giovedì 26 maggio 2016

La nipote del diavolo - II, 4

Parte II: La Regina di Spade



4.

Nilde trascinò il borsone su per le scale. «La tua stanza è in fondo al corridoio» spiegò Irene Serra.
La ragazza si guardò intorno. L’abitazione della sua maestra di spada sorgeva in una zona tranquilla e periferica di Pavia, nel mezzo di un giardinetto privato. Aveva un salotto ampio e arioso, con un pianoforte – e diverse katane appese al muro. Si era aspettata di trovarvi una profusione di quadri e quadretti paesaggistici, come accadeva spesso nelle case di quel tono. Ma Irene sembrava preferire una forbita sobrietà. Le uniche decorazioni erano rappresentate da caratteri giapponesi, dipinti su carta e incorniciati. Insieme alle lame, erano il segno d’un passato inaccessibile a Nilde.
            «Dopo aver disfatto i bagagli, potrai rinfrescarti» proseguì la padrona di casa, con la sua tersa e profonda voce di contralto. «La cena è alle sette e mezza esatte».
            «Grazie…» fece la ragazza, di rimando. Cercò di sciogliere la tensione con un profondo respiro.

[Continua]

Pubblicato sul quotidiano on line Uqbar Love (26 maggio 2016).


Requiem


"...anche per l'albero c'è speranza:
se viene tagliato, ancora ributta
e i suoi germogli non cessano di crescere;
se sotto terra invecchia la sua radice
e al suolo muore il suo tronco,
al sentore dell'acqua rigermoglia
e mette rami come nuova pianta.
L'uomo invece, se muore, giace inerte,
quando il mortale spira, dov'è?
Potranno sparire le acque dal mare
e i fiumi prosciugarsi e disseccarsi,
ma l'uomo che giace più non s'alzerà,
finché durano i cieli non si sveglierà,
né più si desterà dal suo sonno.
Oh, se tu volessi nascondermi nella tomba,
occultarmi, finché sarà passata la tua ira,
fissarmi un termine e poi ricordarti di me!
Se l'uomo che muore potesse rivivere,
aspetterei tutti i giorni della mia milizia
finché arrivi per me l'ora del cambio!
Mi chiameresti e io risponderei,
l'opera delle tue mani tu brameresti."

(Gb 14, 7-15)

Marzotto in scena

Il 1 maggio 2016, la Festa dei Lavoratori, a Manerbio, è stata celebrata con un marcato riferimento locale. “Lavoro”, per decenni, è stato sinonimo di Lanificio Marzotto - ora, una sorta di rudere urbano. A questa storia, la compagnia teatrale “Memorando” ha dedicato uno spettacolo, intitolato - per l’appunto - “Marzotto”. Era stato pensato per la rappresentazione nel piazzale antistante l’ex-lanificio, ma ragioni tecniche l’hanno trasferito al Politeama. 

            Il cast comprendeva Arun Gomera, Emma Lupatelli, Alberto Manfredini, Antonio Preti, Carla Provaglio, Anna Quadri, Giovanna Solimeo, Larissa Vetturio, Elhadji Ndiaye. La regia era di Fabrizio Caraffini. Fra gli attori, c’erano membri dell’associazione “Donne Oltre”.
            Al buio completo, l’esordio è stato affidato a voci solitarie: quelle di un ragazzo ventitreenne, di una giovane segretaria che sogna col fidanzato, di una ragazza madre, di una donna con due figli. Esistenze ordinare legate con un fil di lana - dato il contesto - alla Marzotto, in cui hanno trovato lavoro e soddisfazioni. Ma corre voce che tutto stia per finire… Un operaio sulla soglia della pensione sale sul tetto (immaginario) per far sapere a tutti cosa sta succedendo. I più giovani non possono capire il suo sentimento: per loro, il lanificio è solo un posto dove si lavora. Ma, per gli anziani, quello è tutta la vita. «Devono capirlo che noi operai non siamo solo braccia! Siamo cuore, cervello! Qui ci sono storie!» 

            Le storie iniziano con le confezioni gestite da francesi, alla fine degli anni ’20. Niente garanzie, nessuna assenza concessa - nemmeno alle donne incinte in preda alle nausee; complicità assoluta fra i padroni e il parroco, che predica contro gli scioperanti. Poi, il lanificio è acquistato dal conte Gaetano Marzotto. I cercatori di lavoro fanno a gara ad accaparrarsi la lettera di raccomandazione migliore (quella della maestra, del prete, di Marzotto stesso… o scritta da sé). Ma i posti non mancano, sembrano persino eccessivi. Arrivano operai anche da altri paesi; le donne hanno sempre più opportunità di guadagnarsi uno stipendio. Nasce la “città sociale”: cinema, bocciodromo, palestra e piscina, dopolavoro con ristorante e sala da ballo, convitto, asilo per i bambini delle operaie. A Manerbio si assapora finalmente il benessere, in un’euforia accecante. Ma non tardano nemmeno le solite contraddizioni dello sviluppo. Auto e vestiti nuovi diventano motivo di competizione e invidia; il benessere soffoca lo spirito critico; l’acqua del Mella si trasforma in veleno, per le scorie delle tinture. L’attività non è più sulla cresta dell’onda. Si diffonde l’incubo della lettera di licenziamento. Gli scioperi sono frequenti e accesi. Poi, l’inevitabile: il lanificio trasferirà le attività in Europa orientale. La maggior parte dei lavoratori si dovrà reinventare un futuro. La loro specializzazione - che era sempre stata un vanto - è un handicap, ora che si tratta di adattarsi. Alcuni di loro avevano ereditato la mansione; la sentivano incrollabile e inalienabile come un diritto di nascita. Il monologo finale spetta alla “presenza silenziosa” di tutta la storia: l’ultimo dei Marzotto. Il suo rammarico è diverso da quello degli operai: meno problemi economici, meno smarrimento; più senso dell’ineluttabilità, del fallimento personale, dell’impossibilità di spiegare un destino a chi non ha l’istruzione per comprenderlo. «Non poteva che finire così… Lo sapevano i sindacalisti, lo sapevano tutti… È l’andamento del mercato a decidere… A questo porta l’incapacità di adeguarsi a qualcosa di nuovo. Buonanotte, Manerbio».


Pubblicato su Paese Mio Manerbio, N. 108 (maggio 2016), p. 20.

Scommettiamo che ci divertiamo?!

Il problema della ludopatia continua a prosperare in Italia. Ma non si rassegnano le città, che - il 7 maggio 2016 - hanno celebrato la Giornata Nazionale Slot Mob, una mobilitazione contro il gioco d’azzardo. Anche Manerbio ha aderito: in piazza Italia, diverse associazioni locali si sono riunite al grido di “Scommettiamo che ci divertiamo?!” Grandi e piccoli si sono dedicati al gioco: quello vero, che crea amicizie e non costa denaro. 

            L’iniziativa era firmata, oltre che dal Comune di Manerbio, dall’A.C.A.T., dalle ACLI, dall’AGE, dall’Agesci, dalla Caritas, dal Movimento dei Focolari, dall’oratorio “S. Filippo Neri”, dalla Parrocchia di S. Lorenzo Martire. A loro, si sono uniti singoli e famiglie.
            Anziché slot machine, Lotto e Gratta&Vinci, a dominare la scena sono stati il ping-pong, il calcetto, il volano, i curiosi giocattoli in legno di Tino Vigilati e i tabelloni colorati de La Torre d’Avorio (associazione dedita ai giochi di ruolo e da tavolo).
            Mentre i bambini s’incantavano davanti a gigantesche bolle di sapone, alcune coppie si misuravano a colpi di racchette; chi si riteneva negato per il ping-pong ha potuto ricredersi; le manopole del calcetto si riscaldavano nella foga del gioco. Altri gruppetti, grazie alla Torre d’Avorio, potevano diventare mercanti rinascimentali, cow-boy, panda o giardinieri, grazie alla semplice magia di un gioco in scatola.
            Ma è stato richiesto ai presenti anche di firmare una lettera indirizzata al presidente Sergio Mattarella, per invitare le istituzioni a prendere una posizione netta contro il gioco d’azzardo e a renderlo illegale del tutto. Quasi utopico, dati gli introiti che esso comporta per lo Stato - ma tanto vale (per l’appunto) scommettere. La scommessa sul divertimento, nel frattempo, è stata vinta in pieno.


Pubblicato su Paese Mio Manerbio, N. 108 (maggio 2016), p. 14.

mercoledì 25 maggio 2016

1, 2, 3… Pronti per il Pianeta Sballo

“Dicono che non esistano due fiocchi di neve uguali. […] Solo perché non è ancora stato dimostrato il contrario. Mi piacerebbe sapere come sia possibile confrontare un fiocco di neve con tutti gli altri fiocchi che scendono dal cielo in ogni parte del mondo. È un’impresa a dir poco mastodontica, se non impossibile.” Ciononostante, “Clarabella” l’ha tentata. Queste righe si trovano sulla prima pagina della sua autobiografia pubblicata in proprio: “1, 2, 3… Pronti per il Pianeta Sballo”.
            Questo curioso pianeta non è altro che la nostra vecchia Terra, folle per la quantità di “fiocchi di neve” - esseri umani - che la ricopre. “Pianeta Sballo” fu anche il primo nome del blog dell’autrice, ora "BLOGBANNATO2", così detto per via delle censure subite. 

Dietro lo pseudonimo di “Clarabella”, c’è una signora manerbiese che - più di vent’anni fa - partì con lo zaino in spalla, per la semplice voglia di girare il mondo. Alla grande città, non chiese molto: soltanto un posto da colf, vitto e alloggio a casa di qualcuno. Eppure, proprio questa ricerca innescò una girandola di avventure, tra vittime di psicofarmaci, maniaci, famiglie con una stanza di Barbablù…
            La sognata America (sempre scritta con la “k”, per darle una sfumatura di durezza) si concretizzò come volontariato in un campus gestito da ebrei statunitensi, assai poco riguardosi verso i “Gentili” - a partire dal vitto offerto, schifoso e velenoso. Povertà estrema per le strade, competitività e arroganza - ecco il sogno americano secondo “Clarabella”. Poi: scherzi sciocchi, disperati (e illegali) autostop nottetempo, una “LONG PORNO SUMMER” da far impallidire Boccaccio.
            Non andò molto meglio in un kibbutz israeliano, mito socialista per gli occidentali. Anche lì, umanità varia e infida, nonché un fortissimo razzismo (come riconoscere gli arabi? «MA DALLA PUZZA!!! HA! HA! HA!» Così rispose un’israeliana all’esterrefatta “Clarabella”).
Poi, il centro di Londra, coi suoi alloggi a basso prezzo consigliati da professionisti… e dominati da sporcizia, scomodità, molestie sessuali, Messe nere, uno housekeeper cafone e che non era mai presente.
L’unica cosa per cui non ci sia spazio, nelle memorie di "Clarabella", è il buonismo. D’altronde, quando ci si ritrova un coltello alla gola o ci si azzuffa con una zingara per pura fame, la voglia di essere accomodanti non è troppa. Chi vive nella bambagia scagli la prima pietra.
Eppure, sul Pianeta Sballo, si può trovare qualunque cosa: anche il senso della vita. Sulla strada di “Clarabella”, esso capita nelle persone di un prete sboccato e di una nonnina dolcissima. Così, tutti quei “fiocchi di neve” deformi e psicopatici si ricompongono in un unico disegno: un affresco che non può uccidere i demoni della vita, ma solo trasformarli ai nostri occhi.


Pubblicato su Paese Mio Manerbio, N. 108 (maggio 2016), p. 7.

Dove va l’Italia? Due incontri tra scuola e diritto

Dagli schermi televisivi, vanno di moda i richiami al “nuovo”, all’ “Italia che dice sì”. Ma “sì” a cosa? La prof.ssa Rosaria Tarantino e la CGIL - Camera del Lavoro di Brescia hanno cercato di rispondere con due incontri nell’Aula Magna dell’I.I.S. “B. Pascal” di Manerbio. 

            Il primo incontro ha avuto luogo il 22 aprile 2016, col titolo: “I mutamenti dell’assetto costituzionale italiano: cambiare per andare dove?” Il tema erano quelle variazioni al testo della Costituzione che verranno sottoposte al referendum di ottobre. Ne ha parlato il prof. Antonio D’Andrea, docente di Diritto costituzionale all’Università degli studi di Brescia.
            Non è la prima volta che l’Italia va incontro a una riforma della Costituzione (ne hanno avuto luogo una nel 2001 e una ne 2006). In questo caso, però, al suo successo è legato anche l’esito della carriera politica del primo ministro in carica. La novità consisterebbe proprio in questo personalismo.
            Come gli altri interventi sulla carta costituzionale, la riforma Renzi-Boschi toccherebbe solo la seconda parte (istituzioni dello Stato), senza intervenire sulla prima (principii fondamentali). Ma - ha ricordato il prof. D’Andrea - esse sono intimamente collegate.
            Se entrasse in vigore la riforma Renzi-Boschi, il Senato (che rappresenta gli interessi delle Regioni) passerebbe da 315 membri a 100; la carica di senatore a vita diverrebbe temporanea (sette anni); i senatori non sarebbero più eletti, ma scelti da ciascun Consiglio regionale all’interno dei propri membri. Il Senato verrebbe poi privato della facoltà di autorizzare la sottoposizione dei ministri alla giurisdizione ordinaria (art. 96 Cost.).
            La proposta di riforma Renzi-Boschi è piuttosto popolare, perché prevede una diminuzione nel numero dei parlamentari e della relativa spesa pubblica. Ma - ha sottolineato D’Andrea - svuoterebbe il Senato di potere, in nome dell’efficientismo e degli “interessi nazionali”. In altre parole, la Renzi-Boschi (secondo D’Andrea) sarebbe ispirata alle profonde pulsioni autoritarie ancora presenti nella politica italiana, in un Paese la cui democrazia è giovane. 
 Il secondo incontro riguardava “Il lavoro come dignità e libertà nella storia del diritto: dallo Statuto dei Lavoratori alla Carta dei Diritti” (5 maggio 2016). La relatrice era Elena Lattuada, segretaria generale della CGIL Lombardia. La Carta dei Diritti è una proposta di legge d’iniziativa popolare. Essa sarebbe principalmente una reazione agli interventi legislativi recenti, dalla riforma Fornero al Jobs Act. Questi sono accomunati dalla considerazione del lavoratore come in condizione paritaria rispetto all’impresa. Tutto il contrario rispetto allo spirito dello Statuto dei Lavoratori, promulgato nel 1970 sulla base di un’osservazione: il lavoratore si trova in svantaggio rispetto all’impresa, che può privarlo del mezzo di mantenimento o imporgli condizioni insostenibili. La Lattuada ha dipinto l’attuale difficoltà di creare un fronte comune dei lavoratori, per via delle innumerevoli differenze nelle tipologie di contratto. Non esisterebbe dunque un precariato, ma tanti precariati diversi. La paura di perdere il lavoro porta alla rinuncia a vari diritti: il riposo (soprattutto nel campo della sanità), la maternità, la malattia, la partecipazione alle decisioni aziendali, la retribuzione sicura. La Carta dei Diritti - secondo la Lattuada - vuole essere un’azione collettiva volta a garantire un pacchetto di diritti universali ai lavoratori, dipendenti o autonomi che siano.


Pubblicato su Paese Mio Manerbio, N. 108 (maggio 2016), p. 7.

Le isole al termine del mondo

“Viaggiare è come sognare: la differenza è che non tutti, al risveglio, ricordano qualcosa, mentre ognuno conserva calda la memoria della meta da cui è tornato.” Questa citazione di Edgar Allan Poe accompagnava le “calde memorie” di Fabio Sterza, nella forma di fotografie. Esse erano raccolte nella Sala Mostre del municipio di Manerbio, sotto il titolo “Lofoten: le isole al termine del mondo”. L’inaugurazione dell’esposizione ha avuto luogo il 6 maggio 2016. 

            Sterza, per l’appunto, è un fotografo amatoriale. Il suo primo viaggio in Norvegia fu nel 1990, a Capo Nord. Poi, scoprì le isole Lofoten, “il paradiso dei fotografi”. In compagnia del fido Giuseppe Trementini, per gli amici Beppino, «che è stato un instancabile guidatore, senza il suo aiuto non sarei riuscito a fare alcune foto e, naturalmente, munito di tanta pazienza, visto che non è fotografo», ha attraversato quelli che assomigliano molto ai limiti settentrionali del mondo.
Sterza è soprattutto un “cacciatore di aurore boreali”, fenomeno luminoso legato all’attività magnetica del Sole: esse si manifestano come iridescenze nei cieli sui poli terrestri. Queste “aurore polari” prendono il nome di “boreali”, quando si verificano nell’emisfero settentrionale del pianeta.
            La magia di questi giganteschi spettri danzanti, però, non ha distratto Sterza da altri soggetti, più terreni, ma pur sempre fascinosi: la bellezza glaciale di un bosco che si riflette nell’acqua, montagne ricamate di neve, villaggi incastonati ai piedi di scogliere. Sono immancabili le “case rosse”, tutt’oggi segnate dalla tinta usata dai pescatori poveri: quella del sangue dei pesci.
“Case dei rematori”, propriamente, sono i cosiddetti “rorbuer”: abitazioni in legno simili a palafitte. Da alloggi spartani, sono diventati comodi locali per accogliere i turisti.
            Le didascalie della mostra specificavano che le isole Lofoten sono collegate dall’autostrada E10, nonché da un sistema di tunnel e ponti stradali. Contrariamente a quanto ci si può aspettare, il loro clima è relativamente mite, grazie alla calda Corrente del Golfo. La bellezza dell’arcipelago, unita a fenomeni come l’aurora boreale e il sole a mezzanotte, attrae regolarmente turisti lassù. L’altra grande voce dell’economia locale è - ovviamente - la pesca del merluzzo. Buona parte di esso viene esportato proprio in Italia. Allo stoccafisso è dedicato anche un museo. 
            La locandina della mostra, per il 7 e l’8 maggio, prevedeva anche letture animate per i bambini a cura della biblioteca civica (“Via libera per il cielo”) e la conferenza “Le aurore: come, quando e perché”, affidata al sig. Vladimiro Marinello (presidente dell’Unione Astrofili Bresciani).


Pubblicato su Paese Mio Manerbio, N. 108 (maggio 2016), p. 4.

25 aprile: scandalo, pietre d’inciampo e storie di vita

Il 25 aprile 2016 è il 71° anniversario della Liberazione. Come di consueto, a Manerbio è stato commemorato con una Messa in chiesa parrocchiale e con celebrazioni di piazza. Gli Alpini hanno deposto una corona d’alloro sul monumento alla Resistenza, in Piazza Aldo Moro. Erano presenti bambini e ragazzi delle scuole, le autorità comunali e rappresentanze delle associazioni locali. 

            Il cosiddetto “Piazzolo” di via XX Settembre è stato scelto per il saluto del sindaco Samuele Alghisi - per l’occasione, fregiato del suo cappello da Alpino. La commemorazione storica è spettata alla prof.ssa Maria Piras. Le sue parole hanno resuscitato Giuseppe Bassani (Gottolengo 1926 – Mathausen 1945). Chiamato alle armi dalla Repubblica Sociale Italiana, preferì unirsi alla brigata Matteotti, in Valtellina. Catturato da soldati italiani, fu deportato nel lager di Mathausen, ove morì. A lui è dedicata la sezione manerbiese dell’A.N.P.I., Associazione Nazionale Partigiani d’Italia. Poco più vecchio era Giulio Berteni, nato a Manerbio nel 1923. Militare, si rifiutò di collaborare con la Repubblica Sociale Italiana e fu per questo deportato in Tirolo, dove morì di lavoro forzato. Altri manerbiesi internati nei lager furono il quarantunenne Giuseppe Filippini, che sopravvisse fino al 23 dicembre 1944, e il fante Paolo Franceschetti, rinvenuto in una fossa comune a Sniha, nell’ex-Cecoslovacchia. Fra i protagonisti della Resistenza manerbiese, come era doveroso, sono stati ricordati Santo Gritta, Pietro Leoncini, Palamede Morandi, Enrico Tedoldi.
            Quest’anno, la novità è stata l’inaugurazione di alcune formelle metalliche incastonate nell’acciottolato del Piazzolo. Sono state chiamate “Pietre d’inciampo”, perché ciascuna è un invito a fermarsi e leggere i nomi che riportano: quello di un partigiano, o di un internato militare italiano nei lager. I bambini delle scuole elementari hanno salutato le Pietre eseguendo - con voci e flauti -“Auschwitz”, la nota canzone dei Nomadi. 

            In Piazza Cesare Battisti, è stato omaggiato d’alloro un altro monumento: quello ai caduti, fra le note dell’inno nazionale. Un momento più tenero è stato quello in Piazza Italia, dove i bambini delle scuole parrocchiali hanno liberato grappoli tricolori di palloncini e distribuito biglietti commemorativi.
Tutti i passi della giornata sono stati scanditi dal Civico Corpo Bandistico “S. Cecilia”.

Infine, i portici del municipio si sono aperti per mostrare il graphic novel realizzato dalla III B e dalla III F delle scuole medie “A. Zammarchi”, insieme a due classi di Offlaga. I protagonisti erano: Giuseppe Bassani; il tenente Franco Zenucchini e il comandante De Toni, internati per non aver aderito alla Repubblica di Salò; altri di coloro che compaiono sulle “Pietre d’inciampo”. Per l’appunto, quella di un inciampo è la sensazione che danno queste storie: un improvviso blocco del pensiero, alla ricerca dei nemici contro cui oggi si dovrebbe resistere. Ricerca difficile, quando essi non impiegano più il manganello e le camionette.

Note di solidarietà

Gocce di Solidarietà, associazione manerbiese che si occupa di minori con difficoltà familiari, compie quindici anni. È stato un compleanno in grande stile, salutato dalle note del rock italiano. Il 16 e il 23 aprile 2016, al Teatro Civico “M. Bortolozzi”, hanno tenuto concerti di beneficenza rispettivamente i Cheap Wine e la band di Graziano Romani. 

            I primi sono di Pesaro. Possono vantare una longeva carriera di autoproduzione, essendo attivi dal 1997 e avendo inciso undici dischi. Hanno sempre rifiutato il mondo della televisione e della grande distribuzione, per non dover scendere a compromessi circa la qualità della propria musica. In compenso, sono stati trasmessi via radio anche negli Stati Uniti e contano su uno “zoccolo duro” di fan, che li hanno seguiti anche a Manerbio. Una rivista ha definito il loro genere “rock noir”. In effetti, i loro testi (firmati da Marco Diamantini, cantante e chitarrista) hanno per protagonisti ergastolani, serial killer, vampiri e artisti maledetti. Ciò che cercano di fare è esorcizzare il negativo che vive nell’uomo, per “pretendere il sole”, come recita una loro canzone. Durante il concerto manerbiese, i Cheap Wine hanno eseguito brani compresi nei loro ultimi CD, “Beggar Town” (2014) e “Mary and the fairy” (2015).
            Graziano Romani, invece, ha presentato il compendio della propria carriera: il disco “Vivo/Live” (2015). La sua collaborazione con la casa editrice Bonelli ha dato vita ad album dedicati a famosi eroi dei fumetti da essa pubblicati: Zagor, Tex e Mister No. Non mancherà nemmeno quello ispirato a un “grande cattivo”, Diabolik (in prossima uscita). Qualcuno, nel 1995, l’ha conosciuto come “Cantante Misterioso” del “Complesso Misterioso”, in cui Elio e le Storie Tese “celebravano” i luoghi comuni del Natale… a scopo benefico.
           
L’inizio del concerto a Manerbio è stato un omaggio a Prince, appena scomparso: Romani ha interpretato “I Wanna Be Your Lover”, vicino alla “dance music”, ma «con uno scheletro più corposo». Dopo questo assolo, sono saliti sul palco gli altri membri della band. Insieme, hanno fatto assaggiare all’uditorio una canzone dedicata a Zagor e vecchi successi del primo gruppo di Romani, i Rocking Chairs: echi pastorali, biblici o soul. Non sono mancati esempi delle “cover” contenute in “Vivo/Live”, come “The Price You Pay” di Bruce Springsteen. “Adios”, invece, fu il singolo che Romani incise nel 1993 su “45 giri” per juke-box. Sull’altro lato, esso ospitava “Peach” di Prince: un segno del destino?
            In ogni caso, dietro l’apparente esterofilia, Romani è un perfetto figlio della “Via Emilia”, titolo di una sua canzone. Tanto da poter gridare: “Augusto (cantaci di noi)”, brano dedicato al compianto Augusto Daolio dei Nomadi, band più emiliana che mai.
            Grazie agli sponsor, l’intero ricavato delle due serate è stato versato a Gocce di Solidarietà: le quali, stavolta, si sono davvero fuse in un mare di emozioni.

I giovedì tematici: quattro chiacchiere sulla società

Non sono state affatto “chiacchiere da bar” quelle tenutesi al Ragtime Café di Manerbio in tre serate. Il 7, il 14 e il 21 aprile 2016 sono stati “I giovedì tematici” organizzati dal giornalista e scrittore Diego Baruffi. 

            Il primo riguardava “La dipendenza dal gioco”. La relatrice era la dott.ssa Greta Savio, psicologa e psicoterapeuta. La famosa “ludopatia” è in tutto simile ad altre forme di dipendenza. Attualmente, è incoraggiata dalla facilità di reperire i mezzi per sfidare la sorte, che si tratti dei Gratta&Vinci, del Lotto o delle famose “slot machine”. Questa disponibilità rende spesso subdolo e inconsapevole l’inizio della dipendenza. Lo Stato, per giunta, ricava elevate entrate di denaro dal gioco d’azzardo. Oltretutto - ha sostenuto la dott.ssa Savio - le dipendenze patologiche non sono trattate come un reale problema medico dalle strutture ospedaliere. La loro cura è affidata ai privati, soprattutto in ambito religioso (le famose “comunità di recupero”). La ludopatia coinvolge allo stesso modo uomini e donne, ragazzi e adulti, pensionati e professionisti. Il gioco permette di distrarsi dai problemi più gravi, di cullarsi con l’illusione di una vincita. Quest’ultima è però resa sempre più impossibile dall’aggiornamento dei giochi prodotti. Il compito dello psicoterapeuta - ha spiegato la dottoressa - è aiutare il ludopatico a osservarsi, a comprendere i meccanismi mentali innescati dall’azzardo.
            La seconda serata s’intitolava “Storia e curiosità sulle banconote false”. Se n’è occupato il numismatico Michele Monteverdi. La pratica della falsificazione, antica e universale, è un incrocio fra reato e arte. Vi sono persino “grandi firme”, come Paolo Ciulla (Caltagirone, 1867 – 1931) e Attilio Pollastri (Genova 1878 - 1957?). Ciulla diede alla propria arte anche una sfumatura sociale, distribuendo le proprie banconote agli indigenti. 

La serata è stata un excursus sulla storia nostrana, attraverso le banche regionali e la loro sostituzione con la Banca d’Italia. Le vicende del Paese sono state accompagnate - fino al Terzo Millennio - dalla banconota da mille lire. I partigiani falsificarono le 100 lire della Repubblica Sociale Italiana, per autofinanziarsi; le contrassegnarono con una data di emissione inesistente, forse simbolica.
Per finire, la dott.ssa Savio è tornata per dissertare de “La dipendenza dalle sostanze stupefacenti”. Questo fenomeno si inserisce nel più complesso percorso di crescita e raggiungimento dell’autonomia che ciascuno compie. Nelle cosiddette “droghe”, spesso, l’interessato ricerca una sicurezza che non ha interiormente, un’evasione da una situazione tragica o semplicemente da debolezze che non riesce ad accettare. Da mezzo di ribellione (in epoche in cui le famiglie erano autoritarie), la tossicodipendenza è diventata più spesso frutto dell’incapacità di dire (o dirsi) di no. A ciò si aggiunga la crescente abitudine dei trafficanti di diffondere sostanze impure, dalla composizione incerta, per risparmiare.

La cura della tossicodipendenza combina il lavoro psicologico (presa di coscienza, innalzamento dell’autostima, motivazione) a quello farmacologico (ristabilire una chimica sana nell’organismo) e a una corretta informazione. La dott.ssa Savio ha sottolineato la necessità di un approccio scientifico, non paternalistico o moralistico, alla questione: demonizzare, spesso, significa idealizzare. Ha spiegato anche che la distinzione fra droghe “leggere” e “pesanti” è superficiale. Gli stupefacenti agiscono comunque sul cervello, sul cosiddetto “centro del piacere”, producendo sensazioni non ottenibili naturalmente. L’uso di cannabis, in particolare, facilita l’insorgere della schizofrenia. Il centro della questione non è la legalità o meno di un comportamento, ma i danni oggettivi che provoca alla salute e alla vita sociale.

Il ritorno della spada celtica

Dopo suspense e promesse, è arrivata proprio lei: la spada celtica di Manerbio. Fu ritrovata nel 1957, in località Roncagnà, presso un’ansa del fiume Mella. Il rinvenimento fu casuale, a opera di alcuni contadini che stavano eseguendo lavori di sterro. 

            All’epoca, Manerbio non possedeva alcuna struttura adatta alla conservazione dei reperti. La spada fu perciò affidata ai magazzini del Museo Santa Giulia, a Brescia.
            Nel 1985, il nostro paese si dotò di un Museo Civico. La bella contesa, perciò, non ha più motivo di restare lontana da casa. Il 3 aprile 2016, il museo manerbiese ha ufficialmente festeggiato un trentennio di esistenza col ritorno della spada celtica.
            Al Teatro Civico “Memo Bortolozzi”, i presenti sono stati salutati da Fabrizio Bosio (assessore alla Cultura) e dal sindaco Samuele Alghisi. Maurizio Cavaciocchi, presidente del Gruppo Storico Archeologico, ha ricordato che il prezioso reperto va ad aggiungersi alle altre testimonianze della presenza dei Galli Cenomani a Manerbio: le falere (= finimenti in argento per cavalli), rinvenute alla cascina Remondina nel 1928, e il tesoretto di dracme padane restituite dalla Gavrine Nuove nel 1955.
            Il ritorno della spada ha richiesto un iter burocratico; in questo, ha aiutato la dott. ssa Serena Solano. Ella ha affermato che la provincia di Brescia è la più ricca di beni archeologici in Lombardia. Ha sottolineato il ruolo non indifferente del Museo Civico nel promuovere e tutelare le scoperte locali.
Particolare attenzione è stata riservata ai bambini, nell’utilizzo didattico del museo. Elena Baiguera, l’attuale conservatrice, ha menzionato il coinvolgimento di cinquanta scolaresche. Ha preannunciato anche visite guidate e una biciclettata nei luoghi dei ritrovamenti manerbiesi. Per il 30 ottobre 2016, invece, sarebbe programmata una visita guidata al Museo di Santa Giulia, nella sezione dedicata all’Età del Ferro. Nel pomeriggio stesso del 3 aprile, si è tenuto un laboratorio per bambini: “L’arte della guerra”. 

Bosio ha pubblicamente salutato Roberta Serinelli, studentessa dell’Accademia di Belle Arti Santa Giulia di Brescia. Il suo logo è stato scelto fra quelli realizzati dagli allievi, nell’ambito di un progetto interno all’istituto. La creazione di Roberta, perciò, ha caratterizzato la giornata del 3 aprile.

Dopo la presentazione, i convenuti hanno potuto visitare il museo, dove la spada era stata posata su una figura di guerriero celtico a grandezza naturale, in una teca: la sua casa - ora - per sempre.

lunedì 23 maggio 2016

Vincenzo Calò intervista Leonardo Manetti


 Leonardo Manetti … 


Leonardo Manetti è nato a Firenze il 12 giugno 1981.

Laureato in viticoltura ed enologia, è un imprenditore agricolo che ha seguito le tradizioni della sua famiglia, proseguendo l’attività dell’azienda agricola “Sagrona”, nata negli anni ‘70.

Ha sempre vissuto a Greve in Chianti, partecipando alla realtà socio-culturale del paese, soprattutto a quella della Società Di Mutuo Soccorso.

Le sue passioni sono il suo lavoro, i viaggi, fare teatro e scrivere poesie.

Ha partecipato a diversi concorsi e rassegne di poesia, ottenendo numerosi riconoscimenti.

Nel 2013 ha ideato il suo blog, Chianti Poesia.

Al contempo è uscito il suo primo libro di poesie “sChianti” (ed. Tempo al Libro), e con la pittrice Claudia Cavaliere ha costituito il progetto di pittura e poesia “Quando la poesia colora la pittura”.

Ciao Leonardo… una domanda a bruciapelo: un segno dei tempi a cui non puoi rinunciare?

Sicuramente Internet. Nonostante tutti gli aspetti negativi correlati al maggior protagonista dell’età contemporanea, sono senza dubbio maggiori i vantaggi che si sono avuti dal suo avvento e dalla sua diffusione capillare. Internet è accessibile da quasi tutti e ha permesso di condividere, diffondere e conoscere notizie vere e reali in poco tempo e su grandi distanze, a qualunque persona di poter esprimere un proprio pensiero e sperare che qualcuno lo legga, e avere un’occasione in più per farsi conoscere tramite blog, social network e siti. Inoltre ha permesso di abbassare le spese destinate alle comunicazioni, tenere più facilmente contatti lontani tra le persone, ed è sempre a portata di mano, uno strumento sempre consultabile.

C’è differenza per te fra mettere ed emettere un ordine?

Beh sì, consiste nell’effettuare un ordine!

Quand’è che un successo diventa socievole?

Io associo l’espressione del successo alle dottrine non convenzionali, e quindi per me un successo è sempre socievole. Per me un successo, anche se in realtà non è così, non può prescindere dal valore, dalla creatività, dall’originalità, dall’amore per la vita in generale e dalla condivisione genuina tra le persone.

Chi ti piacerebbe intercettare, e perché?

Giulia Michelini, la mia attrice preferita… per sapere dove ha il prossimo appuntamento. Di conseguenza la raggiungerei per incontrarla!

Come vivi le tue parole?

Le parole che mi escono spontaneamente, sono quelle che io metto in versi. Le lascio per molto tempo sospese in aria e poi arriva il momento in cui sento il bisogno di metterle per iscritto, sono piccoli pensieri dettati dal cuore. Queste parole escono dall’inconscio in determinate circostanze, emozioni, stati d’animo o accadimenti, e sicuramente il posto dove vivo, il Chianti, è così bello che fa la sua parte come i valori genuini e semplici che la mia famiglia e il mondo contadino hanno saputo trasmettermi. Per me è stata dura fare uscire le poesie e quindi le parole dal cassetto, perché sono qualcosa di molto personale, e questo significa mettersi a nudo… ma anche perché pensavo di non essere all’altezza e, a dirla tutta, lo penso anche ora! I poeti veri sono altri.

Non si smette mai d’imparare a leggere?

Oggi si legge sempre meno, soprattutto se si parla di poesia. Nel mio libro ho cercato di non fare una semplice raccolta di poesie, ma di ripercorrere in poesia il viaggio delle due tappe più dolorose ma allo stesso tempo gioiose della mia vita: un incidente e l’amore, intervallate da poesie legate alla mia terra che fanno da cornice alle realtà che si presentano nella vita di ognuno di noi all’improvviso. Ma per raggiungere più persone, anche per caso, penso che la poesia e l’arte in generale debbano andare incontro alle persone. Le mie poesie sono uscite dai libri per arrivare in luoghi non convenzionali a loro, un bar e un bocciodromo, come ho fatto nel progetto con la pittrice Claudia Cavaliere “Quando la poesia colora la pittura”, quadri in tecnica mista con le poesie scritte sopra, e come farò in qualche altro progetto che ho già in mente.

Ti ricordi più di sognare o di risvegliare?

Risvegliare. Il poeta, o meglio, una persona con una sensibilità speciale, come mi ritengo, vive in un bellissimo mondo a sé e forse anche un po’ immaginario che è la poesia. Ma è anche un grande amante della vita in tutte le sue forme, ed è molto reale. Io cerco di scrivere dei versi che raccontano la vita vera con lo stesso stupore e l’innocenza di quando siamo bambini, cercando di risvegliare quel fondo fanciullesco che tutti gli uomini dovrebbero mantenere qualunque sia la solennità delle loro cariche. I bambini sono sinceri e non temono nulla, i grandi, per timore di creare situazioni sconvenienti o per semplice convenienza, mentono e sono falsi.

Ci sono più aiuti volontari od involontari nella società di oggi?

Ci sono più aiuti volontari, oggi l’Italia si regge sostanzialmente sull’attività dei volontari che coprono tutti i campi, dalla cultura alla sanità.
                                                               
In conclusione, quand’è che la letteratura diventa problematica?

Molte volte la letteratura è  troppo sofisticata e lontana dalla verità e dalla natura, alcuni scrittori sono influenzati dalla troppa cultura e dalle troppe mode. Io preferisco letture pure e semplici, scritture che sembrano un incanto con parole ingenue e popolari che mi toccano il cuore, ma credo anche quello della gran parte della gente comune.

… sChianti (ed. Tempo Al Libro


La poesia può essere semplicemente composta da attimi di esitazione deliziati dalla sensibilità di una persona che non molla, ricominciando a vivere d’incantesimi che si schiudono per gesti cordiali, che si armonizzano flebilmente.

Versi, quelli di sChianti, consci di una gioia totalizzante, tutta da tastare, di una fonte d’energia da mirare assolutamente (“ La Luna è come il Sole: prima t’illumina e poi se ne va ”), che altrimenti scompare in un parlato assente, da rendere coinvolgente spogliandoci del terrore per un destino che nessuno ci può assegnare con forza (“ Parole senza suono ci uniscono all’ascolto ”).

Un singolo atterraggio dall’immaginario è in grado di riaccendere l’umore di Manetti, quella volontà silente nel richiedere spiegazioni guardandoci con cura, per appoggiarci reciprocamente, coraggiosamente (“ Un salvagente senza timore ”), e venire così ritoccati dai raggi solari che a sorpresa ti confidano che siamo futuribili, seppur oppressi da nubi che fanno presagire niente di buono, volgendo praticamente lo sguardo all’insù.

La lettura dell’opera è gravida di una curiosità fanciullesca, ci riporta a un arcobaleno che non puoi fare a meno di osservare (“ Esclamo ‘che bello’ ”), mentre il tempo passa normalizzando, scandito da melodie sincere, in un paesello carico di valori da trasmettere alle nuove generazioni, che si fa scorgere amabilmente, naturalmente, tra l’umiltà nel coltivare del benessere e la speranza di rispuntare allegramente dalla terra, a caratterizzare insomma una località che si è fatta da sé.

V’è tutta una disponibilità da consacrare… limiti umani, minuscoli, che si approcciano tra di loro, come se sospesi in aria per poi ricadere, piano, su una stima floreale; come se il poeta appartenesse a una quiete che gli permette di concentrarsi sulla sua anima, anche a costo di stare male e ammutolirsi, con la fisicità da sondare, pericolante.

Emerge tanta preoccupazione (“ Ansia raccolta in vasi bucati ”) che risulta compressa e oscurantista perché non si condivide il fatto che l’emotività la si possa ritrovare nelle piccole cose a contraddistinguere l’immensità di ogni sensazione d’appurare, fino a tenere conto, in modo shakespeariano, magari di provare amore per una donna che si reputa di per sé ancora estranea (“ Tu vivi tenacemente nel mio cuore ”); sbizzarrendoti, per poi volgersi all’indietro, a scontare un percorso irto di ostacoli riconducibili al pessimismo, con lo sconforto visibile, stagnante su una guancia d’accarezzare, sulla pelle che si incide per dell’inconcludenza da intendere oggettivamente affinché traspaia e ci si meravigli di un cielo reso complicato impugnando una sottospecie di cronometro, e assorbendo, come degl’imperfetti strumenti dell’ignoto, la stoltezza epocale, una variante episodica sancita tristemente da noi stessi che ci muoviamo maldestramente, senza aver lucidato il particolare che avvantaggia il buonsenso al cospetto della memoria comune, intrisa di malafede; da soli, alla faccia dei rumori.

Leonardo Manetti nutre il desiderio di approfondire il contenuto dei suoi polmoni, quando l’espressività attorno a lui si congela, si aggrappa a un’indole bestiale, con la comunicazione che si sta allontanando dal sempre di un termine da sillabare qual è Amore ( “ Le parole sono difficili se scrivono Amore ”) .

L’autore attraverso la poesia risponde a una tragedia sorda, disinnescata lentamente grazie a degli affetti autentici, che non si smette mai di riscoprire ( “ La magia della parola ‘StraAmore’ ” ); a un incidente stradale che lo ha rimpicciolito per maturare definitivamente e riprodurre una netta sinergia tra le proprie origini, tra odori e sapori; un guadagno imperturbabile senza esagerare con le aspirazioni, ma perseguendo dell’abitudinaria carineria; per cogliere, prima di quel sogno ch’è la felicità, il piacere di stare in pace per ritenersi giustappunto innocenti, contenti di possedere della solidarietà intramontabile.

                                                                                                            Vincenzo Calò





giovedì 19 maggio 2016

La nipote del diavolo - II, 3

Parte II: La Regina di Spade



3.

Premendo leggermente la mano di Isabella, Raniero proseguì.
«Insomma… questa storia della nipote del dottor Ario… che, prima, muore in un incidente e, poi, ci viene ripresentata viva… con una faccia abbastanza buona per il proprio funerale, peraltro… mi ha lasciato qualche perplessità».
            Il palmo della ragazza, sotto le dita dell’altro, cominciò a sudare.
«Vorrei vedere… cosa sapresti leggermi, in merito, nei tuoi tarocchi» concluse lui, con un sottile ansito d’imbarazzo.
Isabella, sulle prime, rimase in silenzio. I suoi celesti occhi di bambola si fecero, d’un tratto, metallici. Sì, avrebbe potuto raccontare a Raniero molte cose sulla faccenda di Nilde Ario, tanto chiarificatrici quanto devastanti. Magari, esordendo con: “Sai qual è il vero motivo per cui ho tagliato i ponti con la Lotus?” Non sapeva che anche Raniero le stava tacendo molto. Le stava tacendo il fatto d’aver portato per primo ad Ario la notizia della scomparsa di Nilde dalla camera mortuaria; d’aver visto Amedeo caricato sull’auto dello psicologo e d’esserne stato lui stesso il carceriere, per giorni. Ma senza che gli venisse concesso di sapere troppo. Per la prima volta, Raniero provò una fitta d’umiliazione – e sensi di colpa. Soltanto allora – forse – l’abilità della sua amica gli avrebbe rivelato per intero ciò di cui si era reso complice.
Isabella, meccanicamente, cominciò a frugare nella borsa tempestata di gemme false.  Rinvenne il mazzo dei tarocchi – settantotto carte, illustrate con immagini tratte dai dipinti del Botticelli e venate d’oro. Mescolò per sette volte, divise il mazzo in tre parti, ne mescolò una per altre sette volte. Poi, liberò uno spazio sul tavolino glitterato, spostando le chicchere trasparenti e le teiere. Vi dispose sette carte, a formare una specie di stella a sei punte. Le scoprì e le studiò per un poco.
            «Per quanto riguarda il passato prossimo…» esordì, indicando l’apice superiore della “stella” «…abbiamo la Morte. Il significato è chiaro… Nilde è andata davvero vicina al proprio funerale. E, dopo quest’esperienza… lei non è più stata la stessa persona di prima».
            Deglutì, sudando sempre più freddo. “Non solo lei…” pensò.
«Poi… per l’influenza del passato sul presente, abbiamo l’Imperatrice. Una figura femminile positiva, importante… indimenticabile…» “Ma per chi?” si domandò.
«Nel presente, vediamo gli Amanti». E, qui, non poté trattenere un sorriso, che Raniero ricambiò. «Vuol dire che Nilde sta vivendo una storia d’amore… e che questa, magari, è quella che le ha permesso di superare la Morte». Ricordò Amedeo e una fitta di gelosia e rammarico la attraversò ancora. Ma, contrariamente a quanto avveniva nei mesi precedenti, essa svanì subito. «Al centro, infatti, c’è il Fante di Coppe. Quindi, una figura d’amico sincero e idealista che le è d’aiuto». Fin troppo calzante, per descrivere il fidanzato di Nilde.
«Nel futuro prossimo… è presente il Diavolo. Un personaggio magnetico, indecifrabile e influente». La sua voce si spense. Il dottor Michele Ario era perfetto, per quella descrizione.
            «Un avvertimento… è dato dal due di spade. Vuol dire che Nilde dovrà rendere ciò che le è stato dato e, così, stabilire un equilibrio. Presumibilmente, colui che lei dovrà affrontare sarà proprio… la persona rappresentata dal Diavolo». 
            Indicò, infine, la punta che concludeva la “stella”: «Il riassunto di tutto questo è… la Regina di Spade».

[Continua]


Pubblicato sul quotidiano Uqbar Love, 19 maggio 2016.

venerdì 13 maggio 2016

Storia di un alito di puzzola - La nuova raccolta di Vincenzo Calò

"C’E’ CHI AFFERMA CHE SONO BRAVO, PERCIO’ ABBIATE PAZIENZA…!



Come se non bastasse, dopo C'è da giurare che siamo veri... e In un bene impacchettato male [le quali copie rimaste seppur si contino sulle dita di una mano (eccetto il medio) sono ancora richiedibili al sottoscritto], è uscita la mia terza raccolta di prose in versi: Storia di un alito di puzzola. 

Per vantarsi un giorno d’avere quest’oggetto alternativo – che si chiama libro, ma stavolta prodotto non 'per rendere tanto economicamente, studiando poco', semmai per l’esatto opposto, affinché si possa stare in pace con se stessi, cioè con il piacere di vivere - si deve rigorosamente ordinarlo mandando una mail al seguente indirizzo: info@davidandmatthaus.it [attenzione! Gli organizzatori di eventi a esso dedicati se aspirano a riceverlo in omaggio devono rassicurare l’editore sulla vendita oltre a stabilire presumibilmente una percentuale d’introito a suo favore… purtroppo la stragrande maggioranza delle librerie stesse (incluse quelle che si dichiarano indipendenti!!!) non concede l’opportunità di esporsi poeticamente, neanche rievocando Alda Merini, a svantaggio così della pubblicazione free, col buon proposito di mantenersi economicamente facendo leggere di tutto!]

Sono più che disponibile a promuovere Storia di un alito di puzzola cercando di fare clamore, ossia non per forza e nelle sedi competenti… beh, fermo restando che ce ne siano ancora di adibibili alla cultura visto che occorre intraprenderla attivamente e, perché no, ingenuamente (non si smette mai d’imparare, neanche dal pubblico)! 

Ecco, magari per mezzo di uno show pseudofilosofico, che racchiuda le letture degli estratti dalle mie opere edite, oltre che dei post lanciati e rilanciati sulla bacheca del mio profilo fb, denominati 'vermi solitari', alternate con brevi monologhi e due discorsetti da fare circa la difficoltà, a parer mio, di fare poesia contemporanea, a seguito d’imposizioni, fin troppo attuali, relative alla sopravvivenza dell’essere umano senza badare alla realizzazione di almeno un concetto di Vita; allentando i ritmi moderni per sostenere che la Solitudine può ritenersi addirittura lo spazio per motivare un talento e sentirsi autorevoli in cuor proprio, dunque di significare per gli altri dell’affetto, d’incanto. 

Interpreterò i miei pensieri, che risultano strambi perché prima di comprendere le emozioni sarebbe necessario percepirle una a una, immaginando di essere un… diverso! 

Con l’intento di rinfrescare a sorpresa la logica comune, tanto per rivangare peraltro i video pubblicati tramite il canale YouTube Cazzeggiando in sospensione (un’idea dell’ass. di volontariato Koinòs, andate pure a vederli!); e contaminato artisticamente, con la proiezione sullo sfondo di un maxivideo che metta in risalto forme di pittura, fotografia, musica, danza etc … insomma, opere di artisti che abbiano piacere d’emergere (anche dal vivo!), con l’ispirazione dipesa dai miei contenuti, come quello racchiuso in Storia di un alito di puzzola

L’invito in effetti riguarderà principalmente tutti coloro che masticano 'coscienza civile', ovvero delle conoscenze, dovendo avere il coraggio univoco di affrontarle prima o poi per figurare positivamente a lungo andare nella società. 

Una società divenuta incivile proprio per la mancata considerazione del sollecito sopracitato; raschiando invece il fondo di qualsivoglia vendita materiale, quasi per pretendere il finto interesse da parte dell’Individuo ch’è in procinto di fare oramai la peggiore scelta di vita, qual è prendere le cose o le persone intorno alla leggera, col vittimismo d’adottare per rivendicare valori in odore di spreco, senza sentirsi responsabile di determinate vicende di cronaca incolore, non essendo più grandi di lui."


La nipote del diavolo - II, 2

Parte II: La Regina di Spade



2.

Nilde e Amedeo passeggiavano stancamente, sotto gli alberi di viale Gorizia. Lei aveva infilato il braccio sotto quello di lui e lo teneva con una stretta lievemente vibrante. Nessuno dei due levava lo sguardo verso l’altro.
           
«Quello che mi dispiacerà di più…» espirò infine la ragazza «…sarà il doverci vedere meno spesso».
Amedeo tacque. Un sottile tremito nel suo braccio comunicò il suo rammarico a Nilde.
«Le mie giornate saranno scandite tra le lezioni all’università e quelle di spada» annotò lei, meccanicamente. «Spero che la Serra sarà abbastanza misericordiosa da lasciarmi qualche serata libera».
Amedeo si fermò e la attirò delicatamente a sé. La ragazza percepì il battito metallico del suo cuore e – per la prima volta in cinque anni –gli occhi di lei si velarono di lacrime trattenute.
«Dai, non è mica una tragedia…» conciliò il giovane. «Stai solo cambiando casa per un po’, per un’esperienza alla quale tieni, a prescindere dai patti con tuo zio…» Una fitta di sudore freddo gli punse la fronte. «Alla fine dei conti, sarai sempre a Pavia. Qualche buco di tempo per vedersi ci sarà».
            Si strinsero in un bacio prolungato, ferreo. Le loro lingue disegnarono infinite parole senza suono. Le dita di Nilde si confusero coi capelli rossi di Amedeo, che cominciavano a crescere.
«Dimmi…» sussurrò lui, quando le loro labbra presero respiro. «Quanto tempo durerà il tuo addestramento?»
            Lei abbassò gli occhi: «Non lo so. Non lo deciderò io».
«E… cosa farai, quando sarai pronta?»
Lo sguardo di Nilde si fece incandescente: «Ricambierò a mio zio il favore che voleva farmi: gli garantirò un posto nella nostra tomba di famiglia».

[Continua]

Pubblicato su Uqbar Love, N. 183 (12 maggio 2016), p. 11.

venerdì 6 maggio 2016

Le radici della violenza religiosa: uno spunto da Oriente

Trovare la scintilla che trasforma la religione in fanatismo e violenza è una questione che coinvolge chiunque abbia a che vedere con un percorso spirituale. L’ottica degli occidentali, però, è limitata dal fatto che la loro ricerca - spesso - non va oltre la tradizione abramitica (Ebraismo, Cristianesimo, Islam).
            Spunti interessanti sull’universalità della “guerra santa” vengono dal lavoro di Brian Daizen Victoria (N. 1939). Praticante zen e ordinato all’interno della scuola Sōtō, dirige il Programma di Studi Buddhisti in Giappone all’Antioch College. Ha al proprio attivo pubblicazioni in inglese e in giapponese, fra cui Zen Master Dōgen  e Zen War Stories. 
Monaci zen a Eiheiji, durante le esercitazioni militari (1938).
            La sua opera più famosa, però, è Zen at War (1997). Quella qui presentata è la sua seconda edizione (2006, Rowman & Littlefield Publishers, Inc.). Le citazioni in questo articolo sono di mia traduzione.
            Dato il suo status di religioso e di appassionato praticante, Victoria si è detto “forzato” (p. 232) ad analizzare un lato oscuro del Buddhismo Zen. Il saggio, peraltro dettagliato e documentato, è da lui presentato come “un primo passo” (p. XII) negli studi sul rapporto fra Zen e militarismo.
            La Parte 1 riguarda la restaurazione Meiji del 1868. Victoria ricapitola una storia buddhista di circa 1500 anni in Giappone, a partire dalla sua introduzione dalla Corea a metà del VI sec. d.C. (p. 3). “Nel periodo Tokugawa (1600 - 1868), il Buddhismo ha, almeno apparentemente, raggiunto l’apice del proprio potere, funzionando come una religione di Stato de facto.” (ibid.) Ciò si tradusse in una fioritura di templi, ma anche nella trasformazione degli ordinati in poco più che funzionari pubblici - come avvenne sotto il regno di Spagna e durante la colonizzazione dell’attuale America latina. Naturalmente, quest’epoca contò anche diverse adesioni a determinate scuole in base a ragioni puramente politiche.
            Gli scopi dello shogunato Tokugawa erano ottenere un controllo totale sulle istituzioni radicate nel territorio e sradicare il Cristianesimo, considerato veicolo della colonizzazione occidentale.
            La situazione cambiò a partire dal 1868, all’inizio dell’era Meiji, o “periodo del regno illuminato”. Per volontà dell’imperatore, il Buddhismo fu distinto nettamente dallo Shintoismo e quest’ultimo divenne la religione favorita dallo Stato. “I leader buddhisti si accorsero rapidamente che la loro migliore speranza di far rivivere la propria fede era di allinearsi con il crescente sentimento nazionalistico dell’epoca. Conclusero che l’unico modo di dimostrare la propria utilità ai nuovi leader nazionalisti del Giappone era di supportare una campagna anticristiana…” (p. 6).
            Questa strategia di sopravvivenza ebbe significative conseguenze. nelle guerre successive. Il conflitto sino-giapponese (1894-95) vide uno scontro fra le due potenze dirimpettaie per l’egemonia sulla Corea (cfr. p. 19). Figure di riferimento del Buddhismo nipponico - come Inoue Enryō, Mori Naoki, Shaku Unshō, Katō Totsudō - giustificarono la guerra in vari modi: per spirito di devozione filiale verso l’imperatore, per la sacralità del Giappone in quanto sede della dinastia imperiale, per propagare lo Zen, per “lo speciale genere di vigore” insito in quest’ultima tradizione spirituale.
            In occasione del conflitto russo-giapponese (1904-5), fu posta ancor più attenzione al lato filosofico del rapporto fra il Buddhismo, lo Stato e la guerra. A questo si dedicò D. T. Suzuki, che descrisse lo Stato come un corpo e la religione come il suo spirito (cfr. pp. 23-24). Per quanto egli non avesse mai trattato il potere politico come un valore assoluto, questo tipo di posizione contribuì a identificare la morale religiosa con la ragion di Stato. Fino alla sconfitta del Giappone nella Seconda Guerra Mondiale, i leader buddhisti sostennero il suo diritto di perseguire i suoi interessi commerciali come preferisse; affermarono il dovere di punire i “pagani senza legge” (jama gedō), qualora avessero “interferito col progresso dell’umanità”, ovvero coi suddetti interessi commerciali e coloniali; il supporto delle religioni giapponesi a tale punizione sarebbe stato incondizionato, in quanto volto ad affermare la giustizia; i soldati avrebbero dovuto offrire la propria vita senza esitazione; adempiere il proprio dovere verso lo Stato sul campo di battaglia sarebbe stato un atto religioso. (Cfr. p. 25). L’origine di queste idee è da ricercarsi anche negli scritti di Shaku Sōen, “maestro zen pienamente illuminato riconosciuto dalla tradizione zen Rinzai” (p. 28).
            Poco prima che le ostilità fra Russia e Giappone scoppiassero, il succitato Inoue Enryō aveva affermato: “…la Russia non è solo il nemico del nostro Paese, è anche il nemico del Buddha. In Russia, Stato e religione sono una cosa sola, e non c’è libertà di culto. […] Per questo la Russia non è solo il nemico del nostro Paese, ma anche del Buddha. […] Il motivo per cui il Buddhismo è ancora vivo nel nostro Paese oggi è la protezione accordata dagli imperatori nei secoli […] è semplicemente naturale per i buddhisti combattere fino alla morte per ripagare il debito di gratitudine che hanno nei confronti del Buddha e dell’imperatore.” (Cit. alle pp. 29-30).
            Naturalmente, vi fu anche una minoranza che si ribellò alla diffusa strumentalizzazione dello Zen. Il caso più eclatante è quello di Uchiyama Gudō (1874-1911). Ordinato all’interno della scuola Sōtō, sposò idee anarco-socialiste, perché conformi allo stile di vita comunitario del Sangha (la tradizionale organizzazione dei monasteri zen). Il suo attivismo politico era ispirato al desiderio tipicamente buddhista di alleviare le sofferenze di tutti gli esseri. Rifiutò l’abituale interpretazione del karma (= peso delle proprie azioni in una vita precedente) come una giustificazione delle disparità sociali. Nel 1910, fu accusato (senza prove) di congiura contro la vita del sovrano (“High Treason Incident”), arrestato e giustiziato frettolosamente con dieci compagni. I suoi scritti e la sua corrispondenza furono fatti scomparire; il suo nome non poté essere posto sul segnacolo funerario del suo tempio; uno dei suoi “parrocchiani” fu ricercato dalla polizia per aver lasciato fiori sulla sua tomba. Gli altri personaggi di spicco della scuola Sōtō si affrettarono a prendere le distanze da lui; così pure la scuola Rinzai ribadì il proprio fondamentale rispetto per l’imperatore e la scuola Shin il rifiuto delle idee socialiste. Nel 1912, fu pubblicata una raccolta di saggi sul patriottismo e la reverenza verso l’imperatore. Il contributo di Ōuchi Seiran condannò pesantemente anche il Cristianesimo, perché sviava dal culto del sovrano, rifiutava la dottrina del karma che giustificava le strutture sociali e andava perciò combattuto come “dottrina eretica” (cit. a p. 52). Il governo sponsorizzò comunque la Conferenza delle Tre Religioni, nello stesso anno, che riunì buddhisti, shintoisti e cristiani nell’intento di rispondere allo “High Treason Incident” e al socialismo con un ritorno di fervore patriottico.
           
Il generale Nogi
Nel 1910, il Giappone forzò il re di Corea a firmare un trattato di annessione. L’acquisto di questa colonia sulla terraferma asiatica trasformò l’impero nipponico in un potere mondiale, proiettato verso il dominio di tutto l’Estremo Oriente. Questo riportò in auge l’interesse per il Bushido, il codice di “cavalleria” dei samurai, ispirato allo Zen. La futura potenza egemone dell’Asia avrebbe dovuto essere sostenuta da ogni cittadino, guidato dal suddetto codice - secondo Nukariya Kaiten, studioso-religioso di scuola Sōtō e amico personale di D. T. Suzuki. Kaiten indicò il modello ideale di Bushido contemporaneo nel generale Nogi, l’ “eroe” della guerra russo-giapponese. Durante quest’ultimo conflitto, le scuole zen avevano provveduto l’esercito di “cappellani militari”, avevano indetto speciali recitazioni di sutra per favorire la vittoria giapponese e avevano fornito assistenza materiale alle famiglie dei soldati. Numerosi templi buddhisti erano anche divenuti centri di detenzione per prigionieri di guerra russi (cfr. p. 63). Ciò si combinò a sforzi missionari sulla terraferma asiatica, che continuarono e si accrebbero anche dopo la fine delle ostilità.
            Coloro che rifiutavano la deferenza dei leader zen allo Stato si riunirono nella Lega dei Giovani per la Rivitalizzazione del Buddhismo (Shinkō Bukkyō Seinen Dōmei), nel 1931. La dichiarazione che mostrava le  ragioni della sua fondazione accusava la maggioranza dei buddhisti di essere “intossicati da una facile pace della mente” (p. 67) e li richiamava agli alti valori sociali di cui la loro spiritualità doveva essere portatrice: amore, eguaglianza, libertà.
            Il loro coraggio e quello di vari oppositori individuali non bloccò però la nascita di quello che Victoria chiama “imperial-way Buddhism (kōdō Bukkyō)”: la netta subordinazione dello Zen istituzionale allo Stato e alla sua politica. Questo comportò anche il coinvolgimento delle maggiori scuole - soprattutto la Sōtō e la Rinzai - negli sforzi bellici nazionali. Esse erano portatrici del sunnominato Bushido, la “via del guerriero”, nonché di una spiritualità che aboliva la paura della morte, favorendo lucidità e abnegazione. Il rapporto fra lo Zen e l’arte della spada fu sottolineato dal già menzionato D. T. Suzuki nella sua opera principale: Zen Buddhism and Its Influence on Japanese Culture (1938). Rivisitato e ripubblicato nel 1959 dalla Princeton University Press, esso divenne Zen and Japanese Culture. Colei che scrive ha molto apprezzato la suddetta opera, tradotta in italiano per i tipi di Adelphi nel 2014: tanto da ispirarsi a essa per le Parti II e III del romanzo a puntate La nipote del diavolo. Ha apprezzato assai meno il fatto che gli scritti di Suzuki abbiano influenzato lo spirito militare della Germania nazista e il fascismo italiano (cfr. pp. 111-112 e la nota 43 a p. 242).
            Ma poteva tutto questo essere considerato Buddhismo? Victoria riassume i principali insegnamenti del fondatore, il Buddha Shakyamuni (VI-V sec. a.C.): il rifiuto di distruggere la vita, di guadagnarsi un mantenimento tramite professioni nocive ad altri - compresa quella militare; l’onestà, la compassione verso ogni essere vivente (cfr. pp. 192 ss.). Aneddoti della sua vita lo mostrano intento a sventare operazioni belliche, con la semplice forza della dialettica, o nello scoraggiare metodi di governo repressivi (cfr. pp. 193-195). 
Il re Ashoka
            Alla luce di questo, l’ “imperial-way Buddhism” non poteva essere considerato fedele al proprio intimo spirito. Eppure, c’era stato un precedente, nella strumentalizzazione filomonarchica. Il re Ashoka (ca. 269-32 a.C.), che governò buona parte del subcontinente indiano, è ricordato come ideale di sovrano buddhista. Questo perché promosse leggi e costumi ispirati al Buddhismo, facendo di questo il collante dei domini conquistati - come avvenne col Cristianesimo sotto i “re cattolici” di Spagna (seconda metà del XV sec.). L’analogia comprende anche la repressione delle minoranze religiose: in barba al principio di non-violenza, Ashoka fece sterminare diciottomila persone, probabilmente jainisti, con l’accusa di blasfemia a carico di uno di loro (cfr. pp. 197-198). In un’altra occasione, fece rinchiudere un jainista e la sua famiglia in casa, per poi darle fuoco (cfr. p. 198).
            Il calzante parallelo fra l’India di Ashoka e la Spagna dei re cattolici ci traghetta verso le conclusioni. Esaminare il rapporto fra religione e violenza richiede sia il rifiuto dell’ingenuità, sia quello del moralismo. Non è possibile trattare le tradizioni spirituali come qualcosa di “puro”, uno scudo contro tutti i mali, una nuvola rosa rispetto alle “brutture del mondo”. Né ha senso “fuggire verso Oriente”, alla ricerca di una “religiosità incorrotta” - o aggrapparsi alla “tradizione occidentale”, come “baluardo contro la barbarie”. Sviluppandosi nella storia e nella società umane, esse le influenzano tanto quanto ne sono influenzate.
            Nemmeno è onesto, però, trattare con disprezzo la religione altrui perché “ha commesso tante violenze”. Ogni forma di potere politico è tentata d’impiegare le religioni per omologare gli uomini e renderli più governabili. Così pure ogni clero - od ogni comunità - rifiuta raramente una protezione “terrena” piena di insidie spirituali, ma sempre utile per ottenere fondi e sicurezza.
            Il matrimonio con lo Stato rende violenta ogni ideologia - anche di matrice non religiosa - per un fatto molto semplice: l’affermazione di un potere centrale, con strumenti burocratici, militari e polizieschi allo stesso tempo, è un coinvolgimento di ogni uomo in una struttura che pretende di normare astrattamente il suo comportamento e di castigare le deviazioni da detta norma, anche quando innocue.
            A ogni anima affamata di spiritualità - anche in senso laico - non resta che una via, per non ripetere gli errori che appartengono tanto all’Oriente quanto all’Occidente: rinunciare al “regno dell’utopia” sulla Terra, per non governare che se stessi.

Pubblicato su Uqbar Love, N. 182 (5 maggio 2016), pp. 17-20.