sabato 30 aprile 2016

Coming out al centro islamico

Lo chiamano “moschea”, ma è - di fatto - una sala polifunzionale, per le esigenze della comunità musulmana locale. Quando non è impiegata per la preghiera collettiva, i tappeti vengono arrotolati e lasciati da parte. Stamattina, sono comparsi cinque banchi. Servono agli allievi del corso di arabo per italiani. La classe, quando è al completo, non supera i cinque elementi. Quasi tutti donne. Oggi, sono in tre: una quarantacinquenne, una sulla trentina e una che dovrebbe aver superato i cinquanta.
            La maestra è una ragazza tunisina, naturalmente a capo velato. L’esercizio - fra i mugugni quasi generali - è di lettura. La storiella di una piccola tartaruga (è un po’ presto per essere iniziate all’alta letteratura araba). 

            La quarantacinquenne, enfant terrible della classe, cerca ogni modo per alleggerire la lezione a suon di risate. «Cosa vuol dire questooooo?» «È il verbo “amare”» spiega la maestra (santa…). E, per chiarire meglio, comincia a far qualche esempio di coniugazione: « “Lei ama”, “io ti amo”…»
            «Ma comeeee???!!» scoppia a ridere l’allieva. «Guarda che io sono ancora eterooo!!! Vi prego, ormai va di moda… non ditemi che ce ne sono anche qui…»
            «E se anche fosse?» interviene la trentenne. La sua compagna di banco le è, per il solito, molto simpatica, proprio per la sua schiettezza. Però, stavolta, l’ha fatta fuori dal vasino.
            «Eeh? Non mi dire che sei lesbica?!»
«Sono tutte e due le cose… problemi?»
            La carica della quarantacinquenne, ormai, è inarrestabile: «Oddio… oddio… una bisessuale pure al corso di arabo… »
«Eh, sì… esistiamo, sai com’è…» Se l’altra conoscesse meglio la ragazza, saprebbe che questa calma è il segnale per scendere nel rifugio antiaereo.
«Ehi, ehi… Non provarci con me!»
«Non c’è pericolo.»
«Grazie, neh!!»
«Ti vedo solo come un’amica» ribatte la trentenne, pericolosamente serafica.
«Ma non puoi dirmi queste coseee!! Io mi sono fatta le ore di pullman per andare a Roma, al Family Day… e tu sei così? Guarda, fuori di qui!!»
            L’ultima frase è stata detta con ironia, va da sé. Ma la trentenne, comunque, risponde a dovere: «Io ho il diritto di stare dove mi pare e piace, esattamente come te.» Si rende conto di parlare come il Venerabile Estiqaatsi. Però, vivere in una provincia italiana significa anche questo: dover ribadire l’ovvio.
            «Ma, insomma, io sono contraria a tutte queste cose che stanno uscendo… ho scritto lettere pubbliche contro il gender… Pure tu, che hai studiato lettere antiche, sai che l’uomo è stato creato maschio e femmina… pure tu sei nata da un uomo e da una donna…»
            Proprio perché laureata in lettere antiche, la trentenne sa che - se è per questo - un sublime canto orfico afferma che l’universo fu creato da un uovo gigante, casomai si volesse prendere per oro colato ogni venerabile testo letterario. Quanto alla storia del concepimento umano, avrebbe tanta voglia di rispondere: “Sì, Piero Angela deve avermi detto qualcosa del genere… e l’ho letto anche su Graziarcazzo.com”. Ma non vuole trascinare il sarcasmo più lontano di tanto.
            «Due donne non possono fecondarsi… Da due uomini nel deserto non nasce niente… Tu sei nata perché tuo padre ha fecondato tua madre!»
«Almeno spero!»
«Sarcasmo a parte, due donne o due uomini non sono una famiglia. Noi vogliamo affermare questo: che ogni bambino ha diritto a un papà e una mamma».
«I vostri slogan li conosco benissimo. Ma, parlando sul serio… cosa intenderesti fare di quei bambini che, per un motivo o per l’altro, non hanno accanto il genitore dell’altro sesso? Affidarli in massa ai servizi sociali?»
            E, qui, la carica della quarantacinquenne rallenta.
Perché è così. Quando un “familydaysta” o una Sentinella dice “non odio nessuno”, oppure “ho molti amici gay”, non è ipocrita. È proprio così. Ha perfettamente chiaro il “principio generale incrollabile”, ma nessuna idea verosimile di come applicarlo praticamente e giuridicamente. Fosse per lui/lei, ogni affido di minori a una “famiglia arcobaleno” o ogni controversia sull’eredità del compagno andrebbero risolti aprendo una causa civile apposita. Come se non fosse meno stressante e meno congestionante (anche per i tribunali) una legislazione più chiara e organica in merito, dato che si tratta di situazioni ormai abituali.
            «Nemmeno io ho niente con gli uomini e le donne che stanno insieme, se sono omosessuali per natura» interviene l’over-50enne. «È che, ormai, va di moda…»
«Sì, se hai “il valore della famiglia”, sei visto come un bigotto!» riprende l’altra contestatrice. (Non risulta che sia sposata. Ed ha aperto la giornata dichiarando che quella sera andrà a tr***are. Perché è in astinenza).
            Visto che vive a fianco dei genitori, non si può dire che la trentenne non abbia “il valore della famiglia”. E di bigottismo si è pure sentita tacciare tante volte, da adolescente, perché non si accodava alla moda dell’amore libero. Ma quello dell’ “omosessualità-che-ormai-è-di-moda” è un luogo comune e, in quanto tale, è un ostacolo alla comprensione della verità. Un ostacolo piuttosto fastidioso, aggiungerebbe. Anche perché… per quale motivo bisognerebbe fingersi gay o bisex? Per doversi sorbire discorsi come quelli?
            Comunque, la trentenne lascia volentieri la piena del discorso alle due “vecchie”. A quei livelli deprimenti, la dialettica non l’appassiona di certo. Oltretutto, è ormai consapevole di come l’ignoranza - circa un aspetto o un altro - dilaghi ovunque. In altre occasioni, ha dovuto difendersi dai radical chic che negavano la realtà prevalente della gestazione per altri - quella di un vero e proprio contratto di compravendita, in cui l’autodeterminazione della gestante finisce nel momento in cui firma. Ancor più spesso, le tocca sentire sciocchezze fotoniche circa il sapere religioso e le esperienze spirituali.
            Quello che non cessa di farla infuriare è questo: il fatto che “difendere i valori”, in Italia, significhi farlo col c**o degli altri. E, già che c’è, rinfaccia la scarsità di “morale tradizionale” proprio nella vita di chi se ne riempie tanto la bocca. La quarantacinquenne concorda subito: «Guarda, i discorsi della Meloni vanno presi per quel che sono… Pure nella scuola delle Orsoline, fra le ragazze, io vedevo cose…! Si fa presto a giudicare gli altri». Ecco, brava. Proprio quello è il punto.
            «Io, comunque, sarei venuta qui per imparare l’arabo, non per parlare dei fatti miei» taglia la trentenne. 
            L’unica che non abbia detto niente è la maestra tunisina - il che dovrebbe fare onore alla sua intelligenza. La quarantacinquenne è già passata a darle dell’ “araba di m***a”, già che c’è - sempre “per scherzo”, ovvio.

            «Guarda… non si può dire che lei sia razzista» chiosa la più giovane delle allieve. «Ce l’ha con tutti allo stesso modo».

giovedì 28 aprile 2016

La nipote del diavolo - I, 10

Parte I: Fili pendenti



10.

Nilde si compose sulla poltroncina in velluto e fissò in volto lo zio. La Minerva di gesso, nella penombra, sembrava più vigile – più viva.
            «Come sicuramente ricorderai, tornare a vivere con me e a seguire i tuoi studi era soltanto la prima parte del nostro patto» esordì Michele Ario. «La seconda prevedeva che tu imparassi a usare realmente la katana che ti avevo regalato».
La ragazza annuì. La scena nella chiesa di S. Michele Maggiore era nitidissima nella sua memoria. Quel duello mancato, che avrebbe dovuto concludere la guerra fra lei e l’unico familiare che le fosse rimasto. La navata deserta, per la complicità del parroco, che voleva aiutare l’amica del nipote prigioniero. La scoperta di non essere ancora cresciuta abbastanza per chiudere il conto.
«Dunque, ti presento la tua maestra: la signorina Irene Serra».
            Nilde rivolse l’attenzione a quella figura sconosciuta, seduta di fronte a lei al tavolo della biblioteca. Una miniatura di porcellana, con occhi neri e affusolati, mani piccole e una folta capigliatura corvina. Vi era, nella figura di Irene Serra, una cortesia adamantina, che non cedeva alcunché alla mollezza. Aveva la leggerezza dei fiori di ciliegio e il loro stesso candore glaciale. L’allieva ricevette la sua ferma stretta di mano. 

            «Per tutto il periodo della tua istruzione, risiederai a casa sua e farai quello che lei ti dirà» scandì Ario. «Ci rivedremo quando sarai pronta».

[Fine prima parte]



Pubblicato su Uqbar Love, N. 181 (28 aprile 2016), p. 17.

Le analisi di Vincenzo Calò: Mirko Musas - Le tenebre dell'anima (ed. Sensoinverso)

E’ un romanzo (953 pagine, ma tranquilli, si lasciano leggere eccome!) che scandaglia l’essenza di un individuo che procede lungo il normale percorso di vita tralasciando strane impronte, come se preda di una concezione dell’essere d’affrontare assolutamente; che va a zonzo come a voler raggiungere la parzialità di un’anomalia che riguarda un po’ tutti, riempito di una condizione di quiete presto soffocante, da doversi svuotare a un certo punto per edificare dei desideri. 
Mirko Musas

Tra il sonno e la veglia traspare inizialmente la deliziosa ingenuità di un bambino di nome Mirko (a proposito, va detto che l’autore presenta nulla di autobiografico, che la storia è puramente frutto della sua creatività letteraria), che permette d’impicciare riflessioni in modo tale d’alimentare sembianze in cui il tangibile e il suo esatto contrario si attraggono.

L’abilità nel riuscire a trovare la soluzione ai quesiti più elementari però la comprime in sé al contatto comune, quando viene infastidito da opinioni banali sul suo conto, di persone mai care veramente, e di certo poco serie, che si riassumono nell’ipotesi di esigere per il suo bene la presenza costante di un uomo, per non finire divorato dalle proprie curiosità; nel chiuso di un’abitazione, con la mamma che non prova a convincersi, birbante più del figlioletto che ha piacere di reggere un’omelia cristiana, sentendosi pertanto costretta ad assecondare la creatura che per passare il tempo in estate si diverte a impossessarsi dei sassi marini più lisci, vicini al candore che cerca, raccogliendoli schematicamente, con una desolazione che dipende da un appoggio paterno che non ha potuto mai ricevere, e l’emotività a dipanare il corso degli eventi, invitante da non sapere più come capacitarsi, cosa sia il proibito.

Mirko comincia ad assumersi un aspetto passivo, non essendo ancora in grado di coniugare lo spiccato apprendimento scolastico al rispetto che meriterebbe, specie per come lui riproduce un abuso di godimento dandolo a vedere a nessuno se non a colui che lo sfrutta, dal basso verso l’alto ma con gli occhi negli occhi.

Del terremoto d’Irpinia per esempio Mirko ne cattura il senso di trasporto, l’eccitazione da confidare a una fantasia fatta a uomo e chiamata Ricky, ma quando l’istinto animale gli batte al posto del cuore, si accorge di non poterlo trasmettere, e si mette a succhiare le sue stesse lacrime, in un silenzio da misurare per sempre, seguendo insegnamenti di regola così bene d’allentarsi affettivamente, in una Napoli portatrice di passioni.

Vi sono testi di canzoni pop scelti per descrivere con mestizia di particolari l’andatura di Mirko, ad aprire gli anni, ripresi uno dopo l’altro come diari sofferti, con periodi scritti senz’alcun riferimento stilistico; crudelmente, per il bene della verità, della propria natura umana che sconta osservazioni circa la fede cristiana che lo disorienta capovolgendone lo spirito santo, con le conoscenze che si evolvono, ma che rimarranno striscianti come piovre da sbattere sulla testa del primo soggetto da castigare che ti viene in mente, nell’adolescenza, nella quale i coetanei (e non solo) di Mirko si lasciano letteralmente rapire dalle sue interpretazioni, mordi & fuggi, degli amorosi sensi, e sottomettere da un tornaconto personale, rivendicativo, per spadroneggiare a dispetto sia dei buoni maestri di presunzione (come lo è una mamma) che dei cattivi compagni d’avventura. 

Ed è così che un singolo peccato volle mutarlo apposta in gioviale dimenticanza, sostenendo follemente il falso, non provando più pietà per i suoi timori, senza travisare però i fenomeni di costume, vere e proprie scusanti recuperabili per monitorare la capacità comunicativa e assicurarsi specialmente l’intesa emotiva con una ragazza di nome Rossana, l’unica conquista che non si è mai fatta completamente assorbire… forse, mentre Mirko inanellava valutazioni scolastiche spesso al di sopra delle già gagliarde aspettative, anche se malvolentieri, avendo notato che si stava rendendo bello esteticamente come pochi, da spendersi per esperienze entusiasmanti, irrazionali, alla faccia di una situazione sociale che non concepisce la gioia di vivere apertamente.

La sorpresa di risultare indipendente, con una sfrontatezza nel servirsi dell’effetto che ne scaturisce, lega gli elementi della natura oggettiva, che si focalizzano solo grazie alla maturazione dell’essere umano, utilizzabile come un termine di paragone fra solitudini similari, e agonizzante all’istante, quando il solito incubo si ripropone nel ragazzo, con le fattezze di una donna che a fissarla si cade automaticamente nell’abisso della seduzione, di un mestiere quasi, di cui una volta appresi i trucchi non se ne esce più, e il primo che capita a tiro può finire dunque ad ammalarsi di Mirko, di un inguaribile profanatore, che non si rivelerà solitario affatto.

Il giovane in fondo si lascia tutelare da Ares, un tizio che la sa fin troppo lunga, che sembrerà mantenere non solo il suo mondo in pugno, confortandolo e scomparendo all’occorrenza, ridestando il fascino del male con accenni a un imprinting culturale in attesa di venire recepito globalmente, accettato alla fin fine, come se niente e nessuno fosse concesso al caso.

Lo sconcerto riguarda la dimestichezza nel gustarsi il peggio che possa accadere a coloro che ti hanno tarpato le ali (l’essere calpestati da Mirko), con lucidità e costanza, sbaragliando così i limiti che in questo romanzo sembrano imposti dai perditempo ritenuti tali perché non ribadiscono il benché minimo vizio capitale; scoprendo però che la libertà te la ricavi da solo, senza stare fermi (percependo della complicità ma anche solo i presupposti per raggiungerla, dagli esponenti dell’insormontabile!)… e, cosa ancor più devastante per l’insieme che mai ti apparterrà, ci riesci con la piccola grande dote dell’intuito, a trapassare un’espressività prosopopeica, dettata dalla pigrizia del non andare oltre l’immagine di Cristo, a quel che ti promuovono, che sei quasi costretto a consumare per stare poi male generalmente.

E’ stupefacente richiedere un’alternativa al creato (ch’è il più utile dei limiti?), di nascosto, a una persona di cui non ci si può fidare (in cui ti vedi a curare l’intimo acconsentendone lo sputtanamento superfluo e giocoforza spropositato, per un interesse che non ha eguali) purché ti ricordi di chiamarla Dio, da perfetto menefreghista, bevitore di trasparenze che risuonano sinistre, che ti toccano senza tregua.

Mirko si lascia sedurre dalla curiosità, non riconoscendone i limiti, non sapendo cogliere un segnale propositivo; così all’improvviso si riaccende, estasiato da un punto di approdo, distaccandosi prontamente dalle solite premure affettive che riceve, con l’istruzione sempre più accattivante e i viaggi terreni da fare su un’esclusiva inquietudine a comando, come a crescere in maniera del tutto indolente.

Il ragazzo prova a immaginare di chiedere alla vita solamente l’indispensabile, ma basta poco per affondare nel piacere di affrontarla, volendo evadere in cuor suo, certo oramai che con la disciplina e il raziocinio si diventa veramente liberi e supremi per essere osannati; spremendo le meningi, quando i nervi stanno per crollare, affinché il nemico di turno possa essere travolto da ondate di energia negativa, senza badare ai danni sentimentali che arreca, rafforzandosi anzi con le debolezze altrui ma da lui motivate, tra le previsioni circa un domani infernale.

La scrittura del romanzo a tratti l’autore è come se la “elevasse” a una sceneggiatura hard, con il protagonista paurosamente predisposto nell’approccio fisico, non riuscendo mai a rimediare il principio di un’attrazione reciproca che va oltre, sollecitando una divinità che riflette il riscatto umano, ma come minimo anticristiana.

Per ottenere il massimo Mirko sembra che sciolga ogni impedimento a costo di… avere poco o niente da custodire; senza preoccuparsi tanto delle cause come delle conseguenze, percepisce un potere più unico che raro, in serbo, infrangibile per l’amore che non nutre chiarendo un pensiero su quel che accade all’esterno, prendendosi invece tutto il tempo di scorgere la minima opportunità favorevole per sfoderare dell’intelletto e incantare sessualmente; cercando dunque di farsi male il meno possibile con le persone di contrasto a lungo andare, ingrato fino a raggiungere la perfezione dell’essere (tutelata dapprima in maniera al dir poco criminale, tenendo d’occhio Mirko, e incentivando al contempo l’osservazione nei suoi riguardi), con un atteggiamento tale da riconvertire il rischio perenne di veder cedere la terra sotto i piedi in un attributo invidiabile.

Il protagonista vive braccato da misteri che lui stesso agevola, che appena avvertiti ritorni a essere incapace d’intendere e di volere, ma avendo accettato d’imbattersi in una sorte precisata da esponenti ostili, di cui n’è ignaro; divertendosi a fare l’ingenuo, con un prezzo da pagare nella sua pelle che va strappata, posseduta, senza pensarci, dacché l’impensabile forse è già di per sé una perversione.

I progetti da realizzare non appartengono affatto a un comune mortale, d’altro canto è come se si esigesse l’accettazione delle malefatte in un qualsiasi momento di disperazione, credendo di portare una veste immacolata ma sfiancante.

Come se fosse una cosa da niente concentrarsi sulle immagini del passato, ben catalogate, e lasciare che il caso animi gli eventi, sopportando le fasi di scoramento, e quindi cali fisici impressionanti, a causa della fatica di risultare agghiaccianti; invogliato dalle rassicurazioni di un vate del male che non sono mai scontate, da romanzarci sopra (cercando possibilmente di anticipare nulla), insistendo a intensificare il rapporto tra religione e scibile, tra illusione e realtà, mediante una insinuazione stratosferica su ciò che accadrà, ma ch’è già imperante dentro molti esseri umani, ammaliati dall’impalpabile impegno preso per suggellare il perenne surclassando le consuetudini che magari ci rendono passivi e sofferenti dispregiatori dei moti rivoluzionari; non potendo osare nel richiedere una dimensione nuova, a differenza di Mirko si presume, quest’ultimo coinvolto come nessun’altro dal potere dell’occulto e da una notazione similare: che molte donne sono vergognosamente attratte dagli uomini che sono tutto fuorché gentili!

Occhio alle descrizioni prettamente d’indole turistica, che emergono in maniera sistematica, mentre nella lettura pulsano ancora quelle riguardanti le ammucchiate fallocentriche o le torture insanabili “nei riguardi” degli esseri indifesi, enfatizzate in chiave satanica spacciandole come sapienti immersioni nell’evoluzione umana, che Dio non le sostiene perché “mentalmente chiuso”!

D’altronde il male non sembra conoscere sosta, si consolida nelle fattezze di un’angelica ragazza in intimo odore di profanazione, che impone chissà quale via di salvezza a Mirko che la sogna spesso e malvolentieri, che sempre più di rado riflette sull’entità che lo detiene, su come sia giusto o no condannare Satana, che risale dagli abissi della coscienza individuale per alleviare un insieme di patimenti fornendogli serenità e un amor di famiglia all’occorrenza, invece che Dio, calatosi sulla Terra per infierire su Gesù identificandolo in un’ambizione troppo approssimativa per sentirsi sempre e comunque incolumi.

Resta il fatto che deve prima o poi tenere testa in solitudine a un obiettivo imperscrutabile qual è uniformare il mondo, pretendendo la sua anima manco fosse un jolly d’inestimabile, fondante capriccio; perciò lo si rimette in soggezione, così tanto che Mirko si convince di trarne profitto senza darlo mai a vedere, liberandosi quando lo si vuole dalle responsabilità, godendo come un burattino letale, che si accorge malamente di quanto sia importante e piacevole nella normalità tendergli la mano, frantumargli lo specchio delle vanità.

E’ nel tempo del cristiano discredito, l’ottocento, che la congregazione a cui si affida, la Verae Lucis, tuonò a tal punto da coinvolgere i poteri più influenti, gettando le basi per un predominio assoluto, con l’elaborazione di tragedie comuni, orgasmiche, nell’ego di un giovane che si potrebbe sciogliere osservando una potenziale compagna di vita, ma che invece sembra che non tramonti, facendo proprie definizioni a un livello di memoria irraggiungibile, tutelandosi da una situazione emotiva resa minacciosa, che t’invita a cambiare aria, alla commozione suscitabile da un cenno d’intesa che si lascia inquadrare.

Certi periodi narrativi irrompono nella struttura del testo, seppur brevi, acuendo dei legami col passato all’istante, facili e quindi in sospeso, senza perdere di vista un riferimento alla portata di tutti, nonostante lo si offenda a forza di offrirsi a una straordinarietà ben nascosta in sé, con il gusto d’interpretarla, così intenso da dover sincerarne la mania di possesso, come uno stratega dall’intelletto controvertibile.

I successi nella vita di Mirko splendono ma scottano, come se lui fosse stato costretto a elevarsi di sproposito, a soffrire dei comandamenti che appaiono sconclusionati, che per annullarli ci si deve concentrare di contro, dimenticando il proprio essere, con una cattiveria che semina concretezza, che non allude a una svolta spirituale, per la quale comunque si deve sapere che Dio non persiste, mentre il maltempo invoglia all’amore incondizionato.

Curioso come si rimedi alla trasgressione seguendo magari il festival della canzone italiana con la mamma, ma la normalità resta insipida nonostante rassereni l’anima, come a pretendere di corrispondere passivamente agli eventi, di fare bella figura sbuffando a una massa d’opinioni che non rimbalza, non vedendo l’ora di afferrare l’istinto animale.

Il buonsenso non si riesce a distinguere, debellabile dall’ingiustizia trascinante, ma senza la fede, qualunque sia, si va da nessuna parte.

Sotto una direzione incantevole, Mirko fatica a frenarsi negli “a tu per tu”, col disorientamento inesorabile una volta accesa un’opzione, senza poter più tornare indietro, inebriato da come vengono favorite le sue private ambizioni, riassumibili in un astro che, sfrecciante nel cielo, non può fare altro che attrarre l’umanità intera; da un imprescindibile atto diabolico, che comporta l’emozione da coniugare al presente, il pensiero da scacciare, circa l’eventualità di piacersi appieno e per sempre, d’assumersi un impegno con dedizione,  lasciata svanire; senza scambiare l’implorazione costantemente rivolta a una forza sovrumana, di modo ché te ne impossessi fino a mutare mentalmente ma soprattutto fisicamente, per il suo ricordo.

L’attività sessuale è come se fosse obbligatoria seppur priva di valori e quindi inaudita, con i litigi di coppia in particolare a incentivarla, così distanti dal pudore da non accorgersi d’essere degli assassini, di consacrare in positivo personaggi negativi per la storia cristiana, nelle viscere contorte di una città come Roma, suggellante l’apocalisse terrena, in vista del capovolgimento di ogni significato, momenti di lucidità in cui si rientra con la sensazione di essere filmati per venire ricattati al minimo cenno di bontà, successivamente.

Le lezioni di Ares consistono nel prestare assoluta attenzione all’oggi per fare razzia del domani senza mai dare nell’occhio, reintegrando sferzate sataniche tramite la commercializzazione di prodotti e stili di presa popolare, rendendosi simpatici nei confronti dei soggetti che soffrono la solitudine non sapendo cosa volere dalla vita, perlopiù rimasti delusi per la mancata realizzazione di un ideale perlomeno; sulla Terra che spaccatasi ha generato 3 forme di esigenza: l’attivismo spregevole, il controllo di questi e il massimo riserbo affinché la gente in gran parte possa venire strumentalizzata, incattivendola artisticamente e dichiarando il falso, ossia attribuendo tutte le colpe possibili e inimmaginabili ai terroristi islamici per esempio.

Eppure Mirko si sente di dover proteggere sua figlia, a costo di non dare più retta a Lucifero che, a differenza di Cristo, non perdona, gettando i suoi seguaci in una malattia incurabile, uno stato d’inconsapevolezza tale da non intuire una guerra per decretare cos’è giusto e sbagliato.

Talvolta bisogna mettere in ballo le più intime predilezioni, rischiando di tralasciare delle aspirazioni sollecitabili dall’esterno, divorando cuori d’esseri umani, innamorati, senza quella paura di sorprendersi di sé, di come la forza di volontà possa trarre in inganno, fin dalla venuta al mondo, quasi impossibile da tutelare.

La verità sconcerta per quanto ci si giochi sopra, tornando in società a provocare l’origine di una dipendenza eterna tramite figure e oggetti consueti, mentre Mirko rimedia mostruosamente la concezione di un potere inespugnabile, sfuggendo dalle mani di Ares, di un maestro che prova per lui un sentimento vietato, qual è l’amore.

Migliorare la condizione spirituale è da ossessi, ciò arreca una discriminazione incancellabile, rideterminando atrocità senza alcun diritto di replica, sugli affetti più cari.

Ai segni del demonio, sulle parti del corpo più intriganti, ci si affida, sostenendo anche che Gesù in croce, in un momento di sconforto, richiese la grazia a Satana… tanto vale allora estrapolare dal riserbo la libertà d’esprimersi, magari per tutta una sessualità discutibile, e sfoderarla!

La narrazione comunque si razionalizza, prevalentemente nella forma di un thriller fantastico, e rinsalda tematiche diverse con l’ordinaria capacità di riprendere personaggi che sembravano non avessero più a che fare con il romanzo, parallelamente a quella straordinaria d’intensificare l’aggiunta di alcune comparse; arrivando a commuovere riportando la desolazione di una bambina che non riesce a raffigurare la madre nel suo immaginario, come a delucidare sulla dimestichezza di taluni nel manomettere delle informazioni per assorbire favorevolmente le sorti del mondo, quindi stimolando il lettore a respirare a pieni polmoni una naturalezza di gesti incompiuti.

Ares usando Mirko ricostituisce rapidamente la Terra come un inafferrabile stratega dell’orrore, rivoluzionandole l’assetto politico con il filtraggio per le segnalazioni riconducibili alla sua religione, senza evidenziare realmente le cose, la forza del denaro che si dispiega per completare la rassicurazione circa delle alleanze indispensabili, arricchite usufruendo volgarmente ed eccessivamente in privato della sopraffina arma della seduzione.

Si dipana così una dittatura rievocante il nazismo, si venera un uomo perfetto, tanto convincente quanto affascinante alla luce dei misteri circa il suo passato del tutto personale, praticamente capace d’ipnotizzare a distanza e d’impadronirsi di conseguenza dei fatti oggettivi, finché… la stranezza dei sentimenti non gli tende una trappola qual è la solitudine, e ci si dimentica della fine del mondo ch’è proporzionale al ritorno del bene, ma soprattutto ch’è impossibile conoscere i segreti di Dio.

Coloro che volevano innalzare Lucifero, il suo progetto in cui l’attualità, finito di leggere il testo, rispecchiandosi mi rabbrividisce, ebbene rimangono imprigionati in una fenomenologia universale che suscita tragedie sorde; cosicché la gente affronta nuovamente la morte, sorpresa a richiedere l’aiuto di Dio, di un’entità amorevolmente caritatevole.


Gli occhi si riaprono in un tempo imprecisato, per fissare il peccato d’esistere. 

Vincenzo Calò

domenica 24 aprile 2016

Ha ragione Rousseau

Qualche tempo fa, un mio amico ha affermato che “Rousseau era in un certo senso anti illuminista”, perché riteneva che il popolo non avesse anima e soggettività politica. 

            Peccato che l’Illuminismo sia esattamente questo, come illustra anche David Van Reybrouck.
            Quel clima culturale, quella costellazione di pensatori complessivamente ricordati come Lumières era l’espressione della borghesia benestante e colta, non certo di contadini e manodopera. La rivendicazione di spazi politici e peso decisionale negli affari pubblici riguardava chi era conscio di detenere competenze tecniche specialistiche, potere finanziario, iniziativa imprenditoriale e conoscenze filosofiche: quello che, oggi, designeremmo genericamente come “sapere accademico”.
            Che fossero esuli o coccolati da monarchi assoluti, laici o ecclesiastici come Giuseppe Parini, gli illuministi non proposero il suffragio universale così come lo conosciamo oggi. Quello è un prodotto squisitamente novecentesco. Il loro ideale politico oscillava tra la monarchia illuminata e la repubblica oligarchica di stampo antico-romano o spartano. A prendere decisioni per tutti doveva essere chi deteneva i Lumi, ovvero quel “sapere accademico” di cui sopra.
            Contadini, bottegai e manodopera non hanno i Lumi.
In quest’ottica, possono solo scegliere di sottomettersi a “chi ne sa più di loro”, o venirne schiacciati “per un bene maggiore”. La Francia rivoluzionaria ha visto la repressione sanguinosa della rivolta di chi non accettava l’imposizione di un sistema fiscale nuovo o del servizio di leva che sottraeva braccia al lavoro.
            Né crediate che i giovani epigoni dei “borghesi illuminati” siano migliori.
«Io, se mi trovo davanti il contadino vandeano, gli sparo»; «Chi gioca alla Vandea finisce male». Pare uno scherzo, ma sono le loro battute favorite. Dopodiché, ritornano tranquillamente a parlare di tolleranza e umanità, a criticare i cristiani fondamentalisti perché “se la prendono coi più deboli”. Di essere i loro eredi o i loro rivali non li sfiora nemmeno il dubbio. E, se li sfiora, lo tacciono, o s’inventano “di essere comunque più evoluti di loro”, perché “hanno eliminato dal proprio pensiero le superstizioni” - ovvero, il Dio personale e trascendente. Sono ossessionati dal desiderio di “distinguersi dal popolino”; lo tacciano di “qualunquismo”, perché - anziché di filosofia - si occupa di “baggianate” come mangiare, lavorare e sopravvivere. Atteggiamento aristocratico, da “governo dei migliori”, nel senso etimologico del termine. È un’aristocrazia dell’istruzione e non genealogica, ma tant’è.
Sono giustificazionisti verso la carneficina della Rivoluzione Francese, perché “ha eliminato i privilegi dell’Antico Regime”. In compenso, è un “barbaro”, un “intollerante” o un “bigotto” chi ha combattuto i soprusi capitalisti, o chi si permette di ricordare che le Crociate nacquero dalla solidarietà dei proto-europei contro le violenze sui pellegrini in Palestina.
            Cicero pro domo sua, insomma. Ci sono sangui compianti più degli altri - perché versati per ragioni che non ci interessano. L’importante è non estendere i propri lumi fino a rendersi conto che non esiste il bene di tutti. Esso è sempre e solo bene di un singolo o di una parte, che vogliono legittimare i propri interessi. E sia benedetta la “limitatezza” del “popolo”, quando rifiuta i filosofeggi infinocchiatori - quelli di chi vuol “rinnovare l’Italia” a proprio beneficio e in senso antidemocratico.

            Comunque, caro amico-della-prima-riga, Rousseau ha ogni ragione per essere ricordato fra gli illuministi. Con tua buona pace.

venerdì 22 aprile 2016

Vincenzo Calò intervista Sandra Romanelli

Sandra Romanelli… 


Sandra Romanelli nasce nel 1972 a Faicchio, nella provincia di Benevento.

Nel 1991, dopo aver conseguito la maturità linguistica, si trasferisce a Roma dove conseguirà la laurea in psicologia.

Nel 2002 ritorna al suo paese di origine.

L’incontro col buddhismo, il suo spirito di ricerca, oltre all’amore per la psicologia, motiveranno l’autrice così tanto da voler rispolverare l’antica passione per la scrittura, alternandola con la lettura, per portare a termine il suo libro, “La stanza con l’oblò”.

Benvenuta Sandra. Darsi da fare… cosa significa di questi tempi?
Significa tirare fuori il meglio di se stessi, avere la faccia tosta di parlare con chiunque, anche con chi si crede superiore, il quale non ha capito che nessuno è migliore o peggiore di un altro anzi… forse il peggiore individuo è proprio colui che non vede l’altro come suo simile. Di questi tempi si è persa l’umanità, e darsi da fare per me è fare il possibile e l’impossibile affinché possa sentire di aver fatto del mio meglio non solo per me, ma per gli altri. Quindi, in sintesi, significa creare valore.

Un talent show dedicato agli scrittori emergenti: roba buona?
Sì, roba buona. Uno scrittore emergente fatica a emergere appunto… il problema è che saper scrivere non basta, ci vuole cuore, sentimento. Percepire i suoni del mondo e riuscire a trasmetterli al lettore non è meno importante della forma. Se ne leggono tanti di libri di autori noti, con un editing perfetto, ma che non lasciano nulla alla fine della lettura; semmai arrivi a terminare il libro. Io molti li ho lasciati letteralmente in cantina. Il talento è fatto di molti aspetti, e quindi anche di un talent show che li consideri tutti… sì, ci sto.

La trama di un romanzo è come la brutta bestia da rendere mansueta?
Penso che le brutte bestie vanno in qualche modo attraversate o descritte in questo caso per poi diventare mansuete naturalmente, senza forzature; per evitare, tra l’altro, che l’inespressività ne blocchi l’evoluzione addolcita, diciamo… o peggio, di avere l’effetto contrario, cioè che ci si imbestialisca ancora di più.

I personaggi nel tuo caso cosa si scambiano solitamente?
Si scambiano… i vestiti? Chi è empatico sa indossare i vestiti di un altro, e questo serve non solo a raccontare una storia non tua, ma anche a sviluppare compassione che nella vita ci vuole per stare bene con gli altri. Nella “stanza con l’oblò” io mi spoglio dei vestiti; li prenderà il lettore che, a sua volta, si metterà a nudo, e così altri lettori… e si formerà una catena che, a dispetto del termine, libera unendo. Il bello dei libri è che trasmettono emozioni che uniscono, come essere parte di una famiglia. Leggendo vivi la vita di un altro, ti identifichi, e ritrovi anche la tua.

Ma mischiando i generi letterari si accontentano tutti i lettori davvero?
Non credo. Ognuno ha i suoi gusti ben definiti, chiari. Ritrovare in un testo tutti i generi è un po’ come mangiare in una ciotola che contiene primo, secondo, contorno, frutta e dolce mischiati insieme: al dir poco disgustoso.

Guadagni abbastanza come scrittrice per…?
Il mio libro è uscito da poco e il guadagno è certamente non economico ma personale, interiore, che non è cosa da poco. I soldi sono importanti per vivere ma di certo non fanno la felicità. Vivere in semplicità ma sentirsi ricchi dentro è molto meglio del contrario, almeno per me.

Invece cosa ti piace avere attorno mentre una tua opera è ancora inedita?
Tutto ciò che ho attorno anche quando la mia opera è edita: le mie abitudini, la natura, gli affetti, gli amici, i libri e le riviste, la musica, la mia pratica buddhista… la mia vita, ecco.

Non credi che le sale riservate siano piene di gente?
Quando si vuole essere presenti si prenota per paura di perdersi il posto. Però potrebbero ingrandire le sale e soprattutto riservarle a tutti.

Interrogativi ed esclamazioni fanno ancora l’amore come se nulla fosse?
Perché mai impedirlo!? Si somigliano, dunque si pigliano (?)… ahahaha! Credo che il punto interrogativo sia donna per le sue curve sinuose, e perché rispecchia un po’ noi che siamo alla continua ricerca di risposte. Le esclamazioni, intanto, sanno più di uomo… quello deciso e determinato ovviamente.

Perché peccare per molti è divertente?
Peccare è un termine che non uso quasi mai. Ciò che diverte e fa bene non è peccare ma volersi bene. Peccato è sciupare l’esistenza e, dunque, privarci di ciò che desideriamo e/o siamo. Nessuno può punirci. Se “pecchiamo” avremo un effetto nella nostra vita di tale azione. Per molti quindi è divertente proprio perché è un’evasione da regole imposte, e, ancor meglio, a cui hanno aderito, purtroppo. La vita, invece, è divertente se la viviamo per come siamo e desideriamo.

Non si stanca mai d’influenzare…?
Non bisognerebbe mai stancarsi di non farsi influenzare, perché è indispensabile guardarsi dentro, lottare per i propri sogni e valori e, soprattutto, farsi influenzare solo dalla bellezza delle cose, tutte.

… La stanza con l’oblò (Edizioni Epsil)

I lettori avranno a che fare con uno scritto fluido, privo di romanzesche pretese; dunque con una confessione intimistica composta da frammenti d’universo, come a vagare pazientemente in un unico personaggio purché non lo si ostenti; ovvero prepotentemente in un atto di fede, in un velo di silenzio.

Quella frenesia nel prendere appunti, in vari modi, sulla propria condizione umana, si lascia avvertire in tutte le minuscole parti di una fisicità pervasa da una forza sconsiderata, come a dover sopportare, in particolare, la digestione di un fatto squisitamente passionale.

E’ sensazionale dacché sincera la constatazione dell’esclusiva presenza di una persona esterna, capace di azionare un intero moto d’odio verso l’importanza di significare qualcosa a un certo punto della vita, col tempo da trascorrere lungi dalla benché minima competizione.

L’essenza emotiva dell’autrice richiede con insistenza del virtuosismo, precedentemente colto appieno, a costo di andare oltre la reperibilità dei comuni intenti per riattivarlo.

Smettere di assonnarsi vigilando attorno a sé è il nuovo imperativo da centrare per non risultare inesistenti quando c’è da incidere concretamente.

La predilezione nei riguardi dell’arte figurativa prevale su delle pareti a nudo, e hai a che vedere con della purezza che rifiorisce, perché puoi avere a che fare con della positività affogata nell’eternità, acquisita all’improvviso come se attratti da un lampo di quiete, da un’autentica forma di memoria.

Purezza che si complica da sola, evidenziando maggiormente l’incontaminato, che splende per invito lunare.

Una brezza allietante al decadere del giorno, quando il caldo detta legge, si propaga senza trarre in inganno la gentilezza e l’eleganza che traspaiono nella buona educazione caratterizzante l’incameramento di un tesoro appartenente a un’innocua ricercatrice della sintesi, che semmai tiene a bada intrugli ottenuti istantaneamente da un entusiasmo inspiegabile, che si scatena per incanto, spontaneamente, data quella cara autostima da respirare.

La possibilità di guarire senza essere aiutati, sempre, purché volontariamente e non arrecando alcun torto a chi cerca di affezionarsi a te, si riferisce dunque a una ripercussione personale, fraintendibile se rapportata all’immagine prestata, magari deprimente; a un’anima di cui ti bagni se resti a contatto con una donna come Sandra Romanelli quotidianamente.

Il suo passo non è deciso, l’approccio visivo è da calibrare, nonostante le rughe, sul solito volto, dovute da fredde correnti, da coprire compiendo un normale gesto ma dopo aver toccato un po’ di tutto per vedersi bella, liberamente in giro, religiosa giustappunto per quella spinta a riemergere, che senti subito dopo la lotta contro un malessere, un distacco, un disuso del corpo che s’indebolisce motivando qualsiasi angoscia.

Eppure l’oggetto che si guasta aspetta d’essere ricomposto semplicemente, così come s’è difettato, sistemandolo con soluzioni mutabili per un’efficienza maggiore.

L’autrice lamentava cenni di una e più costrizioni illuminanti al massimo della progenie ma non lei per principio, per dare chissà quale esempio; inoltre le dinamiche e le valenze della cattiva sorte non suggestionano poiché l’elemento in assoluto non si disintegra… magari le seconde possono influenzare, a seconda del ruolo che ricopri, sconvolgendo la morale dell’individuo…!

Pertanto, il desiderio di non ritenersi mai un automa le scioglie quesiti sulla vulnerabilità attuale e futura, con la mente ch’elabora considerazioni demodé fervidamente, da non ostacolare in determinate circostanze proponendo di cambiare aria per futilità o sentimento di comodo, perché provocheresti danni incalcolabili per te oltre che per lei che ha bisogno del suo tempo, di escludersi in buona fede per diventare grande a ogni intento invece che a ogni costo!

Sandra confessa amabilmente di riuscire a comunicare con gli esseri viventi ma soprattutto con gli strumenti che abbiamo in dotazione, che assorbono senza farci caso la nostra energia; per identificarsi come non mai, ricominciando ad auscultare la creatività che ci riserviamo.

Si ha a che fare con la ricostituzione dell’anima prima che del corpo, adoperando delle conoscenze, ovvero che per tornare in forma è obbligatorio appartenere a se stessi compiendo atti del tutto spontanei, ossia dipendenti dal carattere che si ha, tipo addentrarsi nella fede in cui ci si riconosce, che per Sandra è il buddhismo Mahayana, nello specifico il Nichiren Daishonin; per mezzo di un netto scompenso dei sensi, quando all’improvviso, privi di difese, ci si approccia con l’individuo in grado di stravolgere il nostro cammino, a riprova che non esiste la casualità, inculcato il riverbero dei fermenti passati, nel merito delle tentazioni che vanno aldilà specialmente dei sapori comunque da scandagliare, di modo ché inglobiamo la presenza assidua della psiche aggregante.

Con l’approfondimento immateriale l’autrice stabilisce definitivamente un insieme di significati per armonizzare e rendersi indispensabile sorprendentemente, perché con la brillantezza di una e più curiosità infondiamo incanto.

Sandra s’impegna ogni volta a identificare degli oggetti per l’importanza di ciò che si fa, sfidando l’irraggiungibile all’inizio di una nuova giornata, che causa sbalzi di temperatura irriguardosi all’estensione di determinati momenti, dovendo piuttosto concepire che qualsiasi avvenimento si realizza in un tempo giusto e opportuno per carpirne il messaggio divino.

La Romanelli ci raccomanda di aggraziare l’idea che l’Altrove, composto dal nostro entusiasmo, c’inviti costantemente a non disattendere il motivo del malumore, e ci sostenga affinché quest’ultimo muti in buonumore.

Come a rafforzare un capriccio infantile qual era schiarire la comunicazione con gli eventi a tiro, il fatto di valere, che ci può offuscare inducendo a raccogliere, riunire diversi arnesi, reperti e fogliettini per fermare il Pensiero trascrivendolo; roba più che attuale per lei, trattenendo flashback carichi di storie, affermazioni e sembianze che l’hanno attratta una volta prese singolarmente, ingenuamente, come a stringere in pugno la natura terrena godendone il possesso, disdegnando gli artifizi tipici della tenera età, distruggendoli anzi per inventarne di più originali, per un’utilità che faccia sensazione e compiacimento.

L’uguaglianza sta nella riflessione senza tempo su cui ci si concentra spostandosi in solitudine apparentemente, carichi di un’anima che non ce la beviamo.

La consapevolezza d’essere minuscoli ma dignitosi si rispecchiava nel linguaggio d’ampliare per spiegare e sintetizzare al meglio quanto miriamo; l’autrice perciò da ragazzina si prolungava negli studi scolastici distaccandosi dai coetanei, per spiccare nel rendimento ma poi forte di quella sana agiatezza nell’interpretare i fenomeni che la circondano largamente.

Il Pensiero quindi rimbomba sempre nella sua testa, illuminandole le aperture alla vita, dopo aver compreso concetti celati e variegati, o solamente l’alternativa alla noia, per rinnovare la consuetudine; alla maniera di un distensivo da far coniugare all’infinito, per riprendersi magari da una sfiancante occupazione che ti permette al massimo di sopravvivere, che non ti fa vedere cosa ci sia intorno davvero, senza riuscire a intuire il proprio contributo oramai vagante.

La funzionalità dei privati intendimenti si propaga tramite l’attenzione e la voglia d’indipendenza spiazzanti il generico divenire, seppur colorato e accattivante; energizzando un moto d’essere nei gesti compiuti, depurando per non conformarsi alla banalità.

L’espressione della verità del tutto personale rende pur dovendo pazientare, e non si hanno così condanne da temere, bensì l’integrità fisica, al massimo degli scopi.

A scanso di quell’umanità che non accetta di passare il testimone, come vanitosamente succede in Europa e in America; non volendo sapere che il timore d’incenerirsi, di dimenticarsi (che Sandra combatte con pudore) incentiva l’attività dell’oggi per il bene del domani.

Qualsiasi fatto accade dacché utile per maturare ed entusiasmarsi, e ogni volta l’attesa significa poter riuscire a trovare l’eccezionalità.

Si agisce per desiderare principalmente la propria essenza, mutando le negatività, inquinanti, in stimoli per rigenerarsi senza infestare.

Se di solito ci dedichiamo con parsimonia al lato estetico, allora bisognerebbe comportarsi ugualmente coi sentimenti, di una ragionevolezza delicata, influenzata da conoscenze sempre meno condivisibili, nel tempo di un respiro che non è mai abbastanza, che batte deliziosamente nella morale da tutelare con trasparenza, nell’importanza di dissetare terre che soffrono la siccità che causiamo interiormente, per poi morire stupidamente, inconsapevolmente.

L’universo si racchiude nell’individuo che caratterizziamo, ma involontariamente ci distacchiamo, ci oscuriamo, perché ci annoiamo a percorrere la strada che s’illumina solo grazie a della sana intraprendenza.

L’autrice, che inizialmente come chiunque altro temeva di annegare nell’anima aperta, grazie alla voglia di varcare il limite materiale riesce a galleggiare per alleggerire i problemi quotidiani, sapendo che questi sono conseguenza del nostro tratto istintivo.

Il benessere, e il suo contrario, è opera nostra, di un destino che si forma a forza d’indebolirci non prendendo delle responsabilità.

Intendendo quest’ottica delle appartenenze, verrà meno la rabbia che serbiamo nei riguardi di coloro che reputiamo come nemici in blocco, che sembrano godere della nostra disperazione.

Per Sandra non ha senso, ed è addirittura deleterio provare a manomettere l’autenticità della nostra condizione, invitare a contraddirci; a fronte di un aldilà che cela contatti densi e a perdita d’occhio.

Al momento di abbandonarci occorre scrutare i dettagli di un dato ambiente per ripristinare il criterio generale, indispensabile per l’orientamento al fine di svoltare, senza che s’implori, pigramente, passivamente, la mano di un percettore.

Prima di tutto serve fare un lungo respiro per reggere di ciascun episodio vitale la forma emblematica, radicalizzante, che grava sulle apparenze.

L’accrescimento dell’autostima per incidere e significare comporta la riscoperta delle disponibilità sradicate, e permette alle persone di essere a corrente delle proprie capacità, raggiungendo un traguardo notevole e ambito per quel presentimento di aver contribuito al moto delle cose facendo la loro parte.

Dove dimora l’autrice permane un disordine di sole annotazioni, di una brevità letteraria inconcepibile per i non appassionati, rilegabili col tempo che avanza, sordo; con parenti, amici e conoscenti a dover curiosamente accondiscendere, risucchiati da un’intima motivazione ancora tutta da prefiggere.

Come a dare razionalmente sfogo alla Felicità, ed elevarsi a contemplare pienamente un paesaggio di montagna magari, dai particolari che sembrano irrilevanti, ma che forniscono spensieratezza; fuori dalla conduzione di un mezzo di trasporto soffocante e avvelenante, che riduce senza ammettere repliche la forza di volontà.

Piuttosto l’animosità si rinfranca per espandersi lucidamente, e poter dirigersi liberamente, senz’alcun assillo (s)naturalizzante, procedurale, verso un posto scorto da lontano, più che accessibile.

Una sottospecie di emicrania acconsentiva a Sandra di addormentarsi sì, ma in modo pericolante, come se sulla situazione specificata scrivendo questo libro; in effetti non c’era quasi modo di centrare il nervosismo, forse perché la ragione, in procinto di sterilizzarsi, nuoceva vagando nel resto del corpo; tanto da dover muoversi per decidere d’interpretare nettamente un atto religioso, nell’assenza dei rumori, solleticata dalla tentazione di accarezzare l’alba con lo sguardo, per uno stato di quiete dimenticato troppo presto, per sua umanità.

Facciamo affiancare due vie, rigare dritto due sentimenti fino a che ne prevalga uno per un vissuto da dimostrare, decidendo d’impatto pressoché, per crescere, relegando quasi sempre la riconoscenza al tardi, come a trattenere la memoria per come si era piccoli e poi protèsi alle prime volte che appaiono belle per quanto complicate da giostrare.

Nel dispiacere generato dalla fine di un amore si può riprendere a sorpresa a coltivare amicizie, senza trasgredire i nostri isolamenti, risvegliandoci interiormente per trarre ulteriore luce.

Sandra intuisce dapprima l’avvicinarsi delle persone, più che abile nell’immaginarne la concretezza non volendo ragionare con dei semplici figuranti, per rasserenarsi nell’altrui desiderio, di darle una mano mentre è affaccendata, che traspare da un timido “ciao”.

Il ringraziamento è d’obbligo, e prefigurandolo si schiudono dolceamare pretese che non si può smettere d’intendere brevemente, meravigliosamente, per riunirle col dialogo cullato in silenzio, lentamente, e segnare l’eccezione da sviluppare da soli come in compagnia, senza quella necessità di spettegolare reciprocamente, furiosamente.

La sensazione di avere a che fare con una persona cara che ti tutela come una mamma, con efficacia, si delinea all’infinito, per credere sempre nel bene individuale.

E lei sapeva che ciò sarebbe accaduto, assorbendo un’opera cinematografica rinfrancante anzitempo, sulla vita di un mito della musica, Tina Turner, sofferente in fondo.

Le perdite d’icone soprattutto hanno attanagliato l’autrice che comunque è conscia di come l’essere vivente spesso reagisce crudelmente a fronte della vista dei suoi cuccioli quando questi sono incapaci di guarire, ovvero allontanandosi; un qualcosa d’invitante, che addirittura in conclusione rifocilla la dignità, poiché nella constatazione dell’incurabile attenui il male; nonostante ci si debba vergognare di primo acchito, ma effettivamente ci son dei limiti che ti schiariscono le opportunità tra l’agio e la sregolatezza!

Eppure la bestiola che Sandra accudiva penava, si rifiutava di nutrirsi; ma è proprio quell’evitare di osservarla in certe condizioni che rende disumani a priori, dovendo abbassarci ad accettare un destino come tanti per non disperderci nel nostro, come il metallo che si lascia prendere dal magnete.

Riottenendo dunque un’anima per tornare alla propria, al tempo frammentario di come ne rimaneva incantata, alla riprova delle gratuite passioni; nella possibilità di smarrire o guastare oggetti così personali da tralasciarli, come nella speranza di conservare storie vaganti, due accezioni da riporre nei bambini, che non vedono l’ora di pasticciare, danneggiando inconsapevolmente, a forza di vivere un miscuglio di pensieri non ancora in vendita, i punti d’approdo per il confronto.

E la memoria rimanda brillantemente all’impegno visibile ed emozionante della figlia nel sentire l’apprensione della madre che ci tiene come pochi a preservarsi civilmente per reputarci tutti uguali nelle difficoltà, una lezione che si è voluta imparare per risiedere nello stesso posto, per un piacere inflessibile dacché alto e spontaneo, specie quando ci entrano gli estranei.

L’autrice risplende di determinati colori che sbocciano all’inizio di una qualsiasi giornata, di una luce solenne, che regola meccanicamente la situazione d’affrontare, tanto d’acquisirne la forza al tramonto, per scandirsi e stazionare in ogni lato emotivo.

Sandra uscì all’aperto, con le sue riflessioni più intime nuovamente raccolte, tenute appresso carinamente; e bloccata come non mai dalla salute che sentiva incepparsi, perdurava a leggere ciò che aveva trascritto non dando adito a chissà quale presagio di sventura, legando le tematiche musicali con versi e descrizioni emotive, messe a nudo, ancora al presente.

Per non cambiare, sfoderando della trasparenza per esteso anche se talvolta lei è costretta a celare il suo pianeta essendo lontano dalla realtà, desiderando d’essere autrice di brani melodiosi quando splende la sera, per farli ascoltare a chi è prossimo alla depressione, raggiungendo l’individuo con la fortuna di esprimersi; senza che nessuno le impedisca d’ingrandire le aspirazioni necessariamente seppur impossibili da spiegarle con la poesia, dalla forma incancellabile ma di una sostanza da rilanciare per risvegliare l’anima.

I molti compiti da svolgere in seno alla religione buddhista tra le cose di tutti i giorni ribadiscono il concetto di base, che questa fede si rispecchia nella normalità, come una soluzione balsamica che aderendo alla pelle libera il piacere di volersi bene disintegrando gli oggetti che ledono l’aspetto fisico; nonostante il timore di dimenticare la fantastica dimensione contenuta, ma percependo d’avere a portata di mano l’esistenza, inclusi gl’intralci e gl’impedimenti nascosti in un’abitazione.

Una guida autonoma lungo percorsi che nel frattempo si delineano, nel povero sfolgorio degli astri, alla faccia dei propri diavoli, che rigidi e grezzi sanciscono confini più che certi per evitare di addentrarsi nelle immagini, e rimanere dunque preda delle angosce, di ricordi sterili dacché viene meno la sollecitudine per quel minimo di creatività.

La ragione la rimanda incessantemente ma con fare sincero a ciò ch’è utile per rimanere in forma, inquadrando tanti soggetti, logici ma anche patetici; a una fonte di alternative, per sviluppi effettivi da trarre incamerando effluvi, indizi, memorie e fragilità varie.

Un totale ottenuto non per caso, a scuoterle della sfocata rilevanza, riconducibile magari a un caro, vecchio affetto con cui ci s’intende per sempre a meraviglia, quando ci son da confidare osservazioni e opinioni inaccessibili, per un riscontro tutto da cullare, nell’arsura di un ambiente privo di riferimenti, consistente comunque, come nella solitudine d’appurare con la terra che pretende il suo tempo per far contento il contadino.

L’autrice doveva rientrare, nella giusta carreggiata, con le sue forze derivanti da errori ch’è sacrosanto commettere, per un incanto di virtù d’autenticare, per non ingannare più comunicando qualcosa di speciale.

Il mezzo per comporre appare insignificante, eppure ricordando in un niente la persona che te l’ha donato felicemente t’illumini di ottimismo, t’intensifichi in uno scatto di genialità, di ribellione, che ti allontana da un pericolo di vita qualunque, scardinando così chiusure semiautomatiche, artificiali, per un senso di trasporto, per andare oltre.

Col pensiero irriducibile per interpretare i fatti, senza badare al resto sancito dagli sprechi e dalle noncuranze dell’oggi, con la pigrizia che appesantisce la fredda stagione, quando piuttosto devi porre le basi per il domani, per il tempo da giostrare nello spazio che ti devi riservare.

Il buon esito dipende appunto da un’opera originale, fatta capacitandosi minuziosamente per distinguersi attivamente, specie dal male che si forma piano, non assumendo importanza, non determinando novità, per conto proprio.

Senza contare che tante donne sentono in generale come il raggiungimento del quarantesimo anno d’età comporti il pensiero di avere maturato qualcosa di fondamentale in concreto, per principio rivelante.

L’intensità della vita le forma definitivamente di sovente per un’ampiezza di significati entusiasmanti, e nel caso non venisse riprodotta effettivamente, essa stessa può disintegrarle privando della poesia.

L’autrice col passare degli anni aveva scavalcato le preclusioni, il presentimento di fare parte di un periodo storico irriguardoso, cioè di un luogo che non le s’addiceva a tal punto da ritenersi totalmente inefficace, come se incapace di assumersi degli errori; apprendendo a commiserarsi per affrontare delle difficoltà e incitare così la sua condizione massimale oltre che a inorgoglirsi a seguito di chissà quale fortuna.

Tale comportamento abbracciava il resto delle umane conoscenze, lasciando fare senza sentenziare, per scansare un malessere incontrastato dacché equivoco, tanto minaccioso da radicarsi piano senza dare adito a preoccupazioni reali ed evidenti.

La buona sorte è fatta di un’immediatezza di comprendonio, di allusioni scoccanti dal didentro, di un sé che informa lucidamente su come operare successivamente.

Ma in ragione di un imperativo qual era procrastinare il panico quando s’immagina di smarrire una specifica rimembranza, imprescindibile seppur negativa probabilmente, per gustarsela sempre e accreditarsi di un’esistenza al minimo contatto, per realizzarsi appieno.

Da piccola a Sandra stavano antipatici i pupazzi che andavano di moda, così inespressivi e di una figura lungi dall’abbondanza come dall’umiltà, dando l’idea di annegare nell’ego, con la leggerezza di fondare il tutto sull’estetica tralasciando l’intelletto… perciò rimanevano accantonate nel buio di un dono qualunque.

Viceversa erano cosa gradita le matrioske, essendo di un materiale grezzo e che riconducevano alla sorpresa del Sé, come a suscitare aggregazione, positivamente sia per gli ascendenti che per i discendenti, per poterli ricordare ben presto, e riprendere il bisogno di sentire il fiato materno, dolcemente ereditario, in virtù di quello stesso fare da intraprendere prima o poi.

Anche lei si domandò, magari fantasticando, perfino se stesse soffrendo l’assenza di una sorella, per dire in cuor proprio poi di rasserenarsi, che il chiarimento si esaudirà, fermo restando che la soluzione non sia a portata di coscienza.

C’era unicamente da comprendere il motivo silente, scatenante una forma di depressione, con dinanzi un muro per specchiarsi insolitamente, in un’anima rinfrescante; e il piacere di proseguire nel corso della vita, distinguendosi caratterialmente dalle sue simili, del suo stesso sangue, nonostante l’affetto non si esaurisca mai e la compagnia permanga comodante, ma senza che si traggano in inganno delle innocenti passioni per accontentare gli altri esclusivamente.

Seppur facesse freddo ancora, la nuova stagione era comunque prossima, bastava volgere lo sguardo all’insù per scrutare il maltempo con le sue scariche elettriche, con la fragilità di concepire all’istante che le cose passano, spicciola data l’alternativa che consiste prontamente nell’emozione di scordarsi.

Il cenno d’intesa, di una cara solitudine, dovuto dalla memoria di una giovane, integra signora, che si guarda dentro detenendo esteriormente poco o nulla, deponeva sulla progressiva presa di coscienza a fronte dell’oscura malattia.

L’invernale candore a ridosso di un qualsiasi percorso, sotto la volta celeste e con le nubi immacolate, segnava della soffice limpidezza, talmente non soggetta ad alcun termine di paragone che la temperatura, glaciale, sembrava rialzarsi di schianto, affinché l’autrice tornasse ad abbandonarsi con desiderio sincero, divertita a seguito di un’immagine illuminante (e non si tratta di certo di una prima volta) da cogliere al volo.

Questo stato di appartenenza per ogni tipo di strumentalizzazione del creato, da tutelare privatamente, deliziosamente, segna Sandra più che in positivo, e non importa cosa la spinge a decretarlo, perché altrimenti ne verrebbe meno l’umana magia…!

E’ determinante la spedizione, più della conclusione, dovendo trovare accezioni insolite.

Anche se Sandra non sembrava capace di cogliere il rimando specifico che la induce a essere a stretto contatto con la Fantasia, con questo rifugio della mente, nonostante lei sia conscia della comunicazione che sprigiona proprio per accadimento lunare.

D’altronde il distinguo consiste esclusivamente nel buono come nel cattivo tempo acutizzante la Ragione.

La fragilità del non reggersi si faceva occupare dalla trepidazione morale, che insisteva a travolgere la memoria necessaria, non più sigillabile.

L’autrice non ce la faceva più a considerarsi come un’indagatrice dell’oltre che le veniva proibito ai suoi occhi, convinta come pochi dei talenti che serba, che le fanno battere il cuore, annoiandosi per come doveva sobbarcarsi materialmente, a rischio di perdere il senso delle vere risorse che deteneva, che aspettavano d’essere sviluppate, tanto da sconfortarsi e non comprenderne la causa spiccatamente.

Si domandava come mai dovette raccogliere certi elementi, piccolezze all’apparenza, per individuarne di ognuno l’impressione variegante, in quanto forse ciascuno valesse un pubblico legame se non addirittura il particolare simboleggiante una fase dell’esistenza che s’incorpora, e mai a scanso della complessità dei pensieri.

Quindi Sandra era costretta a badare alla sua intensità, a immergersi spiritualmente per volgere all’eterno.

Il destino ce lo costruiamo noi, lei lo ha appurato, e a dimostrazione di ciò v’è la scoperta di una mancanza che spunta nell’evolversi di un intento magari prestabilito; come a indicare il desiderio da plasmare.

Per stare bene qualsiasi persona si deve impegnare a priori; e ciò è dovuto dalla mutazione della sostanza tossica in quella curativa, stando al dettame buddistico.

Movimentandoci come degli avventurieri al ricordo di situazioni che inteneriscono i sentimenti, e poi i gesti, comportiamo euforia.

L’autrice creò così scompiglio nella sua dimora, roba che a fine giornata codesta risultava pulita, splendente, senza più quella sensazione di cadere nel vuoto, certa lei che un’entità, in cui riflettersi spudoratamente, la stesse preservando per amore.

La gioia è paragonabile a un semplice mezzo per navigare mari incontaminati, che si sposta da sé; ragionando, parlando e agendo contemporaneamente per rinvigorire una poesia.

Fuori dal comune, anche l’osservazione di una forma di vegetazione che sortisce nutrimento, magari sin dall’alba, e quando c’è da festeggiare un San Valentino, rassicura sulla similitudine dei raggi solari con quelli lunari, come se in simbiosi, per uno spirito d’unione che si mette in primo piano, alleviando in assoluto il ciclo delle ore e poi quello delle stagioni.

L’utile, tutto da gustare semplicemente, è la prova che il sentimento nuovo dipende dal rapporto, trasparente, con quello che ti piace fare… dal volersi bene; per una spasmodica archiviazione dell’evidenza.

                                                                                                                         Vincenzo Calò