venerdì 30 settembre 2016

Il nostro eroe


“«Il nostro eroe» disse «che non potrebbe essere italiano, e suonerebbe del resto falso anche come francese, diciamo che è anglosassone; e chiamiamolo per scherzo (perché non c’entra niente) Tristram. È un tipo che potrebbe assomigliare al critico cinematografico di un grande quotidiano che abbia voluto ringiovanire il suo ‘staff’. Biondo, adolescenziale, stupido, spiritoso. È dotato della solita ‘mezza cultura’. Ma è ‘iniziato’. E questo trasforma la ‘mezza cultura’ in una qualificazione sociale che gli consente insieme di essere integrato e di essere all’avanguardia. Di scrivere sul ‘Guardian’ (?) e di ridere con aria nichilistica e il massimo disprezzo (come certi giovani ribelli che si incontrano nei libri russi da Dostoevskij a Bulgakov) dell’establishment (cosa quanto mai gratificante). Bene, tutto ciò lo dico per il piacere del raccontare, che, come si sa, pecca sempre per eccesso (chi decide di raccontare qualcosa ha subito la possibilità di raccontare l’intero universo).
            Ma ora sarò schematico. Questo Tristram sarebbe un inibito puritano, se la sua mezza cultura non lo volesse disinibito. Perciò il suo sadismo classico, vittoriano ecc. trova modo di essere accettato dalla sua coscienza. Naturalmente nel momento stesso in cui è accettato, tale sadismo è anche accomodato - è inutile dirlo. Anche sul piano ideologico, del resto, il nostro Tristram ha accomodato il suo progressismo anti-autoritario e anti-colonialistico nel quadro più vasto di un eurocentrismo che costituisce il suo reale, e ben più profondo e inestirpabile pregiudizio razziale.”

PIER PAOLO PASOLINI
(Da Petrolio, 1992 - postumo)


Edizione speciale per il «Corriere della Sera», 2015, Vol. 10, p. 180.

lunedì 26 settembre 2016

Vincenzo Calò legge Lucianna Argentino

"Lucianna Argentino - Le stanze inquiete (La Vita Felice ed.)

Lucianna desiderava che rimanessero indelebili delle microesperienze ricavate per più di un decennio riscontrando la gente quando fa la spesa; provando a ricordare principalmente certi esseri, detti “umani”, che per forza di cose si sono avvicinati a lei, così presa da ciò che appuntava delicatamente,  ch’eccedeva in formato tascabile, da una veste professionale. 

Questa poetessa era ignara del personaggio che gli si poneva davanti, conscia semmai del fatto ch’era vicina a toccare una condizione privata, immaginare una vita ch’esigeva senza ammetterlo magari dignità, premura e cortesia; col pudore che di tanto in tanto esce fuori, sortendo brillantemente l’opportunità di riprendere a osservare, e quindi a reinventare l’anima, concentrandosi concretamente sulle cose pregne d’assenza, ligia al dovere nel compiere una qualsiasi attività, purché chiunque riesca a trattenersi l’Io, per il bene del suo, tra le teorie segnalatrici dell’assoluto.

Con Lucianna è intenso aspettare di cogliere tra righe d’orizzonte la tangibilità che ci attornia, sentendo di una poesia l’originale dimora, barcollando sulla linea di demarcazione che scinde il linguaggio dall’incanto.

Il parlare in maniera anomala ma totalizzante del periodo passato in un supermercato, in un ambito occupazionale non entusiasmante in fondo, comporta anche il limite, il segno di una lesione carnale, che guarda caso motiva la composizione dell’autrice; nervosamente provata sì, però vigile nello scorgere l’imperativo personale, che vale eccome la pena assumersi, tra il particolare che ci attualizza e l’impressione che ci armonizza.

E’ importantissimo vedere l’esistenza che serbiamo, e decidere con fare convinto e continuo davvero di riprodurne il significato tramite il piacere di ritenersi utili; e con quella forza di tacere, da elevare in gloria, che lega la poetessa all’umanità senz’alcun inganno, pur essendo difficile lasciarsi trascinare dall’ispirazione quando è semplice invece definirsi artisti della parola, apprendendo e basta, pur senza impartire lezioni millantando una laurea.

D’altro canto, chi non è in grado di assorbire una comunicazione non può mai verseggiare!
                                                                                                                              
La certezza che permanga dell’essenza volgerebbe al patimento, con cui ci distinguiamo tra l’umanità e l’appartenenza terrena, come a tutelare delle debolezze, lungi dalla bellezza di un contatto.

Un verso ridà coraggio per proseguire, ma con della sincerità che non ci riporta all’inizio di ogni avventura, se siamo sprofondati in un’epoca inconcludente, se stiamo a vagare per della buona sostanza, nella stressata fisicità del tempo; a riprova dell’elemosiniere che implora per del dialogo deturpabile di respirare una bella giornata.

“nel corpo stanco delle ore”

La quotidianità la si colma dimostrando d’esserne all’altezza, ricaricando gl’individui con la spensieratezza d’intuito, affinché ci si rincuora (e non v’è legge che tenga), specie dal disconoscere l’immagine di un affetto imprescindibile, dal rischio di risultare avari di spirito e quindi in preda ai quesiti stupidi che si rendono subito dei tormentoni di successo.

Trasmettere positività è fantastico se te lo evidenziano mentre le ore si fermano alla narrazione di una malattia che scava coloro che s’intestardiscono per della cattiva sorte, così orgogliosi della propria identità da richiedere nient’altro che favori.

Indifferenti magari all’oscura emotività di quando si è immaturi, perché si aspira alla bontà d’animo senza cercare di vivere un percorso; recuperando i pensieri in via di esaurimento, sul punto di piangere, di suscitare sdegno da bestiole che si sentono in potere di svolazzare, facendo scoprire determinanti nozioni scientifiche a proposito del pianeta Terra, da cui non ci distacchiamo mai.

Lo scrivere di Lucianna si accalora se dall’intento apposito se ne trae refrigerio, ne vale l’onestà che tutto fa tornare, di chi tenta di condividere un pensiero; soprattutto con una pargola che la scruta per poi confessarle quanto sia determinante la sua presenza di un attimo e poco più, teneramente, spuntando tra certi giovani che preferivano giocare senza venire al mondo per non subire dei volgari rimproveri.

In un didentro che all’istante ti rigenera il dove da sensibilizzare, che, se ti fermi, contiene il marcio della fede, da sfoderare sull’estraneo che spazia spiritualmente; al quale non ha senso chiedere quant’anni ha se ti racconta delle emozioni da fissare in generale, per consigliare infine di scioglierle, in amicizia, al soffio di una brezza leggera che ci delucida sulla nostra piccolezza che provoca disgusto se il sentimento che ci auguriamo non si consolida premeditandolo.

Nel presente l’autrice viene ingannata dovendo spostarci freneticamente da un riferimento all’altro e viceversa, senza il tempo di attenderla e persino preceduti da tanti nostri simili; come se bloccati tutti quanti da un agone epocale, stressante, che determina ogni volta una condizione attualissima, negativa.

Lucianna esce fuori per quel minimo di dono della natura che la coglie tutt’a un tratto; come a contribuire alla tutela del particolare, ben pronunciato, insito a una lingua straniera che non ha senso calpestarla, e con l’espediente fisico da inquadrare per non rimanere trafitti da una pena di facciata, circa il vissuto dell’essere diverso da noi, che in fondo non riusciamo a immaginare.

Chiedersi in prossimità dell’aldilà se le cose volgono al celestiale è la prerogativa dell’anziano non vedente che puoi incrociare a inizio giornata, fingendo d’ignorarla per godersi il bello di una reazione; tra artigli dismessi, cercando semmai d’evitare di sfoggiarli artificiosamente, come se coinvolti dalla pigrizia bene intesa dei nostri predecessori.

Ci si ritira dentro una debole corazza, forti di un olfatto che strugge, rievocante storie alternative, a pelle, per solcare miserevoli rifugi, mantenendo il buon senso a livello economico.

La poetessa si lascia trascinare dall’idea che un soggetto amoroso, a lungo debilitato, ti avvisi della sua dipartita intensamente; mentre occorreva dormire, assorbendo l’invito apparentemente improprio, all’essenziale da masticare, giorno per giorno, oltre che quel minimo di quiete da sondare nei festivi.

Il rapporto con la fede presto cestinato si rende dolciume da donare senza pensarci, opportunamente; nella misura di una sorte contraria, la stessa che ti trasmette il povero che viene cacciato dall’esercizio commerciale, sopra il quale ci si esprime lussureggiando, senza badare alla coscienza, allo sballo tenuto celato, all’imbarazzo che traspare se costretti ad ammetterlo; distanti dal pazzo che compie un atto di fede segnando l’aria, positivo al massimo, così certo della condivisione di una dote infine.

“rannicchiato in una bolla d’eterno”

Seppur la ragione di chi hai di fronte sia pervasa da vizi incessanti, Lucianna ricava una dichiarazione sincera, preclusa agli esperti e agli autoritari; per riempirsi di mondi da scoprire senza smettere di sbagliare, ma respirando, incentivando spiritualmente con l’umana tenacia, quella necessaria per riflettersi nei malesseri sempre più vari e scatenare della sana comunicazione, sciogliere curiosamente della disperazione incomprensibile, dovuta dalla crudele perdita degli affetti, per cui si scappa eccome gridando che ciò non può essere vero.

Lavorando pubblicamente e in modo duraturo alimenti il desiderio di un lato oscuro di te stesso, di risiedere nella fatica di respirare, per non precipitare nel suono degli acquisti che devono passare dalla cassa, a sancire il prominente senso di disaffezione dal genere umano.

E pensare che disponiamo dell’intento di viverci, di un’illusione divenuta solitaria, come quella di toccare una creatura nuova fino a dipenderci, dovendo ricordare d’averla vista uscire da noi stessi, per stabilire silenziosamente cosa scrutare o chi è meritevole di ricevere un cenno d’intesa; anche se occupato a salvarsi dai personali movimenti.

Fa niente se non si viene identificati, perché non siamo in grado di leggerci dentro, girando e rigirando un groviglio di accessi; così inconsapevoli da non guarire, e rimanere a suscitare nient’altro che mistero per una dimensione terrena alla quale serve inculcare più di una preghiera affinché non s’inaridisca.

E’ impossibile peraltro fare avanti e indietro in mancanza di uno spazio reale, compiere dei passi come a non curarsi dell’angoscia che si deve provare all’attrito del mordente che si perde in bocca, in un attimo.

La richiesta di solarità si reputa effettuata perdendo la vita a trovare delle modalità di frequenza ambigua e fitta, e rimbalza sul muro rappresentato da un cliente che si ostina a giustificarsi, ad allontanarsi.

Da una parte della panoramica il moto degli eventi sembra che si scandisca da sé, svuotati i mezzi di trasporto e le persone che sembrano irrecuperabili, eppure dei sentimenti pulsano per la delicata trasparenza del dubbio che si evolve varcata la morale frammentata; per la paura di maturare, roba che si considera addirittura un errore dare la vita per rinfrescare delle responsabilità nei riguardi del prossimo, volendo stare altrove invece che incassare della presenza adeguata, in un supermercato che stimola al consumo che non emoziona, chiusi nell’immensità dell’intimo, bene in vista comunque.

V’è dell’eccesso che disturba la poetessa, una veste da levarle di dosso domandandolo semplicemente a una persona; consci del bene da volere, quando non si riesce a sentirlo, potendo rinviarlo di fatto ogni volta, e percepire meravigliosamente fori d’entrata, di silenzio, magari con la lettura di un discorso passato ma fermo sulla pagina del diario che non ti aspetti.

Sotto un’entità indefinita Lucianna conserva ricordi graffiati, compattando oggetti che tornano utili ancora immaterialmente; preda di corteggiamenti sfuggenti, operati da uomini che devono lottare per non reputarsi prevenuti, istituendo una regola almeno che sia solidale, come assicurarsi da sventurati la degustazione di una bevanda calda, offerta da ignoti.

L’appuramento del buonsenso contenuto da un individuo lo si rileva controcorrente, smettendo di verificare fino allo sfinimento il valore del denaro, tanto l’importante è che a produrlo liberamente sia un conoscente più che fidato.

E poi, s’è indispensabile attrarre non ha senso accessoriarsi normalmente quando hai da mantenerti; così da farti notare dai perfetti, dacché naturali, esponenti dell’emotività, quali sono i più piccoli, che ci si ostina a renderli splendenti con un ragionamento sterile ma incessante, non puntando sull’incanto che si può tranquillamente reinventare riciclando materiale non più funzionale.

Invece ci si concentra sull’estetica anche se per via dell’età non la si vuol pretendere, tradendo l’intento di sacrificarsi per una giusta causa che nel frattempo peggiora la considerazione sui disperati che arrivano addirittura a scomparire per farci stare con l’anima in pace.

La beffa c’invoca dall’organismo che serbiamo d’impulso, divenendo misteriosa mentre si aspetta invano qualcosa di nuovo se non di buono, in perenne sospensione quindi.

Trattasi di un risentimento generatore di distanze da colmare assolutamente non tralasciando mai della creatività, per non alimentare in aggiunta traumi per furti dovuti dall’essenziale che si esaurisce perché non è veritiero, e ritrovarci con le frequenze cardiache stravolte dalla solitudine che non meritiamo; a faticare, in un tempo che si attacca sulla pelle, o cazzeggiare semmai, stimolati dalla luce solare evidenziata di riflesso da un veicolo in sosta.

Negli occhi di certi uomini perdura una triste voglia di possesso; mentre si sfrutta uno stracciato accertamento fiscale ponendoci dietro il recapito per delle richieste d’amore non reciproco, e la radio svetta avvisando di fare attenzione alla guida se hai da goderti delle vacanze o sulla via del ritorno a casa.

La pazienza a molti uomini non appartiene; e si preferisce far marcire i polmoni all’aria aperta, se non la spesa solo in presenza di sconti, con la compagna di una vita a pretendere che non sia comunque il suo portafoglio ad aprirsi per Lucianna, che si è rimpicciolita come cassiera fino al generico, per gli altri.

Il silenzio, che consiste nella scarsa propensione al sentimento o peggio ancora nella mancanza di autostima a priori, viene fulminato dall’accento secco, cupo e distante di un principio di linguaggio che però vibra e partecipa alla dismissione improvvisa del brutto dalla psiche.

Si lamenta l’attitudine a donarsi ch’è nulla, quando tendiamo la mano senza accorgercene, dacché furbi nel falsare le linee di massima e intrattenere ingiustamente; rifiutando magari una bestiola sgradevole all’apparenza, ma che sa osservare qualsiasi umano spostamento, comprendendo meglio di tutti che in base agli anni che si ha la solidarietà può trapanare fino a raggiungere il midollo osseo.

Il camice che ha utilizzato la poetessa si è consumato durando a costituire comunque il buon esempio per la bambina che intende svolgere il suo mestiere di una vita, affermandolo con la tipica ingenuità di chi dovrà caricarsi di svariate, preziose custodie; specialmente in un ambito, quello del commercio, dov’è facile scambiare il dare per l’avere, facendo mostra di sé per forza, per un ruolo d’assorbire, e a fronte dell’anzianità che diventerà lampante, invincibile.

Gli adombramenti tacciono, uniti per venire calpestati da irrefrenabili aggeggi, cosicché aspettiamo che volga il sereno, svaniamo nella sensazione medesima, quando essa ritempra culturalmente un paesaggio e sembra che c’induca lentamente a provvedere al domani; tra figure favolose che si concretizzano dialogando, affondando nell’animo quotidiano, della persona costretta a isolarsi, che riesce a distinguere l’essere dall’apparire in Lucianna, e indossando più indumenti possibili per non soccombere all’inverno da scrollarsi di dosso in definitiva con movimenti bruschi e repentini, fuori dal supermercato.

Entrando od uscendo, la poetessa mira con lo sguardo gl’interni delle case che non paiono oscurati affatto, per lasciarsi assalire dalla malinconia, piacevole se la privacy non è scontata, se la consuetudine va scalfita; specie per la storia di un giovane che si svaga col torpore civile racchiuso in un insetto svolazzante nella sua stanza, che vuol essere catturato.

A fine giornata, il tramonto sembra perdurare, resistere al buio di lì a poco, talmente muto da far prevaricare lo sconosciuto andante, in un’atmosfera soffocante, affollata; arrivando anche all’irragionevolezza per motivi al femminile, alla compassione della poetessa nei suoi confronti, senza costo.

Indicare una persona per aderire al presente sarebbe una prerogativa se non fosse che occorre verificare il canale attraverso cui dimostrarlo, e mica a dei prodotti perfettamente sistemati, dato che per i bimbi un fenomeno di maltempo è vitale, ed è peccato che gli adulti non lo comprendano.


Le questioni vanno approfondite con un fare religioso disastrato, perché ci si stanca a provare di descrivere un dono del tutto naturale, motivandone l’affezione, per sospingere la gente a impegnarsi seppur sia dura cessare d’esistere lasciando un esempio ancor più buono di quando s’è iniziato a respirare; da genitori che sappiano tenere a cuore, in tempo, il destino della loro creatura, aiutandola con fermezza finalmente, provocando dunque scompiglio attorno, ovvero della sana curiosità.

“quel sollecito di difficile compito
di morire migliori di come si è nati”

La poetessa elabora dell’umiltà con costanza, ed è divertente chiamarla nonostante le sue riflessioni sbriciolatesi per ricominciare nuovamente ad armonizzare, e cogliere stavolta il tono adatto per la sua pecca, sopravanzando i soldi al sussulto che si genera quando si esige riconvertirli; tra chi crea e chi esegue.

“io coi miei pensieri frantumati
mandati a capo come una cattiva poesia”

Purché si evidenzi con l’intensità di un approccio il candore del macigno che riponiamo in noi, senza poi rifiutarlo qualora infastidisca chissà quale andazzo civile, da raccontare per uno scritto che ostenti nulla, che ci renda consapevoli di ciò che siamo, e attivi di conseguenza."

                                                                                                                              Vincenzo Calò



sabato 24 settembre 2016

Un'altra alchimia

Siamo abituati a considerare l’alchimia una “pre-chimica”, un passo che ha preceduto la conquista della scienza matura. Le ricerche di Mircea Eliade, storico delle religioni e mitologo, mostrano ben altro. Se è vero che la chimica ha messo a frutto una certa empiria metallurgica e realizzato un “uomo-creatore” sognato dagli alchimisti, è vero anche che la ricerca di questi ultimi era di natura completamente diversa. Negli studi di Eliade, l’alchimista è un ricercatore spirituale che mira a trovare una vita purificata, non più soggetta alla morte.
           
Mircea Eliade (Bucarest 1907 - Chicago 1986) era allievo di C. G. Jung. Nel 1945, si trasferì a Parigi e, là, insegnò all’École Pratique des Hautes Études. Dal 1957 fino alla propria morte, fu docente all’Università di Chicago. Qui, considereremo due suoi saggi, pubblicati in Italia nel volume “Il mito dell’alchimia seguito da L’alchimia asiatica” (Torino 2001 e 2014, Bollati Boringhieri. Traduzione e postfazione di Guido Brivio). 
            Il primo scritto uscì, originariamente, come “The Myth of Alchemy”, in «Parabola», 3, 3, 1978, pp. 7-23, poi in “Mircea Eliade”, «Cahiers de l’Herne», 33, 1978, pp. 157-67, nella traduzione francese di Ilena Tacu (“Le mythe de l’alchimie”).
            L’intento dell’autore, come si accennava pocanzi, è quello di “ristabilire il senso e i fini originari dell’alchimia” (p. 9), secondo le acquisizioni della storiografia contemporanea. “È indubbio che gli alchimisti contribuirono di fatto al progresso delle scienze naturali, ma ciò accadde indirettamente - e solo come una conseguenza del loro interesse per le sostanze minerali e la materia vivente […] E tuttavia il loro interesse per la «sperimentazione» non si limitava all’ambito propriamente naturale. […] gli esperimenti che gli alchimisti conducevano sulle sostanze minerali o vegetali avrebbero avuto un fine ben più ambizioso: modificare la natura del loro stesso essere.” (pp. 9-10). Per l’appunto, Eliade sottolinea il rapporto che l’alchimia, in tutte le culture in cui si è sviluppata (cinese, indiana, egizia, islamica, cristiana, ebraica), ha mantenuto con una tradizione esoterica o mistica. Sottolinea, di conseguenza, anche l’importanza del segreto in cui viene trasmessa. Questo portò allo sviluppo di una ricca mitologia sulla “rivelazione” di verità dalla fonte storica ormai ignota.
            L’esigenza del riserbo - spiega Eliade - è legata alla natura iniziatica del sapere alchemico: esso viene trasmesso solo a chi è disposto a trasformare radicalmente la propria condizione umana. Un linguaggio segreto è poi l’unico che possa esprimere il nuovo modo di essere dell’iniziato. Un’esibizione delle sue esperienze straordinarie, del resto, turberebbe troppo chi non fosse in grado di comprenderle. 
Tavola dal manoscritto Zoroaster
(XVII sec.)
            Questo “inizio di una nuova vita” è ciò che starebbe dietro i fini delle tradizionali ricerche alchemiche (salute, longevità, trasmutazione dei metalli “vili” in oro, Elixir di lunga vita). Esso è adombrato anche in numerosi miti su sorgenti, piante e altre fonti di immortalità e/o rigenerazione. Il “soma” vedico - per esempio - è il succo di una pianta dai modesti effetti stupefacenti, impiegato come bevanda sacra. Più noti sono l’ambrosia, cibo degli dèi greci, e il calderone celtico che restituisce corpi resuscitati. Questo senza contare l’erba dell’Epopea di Gilgamesh, o tutte le piante e fonti miracolose delle fiabe.
            A proposito della “rinascita” dell’iniziato, Eliade cita casi di “regressus ad uterum”, cioè rituali in cui viene riprodotta la condizione prenatale. In India, il rito detto “dīkṣā” prevede la permanenza dell’individuo in una capanna chiusa, come nel grembo materno. L’uscita è una “nascita nel mondo degli dèi” (cfr. p. 18). Caraka (I-II sec. d.C. circa), “il più grande esperto di medicina indiana” (p. 18), consigliava una terapia analoga per ringiovanire. Il Taoismo, invece, conosce la pratica della “respirazione embrionale”, in cui l’adepto cerca di imitare la respirazione a circuito chiuso propria del feto (cfr. p. 20). I minatori e i metallurghi antichi guardavano ai minerali come a embrioni che crescevano nel ventre della Madre Terra (cfr. p. 21). Il fuoco, durante la forgiatura, non farebbe che renderli adulti. La trasformazione in oro sarebbe stata lo stadio ultimo di questa maturazione dei metalli e avrebbe richiesto migliaia d’anni nel grembo della Terra. “Una simile credenza […] si è conservata nell’Europa occidentale fino alla rivoluzione industriale” (p. 21). Questo status, probabilmente, era riconosciuto all’oro dalla sua immunità alla ruggine e al deterioramento. “«L’oro, è l’immortalità» ripetono i ‘Brāhmaṇa’, testi di esegesi rituale successivi ai ‘Veda’ redatti a partire dall’VIII secolo a.C. Dunque, una volta che si è riusciti a ottenere l’Elixir capace di trasformare i metalli in oro alchemico, si è raggiunta l’immortalità; la trasmutazione dei metalli equivale a una sorta di crescita miracolosa.” (pp. 23-24). Questa “medicina” detta Elixir è anche più nota come Pietra Filosofale. Il suo potere non sarebbe altro che quello di modificare i tempi dei processi naturali, accelerandoli (per far maturare) o facendoli tornare indietro (per ringiovanire).
            L’alchimia araba e quella europea dovettero molto al neoplatonismo e all’ermetismo rinascimentali. L’aristotelismo perse favore a vantaggio, appunto, del neoplatonismo, che prevedeva entità spirituali con funzioni d’intermediarie fra uomo, cosmo ed Essere Supremo. Prese vigore anche una lettura cristologica: “così come Cristo aveva riscattato l’uomo attraverso la sua morte e risurrezione, l’ ‘opus alchymicum’ avrebbe assicurato la redenzione della natura” (p. 28). Questo tipo di sapere si sposava bene con l’ansia di rinnovamento universale che animava l’Europa almeno dai tempi di Gioacchino da Fiore (Celico 1145 circa - San Giovanni in Fiore 1202). In vista di una riforma dei saperi, fu pubblicato un volumetto anonimo detto “Fama fraternitatis” (1614), che ispirò il movimento di pensiero dei Rosacroce. Fra i loro principali sostenitori, vi fu Robert Fludd (Bearsted, Kent, 1574 - Londra 1637), membro del Royal College of Physicians. Medico, sosteneva che la conoscenza suprema della filosofia naturale fosse inaccessibile a chi non fosse formato nelle scienze occulte. Riteneva infatti che la conoscenza del microcosmo (il corpo umano) rivelasse la struttura dell’universo e guidasse verso il Creatore; i due tipi di sapere sarebbero dunque stati speculari.
            L’approfondimento delle ricette alchemiche portò a esperimenti in laboratori attrezzati; l’interscambio fra studiosi creò accademie e società scientifiche. Protagonisti della rivoluzione scientifica, come Robert Boyle (Lismore Castle 1627 - Londra 1691) e Isaac Newton (Woolsthorpe-by-Colsterworth, 1642 - Londra, 1727), coltivavano conoscenze alchemiche (cfr. pp. 34 ss.).
            Tirando le conclusioni, Eliade afferma che il mito dell’alchimia è “uno dei rari miti ottimisti” (p. 38). Esso si basa sulla fiducia nell’uomo-creatore, capace di conferire la perfezione all’esistenza umana stessa. Le scienze sperimentali e il Positivismo ottocentesco altro non sarebbero che le versioni secolarizzate di questo mito. Il desiderio umano di precipitare il tempo, attraverso la lavorazione dei materiali in fabbrica e in laboratorio, ha tuttavia portato il lavoro umano - secondo Eliade - a un ritmo insostenibile, “senza però poter più disporre di quella dimensione sacra che rendeva sopportabile il lavoro in altre società.” (p. 40).
            Il secondo saggio del volume, come dicevamo, è “L’alchimia asiatica”. Esso comparve come “Alchimia asiatică”, per i tipi di Cultura Poporului, Bucureşti 1935. Come annuncia il titolo, questo testo guarda alla cultura cinese e a quella indiana.
In Cina, il primo testo alchemico propriamente detto si trova citato nello “Hanshu”, testo databile al I sec. d.C., ma che potrebbe essere di epoca più antica (cfr. p. 46). In esso, il mago Li Zhaojun raccomanda all’imperatore Wu (141-87 a.C. ca.) della dinastia Han di recare sacrifici al forno, per poter evocare esseri soprannaturali e saper mutare la polvere di cinabro in oro giallo. Le stoviglie prodotte con quest’ultimo sarebbero in grado di prolungare la sua vita, fino a metterlo in contatto con gli immortali. La residenza di questi ultimi sarebbe l’isola Penglai, celebre nelle leggende cinesi; qui, vi sarebbe un palazzo in oro e giada (entrambi materiali connessi all’immortalità, come vedremo anche più avanti) e la sua fauna sarebbe interamente di colore bianco, tinta della “non-dualità”. (Cfr. p. 46 e n. 3 a p. 46). Il tema dell’oro alchemico come Elixir di lunga vita è l’asse portante dell’alchimia cinese. Non si trattava, dunque, di cercare un metallo prezioso, ma di un materiale di qualità trascendente, capace di spiritualizzare il corpo (cfr. p. 49).
            Il Taoismo cinese prevede la presenza in tutte le sostanze dell’universo di due princìpi, lo “yin” (femminile, passivo, oscuro) e lo “yang” (maschile, attivo, luminoso). “Tutto ciò che è partecipa, in maggiore o minor misura, di questi elementi fondamentali. […] La trasmutazione dei metalli […] si compie eliminando lo ‘yin’ e accrescendo lo ‘yang’ ” (pp. 49-50). Ricchi di “yang” sarebbero l’oro e la giada, pertanto considerati in grado di assicurare longevità e salute. L’uomo che avesse assimilato sostanze ricche di “yang” si sarebbe anche armonizzato con il cosmo. “L’alchimia non può essere capita se non si tiene conto di questa funzione […] in virtù della quale l’individuo si sforza instancabilmente di raggiungere la comunione con i principi e l’armonia con le leggi, di modo che la vita scorra in lui senza ostacoli.” (p. 51). Piene di “yang” sono la tartaruga e la gru, dal cui carapace e dalle cui uova (rispettivamente) si distillano bevande. Fra le piante, si possono citare il pino e il pesco.
            Dopo l’oro e la giada, sono interessanti le perle. Capaci di preservare il corpo dalla decomposizione, compaiono spesso in rapporto col dragone (cfr. p. 55). La perla è “immagine del principio femminile, simboleggia la vita e la fecondità […] Perle e tartarughe, nella credenza degli antichi cinesi, crescono e diminuiscono in armonia con il ciclo della luna.” (p. 55).
            Un altro protagonista dell’alchimia è il cinabro. “Il suo colore rosso era ricco di proprietà vitali, essendo simbolo del sangue […] Ma non era soltanto il suo colore a fare del cinabro un veicolo per l’immortalità; era importante anche il fatto che, messo sul fuoco […] producesse mercurio, cioè […] «l’anima di tutti i metalli». […]” (pp. 59-60).
            La lavorazione di questi ultimi aveva parimenti un senso sacrale. Nei forni delle fonderie, avveniva un misterioso atto di creazione; il forno aveva, perciò, qualcosa di simile a un’intelligenza divina (cfr. p. 61).
            La natura mistica dell’alchimia cinese è sancita anche dai digiuni, dai sacrifici e dalle purificazioni che dovevano precederne la pratica (cfr. p. 66). Anche la respirazione andava curata al massimo, cosa che accomunava lo yoga al Taoismo.
           
Nel X sec., gli alchimisti taoisti accantonarono la fabbricazione dell’oro per concentrarsi proprio sulle possibilità spirituali delle loro operazioni: ovvero, sull’aspirazione all’autonomia dell’anima e all’immortalità del corpo. Tale concezione è illustrata nel “Trattato del dragone e della tigre” di Su Dongpo, redatto verso il 1100: “Il dragone è il mercurio. Esso è lo sperma e il sangue […] La tigre è il piombo. Essa è il soffio vitale e la forza del corpo.” (p. 73).
            Come mostra Eliade, la trasformazione dell’alchimia in una pratica ascetica e meditativa raggiunge il culmine con il taoismo d’ispirazione buddhista, nel XIII sec., quando entrano in voga le pratiche zen. (Cfr. p. 73).
            In India, invece, l’autore segnala scuole di matrice tantrica, appartenenti dunque a quella corrente che sintetizzò tutte le tecniche spirituali indiane (cfr. pp. 78-79). Esse, secondo diverse testimonianze di viaggiatori, avrebbero conosciuto la ricetta per una bevanda che assicurava lunga vita. Lo studioso islamico Al Bīrūnī (973-1048) riferì di una disciplina specificamente indiana, detta “rasāyana”, composta a partire da “rasa” (= “oro”). (Cfr. pp. 81-82). Essa sarebbe stata in grado di guarire malati incurabili e ripristinare la giovinezza.
Il fine ultimo di queste pratiche, così come di tutta la filosofia e la mistica indiana, sarebbe conseguire la “liberazione”, lo stato dell’anima illuminata senza brame o avversioni. (Cfr. p. 85). L’integrità e la salute fisiche sarebbero indispensabili allo scopo. “…le operazioni alchemiche che vanno sotto il nome di ‘rasāyana’ […] mirano, da un lato, alla purificazione dell’anima, dall’altro alla transustanziazione del corpo. In entrambi i casi si tratta di pratiche di ascendenza tantrica…” (p. 85). Questa tradizione tantrica conta ottantaquattro “siddha” (termine sanscrito traducibile come “maghi”); le biografie leggendarie considerano alcuni di loro in grado di fabbricare l’oro e l’Elixir di lunga vita (cfr. pp. 86-87). Nelle leggende e nel folclore indiano, poi, compaiono spesso allusioni al potere degli asceti di mutare il bronzo o altri metalli in oro per mezzo di un decotto vegetale (cfr. p. 90).
            Anche in India, nelle pratiche alchemiche è centrale il mercurio. Nel tantrismo, esso è il “principio generatore” (p. 94). Esso va “fissato” o “messo a morte”, ovvero calcinato (cfr. p. 95). In questo modo, “il principio dinamico, mobile, viene trasformato in principio immutabile, divino. La mutevolezza costitutiva dell’esperienza psichica, mentale, viene «ridotta», soppressa; l’anima così liberata risulta perfettamente stabile, proprio come il mercurio «fissato». L’operazione alchemica possiede dunque anche una valenza di redenzione” (pp. 95-96).
            Secondo il “Rasaratnākāra” (anteriore al III sec. d.C.), un Elixir a base di mercurio avrebbe trasmutato il corpo umano in corpo divino (cfr. p. 97). Tali segreti sarebbero stati rivelati all’autore, Nāgārjuna, dopo dodici anni di ascesi e per la sua devozione a Yakṣinī, “signora della pianta della ‘Ficus religiosa’ ” (p. 97). Oltre che alle pratiche mistiche, l’alchimia indiana si sarebbe dunque ricollegata anche ai culti della vegetazione. I monaci buddhisti di scuola tantrica fecero poi penetrare precocemente l’alchimia nel Tibet. Così come in Cina, in India sono attribuite dai Veda proprietà sacre all’oro e alle perle.

            Le due brevi opere di Mircea Eliade mostrano dunque che, nonostante i rapporti fra le due discipline, la chimica e l’alchimia non sono l’una la figlia dell’altra. Fin dall’inizio, esse sono parallele e separate, in quanto categorie mentali profondamente diverse (cfr. p. 101). “L’alchimia ha in sé una certa funzione spirituale: conseguire l’immortalità - o la liberazione, è lo stesso […] La chimica […] è una tecnica che ha come fine la conoscenza e il dominio del mondo naturale, fisiochimico” (p. 101).

Pubblicato sul quotidiano on line Uqbar Love (22 settembre 2016).

domenica 18 settembre 2016

I simboli dei Celti

Sabine Heinz, nata a Berlino nel 1963, è collaboratrice scientifica presso l’Università Humboldt. Là, guida la commissione di esperti in ambito celtologico. La posizione della Heinz è dovuta al suo studio di magistero in inglese e celtologia, nonché al successivo studio di ricerca a Berlino, grazie a una borsa presso l’Università di Friburgo i. Br. Sabine ha anche soggiornato più volte in Galles, per ragioni di formazione. Nonostante questo curriculum di tutto rispetto, però, deve lottare per ottenere il mantenimento della sua materia, che viene ancora insegnata a Berlino come “Vollkeltologie” (celtologia generale): facoltà nella quale, dal 1996, nessuno può più iscriversi. Un vero peccato, perché l’interesse non manca. Lo dimostra anche il manuale curato proprio da Sabine Heinz: “Symbole der Kelten”, Darmstadt 1997, Schirner Verlag (in Italia: “I simboli dei Celti”, Vicenza 2000, Edizioni Il Punto d’Incontro; trad. di Gabriella Balzaro).
Il testo affronta un ambito culturale assai sfaccettato e che copre diversi secoli. L’autrice è consapevole di non poter esaurire l’argomento; ma si augura comunque di essere riuscita “a gettare un sottile raggio di luce sulla magica e dinamica visione del mondo” (p. 11) che in detti simboli viene codificata.
Più d’uno risale alla realtà dell’800 a.C. Questo periodo è detto “cultura di Hallstatt”, dalla località austriaca dove sono stati fatti ritrovamenti essenziali. Una fonte importantissima per conoscere la religiosità dei Celti è invece il bacino di Gundestrup, calderone argenteo ritrovato nello Jütland (Danimarca), recante figure di divinità, scene rituali, animali fantastici (200 a.C. - 300 d.C., o 150 - 1 a.C. circa).
Come spiega la Heinz a p. 12 dell’edizione italiana, i Celti erano probabilmente originari delle aree sul Reno superiore e sull’alto Danubio. La loro estensione, a partire dal V sec. a.C., raggiunse il suo apice nel IV e nel III sec. a.C. Di fatto, le tribù celtiche arrivarono a occupare buona parte dell’attuale Europa, incluse le isole britanniche, l’Irlanda e persino parte dell’Asia Minore (dove furono chiamati "Galati" dai Romani).
Anche i Celti cristianizzati hanno lasciato testimonianza dei propri simboli. Se ne ritrovano nell’irlandese “Book of Kells”, manoscritto dei Vangeli riccamente decorato (VI-VII sec. circa). La sua iconografia unisce Cristianesimo e religione precedente, oltre a influssi bizantini e italici. Le sue miniature presentano tutti gli elementi principali della simbologia celtica, quali “spirali ramificate e intrecciate, ornamenti a reticolo con angoli a 45° e torques […] così come teste, zampe di animali e altre parti del corpo” (p. 13).
Come spiega la Heinz, “nell’arte celtica la simbologia è più importante della rappresentazione di azioni […] I Celti sembrano prediligere l’illimitato dell’immaginazione al sistema ordinato della realtà” (pp. 13-14).
Oggigiorno, per ovvie ragioni storiche, prevale un’interpretazione cristiana di questo patrimonio di segni, che rappresentano ormai solo frammenti del mondo antecedente. Oltre a ciò, bisogna ricordare che un simbolo - per propria natura - reca un significato sfumato e molteplice. Il lavoro della Heinz mostra i sommi capi del lavoro d’interpretazione, a uso di un pubblico ampio.
Ne “I simboli dei Celti”, non bisogna stupirsi di trovare molte immagini d’animali. “Gli animali hanno qualità e capacità che un tempo erano estranee agli uomini […] ma erano per loro ugualmente desiderabili” (p. 17). Sono molto rappresentati i serpenti, spesso attorcigliati fra loro. La loro capacità di cambiar pelle ne fa simboli di rinascita; la loro forma (simile al pene e al cordone ombelicale) li collega alla fecondità. Il loro veleno ha il valore ambiguo che aveva anche presso i Greci: quello di liquido letale o di medicina. La forma del loro corpo ne fa lacci, legami fra acqua, cielo e terra. La presenza di vermicelli nell’acqua li rende, appunto, collegati al culto della medesima; altri miti fanno del serpente un protettore e un guardiano, soprattutto all’ingresso dell’Oltretomba (forse, perché vive nelle buche della terra?). Parente stretto del serpente è il drago, che - com’esso - è custode; ma rappresenta anche la forza nel combattimento.
L’uso simbolico del serpente è particolarmente interessante nel caso dell’avo indiviso, ovvero l’umanità originaria, non ancora scissa negli aspetti maschili e femminili. Il suo inguine è costituito da un rettile che nasce da un uovo. “L’atto della creazione viene in questo caso raffigurato mediante il serpente che fuoriesce dall’uovo. Il serpente non possiede gambe e, di conseguenza, è visto come pre-antropico. Il serpente esce dall’uovo (simbolo della morte) e dà un morso alle mammelle (simbolo della vita)” (pp. 25-26). 

Il cervo è invece una divinità, adorata come “Cernunnos”. “Il ritmo della crescita delle sue corna corrisponde alla semina e al raccolto del grano; il grano, invece, è la dimostrazione della vita dopo la morte” (p. 47). Come mostra anche il logo di un famoso liquore, il cervo fu cristianizzato nella leggenda di Sant’Eustachio: come racconta Jacopo da Varazze (“Legenda aurea”, anni ’50-’60 del XIII sec.), la sua conversione a Cristo sarebbe stata determinata dall’apparizione di un cervo con una croce fra le corna. In questo modo, l’antico senso della resurrezione come ciclo della natura avrebbe assunto il significato escatologico proprio del Cristianesimo. Il nome stesso di “Eustachio”, in greco, significa “colui che dà buone spighe”.
Come il cervo, alla foresta misteriosa è legato il cinghiale. “La sua naturale aggressività lo fa diventare un simbolo bellico; la sua ira ha effetto distruttivo […] I cinghiali venivano portati dalle truppe gallesi davanti a sé […] e, di conseguenza, potrebbero aver voluto significare la dignità regale/lo status di capo oppure la sovranità di una tribù, e naturalmente anche la ricchezza. […] Il cinghiale veniva messo in rapporto con il dio Esus, il dio della foresta […] Simboleggia una forma sviluppata di fecondità […] Spesso il cinghiale viene raffigurato insieme al cervo. Entrambi simboleggiano le metamorfosi e le trasmigrazioni. Entrambi erano animali tra i più cacciati” (p. 63). Simile al cinghiale è il maiale, “simbolo dell’ospitalità e della gozzoviglia” (ibid.), dato che era pietanza da banchetto. “Viene mangiato, per rinascere nuovamente e per venir mangiato un’altra volta. Viene usato come nutrimento dei morti oppure per essere rapiti verso il mondo dell’oltretomba. Il maiale è garante di una vita sempre giovane, sana e senza preoccupazioni. I maiali immortali possono portare salvezza, ma anche sfortuna. I signori dell’aldilà vengono spesso accompagnati da cinghiali. Spesso i maiali vengono messi nelle tombe, anche separatamente, e sacrificati” (pp. 63-64).
Ovvio simbolo di crescita e fecondità è il coniglio, che “in Grecia è l’animale sacrificale di Afrodite” (p. 79).
Nel bestiario celtico, sono presenti molti uccelli. Ne citeremo due: la civetta e l’aquila.
La prima, per via dei grandi occhi, è simbolo della Grande Madre, “colei che protegge”. La seconda è ammirata per la sua apertura alare e l’altezza del suo volo; è “la meta di metamorfosi con le quali, per esempio, si può continuare a vivere nell’aldilà. Le vengono attribuite anche saggezza e capacità di chiaroveggenza, cosa che le dà il diritto alla dignità regale” (p. 103). In una fiaba gallese riportata dalla Heinz, l’unica sposa degna dell’aquila risulta essere proprio la civetta.
            Il culto dell’acqua e delle fonti salutari fa sì che, nei simboli celtici, compaiano molti pesci, portatori di virtù benefiche e persino di anime umane. Migrando per la deposizione delle uova, essi appaiono come tramiti fra mondi diversi.
            Fra le piante, molto rappresentata è la quercia, fondamentale fornitrice di materiale per carri e navi. “Le sue ghiande sono anche d’inverno cibo per gli animali e per gli esseri umani e sono note anche come mezzi che inducono alterazioni nello stato di coscienza, se assunti crudi. L’impiego di mezzi del genere è diffuso in tutto il mondo, sia per migrare tra i mondi e/o per ottenere ulteriore conoscenza…” (p. 146). Non stupisce che gli addetti al sacro fossero detti druidi, dalla “parola gallese […] ‘derwydd’, cioè uomo della quercia” (ibid.). Legato a questa pianta è il vischio che vi cresce. Esso aveva proprietà medicinali come panacea, ma soprattutto come narcotico. Era poco diffuso, quindi prezioso, e venivano raccolte con la falce solo nel sesto giorno della luna. Per questo, la sua stessa raccolta era una cerimonia. Allora - spiega la Heinz - le piante di vischio venivano poste intorno alle corna o ad altre parti del corpo dei tori, come fossero torques. “Ai giorni nostri, il vischio è segno del destino. Qualunque cosa si pensi in sua presenza, essa accade” (p. 149).
            Più legato all’aldilà è il melo; il suo frutto compare nella letteratura celtica anche come simbolo dell’amore che nutre, o come prova di un’impresa compiuta (in modo del tutto simile a quanto avviene nel mito di Eracle e delle Esperidi).
            Per passare agli strumenti musicali, l’arpa “viene anche messa in rapporto con la triscele, cioè con il culto solare” [per via della forma triangolare] (p. 161). “…era vista come strumento animato con almeno tre melodie: ridere, sospirare, dormire” (ibid.). La sua vicinanza alle emozioni umane ne fa un simbolo dell’anima immortale.
            Come abbiamo accennato prima, parlando del bacino di Gundestrup, nella cultura celtica è centrale il paiolo. Strumento fondamentale per la vita associata (a causa delle sue funzioni culinarie), è dunque segno di abbondanza e contenitore di tesori. Da esso, vengono sia la vita che la morte - probabilmente, perché dà vita col nutrimento, restituendo trasformati gli ingredienti morti. Può perciò ringiovanire, o creare terribili “morti viventi” (come nel IV ramo del “Mabinogion”). È urna per i defunti, contenitore sacrificale: insomma, una porta fra l’aldiquà e l’aldilà. “I paioli legano tra loro gli elementi conservatori della vita, fuoco e acqua, ed è possibile che essi […] vengano considerati una forma divina che proviene direttamente dal ventre della dea madre” (p. 167).
            Più volte, abbiamo già citato i torques, collari semicircolari composti da fili di metallo intrecciati, con pomelli o anelli sulle estremità. Indicano potere e prestigio, dunque anche la capacità di proteggere.
            Non possiamo non menzionare la cosiddetta croce, o meglio ruota celtica: raffigurazione della compagine del mondo, dei quattro punti cardinali o anche dell’albero dell’universo. La forma di ruota rimanda, ancora una volta, al Sole, nonché alla protezione - come mostra la pianta rotonda di castelli e case. 
Una delle fàlere celtiche del I sec. a.C. ritrovate a Manerbio (BS) nel 1928.
Essa reca il simbolo della testa (ai bordi) e quello della triscele (al centro).
            Per quanto riguarda i numeri, citeremo la frequenza del tre, che abbiamo già visto in rapporto alla forma dell’arpa. Il triangolo “indica i tre lati della vita: la nascita-la vita-la morte. Si tratta di un numero basilare, al quale si può ridurre l’intero essere: l’inizio-il punto mediano-la fine; il passato-il presente-il futuro…” (p. 229). La raffigurazione del tre ricorre spesso, però, come triade (simbolo a tre lobi). Essa si è conservata anche nel trifoglio di San Patrizio. “Le più importanti saggezze della vita, le personalità, gli animali, e altre cose ricche di significato per la società di allora, sono ripartite in sistemi triangolari. […] Il numero tre, oppure la triade, si è conservato fino ai giorni nostri in tutto il mondo come rafforzamento” (p. 233). Versione particolare ne è la triscele, ovvero la ruota solare a tre pale che indica il movimento degli astri. “…questo simbolo sta  a significare la spirale della vita, che abbraccia la terra” (p. 237).
            Sheila-na-Gig, la figura femminile che mostra la propria fertilità, sarebbe poi un’antenata delle tante sirene a due code che si ritrovano nei capitelli delle chiese romaniche, secondo Ivan Illich.
            Altro elemento molto raffigurato è la testa umana, che contiene l’essenza della vita, ed era perciò molto ambita come trofeo in battaglia.
            Come già accennato, la riflessione mitologica dei Celti comprendeva anche il destino dell’anima, destinata a passare da un mondo all’altro attraverso la morte.  Questo “mondo altro” riceve diversi nomi; famoso è divenuto “Avalon”, cioè “isola della mela” (p. 279). La credenza nell’immortalità, come detto per il culto del cervo e per il maiale, è legata all’osservazione dei cicli della natura. Non stupisce, perciò che anche il calendario celtico sia circolare. Esso è diviso in quattro spicchi, rappresentanti le festività principali che scandivano le stagioni. Citiamo soprattutto Samhain, divenuta popolare come “Halloween”. “Come a Roma, in questi giorni era aperta l’entrata verso il mondo terreno e il mondo dell’aldilà, cosicché si poteva arrivare a una comprensione con gli abitanti di quei mondi. Naturalmente […] non tutto ciò che proveniva dal mondo dell’aldilà era desiderato, motivo per cui si prendevano delle precauzioni contro le calamità. […] si attizzavano dei fuochi, presso i quali si accendeva un mucchio di legna per il proprio focolare. […] La festa di Samhain segnava l’inizio dell’inverno e il cambio dell’annata […] La notte precedente al 1° novembre […] era una delle tre notti degli spiriti […] Venivano fatte delle profezie […] con sassi oppure noci, e, a seconda di come si queste si comportavano fra le fiamme del fuoco, il nuovo anno sarebbe stato buono oppure cattivo, il desiderio espresso verbalmente veniva esaudito e l’evento sperato si verificava oppure no. Soprattutto in questa notte gli spiriti aiutavano molto a prendere la propria decisione…” (p. 289). 

            La complessità della simbologia celtica è, senz’altro, inesauribile. Ma tutti i significati di un segno gemmano da un solo nocciolo: le basi biologiche della vita umana e il valore che ogni elemento della natura ha nei confronti di essa.

Pubblicato sul quotidiano on line Uqbar Love (17 settembre 2016).

La Festa della Musica

La fine dell’estate ha portato con sé la Festa della Musica: l’evento organizzato dalla Civica Associazione Musicale Santa Cecilia, in collaborazione col Comune di Manerbio. La locandina prevedeva quattro serate, dal 25 al 28 agosto 2016, presso l’Area feste di via Duca d’Aosta. La disgrazia avvenuta in Italia centrale ha indotto l’associazione a devolvere parte del ricavato a sostegno dei terremotati. 
Ogni sera, giochi gonfiabili intrattenevano i bambini; un chiosco di crêpes e zucchero filato pensava ai loro palati. Era possibile partecipare a una lotteria. I gadget dell’associazione erano proposti su una bancarella che ospitava anche oggetti d’artigianato artistico.
            Tutte le sere, i membri della Santa Cecilia si sono adoperati nel servizio bar-ristorante. I piatti serviti, naturalmente, erano a base di salsiccia (immancabile il pà e salamìna), polenta, formaggi, casoncelli, patatine, tagliata di manzo, torta fritta con salumi o nutella. Oppure, mezzo pollo arrostito con patatine, o una fetta d’anguria. Il “Piatto della Musica” era un generoso campionario di assaggi.
I Batmen
            Le vere pietanze, però, erano ovviamente di carattere sonoro. Il 25 agosto, sul palco, sono saliti i Midnight Five, una “acoustic band” che ha fatto rivivere brani più o meno famosi. Con loro, c’erano due giovani “new entries”: il percussionista Francesco Bodini e la cantante Valentina Gabanetti. La voce femminile ha suscitato quella “febbre” di cui parla la canzone omonima, “Fever” (Peggy Lee, 1958). Ma sono stati applauditi anche brani più “nostrani”: la storia di un menestrello (figura in cui i Midnight Five si sono apertamente identificati) che, con la propria arte, sconfigge un re; la vicenda di un “matto” che ha saputo mantenersi sempre giovane; la vita di Emilio, personaggio locale che ha deciso di vivere solo secondo i propri ritmi e chiedendo consiglio al cane. Il 26 agosto, sono arrivati i GVO (Good Vibes Only). Come recita il nome, non hanno proposto testi, ma “solo le buone vibrazioni” dei loro ritmi funky e jazz. La sera seguente, è stata la volta dei Batmen, storica e immancabile band manerbiese che beffa l’età grazie al rock e alla musica leggera. Naturalmente, hanno riproposto il loro cavallo di battaglia, la cover di “Apache” (The Shadows, 1962). Ma si sono alternate anche le impronte di Cesare Cremonini, Charles Aznavour, Adriano Celentano, Gianni Morandi, i Pooh, i Santana, Fausto Leali, la Premiata Forneria Marconi, Franco IV e Franco I (quelli che scrivevano “t’amo” sulla sabbia…), Franco Califano e altre voci vintage. 

The Sunrises
            Il 28 agosto, per chiudere in bellezza, è stato offerto un aperitivo, con l’accompagnamento del gruppo giovanile “The Sunrises”. Il finale - letteralmente esplosivo - è stato affidato ai Bubblegun, che hanno proposto ruggenti pezzi rock targati anni ’80. Tra gli ABBA, una giovane Madonna (la pop star, s’intende), i Bon Jovi, Donatella Rettore, gli Shocking Blue, Donna Summer, Cyndi Lauper e gli Europe, l’Area feste si è trasformata (mentalmente) in discoteca e ha concluso gridando ai “Ghostbusters!”. Tra nostalgia e grinta, l’importante è che nessuno fermi la musica.

Paese Mio Manerbio, N. 112, settembre 2016, p. 11.

La sagra di S. Rocco

Di S. Rocco, esiste una biografia conosciuta come “Acta breviora”, composta in Lombardia verso il 1430. Da essa, è tratta la vulgata che vuole il santo come originario di Montpellier. Di famiglia benestante, una volta orfano avrebbe venduto tutti i propri beni e si sarebbe diretto verso Roma come pellegrino. Lungo il cammino, si sarebbe posto a servizio degli appestati, contraendo il contagio egli stesso. L’unica creatura che gli avrebbe recato qualche conforto sarebbe stato un cane, col quale è costantemente raffigurato. Giunto sulle rive del Lago Maggiore, S. Rocco sarebbe stato scambiato per una spia e sarebbe morto in carcere. Nonostante il suo culto sia popolarissimo sia in Francia, sia in Nord  Italia, non si hanno informazioni sicure su di lui dal punto di vista storico. Unica ipotesi accettabile, circa la collocazione temporale, è quella che lo vuole vissuto nella seconda metà del XIV secolo. La biografia citata, dunque, sarebbe stata composta quasi cent’anni dopo la sua nascita. È probabile che S. Rocco, più che un personaggio storico, sia un archetipo: l’immagine di un’esperienza universale, in questo caso quella del “santo pellegrino”. Essa rovescia l’usuale figura del forestiero come portatore di malattie e pericoli: un pregiudizio diffuso in Europa durante le epidemie di peste, in cui gli stranieri erano facilmente additati come diffusori del contagio. Il culto di S. Rocco avrebbe esorcizzato sia la paura degli “untori” che quella del morbo.
            A Manerbio, gli è stata dedicata una chiesa, eretta probabilmente a partire dal 1513, secondo lo storico Mons. Paolo Guerrini. La data segue un periodo - per l’appunto - di pestilenze, determinato dall’invasione francese di Carlo VIII e di Luigi XII. La collocazione del santuario è periferica: probabilmente, era il sito del lazzaretto e del cimitero degli appestati. 

            Nonostante l’emozione per questo culto sia in calo, la sagra di S. Rocco rimane un appuntamento fisso per i manerbiesi. Nel 2016, le celebrazioni sono durate dal 14 al 16 agosto, data vera e propria della ricorrenza. I festeggiamenti profani sono stati preceduti dalla preghiera del Rosario e da due Messe; quella solenne si è tenuta la sera del 16. La piccola fiera era stata organizzata da volontari della diaconia. Essa ha compreso luminarie, una pesca, una bancarella di dolci e una di giocattoli. I manerbiesi hanno danzato al suono di due orchestrine: quella di Cesare (il 15 agosto) e quella della sua famiglia al completo, la “Janita Music” (16 agosto). I ritmi proposti erano quelli sempreverdi del liscio, del latinoamericano, degli anni ’60-’70-’80. Erano compresi arrangiamenti ballabili di Lucio Battisti, di Adriano Celentano, dei Nomadi. Un occhiolino è stato strizzato anche a tormentoni recentissimi, come “Sofia” di Álvaro Soler (2015).
            La peste (si spera) riposa in pace, ma non la voglia di stare insieme al chiaro di luna, “come ai vecchi tempi”, in cui un’orchestrina di liscio faceva battere il cuore più dei ritmi techno.

Paese Mio Manerbio, N. 112, settembre 2016, p. 6.

sabato 17 settembre 2016

La corsa della memoria

Come avviene annualmente, Manerbio è stata una tappa della “staffetta della memoria” che attraversa Milano, Brescia e Bologna. L’iniziativa, per l’appunto, ricordava la strage avvenuta alla stazione bolognese il 2 agosto 1980, alle ore 10:25. Un’esplosione uccise ottantacinque persone e ne ferì altre duecento. Per il massacro, furono condannati membri dei Nuclei armati rivoluzionari, organizzazione di estrema destra; di depistaggio furono riconosciuti responsabili uomini dei servizi segreti e della loggia massonica deviata nota come P2. Bologna, probabilmente, fu scelta in quanto capitale simbolica del Partito comunista italiano in quegli anni. 

Le tre tappe principali della staffetta “Per non dimenticare”, naturalmente, sono unite dal filo rosso del terrorismo italiano nel secondo Novecento. Milano, infatti, fu la sede della strage di Piazza Fontana (12 dicembre 1969) e Brescia di quella in Piazza della Loggia (28 maggio 1974).
            A Manerbio, il 1 agosto 2016, è arrivato il Gruppo Podistico Allegrini di Brescia, sulle note di “Bella Ciao” trasmesse dagli altoparlanti. In attesa, a rappresentare il Comune, c’erano l’assessore Fabrizio Bosio, la consigliera comunale Annamaria Bissolotti e il vicesindaco Nerina Carlotti. Con loro, erano in Piazza Italia membri dell’ANPI e del SPI-CGIL (Sindacato Pensionati Italiani).
            Il Gruppo Podistico Allegrini, si era unito all’AGAP (Associazione Gruppi Amatoriali Podistici) di Milano e al Coordinamento Staffette Podistiche di Bologna. I furgoncini che accompagnavano gli atleti portavano il nome del Comune bolognese e quello della Cooperativa Sociale Santa Rita - onlus di Milano.
            Il passaggio di consegne ha previsto anche un omaggio a Nerina Carlotti: una “pigotta”, una bambola di pezza che era la mascotte della corsa. Dopo la breve cerimonia, i podisti sono stati ospitati dal caffè - forneria “Pane in Piazza”, per un rinfresco. Il sorriso di un momento, prima che la memoria continuasse a correre.

Paese Mio Manerbio, N. 112, settembre 2016, p. 5.

Incontro Islam-parrocchia: pensieri e parole

Il 26 luglio 2016, due terroristi hanno ucciso padre Jacques Hamel nella chiesa di Saint-Étienne-du-Rouvray, vicino a Rouen. Gli attentatori hanno rivendicato la propria appartenenza all’Isis.
            In risposta al gesto, le comunità musulmane, in più luoghi, hanno dimostrato la propria presa di distanza dal terrorismo e la propria solidarietà ai cattolici presenziando alla liturgia in chiesa. Anche a Manerbio ha avuto luogo una versione della manifestazione, il 7 agosto 2016. L’incontro si è tenuto dopo la Messa delle 18:30, sul sagrato della pieve: una collocazione più “neutra” e, allo stesso tempo, più visibile. 

            Circondati da una piccola folla, hanno preso la parola don Tino Clementi, arciprete della parrocchia di S. Lorenzo Martire, e Issa Nabil, imam della comunità islamica presente a Manerbio. Quest’ultima, come sempre, era riunita sotto le insegne dell’Associazione Chorouk, con tanto di cartelli contro la violenza e il terrorismo. Presente era anche il presidente della suddetta associazione, Allal Martaj.
            L’incontro ha preso le mosse dalla comune “discendenza da Abramo”, il patriarca biblico che rappresenta la radice di Ebraismo, Cristianesimo e Islam. Don Tino, in particolare, ha citato il mancato sacrificio di Isacco: l’episodio archetipico di Gen 22, 1ss., in cui Dio si contenta di mettere alla prova la fede di Abramo, per poi vietargli i sacrifici umani. Issa Nabil ha aggiunto un altro passo: quello di Caino e Abele (Gen 4, 1ss.). Esso presenta l’assassinio come radicato nell’uomo fin dalle origini, nella sua brama e nel suo egoismo, prima dell’elaborazione di qualunque religione. «Non esiste il diritto di uccidere» ha proclamato Nabil, a nome dei correligionari. «Le guerre hanno altre cause, come il possesso del petrolio».
            Nell’intervento dell’imam, era evidente il timore di ritorsioni indiscriminate sulle persone di fede islamica. In Europa, infatti, si fa sempre più strada il concetto di “islamofobia”: quello usato per spiegare le aggressioni ai musulmani in strada, le scritte sui muri delle moschee, gli attacchi personali, i saccheggi dei luoghi di preghiera da parte della polizia e altri episodi simili denunciati già lo scorso novembre in Francia dall’Associazione contro l'islamofobia (appunto). Quello che incombe è lo spettro del facile capro espiatorio. 

            Anche in questo senso si può leggere l’invito finale di don Tino Clementi a “vigilare”, con tanto di richiamo alla parabola della zizzania (Mt 13, 24-30). Vigilare contro la xenofobia e l’islamofobia, ma anche - da parte della comunità musulmana - impegno concreto a isolare e denunciare gli eventuali terroristi al suo interno. Senza tutto ciò, gli incontri di pace sarebbero lettera morta.

            Quello manerbiese del 7 agosto 2016 si è concluso con una preghiera comune silenziosa e tante strette di mano. È stato solo l’inizio; ma è stato conforme ai consigli del prof. Michele Brunelli, docente di Storia ed istituzioni delle civiltà musulmane all’Università degli studi di Bergamo e all’Università Cattolica di Brescia. La sua conferenza sull’Isis al Teatro Civico “M. Bortolozzi” (13 maggio 2016) indicava nel dialogo interculturale l’unico modo per isolare i terroristi e togliere alimentazione al fondamentalismo. Il quale non solo non ha paura di una guerra di civiltà, ma fa di tutto per allargarla.