giovedì 27 ottobre 2016

Le rose della notte I, 4

Parte I: Sorelle



4.

Margherita appoggiò mollemente la schiena alla sedia. Seguì, per un attimo, le linee dell’uomo vitruviano riprodotto sul piano del tavolino, sotto le briciole di biscotto. Prese la tazzina e vuotò le ultime gocce di caffè. 

            Davanti a lei, Lobelia DeMona – al secolo, Chiara Fiorucci – la guardava attraverso gli occhiali, giocherellando con la propria sciarpetta. «Sarebbe bello un incontro fra il S.O.P.A. e la Goliardia perugina» commentò a mezza voce. «Ma non so quanto il mio vecchio Ordine sarebbe bendisposto… almeno, alcune Anziane».
            «Ormai, puoi considerarti una clerica vagans a tutti gli effetti» celiò Margherita, con un’affascinante fossetta sulla guancia.
«I clerici vagantes sono detti “goliardi” come noi, ma non c’entrano niente con gli Ordini… quelli sono novecenteschi» corresse Lobelia.
            Le ciglia dell’altra velarono i suoi cristallini occhi castani: «Ah, ok… Il tuo è solo femminile, giusto?»
«Esatto. Secretus Ordo Phili Ariannae, o il Filo di Arianna (*)».
«Che c’entra con Pavia?»
Lobelia si scostò una delle ciocche nere che le lambivano il volto affusolato: «Non sai cosa c’è, nella chiesa di S. Michele Maggiore?»
«No… Non ho ancora avuto modo di visitare la città»
«Bene. C’è un Labirinto, un mosaico pavimentale della prima metà del XII secolo. A pianta circolare, con un solo percorso possibile che guida al centro. Ce n’è uno simile anche a Chartres e in altre località che ti lascerò il piacere di scoprire». Lobelia si distese, con un sorriso sornione sulle labbra. «Il “Filo di Arianna” è il tentativo di orientarsi… lo sforzo della cultura e dell’intelligenza per cercare la verità».
«Davvero molto mistico» apprezzò Margherita.
«Beh, non esageriamo…» si schermì l’altra. «Le divinità dei goliardi sono Bacco, Tabacco e Venere. Quindi, per ardore mistico, intendiamo tutt’altre cose».
            L’amica scoppiò a ridere.
«Il nostro manto è color porpora… anzi, color mestruo» proseguì la goliarda. «E questo dovrebbe darti un’idea dei nostri simbolismi…»
Margherita piegò le labbra in un’espressione di delizia.
«Cavoli… sono quasi le sei!» si sorprese, gettando un’occhiata all’orologio da polso. «Chiara, mi dispiace, ma farò meglio ad andare… Devo cominciare ad aprire i libri, se vorrò mantenere il posto in collegio».
            Lobelia sospirò: «Non morirci, eh… A presto!»
Si scambiarono un bacio sulle guance. Margherita si infilò il cappotto grigio sciancrato e scese al pianterreno. Salutò il barista, dietro il bancone decorato da sinuose figure femminili. Uscendo dal “Caffè dell’Arte”, le balenò alla mente il ricordo di quell’amazzone che aveva urtato nel vicolo, la notte precedente. “Occhio ai cattivi incontri!” Non sapeva se fosse uno scherzo della propria memoria, ma le parve di rimembrare una nota di sensualità, in quella raccomandazione ironica. Rabbrividì – non per il freddo.

[Continua]


(*) A Pavia, esiste realmente una tradizione goliardica. Ma questo Ordine è rigorosamente inventato, come gli altri che compaiono nella storia.

Pubblicato sul quotidiano on line Uqbar Love (27 ottobre 2016).

domenica 23 ottobre 2016

“Il viaggio di ritorno”, di Andrea Tirelli (Del Poggio Ed.)


"Scrutare degli esseri umani cercando di raffigurare le improprie esperienze, con la determinazione nel compiere un atto volontario calibrando la parola a seconda di cosa si sente in giro e in contemporanea all’ambizione che fermenta in sé… ebbene per Marco le persone si diversificano, si complicano, anche trasparendo scherzosamente, ma ancora onestamente, perché in qualcosa bisogna credere, consci di un’entità innalzatasi non per disintegrare il bene terreno con della sorda autorevolezza, bensì mettendo in pratica una carità immensa. 


 In questo romanzo s’è in grado d’intuire luci sia sferzanti che tenere, quelle tipiche delle località meridionali, grazie a Marco appunto, che non smarrisce affatto il candore e la passionalità caratterizzanti un popolo orgoglioso delle sue radici, nonostante quest’uomo si sia reso forte con spiccata ragionevolezza nel corso della vita, essendo uno stimatissimo dottore che alla fine della giostra, in amore, non può fare a meno della sua metà, di nome Valeria, ossia di una persona al passo coi tempi (pure troppo), dai ritmi che possono lasciare senza respiro… eppure protesa alla solidarietà. 

Il tutto comincia da un mattino che inciderà poi in ogni maniera al fine di ricominciare ad amare.
                                                     
Il protagonista della storia denota che gli resta solo l’occasione di tornare alle proprie origini per commemorare la sua mamma, raccogliendo scatti di un passato che lo espone unicamente.

L’uomo soffriva quasi nel porgere dei banali quesiti a Valeria, affinché quest’ultima si ritenesse adeguata; decretando così la decadenza di una complicità appena consacrata in teoria, quando piuttosto essa deve valere un’opera cinematografica, che non ti stanchi di seguire passivamente per capirne il soggetto, e scambiarsi così perfino delle nozioni rientrando nei ruoli assunti per sancire il quotidiano dall’esterno.

Circa l’eventualità di divenire genitori questa coppia non aveva mai disquisito, e anche da ciò si potrebbe dedurre che il Silenzio è miscelatore di un desiderio reciproco.

Il rimedio alle cose che non vanno è sacrosanto dacché ricavato prima del suo nascere, e sembrava fustigare la scarsa attitudine di Marco quand’era bambino a tessere allegramente, bene in vista, delle amicizie, quasi a pretendere la rigogliosità di un sistema suppergiù impeccabile, però rigidissimo.

La disperata situazione in seno a Maria, la madre, intensificava nuovamente le lesioni riportate da una vita in famiglia; al massimo le tradivi riflettendo su come siano sorprendenti le alcove di provincia, che paiono piccole e insignificanti da fuori, mentre dentro l’orientamento può venire meno a fronte di un immenso patrimonio a più piani, la cui appartenenza ti travolge splendidamente, a lungo andare.

Marco era solito lanciare il guanto della sfida al patimento, spesso e malvolentieri dovette girare e rigirare ragionevolmente in mano delle vicende agghiaccianti, generate da scioccanti dolori, talmente aggressivi da implicare una sensibilità estrema; eppure ora le attenuanti rischiavano di dissolversi in un battito di cuore, dovendo aderire al vissuto di una persona speciale, che procedeva spedita fino alla sua fine terrena, e non si poteva fare altro che assisterla forse, col pensiero d’esserci stato in braccio, che si narra da sé.

E’ in momenti come questi che si viene a sapere d’impatto dello spreco di certi giorni, mesi, anni… delle lontananze volute, per cui non si torna poi più indietro.

Ma la felicità si stampa sul viso di ognuno appena si ha la sensazione di stare bene in un luogo imparziale, piccolo.

Il romanzo dipende dalle normali mosse di un uomo che ha studiato per essere considerato positivamente, raggiungendo magari la notorietà a livello internazionale, di poco conto dacché capace egli d’intuire la soluzione per imporsi nel suo lavoro senza pressare nessuno; ma disponendo anche di quell’ingenuità tutta al naturale per sorprendere in bene e con un fare spiazzante.

Nonostante il bisogno di rivedere degli strettissimi rapporti, i personaggi, presi singolarmente, nutrono delle difficoltà nell’agire amorevolmente, difatti per invitare Marco alla spensieratezza, ad accarezzare delle radici, si deve stare per forza insieme.

L’autore di questa storia fa sì che la natura delle cose si riaccenda trattenendola in atmosfera; affinché degl’individui si rincuorino in misura reciproca, in fondo, al minimo incipit, di una propensione materiale, che si manifesta in particolare quando l’appetito vien mangiando tradizionalmente, e risulta fantastico perdersi in un bicchiere d’acqua, nella certezza di sapere di una situazione delicata per filo e per segno, senza che si passi per distaccati e subire delle ulteriori polemiche.

Non v’è cura che non cominci ufficialmente in provincia; e che non si rinsaldi per cuor proprio ritraendo spunto dalla comunicazione più riservata, quella che ti fa ulteriormente capitolare, desiderando tornare alle prime volte di un’emozione accresciuta in tutta futilità come dall’allontanamento forzato.

Marco ridiventa sincero per riparare la sua auto bella che innocua, per cui era impossibile non dipendere da un essere spregevole come Angelino, che non riuscendo da una vita a caratterizzare l’elemento dell’uguaglianza al massimo s’intestardiva sui sintomi, entro dei limiti oramai sanciti.

L’altrove adesso era la realtà rilanciata con scontri meramente passionali, immaginando le sfuriate di Angelino nel suo privato, frequenti e a base di una volgarità che lo imbarazzava ma non lo frenava, partito oramai di testa, compresso nel suo trasporto emotivo.

Leggendo questo libro godi di un’amorevole logica, del tepore di una casa dalle porte aperte almeno per te, per sorprenderti con la vastità complessa e interiore; che trasmette quiete, per confrontarsi opportunamente, senza che si parli e basta, a vuoto.

Conscio che da soli non si va in appositi luoghi, Marco era uno spettatore della privacy della sua famiglia, e gradiva lo show appena fuori dalle mura domestiche, accorgendosi però che qualcun altro lo spiava; e lasciando morire in pace sua madre, una persona minuta, che taceva all’angolo di un pensiero: di segnare la storia di… una famiglia.

Col fratello, Giovanni, poi era dura scambiare delle opinioni pur desiderandolo reciprocamente, tipo sulla figlia, che semiadolescente invocava il percorso da fare studiando, per il bene del Prossimo; o sul figlio che ingurgitava di tutto puntando sugli spazi aperti, con la musica a palla nelle orecchie, da non rendersi conto che non c’era verso di stopparlo, che n’era letteralmente succube, in mezzo alla gente.

Marco non dava nell’occhio replicando a un sentimento, e ciò non smuoveva la constatazione che un curriculum professionale si differenzia tristemente dal vortice degli eterni affetti…!

Un vortice che si sarebbe affievolito riuscendo nell’impresa di baciare la mamma come a incoraggiarla, un moto d’animo che invece insisteva tanto da convincersi che valeva camminare come quando si era soliti fare da perfetti immaturi, per le stradine che si contorcevano, nei meandri della piazza di un paesello, percependo il cambiamento attorno decretato dalla modernità; e poi della banale sonnolenza, perché i ricordi appesantiscono, specie se relativi alla società, alquanto popolana.

I passi in avanti si compiono facendo ciao ai cittadini sparsi qui e là, che una volta liquidati si mettono a confabulare, spremendo la memoria, per riconoscere un uomo tutto d’un pezzo, che tranquillamente di ciò se ne infischiava.

Chiunque blocca la memoria stando al momento da risalire emotivamente, e Marco insisteva quasi come a ribadire questo concetto, facendo lo stupido, animando allegramente un complesso residenziale.

L’intento di caricarsi di pazienza comunque stava per sbocciare, coltivato alla presenza di tutti i membri della famiglia Spina: il peggio che poteva accadere non lo si affronta di certo da invincibili.

Il pronto soccorso mise in allarme una comunità dispettosa, lesta a sconvolgere la reputazione del singolo individuo, sostenendo che Marco era praticamente sceso in Terra per salvare Letizia dalle grinfie di Angelino.

La gente, con in testa Giovanni, era semmai capace di rivendicare il radicamento di una distorsione morale tale da rassegnarsi a credere che le rivoluzioni non esistono, e che non serve ficcare il naso nelle faccende altrui, sul serio; dovendo mirare a sopravvivere, nutrire un minimo di dignità senza pensarci, per la quale bisogna necessariamente tornare in forma rispettando dei tempi imposti senza rivangare nuovamente alcun tipo di giudizio oramai già brutto che dato, specie su Angelino e Letizia.

Durante un’ascesa qualunque ci si stuzzica a vicenda con degli accorgimenti di rito, per giungere alla conclusione ch’è impossibile fare delle scelte pianificando appieno quando ci si sente attivi, altrimenti della frustrazione andrebbe nient’altro che rimarcata, con le sorprese che perderebbero in magia.

Valeria venne accolta dai parenti di Marco con l’intenso beneplacito di Maria, sensibile al fatto che si mise a nudo una figura importante per le sorti del figlio, a differenza magari di una Letizia che miserevolmente celava tracce di sentimentale risolutezza truccandosi; in assidua ragione di un orgoglio civile, seccante, che soffoca le fragilità, a discapito dell’amore tra due persone, da ristabilire in verità.

Dalla personale spiegazione di quanto stava per succedere si ricavava nulla, convinto Marco dapprima di rintuzzare perlomeno un aspetto emotivo tra i parenti stretti, costretti in un domani sempre più prossimo a ricollocarsi in posizioni tali da  svantaggiare nessuno, la sorella Michela in primis ch’era lestissima a sacrificarsi; facendo pesare degli affetti, perché finalmente era giunta l’ora di maturare.

Forte di un attimo di serenità che doveva esserci, Marco rilanciò l’immagine della compagna nelle anime appresso da rinfrescare, sfidando preoccupazioni e smarrimenti di facile influenza; suggestionato semmai dal fratello che se ne usciva alleggerendo la pillola di colpo, seguito da una famiglia tanto grande quanto dissestabile, come se educati da sempre alla Fiducia.

In una nebbia di caro rimando, su di Marco si calamitò Valeria che da dietro con fermezza gli dichiarò senza far rumore d’essere giunta sul posto, di voler essere presente per il loro bene.

Prima di valutare un rimedio davvero rinfrancante bisogna sapere di per sé se a livello sentimentale l’ego può sciogliersi, senza che ci si appassioni alla morte di quello che si è; non pensando quindi alla reputazione andata in rovina, preda del seguito popolare, famelico, sempre e solo successivo, circa una vicenda rifiutata sul nascere.

Le necessità si consumano con una forza d’intesa inequivocabile, e si fa notte giustappunto per liberarsi dal sole che doverosamente esalta le caratteristiche del genere umano a costo di scandalizzare.

Nello sviluppo del romanzo la valutazione di un riferimento oggettivo assume dei rischi di stralcio, per ridare luce a degli atti assolutamente curiosi, all’estremo della logica, concretizzati però come se nulla fosse.

Un senso di quiete passava per le vie del paesello d’origine di Marco, escluso Angelino che trascorreva il tempo a mirare con uno sguardo indecifrabile i movimenti di Marco che comunque aveva modo di bisticciare carinamente con Valeria nel riserbo da curare continuamente, e sotto la buona stella di mamma Maria… talmente sciocchi da contrariarsi unicamente per non far decadere un insignificante parto della mente, in sospeso.

Maria non era mai stata toccata dall’esigenza di sviluppare delle emozioni, apprendendo da un respiro dopo l’altro che tutti gli obiettivi sono infine raggiungibili; e quindi delle nozioni elementari per una dignità che si poteva pur sempre lasciar sconvolgere dall’emissione del buonsenso dall’alto dei cieli.

Eppure il rilascio delle giustificazioni era previsto persino anche per uno come Angelino, resosi solitario in imbarazzo e senza saperlo, attorniato dalla rilevanza di cos’aveva fatto, nelle sembianze maschili, autentiche, di un cattivissimo esempio di civiltà.

Egli intuiva che lo sbaglio commesso era pari a una condanna esemplare da subire, e forse non bastava lo svuotamento delle sue personalissime incapacità, alla gogna pubblica, che comunque dovette indurlo a reagire per il meglio.

Marco che aveva soccorso Letizia a danno del consorte, Angelino, stava scrollando tanto eroicamente quanto inconsapevolmente la psiche di quest’ultimo; che finalmente confessava narrando di un sentimento inconcludente tra due soggetti irrazionali, che fingevano d’essere un tutt’uno.

Proseguendo con la narrazione delle malefatte, l’anima tornava a risplendere, per ricominciare a spaziare e tentare perfino di ricostituire insieme a Letizia quel bisogno d’amore che non ammette solitudini.

A seguito di questa vicenda che gli aveva annientato la forma del suo essere appena divenuta pubblica, Angelino azionò per la prima volta il cervello, per dotarsi della sensibilità al fine di avvicinarsi davvero a Letizia, e sapere di venire considerato in fondo positivamente da lei; comprendendo che fare la parte del buono rende nelle relazioni sociali.

Dunque la coltura del buonsenso la si pratica osservando gli altri… per esempio la complicità dei gesti tra Marco e Valeria arrivò a notarla Angelino, precedendo la coppia stessa…!

I sentimenti si consolidano all’infinito, e gli artefici ne sono ignari, troppo spesso intenti a fare i duri, sterilizzando in teoria, senza di colpo ammettere di stare indietro con la tabella di marcia, che la rincorsa al desiderio di sognare il meglio è la prerogativa.

Il silenzio pregiudicava solo all’apparenza, all’origine impartito in casa Spina col discutibile fare paterno, pur influenzando massicciamente l’immagine di Giovanni agli occhi di Marco… ma controvoglia, percepita poi l’allegria profusa battibeccando per questioni che lasciano il tempo che trovano, consci inoltre che la varietà del genere umano affascina, mettendo a contatto degl’individui per prestare attenzione ulteriormente, al Prossimo… con la maturità per orientarsi nel rispetto di chi proviene da lontano.

Maria riuscì inavvertitamente a riconsacrare i rapporti tra gli Spina, rinforzandoli per il futuro, e il ringraziamento del figlio che sembrava si fosse sradicato dalla famiglia, ora galleggiava nell’immaginario, per sussurrarglielo alla sua tomba.

Si fa presto a dare la colpa a tutti invece che a se stessi, non sostenendo concretamente un ragionamento a proposito degl’inguaribili eventi.

Questo dottore non sapeva ammettere che gli piaceva dettare le regole del suo cuore a tal punto d’abbandonarlo in quello di Valeria, con lei a subirlo appieno nel mutismo generale.

Lui invece godeva nell’essere seguito, adulato, fino a rendersi indispensabile per la minima circostanza… dimenticandosi praticamente d’avere contribuito eccome a cambiare la vita a un tale come Angelino, e, peggio ancora, comportandosi pressoché in una maniera da lui stesso denunciata poco tempo prima!

Le conseguenze di un gesto estremo, come quello di ricordare chi si ha affianco, distruggono, ma non importa, perché ne va dei bisogni primari, con cui non si smette di crescere per… riabbracciare il creato.

L’autore di questo romanzo in realtà ha cercato di spiegare le umane condizioni, oggigiorno sin troppo normali, ch’è una fatica sensibilizzarci dinanzi al fatto, compiuto, che con quanto speso acquisendo il libro ci si dà poi la possibilità di usufruire di qualche soldo da ridare indietro sì, ma immediato, per sopravvivere straordinariamente ovunque, e respirare finalmente della dignità…!

Sono tantissimi coloro che rimandano a data da destinarsi un controllo sanitario sforzandosi a ritenerlo poco importante perché in realtà ha un costo proibitivo, diffidenti all’inverosimile, di modo ché la società degenera e la fine del mondo praticamente si avvicina non volendo attribuirci più dei sentimenti, in mancanza di certe promesse che sono difficili da mantenere, e particolarmente in ambito personale e a contatto coi parenti stretti… promesse che però rappresenterebbero la base per realizzare un cambiamento in positivo, epocale.

Andrea Tirelli

E’ figlio di uno stimatissimo Caporeparto dei Vigili del Fuoco, adesso in pensione, ma nato come carpentiere edile, e di una solare casalinga, innamorata della vita, dotata di una strepitosa capacità di trasformare in positivo anche l’esperienza più tragica. 


Secondo di quattro figli (unico maschio), abbandona, troppo in fretta, gli studi subito dopo la maturità tecnica, perché vinto dal desiderio di realizzarsi nella vita.

Dopo l’adolescenza e la prima giovinezza vissuta in parrocchia, esperienza che gli ha permesso di attraversare sereno i terribili anni ottanta e novanta in uno dei quartieri-serbatoio della manovalanza criminale attratta e soggiogata dalla allarmante diffusione della droga in una città, come la sua, ricca di talenti ma povera di opportunità, a venticinque anni inizia il suo percorso di vita religiosa vestendo l’abito francescano.

Prima di questa scelta attraversa una serie di momenti di cui è sempre protagonista ma che lo lasciano sempre un po’ amareggiato.

Eventi straordinariamente belli ma anche tragici e molto duri segnano questa stagione.

Una forte esperienza di fede insieme con l’esercizio del volontariato e la prossimità con la sofferenza, il contatto continuo con tante storie da accompagnare, lo indirizzano a scelte di attenzione agli altri.

Anche nella vita religiosa il suo passo è segnato dalla “corsa”.

Conclusi in fretta gli studi istituzionali viene inserito nella fraternità di animazione vocazionale nella quale vive da circa quattordici anni ricoprendo diversi incarichi.

Adesso nella sua provincia si occupa di amministrazione ma non stacca mai gli occhi dal mondo e dalla sua ricca capacità di manifestarsi attraverso le storie degli uomini.

La biografia è stata tratta dal seguente link."


                                                                                                                       A cura di Vincenzo Calò

venerdì 21 ottobre 2016

Le rose della notte - I, 3

Parte I: Sorelle



3.

Diana s’immerse nel vicolo che fiancheggiava la sede delle Poste pavesi. Quel budello era vergine d’ogni lume. Si lasciò cullare dal buio, dalla calma alcolica che le aveva donato la serata al “Sottovento”. In fondo, facevano capolino gli alberi di piazza Leonardo da Vinci.
            Qualcosa le urtò una spalla. 

«Scusa…»
            Si riscosse.
A parlarle, era stata una voce di soprano leggero. Mise a fuoco la scena.
Nell’ombra, si disegnava una figura sottile, avvolta in un cappotto assottigliato intorno ai fianchi. Una testa piccola e tornita, fasciata da una matassa di capelli che s’indovinavano castano-rossicci, apriva verso di lei occhi umidi e perlati. Diana percorse l’immagine di quella ragazza fino ai piedi quasi cinesi, stretti negli stivaletti che li difendevano dalla stagione. Mani altrettanto minute, in guanti di lana, si levavano in un gesto di giustificazione.
            «Nessun problema!» rassicurò Diana con franchezza, sedotta più da quelle dita aggraziate che dalla cortesia delle scuse. «Piuttosto, tutto bene? Mi pareva che stessi correndo…»
            «No, niente…» Era difficile dire se l’altra fosse arrossita. Di certo, Diana si stupì della propria indiscrezione. Non amava far domande, tanto quanto detestava riceverne. Ma, per qualche motivo, non aveva voglia di troncare tanto presto quell’abboccamento accidentale.
            «Va bene. Occhio ai cattivi incontri!» concluse, con un sorriso ammiccante. La sconosciuta accennò una risata e la salutò. Diana seguì con lo sguardo i suoi passetti fini e nervosi, finché lei non fu scomparsa in via Bordoni.

[Continua]

Pubblicato sul quotidiano on line Uqbar Love (21 ottobre 2016).


venerdì 14 ottobre 2016

Le rose della notte - I, 2

Parte I: Sorelle



2.

Poco lontano dai soliloqui musicali di Diana, era aperto un altro bar, con un nome elegantemente scritto in corsivo sulla vetrina. Un locale attraente ma lillipuziano, come si usava a Pavia. A un tavolo, erano riunite figure di ben altro genere. Berretti universitari ripiegati su una spalla, manti porporini con cappuccio e – al collo – placche recanti il tracciato del Labirinto di S. Michele Maggiore, con l’acronimo “S.O.P.A.” Sei ragazze dai venti ai trent’anni, riunite attorno a una bottiglia di vino rosato, con calici limpidi davanti a loro – e nemmeno una goccia, sul tavolo di vetro.
            «Mi scuso se devo fare lo Shylock della situazione, ma è ora di versare la quota mensile» esordì una di loro – folti ricci castani, profilo languido e una feluca verde sull’omero. Le altre frugarono nei propri borselli e ne ripescarono biglietti da dieci euro. «Kiko-san, c’è il resto?» s’informò un’altra – una brunetta magra e graziosa, con occhiali e sciarpetta. «Aspetta, Lobelia… Penso che Sanguinella abbia un po’ di spiccioli». La Custode del Tesoro armeggiò con carte e monete, racimolando il dovuto. 

            «Bene» stabilì una terza, quando il denaro si fu ordinatamente diradato dal tavolo. «Cominciamo con l’ordine del giorno».
Colei che aveva parlato era una trentenne non particolarmente imponente, ma con una voce soda, da contralto. Sulle guance lattee e rotonde, si spandeva un velo di efelidi; chiome biondo-castane accompagnavano gli occhi grigi. La sua feluca – blu e carica di ammennicoli fin quasi a scomparire – era la più consunta. Il suo manto era bordato d’oro. La placca che portava al collo era sovradimensionata, rispetto a quella delle altre. Tutto lasciava pensare che fosse lei la “superiora” di quella bizzarra confraternita.
            «Pensavo d’invitare il Boezio alla nostra prossima riunione» annunciò. «Bradamante in Fiera e Lucia Monella, avete portato ciò che vi avevo richiesto?»
            Le due più giovani – dalla feluca rispettivamente bianca e gialla – allungarono sul tavolo i bastoncini di ceralacca che avevano reperito insieme. La maggiore fece un cenno d’approvazione. Posò sul tavolo una busta. Prese uno dei bastoncini e cominciò a scaldare la ceralacca. Sulla goccia che chiuse i lembi della busta, impresse il segno d’un piccolo sigillo che portava con sé.

[Continua]

Pubblicato sul quotidiano on line Uqbar Love (14 ottobre 2016).


Buon compleanno, Roald Dahl!

Cent’anni fa, nacque lo scrittore Roald Dahl (Llandaff, Galles, 1916 - Oxford 1990). Di origini norvegesi, crebbe nel Regno Unito e trasfuse le proprie infelici esperienze d’infanzia nei suoi libri per bambini. Trasfigurate in senso comico-magico, esse sono diventate classici. Le sue fiabe, mai sdolcinate, mostrano l’intelligenza e il sogno prendersi la rivincita sulla prepotenza e la stupidità. Nella sua produzione, si ricordano - fra gli altri - “La fabbrica di cioccolato” (1964), “Furbo, il signor Volpe” (1970), “Il grande ascensore di cristallo” (1972), “Gli Sporcelli” (1980), “La magica medicina” (1981), “Il GGG” (1982), “Versi perversi” (1982), “Le streghe” (1983), “Matilde” (1988), “Agura trat” (1990). 

            Dato che le sue pagine hanno accompagnato bambini di diverse annate, la Biblioteca Civica di Manerbio ha pensato bene di radunarli intorno alla sua memoria. Il 13 settembre 2016, nel giorno in cui Dahl avrebbe compiuto cent’anni esatti, i piccoli manerbiesi sono stati invitati a una festa di compleanno simbolica. Davanti ai festeggianti, riuniti in giardino, è stata letta ad alta voce una fiaba dello scrittore, “Il coccodrillo enorme” (1978). Nella storia, il bestiale protagonista si avvia in cerca di bambini da sgranocchiare; i suoi piani vengono però sventati da altri animali, disgustati dalla sua ingordigia e dalla sua prepotenza. Nella lettura, si alternavano le voci di Andrea Manera, Giovanna Solimeo e del bibliotecario Giambattista Marchioni, trasformato per l’occasione nel Willy Wonka de “La fabbrica di cioccolato”. Nel frattempo, si aggirava una “Strega Suprema” in versione estiva, senza guanti e con ombrellino parasole in pizzo nero. Particolarmente notevole, ai fini della cronaca mondana, era il cappello di una maestra, a forma di torta di compleanno.
            Alla fine, la fiaba si è invertita: sono stati i bambini a poter mangiare un succulento coccodrillo, naturalmente sotto forma di torta-gelato. Oltre a questa, sono stati distribuiti panini alla nutella, bicchieri d’acqua e tavolette di cioccolato in involucri dedicati alla “Notte delle Fiabe”. Essa si terrà per le vie di Manerbio, la sera del 17 settembre 2016, e anche il suo programma prevede ampio spazio per il centenario di Roald Dahl. Uno scrittore immortale come lui può ben permetterselo. 

Pubblicato su Paese Mio Manerbio, N. 113, ottobre 2016, p. 15.

Dellino Farmer: rap a chilometro zero

Andrea Dellino è noto come Dellino Farmer, il nome che l’ha reso famoso quale cantautore. “Farmer” (in inglese, “contadino”) è il lascito di un gruppo da lui fondato, gli Italian Farmer, che non sale sui palchi dal 2012. Dellino ha proseguito da solista; nel 2012, è uscito il CD “Trènta piò”, inciso insieme a Piergiorgio Cinelli, fratello del famoso Charlie. Nonostante siano trascorsi quattro anni, il disco continua a essere comprato e ascoltato: un successo da non disprezzare, per due artisti di provincia e in un periodo di calo delle vendite. 
            Dellino ha trentatré anni ed è nativo di Manerbio. Lavora spesso a Sirmione, dove gli alberghi che circondano le terme organizzano servizi d’intrattenimento.
L’idea del suo peculiare “rap en dialèt” gli venne circa dieci anni fa, durante un viaggio in Puglia. Là partecipò a festival musicali, dove notò l’ampia presenza di testi dialettali. Anche lui volle sperimentare; cominciò così a unire il vernacolo ai suoi generi preferiti, la cosiddetta “musica black” e il reggae.
           
I suoi spettacoli, anche quelli con Piergiorgio Cinelli, seguono una scaletta piuttosto fissa. Sono sempre presenti brani “classici”, quali “P.O.T.A.” (2010), “A Oflàga” (2012), “Trènta piò” (2012), “Sènsa vi” (2013), “Come i panda” (2014), “FES” (2015). Quando il pubblico si mostra disponibile, Dellino non sdegna improvvisazioni. “Sènsa vi”, per esempio, è accompagnabile con “visioni mistiche in stile Fantozzi”, date le sue vaghe risonanze con le evangeliche nozze di Cana. Al “Fés Oflaga Raduno” del 9 settembre 2016, l’improvvisazione ha visto anche l’arrivo di una “Miss Offlaga 2016” decisamente improbabile (per via della pancia prominente e dei baffi).
            La compresenza di Dellino e di Piergiorgio su un palco riesce a unire due pubblici piuttosto diversi: quello movimentato dei giovani che seguono il rapper e quello più anziano e pacato che ascolta Cinelli.
            «Sarebbe giusto conoscere il proprio dialetto, anche senza parlarlo» sostiene Farmer. «Fa parte delle proprie radici». Questo forte senso della terra e delle origini è un fatto biografico. La famiglia di Dellino è manerbiese da generazioni. Anche i suoi studi di agraria hanno contribuito a fargli conoscere e apprezzare la “pasta” di cui è fatta la sua terra. Davanti alle fotografie della “Manerbio di una volta”, ha la sensazione d’aver vissuto di persona quelle scene, forse per via dei racconti dei nonni. Naturalmente, non è un “provincialotto”. Ha compiuto gli studi universitari a Milano, di cui ricorda scorci incantevoli e semisconosciuti del centro storico. Ha vissuto a Malaga, in Spagna; ha avuto frequentazioni a Brescia. Tuttavia, si reputa fortunato per il fatto di vivere a Manerbio, con cui ha un rapporto anche affettivo. «In provincia di Brescia, ci sono paesini, rocche, tante bellezze poco conosciute. C’è una storia secolare invidiabile» commenta Dellino. Si augura anche che le scuole accompagnino i bambini nelle campagne, affinché “prendano coscienza del proprio territorio”. Il suo CD del 2014 s’intitola “Biorap”, proprio per sottolineare il legame della sua arte con la vita. Si considera “un rapper a chilometro zero”, perché - pur in un genere musicale di origini estere - cerca di restare “coi piedi per terra” e di ispirarsi alla propria quotidianità, senza scopiazzare i modelli statunitensi.
            Nel mese di settembre, è cominciato uno dei suoi tour con Piergiorgio Cinelli: “FurminTour” o “Riciàpet Tour”, a seconda della prospettiva di un artista o dell’altro. “Riciàpet” è l’ultimo CD di Dellino. Si prevede l’uscita di un suo secondo volume.
            Nel complesso, Farmer considera positivo il bilancio della propria carriera. Essa conta anche un paio di brani per la compilation “Street Art” della serie “Hit Mania” (2014), a cura del Piotta. Il rapper è stato ospite a Radio24, con Pino Insegno, il 24 aprile 2016. Ma quel che più conta è l’aver indicato un modo di vivere la globalizzazione a misura d’uomo - e “coi piedi per terra”.


Pubblicato su Paese Mio Manerbio, N. 113, ottobre 2016, p. 6.

Streghe, libri e fabbriche di cioccolato

L’iniziativa della “Notte delle Fiabe”, curata dall’Assessorato alla Cultura del Comune di Manerbio, ha avuto una marcia in più: quella data dal centenario della nascita di Roald Dahl (Llandaff, 1916 - Oxford, 1990), intramontabile autore per l’infanzia. In suo onore, la Notte delle Fiabe del 17 settembre 2016 ha previsto diverse iniziative. In quattro locali manerbiesi, sono state tenute letture dalle sue opere: “La fabbrica di cioccolato” (1964), “Gli Sporcelli” (1980), “Il GGG” (1982), “Matilde” (1988). Un crocchio delle sue famose “Streghe” (1983), impersonate da figuranti, tenevano un congresso in via XX Settembre, intorno a un tavolino da tè. Ma, prima, hanno dato una mano a distribuire crostate e cioccolato per il compleanno simbolico del loro “padre”.
La torta di compleanno
La torta vera e propria era un monumento di “cake design” fatto soltanto per essere guardato; è stata portata dagli Alpini sotto il portico del municipio, per affiancare le altre opere di “cake design” realizzate durante il concorso amatoriale “Le Opere di Roald Dahl”. Questa iniziativa era stata organizzata da Claudio Zani Events Planner & Wedding Designer. Il programma prevedeva uno spettacolo sul “Piazzolo”, curato da Claudia Mor e la scuola “Fatti prendere Hip Hop Dance School - We got the attitude”; il titolo era “I Have a Dream - La Fabbrica di Cioccolato racconta il nostro sogno”. A piazza Italia, invece, era stata destinata la scuola Centro Danza, con altri due balletti a tema “Roald Dahl”. Barrette di cioccolato dedicate alla “Notte delle Fiabe” erano state distribuite precedentemente; il bambino che avesse trovato un biglietto d’oro in uno di essi, si sarebbe visto assegnare una sorpresa.
            Naturalmente, il centenario dell’autore non ha fatto dimenticare i “classici” della Notte. Le associazioni manerbiesi, come sempre, avevano i propri stand. In via IV Novembre, si presentavano la scuola di kung fu wushu e tai chi “Lushaolong”, nonché la Minervium Scherma Manerbio, che ha offerto dimostrazioni dal vivo. Sotto i portici di Palazzo Luzzago, gli Alpini e l’associazione “Una Domenica Diversa” cucinavano una cena di beneficenza a base di torta fritta; il ricavato era destinato ai terremotati del Centro Italia.
Le streghe
In via XX Settembre, oltre al congresso delle Streghe, si trovava un chiosco di zucchero filato e crêpes dolci, a poca distanza dallo stand dell’AVIS. I bambini di alcune famiglie indiane danzavano al suono di un tamburo. Il programma comprendeva nell’elenco anche il minibasket della A.S.D. Manerbio Basket, i progetti di “Mamma Africa”, l’associazione culturale “Il Vaso di Pandora”, la giocoleria di Ernesto Vigilati (meglio noto come Tino), il Gruppo Verolese Volontari Soccorso ONLUS, l’A.S.D. Tennis, l’associazione ABM - Amici Biblioteca Manerbio. In piazza Italia, erano programmate le attività dell’associazione Genitori all’Opera: una presentazione del  mondo di Masha e Orso e una pesca a premi a favore della scuola materna “G. Ferrari”. In piazza C. Battisti, giochi gonfiabili gratuiti ospitavano i più piccoli; accanto a essi, era prevista la presenza dell’A.S.D. Bassa Bresciana Rugby, per un’illustrazione delle basi di questo sport.

Pubblicato su Paese Mio Manerbio, N. 113, ottobre 2016, p. 5.

giovedì 13 ottobre 2016

Un angolo di solidarietà

Da Manerbio, si sposta per fiere e sagre una piccola iniziativa di beneficenza. Si chiama, per l’appunto, “Bancarella della Solidarietà” ed è a cura di Mariangela Pellegrini. Con lei, talvolta, ci sono alcuni collaboratori. La sua speciale bancarella vende giocattoli, vestiti e accessori, provenienti da donatori; c’è spazio sia per le novità che per il vintage. Il ricavato viene inviato, ogni volta, a una diversa associazione che si occupa di ricerca medica. 

            Mariangela è ormai una vecchia conoscenza sia dei manerbiesi che dei paesi vicini. La sua iniziativa, per esempio, è già stata ospitata alla Festa della Musica 2015 e al mercatino natalizio di San Gervasio, nello stesso anno. Il 25 settembre 2016, è stata la volta di Bassano Bresciano e della sua sagra di San Michele. Al fianco di Mariangela, stavolta, c’era il signor Bruno.
            Destinataria dei fondi ricavati, stavolta, era l’ANT (Assistenza Nazionale Tumori). Questa fondazione è nata a Bologna nel 1978, per iniziativa del professor Franco Pannuti. Il suo scopo è fornire assistenza a domicilio ai malati di tumore. Molta attenzione è riservata ai pazienti bambini, ai quali si cerca di ridurre i momenti di ospedalizzazione. Essa fornisce anche progetti di prevenzione oncologica gratuiti, soprattutto per la diagnosi precoce del melanoma, dei tumori alla tiroide, all’utero e al seno. Della prevenzione, fanno parte campagne di sensibilizzazione sanitaria nelle scuole. Dal settembre 2015, ANT ha avviato anche il Progetto Cavo Orale e il Progetto Nutrizione. Il “Bus della Prevenzione”, invece, trasporta le apparecchiature con cui è possibile effettuare visite gratuite. Sempre in base alla risorse reperite sul territorio, ANT pensa anche alle cure igieniche, al cambio di biancheria, a una biblioteca e/o cineteca domiciliare, nonché al trasporto dei pazienti per esami che non possono essere effettuati a domicilio. Sono inclusi nelle sue attività anche corsi di formazione per operatori sanitari ed esperienze cliniche di ricerca.
Della sua bancarella, a Mariangela è rimasta - come sempre - la soddisfazione della buona volontà, la sensazione di essere stata utile agli altri.

Pubblicato su Paese Mio Manerbio, N. 113, ottobre 2016, p. 5.

mercoledì 5 ottobre 2016

Nevrosi

“La fine del fascismo segna la fine di un’epoca e di un universo. È finito il mondo contadino e popolare. Era dalle parti più miserabili di questo che il fascismo raccoglieva le sue bande di sicari innocenti e virili. Sono anche finiti i ceti medi la cui cultura borghese era ancora fondata su una cultura popolare (simile a quella dei sicari): contadina, pastorale, marinara, povera. Differenziata (da regione a regione, da città a città, da centro a periferia). Eccentrica, particolaristica. Quindi reale. Il nuovo potere […] si era appoggiato nel dopoguerra a queste forme culturali reali, ma elettoralmente sanfediste. Aveva fatto cioè la stessa cosa che aveva fatto il fascismo. Ma poi lentamente, a propria insaputa, tale potere aveva cambiato radicalmente natura. La Chiesa, che aveva riassunto in sé tutti i caratteri comuni di quelle varie culture popolari particolaristiche e reali (elettoralmente reazionarie), era servita dunque al potere in modo definitivo. Di colpo, ora la Chiesa risultava superata, abbandonata, inutile, ingombrante. Quelle culture reali (particolari, popolari) erano sparite (o in via di sparizione). Era stato il potere stesso a distruggerle; e, con esse, a distruggere la Chiesa. Il tipo di vita predicato da quel potere (ogni giorno, ogni ora, ogni momento della vita), era completamente irreligioso. Niente - per tutti quegli anni - poteva essere considerato al mondo più irreligioso, per esempio, della televisione. Nel video passavano è vero, assai spesso, inaugurazioni ufficiali con la presenza di un ridicolo vescovo; si vedevano ancora più spesso cerimonie religiose, col Papa stesso, ecc. Ma tutto ciò non era che rappresentazione di parate del potere: religione di Stato. In realtà la televisione predicava quotidianamente, ora dopo ora, il puro edonismo; il suo slancio era tutto in direzione della realizzazione del benessere e del consumo. E la gente aveva appreso la lezione in modo radicale; palingenetico (per la prima volta nella storia). Era mutata. Aveva fatto propri i nuovi modelli umani, proposti dalla cultura del potere. Aveva abbandonato i propri modelli tradizionali. Esistenzialmente venivano vissuti nuovi valori, che nella coscienza erano ancora solo nominali. La vita era più avanti della coscienza. La tolleranza, necessaria all’ideologia edonistica del consumo, poneva nuovi doveri: quelli di essere pari alle nuove libertà che dall’alto, e senza parere, venivano concesse. Ragione inevitabile di nevrosi. D’altra parte vivere esistenzialmente nuovi valori senza conoscerli, era a sua volta una buona ragione di nevrosi. Il mondo contadino era crollato. Le campagne (e i seminari) erano pieni di vipere. Aveva perduto i propri valori tradizionali e reali, insieme a quelli convenzionali imposti dalla religione ufficiale. Che cosa sostituiva questi  valori? Che erano poi anche i valori, ancora, della piccola borghesia? Nessuno aveva mai detto - da parte del potere - la verità: cioè che i nuovi valori erano i valori del superfluo, cosa che rendeva superflue, e dunque disperate, le vite. Dunque, si fingeva di non sapere. Carlo guardava quei fascisti che gli passavano davanti. Essi non potevano essere che quelle persone reali che in quel momento il potere (la storia) voleva. I loro slogans mentali classici, come ‘Dio, Patria, Famiglia’ erano puro vaneggiamento. I primi a non crederci realmente erano loro. Forse, delle vecchie parole d’ordine, ad avere ancora un senso, era, appunto, l’ ‘Ordine’. Ma ciò non bastava a fare il fascismo. Le persone che passavano davanti a Carlo erano dei miseri cittadini ormai presi nell’orbita dell’angoscia del benessere, corrotti e distrutti dalle mille lire di più che una società ‘sviluppata’ aveva infilato loro in saccoccia. Erano uomini incerti, grigi, impauriti. Nevrotici. […] Erano dei piccoli borghesi senza destino, messi ai margini della storia del mondo, nel momento stesso in cui venivano omologati a tutti gli altri.”

PIER PAOLO PASOLINI
(Da: Petrolio, 1992 - postumo)


Edizione speciale per il «Corriere della Sera», 2015, vol. 10, pp. 513-514.

Sii uno di noi

People are strange when you're a stranger,/Faces look ugly when you're alone… (The Doors). Quando si è estranei, tutto è strano. Si vedono pericoli in ogni ombra, ma - soprattutto - non si vede il vero volto delle persone. Quello che dovremmo temere. 

In questo senso, Michael (Jason Patric) e Sam Emerson (Corey Haim) sono Ragazzi perduti (1987; regia di Joel Schumacher). Il titolo originale è The Lost Boys, espressione con cui il buon J. M. Barrie indicava i compagni di Peter Pan. I bambini che si trovano sull’Isola-che-non-c’è non possono crescere - e avrebbero bisogno di una madre. Quella di Michael e Sam - Lucy (Dianne Wiest) è dolce e protettiva; ma ha appena divorziato dal marito e fa fatica a occuparsi dei figli, per quanto ci provi. Per questo, si trasferisce a casa dell’eccentrico nonno (Barnard Hughes), a Santa Carla. Apparentemente, è una vacanziera cittadina californiana, con tutto quel che serve per godersi i consumistici anni ’80. Ma ha un doppio volto che solo un occhio limpido di ragazzino (come quello di Sam) può vedere: è la capitale mondiale degli omicidi. Perché vi si trovano altri ragazzi perduti: David (Kiefer Sutherland) e la sua banda di vampiri. Nemmeno loro possono crescere. La loro condizione li mette al riparo dal passare del tempo, come quegli animali impagliati di cui il nonno si riempie la casa: immortali, o - meglio - morti per sempre. Perché chi è un assassino per natura è morto alla società dei propri simili. E di creature simili si tratta, per dirla con Simone Tosoni ed Emanuela Zuccalà: i vampiri lo sono fra loro, come fratelli e membri di un branco; lo sono rispetto a tanti punk degli anni ’80, giovani emarginati con madri assenti e padri borghesi. Padri che non credono nel mostro dell’armadio, quel poco di bestia che c’è in ognuno. O che, al contrario, lo nascondono dietro camicia e cravatta. Un pretendente perfetto può non essere molto diverso da un capo teppista: entrambi cercano prede, persone su cui mettere un sigillo di proprietà. Entrambi sono abili illusionisti, capaci di far credere alle vittime che stanno bevendo il buon vino dell’accoglienza, quando invece è sangue.
            Questi vampiri al passo coi tempi hanno lasciato perdere bare e mantelli. Si vestono con borchie e giubbotti, cavalcano motociclette. Abitano la movida. E vanno combattuti con mezzi adeguati alla loro epoca: fumetti e pistole ad acqua. La plastica e la produzione in serie hanno fagocitato proprio tutto, sembrerebbe: anche i miti non-morti. I cenni al celeberrimo Dracula sono puramente formali - compreso il nome della donna desiderata, omonima di Lucy Westenra. Il nido della confraternita è una caverna in cui si trovano i resti di un albergo di lusso. I ragazzi perduti amano le ossa della civiltà del benessere, così ricche da spolpare e così vuote di senso, come la loro non-vita.
            Lottare contro i vampiri significa lottare contro la propria cecità davanti alla vera natura delle persone; significa rinunciare a un bisogno di appartenenza che diventa  - troppo facilmente - omologazione, conformismo, istinto del branco. È difficile resistere a quel dolce richiamo: «Sii uno di noi!» Specialmente, quando si ha bisogno di una famiglia. Specialmente, quando il capo ci ha già marchiati e ci pretende come suoi. Ma la vera personalità non è così facile da uccidere, se si è vivi - se si hanno riferimenti affettivi.

            Il film plana su un gesto di pacata insofferenza, quello di un personaggio che tutto sa e tutto vede di quanto accade in città e nella sua famiglia: cose che non ha mai potuto digerire. La ferocia, la solitudine, l’indifferenza.


martedì 4 ottobre 2016

Comincia un nuovo feuilleton: "Le rose della notte"

Inizia oggi la pubblicazione di un nuovo feuilleton on line: Le rose della notte. Si volta pagina, rispetto a La vergine di ferro e La nipote del diavolo. L'ambientazione rimane Pavia, ma, stavolta, si tratta di una storia d'amore in ambiente universitario. E potete credere che non vi saranno né zucchero, né banalità. Buona lettura!


Le rose della notte

Parte I: Sorelle



1.

Gli anfibi di Diana consumarono lentamente i pochi passi di via Siro Comi che la separavano dall’ingresso del “Sottovento”. La notte di novembre scivolava fra i lembi del suo giubbotto in finto cuoio, pungendole il seno florido e gli addominali che sapevano di esercizio fisico. La catena appesa alla cintura dei suoi jeans le batteva la coscia, al ritmo del cammino.
            Il “Sottovento” era il nido caldo della Pavia notturna – perlomeno, quella fatta di studenti, poeti estranei al grande mercato editoriale, volti “di casa” e sfaccendati casuali. Diana Romeo era un po’ di tutto questo. Divisa fra gli studi letterari all’università, la palestra e i concerti del suo gruppo metal, sgusciava fra un impegno e l’altro, per portare il suo viso di sfinge nel sano chiasso dell’osteria. 

            A prima vista, non la si sarebbe detta un’affezionata del locale. Il suo look tenebroso e aggressivo era un unicum, in quella folla di kefiah, trecce rastafariane, felpe con cappuccio, giacche di tweed. Però, bastava che la Marisa – l’ostessa – intercettasse i suoi occhi di bachelite all’ingresso, perché la ragazza si trovasse preparato il suo bravo bicchiere al bancone.
            Anche quella sera, Diana salutò garbatamente il vecchio barbuto che fumava la pipa davanti al “Sottovento” e s’infilò nella porta di vetro. Il caldo affollato la investì. Si tolse la giacca, già sudando copiosamente. Sorrise alla Marisa e guadagnò lo sgabello.
            «Come va?» la accolse la “padrona di casa”, sistemando sul legno il sottobicchiere.
Diana accennò una smorfia: «Ma sì… Stanca. Come sempre». Guardò la colonnina di liquido schiumoso e ambrato salire nel vetro. Non aveva nemmeno più bisogno di chiedere, perché Marisa conosceva a memoria la sua predilezione per la birra scura.
            Si spostò dal collo i folti capelli corvini, da asiatica, cui lei non permetteva di allungarsi oltre le spalle. Si abbinavano perfettamente agli occhi affusolati e alla pelle lievemente bronzea. Ma quelle che si sarebbero potute definire “grazie” si limitavano a questo – e le andava bene così. Si piaceva alta, con le mani grandi e le membra solide. Aveva il dono di un gargantuesco appetito, unito alla tendenza a non ingrassare. Caratteristiche utili, per uscire con le sue amicizie maschili.
            Gettò un’occhiata dietro di sé. Un ragazzo solitario cincischiava con le pagine di un libro pescato dallo scaffale dell’osteria. Altri due giocavano con carte dall’aria navigata. Ovunque, i piani dei tavoli scomparivano sotto brocche, tazze, bicchieri, patatine, tovagliette di carta, taglieri. Diana assaporò il brusio delle voci, mischiato al tintinnio delle stoviglie e al jazz in sottofondo. Sinfonia Sottovento. Sorrise.


[Continua]

Pubblicato sul quotidiano on line Uqbar Love (4 ottobre 2016).