giovedì 30 giugno 2016

Vincenzo Calò intervista Piero Didio

Piero Didio… 


Piero Didio è nato a Montescaglioso, in provincia di Matera, nel 1958.

Laureato in Economia e Commercio presso l’Università di Bari, sposato con tre figli, vive e lavora nella sua città natale dove svolge la professione di consulente aziendale e tributario.

Ha pubblicato: “I tuoni di Monte Cupo” con la casa editrice Albatros di Roma nel 2010, opera poi riproposta grazie alla Youcanprint di Tricase (Lecce) tre anni dopo; e, sempre con la Youcanprint, “Magnificat” , “L’ultimo priore” nel 2014.

Lo scorso mese di Aprile ha pubblicato, sempre con Youcanprint, il suo ultimo libro “Pensieri e… Parole”, una raccolta di racconti, inoltre ha in serbo una commedia, “Paradise Rock”, e un saggio di storia economica, “Le banche popolari e l’economia del Materano nel XIX secolo”.

Per maggiori informazioni, e contatti, chiamate o mandate un sms al 338 4097761, oppure scrivetegli a pierod.58@gmail.com . Sito web www.pierodidio.it

Benvenuto Piero. Quali sono la migliore e la peggiore mania di protagonismo che non devono mancare nei tuoi elaborati?
I personaggi dei miei romanzi non hanno manie di protagonismo, anzi, la loro caratteristica principale è la riservatezza e, nel caso del romanzo “L’ultimo Priore”, addirittura la segretezza. Io descrivo personaggi del popolo, schivi ma non privi di una dignità che ne fa comunque degli eroi del quotidiano.

Precisando i ruoli dei personaggi può succedere che venga meno l’interesse su una storia?
Credo proprio di no. I personaggi di un romanzo sono parte integrante della storia e la loro descrizione deve essere funzionale alla storia stessa. Ma il rischio esiste, può succedere se ci si dilunga troppo su aspetti poco importanti dei vari personaggi. Infatti io non descrivo quasi mai fisicamente i personaggi più importanti dei miei romanzi, se questo, appunto, non è funzionale alla storia.

Si può lasciare il lettore senza un perché? La letteratura s’ingigantisce affrontando dei drammi del tutto personali? Ma uno scrittore di cos’è responsabile oggigiorno?
Io sono convinto che si possa lasciare al lettore una “lettura” del tutto personale di una storia, rendendolo quasi partecipe della stesura del romanzo stesso. Certo, a determinate condizioni e per aspetti non essenziali della narrazione. Io ho spesso utilizzato questa tecnica: lasciare alcune situazione alla personale interpretazione del lettore. Ognuno ha visto nella vicenda quello che secondo sé poteva essere il naturale epilogo, una specie di sliding door. Ripeto, a patto che non si tratti di vicende essenziali al racconto. Per quanto riguarda i drammi personali dei personaggi letterari credo che la narrativa mondiale ne sia piena. Il lettore vede in quei drammi delle situazioni spesso personali, o comunque possibili e reali. Da Anna Karenina al principe Myskin (L’idiota), da Vitangelo Moscarda (Uno, nessuno e centomila) a Josef K. (Il processo – Kafka) sono innumerevoli i personaggi che hanno condotto il lettore attraverso i propri travagli, anche se non si sono conclusi necessariamente con la morte del personaggio. Credo che uno scrittore oggi debba essere responsabile unicamente della creazione di una buona letteratura, non credo sia il caso di addossargli delle responsabilità che non gli competono.

Mai stato sereno e deciso nell’ammissione di una qualsiasi colpa? Ciò ha a che vedere col prestarsi al massacro derivabile dal rifacimento di una stesura? L’ultima volta che ti è capitato?
Non mi è mai capitato perché ho sempre pubblicato in proprio. D’altronde non si è comunque mai reso necessario, perché nelle mie riletture del manoscritto sono eccessivamente critico, tagliando molto già di mio.

Un talento si può adottare?
Non credo… si può affinare, ma non adottare.

Come si rende piacevole l’aspetto promozionale, scioccando?
Se per “piacevole” si vuol intendere “efficace”, allora credo che questo sia uno dei metodi promozionali più diffusi, anche se non lo condivido.

Quale critica ti rinunci di ascoltare?
Quella di chi non ha letto i miei libri.

In conclusione, chi può testimoniare sulle tue fatiche, editore a parte?
Sicuramente i miei lettori, essendo agevolato inoltre da qualche recensione sui giornali.

… L’ultimo priore

Occorre precisare che Piero Didio narrando non vuol rilasciare sentenze epocali, bensì ci tiene semplicemente a far riflettere il lettore sulle leggende che da sempre rifioriscono selvaggiamente rievocando l’ambigua immagine di un pontefice d’altri tempi (si spera ancora), quale fu Bonifacio VIII, illustrate con le affermazioni di un religioso improvvisato, ma che si rivelò tanto onesto quanto straordinario.

Nel 1294 il decadimento morale lo si suggellò con un fare demoniaco trascorso quasi un semestre, che percosse paurosamente i sentimenti stanchi che provò Celestino, l’allora pontefice, al quale gli subentrò un soggetto da ritenere ignobile come minimo, proveniente da Anagni.

L’illusione incanta nell’attimo esatto che la si brama, merito dell’autore del romanzo che descrive con meticolosità i protagonisti, di primo e secondo piano, e i fatti che caratterizzarono quell’epoca, pessima come poche altre per la religione cristiana.

Il successore di Celestino non si accontentò delle dimissioni di quest’ultimo, tanto d’averlo ucciso dopo una detenzione pretesa dentro le mura di uno svettante dominio, in quel di Fumone; per evitare che il porporato dei Colonna e chi per loro riuscissero a persuadere il disgraziato anacoreta circa l’intento di contrastare il nuovo papa indossando le stesse vesti.

La congregazione maggiormente in voga a quei tempi si mobilitava con un’autorevolezza occulta che susciterebbe fascino ancora oggi, così preminente che qualsiasi cristiano aspirò a esserne incluso.

Il priore unicamente sapeva tenere in raccolta i confratelli individuandoli all’istante, dapprima selezionati in cuor suo, con dei soprannomi che ridestavano l’importanza dei vizi capitali; per non tralasciare mai e poi mai la reliquia che consisteva in un chiodo tra quelli che oltrepassarono le carni di Gesù per crocifiggerlo, intriso del sacrificio corporale.

I transalpini diretti da re Filippo IV ebbero il sommo ardire di prestarne cura; eppure ce lo possiamo ricordare traendo dell’indifferenza nei riguardi del priore della Confraternita del Sacro Chiodo, che s’impegnò a celarsi perfettamente, favorito da un nullaosta autentico e aspettando per una vita nuove disposizioni dall’alto, a fronte del tesoro in dote ancor più inimmaginabile.

Dio d’altronde lo si dovrebbe riverire invocandolo mestamente, coinvolti dal battito cardiaco dell’essere umano invece che dall’ordinario linguaggio, a costo di risultare come degli alieni, degni di qualsivoglia leggenda a perenne rischio d’abuso.

In questo romanzo l’autore fa notare come nel concreto la visibilità dell’uomo è frutto di relazioni riservatissime, ma dall’affetto inequivocabile, dando l’idea di una tragedia umana incombente appena si esce fuori; per implicare una mentalità di pubblica amministrazione, e probabilmente lungi da ciò che Gesù aveva espresso, non con fare autorevole, bensì come semplice fornitore di buonsenso, invitandoci semmai a stare insieme, per caratterizzare nuovamente un’immagine sacra.

Al sotterfugio si vuol rinunciare in ogni reggia, specie se papale, ma tale peccato sembra proprio inarrestabile, e travolge il priore che si circonda di tante tentazioni quando ha da camminare per le strade di Roma; una città che si concede minacciosa a lui che si sorprende prossimo allo smarrimento più struggente dacché deteriorante per l’anima già impedita, a uso dimostrativo.

Fu così che della passione carnale pervase l’uomo con splendido inganno, rigettandolo in uno stato d’inconsapevolezza da dimenticarsi letteralmente i princìpi che lo reggevano in precedenza, per tornare in purgatorio poi, a riaprire gli occhi; alle prese comunque di un innamoramento sul nascere da parte di una donna nei suoi riguardi, che non ci pensò due volte, chissà se bene, di scacciare dichiarandole d’istinto il falso spudoratamente, assumendosi il ruolo, comune, di commerciante in trasferta a Roma.

Il priore evinse che nell’esistenza prettamente maschile si va incontro alla pazzia che sconquassa la mente, e avendolo appurato direttamente si mise di lì in avanti davvero a non biasimare più tutti quelli che peccano.

Nel romanzo si tenta di scrutare degli avvenimenti storici in base a come vengono narrati al protagonista; coi significati che, riemersi, si congiungono per un obiettivo preciso e inalterabile, da mirare però pazientemente, senza affermarlo arrecando scompiglio, pubblicamente, avendo da risolvere una tensione talmente forte che permane oltre il fatto compiuto.

Dei diavoli in sostanza cominciarono a radere al suolo il paese d’origine del priore, sbaragliando i confini ancora prima d’entrarci; e si riusciva a comprendere il patimento solo se ci si caricava di buonafede, in balia dell’espressione d’odio che sembrava oramai animare il mondo, incentivata da un pontefice deciso a bramare l’al dir poco prezioso chiodo senza preoccuparsi di arrecare dolore per centrare il proprio obiettivo, facendo perno sul mistero circa la sua prominente figura per assicurarsi una posizione comune e realizzare serenamente, apertamente, quello che desiderava in privato, ossia di ritenersi immortale.

Approfittando quindi del popolo che doveva impegnarsi a sopravvivere quotidianamente, non avendo il tempo d’informarsi sugli avvenimenti di contro, elaborati dall’alto.

Il priore dovette muoversi per risolvere problemi addirittura più grandi di lui, e magari senza una valida ragione per andare sul concreto lungi dalla follia; cercando d’assegnare compiti più che gravosi a degli adeguati combattenti, disposti a morire per venire pagati, e col rischio che il buonsenso andasse a farsi benedire, accettando di passare dalla parte del nemico sul punto di sconfiggerlo, rimanendo pur sempre dei subordinati insignificanti per chiunque, pubblicamente.

Il gruppo che teneva a cura la sacra reliquia, dove risiedeva risultava degno di stima per tutti, nemmeno dai maggiori delinquenti veniva infastidito, nonostante la sensazione che qualcosa sarebbe andato storto per sempre in un determinato momento.

Eppure non v’era bisogno d’uccidere il priore avendo ingabbiato per sempre Celestino V; rassegnatosi quest’ultimo a concepire nient’altro che il proprio stato d’angoscia, senza stimolare in colui che gli subentrò in malo modo la paura di venire indicato come l’artefice dell’inaudito decadimento di un blocco autorevole costituito apposta con furbizia per tutelare l’immagine sua e di chi era sangue del suo sangue.

Tant’è che capita aprirsi privi di remore per riscoprirsi timorosi di ciò che per natura si cela.

Non a caso Jacopone da Todi fu il primo individuo non confratello, e né capo della Chiesa perlopiù, meritevole di contemplare il chiodo, essendo trasparente come nessuno nell’agire per il bene del Prossimo; ammettendo l’impressione d’aver peccato anche solo a forza di esprimere un’opinione partoribile dalla propria ragione illuminante come poche, per ringraziare Dio fervidamente e vivere di onestà così appieno da disturbare i malpensanti dediti a corrompere.

Ma il periodo d’attraversare era nero e qualsiasi sostegno, anche se di facciata, serviva come il pane, per allontanare il demone che gioca da sempre a contorcere i fili già provati delle sue marionette.

Il priore si metteva comodo semmai quando, conscio di un ruolo strettamente tenuto in serbo, c’erano da studiare i gesti dell’uomo in attesa di risposte come del nullaosta a una guerra tra religioni raccomandabile per giunta dall’alto; ma cogliendo il refrigerio tipico di quando si dimora nella casa del Signore, e cioè all’interno di una seria riflessione, spostandosi avanti e indietro, immaginando di spremere questioni perennemente in sospeso, personali, per tornare alla luce nuovamente.

Intanto nelle campagne circostanti il paese del priore veniva bruciata la rigogliosità di frutti e ortaggi per far quasi morire di fame i cittadini che aspettando il loro destino si ammalavano ancor più, come se costretti a rivangare benignamente nient’altro che il passato dandola vinta al pauroso esercito papale che giostrava la situazione a piacimento ancor prima d’invaderli; con l’intento di preservare solo i nobili e i piccoli ma in fondo grandi rappresentanti di una religiosità disfattasi, per essere certi di sottomettere poi chiunque, al minimo compromesso per sopravvivere, e con lo sbrigativo se non proprio finto cenno di commiserazione verso la maestosa immagine di Gesù all’apice della pena, ben visibile in chiesa.

Al priore serviva reagire calcolando con parsimonia i passi da compiere, dimostrando in cuor suo di sorprendere i confratelli con una serenità inusitata, essendo in balia di fatti incomprensibili.

Il massimo dell’impegno consisteva nell’attribuirsi una funzione politica per arrivare a una soluzione rinfrancante l’umanità riposta nel bene come nel male.

Aldilà della poca propensione ad adattarsi a ogni forma di misericordia, dal romanzo il lettore rileva dell’inespugnabile radicamento religioso che sconcerta quando si violano chiaramente delle regole ferree; e comunque in un periodo remoto, d’acquietamento di sani valori distorcibili all’apparenza, espressi in realtà sacrificandosi per gli affetti con un mestiere pari a una passione da rendere pratica.

Il priore infatti di professione metteva in ordine testamentarie laboriosità, svolgeva un lavoro tramandabile nella normalità delle cose e delle persone, soddisfacendo egregiamente i bisogni della sua compagna e dei figli naturalmente; potendo prendersi la briga di allontanarsi da loro anche senza un valido motivo.

Ma in questo libro la ragione è negativamente influenzata dalla detenzione dell’anima che, privatasi forzatamente di ogni appiglio, procede per vie lungi dall’essere rette affinché la follia non attragga del tutto… un’impresa indicibile al solo pensiero di risultare alle dipendenze di una sorta d’azzardo pressante con nozioni scellerate e inaccettabili.

Addirittura sarebbe convenuto seguire un pazzo che vagabondava per il paese ma in un mondo tutto suo, come se ignaro della tragedia popolare che si riproponeva intensamente giorno per giorno, sbeffeggiandola magari per puro divertimento, distante dall’ipocrisia che si amplificava.

Da qui l’accorgersi che c’era rimasto d’avvicinare il sovrano di Francia, seguace della causa di Pietro da Morrone (Celestino V), vittima diretta del pontefice tanto che lo avrebbe messo a dir poco in difficoltà una volta accertatosi di questo delitto… sì, ma come?

Bisognava recarsi da Filippo IV distaccandosi dall’agone cittadino controllato a vista, fervidamente, dalle truppe del pontefice; senza contare che non si diede a sapere dove riposavano le spoglie di Pietro da Morrone, per metterci mano e dimostrarne al re la dipartita, ricordando di risistemare i resti del frate al loro posto!

Un’azione foriera d’intrigo, che in una situazione problematica come tante è improponibile.

Una decisione che può concretizzarsi però quando ti ritrovi in balia della morte, ingiustamente, e le idee per preservare della dignità si spremono, crudelmente, con un’energia sentita come promossa dall’alto.

In mancanza di un granello di pazzia effettivamente la Terra risulterebbe eccessivamente insipida per soggetti pervasi dall’insensibilità, consumati dalla violenza scagliabile agli avversari, atta a ripercuotere l’umanità in generale offendendo la vista di Dio, dovendo piuttosto meditarci sopra per avvalorarla semmai; a riprova di un estremo intervento di guarigione nei riguardi dello sventurato dal destino segnato, affinché si possa essere non solo perdonati dall’alto dei cieli ma addirittura ringraziati per il bene agevolato nell’esistenza del Prossimo.

Morire per tutelare il respiro di persone fidate, è il massimo che si possa intraprendere umanamente, con la mente da rinfrescare a seguito di dettami da ridiscutere, per un piano rivoluzionario, che aspettava d’essere attuato col buon proposito, comprendendo alla fine da sé l’obiettivo da raggiungere prima o poi.

Il pontefice nefasto per la Chiesa stessa, che meritava d’essere assassinato, si fregiava inoltre di un accessorio negativo, simbolico, indossato da Tancredi di Svevia (il cui padre era Federico di Svevia), ma ottenuto a quanto pare trafugandolo di persona senza preoccuparsi delle spoglie del possessore… nulla ancora di certo per emettere una sentenza definitiva, che andava comunque alimentata secondo il priore, a costo di passare alla storia per aver indotto alla morte un paio di suoi seguaci per mezzo delle sue direttive, comunicate in modo ermetico ma influenzando ben presto le coscienze, in sostanza, meravigliando dalla parte degli onesti nonostante l’ansia avviluppata dalle riflessioni, in particolare di chi era più che degno di sapere dai minimi esponenti del cristianesimo dell’evolversi degli eventi, sbattuto invece dall’omertà imperante, specie di coloro che lavoravano la terra potendo quest’ultimi ragguagliare chiunque sulla sorte di certi monaci legati al passato.

La massa di base era cortese, però gravata psicologicamente dalla miseria, e per ritenersi confratelli bisognava nutrire l’intelletto costantemente, scalfendo la raffigurazione dell’individuo sui generis che sembrava immaturo oltre che fragile e goffo, gettabile nel più terrificante dei dimenticatoi una volta rivendicati dei diritti nell’anonimato civile; dove purtroppo si radicavano le armi da guerra, mirandole in direzione dell’aldilà.

La possibilità di dubitare del modo di fare vitalizza l’intero romanzo, come se fosse facile tralasciare il pensiero nei riguardi di una persona come di un oggetto per timore di complicarsi la vita; eppure sono stati compiuti dei danni che si è creduto di celare ammassandoci sopra un quantitativo di fango inesplicabile.

Federico, un ragazzo temerario, voleva esclusivamente provare a stimolare la risposta effettiva, senza riserve, da parte del priore, convincendolo circa il recupero dei resti di Celestino V a forza di scalare le vette della Maiella, il posto ove si rifugiò in beata solitudine il santificabile papa di un tempo; con quella spinta acconsentita dall’età, accresciuta da un innato moto d’orgoglio polverizzante ogni ostacolo sulla Terra, in mancanza del quale ci si annoia per consuetudine.

Leggendo quest’opera letteraria è intenso notare come l’essere umano generalmente ambisca a detenere cose di cui n’è carente, senza accorgersi d’avere già in pugno la soluzione per stare bene… una speranza che la Confraternita del Sacro Chiodo cullava, in balia dell’handicap che si faceva sentire, bloccata in un luogo preda delle milizie papali, senza venire considerati dalla Chiesa praticamente, che non osa abbassarsi per verificare se un umile frate stia resistendo ancora a cotanta vergogna che non lo riguarderebbe, e comprenderlo.

Senza contare che Cristo aveva invitato fervidamente a idolatrare gli avversari; perché vi sarebbe poco o nulla di divino nel seguire chi si affeziona a te, quando l’inanimato si espande in te, essendo un dovere assoluto del Signore distinguere le virtù dalle irresponsabilità, a scanso degli equivoci edulcorati con ragionamenti del tutto relativi e sterili.

Come nel caso di questa narrazione mesta, che include lo splendido esempio della malinconia di Federico; per la madre e il padre morti quand’era bambino, così cari e attraenti da riuscire a sminuire l’angoscia successiva nel figlio che ha dinanzi ora un paesaggio pienamente innevato, una novità che si ripete caricando di felicità all’eccesso i sentimenti lineari del ragazzo che si riappacifica col passato dimorandoci.

Intanto lo spazio attorno sbraita, posseduto da un’atmosfera carica di mistero, dando l’impressione di pretendere rispetto da ciascuna persona; cosicché il giovane si convinse che sarebbe stato meglio non disturbare il sonno eterno di Celestino V, e andare direttamente a conquistare la fiducia da parte del sovrano d’oltralpe ricostituendo una valida testimonianza a parole, per la salvaguardia dei principi del cattolicesimo, nonostante le complicazioni aumentassero eccome così facendo, essendo Federico un perfetto estraneo, nonché inqualificabile agli occhi del re, d’avvicinare inoltre scavalcando lo stuolo di soldati in difesa di Filippo IV!

Il pontefice in carica si fece notare per una sorta di consolidamento della propria figura, lampante poiché l’ingegnosità e la perspicacia caratterizzavano il personaggio come pochi o nessuno prima di allora; eppure altrove cominciarono a storcere il naso nei suoi confronti, constatando che il conflitto non metteva in ballo le posizioni di regni diversi l’uno dall’altro, malsì delle responsabilità dissonanti che incancrenivano un singolo influente sistema.

Con lo stesso istinto animale il primo custode del Sacro Chiodo si riappropriò di un certo ruolo; avendo appurato all’istante che solo lui era in grado di sedare il panico apertamente, assumendosi il potere di regolare l’andazzo civile allo sbando, ma ciò significava trasgredire il massimo dettame che impreziosiva da un paio di secoli la congregazione, dovendo svelarsi realmente.

L’angoscia andava perlomeno considerata in un territorio oramai oscurato dal pontefice, reso indifferente dopo avere comunque faticato a impadronirsene.

Le maschere caddero, svelando le reali sembianze dei confratelli, che non rimasero affatto sorpresi l’uno dell’altro e viceversa, forse perché esse si seppero dall’inizio di quest’avventura, e senza contare che il pettegolezzo non era all’ordine del giorno in determinati e determinanti ambienti.

Colui che li diresse, al pensiero d’averli avuti strettamente vicini in cuor suo ne fu rallegrato, seppur insorgeva da subito il patimento per l’eventuale triste sorte di ognuno di loro.

Il mistero del Sacro Chiodo avrebbe cessato d’esistere nella pelle del suo onesto possessore, abile a intuire delle tragedie… che ci attribuiamo del resto invocando la fine dei nostri giorni per un motivo eccelso.

Difatti la storia ha avuto inizio in mancanza di avvertimenti circa degli eventi già in corso di formazione, per comportare una riflessione a proposito dell’uguaglianza tra gli esseri umani solo in assenza di vita, se tutti si è prede dell’univoca pazzia; schiarite dall’albeggiare del giorno che può decretare morti e perdite da giustificare poi fino a far scendere la lacrima a un sovrano come Filippo IV, che forse peccava d’ingenuità, al contrario del priore che voleva sopravvivere in balia di lacerazioni impensabili, martoriato da armi grosse e appuntite con cui ci si divertiva a rendere il suo corpo uno straccio, finché non avesse confessato dov’era custodita la reliquia d’amare in eterno.

La coscienza si ridusse nella certezza d’essere un detenuto qualunque, con la straordinaria dote di scrutare gli occhi della massa, andando oltre i travestimenti, sopportando delle lesioni subite oltre le aspettative, lungo un silenzio del tutto personale, divino.

Perché Dio sarebbe in grado di rianimare e rimettere in sesto l’umanità meravigliosamente, inducendo una guardia a rendersi complice aiutando il protagonista del romanzo nella letteraria tessitura dei ricordi, in cambio di una benedizione; con la promessa infine di esporre l’opera alla sete di giustizia, all’aperto, di modo ché la fede in Dio mettesse a corrente l’estraneo di turno sulla buona pace di un’esistenza trascritta, da intensificare poi divulgandola in ogni dove terreno.

La paura a livello mondiale si riferisce ai guerriglieri copiosi e assortiti negativamente ma con maestria, autorizzati diabolicamente; così da circuire l’individuo di buona volontà, favorendo il papa da combattere con questo testamento spirituale, senza abbandonarlo in mano di possessori più che illegittimi.

Le memorie del priore piuttosto vennero celate sapientemente dal carceriere, ed egli altri non era che quel ragazzo suo seguace glorificatore della Confraternita, che, denominato Federico, riuscì nell’impresa di mettere la pulce nell’orecchio al sovrano transalpino, a proposito della fine del caro Celestino V per mano del pontefice Bonifacio VIII, ma senza avere modo poi di svilupparla ulteriormente, a causa d’infiniti ostacoli che sopraggiunsero precedendo l’azione a rilento di Filippo IV, scaturiti (al momento di presentarsi alla corte del re col permesso di un suo assistente) dall’approccio coi Colonna che evasero dalla prigione di Tivoli su ordine sempre di Bonifacio VIII, e che come Federico non vedevano l’ora di raccontare il misfatto per chiedere un aiuto al regnante di Francia.

In mezzo alle truppe del papa per salvarsi Federico si proclamò reduce di guerra, privo di memoria.

In risposta gli venne ordinato di vigilare su quel poco ch’era rimasto di vita del priore da torturare e ricucire avidamente, per far sì che il capo della Chiesa sapesse del posto in cui era custodito il Sacro Chiodo; ma quest’ultimo non la ebbe vinta, e per dispetto condannò a morte laconicamente il prigioniero incarnante il tesoro in questione, tenendolo per sempre riposto in una grave, evidente lesione propria.

Federico risultò alla vista del suo abate irriconoscibile, fisicamente provato aldilà dei trasandati tratti estetici, eppure insieme contribuirono alla salvezza dell’anima continuando a credere in Dio.

A cura di Vincenzo Calò






mercoledì 29 giugno 2016

Vincenzo Calò intervista Daniele Berto

Daniele Berto… 


Daniele Berto (nato il 28 febbraio 1983) scrive versi da quando è adolescente, periodo nel quale è nato l’amore per la poesia e la letteratura.

È preparatore atletico e fisioterapista, ma ha lavorato per anni come magazziniere e barista.

Nel 2014 ha pubblicato la sua prima raccolta poetica, Schegge; queste poesie sono scritte da un minatore che viaggia dentro alla propria anima.

Da due anni, ha intrapreso lo studio delle Lettere Moderne.

Allora Daniele, quale annuncio ti aspetti a breve per puro (o impuro?) senso d’unione?

Mi aspetto un annuncio un po’ naif, visto che nel mio libro il protagonista è un minatore che parte per una miniera lunga e profonda: la propria anima. Ma tutti i viaggi hanno senso se poi condivisi… quindi quel minatore è pronto a condividere le sue “schegge” con altri poeti e scrittori di ogni genere e tipo.

Chi è ch’emette oggigiorno giudizi liquidatori?

I massmedia con la loro logica consumista basata sulla catalogazione di tutto quello che esiste.

Ti piace più un’accoglienza calorosa o prestigiosa?

Calorosa… ci sono parole, sguardi e ringraziamenti che valgono molto di più di un premio.

L’ultima volta che hai detto sinceramente “grazie”?

Questa mattina.

Di questo passo credi che andremo incontro verso una poesia di tipo “populista”?

Non credo. Penso che la poesia difficilmente possa arrivare a tutti quanti… viviamo in una società antipoetica, massificata, e basata solo sull’esteriorità, sull’apparenza e sulla logica del profitto in ogni ambito della vita. Sarebbe necessario, innanzitutto, che i poeti tornino ad avere un ruolo più partecipe all’interno della società stessa, per aiutare le persone ad avvicinarsi alla parte etica e spirituale che c’è in ognuno. Inoltre, serve una scuola che stimoli di più bambini e ragazzi ad amare la poesia.

La parola sta soffrendo mancanza di prospettive?

La parola deve saper rinnovarsi senza perdere le sue caratteristiche essenziali che provengono da lontano. Deve attraversare il suo tempo, ma senza farsi travolgere da quest’ultimo, né arroccarsi negli stili o nelle rigide regole passate. Prospettive ce ne sono, ma per catturarle o vederle è necessario ripartire dallo studio della letteratura: da quella classica a quella contemporanea; perché la conoscenza è il primo passo per poter ampliare la propria prospettiva.

Ti preoccupa la confusione interpretativa?

Prima di pubblicare controllo la chiarezza dell’aspetto morfo/sintattico, lessico/semantico e che il significato (o uno dei significati) che voglio trasferire possa essere compreso. Nella mia poesia spesso m’interessa far partire un concetto oppure un’idea dal testo. Bisogna essere consapevoli di che cosa si vuole parlare, in che modo, e a chi si vuole arrivare. Poi, è accettabile il fatto che, se scrivo a una persona specifica in particolare, ad altri possa non essere chiaro il testo o un suo passo o i simboli e le allegorie che utilizzo. La poesia non si può spiegare del tutto, si rischierebbe di ucciderla in questo modo. Personalmente, la poesia che preferisco è quella del non detto, che lascia una coda di pensiero che ti porta via, che ti allarga l’orizzonte… quindi a volte scrivo una cosa oppure utilizzo un’immagine per dire il suo contrario.

Mi descrivi il primo panorama al naturale che ti torna in mente?

Una spiaggia con la pineta alle sue spalle. I pini marittimi che accompagnano i miei passi verso la rena. Un pendio dolce che s’abbassa sempre più finché la spuma d’onda non mi accarezza i piedi. E lo sciabordio che mi culla l’anima mentre i murazzi brillano indorati dai raggi del sole. E il mio respiro all’unisono con le onde.

Qual è il dubbio più bello?

Che il meglio deve ancora venire… e dipende soltanto da noi.

Cosa ti resta di un viaggio solitamente?

Dipende da dove vado e se ci vado solo o in compagnia. L’ultimo, fatto da solo, a Rocca Imperiale, mi ha lasciato sguardi d’ammicco, sorrisi, il ricordo delle zagare e degli agrumeti, le pale dei fichi d’India. Ma soprattutto questo viaggio è successo per caso, e grazie a una poesia. Grazie a dei versi ho scoperto delle meraviglie che neanche pensavo esistessero. La magia.

… Schegge (Aletti Editore)

Una raccolta di versi, composti in un decennio (tra il 2004 e l’anno scorso), addirittura a tratti velata di attualissima canzonatura, dagli evidenti cambi di schema rinfrancanti in genere lo scriteriato piacere di leggersi dall’esterno; ignaro della provenienza di termini da percepire, senza coglierli per forza, credendo di rimettere in ballo l’affermazione non appariscente di un giovane che si deve rendere responsabile, avventurandosi nel cammino per divenire grande.

Il poeta si appoggia a un interrogativo in attesa che qualcuno lo sblocchi, chiede in che situazione e in quale momento spunta un malessere, la motivazione del piattume esistenziale.

D’altronde i tesori si lavorano soffrendo, ricavandone solitudine con indumenti impossibili poi da smacchiare.

La dote per deliziare lo splendore di uno spirito distinto e consacrato è miserevole, specie nei riguardi di una partner che comunque l’approva in tono confidenziale prima di allontanarsi piano per spegnere nuovamente il sole.

Il quantitativo di trucco per convincersi della propria eternità sconcerta, piuttosto è importante esclusivamente meritarsi un patrimonio, infischiandosene con leggiadria dello scetticismo a tal punto da ridicolizzare l’antipatia espressa dall’individuo che oltraggia una certa presa di posizione.

Daniele indossa una varietà di effetti, non intendendo stabilizzarsi e far venire meno nient’altro che il Sentimento, con la demoralizzazione dovuta dal cieco di turno, per una ragazza preda dell’opportunismo globale, che si avventa con passione sull’amoroso senso da divorare.

“… l’attesa mi spetta.”.

La poesia vivacizza la carta, ma stando a una coppia di richieste che probabilmente si soddisfano contando su giuramenti ordinari, sulla vita da concedere di volta in volta, nella fredda stagione che volge all’anomalia di tanto in tanto.

Daniele Berto si fa carico di delusioni da lucidare con l’utopia di chi non smette d’essere ottimista, pur appartenendo a un disgraziato insieme di strumenti che inavvertitamente viene travolto dal terrore moderno.

Si ha a che fare quindi con le tracce che lascia una forma d’essere solitaria che spazia nonostante l’urbano dissapore, a secco di visioni; così da scorgere l’indifferenza che ci percuote e far insorgere il nostro significato prima o poi, manco fosse innaturale centrare l’umana ragione, tra i diavoli della relatività che serbiamo, e con l’incertezza a seguito di ciò che inconsciamente offriamo.

L’aridità immensa di un’ambizione esagerata si accentua girando a vuoto in cerca di una soluzione liquida, la più semplice ed essenziale, fino a complicare ulteriormente il pensiero di pronto incanto, scaturito dall’analisi di testi irreali e dalle sequenze di un cinema che non viene prodotto, frutto dell’onestà intellettuale che si genera appieno… e magari casualmente!

V’è l’anziano che procede intanto senza avere più fretta, dando l’idea di una corrente che non elettrizza oramai alcun percorso, seppur si fiondi nel profondo, lasciandosi catturare dall’età, diversa e impetuosa, del soggetto che può rianimarsi però grazie proprio a chi è avanti con l’età; come se messi sottosequestro sempre da una condizione dettata dall’alto.

Bolidi da corsa gareggiano ogni giorno, debellando il desiderio d’immaginare cosa prova un meraviglioso volatile in azione, di destare presenza davvero al culmine di un contatto fatale; costretti ad accontentarci di ciò che abbiamo a disposizione, a dipendere da un’agiatezza rimarcabile, che non ci riguarda, sprecando respiri per il bene che ci dobbiamo volere, a svanire nell’interesse smarrito dal sognatore privato del suo approdo.

La vista è occupata dalla riflessione, da un moto d’opinioni spulciate col cronometro da far scattare, per una questione di vita o di morte, arrivando a censurare l’imparzialità dentro di noi.

La predestinata fine di troppe relazioni affascina i comuni mortali, conquistabilissimi da chi non s’impegna scansando l’aspetto mediatico che non si lascia sincerare, per puntare sulle opere edite ma introvabili e non fare più paura con la verità; purché quest’ultima non la si stravolga essenzialmente così d’avere la possibilità di sensibilizzare senza risultare la solita delusione per gli “altri”.

Soprattutto l’orientamento dell’estraneo che si dispera; privato del suo punto di vista per viaggiare e amare, in una storia che non faccia rumore, che s’isoli nell’aria, per espandersi ancora invocando dolcemente l’amara metà con qualsiasi esperienza spremuta per non deludere le attese, a costo d’incentivare il proibito moralmente, suscitando una festa a sbafo di coloro che assumono una dignità alimentandosi necessariamente.

La volontà, carnale, si pone dinanzi al poeta; e in un vento caldo, romanticamente preteso, la fisicità si stempera, proporzionale alla riflessione spaziante nello sconforto.

La fantasia è infernale date delle testimonianze d’affetto che s’intrecciano a causa dell’ego perdurante, cosicché qualsiasi istante segna irrimediabilmente, stando a rimirare la femminilità composta da corpi celesti semplici e delicati, nel buio arcano di un amore autentico, che si sdoppia immensamente, con la sacralità da confermare specie in una città movimentata.

Ci si può muovere senza darlo a vedere componendo in versi, alimentati da un’armoniosità d’inconscio, aspettando di centrare il destino di colei che ami, che ha deciso, rischiando il peggio, di procedere piano; dignitosamente e dunque sapendo d’avere sbagliato talvolta, giustappunto per rialzarsi con la forza di un’illusione.

Animando, il poeta riempie di ricordi la ragione, determina le attitudini di carattere esistenziale quando tutto tace in negativo.

Andando in giro, noti come l’attimo si colga per qualsiasi intento scartando la quotidianità come il dono da riporre nel mutismo di un giovane che focalizza le proprie esperienze; uno scorcio d’infinito da riammettere essenzialmente con la libertà che serbiamo probabilmente, in virtù di quel sentimento sincero, che non si presta alla resa incondizionata; di quell’imperativo che come per magia motiva il collettivo seppur imperversino le solite debolezze, di un qualcosa di così a dir poco prezioso e casuale che non diventa mai indimenticabile.

Daniele si appassiona alle controversie, sottilizzando le interpretazioni che scaturiscono da un vocabolo, per un soggetto di amoroso senso da osservare affinché si possa rifiorire d’incanto e per sempre alla luce di un flash, di sola apparenza; per rincuorare in base alla scarsa predisposizione del buonsenso.

Il passato torna a splendere in un luogo d’incontro alla portata di tutti, sotto l’effetto di una dichiarazione d’amore resa visibile proprio a causa di quel dolce timore di non riuscire a reggerla, a stare insieme per tutto il tempo di chiedersi se abbiamo cominciato o finito un certo percorso emotivo.

Le vittorie di una vita non tornano in un ricordo, e ti sposti fatalmente, dipendendo da un invisibile sentore che semmai traccia nel cielo arcobaleni per sicuri lottatori, non vedendo l’ora di risultare sufficientemente, tra i mormorii e gli aiuti per rimediare in tempo al test scolastico sulla sobrietà materiale; in preda agli accessori che si espongono per la compravendita che ti faccia sembrare come gli altri, da immortalare per non isolarsi a fronte del tempo piccolo, eccessivamente frammentario per argomentare e riprendere a studiare al fine di comprendere oggettivamente la letteratura senza che si parli sul serio.

Ora il tempo passa velocemente, a scapito delle vie da seguire, delle prove orali da superare, circa le teorie per regolamentarsi tanto da trarne beneficio; ma il poeta identifica l’inizio di una storia d’amore nello scoramento a seguito dell’ottenimento di un pessimo giudizio globale.

La richiesta di stratagemmi ulteriori alla poesia più bella, per ritemprare lo spirito quando fa freddo e sfidare la sorte, non è esaustiva; ugualmente certi di come un sognante modo di comunicare serva più di un farmaco poderoso e a prova del successivo danno indiretto, quando si ha a che fare con quella persona che ti fissa negli occhi ben consapevole delle sue fragilità da evidenziare, e quindi con l’invito ad allargarsi e a incidere setacciando il piacere terreno, per sentire la voce di cos’abbiamo incamerato senza far rumore per non considerarci estranei e calzare l’entusiasmo avanzando a piccoli passi, fieri delle nostre radici per l’obiettivo da rinnovare con l’ingegno degl’illusionisti che si tradiscono giocoforza per un po’, concentrandosi sulla vetta da scalare in buona sostanza, senza freni.

Le paure si possono irrigidire nella neve delle affermazioni singolari, ciò lo si può intuire affrontando difficoltà varie e indiscusse per contemplare orizzonti e paesaggi sanciti da un lavoro d’immaginazione che si rivela costante quando meno lo pensi; con l’enfasi giornaliera, quella che caratterizza la solidarietà quando il tempo non influisce perché fermi a meditare sul dolore che si prova per un legame che si allenta.

Chissà se occorre vivere al massimo o accontentarsi di respirare, nella ristrettezza comunque da illuminare assolutamente col quesito che ti aspetti ardentemente, ad alzare un vento fresco nella dissoluzione di un abbraccio, in un cammino insignificante visto l’avvenire spiccante il volo.

L’inequivocabile giudizio affonda nella sovrumanità viziata e volgare, che ti priva delle emozioni sul nascere, equamente.

Il sovrano non si riconosce nella sua parola, laddove cominci alla grande un giorno nuovo, con l’intento di farsi compagnia amorevolmente ritagliando proprio quell’istante, per una spontaneità pungente come a sincerare sull’autunno insecchito sentendo la gente, la volontà di relazionarsi a lungo.

Tutt’a un tratto precipitano i pesi di un’esistenza dall’alto, d’adoperare realmente, e ammetti d’essere presente come una gemma che si apre duramente, insolita, per impegnare il tempo che avanza, trasmettendo obblighi in parallelo agli atti di fede, alla cieca; con la difficoltà ad auspicare una sorta d’onestà evolutiva in privato, con la facilità di stare in pace riattivando patemi d’animo… per il travolgimento che ti prefiggi ancora, derivando, centellinando dai sacrifici, dalle emozioni che ricostituiscono la pelle, come se si stesse per cadere per sempre al minimo spostamento.

L’inabilità sta nel limite imposto da chi ti vuole affianco, così pensato da non riuscire ad andare oltre; in una dimensione terrena da riprendere sognando con piacere, in una fuga perenne.

… come il corridore senza traguardo.”.

Nel frattempo la desolazione sembra sobbarcarsi l’aspetto lunare non pronunciato, ciò che non si riesce a ottenere dipende dalla forza dell’individuo che sta perdendo la speranza, il mordente per un trasporto senza tempo, lineare; e l’aria stempera superficialmente il desiderio di libertà all’intensificato calar del sole.

Destinazioni fantastiche danno l’idea di pazientare appieno nel cielo variabile, a un segnale di resa sociale, intimata tra gli appuntamenti da fissare, nei quali magari devi essere trafitto senza cognizione di causa, sentimentalmente; per ribadire della sensibilità forse e purtroppo insuperabile, con l’immediatezza di una pulsazione cardiaca, finita la pausa data all’anima flebile, addirittura ermeticamente, per svoltare nuovamente.

Il potere di selezionare le debolezze appartiene eccome al genere umano, a una condizione che si ricompone per spigolature d’avvertire, evitando di svanire per la convenevolezza che si esaurisce prontamente, bensì svolgendo un lavoro apparentemente inqualificabile, come quello di avventurarsi nella solitudine recuperando l’amore in disuso e fare finalmente luce; per fermare e consigliare su quel che c’è ancora da donare, di meglio.

Amare è un miracoloso gioco di squadra…”.

                                                                                                                     Vincenzo Calò








martedì 28 giugno 2016

Vincenzo Calò intervista Barbarah Guglielmana

Barbarah Guglielmana… 


Nata negli anni ‘70 in Valchiavenna; medico; impegnata nel tema della violenza di genere; “Davanti alla tenda” (ed. LietoColle) è la sua ultima raccolta di poesie.

Altre opere edite similari se inteso il genere letterario: “Rondini come formiche” (ed. O.M.P.); “Appena alzata mi sono messa a tagliare le stelle come voi tutte” (plaquette in proprio, dedicata all’associazione “Donne contro la Violenza” di Pavia, fino a oggi distribuita in quasi 9mila copie!); “Senza forme” (ed. Gattili); “Scende il buio” e “Frammenti” (le ultime due pubblicate con la Pulcino Elefante).

Oltre alle collaborazioni, nelle seguenti antologie poetiche: “Tredici cadenze” (ed. Puntoacapo);
Homo Heligens” (ed. deComporre); “La giusta collera”, “Cronache da Rapa Nui” e “Keffiyeh: intelligenze per la Pace” per mezzo delle ed. C.F.R. ; e “Amore per l’Arte” (ed. iArt).

Benvenuta Barbarah…! Ma, secondo te, sono più complicati i silenzi o i rumori?
Oggi mi sono diventati più complicati i rumori; mi stancano e occupano l’ascolto del mio rumore interno, che forse è diventato muto, a furia di urlare…!

Rendiamo le cose difficili per avere il tempo di capire, chi o che cosa?
Complichiamo sempre tutto per capire, alla fine di percorsi che sfiniscono, che tutto è più semplice. Un soggetto e un verbo, e la strada è lì davanti!

Di un minore è ancora possibile scoprire un’idea?
I bambini sono una fonte inesauribile perché cercano un ordine al nostro mondo; e stranamente siamo noi che stiamo giocando con la vita.

Pensi che raccogliere impressioni varie sulla crisi economica sia un modo di poetare?
Ho collaborato con Gianmario Lucini (edizioni CFR) a tre sue antologie, sui temi della guerra, dell’ecologia e della collera, perché credo che il tema sociale non sia un companatico ma proprio il pane della vita del pensiero dell’uomo, su cui poi aggiungere altri gusti...! La crisi economica dovrebbe insegnarci nuovamente quello che veramente conta.

L’unione fa la forza?
Certo, l’unione sviluppa le forze per fronteggiare le debolezze unite.

Una formazione culturale esclude l’altra?
Una formazione culturale può irrigidire l’inclinazione dello sguardo, ma l’ascolto altrui dovrebbe aprire alla conoscenza un ventaglio di possibilità e interpretazioni sul mondo. Poi nello scambio la propria lente potrebbe ingrandirsi, indebolirsi, rinforzarsi.

Nell’ambito letterario è normale vedersi di cattivo occhio? Se sì perché?
Ci si potrebbe vedere di cattivo occhio perché si critica per differenza o per gelosia anche l’altro, ma queste componenti umane sono di ogni ambito, proprio perché delle persone.

“Un numero limitato di copie” suona male?
Non è detto, il poco ha un valore di preziosità. Basti pensare ai gioielli che crea la PulcinoElefante: anche fosse solo uno, questi ha un valore inestimabile in ogni senso.

Capita di scrivere fino a rimanere vuoti, come dei paesi tutti da scoprire?
La domanda comporta un’affermazione e il suo contrario, così come il parto della scrittura. Scrivere non svuota, da un senso al flusso, dimostra il marasma interno portandolo alla luce. Ogni volta che si crea un qualcosa è come aver raccolto una primizia da un cesto, il cui nuovo assaporamento alla luce del sole inebria tutto l’essere! Per esempio, il mio progetto futuro è entrare come attrice in un film francese, dove si focalizza una vita diversa: la mia! A parte i sogni, vorrei aggiungere che ho appena partecipato con una poesia al catalogo della mostra dedicata a Mauro Benatti, “Materia celeste”, ora alla Biennale di Venezia. Inoltre, in autunno è stato stampato il catalogo degli “Ometti Oliviani”, ossia disegni raccolti dalle pareti e dalle sedie di casa mia, stilizzati in pose che parlano della psiche umana. Ho partecipato anche all’evento di Paratissima 2014, vincendo il premio MoleCola. In cantiere c’è il progetto di un “libro in movimento” con la fotografa (suo è lo scatto che rappresenta l’autrice) Anna Venturini, cioè un connubio tra l’immagine e la parola, sviluppato sul tema del viaggio, reale e immaginario.

Concludimi quest’affermazione e motivamela: Hai piacere di NON poter più…?
… rifare l’esame di fisiologia! Avevo scritto una poesia in più di dieci pagine, intitolata “Il Blocco” perché… non passava mai!

… Davanti alla tenda (ed. Lieto Colle)

Testimonianze a pelle, d’impulso, si raccolgono con l’espediente romantico per approfondire l’affetto più esaltante che ci possa essere.

Dell’ego armonico ci si fa carico per interpretare la propria parte alla grande e aspettare in piccolo che l’immaginario, bello ch’esteso, si liberi per verseggiare sui giorni che non tornano, appassionando.

Un concentrato di volontà viene assunto sapendo da subito, da poetessa, di maturare una condizione di donna nient’affatto riduttiva per la gioia ch’esce fuori ad appagare particolarmente.

La sensibilità in parole della Guglielmana lievemente si addossa il massimo piacere, che si prova bilanciando, calmandosi; e con essa ritroviamo della sana baldanza nel porsi dei limiti.

La poesia, lavorandola, si evolve in origine, quasi per narrare, e nuovamente spunta quella dote imprescindibile, da sfoderare per coinvolgere con intensità come a prestare le dovute cure alla propria anima.

Sul finire della silloge, l’accento si disincentiva, e si schiarisce una fidata tristezza di base; ne consegue la soavità di una decadenza di pensiero, da trasmettere per sempre, all’oggi.

Le figure umane che smuovevano Barbarah da bambina sono racconti di attimi che si gonfiano piano, meravigliosamente, col senso della privacy, tra le verifiche dell’intuizione vitale, di un tris d’assi attitudinali; per amore, spontaneità e legame di sangue.

Però è come se molta felicità si sacrificasse, e non resterebbe che spiare, nei fori di una rete di protezione a scapito di esseri pungenti, invisibili, proprio quella loro sfrontatezza che non ci appartiene.

Per non cadere in depressione occorre avanzare, dimenticare, alla portata di tutti, l’essenza di un’immagine; a costo di nutrirsi per convenienza, purché si rimetta per reagire e sentire così di stare a respirare.

In assenza di qualsiasi impedimento, i consigli su come traspirare trasparenze deliziano, come la solennità di un rito che caratterizza l’umiltà di univoca specie, a procedere china, con la mente incapace di alleggerirsi.

Le preoccupazioni sembrano esigere carezze, mentre “lei” ingurgita materiale preziosissimo; e il più forte sentimento il suo ricamo, spostandosi per preparare cose prelibate e rifiutarle tardivamente… per lasciare il segno e ricominciare daccapo a sistemare l’ordinario.

Vedersi nudi era un modo per divertirsi e crescere?

No, s’è trattato di un errore di valutazione in prospettiva, imperdonabile!

Sprovvisti dell’aspetto fisico, tendenziale, v’è una fonte d’energia primaria che ricaviamo di getto, inasprita, tanto da renderci ugualmente aridi dentro; e, dovendo resistere alla superficie pervasa dalle piogge, nei gesti che ti aspetti ma che si tengono in serbo, facciamo razzia del creato che si avvicina spiritualmente, privato del tempo per consolidare.

Gli astri si calano, s’imputridiscono col freddo di una coppia di amanti la cui complicità si spegne in aria; e Barbarah è convinta che tutti se la prenderanno con lei, come se fosse stata l’autrice ad aver diretto un mistero come pochi, con un dato compagno succube, e non viceversa.

La Guglielmana amabilmente si scorda di vivere, essendo fedele al suo arbitrio, e della vastità che la circonda rilascia una carenza semioscura, alla probabilità di rialzare la testa e stimarsi, come la luce al naturale che trastulla le primizie non suscitanti più la benché minima atmosfera, distrutte dalla progressione dell’Essere.

Trattasi di una donna che ha desiderato e ricevuto il bene di una e più poesie, dando in cambio un sentimento tutto da provare; magari per l’uomo che se si ammutolirà infinitamente allora verrà considerato?

E dunque di una melodia che strugge per com’è perfetta, con le componenti gettate nell’aria quando essa ti aggredisce all’attesa di un mezzo di trasporto, a rinfrescare la decenza sessuale, necessaria per ricondursi alle lotte per la dignità di genere, con abiti nuovi, ma pur sempre in segreto, come nell’inconsapevolezza accresciuta dalla fertilità sommessa ma straripante.

“Mi cambio e mi nascondo”.

La poetessa appare nel pianto da gustare, da strappare dagli occhi; essendo anche solita a esibirsi con sterili motivetti, in balia di un’eccessiva temperatura corporea o di soluzioni alcoliche per debellare il cattivo umore… come se non si fosse accorta di non aver ancora intenerito le sue emozioni, una volta distaccatasi da sé per forza di cose, al margine di una città sollevato da anime che scrivono per letture da concretizzare.

Un cenno di follia insuperabile da ingerire, e si torna puliti, per non dire sotto colate di cemento, distanti dalla fitta vegetazione che le allegre accelerazioni della Fantasia riproduce; con la malinconia che perdura ma che non stanca se ti attivi per riconoscerti, in possesso di un’ambizione almeno, in assoluto.

Senza badare a quel che si sprigiona pigramente, per disperdersi nell’intento di cogliere la bella stagione e fare disordine tra le novità… in un luogo massimale; nella morsa, oramai allentata, dell’esistenza terrena.

Sono molti gli acumi destinati quasi a macchiarsi, di dura, femminea, fermezza, che gli uomini non devono manomettere oltremodo illudendo; l’autrice sembra addirittura implorare a codesti l’incutersi della reale bellezza planetaria, l’avidità nell’assaporare la bontà centellinabile quando il cuore batte forte, sistemando un’immagine da schiarire, tra le riflessioni occupanti l’altrove che si mostra immenso alzando lo sguardo urbanamente preteso.

Il rischio di soffocare sobbarcandosi della nullità stando a quanto emesso, alla reintroduzione mai complementare degli amorosi sensi, si frammenta constatando quel vento scaturito dagli spostamenti del partner, a spegnere la passione appiccata per polverizzarsi piacevolmente.

E rientrano le esitazioni finemente proporzionali alle meditazioni, per miracoli da seguire continuamente, tumultuosamente; tipo la felicità per una relazione autenticata, che sgorga dagli occhi e travolge le nudità.

Si è in cammino, “facendo il verso” al poeta monumentale, come un minuscolo essere vivente abilissimo a conservare ciò che ha da consumare, addolorato da un vortice regressivo che pulsa in grembo, la messa in panico che aggrazia invitando a respirare saggiamente, a osservare il tizio che, per evitare il maltempo, se lo prende invece in pieno, mentre una musicante, leggiadra, si eleva fino alla cognizione atmosferica perfetta, procacciando le menti di profondi scopritori di sé; fino alla motivazione imprescindibile se si dà adito al corso del tempo, per cui è necessaria della solitudine serafica alla “lei” radicata, convinta che i rapporti carnali non si rimediano ogni volta fugacemente e in maniera esemplare, alla strenua del distensivo pudore.

Dovendo ragionare talvolta in controtendenza, e ritrarre qualcosa di logico sul telo dell’aldilà, in possesso di quella libertà per infondere aforismi dedicabili a una carenza di propositivo impatto.

Rimangono dunque fogli per trattare crolli di psiche, voli nell’aria avversa per principio, alla boccata d’ossigeno che incorpora chi si distacca dalla propria posa, chi si riordina per effetto della coscienza, nell’interpretazione della concretezza appesa al muro della memoria, magari dai propri nonni.

Barbarah infatti assorbe, dal trafiggente buonsenso dei suoi cari, degl’intenti indefinibili per natura, mentre spiega come poter ascoltare il mutismo degli anni trapassati, al richiamo della quotidianità (quando non appesantiva come oggi), che incuriosisce solo quand’è possibile accarezzare le diversità di carattere, di espressione, di armonia, per stabilire il vissuto; con la commozione che abbaglia, a causa di volontà più che tangibili, tipo quella di lasciar sbocciare fiori che profumino di morte, scalfendo l’olfatto intrattenibile per esperienze significative, da custodire.

Dei volatili fatti d’infamia e di lode, intanto sembrano capaci di lasciare in sospeso la poetessa, di renderla raggiungibile, lungo una via da illuminare attraversandola, anche scrivendo pensieri su pensieri come a piovere nuovamente; e perché no sfidando l’entusiasmo per sostare nella casa di Dio e scioglierne i particolari in compagnia di persone che ti aprono il cuore, desiderando oltremodo di tornare indietro per godere di un’innocente passività?

Cambierei ogni preghiera disperata di me adulta
  con quelle preghierine di allora…”.

La nostalgia rimanda alla cura spasmodica, che si reputa solo dopo elettrizzante, dei sogni di una fanciulla che dovevano assolutamente uscire fuori.

Al buongusto da considerare istintivamente, senza badare alle conseguenze, per far sì che l’autunno risulti per sempre incantevole, quanto il nervo scoperto che non va masticato a dismisura, d’accusare al proliferare di una valenza impossibile da complessare e per giunta col cattivo appetito, accelerante gli eventi con in mezzo quella maledetta sensibilità da sviluppare.

Per fare pulizia sulla morale che non ci potrà mai appartenere, pur costretti a tatuarcela per l’ossessivo ricordo di un tesoro da smitizzare per il bene di una creatività impellente, per la minuziosa unicità d’abbinare al presente.

                                                                                                                  Vincenzo Calò


giovedì 23 giugno 2016

Fine dell'anno scolastico con l'Associazione Chorouk

Il 5 giugno 2016, l’Associazione Chorouk di Manerbio ha tenuto la “Festa di fine anno scolastico”. Un modo, per la comunità islamica locale, di condividere un momento di allegria (e gastronomia) alle soglie del Ramadan. L’evento si è tenuto nella zona industriale di Strada per Porzano, in un capannone affittato all’uopo. 

            Due ragazze italiane hanno presentato il programma del pomeriggio. Naturalmente, non è mancato l’ascolto di alcuni versetti del Corano. I bambini delle scuole elementari hanno cantato in coro prima l’inno nazionale italiano, poi quello marocchino, dimostrando il bilinguismo in cui stanno crescendo.
            Sempre d’infanzia trattava lo spettacolo recitato da Camilla Corridori, “La bambina e l’acqua”: una vicenda ambientata in Senegal, con cenni culturali al Burkina Faso, due Paesi molto amati dall’attrice. La piccola protagonista, che viveva in un villaggio, doveva attraversare aree incolte per andare a fare rifornimento d’acqua. Sfinita, si addormentava… e il suo sogno si trasformava in un mito sulle origini dell’acqua, sulla contesa per il suo possesso fra gli animali della savana. Nel raccontare la storia, Camilla era aiutata da due “amici uccellini”, Cra e Cru: il primo, un cantastorie; il secondo, un creatore di immagini oniriche. Materialmente, i due pennuti erano maschere dai colori vivaci, scelti fra quelli prediletti nel Burkina Faso. Non solo loro, ma anche una stella marina e un’antica pietra erano ansiose di prender parte alla fiaba. La bambina apprendeva così che l’acqua era nata dalle lacrime della Luna, a causa di un amore impossibile per il Sole; che le rane avevano cercato di appropriarsi dell’acqua, prima che gli altri animali della savana dimostrassero di essere ugualmente capaci d’invocare la pioggia. 
            Dopo il momento ludico-teatrale, la festa è entrata nella fase più cerimoniale. Alcuni doni sono stati consegnati a rappresentanti del Comune, della parrocchia di S. Lorenzo Martire e dell’Istituto Comprensivo di Manerbio, come ringraziamenti per la collaborazione. Sono stati distribuiti anche gli attestati di frequenza dei corsi di lingua araba organizzati dalla Chorouk per grandi e piccini. 

            La festa, naturalmente, si è conclusa con tè marocchino (caldo, alla menta) e pasticcini speziati a volontà. Una gratificazione prima del digiuno, per i musulmani; un piacere sicuramente per tutti.

Pubblicato su Paese Mio Manerbio, N. 109 (giugno 2016), p. 18.

Le Donne Oltre festeggiano fra natura e umorismo

Quest’anno, la festa dell’associazione manerbiese “Donne Oltre” ha riservato un’attenzione speciale ai bambini. Il 15 maggio 2016, piccoli e grandi sono stati accolti nei giardini comunali. Un pagliaccio li ha guidati, attraverso le siepi, all’incontro con un duo di giovani chitarristi che suonava dal vivo. Ma quella era solo la prima puntata. Attraverso le parole di quell’insolito Virgilio, il parco si è trasformato nell’Eden. Di episodio in episodio, le Donne Oltre hanno messo in scena la vicenda di Adamo ed Eva: il primo uomo e la prima donna alla scoperta dell’alterità sessuale. Adamo sembra profondamente contrariato: la nuova creatura non somiglia agli altri animali. Ha una volontà, domanda spazio e attenzione. Insomma, gli insegna la parola “noi” - e non solo quella. Eva è estasiata da tutto: da quell’ “Esperimento maschile” che somiglia così tanto… a un rettile; dalle cascate, da ogni animale… cui lei sa dare un nome subito, perché riconosce al volo la sua sostanza. Tutto, per lei, è mistero - laddove l’uomo vede solo un possedimento. 
            Gli equivoci e gli screzi fra i due si snodano, come se (in luogo della Genesi) si trattasse di una commedia da salotto. Finché Adamo non si accorge della bellezza della compagna. Come da copione, i due perdono il paradiso terrestre - ma Eva è felice d’aver trovato Adamo. Lei, che temeva tanto di restare senza la sua metà, se ne va prima di lui. «Ma, ovunque c’era lei…» ammette finalmente l’uomo «…c’era l’Eden». Una storia immortale, che ha fatto sorridere con i suoi richiami alla quotidianità - e che ha lasciato il desiderio di capire se davvero i rapporti fra i sessi siano sempre stati uguali, nel corso della storia. 

            Per creare un po’ di suspense e variare lo spettacolo, la storia di Adamo ed Eva era inframmezzata da altri brani. Un fungo (impersonato da una ragazza-clown) ha narrato una surreale catena di suicidi per amore. Perché non tutte le storie di uomini e donne sono a lieto fine… anche se il dolore sentimentale sa d’ironico, nella sua follia. Lo stesso sapore avevano le morti di due uomini celibi - un meccanico monco e un prete che aveva ingerito dell’incenso - o quelle di vecchiette troppo curiose, che precipitavano a catena dalla stessa finestra. “Il lonfo” era un nonsense linguistico, mentre un certo lavorante di nome “Saponetta” consegnava all’ammirazione il monumento nato… dal suo intestino. Un soliloquio rifletteva su “ghingheri” e “gangheri”, parole fossili bloccate in un modo di dire. Un amico brillante (e poco modesto) rimproverava per lettera il suo corrispondente, che pensava ad accumulare denaro senza convertirlo in nient’altro.
            Dopo il cibo per l’animo, naturalmente, è arrivato quello per il corpo. Le Donne Oltre hanno offerto ai bambini (e non solo) fette di pane e nutella, con una varietà d’altri dolci. Per raccogliere fondi, sono stati messi all’asta prodotti alimentari provenienti dalla Toscana.

Pubblicato su Paese Mio Manerbio, N. 109 (giugno 2016), p. 11.