martedì 29 novembre 2016

Le rose della notte - I, 8

Parte I: Sorelle



8.

Il barista portò al tavolo la consueta bottiglia di vino rosato, nel secchiello pieno di ghiaccio. «Grazie, oste!» replicò Arianna I, spostando dalla traiettoria di lui un lembo del proprio manto porpora bordato d’oro. 

            L’ “oste” sorrise di rimando. Era facile affezionarsi agli Ordini goliardici. Bevevano molto, pagavano subito e aggiungevano una nota di folklore al locale. O, perlomeno, era facile affezionarsi a quelli che offrivano garanzie di relativa tranquillità – e integrità degli interni.
            «Bene!» riprese la capo-ordine, col suo intercalare consueto. «Avete qualcosa che tenete a dire subito?»
«Venendo qui, ho incontrato l’Erectus Ordo Liutprandi (*)» cominciò Kiko-san, spostandosi un ricciolo castano dagli occhi. «Non mi hanno visto e mi hanno ignorato. Ma erano tutti insieme e stavano sgattaiolando per viuzze».
            «I soliti!» sbuffò Arianna I, mentre una smorfia pizzicava le sue guance tondeggianti. «Fanno tanto gli spaccamondo, poi… non riescono che a nascondersi. Che dice la Custode degli Interni?».
            Lobelia DeMona si aggiustò la placca al collo: «L’altra volta, il Boezio ha escluso che sia una buona idea invitarli a uno dei nostri Conviti Sub Rosa… anche se loro muoiono dalla voglia. E gli darei retta anche se non fossimo sue vassalle».
            La Goliardia cittadina, quell’anno, era ormai un gioco di Risiko fra i manti porporini del SOPA, quelli rossi bordati di giallo dell’EOL e quelli dorati della Philosophica Ticinensis Comphraternita – o “Filoso-fica”, come amavano precisare i suoi membri d’ambo i sessi. (*)  Il colore fastoso di quest’ultima era stato scelto come omaggio al catino absidale di S. Pietro in Ciel d’Oro. Un rimando puramente storico-artistico, non confessionale, come si conveniva a un Ordine goliardico. Pareva che Boetius I, il fondatore, avesse preso in considerazione l’opzione di manti blu, in omaggio alle acque del Ticino. «Ma, in quel caso, sarebbero stati più appropriati color nutria» concludeva sempre Arianna I.
            Lei aveva aperto il SOPA domandando il vassallaggio a Boetius IV, in omaggio al proprio Ordine di provenienza. Boetius IV era un rampante studente di fisica, entrato in carica dopo che il predecessore si era reso conto che doveva pur laurearsi, prima o poi, e che rischiava di venir “frondato” dai suoi, se non avesse abdicato prima di ammuffirsi del tutto. Essendo la PTC rivale dell’EOL, il neonato Ordine femminile si era già ritrovato con agguerriti candidati a sfide – e dispetti. Fin da subito, la vita delle Arianne sarebbe stata una gara a chi si faceva notare meglio dalla cittadinanza, a chi avrebbe creato il finto monumento più vistoso, a chi avrebbe fatto risuonare più lontano la voce dei canti, a chi avrebbe raccolto più fondi. Naturalmente, la competizione comprendeva anche la bravura a non far trapelare niente delle discussioni in riunione.
            «Sapete?» intervenne Sanguinella. «Pare che Harrypotterius dell’EOL abbia smesso di far Goliardia, perché la sua ragazza non voleva. Ci considera “brutta gente”».
            «Ma davvero?» modulò Arianna I, con un soffio di perfidia.
«E non è tutto» proseguì la consorella, sistemandosi sulla spalla la feluca rossa, carica degli ammennicoli che ricordavano i suoi sei anni di studi medici. «La ragazza di Harrypotterius era la tizia che abbiamo incontrato al Caffè Teatro, quando eravamo in incognito. Era la sua festa di compleanno…»
            Lucia Monella s’illuminò: «Quella che ci ha offerto da bere, perché Lobelia era la sua tutor?»
«Esatto!»
            Arianna I sbottò in una risata fragorosa: «Mamma mia, quanto ci godoooo!!!! “Questo spumante alla tua salute!”, certo… e pure alla faccia tua. Ci ha addirittura detto: “Vi lovvo tutte!”… Ahahahahahahahhahah!!!»
            La sua ilarità contagiò l’intero Ordine, senza differenze di età e grado. Farsi pagare da bere da un’avversaria ignorante e prepotente era quanto di meglio potesse capitare a qualunque goliarda.

(*) A Pavia, esiste realmente una tradizione goliardica. Ma questo Ordine è rigorosamente inventato, come gli altri che compaiono nella storia.


[Continua]

Pubblicato sul quotidiano on line Uqbar Love (29 novembre 2016).

martedì 22 novembre 2016

Le rose della notte - I, 7

Parte I: Sorelle



7.

Diana valicò la porta e subito la musica da discoteca anni ’80 la avvolse. Salutò Arnaldo al bancone e si tolse dalle spalle il giubbotto in pelle, decisamente eccessivo in quegli interni riscaldati. La maglietta scura col nome degli “Eluveitie” in bella vista le dava il fascino dell’estraneità, senza per questo farla sentire meno a proprio agio. Entrò nella saletta dove si teneva la festa.
            «Ciao, Roberto! Ciao, Gemma! Ciao, Patrizia!» 

Al suono di quella voce, si voltò anche la superba creatura in abito scarlatto con strascico e volant che si preparava a parlare al microfono. Stavolta, la sua parrucca era corvina e con un’alta acconciatura da gran dama. Il trucco era vistoso (palpebre viola glitterato, gran quantità di eyeliner, fard color terra e lucidalabbra rosa), ma impeccabile come quello di una maschera in maiolica. Ancheggiando sui tacchi, avanzò verso Diana e si fece dare sulle guance due bacetti non troppo calorosi, per non rovinare il lavoro di maquillage: «Sei favolosa come sempre, tesoro».
            «Non come te, Greta Sgarbo». La metallara le lanciò un sorriso da rubacuori consumata.
«Non esageriamo, eh…» replicò la drag queen, schermendosi con un gesto studiatamente lezioso. «Piuttosto… che mi racconti di bello?»
Diana cercò di parlare in tono non troppo interessato: «Ho fatto una nuova amicizia. L’ho invitata alla festa della settimana prossima».
«Fantastico! Amicizia… o…?» Greta Sgarbo si lasciò sfuggire un’occhiata maliziosa.
«Solo amicizia. Per ora» chiosò diplomaticamente l’altra. Gratificò la drag con un baciamano e andò a sedersi a uno dei tavolini.
Dal tavolino di fronte al suo, un’altra drag queen, Rita Gayworth, la salutò levando il calice da cocktail, con un ammiccamento languido sotto le ciglia finte e i rossi boccoli in nylon. Diana ricambiò il cenno con cortesia.
            Notò i preservativi gratuiti e prese uno dei pochi condom femminili avanzati. Lo fece sparire in una tasca del giubbotto che aveva appeso alla sedia.


[Continua]

Pubblicato sul quotidiano on line Uqbar Love (22 novembre 2016).

lunedì 21 novembre 2016

Crescere attraverso l'inferno

Fuga dalla scuola media (1995), I passi dell’amore (2002), Elephant (2003). Tutti film ambientati in scuole americane. E, in tutti, il classico schema: le belle, i macho, gli sfigati, i fieri solitari e le vittime di bullismo. Superfluo dire che i bulli coincidono con gli idoli dell’istituto, caratterizzati da prestanza fisica, denaro per agghindarsi all’ultima moda, talento sportivo e successo sessuale. Perfette incarnazioni dei sogni targati anni ’80 - ‘90.
            Schegge di follia (1989; regia di Michael Lehmann) non sembrerebbe molto diverso dagli altri, sotto questo punto di vista. Ma ha un penetrante humour nero che, nelle pellicole sopraccitate, non viene raggiunto. 

            Il titolo originale è Heathers, dal nome che portano tutte e tre le perfide reginette della scuola superiore: Heather Chandler (Kim Walker), Heather McNamara (Lisanne Falk) e Heather Duke (Shannen Doherty). A loro, cerca di aggregarsi Veronica (Winona Ryder); ma, palesemente, quella fra lei e le Heathers è un’unione di convenienza. Le sue vere amicizie sono altre, ragazze “sfigate” per cui, però, non deve mostrare simpatia. È tabù toccare un paria, si sa. Lei accetta così il ruolo impostole dalla Heather n°1: imitare grafie, a riprova dell’atteggiamento volontariamente amorfo che la ragazza adotta all’inizio.
 Dietro il conformismo di Veronica, però, brucia qualcosa: il desiderio di ribellione all’ordine da lei stessa lusingato.
            Questo qualcosa detona nel momento in cui la ragazza conosce Jason “J.D.” Dean (Christian Slater). È decisamente un ragazzo diverso dagli altri: sempre solo, ma non sembra soffrire l’emarginazione. Se i bulli della scuola lo attaccano, lui, senza scomporsi, ritorce l’umiliazione contro di loro. È silenzioso, sicuro di sé e corteggia Veronica con pacata fermezza. Lei gli cade fra le braccia praticamente subito. J.D. non si contenta, però, di realizzare i sogni più dolci della fidanzata. Le mostra che può far avverare anche quelli più inconfessabili e feroci. Come uccidere Heather Chandler. Del resto, la coppia vive in una città che si chiama Sherwood: niente di meglio per un (falso) Robin Hood che "punisce i cattivi".
            Dopo Heather n°1, è la volta di altri prepotenti idoli del liceo. I complici mascherano gli assassinii da suicidi. Ciò, paradossalmente, si volge a beneficio delle vittime: il gesto estremo regala loro un cuore e un cervello che, in vita, non avevano. Per il resto, i loro funerali sono semplicemente uno sfoggio di ipocrisia, nonché l’ennesima gara di popolarità.
 Jason si rivela sempre più per quello che è: un innamorato del Potere fine a se stesso, animato da disprezzo e senso di superiorità. Se può aver ragione delle Heathers, è perché incarna ancora meglio di loro i valori negativi che esse rappresentano: «Perché lo faccio? Perché posso!» Se Veronica, la falsificatrice di grafie, sa imitare gli schemi sociali, lui sa analizzarli nel profondo e usarli contro se stessi.
La storia d’amore si trasforma in una discesa verso l’inferno. Così come a Veronica era stato impossibile distinguere le amiche dalle nemiche, tutto ciò che lei aveva desiderato s’infetta di diabolico - come quei deliziosi spaghetti all’origano, che, in sogno, si trasformano in un calderone divorante.
            Il cammino di distruzione intrapreso dai due è un climax verso l’annientamento totale: «La scuola crollerà non perché dimenticata dalla società, ma perché essa stessa è la società» annuncia J.D. Famiglie e insegnanti sembrano fare a gara per dimostrare il suo pessimismo a tutto tondo. Veronica può comunicare coi genitori soltanto per battute sempre uguali a se stesse, svelando un vuoto totale d’intelligenza nei cervelli della coppia. Quanto a Jason e a suo padre, non è che le cose vadano meglio: anche loro si parlano per stereotipi, ma invertendo la parte del genitore e quella del figlio, come se dovessero ricordarsi l’un l’altro il ruolo da sostenere. Il rapporto è talmente insignificante che Jason non si è mai neppure domandato se il padre gli piacesse. Gli piaceva la madre, morta nel crollo di un edificio abbattuto di straforo dal marito.
Il corpo docente, davanti alle morti degli allievi, mostra il meglio dell’ipocrisia. Le uniche soluzioni proposte, davanti ai presunti suicidi di Heather e degli altri, oscillano tra il “facciamo finta di niente” e il “mandiamo in televisione uno spettacolo di buonismo”.

            Per evitare la distruzione della scuola/società, a Veronica non resterà che prendere a due mani un’altra forma di Potere, che cova dentro di lei: l’anticonformismo nel nome del senso di umanità.

domenica 20 novembre 2016

Bisognerà imparare ad essere felice

"In seguito bisognerà imparare ad essere felice. Un tempo conoscevo la felicità per istinto o almeno, credevo di conoscerla. C'era sempre la primavera, nel mio cuore, una volta! Mi occorreva la gioia ed ero nato per essa. Sino all'estremo limite io riempivo la mia vita di piacere, come si colma sino all'orlo una coppa di vino. Adesso è da un punto di partenza del tutto nuovo che mi accosto alla vita, ed anche il concepire la felicità mi riesce, spesso, difficile. Mi ricordo, durante il mio primo semestre a Oxford, di aver letto nel Rinascimento di Walter Pater – un libro che ebbe sulla mia vita una così strana influenza! – che Dante pone nel profondo Inferno coloro che vivono spontaneamente nella tristezza. Andai subito in biblioteca e cercai quel passo della Divina Commedia, là dove è detto che al disotto della sinistra palude giacciono quelli che furono «tristi nella dolcezza dell'aria» ripetendo 


Tristi fummo 
Nell'aer dolce che dal sol s'allegra.

Sapevo che la Chiesa condannava l'accidia, ma questa idea mi parve assolutamente fantastica, come un genere di peccato inventato da un sacerdote ignorante della vita reale. Non potevo neppure capire come Dante, il quale dice che «il dolore ci unisce a Dio», fosse così aspro verso gli innamorati della melanconia, dato che davvero ne esistessero. Non sospettavo allora che questa diverrebbe un giorno una delle più grande tentazioni della mia vita. Durante la mia permanenza nel carcere di Wandsworth, io ero malato d'un languore di morte. Era il mio unico desiderio morire. Poi, quando fui trasferito qui, dopo due mesi d'infermeria, e m'accorsi che la mia salute andava migliorando a poco a poco, fui preso dall'ira. Decisi di suicidarmi il giorno stesso in cui sarei uscito di prigione. Dopo qualche tempo, questo furioso accesso si calmò e stabilii, invece, di vivere, ma di fasciarmi tutto di tristezza come un re si panneggia nella sua porpora, di mutare in un luogo di pianto ogni casa della quale avessi varcato la soglia, di imporre a' miei amici la sottile tortura della mia ipocondria, d'insegnar loro che la tristezza è il vero segreto della vita, di tormentarli con un dolore che fosse loro estraneo, di soffocarli con la mia pena. Ora ho i sentimenti molto diversi. Capisco che sarebbe una ingratitudine ed una crudeltà da parte mia atteggiarmi in modo che, quando i miei amici m'incontrassero, fossero costretti a mostrarsi ancora più melanconici di me per testimoniarmi la loro simpatia; oppure – per riceverli e offrir loro un degno trattamento – invitarli a sedersi silenziosamente davanti a delle erbe amare o a dei cibi funerari. No; bisogna ch'io impari ad essere gaio e felice."


OSCAR WILDE
Da De Profundis (1897)

Blue-shaming

Slut-shaming, body-shaming… Termini ormai piuttosto diffusi che indicano le gogne psicologiche riservate agli “inadeguati”, per costumi o aspetto fisico. Ricalcandola su questi, mi sono permessa di creare l’espressione blue-shaming: laddove blue è la parole inglese che indica lo stato di depressione. Di esempi di blue-shaming sono generosi soprattutto coloro che si considerano amici e che, magari, fanno anche mostra di interessarsi molto ai tuoi problemi. Altrimenti, come potrebbero prendersi la briga (e certo il gusto) di dare a tutti il consiglio giusto

Comunque, il blue-shaming si esprime tipicamente secondo questi luoghi comuni:

Vuol attirare l’attenzione.
Crede di essere l’unico ad avere problemi.
È chiuso in se stesso, non gliene frega niente degli altri.
Ma non vede quante opportunità ha?
Ha le fette di salame sugli occhi.
È immaturo.
Non ha mai provato niente di grave in vita sua. Ecco perché frigna per niente.
Non ha nulla, è tutta una scena.
Si sta dando arie.
È un vigliacco, non osa affrontare i problemi.
È un buono a nulla.
Sta menando il can per l’aia, perché non ci vede chiaro nemmeno lui. Abbiamo ben altri problemi a cui pensare.
È un sentimentale.
È viziato. Fossero questi i dolori della vita…!
Si crede al centro del mondo.
È ingrato verso chi lo ama.
Dovrebbe fare qualcosa di utile nella sua vita.
Non si sta nemmeno sforzando di tirarsi su!
È fermo all’egocentrismo adolescenziale.
Vittimismo… che brutta cosa…
Crede che tutto il mondo ce l’abbia con lui.

La poetessa Antonia Pozzi (1912-1938), storica
vittima di "blue-shaming". Non so come, né quando,
cara Antonia, ma sarai vendicata....
Non parliamo, poi, del caso in cui l’obiettivo del blue-shaming esprima il proprio stato di melancolia in forma artistica o attraverso il proprio look. A questo punto, le accuse di essere un poser fioccano a catena. Il peggio è che il depresso si trova (per definizione) privo di difese psicologiche, pertanto queste idiozie penetrano in lui senza freno e peggiorano il suo stato. Lasciamo perdere chi si ritiene cultore di filosofia e/o spiritualità… Riesce a raggiungere raffinamenti di boiata del tipo: “Basta che mediti e smetterai di vivere i sentimenti in modo così contorto”; oppure “Offri le tue sofferenze”; o anche “Hai solo bisogno di cambiar vita, ma te la fai sotto perché è difficile”. In casi come questi, bisogna rispondere con la Saggezza del Vapfanghala, ramo della Via del Kittesenkoola.
Il blue-shaming ha due cause probabili. La prima è il carattere sostanzialmente invisibile della malattia: al contrario di un tumore, non ha segni fisici che rendano inequivocabile il suo carattere grave e involontario. L’altra è la paura di ciascuno davanti alla fragilità di un essere umano - la chiara visione della sorte che a tutti potrebbe toccare.



Dentella D’Erpici

mercoledì 16 novembre 2016

Le rose della notte - I, 6

Parte I: Sorelle



6.

Diana appoggiava il gomito sul bancone dell’Irish Pub “Il Broletto”. Un’altra delle sue mete favorite, nelle notti che rubava allo studio o al sonno. Del resto, lei non aveva mai troppo bisogno di dormire. E una memoria fotografica sostituiva le ore di applicazione sulle pagine.
           
Le piaceva particolarmente quell’atmosfera ovattata dai legni scuri e dai vetri colorati, illuminata da fiammelle artificiali – ma calde e fumose nella fantasia. Gli avventori potevano appartarsi in nicchie, o sostare accanto a un caminetto puramente ornamentale; sedere su divanetti o arrampicarsi su sgabelli, come aveva fatto lei. Qua e là, manifesti pubblicitari d’epoca ricordavano storiche marche di birra. Lei, quella sera, aveva ordinato una Franziskaner – giusto per variare.
            Aveva le labbra immerse in quel liquido giallo dorato, quando colse un certo movimento all’ingresso. Un gruppo di ragazzi e ragazze si snocciolò nel locale, chiacchierando lietamente. Fra di loro, Diana colse l’immagine aggraziata e sottile della giovane che l’aveva urtata nel vicolo, quella notte, vicino alle Poste. Il suo sguardo la seguì, come se un filo invisibile legasse le sue pupille alla schiena dell’altra. La vide prendere posto nella saletta adiacente, insieme ai compagni, e affidare il cappotto grigio a un appendiabiti.
            A sorsi lenti e centellinati, Diana finì il bicchiere. Il suo gesto aveva qualcosa di una calcolata attesa. E, infatti, poco dopo, la sconosciuta ripassò davanti al bancone, già riavvolta nel cappotto.
            «Ciao!»
L’altra si riscosse con sorpresa. «Ehi, ciao…!»
Diana piegò le labbra in compiaciuta ironia: «Si rivede la nottambula».
«Da che pulpito, eh?» fu svelta a ribattere la destinataria, con voce sorniona.
La prima sorrise, stavolta per un segreto calore d’apprezzamento. Ha un bello spirito, dietro quel viso di madonna.
            Senza attendere invito, la sconosciuta guadagnò lo sgabello accanto a quello di Diana e si sbottonò il cappotto. Un maglione a collo alto e una gonna di lana difendevano la sua figura di giunco, con gambe che s’indovinavano regolari e forme piacevoli nella propria discrezione – come lei. Tese verso Diana una di quelle mani affusolate che lei aveva notato fin dalla prima sera: «Piacere, Margherita. Margherita Cappello da Verona».
            «Non c’era bisogno di tanta solennità» la punzecchiò garbatamente l’altra. «Comunque, Diana. Diana Romeo da Pavia. Piacere mio, eccome».
            La nuova amica la ricambiò con un sorriso lusingato. Un velo di rossore ingentilì le sue guance lattee.
«Sono venuta a bere qualcosa coi miei compagni di redazione, dopo la riunione di stasera» spiegò. «Scrivo per Inchiostro, il mensile universitario. Lo conosci?»
«Certo!» confermò Diana. «Lo vedo sempre in facoltà, nei dispenser».
«E tu… che ci fai di bello, qui?» replicò Margherita, suadente.
«Solitudine alcolica». L’altra indossò un tono di misteriosa esperienza. «Favorisce l’ispirazione».
«Ispirazione… per cosa?» L’amica sgranò due caldi occhi castani, fra lunghe ciglia.
            Diana, allora, prese a parlarle in termini che le risultavano quasi esoterici, fra black metal, folk metal, pagan metal. «Sono cantante e paroliera in un gruppo. So che può sembrare una scelta un tantino esterofila… ma mettiamo molto del nostro retroterra culturale, nella nostra musica. Oltre agli strumenti elettronici, abbiamo il piffero appenninico, la “musa delle Quattro Province” e la fisarmonica. Chissà se ti piacerebbe…»
            Le sfuggì un’occhiata languida. Colpa dell’alcool, si disse.
«Magari!» rispose Margherita, con voce argentina. «Mi piacerebbe andare avanti ad ascoltarti, davvero… Ma volevo tornare in collegio non troppo tardi».
Diana si alzò dallo sgabello: «In quale collegio stai?»
«Il “S. Caterina da Siena”».
«Ti andrebbe se ti accompagnassi?»
Le ciglia di Margherita diedero un guizzo: «Certamente!»
Allora, Diana pagò il conto, recuperò la giacca in cuoio e precedette la nuova amica verso la porta. Il segreto calore che avvertiva da un poco andava espandendosi sotto la sua pelle.

[Continua]


 Pubblicato sul quotidiano on line Uqbar Love (15 novembre 2016).

            

domenica 13 novembre 2016

Il consiglio agli editori: “L’amore e la cioccolata”, di Sandra Romanelli

"Amando, ti circondi di quell’umanità da surriscaldare, viene fuori un moto dell’anima che si spiega da sé, resistente al crollo dei valori, ossia un abbraccio, per ricominciare daccapo a esistere, da perfetti ingenui.

Per esempio, in una ragazza di nome Milena, stava maturando una certezza, qual è quella di non significare una necessità per gli altri, da intensificare volontariamente. 


Una necessità in realtà del tutto privata, tanto da suscitare forme d’autolesionismo.

D’altronde se le cortesie non si ricevono di frequente allora sopravvaluti il soggetto che casualmente te le ricorda, e specie nella personale consumazione di una bevanda squisita, dolce, ma che scotta; girata e rigirata riflettendo su di un’esperienza passata, con la goffaggine a sminuire la persona che incorpori in primis, e successivamente le relazioni sociali.

Milena aveva bisogno d’accorgersi del suo vuoto per aspirare di nuovo alla volontà di centrare delle illusioni e realizzarle, trasferendosi in un posto lontano dalle sue radici; pregando per il suo bene disatteso specie dai genitori che addirittura sentivano d’essersi tolti un peso che ogni giorno li assillava.

Le buone compagnie per Milena si dovevano racchiudere d’ora in avanti in un’entusiasmante alcova, al contrario di come si comportava in passato, di ciò che perdeva di vista vagando esteriormente, per delle pretese amorevoli alle quali mancavano le fondamenta, il coraggio insito alla narrazione di quella volta che da piccola si bruciò per gustare della dolcezza che si rivelò invece profondamente amara; innocentemente, senza venire più compresa, da una mamma soprattutto, che la ritenne incapace d’intendere e di volere.

Cosicché a Milena le rimase un trauma indecifrabile, che lentamente la lacerava a ogni responsabilità sul nascere, come se fosse stata l’artefice in particolare della solitudine di una persona naturalmente indispensabile per l’evolversi di una vita.

E amando che si guarisce, e trattasi di una condizione esistenziale che si somministra spontaneamente con l’agire materno, che un’amica fidata qual era Silvia rievocava; arrivando addirittura a far immaginare a Milena nuovamente la tendenza di un uomo come Massimo ad approcciarsi a lei nonostante le opportunità di conoscerlo meglio non fossero mai state colte.

Milena di tanto in tanto si rendeva conto d’essere attraente e pazza, suscitando più di un interesse per esempio a un soggetto che si chiamava Giulio, con cui decise di mettersi poi insieme senza ascoltare stavolta la voce del cuore; come a esigere protezione e conforto a priori, alla cieca, certa di provare un sentimento illuminante.

Per fortuna quel covo strapieno di dannati pensieri, in cui Milena ingiustamente soffocava, e ch’era la sua ragione, venne scosso da un amico, Paolo, a scanso dell’aggravante promossa da Giulio che intanto e in fondo continuava a non volersi bene, inducendo la ragazza a trarre delle conclusioni improprie dagl’inviti sul nascere, affrettati circa un legame impossibile da consolidare se non si vuol riconoscere e rafforzare le altrui esigenze; tipo quella che consiste nel ritrovare il benessere terreno scavando nelle atmosfere di un tempo passato, sorvolando l’infanzia sottaciuta.

Milena pian piano cominciando sul serio a badare alle impressioni che conteneva, per splendere come un dono della natura, percepì finalmente la depressione che la inseguiva e che sembrava annientarle l’entusiasmo ancora da calibrare, puramente teorico.

Aveva come un automa riempito il tempo, quel sacco di pelle, di emozioni che pur accese risultavano impercettibili per non dire invisibili... emozioni che riversò su Massimo, al momento di desiderarsi ardentemente, e in una misura maggiore dell’auspicato, giacché Milena stava realizzando l’illusione che rasentava l’inimmaginabile, temprata nello spirito da un compagno che si esponeva con la naturalezza dei piccoli, straordinari gesti, dal quale era bello dipendere, fino a che nei suoi pozzi d’umore, senza fondo, lui non accettò più di calarsi per seguirla.

Emergevano brividi di un’anima in pena, che la ragazza accusava andando avanti, privata anzitempo di una destinazione, spinta da nessuno se non dalla memoria a cui si aggrappò, ripescando un appunto concesso dalla ex di Massimo; quella Maria da poter rintracciare, che si poteva rivelare come l’ultima accessibile fonte d’umana salvezza.

La lettura di questa storia invoglia a sfilare da un qualsiasi fatto le relazioni sentimentali che lo compongono, dure da stabilire, per una sorpresa significativa a forza di ripensarci, con la fragilità nel progredire e sancire pulsazioni armoniche per gli altri, che magari s’erano dimenticati di avere impartito proprio loro nozioni di questo genere, nei modi più svariati… lezioni di vita, che se hai avuto la fortuna di apprendere in tenera età allora stai sicuro che si materializzerà regolarmente dell’estro creativo, per suggestionare con l’innovazione, ovvero con la felicità di respirare il buono di chiunque possa capitarti a tiro.

Per fortuna ci si ridesta, per fissarci concretamente negli occhi e volerci bene, sciogliendo così dei macigni di pensiero latente, consci d’avere affianco una persona che prova piacere ad accogliere, che ascolta umilmente.

Il racconto di Sandra Romanelli richiama alle rivendicazioni per dell’onestà di base affettiva, per non capitolare come degli strumenti di svago, drammaticamente in possesso di esseri simili a noi, approfondendo piuttosto con delle chiare disamine da sfoderare, sapendo che si è giustamente ingenui, che fare del bene ci migliora… riconoscendo insomma che comunque si rimane sempre legati a delle proprie creature, e poco importa come lo si dimostri, perché il distacco in tal caso è apparente, arreca un dolore che tornerà utile.

Le umane creature si plasmano e si evolvono decisamente ascoltando il cuore senza porgli alcun limite, altrimenti la più crudele delle strumentalizzazioni si manifesta in un niente.

I mutamenti, gli sviluppi a dir poco sorprendenti, in essere, ebbene, sono stati desiderati da una Milena come tante, che sull’orlo del precipizio ha chiesto al creato, e ottenuto, di emozionarsi ancora, sconfiggendo il terrore di rimanere smarriti; un elemento in grado di metterti sulla cattiva strada, ovvero di distaccarti dal pensare che un bisogno condizionato sia in grado di nuocere a qualsiasi individuo che ti si presenta.

L’entusiasmo, che dipende esclusivamente dalla percezione dell’intensità di un singolo respiro, non ha termini di paragone, incanta e basta, quand’è che persistono dei sentimenti a ripianare della materiale povertà.

Capita dunque che un vissuto sia composto da passionali residui, per apprendere subito le amorevoli concessioni, da perfetti increduli ma in buona compagnia.

Poco male se il tempo incalza, l’importante è sapere prima o poi d’avere una dote come quella di stravolgere l’umana esistenza attorno, cogliendo il rimedio a una malattia dall’origine di ogni tipo di necessità.

Di certi limiti, coi quali l’ego ci caratterizza interiormente, ne possono soffrire i nostri successori, considerato che trasmettiamo a costoro un’idea dell’amore discutibilissima, mentre piuttosto si dovrebbe prestare rigorosa attenzione agli attimi in cui l’affetto ci rischiara… e Milena s’era messa a inseguirlo per anni e anni, fino a riuscire a scovarlo in una maniera inimmaginabile, tanto da convincersi di alimentare d’ora in avanti dolcezza per gli altri, senza incallirsi su di un proprio dolore, che piuttosto andrebbe appurato per dare forma nient’altro che all’idea di ricominciare a vivere, e cullarla."


                                                                                                                          Vincenzo Calò

venerdì 11 novembre 2016

Katia Marenda, un inizio in bellezza

A meno di non credere nella mitologia del “choosy”, è facile accorgersi che non corrono tempi buoni per i giovani che cercano il proprio posto nel mondo del lavoro. Ma questo non significa che si siano scoraggiati. 

            Il 23 ottobre 2016, si è tenuta l’inaugurazione dell’ “Estetique”, il centro estetico aperto a Manerbio da Katia Marenda, classe 1989. Una festa partecipata, con un ottimo buffet e una scelta di vini a opera del padre della ragazza, mentre la madre l’aiutava ad accogliere i numerosi partecipanti.
Katia, manerbiese, ha studiato presso il liceo artistico “B. Munari” di Crema - Cremona, scegliendo Grafica come indirizzo. Ha poi optato per un’istruzione da estetista, tramite un corso serale al Centro Formativo Provinciale “G. Zanardelli” di Brescia, specializzandosi per poter essere titolare di un’attività in proprio. Ha però dovuto lavorare come dipendente presso diversi centri estetici di Brescia e dintorni, prima di coronare il suo sogno. Si è aperta uno spazio in affitto nello stesso edificio che ospita “Moda Capelli”: piccolo, ma tutto suo.
            Da sola, si occupa di servizi di epilazione, manicure e pedicure, abbronzatura artificiale, trattamenti viso e corpo, trucco (anche per il giorno delle nozze). Un accenno di cromoterapia è costituito dalla lampada colorata nella penombra della sala massaggi. Katia propone anche la pressoterapia, che combatte la rottura dei capillari, la cellulite e la ritenzione idrica.

 La sua formazione artistica è tutt’altro che scomparsa. Si ritrova nei quadri dai toni floreali, nei petali di stoffa che adornano i mobili, nei profumi, nelle candele e nella musica di sottofondo. Katia ha pensato il proprio lavoro come modo per combattere lo stress e trovare un angolo di familiarità. Per ora, il sentimento è di soddisfazione e di entusiasmo. Con la cultura non si mangia (disse qualcuno che non merita di vedersi fatta pubblicità). Ma con l’arte della cura psicofisica forse sì.

"Il Flauto Magico" per i più piccoli

Anche quest’anno, al teatro civico “M. Bortolozzi” di Manerbio, è cominciata la stagione dedicata ai bambini. Gli spettacoli sono a cura della compagnia “IL NODO Teatro” ed hanno avuto inizio il 16 ottobre 2016, con “Il Flauto Magico”. Diretti da Raffaello Malesci, sono andati in scena Mariangela Damiano, Claudio Giacoboni, Luca Miotto e Fabio Tosato.
            “Il Flauto Magico” era tratto dall’omonima opera lirica di Wolfgang Amadeus Mozart (1791; libretto di Emanuel Schikaneder). Le musiche del compositore hanno accompagnato anche la versione per bambini. 

            In questa riscrittura, il principe Tamino si vede minacciato da un mostruoso ragno. Lo salva una delle dame al servizio di Astrifiammante, la Regina della Notte. La figlia di quest’ultima, Pamina, le è stata sottratta con la forza dal mago Sarastro, per allontanarla dall’influenza educativa dell’arrogante e crudele regina. Astrifiammante mostra a Tamino il ritratto della ragazza; invaghitosi a prima vista, il principe accetta di liberarla e restituirla alla madre. Sarà aiutato - appunto - da un flauto magico, capace di mutare le emozioni umane. Compagno di Tamino nell’impresa è Papageno, un bizzarro personaggio che campa catturando uccelli colorati da vendere ad Astrifiammante. Persino i suoi vestiti sono di piume. Abilissimo nell’ammaliare i pennuti, non è però altrettanto abile nel trovare l’amore. A lui, viene affidato un campanello capace di richiamare le persone lontane.
            Sarastro, detentore della Ruota del Sole un tempo appartenuta al marito della Regina, accetta di lasciare Pamina fra le braccia di Tamino, ma solo se il giovane si sottoporrà a prove iniziatiche. Il principe acconsente. Una volta dimostrata la propria capacità di rimanere in silenzio e resistere alla paura, il protagonista è abbastanza maturo da coronare il proprio sogno d’amore e godere delle “gioie celesti” riservate agli iniziati. Papageno, che non ha superato le prove, deve accontentarsi - ma non malvolentieri - di una gioia più terrena: avere al proprio fianco una dolce Papagena, in tutto e per tutto sua gemella. Ma anche lui ha dovuto rendersi capace di fedeltà e costanza, per poter riconoscere il volto dell’amore. Pamina, invece, ha dimostrato di avere una coscienza etica indipendente dalla volontà della madre. 

            Pur semplificata, questa versione de “Il Flauto Magico” ha mantenuto il simbolismo dualistico dell’originale. Essa è la storia di due mondi, la Notte (cui appartengono i personaggi femminili) e il Giorno (cui appartengono quelli maschili). Il cammino dei protagonisti è un progressivo superamento delle barriere fra i due, fino a cancellare il buio e a incontrarsi nella luce dell’amore. È anche una celebrazione del potere della musica, realmente magica nel trasformare gli stati d’animo e nel creare legami.


Pubblicato su Paese Mio Manerbio,  N. 114, novembre 2016, p. 17.

Una dolce passione

L’apicoltura può essere un’attività praticata per passione. L’Italia, con la sua varietà di climi, si presta particolarmente bene alla produzione di svariati mieli artigianali, con aromi diversi a seconda della flora dei luoghi. Della provincia di Brescia sono caratteristici il miele d’acacia, di castagno, di tarassaco, di millefiori, di rododendro, di tiglio, di melata (secrezione vischiosa che si trova sulla vegetazione, in prossimità d’insetti che vivono di linfa). L’A.P.A.B (Associazione per l’Apicoltura Brescia) offre assistenza tecnica, presidi sanitari, una raccolta comune della cera, etichette, strumenti, materiali illustrativi e organizza anche corsi presso l’Istituto Tecnico Agrario Statale “G. Pastori” di Brescia. L’attuale presidente è Davide Frugoni; uno dei vicepresidenti è il manerbiese Angelo Zanolini. Questi ha cominciato a praticare apicoltura da autodidatta, grazie alle proprie letture. «In famiglia, abbiamo sempre avuto la passione per gli animali. Ma non possedevamo terra». La sua attività dura ormai dal 1982. Proprio lui ha ottenuto il secondo posto alla 36^ edizione del Premio Giulio Piana - Grandi Mieli d’Italia (18 settembre 2016): un concorso di produzione apistica a livello nazionale, con una giuria di esperti in degustazione. Nello stesso ambito, è risultato anche finalista per la regione Lombardia e concorrente per la sezione “I mille mieli, i millefiori”, in cui la valutazione è stata affidata a consumatori. Particolarmente apprezzata, nel prodotto di Zanolini, è stata la nota di “albero del paradiso”: pianta infestante che, però, ha questo pregio. Per gli alveari, vengono infatti scelti punti strategici, in modo che le api prelevino il polline da determinate piante.
            Dalla cera, Zanolini non trae manufatti. Essa, grazie a uno stampo funzionante a mano, viene trasformata in fogli da porre su telai di legno poi inseriti nelle arnie, perché le api vi costruiscano il proprio favo. 

            Della propria attività, Angelo ama non solo i prodotti (dolcissimi e salutari), ma anche il costante contatto con la natura e lo scarso inquinamento. Peccato che, nell’apicoltura, sia particolarmente incidente - sul mercato - la concorrenza sleale e di prodotti contraffatti. Non tutti i Paesi - specialmente se extraeuropei - si curano del benessere delle api o della qualità del miele. Negli Stati Uniti, in particolare, l’agricoltura praticata su larghissima scala comporta un intenso impiego di fungicidi e pesticidi (tossici sia per le api che per i consumatori di miele). Particolarmente caro a Zanolini è il film-documentario di Markus Imhoof, “Un mondo in pericolo” (2012; titolo originale: “More Than Honey”), che mostra situazioni e difficoltà degli apicultori in vari luoghi del mondo. Come in altri ambiti della vita, in questo campo si pone una scelta: espandersi e arricchirsi, alle spese delle api e dei consumatori; oppure, rimanere a livelli di attività modesti, ma assaporando tutta la dolcezza - è il caso di dirlo - di una passione.


Pubblicato su Paese Mio Manerbio, N. 114, novembre 2016, p. 16.

Cambi di prospettiva

Il 9 ottobre 2016, per i manerbiesi, era “la Seconda di ottobre”, la domenica dedicata alla Madonna del Rosario. In occasione di questa festività, il Fotoclub Manerbio ha voluto organizzare la propria mostra annuale. Essa è durata dall’8 al 10 ottobre 2016. Il luogo era la Sala Mostre del Palazzo Comunale. Con grande impegno, erano stati qui collocati pannelli appositi per l’esposizione delle fotografie. Il tema era libero; era stato permesso ai fotografi anche scegliere fra la tecnica a colori e quella in bianco e nero. È stato così possibile ammirare i paesaggi di mare croati e i tramonti sui laghi di Mantova e di Garda, a opera di Rodolfo Antonioli. Protagonisti erano i riflessi di luce sull’acqua, specialmente alla fine di una giornata di pesca (per uomini e cormorani). Ci si spostava in Sardegna con gli scatti di Damiano Putignano (presidente del Fotoclub): due immagini di anziani su un balcone contemplavano un paesello; una vecchietta ammantata di nero usciva di casa per una festa religiosa. La seta dell’acqua riluceva intorno a Capo Comino, mentre si potevano ammirare le trasparenze di una medusa o il mimetismo di una sogliola. Poi: una “prateria” di posidonie, effetti di luce “nel blu” e una stella marina. Un “Vu cumprà” acquisiva una dimensione di esotica solitudine, allontanandosi su una distesa di sabbia; il medesimo effetto era creato da un passante, ne “L’uomo e il mare”.
            Dario Facchi cambiava quadro, col “Castello di Neuschwanstein”. Era poi la volta di due predatori assai diversi: una pianta carnivora e un leone che lambiva l’acqua, al tramonto. Nella fotografia di un fiore di albicocco, era rimasta magicamente intrappolata un’ape. 

            Giancarlo Pini aveva mostrato un paesaggio montano in tre diverse stagioni, per poi completare con “Autunno”. Una mamma-uccello imbeccava i piccoli (“L’ora della merenda”).
            Giacomo Pegoiani aveva puntato sul sicuro fascino dei ricordi di viaggio. Tre escursionisti procedevano su una sfolgorante distesa di neve; un altro scatto era dedicato alle impervie rovine di “Machu Picchu” e un altro ancora alle tre cime di Lavaredo. Non mancavano scene dalla Norvegia e un paesaggio toscano.
            Elisa Benedetto ha guardato alla complessità del minuscolo. Gocce di rugiada imperlavano foglie; stelle marine impilate l’una sull’altra sembravano un rosso abete sulla spiaggia (“Punti di vista”); due farfalle parlavano di primavera e due rose ormai secche indicavano il “21 Settembre”. Ma, soprattutto, l’obiettivo guardava in volto un ragno, con un inusuale scambio di “Sguardi”.
            Silvio Lamponi scopriva il mistico passato accanto alla tecnologica contemporaneità, in “Rappresentazioni” (una santella accanto a un pannello pubblicitario con il logo dell’Expo 2015). Quattro suoi scatti erano dedicati all’ “Acqua”, elemento polimorfo e scintillante caro - per questo - ai fotografi.
Nik Putignano aveva guardato alla suggestione delle rovine, con due scatti intitolati “Abbandono” (una scala ricoperta dalla vegetazione e una giostra deserta). “L’occhio” era un foro da cui si scorgeva una porta e “La sosta” quella di un anziano sotto un segnale stradale. Anche un bucato steso aveva una sua dignità, col proprio biancore. Damiano Putignano aveva scoperto “L’arte del riuso” in tre scarpe impiegate come vasi per piante grasse. Costanzo Lini si era dedicato al Bosco del Fiume Mella. Vladimiro Marinello, alle soglie dell’Austria, aveva notato un inaspettato totem. Al maglio di Pontevico, aveva fotografato i prodotti di “Antichi mestieri”; aveva illustrato la “Mobilità sostenibile” dei Trixi di Barcellona (curiosi taxi-tricicli), per poi passare a una tappa “Lungo la via Francigena”.

Temi e colori possono variare. Ma ciò che rende speciale una fotografia è la sua capacità di cogliere il meraviglioso con un semplice cambio di prospettiva.

Pubblicato su Paese Mio Manerbio, N. 114, novembre 2016, p. 8.

martedì 8 novembre 2016

Anime perdute


Quando Antonio, Norma ed Enrico si erano incontrati all’ombra delle torri, avevano un sottile bagaglio di esperienze in band musicali alle scuole superiori – e di miraggi lunari, nelle anime acerbe. I primi due erano coetanei e compagni di corso, appena immatricolati a Lettere. Enrico aveva un paio d’anni in più, un diploma da perito elettronico e un futuro da ingegnere. Erano uniti da un feticismo per gli Evanescence, Carl Orff e l’electro-medieval. Nella placidità accademica di Pavia, il loro poteva figurare come un singolare incontro d’anime. Ma quel capriccio di poesia non passò mai per la loro mente, ancorata alle sessioni d’esame, agli affitti e alle spese.
            Enrico aveva conosciuto Antonio quando questi aveva tentato, sul cellulare, quel numero affisso alle bacheche dell’università. Il più vecchio aveva così accettato di dividere l’appartamento con lui. Fuori dall’orario di lezione, erano una coppia fissa e insolita: Antonio alto, ossuto, con lunghe dita da pianista e una chioma color rame; Enrico vasto di petto e spalle, dagli arti nerboruti e dalla barba bruna perennemente sfatta. In comune avevano gli abiti scuri, come per un interiore funerale. A volte, il guardaroba di Enrico restituiva anche magliette con nomi di band quali Nightwish, QNTAL o Dark Sanctuary.
            Poi, fra l’azzurro mattutino del cielo e il rosso ferrigno delle torri di piazza Leonardo da Vinci, Antonio aveva introdotto Norma. Enrico aveva soppesato quella miniatura dalle carni d’alabastro, con occhi da Madama Butterfly tracciati dalla matita e il busto disegnato da un corsetto nero. Una frangia tinta di mogano le ombreggiava le iridi di cristallo celeste. Sulle labbra infantili, aleggiava un sorriso da Gioconda, ma velato di triste sogno. Enrico aveva stretto nella propria mano nodosa quella – serica e fragile – che lei gli porgeva. «Piacere!» aveva mormorato quel sorriso, con una melodia ovattata.
            Era nata così l’idea.

  *   *   *

Antonio guardava il profilo di Norma, teso verso la cattedra ancora vuota. Erano stretti nella cavea dell’Aula VII, che andava riempiendosi di studenti; i ripiani risicati dei banchi già reggevano astucci e quaderni ad anelli.
      La ragazza aveva appoggiato il gomito e si era retta il capo. Un ninnolo argenteo penzolante dal suo polso aveva attratto l’attenzione di Antonio. Un braccialetto da cui pendeva un motivo a tre raggi ricurvi.
«Cos’è?»
«Una triskele» aveva risposto Norma. Un bagliore di gioia aveva sfiorato il suo volto. «È un simbolo solare tipico dei Galli Cenomani».
      Antonio aveva risposto al sorriso. Fra i lembi della camicia, un senso di frescura sulla pelle gli aveva ricordato la croce latina che portava al collo.

  *   *   *

Dai propri cimeli di adolescenza, recuperarono una chitarra elettrica, un basso e una tastiera. La batteria fu fornita da Gigi, il dirimpettaio di Antonio ed Enrico. Occasionalmente, a loro si sarebbe aggiunta Ada, un’amica di Norma, che suonava l’arpa. Di batteristi ne avrebbero cambiato più d’uno, nel corso degli anni d’università. Cosicché, il nerbo del gruppo sarebbero rimasti loro tre – e sarebbe stato giustificato il nome di “Tria Fata”.
      Il loro genere musicale si sarebbe potuto ricondurre al metal, ma velava di sonorità melodiose e malinconiche le profusioni d’oscura energia.
      Ad Antonio era spettata la chitarra; ad Enrico il basso, oltre a ogni consulenza in ambito tecnico. Il canto e la tastiera erano di Norma. Aveva una voce stupefacente – limpida, ardente e selvaggia come un violino. Aveva studiato canto in un convento di monache, prima di avviarsi per una spiritualità indipendente. Nelle sue corde vocali, vibrava il misticismo del canto gregoriano, insieme a un grido dolente e carnale che saliva dal fondo. Con le dita che cercavano febbrilmente le note, Antonio si era spesso sorpreso a sudare freddo, ascoltandola durante le prove.
      Dei tre, Enrico era apparentemente il meno sensibile a questi voli d’irrazionalismo. La sua musica era fatta di volumi da regolare, effetti acustici da calcolare, guasti da riparare. Lasciava volentieri a Norma e Antonio la parte creativa; essi lo ricambiavano con muta gratitudine, mescolando Bibbia e riti misterici nei testi che azzardavano in inglese.
      Verso la ragazza, quell’orso del bassista non dimostrava più che una benevolenza da schivo fratello maggiore. Aveva assentito senza batter ciglio al suggerimento di lei per il nome del gruppo: « “Tria Fata”, come le tre Parche che filano il destino… e lo cantano».
Antonio guardava a lei con un misto d’invidia e reverenza, per la silenziosa fonte di creazione che palpitava in lei – come una reliquia nel corpo d’una Madonna Nera. Nessuno dei due ragazzi l’avrebbe detto apertamente, ma Norma era la Musa del gruppo.

  *   *   *

Un giorno, Enrico arrivò annunciando d’aver contattato uno studio di registrazione. Il gruppo partorì così il primo CD, custodito da una magra busta in cartoncino. Vi campeggiava il nome di “TRIA FATA”, con le due parole separate da una triskele – per suggerimento di Antonio. Avevano intitolato la raccolta Lost Souls, perché in nessun altro modo avrebbero saputo descrivere il proprio posto in quel mondo di feste studentesche, chiostri profani e appunti fotocopiati.
      Sulla busta del CD, era riportata una fotografia in bianco e nero, per la quale essi stessi avevano posato. Sullo sfondo, il biancore osseo della chiesa di S. Michele Maggiore. In primo piano, loro cinque: Gigi, Antonio, Norma, Enrico, Ada, in fascianti abiti da lutto, con gli sguardi a terra e tenendosi per mano. Norma era in testa al gruppo, come una deliziosa cariatide in abito simil-medievale.

  *   *   *

«Norma!»
La ragazza si voltò. Un sorriso la animò.
«Scusa, Antonio… Non ti ho aspettato…»
«Tranquilla!» appianò lui, con un lume sul volto punteggiato di efelidi. Negli occhi grigi, vibrava un sentore di febbre.
«Dovevi dirmi qualcosa?» riprese lei.
«Niente in particolare…» nicchiò il ragazzo. Si accorse di una lapide particolarmente vasta, fra le tante accolte nel chiostro dell’ateneo. Il suo bassorilievo rappresentava una figura maschile in palandrana.
«Chissà chi è…» mormorò Antonio.
«Oh, non ho capito benissimo l’iscrizione latina…» rispose Norma. «Dev’essere la commemorazione di un francese che venne a studiare a Pavia all’inizio del XVI secolo… e che qui morì».
Si guardarono, con l’ombra del chiostro distesa sui loro volti.
      Antonio avvertì il petto dell’altra sfiorare il suo. Il contatto gli strappò un soffio di dolore, da un punto del cuore che credeva cicatrizzato.

  *   *   *

Da quel primo colloquio di corpi – e da quelli meno timidi che seguirono – nacquero i testi per il secondo CD: Intense, Carnal… Almost Transcendent. Erano aumentate le parti per tastiera e arpa, ma anche gli interventi della voce baritonale – quella di Enrico. Antonio ascoltava l’amico eseguire compitamente l’interpretazione dei suoi sentimenti ed era stupito della sua esattezza. Soltanto un fondo d’amaro la connotava.

  *   *   *

Salì le scale in pietra e si fermò su un pianerottolo lillipuziano. Si frugò in tasca e rinvenne le chiavi, con cui aprì la porticina d’ingresso.
Entrato, buttò la borsa degli appunti sul divanetto e si guardò intorno. L’angolo cottura era lindo e deserto. Dalla camera da letto, usciva un aroma intenso e cristallino. Incenso giapponese.
      «Enrico?»
Al suo richiamo, risposero i rintocchi vibranti di una campana tibetana. Poco dopo, Enrico emerse sulla soglia della camera.
«Scusa, Antonio… Stavo meditando».
Il coinquilino gli sorrise: «Mi dispiace d’averti disturbato».
L’altro fece spallucce: «Figurati!»
«Comunque, quella tua campana è deliziosa» riprese Antonio. «Potremmo inserirla in un nostro brano?»
Enrico aggrottò la fronte: «Mmh… Sarebbe difficile incastrarla fra la batteria e gli strumenti elettrici… Ma potrebbe andar bene per un’introduzione o conclusione, chissà…»
Mosse qualche passo, come a sgranchire completamente le gambe dalla posizione del loto.
      Antonio si sedette sul divanetto. Un nembo gli pesava sulla fronte.
«Come mai sei tornato così tardi dalle lezioni?» lo interrogò l’amico.
Il ragazzo arrossì: «Oh, ecco… sono passato un attimo da Norma».
Enrico lo fissò con un lungo sguardo eloquente. Antonio abbassò gli occhi.
«Tu…» osò poi, con voce rauca «hai mai pensato… cosa sarà del gruppo, di noi… dopo l’università?»
      Un’ombra di dolore sfuggì dalle ciglia dell’altro. «Non so cosa sarà di voi due…» cominciò, con una smorfia che avrebbe voluto trattenere. «Ma, di me, posso dire che entrerò in un monastero zen sui colli parmensi».
      Antonio sussultò. Il suo sguardo si scontrò con la figura dell’amico – d’un tratto, lontana e plumbea.
Quella confidenza cancellò un altro segreto: quello che guizzava nel petto di Enrico al nome di Norma. E, forse, lo spiegò. Antonio, per la prima volta, si chiese se non fosse stato superficiale a dar per scontato il disinteresse dell’altro per la ragazza. Mosse le labbra, come per chieder perdono. Non ne uscì neppure un suono.
Enrico guardò l’orologio da parete: «Cavoli… direi che è ora di cena». Si rivolse all’amico: «Allora, stasera, sei libero… Bene. Ti preparerò la crema di carote».

  *   *   *

Mentre Enrico russava al suo fianco, nel letto a due piazze, il cervello di Antonio lasciava cadere ricordi a scaglie, strappate dalle unghie delle ore. La sala studio del seminario minore, nel quale aveva trascorso due anni. Il ciangottare acerbo dei compagni, nel cucinotto mai riassettato. La voce del sacerdote, sotto le volte della cappella, davanti a quella riproduzione del crocifisso della chiesa di San Damiano.
      Una nuca mora e ben tosata, qualche banco più avanti. Quella di Alessio.
Di lui, riemersero anche il torace ben formato e gli occhi limpidi, immersi in una lettura, nella cameretta doppia. Era meno alto di Antonio e leggermente più robusto. Oltre a dividere la stanza, erano compagni di classe, in quell’istituto cattolico che riuniva scuole elementari, medie e liceo classico. Sotto la volta dell’ingresso, si separavano dai compagnetti preadolescenti – soprattutto da Domenico, che si soffermava più degli altri a salutarli – e guadagnavano la porta dell’aula insieme.
      Ma, più di tutto, li univa la fine della giornata, quando s’immergevano nel buio e nelle coltri. Allora, si stringevano, si carezzavano, si mordevano, in un’ebbrezza di muscoli e umori freschi che svelava la festa dei loro sedici anni. Ancora allora, il ricordo di quel piacere feroce strappava il sudore dalle carni di Antonio – insieme alle lacrime.
      Alessio era stato il culmine e il termine d’ogni bellezza, carnale o spirituale che fosse. Lo ricordò in giardino, curvo sul latino dei Padri o sulle epistole di S. Caterina da Siena. Un’ombra di sole gli aleggiava sulle labbra. Le lacrime di Antonio erano ormai un diluvio.
      C’era un balcone, all’ultimo piano del seminario. Ai suoi piedi, quel giorno, aveva trovato il crocchio dei compagni impietriti – salivano mormorii d’orrore.
Mentre correva, l’aveva intercettato Domenico. «Non guardare!» l’aveva supplicato, soffocando nei singhiozzi. E lui aveva, d’improvviso, inghiottito la gelida verità.
      Alessio non aveva lasciato alcun messaggio, per spiegare quell’ultimo volo dalla balaustra. Tanto che era rimasto il dubbio sulla natura volontaria dell’incidente. Ma ciò non aveva fatto alcuna differenza per Antonio, che aveva voluto seppellire il cadavere velenoso di quell’amore. Aveva lasciato il seminario, aveva cambiato liceo.
      Sentì Enrico bofonchiare e riscuotersi. «Tutto bene?» fece ad Antonio, con la bocca impastata.
Questi deglutì. «Sì» esalò.

  *   *   *

Avvertiva le dita fini di Norma premergli il braccio. Antonio regolava il passo su quello di lei, mentre misuravano piazza Cairoli. Il collegio omonimo si adagiava nella notte, con le bandiere sull’ingresso rilassate come ciglia. Le finestre illuminate e i lampioni ne dipingevano il colore rossastro, quasi magico sotto la luna piena.
Norma era raggiante, in quel lume. Ai piedi dell’astro, sembrava una giovane e splendida strega.
«Antonio… a cosa pensi?»
E corredò la domanda con un grappolo di risa cristalline.
«A niente…» mormorò lui. Si chinò a raccogliere un bacio dalle sue labbra, fresche come erbe.
La ragazza rivolse di nuovo gli occhi alla luna. «Lei ci sta rendendo pazzi» mormorò devotamente. «O, forse, ci benedice».
La sua bella voce di soprano tentò alcune note di un’aria:

Casta diva, che inargenti
Queste sacre antiche piante,
A noi volgi il bel sembiante,
Senza nube e senza vel! (*)

Antonio sorrise. Aveva capito il gioco. Rispose:

Tempra, o Diva,
Tempra tu de’ cori ardenti,
Tempra ancora lo zelo audace,
Spargi in terra quella pace
Che regnar tu fai nel ciel. (*)

Norma lo applaudì: «Bravo!»
Lui rise e le cinse i fianchi. Così abbracciati, proseguirono incontro alla notte, sui ciottoli consumati dai passi.





(*) Da: Norma, tragedia lirica in due atti di Vincenzo Bellini, libretto di Felice Romani, Atto I, Scena quarta.



Compreso in: AA.VV, Racconti bresciani, a cura di Viviana Filippini, edizione 2016, Historica Edizioni.