domenica 31 luglio 2016

La nipote del diavolo - III, 4

Parte III: Colloqui



4.

Michele Ario stringeva convulsamente il bordo del davanzale, alla finestra del proprio studio di psicologo. Non guardava veramente attraverso il vetro. Voleva solo evitare che il dottor Sacchi leggesse il suo volto. Quel viso bruno, dagli occhi simili a carboni e con sopracciglia robuste, era contratto in un dolore di viscere strappate.
            «Scusa, Matteo…» mormorò. La sua voce mesmerica era stranamente rotta dal pianto. «Il fatto è che… oggi è proprio… l’anniversario della tragedia».
«Non preoccuparti, Michele… ti capisco…» conciliò l’altro. Anche le sue parole tremavano, però.
Ario deglutì.
«Mia cognata Virginia era sempre stata portata all’ansia, al male di vivere… Veniva regolarmente a colloquio da me… Ma, periodicamente, ricadeva nelle sue crisi…»
Soffocò un singhiozzo.
«Una sera… esattamente diciannove anni fa… si recò sul Ponte Coperto e…»
Il silenzio che seguì fece intuire la conclusione.
«Mio fratello… la raggiunse dopo qualche mese. Mia nipote Nilde… aveva sei anni».
            Pausa.  
La fine di Virginia e Leonardo gli bruciava come un fallimento immane.
Accennò a un divanetto rosso cupo, poco più in là del dottor Sacchi.
«Mi sembra ancora di vedere mia cognata… distesa lì sopra».
L’altro aggrottò appena le sopracciglia, in segno d’intesa.
Ario gli fece un altro cenno. La fotografia di Virginia in tutto il nitore della propria bellezza, incorniciata e appesa al muro.
«Nilde non ha niente degli Ario» commentò, a mezza voce. «È bella come sua madre».

[Continua]

Pubblicato sul quotidiano on line Uqbar Love (30 luglio 2016).

mercoledì 20 luglio 2016

La nipote del diavolo - III, 3

Parte III: Colloqui

3.



Raniero e Isabella, finalmente, camminavano mano nella mano, bagnandosi nel sole sul Lungoticino. L’acqua scorreva come argento incandescente; si posava, su di essa, la sagoma bianca e pittoresca dell’ “Imbarcadero Bar”, il battello trasformato in locale. 

            Gli innumerevoli braccialetti della ragazza tintinnavano, in una sinfonia ingenua. Il suo vaporoso abito bianco le carezzava le gambe e lei aveva voglia di ridere – così, in un eccesso di vita.
La mano ossuta di Raniero accompagnava la sua, con una stretta costante e morbida. I loro passi si sincronizzavano spontaneamente, secondo il proprio interno metro. Isabella aveva dimenticato Amedeo e le sere passate a fissare la finestra di lui, ritagliata nell’edificio di fronte. Aveva persino dimenticato la Lotus, il dottor Ario e la scoperta del suo tentato delitto. Almeno, in quel momento così le pareva. Guardava verso l’altra, verdeggiante riva del Ticino e i germani reali che solleticavano la superficie del fiume. Il volto magro e lentigginoso di Raniero sorrideva. E gli occhi verdi di lui, mentre vegliavano su Isabella, perdevano ogni ombra.

[Continua]

Pubblicato sul quotidiano on line Uqbar Love (20 luglio 2016).


sabato 16 luglio 2016

Concerto d'estate

Se la montagna non va a  Maometto, Maometto va alla montagna. Il Civico Corpo Bandistico “S. Cecilia” ha fatto il primo passo, per incontrare un pubblico più largo degli affezionati. E questo primo passo è consistito nei concerti all’aperto: l’estate ha offerto serate fresche e parchi dove le famiglie potevano lasciar scorrazzare i bambini, mentre le note accompagnavano l’arrivo della notte.
           
L’8 luglio 2016, un Concerto d’Estate si è tenuto al Parco Rampini. Il nuovo direttore, Giulio Piccinelli, ha presentato in apertura una marcia dal titolo “Arriva la banda”, che lui ha corretto in “Viva la banda”, con un significativo lapsus. Subito dopo, è arrivato un brano originariamente per orchestra: “An Outdoor Overture” (“Un’ouverture all’aperto”) di Aaron Copland (1938). Piccinelli ha precisato che il programma prevedeva, almeno in parte, la ripetizione di pezzi già eseguiti durante il concerto di fine aprile. Poi, ha presentato un brano “più estivo e frizzante”: “Welcome”, di Toshio Mashima (2004). Ad esso è seguito un collage di ben note musiche composte da Nino Rota, fra cui le colonne sonore di “Amarcord” (1973) e “Il Padrino” (1972). È tornato Toshio Mashima, con “Gelato con Caffè” (2004): scelta non casuale, data la stagione. A proposito di compositori italiani, colonne sonore di film e brani amatissimi, non poteva mancare un omaggio alle musiche più famose di Ennio Morricone, come i leitmotiv di “Nuovo Cinema Paradiso” (1988) o quel “Gabriel’s Oboe” nato per accompagnare i fotogrammi di “Mission” (1986).
            Dopo questo “dulcis-quasi-in-fundo”, è arrivata la conclusione vera e propria del concerto: “A Moment for Bacharach”, di Burt Bacharach stesso (1928 - ).
            Il Concerto d’Estate al Parco Rampini è stata una conclusione delle annuali attività della banda, prima della Festa d’Estate a fine agosto. Piccinelli ha sottolineato l’impegno dei suonatori nel proporre arrangiamenti di brani per orchestra, più complessi delle marcette che ci si sarebbe potuti aspettare in un’occasione così informale. Il divertimento non esclude la qualità.

Pubblicato su Paese Mio Manerbio, N. 110 (luglio 2016), p. 8.

Anche a Manerbio è arrivato il WWKiP

Sferruzzare è il tipico lavoro-passatempo della solitudine domestica. Si può coltivare questa passione senza mai venire a sapere che abbiamo intorno a noi altri che la condividono. Per questo, nel 2005, Danielle Landes pensò bene di invitare gli amanti di uncinetto, telaio e ferri da calza a riunirsi in piazza, in tutto il mondo. Così nacque il World Wide Knit in Public Day (WWKiP), la Giornata Mondiale del Lavoro a Maglia in Pubblico. In principio, quest’iniziativa - sempre a opera di volontari - si teneva dal secondo sabato alla terza domenica di giugno. Nel 2015, la data è stata fissata al 13 giugno. 

A Manerbio, invece, la prima edizione del WWKiP ha avuto luogo il 18 giugno 2016. L’organizzazione è stata assunta da Gloria Colucci, pioniera della merceria e titolare della bottega creativa OHLALA!, in via XX Settembre. Gli sferruzzatori sono stati accolti dai tavoli esterni della caffetteria Lady. La maggior parte di loro erano tradizionali signore; ma non mancavano giovanotti e ragazze moderne con occhiali da sole e gel nei capelli. Hanno preso posto anche una fanciulla preadolescente e i membri di una comunità per disabili. I principianti assoluti potevano affidarsi alle istruzioni di Gloria e imparare a creare pezzi di sciarpa, con un telaietto in plastica e un uncinetto.
Fra la compagnia, il relax e le ottime torte offerte dalla casa, sono cadute diverse diffidenze verso un lavoro “complicato” o “da nonne”. La maglia può essere anche colore, piacere di creare con le proprie mani qualcosa che prende forma lentamente, con sorpresa del realizzatore stesso. La vitalità del lavoro era incarnata da Gloria stessa: capelli tinti di rosa, tatuaggi e tantissima passione.
Le tecniche fra cui si poteva scegliere - come abbiamo accennato all’inizio - erano sostanzialmente tre: i ferri da calza, l’uncinetto (il più versatile) e il telaio. Le dimensioni e il materiale del filo dipendevano da cosa si voleva realizzare e anche - in buona parte - dall’abilità dello sferruzzatore. La grossa e morbida lana, per esempio, è adatta alle sciarpe e alle mani incerte dei principianti.

Per il giorno successivo, a Brescia, era previsto un “Pic Knit”: un lavoro a maglia con picnic nel giardino del Museo S. Giulia, dopo un “Bici Tour” attraverso il centro cittadino. Ma l’elenco di città e nazioni aderenti al WWKiP era sterminato. È il caso di dire che, per collegare Manerbio al mondo, può bastare un filo di lana.

Pubblicato su Paese Mio Manerbio, N. 110 (luglio 2016), p. 7.

I margini di Stefano Santi

“Ai margini dell’urbano, ai limiti del figurativo”. Così recitava il sottotitolo della mostra “Boundaries”, che, in inglese, significa “confini”. L’esposizione ha raccolto le tele di Stefano Santi (Acquafredda, 1965): architetto e pittore. La sede era la Sala Mostre (o “Sala Caminada”) di Palazzo Luzzago; l’evento era presentato dal Comune di Manerbio. Le opere sono state visibili al pubblico il 18 e il 19 giugno 2016. L’introduzione è spettata al prof. Massimo Rossi, dell’Università Cattolica del Sacro Cuore di Brescia. Sue erano queste eloquenti righe in locandina: «Con Stefano Santi vi è una facile tentazione di realismo. Dopo pochi attimi, tuttavia, ci si accorge di quanto la questione sfugga al semplice sguardo per divenire, quindi, memoria, impressione, struggimento, interrogazione. Un viadotto non è più una banale infrastruttura e una corsia autostradale sgrana, veloce, in un metaforico orizzonte in fuga». 
            I soggetti preferiti di Santi, infatti, sono i margini della megalopoli padana: quei non-luoghi dove è impossibile comprendere se ci si trovi in città o in campagna. L’asfalto e il cemento sembrano aver cancellato ogni reale confine. Nella scelta dei materiali, predomina la concretezza: niente acquerello o matita; preferibilmente acrilico e colori a olio, ma anche gesso. Eppure, quei dipinti così materici da poter essere (apparentemente) toccati sfuggono, se li si guarda da vicino. Un attento osservatore si rende conto che si tratta di impressioni fissate sulla tela. Il lavoro di Santi è una costante ridefinizione delle figure, che sono vive, quasi guizzano e si trasformano sotto il suo pennello. Santi è architetto; conosce benissimo le linee fondamentali di quei ponti, viadotti, tratti autostradali. Potrebbe disegnarli con impeccabilità matematica. Ma vuole guardarli come qualcosa di altro: come visioni, indefiniti margini (appunto) fra realtà e impressione personale, fra luce e ombra. “Twilight” (= “Crepuscolo”) s’intitola significativamente uno dei quadri. Il crepuscolo è una striscia di luce fra notte e dì; non è più giorno e non è ancora tenebra. Compare all’orizzonte di una grande strada extraurbana.


            Altri protagonisti sono muri, lavanderie e viuzze di quelle aree che verrebbero dette “degradate”: frazioncine sperdute o periferie urbane. Tutte, comunque, sono ritratte in modo spassionato, come visioni fra le visioni. A Santi non interessa documentare. Dipinge anziché fotografare, perché il pennello può dare al soggetto un aspetto umanizzato e personale. «Il mito da decostruire è che il paesaggio contemporaneo sia brutto, o deprimente» interpreta Leonardo Tonini, sul catalogo della mostra. «Le sue opere non indugiano nella commiserazione, […], ma mostrano semplicemente il territorio come somma delle nostre storie individuali e come prodotto del nostro stile di vita. E lo scandalo, il perturbante, nei quadri di Stefano è che i suoi quadri sono belli».

Pubblicato su Paese Mio Manerbio, N. 110 (luglio 2016), p. 6.

Non ci sono più le mezze stagioni

Nell’estate meno estate che si possa immaginare, un concerto non può che intitolarsi “Non ci sono più le mezze stagioni”. Così, infatti, è stata chiamata l’esecuzione manerbiese delle “Quattro Stagioni”, i primi concerti grossi per violino di Antonio Vivaldi (Venezia 1678 - Vienna 1741), compresi ne “Il Cimento dell’Armonia e dell’Inventione”. Gli spartiti uscirono nel 1725, per i tipi di Michel-Charles Le Cène, ad Amsterdam; Vivaldi, però, disse di averli composti prima di quell’anno. Sono uno dei primi esempi di “musica a programma”, ovvero a tema: un esempio di quel gusto barocco per l’ingegnosità, la novità, l’abilità esecutiva. In questo caso, la bravura del compositore sta nel saper usare i suoni per riprodurre le atmosfere di ciascuna stagione, coi rumori, ma anche i colori, i profumi e le temperature. 
            A Manerbio, le “Quattro Stagioni” sono state proposte al Teatro Civico “M. Bortolozzi”, il 19 giugno 2016. La locandina prevedeva una collocazione all’aperto, nel portico di Palazzo Luzzago; il clima più fresco del previsto ha indotto a cambiar luogo. Per ironizzare sul fuori programma, è stato anche mutato l’ordine di esecuzione dei concerti: l’ “Estate” è arrivata per ultima, come buon auspicio.
            L’evento era stato organizzato dall’Associazione Micrologus, che si occupa anche di educazione musicale in età prescolare. A esibirsi era l’Ensemble Bazzini, accompagnato dal clavicembalo di Edmondo Mosè Savio. L’Ensemble è un quartetto d’archi composto dai violinisti Daniela Sangalli e Lino Megni, dalla violista Marta Pizio e dal violoncellista Fausto Solci. Per l’occasione, si era aggiunto il violino di Cesare Zanetti. Il nome ricorda Antonio Bazzini (Brescia, 1818 - Milano, 1897): compositore bresciano, virtuoso del violino, direttore per anni del Conservatorio “Giuseppe Verdi” di Milano.
            Oltre ai celebri concerti di Vivaldi, ne è stato eseguito uno di Georg Friedrich Händel (Halle an der Saale 1685 - Londra 1759), sempre per clavicembalo e archi.

            Le presentazioni sono state affidate alla voce di Luciano Bertoli, che ha anche declamato i sonetti accompagnatori delle “Quattro Stagioni”: composti forse da un anonimo, forse da Vivaldi stesso. L’Autunno descriveva l’ebbrezza (non metaforica) per i frutti della vendemmia e una battuta di caccia. L’Inverno era un tripudio di ghiacci (insidiosi per il cammino), di venti e di pioggia. La Primavera era impersonata da un pastorello dormiente accanto al cane e dalle danze delle ninfe. L’Estate era tutta un ronzio di calabroni nella calura e un fragor di temporali. La presenza di questi versi, per quanto convenzionali, si inseriva bene nell’intento di Vivaldi: unire - grazie all’ingegnosità - tutte le arti e le sensazioni, per gustare le sfumature annuali della natura.

Pubblicato su Paese Mio Manerbio, N. 110 (luglio 2016), p. 6.

Sere d'estate all'oratorio

L’edificio principale dell’oratorio “S. Filippo Neri” di Manerbio è stato abbattuto, ma questa non pare una giustificazione per cessare le attività. Anzi, la necessità di raccogliere fondi le rende anche più preziose. Così, il 2016 è stato salutato da una grande “Festa dell’Oratorio”, tenutasi dall’1 al 3 luglio e dall’8 al 10 dello stesso mese. 

            Sul palco all’aperto, si sono esibite “cover band” come Rumori Molesti (1 luglio) e i Bubble Gun (8 luglio), o rockabilly come i Whole Lotta Shakers (3 luglio). I gruppi hanno lasciato il posto al karaoke il 10 luglio, quando il “Grest In-Canto” ha chiamato al microfono i “grestini” e i loro genitori, per guadagnar punti alle proprie squadre grazie all’ugola. Nella stessa serata, si erano esibite anche due ragazze in cover dal vivo: Silvia Ragozzino (voce e chitarra) e Adele Piovani (pianoforte).
            Il 3 luglio 2016, la Festa dell’Oratorio ha visto le premiazioni dell’Ironman, una notissima gara di triathlon comprensiva di nuoto, ciclismo e corsa. Sul podio, in ordine crescente, sono saliti Giacomo Brighenti, Andrea Mondolo e Massimiliano Prestini. Il premio per la categoria femminile è andato a Camilla Medeghini. Più tardi, la Croce Bianca di Leno e i Vigili del Fuoco di Verolanuova hanno offerto al pubblico una dimostrazione, con la ricostruzione di un complicato incidente fra un automobilista e un ciclista.


            Tutte le sere, giochi gonfiabili erano disponibili per i bambini. Nei servizi bar e ristorazione, il menu era quello consueto delle sagre paesane: pà e salamìnå, polenta con salsiccia o gorgonzola, ravioli con vari ripieni, insalate miste. In più, si potevano ordinare pizze. Per variare, sono state introdotte serate a tema: specialità “made in USA” (2 luglio), fritto di pesce (3 luglio) e spiedo bresciano (9 luglio). Un maxischermo trasmetteva le partite del Campionato europeo di calcio. Ma lo sport era vissuto anche dal vivo, col torneo di beach volley e - soprattutto - col Mundialito, una versione bonsai dei Mondiali. Nell’ “Oratorio Stadium”, volgarmente noto come “campetto”, si sono affrontate maglie all’insegna dell’ironia. La Germania era sottotitolata “Oktoberfest”; tutti i giocatori del Portogallo erano CR, col relativo numero; per l’Argentina, la nazionale di Papa Francesco, erano state pensate maglie a tema come “Bergoglio” e “Mano de Dios”. Sulla schiena degli “egiziani”, era scritto: “Salah… per la prossima volta”. Il nome di Salah è ritornato con ben altro tono, quando si è trattato di nominare il Miglior Capocannoniere del Mundialito. Il Miglior Portiere, Diego Cavagnini, è stato seguito dal Miglior Giocatore Daniele Ferrari e dal Miglior Sosia Gian Luca Girelli, che è ricorso a una parrucca, per fotocopiare degnamente il portiere della Germania. Quest’ultima è risultata essere la Miglior Squadra (come imitazioni), mentre la coppa del Mundialito è andata all’Olanda. Con un sorriso (e un po’ d’orgoglio), si è così chiusa la Festa dell’Oratorio 2016.

Pubblicato su Paese Mio Manerbio, N. 110 (luglio 2016), p. 4.

giovedì 14 luglio 2016

La nipote del diavolo - III, 2

Parte III: Colloqui



2.

Mentre si avviava, come faceva da anni, verso la casa di Irene Serra, Amedeo notò qualcosa di simile a nubi bianco-rosate salire dal suo giardinetto. Ciliegi carichi di fiori. Il giovane sorrise fra sé, al pensiero di quell’austera maestra di spada così innamorata delle grazie naturali. 

Lui aveva decisamente altri pensieri, in quel periodo. Dopo la laurea in Medicina, aveva cominciato a esercitare la professione di ostetrico e la sua mansione di responsabilità – unita alla giovane età – lo rendeva spesso nervoso. Nilde, invece, era reduce dalla laurea magistrale in Lettere antiche.
            Suonò il campanello e gli rispose, regolarmente, la voce della sua fidanzata. Ma la figura che gli venne incontro nell’ombra serale, lungo il vialetto, lo rese stupefatto.
Era lei, certo. Tuttavia, la sua figura flessuosa e dagli abiti scuri irradiava un atteggiamento che non le aveva mai visto. Una serenità e una chiarezza di sguardo che parevano pervadere il suo passo leggero e regolare. Il suo volto guardava con distacco e, allo stesso tempo, ogni cosa poteva dirsi compresa in esso – come negli occhi della Minerva in gesso, in quella biblioteca dove Amedeo aveva vissuto le proprie peggiori angosce e le più profonde ebbrezze.
Le braccia di Nilde lo strinsero, forti, ma senza foga. Mentre lui le carezzava la schiena, la ragazza gli rivolse un limpido sussurro: «Sarà presto. La prossima luna piena… sarà l’ultima per mio zio o per me».

[Continua]

Pubblicato sul quotidiano on line Uqbar Love (14 luglio 2016).


mercoledì 6 luglio 2016

Mindfulzen

Un termine inglese si fa sempre più strada nel campo delle neuroscienze e delle psicoterapie: Mindfulness. È un termine difficile da tradurre e che, a propria volta, traduce un vocabolo in lingua pali: sati. Può essere reso come “consapevolezza”. Il sito del CISM (Centro Italiano Studi Mindfulness) la definisce come “uno stato mentale, «una modalità dell' essere, non orientata a scopi, il cui focus è il permettere al presente di essere com'è e di permettere a noi di essere, semplicemente, in questo presente» (Teasdale), che può essere coltivato e stabilizzato attraverso particolari tecniche. È  uno stato mentale non concettuale, nondiscorsivo, nonlinguistico, e che soprattutto ‘apre’ a degli insight che portano alla comprensione profonda del funzionamento della mente stessa.”
            Questo campo di studi fu aperto dal biologo molecolare Jon Kabat-Zinn. Verso la metà degli anni ’60, cominciò a praticare yoga e meditazione come percorso personale. L’unione fra le sue conoscenze scientifiche (anche anatomiche) e di questa sua esperienza gli diede l’idea di creare un percorso strutturato adatto agli occidentali, col fine di ridurre il dolore e lo stress. Nel 1979, con il sostegno del primario di Medicina Interna del Medical Center dell'Università di Worcester (Boston –Massachusetts), fondò la prima Clinica per la riduzione dello stress basata sulla coltivazione della Consapevolezza.
            Proprio alla Mindfulness, figlia di questo matrimonio fra antico e nuovo, tradizionale e scientifico, si riferisce il maestro zen Tetsugen Serra (Milano, 1953), con il suo neologismo: Mindfulzen.
            Egli iniziò la propria formazione a Tokyo, col maestro Tetsugyu Soin Ban Roshi; ricevette il Dharma (= insegnamento) nel lignaggio di Harada Roshi dal maestro Tetsujyo Deguchi. Nel 1986, si diplomò Zen Master Shiatsu all’Istituto di Shitsuto Masunaga, presso lo Iokai Shiatsu Center, sempre di Tokyo. Rientrò in Italia nel 1988. A Milano, ha fondato il monastero Enso-ji (Il Cerchio) e la Scuola Zen Shiatsu. Nel 1996, è nato anche Sanbo-ji, il Tempio dei Tre Gioielli, a Berceto, in provincia di Parma. 

           Mindfulzen, naturalmente, è un modo per indicare il raggiungimento della Mindfulness attraverso la pratica della meditazione e l’esperienza della tradizione buddhista sino-giapponese. Come Kabat-Zinn, il maestro Tetsugen si rivolge esplicitamente all’uomo occidentale nelle condizioni di vita contemporanee: urbane, frenetiche, spesso invitanti all’egoismo e alla superficialità. Il gioco di rimandi fra esperienza secolare ed era digitale è evidente anche nel titolo del primo libro che Serra ha dedicato alla Mindfulzen: Zen 2.0 (Milano 2014, Cairo).
            Il focus dell’opera è la ricerca della felicità: qualcosa che sembrerebbe da inseguire, da afferrare, come il premio di una corsa. La concezione proposta dal maestro Tetsugen è l’inverso: la felicità è qualcosa che si trova dentro l’uomo, “la nostra condizione naturale di vita” (p. 10). Trovarla significa snebbiare la mente e “vivere ogni istante della vita per quello che realmente è e non solo per come pensiamo sia” (p. 9), perché “la mente, il corpo e lo spirito possono trarre gioia da ogni momento del vivere” (p. 10).
            Ciò che è necessario, dunque, è disintossicare la mente da una serie di veleni quotidiani: lo stress, la paura di essere inadeguati o “diversi”, le abitudini, le agitazioni emotive, le dipendenze - anche da modi di vivere o da credi. “La biologia molecolare sta iniziando a scoprire che, con appropriati stimoli, i nostri geni sono tanto modificabili quanto le nostre cellule. Fornendo gli stimoli chimici e neurologici giusti, possiamo sbloccare la ripetitività, il condizionamento della nostra mente. Darle la possibilità di pensare libera dagli schemi che si sono formati negli anni” (p. 12). Quegli stessi schemi che ci fanno spesso considerare il presente una situazione scomoda in cui vivere, o che ci convincono di essere in qualche modo “inadeguati”; che ci bloccano in un ricordo infelice, o che ci fanno rimandare felicità e iniziative al futuro. Che ci fanno appiccicare etichette alle persone “conosciute” o che generano pensieri che aumentano il peso del vivere.
            I consigli del maestro Tetsugen sono semplicissimi. A volte, comprendono carta e penna: contemplare una linea e un punto, per capire se si è più attratti dalla prima (= fuga dal presente) o dal secondo (= immersione nel reale); elencare i momenti di contrarietà della giornata, per prendere coscienza del perché ci abbiano reso infelici. Di fondamentale importanza, però, è la respirazione, fulcro delle pratiche spirituali asiatiche. Dalla profondità del respiro dipende quella del sentire. Esso deve essere circolare (senza pause fra emissione ed immissione dell’aria), coinvolgere tutto il corpo, essere fluido e coinvolgere un solo canale (o naso, o bocca).
            Sul modello dell’Ottuplice Sentiero, Serra propone otto punti fondamentali per l’esercizio della Mindfulness: il non-giudizio (non giudicare cose e persone, lasciare che si manifestino a noi così come sono); la pazienza (non forzare i tempi naturali); la mente principiante (libera da preconcetti); la fiducia (non voler dominare tutto ciò che accade); l’assenza di aspettativa (non restare mentalmente attaccati alle esperienze già vissute o a ciò che si vorrebbe); l’accettazione (prendere atto della realtà);  il lasciare la presa (abbandonare l’idea di poter/dover controllare tutto e tutti); l’amore (passare all’azione per il bene altrui).
           
“Naturale” seguito di Zen 2.0 è Zen 3.0 (Milano 2015, Cairo). Stavolta, Tetsugen Serra si focalizza sulla pratica della meditazione. Racconta la giornata dei monaci zen: si alzano prima che sorga il sole e si siedono in zazen (tipica meditazione a gambe incrociate). “Il monaco zen è già sveglio, pronto a cogliere il risveglio della vita e della natura. Egli non entra nella giornata già iniziata, ma sorge con il sole..” (p. 40). Il suono della campana tibetana riempie tutto lo spazio dell’universo: “Il giorno sta nascendo, noi nasciamo con esso, non c’è assolutamente nient’altro” (p. 48). Per chi non vive in un eremo, è possibile scegliere una suoneria dolce per la sveglia, per “ricostruire” il corpo abbandonato nel sonno. E, naturalmente, si consiglia di portare il respiro via via in ogni punto del corpo.
            Uscendo di casa, la domanda da porsi sarebbe: “qual è la motivazione principale del giorno?” (p. 68). Ed è veramente nostra? Anche questo interrogarsi al mattino, secondo il maestro Tetsugen, è meditazione. Naturalmente, sono necessarie compassione e autoironia. Meglio superare le soglie col piede sinistro: quello compreso nella parte del sistema nervoso che regola le emozioni profonde e gli istinti. In questo modo, ci si ricorderebbe di ascoltare anche l’intuito, mentre la ragione ha la funzione di riequilibrare.
            Questa cura, questa consapevolezza - Mindfulness, appunto - si estende a ogni momento della giornata. Impedisce di comprare cose inutili, di rubare spazio agli altri, di caricarsi di stress non necessario. Mostra come il cibo che mangiamo sia energia dell’universo - quindi sacro e prezioso. Elimina la sensazione di essere separati e minacciati dal mondo circostante, nel quale una persona consapevole entra - invece - con la pacata sicurezza del leone nel proprio habitat. Tiene lontani i Tre Veleni: rabbia, avidità, stoltezza.
            La Mindfulzen non è un risultato conseguibile una volta per tutte. Come spiega il maestro Tetsugen, “è un continuo divenire della nostra mente e del nostro cuore, un’incessante trasformazione consapevole nella nostra vita” (Zen 2.0, p. 164). Soprattutto, non è appannaggio di nessuna setta, istituzione o dottrina. “La spiritualità appartiene a ognuno di noi per il solo fatto di esistere […] la meditazione appartiene all’essere umano che vuol essere consapevole del proprio vivere e conoscere la profondità della propria esistenza” (p. 59).

Pubblicato sul quotidiano on line Uqbar Love (6 luglio 2016).

La nipote del diavolo - III, 1

Parte III: Colloqui



1.

Michele Ario attraversò l’arcata profonda e biancheggiante dell’ingresso e il cimitero di Pavia si aprì a lui. Camminò a fianco dei portici che ombreggiavano i loculi, disegnando un percorso invisibile e noto fra i vasti cortili. Giunse infine a una tomba di famiglia, con il cognome ben in vista sul frontone: “ARIO”. 

            Angeli femminei, dalle vesti fidiache, tendevano ai visitatori le mani ormai erose. Lui distolse lo sguardo da loro ed estrasse una chiave dalla tasca. Aprì il cancelletto del cenotafio.
All’interno, gettò un’occhiata alle pareti punteggiate da loculi – ciascuno con scheletri di fiori e lumini estinti. Solo quattro lapidi sembravano aver ricevuto qualche cura: quelle dei genitori di lui, gli anziani coniugi Ario; quella del fratello Leonardo; e quella di Virginia Lupi in Ario, la moglie di quest’ultimo.
            Michele si soffermò sull’ovale incorniciato della fotografia. Luminosi occhi azzurri, incarnato d’alabastro, ricche chiome color autunno. Virginia era una versione più matura della figlia Nilde, ma con un raffinamento di malinconia che la giovane amazzone non aveva mai conosciuto. Lo psicologo si lasciò indagare da quegli occhi di patina; la mano appoggiata sulla lastra di marmo gli trasmetteva un gelo vibrante.
            Guardò verso il basso. Non un loculo aveva voluto per Nilde, ma un sarcofago decorato col volto d’un angelo preraffaellita. Là le avrebbe fatto passare il breve soggiorno da morta apparente, se non fosse fuggita dalla camera mortuaria del Policlinico. Avrebbe lasciato qualche spiraglio, nella chiusura del sepolcro; e, nottetempo, avrebbe liberato la ragazza lui stesso, come una novella Giulietta.
            Era andata diversamente. Pazienza.
Sfiorò l’orlo del sarcofago. Troppo piccolo per lui. Nilde avrebbe dovuto rivedere la propria promessa di seppellirlo lì dentro.


[Continua]

Pubblicato sul quotidiano on line Uqbar Love (5 luglio 2016).

venerdì 1 luglio 2016

La nipote del diavolo - II, 9

Parte II: La Regina di Spade



9.

Dopo che il curioso metodo di Irene aveva fatto toccare con mano a Nilde cosa fosse “la vigilanza costante”, venne la volta dei primi esercizi tecnici. Per questi, le due si servivano di bastoni. La katana donata da Michele Ario alla nipote riposava ancora nel fodero.
            La pratica dei lavori domestici aveva fruttato a Nilde un netto miglioramento della sua manualità. Quella parte della propria istruzione, poi, non le spiaceva affatto. Quando tornava dalle lezioni, buttava la cartelletta degli appunti sul letto e riprendeva il bastone di propria iniziativa, per riprovare le mosse che aveva appreso il giorno prima.
            Tuttavia, Irene non si mostrava soddisfatta.
«Non ci siamo!» esordì una sera. «Continui a pensare a tuo zio… e a cosa farai, alla fine di tutto questo».
Nilde sussultò. La maestra aveva colto nel segno.
Gli occhi di quella trentenne piccola e ferrea, affusolati come oscuri ornamenti, fissarono le pupille della ragazza.
«Gli esercizi tecnici non ti serviranno a niente… da soli».
Un ricordo attraversò Nilde: Eternal sunshine of the spotless mind. 
Quel verso di Alexander Pope, citato a così breve distanza di tempo da lei e dallo zio. Le ultime parole da lei sentite, prima di quel trauma cranico che aveva dato inizio alla sua macabra avventura.
«Per diventare una spadaccina, dovrai dimenticare tuo zio… il vostro patto… i conti che vi dovete rendere…»
La voce di Irene diveniva sempre più adamantina.
«Dovrai dimenticare Nilde».


[Fine seconda parte]

Pubblicato sul quotidiano on line Uqbar Love (30 giugno 2016).