mercoledì 31 agosto 2016

La nipote del diavolo - III, 8

Parte III: Colloqui



8.

Finalmente, Nilde e Michele Ario erano l’uno di fronte all’altra – la katana stretta da ambedue le mani e puntata all’altezza degli occhi dell’avversario. Eppure, non c’era traccia di sudore, sulle loro fronti. Riuscivano a gustare la brezza primaverile che soffiava sui loro volti, talora, qualche petalo di ciliegio. La luna illuminava lo spiazzo in cui si trovavano. Irene Serra assisteva nell’ombra.
           
Le spade cominciarono un colloquio muto e argentino, disegnando archi nell’aria. Si interrogavano, si provocavano, si rispondevano, si abbracciavano e si discostavano, come corpi. Quella di Nilde descriveva sei anni di silenzio trascorsi per amore dell’incolumità di un altro, nella paura che non uscisse più vivo dalla casa dello zio. Descriveva l’orrore d’essersi ritrovata in una bara, con le membra che non le rispondevano e l’encefalo ottuso dalla nausea. Urlava il desiderio di formarsi una famiglia sua, con qualcuno che non fosse un farabutto manipolatore. E spandeva il rimpianto per non aver mai pronunciato vere parole d’affetto per quell’uomo chiuso e ambiguo, che – forse – non aveva osato mendicare l’amore della nipote. Lo faceva, in quel momento, la katana di Ario. Mentre la lama sfiorava le carni della ragazza, essa le rimproverava ferocemente i bronci infantili, gli atti di sfida, i mutismi, il sarcasmo. Così come il desiderio d’obbedienza e attenzione da parte dello zio non aveva potuto toccare Nilde in tutta la propria vita, così il taglio della spada non la raggiungeva mai. I fendenti dell’uomo tracciavano anche un racconto che lei non poteva intendere: quello di sua madre, sola con il cognato in quello studio ove lo psicologo aveva osato parlarle unicamente di fiducia nella vita, senza mai proporgliene una con lui. Quando la katana di Ario terminò la triste storia, fu come se lui stesso si consegnasse alla lama di Nilde. La sua caduta parve lieve, come un petalo di ciliegio.

[Continua]

Pubblicato sul quotidiano on line Uqbar Love (30 agosto 2016).


lunedì 29 agosto 2016

Confiteor

Tempo fa, ho composto un’Apologia negativa, per riflettere su quali non fossero i motivi per cui avevo abbandonato il cattolicesimo. Per un’esigenza di chiarezza con me stessa e con coloro con cui mi relaziono, preferisco aggiungere - ora - dichiarazioni in positivo. 

            Ho trascorso circa due anni di precarietà in senso spirituale, cosa abbastanza ovvia per chi prenda sul serio questo ambito e non voglia fare affermazioni affrettate o false. Ma, alla fine, il processo ha raggiunto il proprio esito. All’inizio, la mia crisi religiosa sembrava legata alla mia appartenenza al mondo LGBT. Ma questo, per anni, non era stato sufficiente a scalfire la mia esperienza di fede. Avevo contattato il Progetto Gionata e l’associazione "Il Guado", due realtà ricche di stimoli in questo senso. Anche senza di queste, avrei comunque riposato sulla pace della mia coscienza, perché in nulla dei miei sentimenti o dei miei atti si potevano trovare morbosità o consumismo del piacere.
            Il discorso è cambiato, nel momento in cui è stata in questione la natura di ciò che chiamavo “fede” o “adesione al cattolicesimo”. Per essere membri a pieno titolo della Chiesa di Roma, è essenziale l’aspetto dottrinale: ovvero, la coincidenza fra le proprie convinzioni e gli insegnamenti raccolti nel documento noto come Catechismo; o, almeno, la volontà di farli coincidere. Per una sintesi e un confronto, rimando al testo dell’Atto di fede.
            La mia vita religiosa, invece, aveva radice in un’esperienza di esplosiva illuminazione che avevo sperimentato nella preghiera verso i miei dodici anni. Ridurla interamente in parole è impossibile. Posso paragonarla all’inondazione improvvisa della mia psiche, d’un tratto ripiena di un “caldo sentimento” che le faceva vedere ogni cosa come preziosa e prodigiosa. L’unica cosa con cui sapevo confrontarla erano le estasi dei santi, nelle note agiografie. Né fu quella la fine del mio percorso, anzi. Ma sarebbe troppo lungo relazionarlo in questa sede.
            Il fatto che la mia fede venisse da una forte esperienza personale e non dall’opera persuasiva di un’istituzione, però, la rendeva già di per sé aconfessionale. Il misticismo, così come le apparizioni e la taumaturgia, è un fenomeno che le religioni storiche organizzate cercano d’inglobare - perché attira adesioni e perché non lo si può ignorare. Ma causa anche imbarazzo e volontà di indagare, proprio per la sua difficile riducibilità a un’ortodossia. Non è dogma; e non è razionalizzabile. Trova la propria radice nel suo stesso verificarsi, nell’essere esperienza e fatto. Per questo, non posso tuttora affermare che i fenomeni religiosi siano fatti di sola menzogna. Ma quel che abbiamo considerato impone un’altra osservazione: ciò che ho vissuto nella preghiera avveniva dentro di me. Non aveva un’evidenza incontrovertibile per gli altri, né si verificava necessariamente in loro. Era, letteralmente, un’esperienza per iniziati. Era in contrasto con l’assunto dell’esistenza di un Dio oggettivo ed esteriore - tanto esteriore da essere trascendente. Potevo ben considerare la mia esperienza un “dono di Dio”, una “prova della Sua esistenza”. Potevo tacciare gran parte del mondo di essere troppo cieco per vederLo. Ma l’assoluta casualità della mia illuminazione mi aveva mostrato come fosse impossibile produrla “a comando” e anche come non esistessero ragionamenti o prove empiriche per renderla evidente.
            I miei studi nel campo delle Lettere antiche - e dei testi biblici in particolare - mi restituirono un quadro inesauribile dell’esperienza religiosa ebraico-cristiana. Mi resero - per così dire - più vive e concrete quelle vicende che avevo gustato solo sotto forma di pie storielle. Ma cancellarono qualunque possibilità di dogmatismo. I testi sacri mi apparvero nella loro storia di aggiunte, traduzioni, interpolazioni, incertezze sul canone. Ciò mi dimostrò che, dietro di essi, c’era una viva esperienza storica del “divino”, cosa che spiegava la tormentata vicenda dei testi. Quel che è vivo si muove. Di certo, non avrei potuto brandire quei versetti come arma di certezza incrollabile. Ma la confessione in cui ero cresciuta era comunque contraria al letteralismo, nella lettura dei testi biblici, quindi non mi parve un grosso problema.
            Non potendo trovare conoscenze oggettive sul divino fuori da me stessa, mi concentrai su quanto di tangibile e innegabile avevo a disposizione: quella mia primitiva esperienza e ogni cosa si muovesse dentro di me nel rito e nell’orazione. Sviluppai così, inconsapevolmente, un atteggiamento tipico delle tradizioni spirituali non teiste. Ritrovai il mio vissuto interiore nei racconti dei saggi taoisti e nel satori del Buddhismo zen.
            Già da tempo, per il resto, mi sentivo sempre più lontana da atteggiamenti tipici dei cattolici ferventi, che erano stati anche miei. Non mi sforzavo più di leggere qualunque avvenimento secondo i dettami dottrinali, perché mi rendevo conto che quel surriscaldamento mentale complicava la realtà, anziché renderla più chiara. Trovavo anche assai poca onestà intellettuale nel voler incasellare ogni fenomeno in uno schema già dato: la mia mente, in quel modo, serviva solo il mio bisogno di rassicurarmi e la mia superbia di sentirmi nel vero, più che l’interesse di conoscere.
            Il mio distacco dal cattolicesimo diveniva anche morale. Condividevo sempre meno il tipico atteggiamento “i precetti rimangono questi, pratichiamoli come possiamo”. Trovavo che una regola, per essere tale, dovesse essere non solo applicata effettivamente (e in prima persona!), ma anche essere dettata da una necessità. E la Necessità non ha misericordia. Ma non impone nemmeno sforzi superflui, generatori di nevrosi o ipocrisie, come mi è capitato di rilevarne in persone che volevano essere all’altezza di un’immagine troppo diversa da loro stesse. I richiami evangelici contro le complicazioni farisaiche della morale incoraggiavano queste mie convinzioni.
            Nel frattempo, sia la mia riflessione personale, sia l’esperienza della meditazione zen mi facevano toccare con mano l’inconsistenza delle mie immagini mentali. Avevo già sperimentato l’impossibilità di afferrare il divino con le categorie del pensiero; si aggiunse la consapevolezza della loro fallacia. Essa non si trasformò in nichilismo, ma in un più forte senso della realtà - che, in quanto tale, può solo essere vissuto, non trasmesso a parole. Questo senso della realtà è anche ciò che tiene lontani dai due estremi del relativismo spicciolo e del dogmatismo. Entrambi sono sradicamenti dal concreto.
            Credo che quanto detto sia sufficiente a spiegare l’espressione con cui mi sono chiamata: “agnostica non razionalista”. “Agnostica”, perché le mie posizioni non coincidono con nessuna delle religioni che conosco; perché dare al trascendente qualche attributo (compreso quello della non-esistenza) significherebbe contraddirne la trascendenza, che è inafferrabilità da parte degli strumenti conoscitivi. “Non razionalista”, perché riconosco dignità socio-culturale (e necessità alla felicità umana) anche a ciò che non è prodotto della mera ragione: misticismo, taumaturgia, arte romantica e surreale, poesia, rapporti affettivi, meditazione, estasi, sensazioni.

Per lunga che possa sembrare questa confessione - che è anche una dichiarazione di apostasia - nessuna parola, in essa, è definitiva o superflua.

giovedì 25 agosto 2016

Volontà di potenza

Volontà di potenza. Un’espressione ormai demonizzata, perché comunemente collegata alla sopraffazione, alla quasi omonima “politica di potenza”, al disprezzo del più debole.
            Solo pochi sanno coglierne un altro significato - forse, quello più vero. Sono coloro la cui anima è stata baciata dal Veleno Blu

 Passano la vita appesi a un crine di cavallo, come la spada di Damocle, sopra il baratro della depressione. Non è un male storico; non può essere ricondotto alla lotta di classe, allo sfaldamento delle ideologie, ai conflitti in corso. È nato con loro, solo con loro morirà. Per questo, guardano con distacco e ironia a ogni discorso ufficiale e alle categorie dei manuali di storia. Non è qualunquismo o ignoranza: è consapevolezza che non tutta la realtà può essere triturata e digerita da quel lessico. Il Veleno Blu, per esempio, non può. Non è nemmeno egoismo. Costoro hanno, spesso, passato la vita a occuparsi di qualche ideale, quale che fosse; a prodigarsi per i prossimi e i lontani. Semplicemente, non hanno l’ingenuità - o la malafede - di identificarsi con quell’immagine di filantropi che avrebbero potuto costruirsi indosso. Sanno che il filantropo è sempre tale a beneficio di sé, prima che degli altri. Sanno che chiunque diventa un leone, quando si tocca il rispetto dovuto a lui - meno assai quando viene toccato il rispetto per altri. Piuttosto che essere “santi” di questa fatta, preferiscono rimanere oneste nullità.
            Non hanno paura di chi li apostrofa con le vecchie tacce di accidia, decadentismo, disfattismo, qualunquismo, egoismo. Anzi, sorridono di questi accusatori. Sanno che chi disprezza la melancolia è semplicemente troppo sciocco per comprenderla in sé, o troppo vigliacco per ammettere di soffrirne.
            La loro vera battaglia è dentro di loro. Si consuma sopra quel baratro. Il crine di cavallo si assottiglia. Il baratro è pieno d’acqua nera in cui, a volte, si può solo lasciarsi affondare. Perché è sul fondo la risposta: Io sono vivo, però!
            Solo in quella profondità, quest’espressione prende il proprio pieno significato.
Volontà di potenza, o meglio, bisogno di riscuotersi; di nuotare per risalire - anche se questo significasse riappendersi a un crine di cavallo. Perché quell’ Io sono vivo, però! ha la forza elementare di un magma, di tutte le elementari e sovrane forze della Natura. Non è filosofia, né etica. È al di là del bene e del male.
È quello che spinge ad alzarsi prima dal letto, ad aggiungere qualche flessione e qualche piegamento ai soliti esercizi. A scrivere un altro libro. A chattare con quella ragazza che t’intriga. A fare qualunque cosa non sia ripiegarsi, piangere e affondare nel baratro pieno di Veleno Blu. Perché, oltre il fondo, non si può comunque andare.

            Io sono vivo, però!

martedì 23 agosto 2016

La nipote del diavolo - III, 7

Parte III: Colloqui



7.

I tre ragazzi oltrepassarono la chiesa romanica di S. Francesco Grande, rossastra sotto la piena luna primaverile, e si immisero in Corso Carlo Alberto. Amedeo si sforzava di sorridere agli amici; ma Ernesto e Alessandro sapevano che quella non sarebbe stata una serata come tutte le altre.
            A loro, il giovane aveva detto che la sua ragazza doveva fare un’operazione rischiosa. Non avevano idea che si trattasse, piuttosto, di un duello  con spade giapponesi. Amedeo sorrise amaramente fra sé. Raccontandolo, sarebbe sembrato un film di Quentin Tarantino.
Quando avevano programmato di uscire insieme come se niente fosse, Ernesto aveva studiato la faccia di Amedeo, con un fare tra l’inquisitorio e il preoccupato. «Guarda che non è mica obbligatorio, se non te la senti…» aveva avvertito. «No, no!» aveva scantonato lui. «Sarà meglio se non starò a pensarci su…»
            Così, anche quella sera, i tre percorsero il pavé di Strada Nuova, fra gli studenti in libertà – tutti più giovani di loro, ormai; attraversarono Piazza della Vittoria; s’infilarono nella porta dell’irish pub “Il Broletto”, sotto l’ala dell’edificio omonimo. 
            Avevano trovato un tavolino rotondo con tre sgabelli, in una delle salette illuminate da candele elettriche e rigorosamente rigonfie di avventori. Alessandro aveva preso le ordinazioni per conto di tutti e aveva avviato la conversazione sulle solite cose: il lavoro sempre precario, qualche chimera di fortuna all’estero, le scaramucce con le fidanzate. L’impiego di Amedeo come ostetrico era solitamente fonte di lazzi immaginabili; ma, quella volta, il terzetto se li risparmiò.
            Lui, da parte sua, ascoltava i due senza intervenire. Fissava il piano bruno del tavolo, come se vi vedesse riflessi i propri pensieri. Sei anni di fidanzamento. E di sogni.
            Strinse il bicchiere di birra che gli era appena stato recapitato dal cameriere e la sensazione ghiacciata parve dargli una sorta di sollievo. Il Fante di Coppe. Isabella, la sua dirimpettaia, gli aveva detto che quella era la figura dei tarocchi che lo rappresentava di più. Sospirò, mentre inghiottiva la prima sorsata amarognola.


[Continua]

Pubblicato sul quotidiano on line Uqbar Love (23 agosto 2016).

venerdì 19 agosto 2016

La Madonna della Neve

Entrando nella chiesa parrocchiale di Manerbio, fra gli altari laterali a sinistra, se ne può notare uno, impreziosito da un drappo in malachite e dalle sculture settecentesche eseguite da Alessandro e Luca Calegari. Tutto questo fa da cornice a un frammento di affresco quattrocentesco: una Vergine col Bambino, nota come “Madonna della Neve”. 

            La sua festa ricorre il 5 agosto, anniversario della dedicazione della basilica di Santa Maria Maggiore a Roma. Una leggenda vuole, per l’appunto, che il luogo fosse stato scelto perché sede di una nevicata miracolosa. La teologa e giornalista Petra van Cronenburg riconduce questo genere di leggenda alla continuità fra i luoghi di culto cristiani e quelli celtici: laddove, un tempo, erano venerate le dee della natura e della salute, si sarebbe innestato il culto della Vergine (Madonne nere, Roma 2004, Edizioni Arkeios, pp. 83-87). Per l’appunto, ai miracoli e alle guarigioni è stata per secoli collegata quest’immagine della Madonna della Neve, nella pietà popolare dei manerbiesi.
            Come già accennato, il frammento di affresco è ampiamente antecedente l’attuale pieve. Esso fu conservato per volontà popolare quando, nel 1715, si decise di abbattere la vecchia chiesa parrocchiale per edificarne un’altra. Nicola Cé, curato dell’altare di S. Caterina d’Alessandria, riportò nel proprio diario un incidente che riguardò il venerato dipinto: esso fu custodito nella cappella del cimitero; poi, quando fu il momento di ricollocarlo nella nuova pieve, la catena dell’argano che reggeva il frammento d’affresco si ruppe, ma il prezioso carico cadde senza danneggiarsi minimamente (Nicola Cé, Jus Sancte Catharine Cum multis aliis Notitijs, foglio 91). L’episodio si verificò l’1 agosto 1741 e “si tenne communemente per un miracolo” (ibid.). La stessa penna, sulla medesima pagina, riportò un altro accadimento legato alla fama taumaturgica dell’affresco: una certa “Lucia moglie di Gioseppe Turinelli”, che aveva perso la vista d’un colpo, offrì un fazzoletto alla Madonna della Neve e guarì all’istante.
            In un proprio articolo su Il Ponte (N. 1, anno 2010, p. 11), il manerbiese prof. Delfino Tinelli ricorda un momento storico in cui la pietà popolare volle vedere un miracolo: il 5 agosto 1484, durante la cosiddetta “guerra di Ferrara”, le truppe in ritiro decisero di depredare le chiese di Bagnolo e di Manerbio delle loro campane. A Manerbio, i fedeli erano riuniti nella pieve per la festa della Madonna della Neve e pregavano affinché la rapina li risparmiasse. Il bombardiere nemico, salito sul campanile, rimase paralizzato.
            Attualmente, i miracoli tacciono; come si suol dire, “i tempi cambiano” e i manerbiesi non avvertono più il bisogno di un “sacro palladio”, così come i loro antenati settecenteschi avevano dimenticato le dee celtiche sepolte sotto la Madonna della Neve. Ma l’immagine (ancora una volta) rimane al suo posto.

Pubblicato su Paese Mio Manerbio, N. 111 (agosto 2016), p. 14.

Il kung-fu non va in vacanza

Non è detto che, d’estate, tutto si debba interrompere. William Vitti, maestro di kung-fu, ha impiegato proprio questi mesi per avvicinare i bambini a un’affascinante disciplina, o per mantenere in allenamento quelli che già la praticavano. Questo è stato il Kung-Fu Camp 2016, a cura della scuola d’arti marziali Lushaolong, che opera a Manerbio e a Bagnolo Mella. 

            Dal 13 giugno al 29 luglio 2016, il Parco Paolo VI ha ospitato Vitti e i “suoi” bambini per tre mattine alla settimana (lunedì, mercoledì, venerdì). Il programma era piuttosto fisso. Esso prevedeva sempre giochi a tempo, per abituare i piccoli a ragionare velocemente. Detti giochi erano, perlopiù, percorsi a ostacoli, nei quali erano inseriti anche tecniche di kung-fu. I partecipanti che avevano già basi solide erano anche invitati a inventarne di nuove. Le loro creazioni venivano valutate in termini di verosimiglianza (ovviamente), ma anche in base a quanto stimolassero la reattività, l’equilibrio e la gestione dello spazio circostante: le capacità che il kung-fu fa rimanere nel fisico e nello spirito.
            Insieme a queste attività specifiche, il Camp lasciava spazio a momenti più ludici: giochi a squadre, con nomi scelti a fantasia dai bimbi; prove di corsa; incroci fra il nascondino e la “palla bollata”; il gioco dei mimi. Naturalmente, la lunga mattinata era interrotta da una pausa merenda.
            Se qualcuno dei piccoli compiva gli anni in quei giorni, le attività lasciavano posto a una piccola festa di compleanno. Data la temperatura, la mattinata poteva anche cominciare con un poco di sane bombe d’acqua. Anche quelli erano modi per concretizzare ciò che la scuola Lushaolong vuole essere: “una famiglia, che gode l’ombra del fiore di pruno” che dà il nome al suo stile di kung-fu.

Pubblicato su Paese Mio Manerbio, N. 111 (agosto 2016), p. 13.

La festa dove il SI suona

Dopo la Festa dell’Oratorio, prima che il mese fosse finito, se ne è tenuta un’altra: la Festa Democratica, organizzata dal PD di Manerbio. All’Area feste di via Duca d’Aosta, si sono succedute quattro serate, dal 21 al 24 luglio 2016. Il programma prevedeva cibo e musica: torta fritta al giovedì, spiedo con polenta e patatine i due giorni seguenti, porchetta alla domenica e i consueti piatti delle sagre (casoncelli, salsicce, taglieri di salumi e formaggi, tagliata di manzo). I bambini erano intrattenuti dai giochi gonfiabili; un paio di bancarelle proponevano crêpes o articoli di hobbistica. In evidenza, non solo il simbolo del PD, ma anche il tricolore italiano. 
            Per quanto riguarda la musica, la prima sera è stata dedicata al piano bar. La seconda ha visto sul palco Dellino Farmer e il suo inconfondibile “rap en dialèt”, modo di piegare la globalizzazione alle tradizioni locali. Accompagnato dallo “Staff mai stöff”, ha cantato la “campagna/compagna”, i “30 piò” che scompaiono costantemente a causa della speculazione edilizia, le bellezze di Offlaga City, termini ricorrenti come “pòtå” e “fés”, il clima locale (con tanto di “messa in rap” della dannunziana “Pioggia nel pineto”). Una satira impietosa è stata dedicata a quello che viene detto TG, che passa (testuali parole) «da una ragazzina accoltellata direttamente al c**o di Belen». Il taglio nostrano non ha impedito a Dellino di inserire nei testi citazioni di autori come Ungaretti e Leopardi. Di poeta, ne ha menzionato uno manerbiesissimo, il compianto Memo Bortolozzi (1936-2010), come incoraggiamento a coltivare la letteratura dialettale.
            Con Dellino, c’era dj Nico di Start to Move, scuola di hip hop. Proprio Nico ha dato una dimostrazione di quest’ultimo tipo di danza, inseparabile dal rap. Più volte, durante la serata, è stato richiamato l’ultimo CD di Farmer, “Riciàpet” (= “svegliati, riprenditi”).
            Il 23 luglio, è stata la volta della serata danzante animata dal Centro Danzarte di Leno. I presenti sono stati invitati in pista, per un po’ di ballo liscio e latinoamericano. A turno, si sono esibiti anche gli allievi della scuola, con esempi (appunto) di ballo liscio, di breakdance e di boogie-woogie. 

            Il 24 luglio, la festa si è conclusa su note di rock acustico, col duo giovanile “I Sus”: Daniele Piovani e Daniel Bulgarini. Hanno riproposto brani dei Queen, dei Beatles (in particolar modo, un brano del “White Album” scritto da John Lennon), del Teatro degli Orrori, di Django Reinhardt, di Jeff Buckley, di Zaz; l’inconfondibile “The Power of Love” dei Frankie Goes to Hollywood, “Masters of War” di Bob Dylan e - per finire - l’“Hallelujah” di Leonard Cohen.
            L’affluenza non è stata oceanica, ma gli organizzatori non hanno comunque risparmiato gli inviti a scegliere SI al prossimo referendum sulla riforma costituzionale: su manifesti, su palloncini, in gazebi. La politica (non) fa festa.

Pubblicato su Paese Mio Manerbio, N. 111 (agosto 2016), p. 7.

Un tesoretto celtico

Tra il 2006 e il 2007, a Manerbio, l’attenzione dei cittadini fu in buona parte occupata dalle “fàlere”. Si trattava di finimenti in argento per cavalli, ritrovati nel 1928 presso la cascina Remondina. Il termine deriva dalla parola greca “phàlara”, ovvero “borchia”. Questi oggetti, infatti, sono in lamina metallica e di forma rotonda. Quelle di cui stiamo parlando sono un prodotto artigianale antico e pregiato, ma che non fu presentato a Manerbio – località di ritrovamento – prima del 2006. 

            I carabinieri che, nel 1928, consegnarono le fàlere al direttore dei Musei di Brescia, le descrissero come “piccoli piatti”. Erano state rinvenute da Faustino Cominelli e Domenico Petrali, contadini al servizio del nobile Federico Gorno, mentre ampliavano la buca del letame. All’epoca, furono credute di epoca longobarda. Carlo Albizzati, nel 1933, le definì invece come celtiche. La Pianura Padana, per l’appunto, fu abitata dalla popolazione celtica dei Galli Cenomani dall’inizio del IV secolo a.C. La parentela delle fàlere coi loro manufatti è ipotizzabile grazie ad alcuni elementi di somiglianza. I resti di catenella che le accompagnano sono simili a quelli ritrovati in siti di roccaforti celtiche in Boemia e Moravia, non databili prima del I sec. a.C. Sul bordo delle “fàlere”, corrono immagini di teste ovali simili a quella rappresentata su una moneta d’argento del I sec. a.C., attribuibile ai Taurisci, che abitavano nella zona orientale dell’arco alpino. Quattordici fàlere tracie ritrovate in Bulgaria permettono un confronto ancora più chiaro. Altri reperti ritrovati in Europa orientale, nei pressi dei Carpazi, e databili alla prima metà del I sec. a.C., documentano l’uso di queste borchie artistiche come finimenti per cavalli. Guerrieri con cavalcature così bardate sono infatti rappresentati su una moneta dei Boi della Pannonia (tra le attuali Croazia e Ungheria) e sul calderone rinvenuto a Gundestrup (Danimarca). 

            La più grande, al centro, reca un segno detto, in greco, “triskele”: un simbolo solare formato da tre raggi curvilinei. Il bordo delle fàlere è invece decorato, come abbiamo detto prima, da immagini di teste. Esse, probabilmente, alludono alle teste dei nemici vinti in battaglia, riportate come trofei dai guerrieri celtici. È possibile anche un’interpretazione magica e religiosa: si riteneva che, nel capo, risiedesse la forza dell’individuo; il volto, come maschera, poteva rappresentare la divinità.
            Le fàlere di Manerbio sono custodite nel Museo di Santa Giulia a Brescia, nella sezione “L’età preistorica e protostorica”.
            Per saperne di più: Le fàlere a Manerbio. Ornamenti in argento per cavalli, un dono tra capi di genti celtiche del I secolo a.C., a cura di Francesca Morandini con un contributo di Venceslas Kruta, catalogo realizzato in occasione della mostra presso il Museo Civico di Manerbio, 8 ottobre 2006 – 8 aprile 2007, Edizioni Et, Milano 2006.


Pubblicato su Paese Mio Manerbio, N. 111 (agosto 2016), p. 7.

Bernie Sanders, l’Europa e la democrazia secondo l’Associazione Brainstorm

Bernie Sanders (New York, 1941) - prevedibilmente - non sarà il prossimo presidente degli Stati Uniti, ma non smette di far parlare di sé. In Italia, è appena uscita la raccolta dei suoi discorsi elettorali: “Quando è troppo è troppo! Contro Wall Street, per cambiare l’America”, a cura di Rosa Fioravante (Castelvecchi Editore). 

            L’associazione culturale “Brainstorm” ha dedicato al volume la serata dell’11 luglio 2016, presso il ristorante manerbiese “La Veranda - Tigelle e Crescentine”, di via S. Faustino. Con la moderazione di Marco Peli, hanno parlato la curatrice Rosa Fioravante e Roberto Rossini, presidente nazionale delle ACLI.
            La Fioravante ha tratteggiato un profilo di Sanders. Figlio di un immigrato ebreo polacco che sfuggì al nazismo, «ha incarnato il sogno americano non attraverso la solita competizione sfrenata, ma grazie alla credibilità politica». Rosa ha ricordato la sua lunga militanza sia a favore dei diritti civili che di quelli sociali; la sua partecipazione alla Marcia su Washington per il Lavoro e la Libertà (1963) assieme a Martin Luther King; il suo arresto durante una protesta antisegregazionista a Chicago, nello stesso anno. Ha fatto scalpore il suo dichiararsi “socialista”, anche se - ha precisato la Fioravante - il suo socialismo sarebbe una socialdemocrazia keynesiana. «Il suo obiettivo è restaurare un vero controllo degli elettori sugli eletti». A questo scopo, Sanders avrebbe rifiutato, per la propria carriera politica, i finanziamenti delle lobbies e di Wall Street. Il supporto gli sarebbe arrivato da donatori spontanei, da movimenti senza paternità politica come Occupy Wall Street e dal mondo del lavoro organizzato.
            Rossini, nel parlare del libro, ha subito precisato d’aver trovato i discorsi di Sanders pieni di demagogia. La politica - ha affermato - deve saper migliorare la quotidianità dei cittadini e avere il coraggio di proporre, rendendosi anche conto di non poter soddisfare tutti allo stesso modo. Di Sanders approva la sua volontà di uscire da una logica elemosiniera, per creare vera giustizia sociale. Un problema tutt’altro che in via di soluzione, negli USA.

            Ciò che è emerso dalla serata è come i nodi sociopolitici degli Stati Uniti siano simili a quelli dell’Europa. La Fioravante ha passato in rassegna i tre modi possibili di rispondere alla globalizzazione: un neoliberismo che vuole abbattere qualunque limite alla circolazione di beni e manodopera, favorendo la delocalizzazione; il “justice globalism”, un’alleanza internazionale per combattere le ingiustizie sociali; il “religious globalism”, invito allo scontro di civiltà e al ritorno a identità etno-religiose prepolitiche. La prima via è quella di Hillary Clinton, la terza è quella di Donald Trump. Bernie Sanders ha tentato di costituire un “terzo polo”. Fatto sta che non può esistere democrazia senza frenare l’erosione di quella classe media che la supporta. Ciò significa tutelare la qualità della vita e il lavoro. Rossini ha sottolineato la propria fiducia nell’Unione Europea come portatrice di una cultura del welfare ignota agli USA. Ha rivolto un appello ai giovani, perché ai sogni sappiano aggiungere la concretezza. «Stiamo superando le categorie di “destra” e di “sinistra”. C’è qualcosa di nuovo, ma cos’è? Devono capirlo i giovani, per trasformarlo in una proposta politica. Altrimenti, resta solo il principio dell’eterno consumo, un freudiano “principio di piacere”. Bisogna tornare al “principio di realtà”».

lunedì 15 agosto 2016

La nipote del diavolo - III, 6

Parte III: Colloqui



6.

I fari disegnavano la strada, mentre l’auto s’arrampicava sulle colline dell’Oltrepò. Nilde rimaneva rigida sui sedili posteriori, a fianco dello zio. Entrambi, sul tavolo della biblioteca di casa, avevano lasciato una lettera in cui annunciavano il proprio allontanamento volontario e l’intenzione di non tornare fra i viventi. Il vincitore del duello avrebbe distrutto la propria e conservato l’altra.
            «Io ho anche fatto testamento» le aveva precisato Michele Ario. «Inutile dire che tu saresti l’unica erede». Aveva aggiunto, con un triste sorriso non del tutto falso: «So che ci tenevi a seppellirmi nella nostra tomba di famiglia… ma, per maggiore discrezione, sarà meglio non tornare a Pavia per le esequie. Intorno alla seconda casa della signorina Serra, nell’Oltrepò… ci sono splendidi ciliegi. Ciascuno di noi due potrebbe riposare magnificamente, sotto uno di essi».
            Ora, entrambi i duellanti rimanevano impassibili sul mezzo, mentre Irene studiava la via nel buio. Le loro katane riposavano nel baule. 

            La notte era ormai compiuta, quando la conducente frenò davanti a una modesta casa in legno. I tre discesero; la maestra si curò di prendere le spade.
Nilde fece qualche passo, in quello spazio erboso. Alzò gli occhi e le si fermò il respiro: una maestosa luna piena s’adornava di candide nubi fiorite – quelle che vestivano vaporosamente i rami dei ciliegi. Ogni tanto, qualche petalo cadeva, in un’aggraziata e composta morte.
            Nel buio, Ario sospirò.

[Continua]

Pubblicato sul quotidiano on line Uqbar Love (15 agosto 2016).



lunedì 8 agosto 2016

A occhi aperti nella morte

“Non essendoci più gli dei, e non essendoci ancora Cristo, c’è stato, da Cicerone a Marco Aurelio, un momento unico in cui è esistito solo l’uomo.” Da questa citazione di Gustave Flaubert scaturì una scintilla preziosissima per Marguerite Yourcenar (Bruxelles, 1903 – Mount Desert, 1987). 

Mente brillante, educata da un padre singolarmente preoccupato della sua istruzione, visse da viaggiatrice e fu la prima donna a far parte dell’Académie française (1980). Alla propria straordinaria cultura, univa l’irrequietudine sentimentale ed esistenziale. Attratta dalla vita notturna, amava sedurre. Ebbe diverse relazioni con donne, fra cui la greca Lucy Kyriakos. La compagna di vita fu però la statunitense Grace Frick, che tradusse in inglese i romanzi della Yourcenar. Al nome di Marguerite sono legati anche i nomi di tre uomini omosessuali, di cui lei si innamorò (non corrisposta): il suo editore, l’altero André Fraigneau; il poeta surrealista e psicanalista Andreas Embirikos; lo studente Jerry Wilson.
            L’erudizione e la sensualità della Yourcenar si condensano in mirabile sintesi nel suo capolavoro, Mémoires d’Hadrien (1951). La prima bozza dell’opera risale al 1924, anno in cui l’autrice visitò Villa Adriana a Tivoli. Ebbe allora inizio una gestazione letteraria lunga e discontinua, che fece di questo romanzo una sorta di tela di Penelope. La ricostruzione psicologica e storica della figura dell’imperatore romano Adriano (117-138 d.C.) richiedeva infatti la piena maturità intellettuale dell’autrice.
Il romanzo si configura come un lungo memoriale, indirizzato dal protagonista a Marco Aurelio e articolato in sei sezioni dai titoli latini. Far parlare un personaggio maschile sarebbe stato, per la Yourcenar, più facile che dar voce a uno femminile. Scriveva Marguerite nei propri appunti: “La vita delle donne è troppo limitata, o troppo segreta. Che una donna si racconti, e il primo rimprovero che le verrà fatto sarà di non essere più donna.” La scrittrice mal sopportava, inoltre, sia che si vedesse nell’Adriano-personaggio un suo alter ego, sia che ci si stupisse della “lontananza” del soggetto: “Lo stregone […] al momento d’evocare le ombre sa che esse non obbediranno al suo richiamo se non perché leccano il suo stesso sangue. Sa anche, o dovrebbe sapere, che le voci che gli parlano sono più sagge e più degne d’attenzione che le proprie stesse urla”. Affermava anche: “Ogni essere che ha vissuto l’avventura umana è me”.
Il “suo” Adriano, fin dall’inizio, vagheggia un “sistema di conoscenza umana basato sull’erotico, una teoria del contatto, in cui il mistero e la dignità altrui consisterebbero precisamente nell’offrire all’Io quell’appiglio a un altro mondo” (Memorie di Adriano, “Animula vagula blandula”). Per l’appunto, la ricostruzione letteraria dà spazio agli amori dell’imperatore con donne o con giovani. Nella sezione “Saeculum aureum”, è narrato il più celebre: quello che legò Adriano al suo favorito Antinoo, incontrato in Bitinia (regione dell’attuale Turchia sulle coste del Mar Nero). “Antinoo era greco […] Ma l’Asia aveva prodotto su quel sangue un po’ acre l’effetto della goccia di miele che turba e profuma un vino puro. Ritrovavo in lui le superstizioni di un discepolo di Apollonio, la fede monarchica d’un suddito orientale del Gran Re. La sua presenza era straordinariamente silenziosa: mi ha seguito come un animale o come un genio familiare. Aveva d’un giovane cane le capacità infinite di godimento e d’indolenza, la selvatichezza, la confidenza. Quel bel levriero avido di carezze e di ordini si coricò sulla mia vita. […] gli occhi più attenti del mondo mi fissavano in volto; mi sentivo giudicato. Ma lo ero come un dio lo è dal suo fedele […] Non sono stato padrone assoluto che una sola volta e d’una sola creatura”. Antinoo condividerà col più maturo amante i viaggi che hanno reso celebre quest’ultimo. Al fianco dell’imperatore, il pastorello diviene giovane principe. La presenza di Antinoo amplifica la vertigine che porta Adriano a sentirsi pari agli dei; l’auge in cui il protagonista si trova si riflette sul favorito, di volta in volta idealizzato come Ermes, come Bacco o come Eros. Si prepara quell’apoteosi realizzata dopo la morte di Antinoo e fonte delle sue molte effigi, insaziabilmente collezionate dalla Yourcenar. Del giovane, si sa che morì poco meno che ventenne nelle acque del Nilo. L’autrice sposa l’ipotesi che vede in ciò non un incidente, ma un sacrificio propiziatorio in favore di Adriano. L’Antinoo-personaggio s’immola silenziosamente, per aumentare gli anni della vita dell’imperatore e per salvare se stesso dalla temuta vecchiaia. Questo episodio porta per la prima volta l’Adriano letterario a contatto con l’orrore lucido e diretto della morte. I tentativi di riparare alla tragedia col culto funebre si mescolano alle riflessioni sull’amato, mai interamente conosciuto. “I miei stessi rimorsi sono divenuti, a poco a poco, una forma amara di possesso, un modo d’assicurarmi che sono stato fino alla fine il triste padrone del suo destino. Ma non ignoro che bisogna fare i conti con le decisioni di quel bell’estraneo che resta, malgrado tutto, ogni essere che si ama. […] Non ho il diritto di disprezzare il singolare capolavoro che fu la sua dipartita; devo lasciare a quel ragazzo il merito della propria morte.”
Il pianto d’un altro accompagna l’agonia dell’imperatore, che è anche il tramonto dell’epoca in cui “è esistito solo l’uomo”. Senza pagare tributo ad alcun dio, Adriano entra nella morte a occhi aperti, in modo eguale e contrario a quello di Antinoo. L’unica cosa a contare è questa: “Adriano, fino alla fine, sarà stato umanamente amato” (Memorie di Adriano, “Patientia”).

Marguerite Yourcenar, Mémoires d’Hadrien suivi de Carnets de notes de Mémoires d’Hadrien, (“Collection Folio”), 1974, Éditions Gallimard. Traduzioni nostre.

Pubblicato originariamente per la rubrica "LeggiLOL" del sito di Universigay.

sabato 6 agosto 2016

La nipote del diavolo - III.5

Parte III: Colloqui



5.

Flashback
Nel vano della porta, si profilò un’elegante silhouette di signora. Le sue chiome, d’un acceso castano-rossiccio, ricadevano come grappoli sul soprabito color panna. Gli occhi celesti brillavano d’una quieta dolcezza – inquinata da una misteriosa angoscia.
            «Ciao, Virginia!» la accolse il dottor Michele Ario. I due cognati si scambiarono un bacio sulle guance e la donna entrò nello studio dello psicologo. Si sfilò il soprabito per appenderlo all’attaccapanni, rivelando un vaporoso e scollato abito a disegni di rose rosse. I suoi tacchi misurarono l’inquietudine sul pavimento della stanza.
            «Mi dispiace d’importunarti tanto spesso, Michele…» mormorò lei, con la voce nasale incrinata dallo scrupolo. «Non dirlo nemmeno per sogno, Virginia!» la consolò lui, con un che di dolce e bramoso nel suo tono sicuro. «Questo è il mio mestiere. E tu sei la moglie di mio fratello… Quindi, il mio dovere verso di te è doppio. Dimmi, piuttosto… come sta Nilde?».
            Virginia sospirò: «Mi fa diventare matta. Per carità… è sveglissima, impara presto… Ma non c’è verso di tenerla buona. Le maestre della scuola materna continuano a dirmi che lei si azzuffa con gli altri bambini, che risponde male ai rimproveri… Quantomeno, mi pare che faccia molto caso a ciò che gli altri pensano di lei. Allora, faccio leva sul suo orgoglio per convincerla a comportarsi in modo decente…»
            Ario ascoltava, con una misteriosa compiacenza.
«Parleremo anche di questo, se vorrai».
Con gesto manierato, le indicò il divanetto dello studio. Virginia vi si distese, compostamente, ma con un certo languore. 
«Allora, Michele… Scusa, dove vai?»
«Solo una boccata d’aria alla finestra» esalò lui, a mo’ di giustificazione. Aveva dovuto distogliere lo sguardo dalla cognata – dalle gambe appena rivelate dalla gonna, dal petto che fioriva fra i lembi del vestito. Quelle rose stampate sulla stoffa erano troppo aperte –e troppo rosse. Qualcosa urlò, in un anfratto di lui.

[Continua]

Pubblicato sul quotidiano on line Uqbar Love (6 agosto 2016).


mercoledì 3 agosto 2016

La realtà



“Oh, fine pratico della mia poesia!
Per esso non so vincere l’ingenuità
che mi toglie prestigio, per esso la mia

lingua si crepa nell’ansietà
che io devo soffocare parlando.
Cerco, nel mio cuore, solo ciò che ha!

A questo mi son ridotto: quando
scrivo poesia è per difendermi e lottare,
compromettendomi, rinunciando

a ogni antica mia dignità: appare,
così, indifeso quel mio cuore elegiaco
di cui ho vergogna, e stanca e vitale

riflette la mia lingua una fantasia
di figlio che non sarà mai padre…
[…]

Non lo nascondo, se nulla ho mai nascosto:
l’amore, non represso, che mi invade,

l’amore di mia madre, non dà posto
a ipocrisia e viltà! Né ho ragione
per essere diverso, non conosco

il vostro Dio, io sono ateo: prigione
solo del mio amore, per il resto libero,
in ogni mio giudizio, ogni mia passione.

Io sono un uomo libero! Candido cibo
della libertà è il pianto: ebbene piangerò.
È il prezzo del mio «libito far licito»,

certo: ma l’amore vale tutto ciò che ho.
Sesso, morte, passione politica,
sono i semplici oggetti cui io do

il mio cuore elegiaco… La mia vita
non possiede altro. Potrei domani,
nudo come un monaco, lasciare la partita

mondana, cedere agli infami,
la vittoria… Non avrebbe perso
nulla, certamente, la mia anima!

Ché la fatalità di essere esistenza
inalienabile, razza, universo,
basta a chiunque: anche se al mondo è senza

fraternità, perché diverso.
Perciò le risa e le allusioni
dei poveri razzisti, scorrono attraverso

la sua realtà come dei suoni
non reali, di morti. Nel mio essere,
questa realtà hanno sesso e passioni…

E, certo, non ne ho gioia. Ossesse
ne sono le sue predestinate forme:
«le repressioni fanno di me un Esse Esse,

o un mafioso…» e io - è enorme,
lo so - lo sono: giovane figlio candido
santo barbaro angelo, le orme

calcai, per qualche tempo, che mandano
alla Rivolta Reazionaria
[…]

Tutto ciò non fu che crisma,
ombra che disparve dalla mia vita.
Rimase l’inclinazione allo scisma:

un naturale bisogno di farmi male alla ferita
sempre aperta. Un configurare
ogni rapporto col mondo che a sé m’invita,

al rapporto del mio figliale
sadismo, masochismo: per cui non sono nato,
e sono qui solo come un animale

senza nome: da nulla consacrato,
non appartenente a nessuno,
libero d’una libertà che mi ha massacrato.

Onde non io, ma colui che comunico,
trae la disperata conclusione,
di essere il reietto di un raduno

di altri: tutti gli uomini, senza distinzione,
tutti i normali, di cui è questa vita.
E cerco alleanze che non hanno altra ragione

d’essere, come rivalsa, o contropartita,
che diversità, mitezza e imponente violenza:
gli Ebrei… i Negri… ogni umanità bandita…

E questa fu la via per cui da uomo senza
umanità, da inconscio succube, o spia,
o torbido cacciatore di benevolenza,

ebbi tentazione di santità. Fu la poesia.
La strega buona che caccia le streghe
per terrore, conobbe la democrazia…

[…]

…io arriverò alla fine senza
aver fatto, nella mia vita
la prova essenziale, l’esperienza

che accomuna gli uomini, e dà loro
un’idea così dolcemente definita
di fraternità almeno negli atti dell’amore!

Come un cieco: a cui sarà sfuggita,
nella morte, una cosa che coincide
con la vita stessa, - luce seguita

senza speranza, e che a tutti sorride,
invece, come la cosa più semplice del mondo -
una cosa che non potrà mai condividere.

Morirò senza aver conosciuto il profondo
senso d’esser uomo, nato a una sola
vita, cui nulla, nell’eterno, corrisponde.

[…]

Ma io parlo… del mondo - e dovrei,
invece - parlare dell’Italia, e anzi,
di una Italia, di quella di cui sei,

con me, destinatario dei miei versi, figlio:
fisica storia in cui ti circostanzi.
L’ho chiamato «innocente», il mondo, io,

io, in quanto cieco, figlio martoriato.
Ma se guardo intorno questi avanzi
d’una storia che da secoli ha dato

soltanto servi… questa Apparizione
in cui la realtà non ha altro indizio
che la sua brutale ripetizione…

che scena… espressionistica! Penso a un giudizio
subìto senza senso… le toghe… le tristi autorità del Sud…
dietro i visi dei giudici - in cui il vizio

è un vizio di dolore, che denuda
ambienti miserandi - non si leggeva che impotenza
a uscire da un’oscura realtà di parentele, da una cruda

moralità, da una provinciale inesperienza…

[…]

Ah, io non so odiare: e so quindi che non posso
descriverli con la ferocia necessaria
alla poesia. […]

«Voi non contate, siete simboli
di milioni di uomini: d’una società.

Questa mi condanna, non voi, suoi automi.
Ebbene: sono felice della mia mostruosità.
O vogliamo ingannare lo spirito? Uomini

che condannano uomini in nome del nulla:
perché le Istituzioni sono nulla, quando
hanno perso ogni forza, la forza fanciulla

delle Rivoluzioni - perché nulla
è la Morale del buon senso, di una
comunità passiva, senza più realtà.

[…]

I miei amori -
griderò - sono un’arma terribile:

perché non l’uso? Nulla è più terribile
della diversità. Esposta ogni momento
- gridata senza fine - eccezione

incessante - follia sfrenata
come un incendio - contraddizione
da cui ogni giustizia è sconsacrata.

[…]

Solo un mare di sangue può salvare,
il mondo, dai suoi borghesi sogni destinati

a farne un luogo sempre più irreale!
[…]»

Questo può urlare, un profeta che non ha
la forza di uccidere una mosca - la cui forza
è nella sua degradante diversità.

Solo detto questo, o urlato, la mia sorte
si potrà liberare: e cominciare
il mio discorso sopra la realtà.”

PIER PAOLO PASOLINI

(Da La realtà, in: Poesia in forma di rosa, Milano 1964, Garzanti; edizione speciale per il «Corriere della Sera», 2015, pp. 50-66).