venerdì 30 dicembre 2016

Le rose della notte - II, 3

Parte II: Il cielo in fiamme



3.

Margherita arrivò nella piazzetta, raccolta come il palmo di una mano. Alcuni alberi ombreggiavano panchine, nel sole gentile di marzo. Sotto i suoi piedi, un mosaico di ciottoli. E, davanti a lei, la schiena sicura di Diana.
            La precedeva lentamente, con la cadenza degli anfibi in cui aveva infilato i jeans. La catena appesa alla sua cintura non faceva rumore. Invece della giacca, non più necessaria, la avvolgeva una maglietta scura, con l’effigie dell’ennesima band  che Margherita non conosceva. Avrebbe potuto descrivere Diana elencando tutto ciò che ignorava di lei.
            Tra la caserma dei Carabinieri e il convento degli Agostiniani, era incastonata una gemma romanica: la basilica di San Pietro in Ciel d’Oro. Le ossa dei contrafforti e del portale biancheggiavano nel suo corpo rosso. Tre bifore – tre paia di pupille feline – e tre finestrelle a tutto sesto aprivano in esso un respiro buio. Sotto il tetto a due spioventi, era ricamata una loggetta cieca.
            «Alle matricole, è severamente sconsigliata la Certosa, pena la scalogna» scherzò Diana, con un sorriso sardonico. «Ma, come vedi, Pavia ha tante altre bellezze da non perdere».
            Sul volto alabastrino di Margherita, aleggiò un sorriso. Si avvicinò al contrafforte più grosso, fra i due della facciata, attratta da una lapide. Alcuni versi dal decimo canto del Paradiso dantesco:

Lo corpo ond’ella fu cacciata giace
giuso in Cieldauro; ed essa da martiro
e da essilio venne a questa pace.

«Parlava dell’anima del filosofo Severino Boezio» la precedette la sua ragazza. «Le sue reliquie si trovano nella cripta».
            Entrando nell’ombra del portone, a Margherita capitò di alzare gli occhi. Sulla cornice in pietra, erano scolpite quelle figure da bestiario tipiche delle chiese romaniche. Colse, in alto a sinistra, una creatura serpentiforme; quasi simmetrica ad essa, c’era un simbolo noto: la sirena a due code. Rammentò di sfuggita le parole di una teologa tedesca: le immagini di draghi e ninfe acquatiche segnalavano la presenza d’acque sotterranee, spesso considerate salutifere, e ammiccavano a un’antica dea delle forze telluriche. (1) 

            «Nella cripta, oltre alle ossa di Boezio, c’è un pozzo di cui nessuno conosce l’origine. Pare che quella fonte sia benedetta» la intercettò di nuovo Diana. Margherita ebbe un sussulto. Si voltò e le sorrise.
            S’immersero nel grembo della navata. Là dove, un tempo, si levava un soffitto dorato, c’era il vacuo attraente delle volte a crociera. Ma la galleria della luce, fra le costole delle colonne, conduceva all’estuario dell’abside: un ciel d’oro in cui si disegnavano giganti disincarnati. Un Redentore in trono benediceva e mostrava il libro, in una fissità che tagliava il flusso dei pensieri. Due angeli simmetrici coronavano il suo volto, in un gesto di preghiera. Ai suoi piedi, S. Pietro e S. Agostino con la madre. Però, Margherita non riusciva a staccare gli occhi dalla figura centrale. Qualcosa, nella simmetria degli angeli, la ipnotizzava.
            «Vieni!» La voce della compagna le arrivò suadente, quasi incantatoria, nel mezzo dell’estasi. Aveva qualcosa dell’antico serpente femminile. La seguì.
            Si avvicinarono sempre più al miraggio dell’Arca di S. Agostino, quella che custodiva le sue reliquie sotto lo sguardo di tutti. L’immagine del santo annegava in un brulichio di panneggi e guglie, che attorcigliavano la bianchezza del marmo. Ma Diana non si fermò davanti a essa. La aggirò e condusse l’altra in un punto preciso del presbiterio. Lì, le disse di guardare a terra.
            Margherita vide un pezzo ottagonale di mosaico, con un’iscrizione che lo diceva proveniente da Ippona e contemporaneo del vescovo Agostino. Al centro, fra quattro sagome simil-vegetali, c’era un abbraccio fra due anelli ellittici. «Un nodo di Salomone» mormorò Diana. «Simbolo dell’unione fra il cielo e la terra».
            Seguì un silenzio carico di respiri.
Poi, piano, Margherita si sentì prendere la mano in una stretta morbida. Si lasciò accompagnare ai piedi del presbiterio, fino all’imboccatura della cripta – una buia fessura che pareva allargarsi per accoglierle. «È ora di arrivare al pozzo benedetto» le sussurrò Diana, con una strana malia. Qualcosa scattò in Margherita, come una scintilla nella notte.

…ed essa da martiro
e da essilio venne a questa pace.



(1) Per chi volesse fare un confronto: Petra Van Cronenburg, Madonne nere, Roma 2004, Edizioni Arkeios, pp. 59-62.


[Continua]

Pubblicato sul quotidiano on line Uqbar Love (29 dicembre 2016).

martedì 27 dicembre 2016

La Carne e lo Spettro

Aspetta. Soppesa. Ricorda l’agenda, gli amici, quel quaderno di racconti e poesie che da troppo tempo attende di venir trascritto a computer. Mangia. Parla. Sorridi. Questi sono i desideri della Carne. E i desideri della Carne sono contrari a quelli dello Spettro. 

            Lo Spettro è una scintilla dal canto delle Sirene. È un sentore di blu dal cuore di scoglio. È la bellezza del Sonno, che ti passa una mano sugli occhi con un sorriso di dama sicura.
            Lo Spettro dà il comando dello stoico: segui il destino come un cane segue il carro a cui è legato. Giungerai alla fine con meno dolore. Lui sa che l’anima, a volte, ha bisogno solo di raggiungere la posizione fetale e da lì esplodere, rinascere - o disciogliersi nel suo liquido amniotico. Non distrarti con la vita. Ascolta la verità delle ferite.


“C’era una persona in me, una parte di me, o comunque la si voglia chiamare, talmente compromessa che era pronta a vedermi morta per trovare pace.” (Jeanette Winterson) 

sabato 24 dicembre 2016

Secondo Natura

Ho trovato Giovani streghe (The Craft, USA 1996; regia di Andrew Fleming) nell’elenco di film che compare sul sito A Study of Gothic Subculture. La nota che accompagnava il titolo non era entusiastica: la pellicola era stata citata unicamente perché uno dei suoi personaggi principali è una ragazza goth. Sono stata indecisa sul guardarlo o meno; ha prevalso la curiosità. Ed è stata cosa buona: The Craft, per quanto non abbia altro di straordinario all’infuori degli effetti speciali, si è rivelato ricco di spunti. 

            La protagonista è un’adolescente americana, Sarah (Robin Tunney). È rimasta orfana della madre, che è morta nel partorirla; gli immotivati sensi di colpa per la cosa l’hanno anche indotta a un precoce tentativo di suicidio. All’inizio del film, si sta trasferendo in un’altra città, col padre e la matrigna. Niente sembra essere più suo, all’infuori della camera dove campeggia la foto di sua madre e un anello lasciatole dalla medesima. Le prime impressioni sono di minaccia. A scuola, conosce Chris (Skeet Ulrich), un dongiovanni sbruffone di cui lei si invaghisce perdutamente, e tre misteriose ragazze: la gothgirl Nancy (Fairuza Balk), Bonnie (Neve Campbell) e Rochelle (Rachel True). Come lei, sono outsider. Nancy vive una situazione familiare ed economica disastrosa, che non giova di certo alle sue condizioni psichiche. Bonnie ha buona parte del corpo segnato da bruciature. Rochelle è oggetto di insulti razzisti. Soprattutto, tutte e tre sono streghe. Come hanno fatto gli outsider di ogni tempo e luogo, ricercano in un culto minoritario quel potere e quella sicurezza di sé che la società non può dar loro. La scelta di ambientare la storia in una scuola cattolica sottolinea la loro condizione di “diversità spirituale”. Colui che loro venerano è “Manon”, essere che sfugge alle categorie teologiche cristiane: «Se Dio e il Diavolo giocassero a calcio, Manon sarebbe lo stadio». La descrizione di questo essere rimanda a una concezione che possiamo chiamare panteista. Le tre ragazze sperano che il culto di Manon e la pratica della magia saranno il loro riscatto. Ma non possono ottenerlo, rimanendo in tre. Quattro sono gli elementi che compongono la Natura (terra, aria, acqua, fuoco); quattro devono essere i membri della sorellanza. Hanno bisogno di Sarah e per un legame non certo ordinario: «Meglio cadere su questa lama che entrare nella cerchia con paura. Come entri?» «Con perfetto amore e fiducia». La sorellanza è ferrea come le leggi che regolano l’universo, come in cielo così in terra. È bere l’una il sangue dell’altra.
            Una volta esauditi i propri desideri, però, il rapporto comincia a cambiare. Nancy, Bonnie e Rochelle sono insuperbite ed esaltate dai doni ricevuti. Dopo aver sperimentato l’infelicità e la miseria, il liquore del successo è troppo forte per loro. Solo Sarah si rende conto della loro insania e si pone domande morali sulle proprie azioni. Troppo pericoloso, per il membro di una sorellanza: «Se non la penso come loro, sono fuori. Questa non è amicizia».
            La radice di questa divergenza sta a monte. Fin dall’inizio, c’era una cesura visibile fra le tre streghe e Sarah. Le prime hanno un atteggiamento rapace verso la magia: rubano un potere che non appartiene loro. Che male c’è? pensano. Ogni cosa, in natura, ruba. Sì, ma solo per sopravvivere, ricorda Sarah. Lei è l’unica del gruppo a essere una strega per natura, ad avere dentro di sé le leggi dell’universo. Leggi che ogni tradizione spirituale conosce: Non fare agli altri ciò che non vorresti fosse fatto a te. Ogni cosa che allontani da te ritorna a te tre volte tanto.
            Non si tratta di precetti moralistici, ma di una descrizione di cosa sia la Natura: amorevole e crudele, è una forza che segue solo se stessa. Gettare un incantesimo significa comportarsi come Lei - e impone di accettare l’inesorabile. «Una volta che hai scatenato un fiume in piena, come puoi fermarlo? Puoi soltanto aspettare che le cose facciano il proprio corso». La differenza fra la strega e gli altri esseri umani è che lei è pienamente consapevole (o dovrebbe esserlo) di questo. Può scatenare l’irreparabile e da esso sarà travolta per prima. È personalmente responsabile dell’ineluttabile. E c’è un solo peccato, nella sua religione: abusare del potere concesso. Per quanto all’uomo sembri di essere signore con il proprio craft (= abilità, sapienza pratica), nessun potere gli appartiene. È tutto un dono della Natura. 

            A sopravvivere e trionfare sarà solo chi non cercherà di dominarLa, ma di identificarsi completamente con Lei, esprimendo la forza che ha già nel proprio interiore: realmente sua, dunque, non rubata - e che nessuno può rubare. Nemmeno la morte.

giovedì 22 dicembre 2016

Le rose della notte - II, 2

Parte II: Il cielo in fiamme



2.

Diana si schiarì la voce, mentre Agostino cominciava a pizzicare le corde del basso. Gennaro si era già piazzato dietro la tastiera e Giorgio accarezzava i piatti metallici della batteria con le bacchette. Poco discosto, si era già seduto il trio: Michele, col piffero appenninico; Francesco, con la “musa delle Quattro Province” e Luca, con la fisarmonica. Edoardo aveva già impugnato la chitarra elettrica e fissava Diana, alla ricerca di un segnale dai suoi occhi oscuri.
            Si respirava l’aria di ogni inizio, quando ciascuno sfiorava i propri strumenti, generando qualcosa che si librava in attesa, indefinito, nell’imminenza di diventare musica. Come sempre, i “Pains of Odin” si erano radunati nel garage della madre di Agostino, ampio a sufficienza per non farli diventare tutti sordi sul breve periodo, e pazientemente insonorizzato.
             Cinque di loro si erano decisi a quell’esperimento dopo intense esperienze in gruppi metal amatoriali, negli anni di liceo. Michele, Francesco e Luca provenivano da un retroterra leggermente diverso: quello del folklore e delle feste di paese, rispettivamente nelle province di Pavia, di Genova e di Piacenza. Loro aggiungevano il tocco arcaico miracolosamente sopravvissuto sugli Appennini, come una perla nascosta ai ladri. Insieme a Gennaro, che veniva da Castellammare di Stabia, al bresciano Giorgio e al piemontese Edoardo, i “Pains of Odin” erano una rappresentanza abbastanza credibile della popolazione studentesca.
Avevano lasciato trascorrere diversi esami universitari, prima di sentirsi pronti a proporre qualcosa di originale. Ormai, le canzoni non erano più cover, ma versi di Diana: in italiano, in dialetto pavese o in inglese. Lei pescava a piene mani dalle proprie letture, dalla storia locale, dalle dicerie più suggestive sul passato della città. 

            Al fianco della ragazza, c’era principalmente il chitarrista. Edoardo aveva un anno meno di lei e grandi occhi celesti, nel viso incorniciato dalla barba bionda e da chiome lisce che lasciava crescere, per imitare i propri idoli musicali. Aveva una voce ottima per i growl e, spesso, faceva da contrappunto ai toni da contralto dell’amica. Quando suonavano e cantavano insieme, si aveva l’impressione di assistere a un arcano inseguimento: un fauno dietro una ninfa, per sempre irraggiungibile e per sempre bella, come quella sull’urna greca di John Keats. Si parlavano senza dire. Edoardo si straziava nelle confessioni appassionate e lei rispondeva di no, di no, con la calma ineluttabilità di una forza maggiore. Forse, era principalmente quel conflitto subliminale ad attirare tanti adolescenti ai loro concerti, non certo pensati per arruffianarsi il pubblico dei giovanissimi.
            «Proviamo per prima Death of Denethor, va bene?» propose Diana. La chitarra acconsentì con un accordo deciso.


[Continua]

Pubblicato sul quotidiano on line Uqbar Love (22 dicembre 2016).


mercoledì 21 dicembre 2016

Un luogo dove ritrovarsi

“Ricordo una volta in cui andai in biblioteca a ritirare i gialli per mia madre. Tra i libri che aveva prenotato, ce n’era uno che s’intitolava Assassinio nella cattedrale, di un certo T.S. Eliot. Pensava che si trattasse di una storia macabra i cui protagonisti erano monaci malvagi, e a lei piaceva tutto quello che poteva dare fastidio al papa. 

            Il libro mi sembrava un po’ troppo breve - di solito i gialli sono abbastanza corposi - così lo sfogliai e vidi che era scritto in versi. Qualcosa non quadrava, in effetti. Non avevo mai sentito parlare di T.S. Eliot. Credevo che fosse parente di George Eliot. La bibliotecaria mi spiegò che l’autore era un poeta americano, vissuto in Inghilterra per gran parte della sua vita. Era morto nel 1964, e aveva vinto il premio Nobel.
            Io non leggevo poesia, perché il mio obiettivo era leggere tutta la Narrativa inglese A - Z.
Ma questo libro era diverso…
Lessi: Non è che un breve momento / Ma sappiate che un altro si prepara, sarete / Trafitte all’improvviso da una gioia dolorosa.
            Scoppiai a piangere.
I lettori alzarono gli occhi con aria di biasimo e la bibliotecaria mi redarguì, perché a quei tempi non era nemmeno permesso starnutire in una biblioteca, figuriamoci piangere. Così uscii portando con me il libro e lo lessi da cima a fondo, seduta sui gradini, nel vento che soffiava da nord.
            Quel dramma inconsueto e di grande bellezza rese sopportabili le cose che erano accadute quel giorno, e quel che rese sopportabile era un’altra famiglia sbagliata; del primo errore non ero responsabile, ma tutti i figli adottivi tendono a incolparsi. Il secondo fallimento, invece, era tutto da imputare a me.
            Avevo le idee confuse sul sesso e sulla sessualità, e mi preoccupavo di problemi concreti del tipo Dove vivere? Cosa mangiare? Come prendere un diploma?
            Non c’era nessuno che potesse aiutarmi, ma i versi di T.S. Eliot mi furono d’aiuto.
Così, quando sento dire che la poesia è un lusso, o un’opzione, un prodotto riservato alla classe media colta, che non dovrebbe essere letta a scuola perché non è essenziale, tutte le cose stupide e bizzarre che si dicono sulla poesia e sul posto che occupa nelle nostre vite, mi viene il sospetto che la gente che parla così abbia avuto la vita facile. Una vita dura ha bisogno di una lingua dura perché duro è il linguaggio della poesia. Ecco cosa ci offre la letteratura: una lingua che ha il potere di dire le cose come stanno.
            Non è un luogo dove nascondersi. È un luogo dove ritrovarsi.”

JEANETTE WINTERSON


Da: Perché essere felice quando puoi essere normale?, Milano 2014, Oscar Mondadori, pp. 43-44 [Why Be Happy When You Could Be Normal?, 2011, traduzione di Chiara Spallino Rocca].

domenica 18 dicembre 2016

Erica Gazzoldi e la sera in due

Una sera da signora ottocentesca. Per il tempo di
qualche foto...
"Quando penso ad una poetessa dotata nella forma, penso ad una giovane e stravagante poetessa di borgo, Erica Gazzoldi. Certo, il cognome non fa una grinza, di un cognome dell'alta borghesia finanziaria medievale non si sa nulla, però si sa che i mecenati sanno scrivere parole divine, lei le scrive e dice di non sapere scrivere bene, ma divinamente male tutto, non è mai soddisfatta, ricerca sempre nuovi stadi della poesia, nuove forme dell'arte, nuovi altari da recitare, lei è una medievista e una filologa concreta, sa distinguere la fantasia e la realtà e preferisce lo studio della mistica, che nei suoi libri compare affannosamente, e nei suoi romanzi compare mai, perché sa dosare la realtà, sa dosare la critica, sa dosare l'epica, sa dosare la storia, sa dosare la necessità, sa dosare l'involucro, sa dosare la custodia è un esteta convinta, è un amore di santa necessità per la letteratura, ironia della sorte abbiamo scoperto una grande scrittrice, ma sappiamo che non è nuova a regalare sogni, ma solide realtà, è una alchimista della storia, e fa parte di quella casta di giovani poeti che hanno onore e disonore, e non si sa perché fanno ridere agli altri, e non sempre a me, proprio perché non si sa vendere , è umile, e umiltade non dà pane, solo narciso dà gloria. Se non muore. Sì, gloria c'è ma non dà altro che vuoto, indispensabile per la poesia di forma, non è solo forma è un contenuto alto, ma poco dosato, troppo aulico a volte, e per una poetessa che si rispetti va bene, ma bisogna trovare delle strade parallele, e lei le trova in tutti modi, è la forma che indaga, non ha uno stile ne ha cento, ne ha mille, ma non li adopera che per le sue trovate geniali, è una brava illustratrice, è una brava poetessa ed è una novella romanziera, cioè una scrittrice di romanzi e ama il gotico ché ricostruisce in ampie vedute e ama totalizzare la sua avanguardia, avanguardia, ma che significa avanguardia,l'avanguardia è questa capire quando è il momento di non usarla, l'avanguardia ora è retrocedere, andare indietro,trovare una forma pura, e lei l'ha trovata, avanguardia, avanguardia che significa avanguardia l'avanguardia è come descrivere il vuoto in un cerchio di grano, lì a pieno, ma una volta arato resta il nulla, certo l'avanguardia è alta, io non aro la terra dei poeti, amo arare la terra delle nuove proposte, e arare la sorgente della nuova caducità, avere il coraggio di scrivere un prosimetro, avere il coraggio di andare avanti, e non smussare la storia, antica , la storia classica , la storia nuova, la storia europea, ma la storia è altro da noi."

Valerio Pedini

(Grazie, caro Valerio, per aver dato un'impennata al mio ego. C'è da ridire solo su un paio di cose: la mia estrazione sociale non è l'alta borghesia finanziaria medievale, bensì una lunga stirpe di mandriani e coltivatori diretti della Bassa Bresciana. Non sono medievista, ma antichista, almeno per titolo accademico. Non sono una mecenatessa, anzi, devo cercarmeli io, i mecenati. Al massimo, posso optare per scambi di libri e favori con altri rampanti poeti con le toppe sul deretano, come la sottoscritta. Non ho un granché, ma sembra che abbia tutto. Non è fantastico? Un bacione, caro...)

martedì 13 dicembre 2016

Le rose della notte - II, 1

Parte II: Il cielo in fiamme



1.

Quando Marcello Valenti dovette arrendersi alla sveglia, l’appartamento era in uno stato pietoso. Il vestito e la parrucca di Greta Sgarbo erano abbandonati su una sedia, come un bozzolo rotto. Il divano-letto che ospitava due dei suoi coinquilini era un caos di lenzuola arrotolate e penzolanti a terra. Si alzò intontito e aprì le imposte. Le sue palpebre lo difesero di scatto dalla luce.
            Per sua grazia, non aveva lezione, quella mattina. Aveva tutto il tempo di uscire dalla trance.
Grattandosi il pigiama sulla schiena, s’infilò nel cucinotto. Cercò di non mettere troppo a fuoco le sue condizioni, per non vomitare. Pulì il necessario, sul tavolino e sul piano di cucina; poi, si mise a far scaldare il latte. 

Prese dalla credenzina un pacco di biscotti già aperto e cominciò a sbocconcellare.
            Lo squillo del cellulare lo richiamò in camera da letto. Sbuffò: di sicuro, si era scordato di spegnerlo, quella notte. Lo recuperò a grandi passi e tacitò bruscamente la suoneria: «Pronto?»
            «Ciao, Marcello! Sono Guido…»
«Cosa ti salta in mente di chiamare a quest’ora?!»                  
«Ma… sono le dieci e mezza di mattina!»
«Appunto. È presto» sbadigliò Marcello. Si passò distrattamente una mano nei propri riccioli castano scuro (“Perché indossi la parrucca da drag queen, coi bei capelli che hai?” era il tormentone dei suoi amici).
«…mi dispiace!» boccheggiò Guido, tra il dispiaciuto e il meravigliato. «Ti ho svegliato?»
«Diciamo che hai finito di svegliarmi. Stavo preparando la colazione».
Si ricordò del pentolino con il latte. Si fiondò nel cucinotto, col cellulare incollato all’orecchio, e spense il fornello, giusto prima di cominciare ad annusare odore di panna bruciaticcia.
            Dall’altra parte del telefonino, udì Guido inspirare a fondo: «Senti, Marcello… devo dirti una cosa».

[Continua]

Pubblicato sul quotidiano on line Uqbar Love (13 dicembre 2016).


venerdì 9 dicembre 2016

Fiumi e montagne di musica

Il Concerto di Santa Cecilia 2016 si è tenuto il 26 novembre, al Politeama di Manerbio. Il tema era “Rivers and Mountains”, “Fiumi e montagne”. A questo filo conduttore, ne è stato aggiunto un altro: quello di due lutti recenti. Il concerto, perciò, è stato dedicato alla memoria di Lorenzo Gazzoldi, storica tromba della Civica Associazione Musicale “S. Cecilia”, e a Pedro Almeida Carvalho, dipendente comunale conosciuto e benvoluto. La direzione, naturalmente, è spettata al nuovo maestro, Giulio Piccinelli. La presentazione dei brani era a cura di Renato Krug.
            I fiumi e le montagne della serata erano gli elementi naturali più ispiratori per i musicisti, ma anche - come recitava il programma di sala - gli alti e bassi della vita. Non poteva mancare un pensiero al Mella.

            Il primo brano era esplosivo in ogni senso: “Vesuvius” di Frank Ticheli (Monroe, Louisiana, USA, 1958). Avrebbe dovuto descrivere un baccanale, ma la distruzione di Pompei ed Ercolano corrispondeva maggiormente al quadro di grandiosa energia che interessava al compositore. Più pacato e solenne era “Yosemite Autumn” di Mark Camphouse (Oak Park, Illinois, USA, 1954), dedicato - appunto - all’autunno nel parco nazionale di Yosemite. Data la nazionalità dei compositori, la prima parte del concerto si è conclusa con un accenno alla letteratura statunitense: la “Tom Sawyer Suite” di Franco Cesarini (Bellinzona, Ticino, 1961) descriveva quattro personaggi e il lieto fine de “Le avventure di Tom Sawyer” (1876) di Mark Twain (Florida, 1835 – Redding,  1910). La storia dell’allegro monello Tom, del resto, è legata a doppio filo con le campagne e il paesaggio naturale.
            Dopo le montagne, è arrivato un fiume. “Shenandoah”, sempre di Ticheli, descrive infatti un corso d’acqua noto ancora col nome datogli dai nativi americani; la sua valle fungeva da pista migratoria per le tribù nomadi. Firmate da Johan de Meij (Voorburg, 1953) erano le “Songs from the Catskills”, dedicate a una catena montuosa. Steven Reineke (Tipp City, Ohio, USA, 1970), fra i compositori citati, è stato quello più audace: il suo “Into the Raging River” rievoca un’esperienza di discesa in gommone su un fiume in piena. Al pubblico, più amante della salute, è bastato riviverla in musica - non meno maestosa o irruente di un elemento naturale.


Pubblicato su Paese Mio Manerbio, N. 115 (dicembre 2016), p. 26.

giovedì 8 dicembre 2016

La Bella Addormentata nel Bosco e il Principe Ranocchio

Prosegue la stagione teatrale per bambini al Teatro Civico “M. Bortolozzi” di Manerbio. Dopo “Il Flauto Magico” di W.A. Mozart, la compagnia “IL NODO Teatro” ha riletto “La Bella Addormentata nel Bosco”. Il 6 novembre 2016, sul palco del “M. Bortolozzi”, hanno recitato Francesca Carini, Danilo Furnari e Fabio Tosato, con la regia di Raffaello Malesci. 
            La loro versione della fiaba si apriva con il re Rosone e la regina Rosina: stagionati bambinoni al quarantesimo anno di matrimonio. Ai due, sembrerebbe ora di ampliare la famiglia; ma entrambi sono più esperti di bambole elettroniche che di bambini. Come se non bastasse, il surriscaldamento globale ha fatto estinguere le piante di rose cui dovevano i loro nomi. Ormai, nei giardini reali, non crescono altro che banane, ananas e datteri. Proprio nel bosco di datteri, un ranocchio (scampato al disseccamento del suo stagno) trova una neonata e la presenta alla coppia. Per restare in tema, la piccola viene chiamata Rosaspina. Al proprio diciottesimo compleanno, la ragazza sembra essere cresciuta tale e quale a Rosina: un’eterna bambina, interessata solo al monopattino e ai videogiochi. Le fate Bianchina e Nerina le regalano virtù e saggezza; ma quei doni, che Rosaspina deve trovare dentro di sé, non la entusiasmano esattamente.
           
A questo punto, si presenta la strega Corvina, furiosa per non essere stata invitata al compleanno della principessa. Vorrebbe pungerla con un fuso in grado di farla addormentare per sempre; dopo averne provati diversi (quello dell’Allegria, del Canto, del Ballo e della Preghiera), trova quello giusto. Il goffo intervento della strega getta Rosaspina in un sonno profondissimo, con immancabile russare. La fata Bianchina ottiene di attenuare l’incantesimo: la ragazza si sveglierà, ma soltanto al bacio di un principe che la ami sinceramente. Come se fosse facile trovarlo. Il primo a presentarsi è un principe non proprio azzurro, spaccone e dongiovanni, che  ovviamente - non riesce nell’impresa. Il bacio salvatore arriverà dal ranocchio che trovò Rosaspina neonata fra le palme da dattero. Peccato che quell’amante verace non sia proprio splendente, a livello fisico. La principessa si nega e il ranocchio si allontana. Rendendosi conto d’averlo ferito e desiderosa di riallacciare il rapporto, Rosaspina va in cerca di lui. Ma lo ritrova smagliante, restituito alle sembianze di bel giovane che un incantesimo gli aveva tolto. La Bella Addormentata nel Bosco si riallaccia così al Principe Ranocchio, davanti a una bella torta di compleanno.



Pubblicato su Paese Mio Manerbio, N. 115 (dicembre 2016), p. 15.

La Francia in musica e sapori

Il gemellaggio fra Manerbio e St. Martin de Crau continua a suggerire eventi culturali. Stavolta, il piacere del cervello si è unito a quello del palato, grazie alla collaborazione fra il Comune e l’aperitiveria Decanter. Il 20 e il 27 novembre 2016, i manerbiesi sono stati invitati a gustare vini francesi con un poco di stuzzichini, prima e dopo due concerti. L’iniziativa è stata intitolata “La Francia in punta di forchetta e di flûte”. Il suo primo episodio si è tenuto al Teatro Civico “M. Bortolozzi”: s’intitolava “Notturno francese” ed è stato eseguito dal duo Carlo Barbieri (sassofono contralto) e Andrea Facchi (pianoforte). Il programma di sala si apriva con una quartina di Charles Baudelaire: “Già s’avvicina l’ora che trepido ogni fiore/come un vaso d’incenso svapora sullo stelo;/solcano effluvi e musiche la sera senza velo;/malinconico valzer, delirante languore!” È seguita una piccola antologia del Novecento musicale francese: la “Petite suite latine” di Jérôme Naulais (1951- ), poi il famosissimo Claude Debussy (1862-1918) con la sua “Rêverie” (sogno a occhi aperti) e il suo “Passepied” (dalla “Suite Bergamasque”); di Jean Françaix (1912-1997) sono state eseguite le “Cinq danses exotiques”, ovvero brani per balli latinoamericani: una pambiche (simile al merengue), un baiao, un mambo, una samba lenta, un merengue. Paule Maurice (1910-1967) impiegò invece le note per descrivere i paesaggi provenzali, intitolando cinque pezzi - appunto - “Tableaux de Provence”. La serata si è conclusa col “Tango suave” di Jean Matitia (1952 - ) e la “Scaramouche” di Darius Milhaud (1892-1974).
           
Il 27 novembre, invece, è stato dedicato alla “chanson française”, il genere musicale che privilegia l’uso della lingua francese e i modelli letterari d’Oltralpe. Nella Sala Mostre del municipio, si sono esibiti i Soft Live Music, gruppo cremonese che esegue cover. Sono stati prevalenti i brani di Édith Piaf (Parigi, 1915 – Grasse, 1963), come la famosissima “La vie en rose”, o il suo “Hymne à l’amour”. Sono stati eseguiti - fra gli altri - anche “Les feuilles mortes” di Yves Montand (Monsummano Terme, 1921 – Senlis, 1991), “La nuit” dell’italo-belga Salvatore Adamo (Comiso, 1943 - ), “C’est irréparable” di Nino Ferrer  (Genova, 1934 – Montcuq, 1998). È stata una sorpresa scoprire che “My Way” ha origini francesi (col titolo “Comme d’habitude”). Il programma ha avuto anche aperture all’internazionale, con “Sound of Silence” di Simon & Garfunkel, “Yesterday” di Paul McCartney, “Besame mucho” o “Guantanamera”. Il brano più applaudito, però, è stato “Est-que tu m’aimes?” di Maître Gims, un successo del momento.

            Una sorpresa della serata è stata un’iniziativa di otto ragazzi provenienti dalla Guinea e richiedenti asilo politico, accompagnati dalla Cooperativa Olinda. Essi avevano preparato una sorta di “rap in coro” sulla solidarietà e contro il terrorismo. Una voce solista scandiva le parti più discorsive. I testi erano in francese, lingua coloniale della Guinea, e questo è stato uno dei motivi della loro presenza all’evento. L’altro è stato il tono generale dell’incontro, ispirato al recente ricordo degli attentati di Parigi. 

Pubblicato su Paese Mio Manerbio, N. 115 (dicembre 2016), p. 24.

Le castagne fanno buon sangue

Arriva novembre, col suo gradito carico di frutti autunnali e prodotti suini. Ne beneficia, come sempre, l’AVIS di Manerbio, per la raccolta fondi. Il 13 novembre 2016, la cittadinanza manerbiese è stata invitata al Piazzolo di via XX Settembre per l’annuale castagnata con vin brulé ed altri extra. A preparare le caldarroste ha collaborato il Vespa Club locale. Giusto per confermare lo spirito di sostegno fra associazioni, i donatori di sangue esponevano volantini dedicati all’AIDO, l’Associazione Italiana per la Donazione di Organi, Tessuti e Cellule: la sezione provinciale di Brescia, intitolata a Laura Astori, cerca nuovi aderenti. 
            Ai banchettanti, l’AVIS ha offerto il suo nuovo calendario, dedicato alla cultura contadina e ai proverbi dialettali. Era possibile anche acquistare i biglietti di una lotteria: l’estrazione dei premi era stata fissata al 16 dicembre 2016, in occasione della Shopping Night.
           
La solidarietà si è dunque tradotta in un pomeriggio di festa paesana, con caldarroste che riempivano le dita di fuliggine, ma non mancavano di gusto, fette di salame nostrano e una pioggia di ciccioli (non saranno molto indicati per mantenersi in forma, ma guai a disprezzarli…). Per scaldarsi, oltre al vin brulé, era possibile sorseggiare tè o cioccolata. Bibite e torte completavano la festa.
            Ai potenziali sostenitori, venivano offerti palloncini fregiati dalla scritta “AVIS” - alcuni, anche a forma di cuore. Il cuore, però, si poteva misurare soprattutto dalle grosse bottiglie in plastica che andavano riempiendosi di aiuto concreto in denaro. A loro modo, le castagne possono fare buon sangue.


Pubblicato su Paese Mio Manerbio, N. 115 (dicembre 2016), p. 18.

Un albero per Emanuela


Il 24 novembre 2016, i dipendenti del Comune di Manerbio hanno voluto ricordare la collega Emanuela, che lavorava presso la Biblioteca Civica e morì prematuramente dieci anni fa. La serata è stata intitolata “Un albero per Emanuela”: l’albero è il ciliegio che è stato appositamente piantato nel giardino comunale. In attesa della primavera che lo farà fiorire, amici e colleghi di Emanuela si sono riuniti nel portico antistante il centro culturale, dove era stata allestita una sorta di salottino. Ciascuno ha acceso un lumino; le fiammelle sono rimaste quali unica illuminazione, mentre due lettrici hanno declamato “le parole che non si osavano dire”: quelle di “Sally”, canzone interpretata da Vasco Rossi (1996); quelle di Emily Dickinson (Amherst, Massachusetts, 1830-1886) in “Se potrò impedire a un cuore di spezzarsi”; quelle di Adriana Zarri (San Lazzaro di Savena, 1919 – Crotte di Strambino, 2010) in “Non mi vestite di nero”. Tre testi in cui voci di donne hanno meditato sulla fine della propria vita e sul fatto che qualcosa, di essa, si potesse salvare.
            Per non rimandare a casa i partecipanti in lacrime, la seconda parte della serata è stata all’insegna di un garbato sorriso. La compagnia teatrale “Senti chi parla”, proveniente dal cremonese, ha allestito nella saletta multimediale della biblioteca una parodia de “La Traviata” di Giuseppe Verdi (1853). La nota trama è stata riassunta da un personaggio di professore: Violetta, donna di mondo parigina, abbandona la propria vita dissoluta per un vero amore. Ma le convenzioni sociali arrivano presto a presentare il conto: il padre di Alfredo, l’amante della donna, le svela che la sorella del giovane rischia di perdere il fidanzato, se non finirà quella relazione “scandalosa” per la famiglia. Violetta accetta di lasciare Alfredo senza dargli spiegazioni, scatenando l’ira e il disprezzo di lui. La donna morirà di tisi, fra le braccia dell’innamorato pentitosi troppo tardi.

 Nella versione di “Senti chi parla”, la comicità nasce dall’equivoco sull’identità della Traviata e sulla sua vera storia. Insomma, chi è Violetta? La sublime creatura verdiana che muore cantando? Una romana ruspante che si è finta francese e che è pure scampata alla morte prescritta? O una casalinga di Pontevico che, di suo, nella vicenda ha messo solo il nome? Sulla scena, si sono presentate dunque tre Traviate, con un gioco di equivoci sempre meno lirici. Dopotutto, chi ha detto che la storia di una donna infelice debba per forza concludersi secondo copione? Questa nota di speranza ha chiuso la commemorazione di Emanuela - per la quale, non essendo lei di carta, è stato più difficile riscrivere il finale. Prima di essere congedati, i presenti sono stati invitati a un aperitivo offerto dai dipendenti comunali. La voglia di stare insieme e raccogliere il buono lasciato da una vita ha voluto superare il pensiero della morte. 


Pubblicato su Paese Mio Manerbio, N. 115 (dicembre 2016), p. 8.

«Mio figlio e Pif». Il padre di Michele Astori è manerbiese

Poco prima della metà del novembre 2016, a Manerbio, è comparsa la locandina del film “In guerra per amore”: regia di Pif; sceneggiatura dello stesso Pif, di Michele Astori e di Marco Martani. Nessuno si aspetterebbe di trovare, sulla locandina, un pezzetto di Manerbio. Perché Michele è figlio del nostro compaesano Domenico Astori. 

            Da giovane, questi dovette cercare una sistemazione lavorativa e la trovò a Palermo. Sposò una siciliana, dalla quale ebbe due figli. Michele mostrò un’inclinazione precoce per lo spettacolo. «Da bambino, faceva le imitazioni di Franco e Ciccio» ricorda il padre. Laureatosi in Scienze della comunicazione all’Università degli Studi di Palermo, Michele si trasferì a Roma e lì frequentò un corso per autori televisivi presso Mediaset. Ha sceneggiato documentari e approfondimenti, come “1960” di Gabriele Salvatores (2010) e “In fabbrica” di Francesca Comencini (2007). Di recente, ha intervistato politici italiani di spicco nel programma “L’Italia della Repubblica”, condotto da Paolo Mieli su Rai Storia. La collaborazione con Pif è nata in occasione del primo film diretto da questi, “La mafia uccide solo d’estate” (2013). Con lui, conduce “I provinciali”, programma di Rai Radio 2 in cui vengono esposti reportage dai luoghi lontani dall’ “asse Roma-Milano”.

            Tanto questo legame quanto la brillante carriera di Michele sono stati una (piacevole) sorpresa per il padre. Nessuno, prima del figlio, si era mai occupato di cinema o televisione, in famiglia. Domenico Astori, comunque, ha reagito “da papà”: con legittimo orgoglio e qualche critica ogni tanto. Per evidenti ragioni, ha potuto vedere “In guerra per amore” il giorno stesso in cui è uscito, a Palermo, e ha ritrovato i propri ricordi nei luoghi dell’ambientazione. Casa, dolce casa, ovunque sia.

Pubblicato su Paese Mio Manerbio, N. 115 (dicembre 2016), p. 4.

Piccolo è bello

Si dice che la felicità sia fatta di piccole cose. Il manerbiese Giammaria Savio ha preso il detto alla lettera. La sua passione, infatti, sono le miniature: in particolare, quelle che occorrono a realizzare presepi. 

            L’idea gli venne molti anni fa, quando stava - per l’appunto - cercando una capanna per la Natività. Capì che avrebbe potuto realizzarne una da solo.
Da allora, la faccenda è progredita. I presepi di Savio sono ormai diversi. All’oratorio di Alfianello, se ne trova uno ambientato fra impervie rocce di sughero dipinto. Un altro rappresenta una scena collinare attraversata da un fiume; un altro ancora ritrae una vallata di montagna: la capanna è in legno e dal tetto spiovente, guardata da un castello con torri merlate. Quando Savio fa nascere Cristo in una cascina, non manca il lavatoio con tanto di tavola e spazzola da bucato. Uno di questi edifici rustici è corredato da acqua corrente, fiamma elettrica nel caminetto ed interni arredati di tutto punto. I coppi - perfetti laterizi in miniatura, acquistati presso un negozio specializzato - sono 1600 in tutto.
            Al presepe per il Natale 2016 ha cominciato a lavorare all’inizio dell’ottobre 2015: un dolce passatempo di pensionato che detesta l’inattività. Stavolta, l’ambientazione si ispira ai paesini del Centro Italia (ma senza allusioni al terremoto). Per suggerire l’idea delle pietre, le pareti delle case sono state realizzate in compensato rivestito di gesso; detto gesso è stato pazientemente inciso con una punta di metallo regalata a Savio da un dentista. I tetti sono composti da minuscole tegole in legno: articoli speciali che l’hobbista, attualmente, si fa arrivare da Foggia. Opera delle sue mani, invece, sono le altre parti lignee: balconi, telai di finestre, imposte, battenti e scale. In particolare, il taglio dei listelli per realizzare queste ultime è stato un lavoro complesso. Porte e infissi si aprono e si chiudono realmente, grazie ad autentici cardini in metallo. Savio sa realizzare anche catenacci in miniatura, parimenti funzionanti. Le impannate delle finestre sono costituite da foglietti di Astralon, materiale plastico usato nelle litografie - settore in cui Savio lavorava, prima della pensione. Nei suoi piccoli mondi, l’illuminazione è assicurata da lampioncini di sua fattura, con lampadine minuscole e a basso voltaggio. Da buon appassionato, apprezza le rassegne di presepi, come quelle di Verona e di Pizzighettone.
Come era prevedibile, qualcuno gli ha domandato anche di realizzare una casa per bambole.
            La sua abilità di modellista si esercita spesso sugli strumenti della vita contadina. In legno, ha riprodotto cassettoni, tavoli con sedie impagliate, madie con tanto di pala per la farina, la zangola per il burro e la gramola: un’impastatrice funzionante a forza di braccia, che assicurava alle famiglie campagnole il pane per tutto l’inverno.


Pubblicato su Paese Mio Manerbio, N. 115 (dicembre 2016), p. 4.

Jazz coi baffi

Anche quest’anno, la beneficenza manerbiese ha scelto la musica per farsi strada. Novembre è il mese di Movember, un’iniziativa diffusa a livello mondiale, il cui nome deriva dalla fusione di “moustache” (= baffi) e “November”. Essa nacque nel 2004, da un’idea di alcuni giovani australiani: farsi crescere i baffi per invitare alla prevenzione dei tumori alla prostata e ai testicoli.
            A Manerbio, la partecipazione a Movember è legata alla raccolta fondi per l’ANT (Assistenza Nazionale Tumori), onlus nata a Bologna nel 1978 per iniziativa del prof. Franco Pannuti. ANT, per l’appunto, si occupa di assistenza domiciliare gratuita ai malati oncologici, nonché di prevenzione del cancro. Come l’anno scorso, i fondi sono stati raccolti grazie a due serate di concerti jazz. Il titolo complessivo, naturalmente, è stato: “Jazz coi baffi”. 
            Il 10 novembre 2016, al Teatro Civico “M. Bortolozzi”, si è esibita “La Banda dell’Ortica”, gruppo ispirato a una canzone di Enzo Iannacci (Milano, 1935 –  2013): “Faceva il palo” (1966). Proprio a lui, a Fred Buscaglione (Torino, 1921 – Roma, 1960) e a Giorgio Gaber (Milano, 1939 – Montemagno di Camaiore, 2003) è stato dedicato questo concerto. “La Banda dell’Ortica” si è lanciata in due ore di frizzante canzone-spettacolo, col coinvolgimento di una signora in prima fila: a lei, in “Eri piccola così”, è toccato l’onore di praticare (con una pistola giocattolo) il “tiro al marito” (con tanto di premi). Prima di arrivare a quella scena, però, sono stati fatti rivivere il “Whisky facile” di Buscaglione e altri quadri del suo immaginario da gangster italoamericano. L’ironia di Fred non risparmiò nemmeno il famoso dongiovanni Porfirio Rubirosa (San Francisco de Macorís, 1909 – Parigi, 1965), divenuto - in una sua canzone - “Porfirio Villarosa” (1956).
            Di Gaber, la Banda ha scelto “Il tic” (1968): un modo non pedante di esprimere l’atmosfera politica del tempo, col suo movimento operaio. Il protagonista della canzone, infatti, lavora in catena di montaggio e proprio a causa di essa si è preso molteplici tic, riprodotti a puntino dal cantante.
           
Largo spazio, naturalmente, è stato dedicato a Iannacci, il nume della band. Fra le altre, è stata eseguita la famosissima “Vengo anch’io. No, tu no” (1968), poi “Ci vuole orecchio” (1980) e “L’Armando” (1965), storia di un alibi per nulla credibile. Naturalmente, è stata eseguita anche “Faceva il palo”, con tanto di mascherine sugli occhi, in omaggio a quella storia di una goffa rapina.

            La seconda serata di “Jazz coi baffi” ha avuto luogo il 17 novembre 2016, a opera di sei giovani che comparivano in locandina come “Mo-facciamo Jazz”. Fabio Berteni (pianoforte), Gabriele Guerreschi (contrabbasso), Massimo Pietta (tromba), Beatrice Sberna (voce), Michele Zuccarelli Gennasi (batteria) e Fabiano Redolfi (sassofono) hanno eseguito diversi brani quasi senza soluzione di continuità. A loro, si è unito un ospite inatteso: Silvio Masotti, col suo clarinetto. Dividere gli applausi, comunque, non è stato certo un problema. Del resto, l’allegria, più che dividersi, si moltiplica. Come la solidarietà.

L’Orchestra di Fiati della Valle Camonica al Politeama con Douglas Bostock

Il 30 ottobre 2016, l’offerta musicale del Politeama di Manerbio si è arricchita di una proposta: una serata con l’Orchestra di Fiati della Valle Camonica, diretta - per l’occasione - da Douglas Bostock. L’iniziativa ha visto il patrocinio della Provincia di Brescia, nonché l’immancabile collaborazione della Civica Associazione Musicale Santa Cecilia. 
            L’Orchestra si è costituita nel 2003, per il volere di musicisti residenti in Valle Camonica e Alto Sebino. L’organico si è via via arricchito grazie ad amatori e ad allievi dei Conservatori di Darfo, Brescia, Bergamo e Milano. Tra le rassegne a cui l’Orchestra ha partecipato, ci sono: l’Ultrapadum Festival di Pavia, il Festival Internazionale di Besana Brianza, il Mid Europe di Schladming (Austria) e il Promenadenkonzert di Innsbruck. Fin dalla sua fondazione, è diretta da Denis Salvini. La serata manerbiese, come si è detto, ha visto però un direttore ospite: il britannico Douglas Bostock, dal 2001 direttore della Argovia Philarmonic in Svizzera. Può vantare una carriera intercontinentale e un repertorio vasto: dal Barocco alla musica contemporanea all’opera lirica. Bostock lavora anche con giovani musicisti.
            Al Politeama, lui e l’Orchestra di Fiati si sono cimentati in brani lunghi e complessi. Il programma ha compreso due composizioni di Percy Aldridge Grainger (Australia, 1882 - Stati Uniti, 1961): “The Lads of Wamphray” e “Colonial Song”.
            Di Alfred Reed (Stati Uniti, 1921 - 2005), è stata proposta la “Fourth Suite for Band ‘City of Music’”, suddivisa in un’ “intrada”, un’ “aria” e una “march”. Su Toshio Mashima (Giappone, 1949 - 2016), la presentazione di Bostock si è soffermata di più: sia perché il compositore è defunto proprio quest’anno, sia perché egli si ricollega ai ricordi di Douglas legati al Giappone, ove ha lavorato. La composizione in programma era “Les Trois Notes du Japon”: titolo francese, come rimando alla musica impressionista e a una cultura amata da Mashima, ma tematica giapponese. I tre movimenti dell’opera, infatti, descrivono quadri bucolici del Sol Levante: le movenze delle gru (“La dance des grues”), un lago che va ghiacciandosi (“La rivière enneigée”) e una festa paesana (“La fête du feu”).
            Dopo l’intervallo, è stata la volta di Vacláv Nelhýbel (Repubblica Ceca, 1919 - 1996), con un “Trittico” (“allegro maestoso”; “adagio”; “allegro marcato”).

            L’ultimo titolo in programma era la “Music of the Spheres” di Philip Sparke (Gran Bretagna, 1953). Una sorta di “giro del mondo in musica” si è così concluso, idealmente, proprio nel Paese d’origine di Bostock.