aprile 2017). Un gioco di parole che, di etimologico, non ha niente, ma che è suggestivo. È infatti facile fare pace e festeggiare, davanti a qualche fetta di salame nostrano. Lo sanno bene Antonella Gennari e Giovanna Rongoni, titolari del Bar Borgomella e organizzatrici dell’evento. Come ogni anno, hanno invitato gli allevatori della zona a presentare a concorso i salami da loro confezionati. A giudicarli, è stata chiamata una giuria composta da membri dell’ONAS, l’Organizzazione Nazionale Assaggiatori di Salumi. A presiedere detta giuria, c’erano Michele Bertuzzi e Silene Tomasini. 
            Il rito dell’assaggio è molto accurato; passa per l’esame di tutti e cinque i sensi. Anche il modo di affettare il salame non può essere casuale (taglio a mano; assolutamente bandita l’affettatrice). Lo scopo è quello di valutare le peculiarità di ciascun prodotto. Non c’è un salame uguale a un altro; quello tipicamente bresciano è diverso (per esempio) dai salami di Milano e di Cremona. La varietà dei salumi in Italia è incalcolabile, ha sottolineato Bertuzzi. Cosa che vale per ogni prodotto regionale. Un fatto di cultura locale, ma anche di natura (qualità della vita dell’animale, caratteristiche del terreno impiegato in agricoltura…). 

            Alla gara dell’8 aprile 2017, sono stati classificati i primi dodici salumi. Sul podio ideale, sono saliti: Matteo Pennati (terzo classificato), Giambattista “Giambi” Mondolo (secondo) e Giorgio Bolentini (primo). Al vincitore assoluto, è stata assegnata una bicicletta. A tutti gli altri, è stato donato un cavatappi (per stappare il buon vino da accompagnare al salame?). La giuria, in ogni caso, si è complimentata per la qualità dei prodotti, migliorata rispetto agli scorsi anni.

            È seguita la degustazione collettiva dei salami in concorso, con tanto di pane e formaggio. Per l’occasione, si sono presentate anche due bancarelle di generi alimentari locali (latticini, salumi, casoncelli di Barbariga). Per parafrasare Nerina Carlotti: “salàm” a tutti.

Una rete d'insidie?

Cosa succede, quando la sfera della tecnologia e quella delle relazioni s’intersecano? Ne ha parlato la dott.ssa Paola Cattenati del CRIAF (Centro Riabilitazione Infanzia Adolescenza Famiglia) al Teatro Civico “M. Bortolozzi” di Manerbio, il 6 aprile 2017. Con lei, c’era la dott.ssa Lisa Delfini. La serata era intitolata “Il cyber-bullismo e le insidie della rete”; era stata organizzata in collaborazione col Comune. 
Le testimonianze dei ragazzi (riportate dalla dott.ssa Cattenati) evidenziavano il carattere totalizzante della tecnologia nelle relazioni e anche l’assenza di riflessione, prima di condividere contenuti. In alcuni casi, le relazioni on line (e non solo per gli adolescenti…) sembrano più soddisfacenti, perché prive di quelle incombenze quotidiane (poco romantiche) che caratterizzano la vita reale. Interagire su Internet comporta anche una maggiore tendenza ad alterare la propria identità. Il forte investimento dei giovani nella vita sociale on line è contrappuntato da un diffuso senso di solitudine. L’uso compulsivo della tecnologia può diventare una forma di dipendenza e si è anche collegato a un aumento della ludopatia, per via dell’azzardo on line. I cosiddetti siti “pro-ana” e “pro-mia”, addirittura, incoraggiano (rispettivamente) anoressia e bulimia. La dott.ssa Cattenati ha accennato anche a siti dedicati ad autolesionismo e suicidio.
Per quanto riguarda la sessualità, la diffusione di Internet si accompagna al “sexting” (l’invio di proprie immagini sexy tramite computer e cellulari). Nel caso dei minori, ciò può sfociare nella pedopornografia; inoltre, il 17% di chi fa sexting (secondo la relazione della dott.ssa Cattenati) è stato vittima di “revenge porn”: la pubblicazione - per ripicca - di foto e video intimi originariamente riservati al partner.
La dimensione virtuale può poi far cadere le barriere morali in termini di violenza. Non si tratta solo del suo impiego disinvolto nei videogiochi, ma anche del suddetto cyber-bullismo, protagonista di diversi fatti di cronaca. Le caratteristiche del bullismo (sistematicità, durevolezza, squilibrio di potere) sono grandemente amplificate dal mezzo telematico. Esso elimina i limiti spazio-temporali e consente l’anonimato ai molestatori. L’assenza di contatto diretto non permette nemmeno al bullo di toccare con mano le conseguenze delle proprie azioni. I “motivi” adottati per denigrare una vittima sono solitamente piccolezze quotidiane (nudità in spogliatoio), o fragilità (balbuzie). Il cyber-bullismo è una paura molto diffusa fra i ragazzi, ha affermato la dott.ssa Cattenati, per la sua incontrollabilità. 

L’uso di Internet da parte di minori - secondo la psicologa - dovrebbe diventare sempre più un’esperienza condivisa con gli adulti. La dott.ssa Cattenati ha consigliato ai genitori di limitare il tempo trascorso on line dai figli, di avvertirli dei rischi e (per il resto) rispettare il loro investimento nelle relazioni virtuali. Gli scopi sono: favorire la maturità emozionale, la capacità dei ragazzi di stare da soli e di gestire anche i momenti di silenzio o attesa, nonché insegnare a distinguere fra contatti e amici. Gli adolescenti, peraltro, si dimostrano contenti (ha affermato la relatrice), quando vengono organizzati incontri con psicologi sul tema delle insidie virtuali. L’intervento adulto, in questo caso, corregge quegli squilibri di potere che possono rendere pesante l’atmosfera in una classe.


Pubblicato su Paese Mio Manerbio, N. 120 (maggio 2017), p. 8.

Alla scoperta di Manerbio

Chiesa di Santo Spirito
Per il 2 aprile 2017, il Comune ha organizzato una giornata intitolata “Scopri Manerbio!”, con visite guidate alla Chiesa di Santo Spirito, a Palazzo Luzzago e alla Chiesa della Disciplina. Le guide erano i ragazzi delle scuole medie (la paritaria “Beato Giuseppe Tovini” e la statale “A. Zammarchi”), debitamente preparati dai docenti. 
            La Chiesa di Santo Spirito è affiancata all’ex-convento delle Orsoline, attualmente sede delle scuole parrocchiali (scuola primaria “S. Angela Merici” e scuola secondaria di primo grado “Beato G. Tovini”, appunto). La congregazione religiosa nacque per opera di Mostiola Travaglia (Manerbio, 1811-1867). La signora, che aveva preso in affitto l’edificio insieme a una compagna, aveva già l’abitudine di ospitarvi le ragazze del posto. Ottenne poi dal vescovo di Brescia (Mons. Verzeri) il permesso di aggregarsi alle Orsoline. Nel 1856, venne formalmente aperto il convento manerbiese e Mostiola Travaglia fu confermata superiora. La congregazione continuò a occuparsi della ricreazione e dell’istruzione di ragazze e bambine, soprattutto orfane. Della stessa epoca,  è la Chiesa di Santo Spirito. A navata unica, ospita diverse tele, fra le quali è notevole la pala d’altare: la “Pentecoste” del bergamasco Ponziano Loverini (1845-1929).
Portico di Palazzo Luzzago-Di Bagno
Palazzo Luzzago-Di Bagno era una residenza di campagna nobiliare. Il ramo manerbiese del casato si estinse quando Bianca Luzzago (n. 1790) andò in sposa al marchese Carlo Ferdinando Guidi di Bagno da Mantova (n. 1776). Nel sito dell’attuale piazza Cesare Battisti, si trovava - fino al 1782 - una caserma, fatta smantellare e trasferire da Galeazzo Luzzago, per ragioni estetiche e di comodità. Sempre nel XVIII secolo, l’architetto Gaspare Turbini fu incaricato di ristrutturare il palazzo. 
          
Un dipinto nel Salone d'Onore.
Le valve d’ostrica sopra le finestre della facciata alludono alle virtù dei Luzzago, nascoste come perle. Le sale che si affacciano sul portico presentano ancora proporzioni, coperture e decorazioni tardo-cinquecentesche. Di Turbini è lo scalone di rappresentanza. Il vano è collegato al portico attraverso un’apertura a serliana, così detta dal nome di Sebastiano Serlio, trattatista di architettura (Bologna 1475 - Fontainebleau 1554). Sulla volta dello scalone, tre Amorini reggono i simboli di quelle nascoste “virtù dei Luzzago”: bilancia (= giustizia), ulivo (= sapienza), cornucopia (= prosperità). Le decorazioni pittoriche amano l’illusionismo prospettico, ovvero l’apertura a spazi puramente immaginari. Nel Salone d’Onore, il soffitto reca un “Trionfo di Flora”, la dea della fioritura. Le porte sono  laccate “alla veneziana”. Nell’attuale saletta degli assessori, rimane una scena religiosa con angioletti. Sul corridoio successivo, si aprono ex-appartamenti privati, con decorazioni floreali e scene bucoliche. In una di queste stanze, il soffitto è rivestito di seta dipinta a tempera. 
Altare e pala d'altare della Chiesa
della Disciplina
            La Chiesa della Disciplina prende il nome da una confraternita di laici, uomini e donne, dediti al culto della Vergine, alla penitenza e alle opere di carità. La Disciplina fu fondata nel 1393, per sciogliere un voto fatto in occasione di un’epidemia influenzale. L’attuale chiesetta, invece, risale al periodo tra il XVI e il XVII sec., con facciata primonovecentesca.  La navata cinquecentesca (con volte a crociera) contrasta con le volte a botte delle cappelle laterali (secentesche). Anche i dipinti sono databili dal primo ‘500 al primo ‘900. Essendo Brescia celebre per i marmi di Rezzato, questo materiale non manca: soprattutto nell’altare, che risente sia delle istruzioni di S. Carlo Borromeo in materia d’arte sacra (1577) che del gusto barocco per la teatralità.


Pubblicato su Paese Mio Manerbio, N. 120 (maggio 2017), p. 7.