giovedì 31 marzo 2016

Il viaggio di san Brandano

Le voyage de Saint Brendan (“Il viaggio di San Brandano”) è un poemetto anglonormanno, databile all’inizio del XII secolo. È il volgarizzamento della Navigatio sancti Brendani (VIII sec. circa). Il poeta Benedeit, nel riadattare quell’opera nata in ambiente monastico, pensa al palato di una corte. Insiste sul lusso favoloso dei luoghi e sulle avventure, riducendo leggermente gli aspetti devozionali. Ma, anche in questo modo, il poemetto resta un documento del modo in cui si cristianizzò l’Irlanda.
            Il genere a cui esso si richiama, infatti, è quello degli immrama ( = navigazioni), narrazioni tipiche della letteratura celtica che ruotavano attorno a un viaggio per mare, solitamente alla ricerca dell’Altro Mondo. L’abate Brandano, per l’appunto, si dirige verso il Paradiso Terrestre. Né la sua avventura è senza rimandi storici. Una pratica tipica dei primi monaci irlandesi era l’ailithre o peregrinatio (pro Dei amore): s’imbarcavano su navi prive di remi o timone, con pochissime provviste, e si abbandonavano alla corrente come alla volontà divina. Fu così che le isolette dei mari britannici si popolarono di anacoreti. Anche la famosa Avalon non è priva di richiami all’Aldilà celtico e a questi eremi. 

            La ricca sopravvivenza della cultura precedente all’interno del cristianesimo irlandese è dovuta alla transizione pacifica dalle antiche religioni a quella “nuova”. L’evangelizzatore San Patrizio, nel V secolo, poté contare sul modo in cui il clero precristiano era organizzato: ai druidi, massime autorità sacerdotali, era sottoposto l’ordine sacerdotale dei filid. Questi trovarono la propria autonomia convertendosi e divenendo abati. Non per questo persero il patrimonio mitologico di cui erano depositari. Anzi, esso fu messo per iscritto proprio negli scriptoria monastici. La dea madre Brig divenne santa Brigida d’Irlanda e ne conservò anche i simboli: il fuoco e il cigno.
A una “cristianizzazione morbida” furono sottoposti anche i simboli religiosi. Così nacque, per esempio, la famosa croce celtica. È davvero un’ironia della sorte che, in Italia, questo segno di sincretismo e pacifica transizione culturale sia percepito come un simbolo d’intolleranza.
            Per tornare alla trama del nostro poemetto, essa può essere così riassunta. L’abate irlandese Brandano ha un forte desiderio di visitare il Paradiso Terrestre. Domanda per questo la benedizione divina; ottenutala, s’imbarca con un gruppo selezionato di monaci. All’ultimo momento, tre ferventi confratelli supplicano di essere aggiunti all’impresa. Ma ciò costerà loro un’infausta sorte.
            I monaci vanno così incontro a peripezie all’insegna del romanzesco e del provvidenziale: castelli lussuosissimi ma disabitati, isole mobili che si rivelano grandi pesci, mostri marini e di terra, porti naturali fatti apposta per la loro nave, messaggeri che risolvono ogni cosa, angeli. Non manca l’aspetto “dantesco”: la nave di san Brandano attraversa l’Inferno, coi suoi mostruosi diavoli e con gli articolati supplizi che spettano a Giuda Iscariota. Nonostante la propria profonda dannazione, questi chiede all’abate di impetrargli la tregua d’una notte e la devozione del santo gliela ottiene.
            Il Paradiso Terrestre è di una bellezza davvero terrestre, fatta di alberi e fiori, frutti e aromi, oro e pietre preziose, clima primaverile.
            Il viaggio d’andata dura sette anni; quello di ritorno, per grazia divina, solo tre mesi. Alla propria morte - afferma il poeta - Brandano “ritorna”. Non c’è così distinzione fra il Paradiso terrestre e quello celeste.
            Il poemetto è un viaggio attraverso le allegorie e i suoi pericoli sono soprattutto spirituali: nel castello ricco e disabitato, i monaci apprendono una lezione di autocontrollo e sobrietà; davanti alla paura dei mostri marini, imparano a scacciare la vigliaccheria e a non nascondere la fede. Ma è anche un anticipo dei romanzi cavallereschi, letteratura di corte piena d’avventure per amore del meraviglioso in sé. Né è una vicenda soltanto medievale. Il buon Brandano, secondo la leggenda, sarebbe nato in Irlanda alla fine del V secolo: si chiamava Mobi, soprannominato Broen Finn (Bianca Rugiada), a causa dell’aurora boreale che avrebbe accompagnato la sua nascita. Mobi, il colore bianco, un pesce insidioso e grande come una balena… Non serve molto altro per pensare a Moby Dick.


Fonte: Benedeit, Il viaggio di San Brandano, a cura di Renata Bartoli e Fabrizio Cigni, Parma 1994, Nuova Pratiche Editrice. Testo originale a fronte.

Pubblicato su Uqbar Love, N. 177 (1 aprile 2016), pp. 29-30.

La nipote del diavolo - I, 6

Parte I: Fili pendenti


6.

Le note di Bring Me to Life degli Evanescence eruppero dal cellulare di Isabella. Lei abbandonò il disegno – una vignettistica Venere che emergeva dalle acque – e rispose: «Pronto?»
            «Ciao, Isabella… Ti disturbo?»
La voce di Raniero. 

«N… no» esalò la ragazza. Qualcosa si strozzava, nella sua gola.
«Ti ringrazio, ma… non serve che ti preoccupi tanto per me» evase. «Sto bene. Non vengo più ai corsi di mnemotecnica perché… non ho più tempo, te l’ho detto. E basta!»
Dall’altra parte del telefonino, si levò un silenzio greve.
Poi, lui si lanciò – come disperato.
«Isabella… questo non c’entra niente! Non ti chiamo per farti tornare alla Lotus… Io ho bisogno davvero di sentirti!»
Ancora silenzio. Stavolta, da parte della ragazza.
Un rossore piccante andava intridendole le guance.
«Raniero… cioè…»
La figura secca, pallida e biondiccia di lui le balenò alla mente. Ma, per la prima volta, soffusa di un’arcana tenerezza.
«Senti…» riprese la voce dell’amico. Isabella la avvertì disciolta in un tono carezzevole. «Ti andrebbe di fare una passeggiata, domani pomeriggio?»

[Continua]


Pubblicato su Uqbar Love, N. 177 (1 aprile 2016), p. 15.

Per troppo esistere


Il peso
della notte
è in ogni
ninnolo sgraziato
ammucchiato
per angoscia di tempo
In ogni
scatola affogata
Nelle chiavi
chiuse
a chiudere
stracci di puerizia
La notte
è in ogni
singulto
strappato
alle pareti
Nuda di braccia
Greve
per troppo esistere


Compresa nell’antologia Soglie II, a cura di Ivan Pozzoni, Villasanta (MB) 2016, Limina Mentis, p. 65.

Impressioni

Sotto
un cielo
dilavato
dall’estate
Un barlume
di frescura
Fruscii
di stelle
fra soffi
di pioggia
Gocce
fugaci
fra i lembi
del luglio
abbacinato
Favole
ventilate
in un sussurro
da nuvole
fatue


Compresa nell’antologia Soglie II, a cura di Ivan Pozzoni, Villasanta (MB) 2016, Limina Mentis, p. 64.

mercoledì 30 marzo 2016

Vincenzo Calò parla di Roberta Calce

Roberta Calce – Sottosopra (La Caravella Editrice)

Ecco una poetessa solidale, che riesce a spuntare a sorpresa per rigenerare dei sentimenti, conoscendo i propri limiti per riderci sopra, a tal punto da poter considerarla inimitabile, vera. 


A fronte delle condanne che il genere umano sollecita da sé, dovendo piuttosto stare a stretto contatto per vivere amorevolmente.

Il desiderio di ridare il giusto significato a tutto ciò che si vede, assistendo da perfetti innocenti, daccapo, al film della propria esistenza, batte dentro Roberta Calce; una donna che ha la fortuna, subito l’inganno morale, di ricevere del sano conforto, svincolandosi dalle riflessioni quotidiane che di contro scaturiscono da una sorta di autorevolezza irrispettosa, che in fondo chiunque non è in grado di determinare.

Come nella più fitta vegetazione, Roberta si muove eternamente ispirata, seguendo la retta via riconoscibile da un riferimento in carne e ossa, purché lei mantenga fede liberamente agli spazi che si crea.

Qualsiasi difficoltà va approfondita per ritenersi pronti a sognare i soliti preziosi regali, quelli di una volontà da svecchiare.

Il tentativo reciproco di cogliersi rimescolando la ragione nutre la sensibilità del fanciullino che serbiamo da grandi, depura rivestimenti passionali per lo spirito ammutolitosi in modo caotico, a causa di uno e più conflitti evitabilissimi, abbandonabili nei vuoti d’ambizione oramai sanciti.

La Calce attorciglierà il segreto della poesia per l’immacolata ricchezza che la persona a lei cara fatica a contenere, scansando, quando si sta insieme, la rigidità e il fascino che, privi dell’erotica forma, si spendono per un elemento indissolubile ma reso futile; conquistabile in un atto spontaneo, crudele, che si cerca infine di stemperare delicatamente.

La poetessa si raffigura evitando d’intralciare il sereno che volge di solito, come a toccare corde emozionali, evidenziabili se i bersagli comuni la smettono di confonderci le idee; con una vista così possente d’animare il prossimo, ma riconoscendo di dover compensare al massimo una confidenza inascoltata.

Colpevole d’aver dato il cuore, Roberta si sente dentro l’intento, dell’amato, di costituire tramite ambigue banalità un dolore lacrimoso ma decisivo per il destino di una coppia; mentre la pelle sembra confessare rischiose attrazioni, ancor prima di donarsi fatalmente al moto degli eventi ch’è così furtivo, seccante addirittura la mente.

Sotto il maltempo che s’intensifica coinvolgendo il rimpianto che gli occhi non trattengono, non ha senso separarsi nel profondo; alla poetessa non le resta che attendere il sussulto del sentimento dall’altra parte, come a sovrastare per giunta l’inabilità dell’oggi, fatta di appelli amari e privi d’entusiasmo, che coincidono più che bene.

La Calce ammette comunque che, grazie alla sua metà, non verrà mai meno, invitando ad assaporare il buono che pulsa in lei, anche se tuona la difficoltà di concepire il bene immateriale, come se immerso e dimenticato nella predominanza dell’apparire.

Tornare in auge concependo parole soavi che resistano alle tendenze moderne, beh, non ha a che fare con un insulto, e d’altronde si prova davvero piacere nell’intimo, argomentandolo sotto trasparenti imposizioni… invece il sesso desta tormento, e non resta che divertirsi alla faccia di coloro che deridono il di-verso.

Indumenti consumati svaniscono nelle nudità dovute, quando d’altro canto una sconfitta per l’uomo consiste nell’accettare delle debolezze di principio, magari dopo aver fatto credere chissà cosa, con una leggerezza tale da non intenderla al restringimento della coscienza.

Se poi l’altrove si manifesta allora non puoi che ricavare energia positiva; nonostante il tempo che passa dando adito a una furberia per cui serve ricordarsi in extremis delle responsabilità prese per garantirle, con della persuasione che lasci il segno nella memoria, al momento di godere come degli eremiti.

Ogni cosa si conclude sussurrando della complicità, purché si abbia la forza di rivedere e lucidare atteggiamenti di facciata, con la paura di perdere chi si ha affianco.

Ci pungiamo d’incanto per della concretezza da saldare, con della foga tracotante mista all’incertezza che rincresce, avendo di che pregare per della luce che si sprigioni, senza vergogna alcuna.

La sconcezza sta nell’essere passivi al genio incamerato, infatti ne va compresa la presenza pazientemente, in mezzo a delle fatalità che son scadute non avendo risolto la sincerità per ogni evenienza.

Pertanto il malessere sortisce piacere; seppur riproponga inoltre immagini di piccole creature scalze che proseguono, senza importarsene dell’impossibilità sin da subito di mordere, avanti con l’età immeritatamente, piene di sé per avere in pugno meno di un euro, di una desolazione a dir poco esauriente.

La poetessa sostanzialmente riesce a descrivere tratti fisici, devastazioni sancite proprio dalla massa, come a scandire l’urgenza di pensare che si è strumenti in esclusiva, offuscata dalla vita da fermare per impreziosire, a costo d’intuire nulla da ingrandire di per sé; volendo agire d’istinto, serenamente; avventurarsi con la navigazione delle paure, divorata già dall’umano rapporto.

Una corrente d’aria giunge allietando la poetessa per una favola che riprende, nonostante l’incontrollata foga sentimentalmente tralasciata, tanto da distruggerne il bisogno di floreale essenza, con sincera crudeltà.

In solitudine Roberta scruta il niente, intervallato al massimo da suoni di passiva comunicazione, per una forma di memoria rischiarante al nuovo sorgere del sole.

Lo stupore vagheggia preda del momento opportuno, l’osservazione s’immobilizza per ridestare quest’ultimo, su cui concentrarsi, anche col tagliente riferimento espresso da una madre di famiglia.

Occorre uscire fuori dai rifiuti fisiologici per ripristinare purezza rinunciando sul serio a chi si approfitta di noi, privo di quella sensibilità che serve per ricreare l’incanto di un sentimento per esteso.

Cavità minuscole, invisibili, volgono al pregio, ora che abbiamo a che fare negativamente, principalmente, con l’emarginazione, la sottomissione voluta verificando gli attributi maschili.

La sorte viene fissata dopo una bevuta rigenerante, non ci capacitiamo coscientemente, mentre il tempo scorre indifferente.

La Calce si leva dalla pelle la sabbia di un atteggiamento di facciata per provare il piacere di vivere passando sopra l’inciviltà che le ha fatto male, travolta piuttosto dall’ottimismo scorto in almeno un essere vivente, umano.

La solidarietà le ritorna prepotentemente, in una richiesta da completare nutrendo il suo isolamento con l’amore per il Prossimo, rimasto incagliato tra atti di fede non spontanei, come ad attendere all’aperto che il proprio respiro si ritempri, senza sprecarlo.

Se dotati d’indirizzi esclusivi, allora si rinasce per salvarsi dalla morte: trattasi di ambizioni indomabili per speranze caotiche, movimentate, che contengono l’infinitesima maledizione.

La poetessa invita il partner a contribuire all’imperturbabilità di un legame, con una voglia dilagante che la indurrebbe a scatenarsi in un riparo fatto su misura d’uomo, piacevole, gustando delle debolezze purché rilanciate con energica passione.

“Esplodendo nell’ombra del tuo desiderio”.

Una specie di sconforto procacciatore di rivendicazioni la tormenta; Roberta resta sorpresa e priva di forze dinanzi al gagliardo contorno che minimizza la raffigurazione della più recente distensione di una persona per lei speciale in fondo, che andrebbe premiata volendole praticamente più che bene se ciò fosse possibile.

Purtroppo niente colma la realtà, sapendo che la depressione è una brutta bestia, ma che in fondo molti soffrono maggiormente, quindi vale la pena farsi intercettare e lasciarsi benedire quotidianamente, al risveglio.

E’ duro constatare che i perdenti s’incattiviscono, eppure si deve proseguire in grande stile per non cadere nel rancore.

Desiderosa delle proprie capacità - da rivitalizzare in luoghi fidati, ossia delimitati da ferite carnali, sanate - la stanchezza dipende dall’atto d’amore, da cui però ne consegue la contemplazione della felicità, l’innalzamento di una fisicità maschile a ricoprire fedelmente quella femminile, che permette lo sbocciare di gemme primaverili, folli, con un cronometro sempre incalzante, ad annullare i contatti fatali.

E’ fantastico secondo la Calce cogliere l’uomo in balia del suo senso di trasporto, portatore d’illusioni fuori dal comune per una soddisfazione non avente eguali, per cui fremere tutti dacché mentalmente attratti, oltre che realmente posseduti; giustappunto per svettare in un battito di pensiero, come donna.

“Tu sei un uomo mentre io una sognatrice”.

Al momento che l’agonia traspare in generale, il minimo cenno d’intesa del suo uomo fa capitolare la poetessa, nella pelle viscida e rivoluzionaria di un disegno divino che le comporta lo scorrimento di distese a perdita d’occhio, dettate da una fisicità d’insieme affogata e satolla.

Inoltre, sulla gioventù andata puoi rosicare per un tale che ti ha fatto perdere stupidamente la testa, con un furore tendente all’armonico, singolare biasimo, che ti ha magari relegato a sopportare il fracasso derivabile dal mutismo emotivo.

Per credere in se stessi non bisogna eccedere, bensì affidarsi al cammino dell’età, a costo d’insaporire un tozzo di spirito col brodo che si ottiene aspettando un’illuminazione.

Candidi sono i cattivi pensieri che perciò addolorano, quando è buio ma l’altrove ti rapisce riuscendo a scovarti nel bel mezzo di un reprimibile arcano. 


La selezione dei versi in questo caso dipende da una graduatoria personale, grazie alla quale si rilevano i più interessanti secondo i lettori “storici” (tra questi, i visitatori incalliti di www.poesieincalce.com ch’è uno dei pochi se non l’unico sito letterario nel web perlustrabile dagl’ipovedenti), degni di un’anteprima (merito di Jacopo Uccelli).

Senza dimenticare le preziose collaborazioni di Federica Angelucci, che da fotografa esperta qual è ha lavorato seriamente per sviluppare prontamente il miglior scatto nel quale si possa identificare l’autrice del libro; e di Elisabetta Ligaboi, che ha ideato la copertina con sagacia creativa, in maniera informale, ritrovandosi con la Calce dopo tantissimo tempo.

Infine, ma non per ultimo ovviamente, Roberta ringrazia il grande Maurizio Mattioli che le ha scritto la prefazione, personalmente e a nome delle anime più deboli che usufruiranno del guadagno ottenuto con le vendite di quest’opera letteraria.

                                                                                                                    Vincenzo Calò





martedì 29 marzo 2016

Una buona causa

“Si udì uno schianto dirompente nell’avanguardia mentre i ghiacciai che si trovavano alla testa del gruppo cozzavano contro una foresta. Gli uccellini scapparono via in preda al panico. La neve e le schegge piovvero giù tutto attorno a Nijel mentre lui galoppava nell’aria di fianco al gigante. 

            Si schiarì la voce.                                
- Ehm - disse - scusa tanto!
Di fronte alla ribollente risacca di terra, neve e tronchi abbattuti una mandria di caribù stava scappando in preda ad un cieco terrore, sollevando gli zoccoli posteriori a quasi un metro dal caos più completo.
            Nijel provò ancora.
 - Ehi! - gridò.
La testa del gigante si volse verso di lui.
- Cosa fuoi? - disse. - Fattene, persona calta.
 - Scusa, ma è davvero necessario tutto questo?
Il gigante lo fissò con gelido stupore. Si voltò lentamente per guardare tutto il resto della mandria, che sembrava espandersi fino ad arrivare al Centro. Guardò poi nuovamente Nijel.
- Cià - disse - penzo proprio di sì. Altrimenti, perché lo faremmo?
 - Soltanto che c’è moltissima gente che preferirebbe che voi vi asteneste dal farlo, capisci? - provò a dire disperatamente Nijel. Una guglia di pietra apparve brevemente davanti al ghiacciaio, traballò per un istante e poi scomparve.
            Egli aggiunse: - Anche i bambini e i piccoli animali di pelo.
- Soffriranno per la cauza del procresso. Atesso è arrifato il momento che noi reclamiamo il monto - rombò il gigante. - Tutto il monto di chiaccio. Seconto l’inefitabilità tella storia e il trionfo tella termotinamica.
- Già, ma non è necessario che voi lo facciate - insistette Nijel.
- Noi fogliamo farlo - rispose il gigante. - Gli tei sono spariti, liperiamo talle catene la superstizione fuori mota.
- Congelare tutto il mondo per intero non mi sembra un gran progresso - disse Nijel.
- A noi piace.
- Già, già - rispose Nijel, con quei toni vitrei e maniacali di chi sta cercando di considerare tutti gli aspetti della questione ed è certo che si potrebbe trovare una soluzione se soltanto la gente di buona volontà si sedesse attorno ad un tavolo per discutere le cose in modo razionale da sensati esseri umani. - Ma ti sembra il momento giusto? Il mondo è forse pronto per il trionfo del ghiaccio?
- Farà maledettamente meglio at esserlo - rispose il gigante e lanciò il suo pungolo di ghiaccio verso Nijel. Esso mancò il cavallo ma beccò il cavaliere in pieno petto, sollevandolo di sana pianta dalla sella e sbalzandolo direttamente sul ghiacciaio. […]
- Bastardaccio dal cuore di ghiaccio. Ho davvero pensato per un istante che sarei riuscito ad ottenere qualche cosa. Non si può proprio parlare con certa gente.”

TERRY PRATCHETT
(1988)


Da: “Stregoneria”, in Il mondo del Disco, Milano 1992, Arnoldo Mondadori Editore, pp. 419-421. Traduzione di Antonella Pieretti.

Crescere

“Quel mattino, Pryderi era inquieto. Per un attimo solo - quando vide sua madre avvicinarsi alla tavola pronta, il braccio di Manawyddan che le cingeva le spalle - il suo umore si illuminò della vecchia, affettuosa malizia. Ma poi tornò a farsi greve come il corpo di una donna incinta prossima a partorire. […] Kigva e Manawyddan lo guardavano, con meraviglia e preoccupazione. Rhiannon l’osservò per un poco, poi parlò. 

            «Figlio, è un volto nuovo, quello che mostri ora, e io preferivo l’altro.»
Pryderi rovesciò la testa all’indietro e la guardò con aria di sfida.             
«Neanche a me piace. E presto dovrò fare qualcosa che piacerà ancor meno a tutti e due. Perché quel Caswallon figlio di Beli che ora si fa chiamare Sommo Re, presto saprà che sono tornato a casa, se già non lo ha sentito raccontare, e se io non andrò a rendergli omaggio, diventerà sospettoso e verrà forse a esigerlo.»
            Tacque e lanciò un’occhiata a sua madre, come se fosse tutta colpa sua, e quando lei gli ricambiò lo sguardo per niente spaventata, lui lanciò un’occhiata di fuoco al soffitto.
            «Non vedo altra via d’uscita che recarmi da lui a ossequiarlo, e se bisogna proprio bere latte acido, è meglio farlo subito.»
            Tacque di nuovo e fissò con gran severità il pavimento, le pareti e il soffitto. Guardò tutto con cura, tranne i tre che amava di più.
            Temeva, temeva disperatamente, ciò che essi potevano pensare di lui. Manawyddan, il suo legittimo Re, al quale questo omaggio reso all’usurpatore poteva ben sembrare codardia e tradimento. Sua madre, ora legittima Regina di tutta l’Isola dei Potenti, che poteva vedere le cose nella stessa luce. E Kigva che lo aveva sempre creduto il più coraggioso e il più forte degli uomini. In grado di schiacciare tutti i nemici sotto il suo tallone.
            Si aspettava che prorompessero in un coro sgomento di orrore e di rabbia. Si aspettava che tacessero, e il loro silenzio era la risposta che più riteneva probabile e che maggiormente temeva.
            Ciò che accadde lo sorprese come null’altro sulla terra avrebbe potuto sorprenderlo. Rhiannon prese un boccone di carne, e rispose con calma disinvoltura, ma con ammirazione velata nella voce: «Figlio, stai facendoti adulto.» 
«È l’unica cosa che puoi fare,» disse Manawyddan. «Il Dyved non può mettersi da solo contro tutta l’Isola dei Potenti, e conducendomi qui hai forse già suscitato i sospetti di Caswallon. Hai ragione. Più presto andrai, meglio sarà.» […]
Pryderi […] era coraggioso. Fosse stato per lui, avrebbe combattuto di buon grado contro quel re-mago usurpatore, nonostante il suo potere di uccidere rendendosi invisibile. Non ammirava il buon senso, più di quanto un giovane ammiri una donna brutta, ma ora non poteva sacrificare se stesso senza sacrificare altra gente, anzi, tutto il Dyved. Così, poiché proteggere loro equivaleva a cessare di ammirare se stesso, il suo piano, per quanto poco eroico potesse sembrargli, era probabilmente l’azione più nobile che avesse mai compiuta…

            EVANGELINE WALTON
(1972)


Da: I Mabinogion, Milano 2004, TEADUE, pp. 322-324. Traduzione di M. Benedetta de Castiglione.

lunedì 28 marzo 2016

Il segreto

“Il segreto della magia infatti è che si tratta di una scienza che richiede un controllo e una concentrazione mentale straordinari, proprio come i complessi congegni metallici con cui gli uomini di oggi forgiano i loro miracoli richiedono studi e progetti e prove straordinarie. Ed è per questo che la magia ora è negata è screditata da quanti, mancando della vigoria mentale necessaria a realizzare o immaginare il procedimento, la considerano alla stregua di fiabe o fantasie infantili; e goffamente sostituiscono telefoni e apparecchi radio al pensiero onnisciente…” 


EVANGELINE WALTON
(1964)


Da: I Mabinogion, Milano 2004, TEADUE, pp. 525-526. Traduzione di Barbara Besi Ellena.

venerdì 25 marzo 2016

Pentita toglie le slot, lo Stato la «multa»

“ORZINUOVI (gnv) Toglie le macchinette dal suo locale per «coscienza», lo Stato la «multa» per il mancato introito. È successo ad una barista orceana: Teresa Morandi, che tutti chiamano Terry.
            Da dieci anni Terry lavora ad Orzinuovi, dove nel suo bar aveva deciso di portare le slot machine che già si trovavano nel suo vecchio locale di Orzivecchi. Ma ecco cosa l’ha portata alla decisione di sbarazzarsene: «Mi è successo dopo aver conosciuto una persona molto anziana, avrà avuto più di 70 anni: entra nel bar, era vestito da muratore e mi chiede se poteva giocare con le macchinette del locale, aggiungendo “ma pagano?” Io ho risposto che, ovviamente, la cosa non dipendeva da me e dopo aver giocato, e perso 200 euro, si è messo al bancone sfogandosi con me - ha spiegato Terry - mi ha detto che pur essendo in pensione lavorava ancora e che quei 200 euro giocati erano gli unici che aveva a disposizione, il resto l’aveva già speso per giocare ed eravamo solamente ai primi giorni del mese! Piangeva raccontandomelo, era già messo male ma mi diceva che cercava sempre dei bar con le macchinette. Questa cosa mi ha colpita, mi è rimasta dentro e mi sono detta “non voglio più avere niente a che fare con le slot-rovina vita”. A dicembre del 2014 ho deciso di toglierle, all’inizio cercavo di tenerle spente il più possibile, ma il gestore mi faceva storie e pressioni per l’accensione obbligatoria che viene loro segnalata. Così ho deciso di arrivare alla pari con il pagamento delle tasse obbligatorie, che esulano dal “guadagno” del titolare del locale» ha sottolineato, spiegandoci che anche se il gestore guadagna zero le tasse sono da pagare lo stesso, si tratta di una tassa di rete telematica che finisce nelle casse dello Stato.
            «Finalmente il gestore è venuto a prendersele, ma settimana scorsa - ha sottolineato - mi è arrivata una lettera con intimazione di pagamento entro 5 giorni di 1564 euro da versare al Monopolio di Stato».
            Dopo la sorpresa iniziale Terry si è rivolta ad alcuni avvocati che, purtroppo, le hanno confermato che la cifra sarà da pagare. «Lo Stato con la Legge di stabilità ha introdotto questa tassa - ha commentato - è grottesco, non voglio lucrare sull’infelicità e i problemi delle persone, con il guadagno delle macchinette io mi ci pagavo l’affitto ma in coscienza non me la sono più sentita! È assurdo e questo è il prezzo da pagare, oltre al danno la beffa! In tanti mi stanno dimostrando il loro appoggio, una mamma e una figlia sono passate per un caffè e mi hanno detto: “Ti parliamo per esperienza, mio papà si è rovinato per le macchinette, tu sei stata coraggiosa”, lavoro 12 ore al giorno e mi sento presa in giro dal sistema, le cose non sono mai troppo chiare su questa “multa” e dare così poco preavviso è ridicolo, probabilmente lo fanno per evitare che le persone si informino, io ho fatto mandare una lettera dal mio avvocato e resto in attesa di chiarimenti, non mollo».”


inManerbioweek, n. 12 (25 marzo 2016), p. 35.

giovedì 24 marzo 2016

La nipote del diavolo - I, 5

Parte I: Fili pendenti


5.

Amedeo si accostò al portoncino di quella palazzina liberty, in via Mazzini, a Pavia. Allungò un dito e premette un campanello, in quella fila di pulsanti d’ottone. Al citofono, gli rispose una voce di donna: «Chi è?»
            Lui deglutì. «Sono il fidanzato di Nilde» rispose poi, con la voce leggermente rauca.
Uno scatto segnalò l’apertura dell’ingresso.
Mentre entrava nel piccolo chiostro e cercava le scale, memorie confuse – tattili – si affollarono dietro la sua fronte. Memorie di lui, bendato, che braccia robuste spingevano lungo quegli stessi percorsi – un portoncino, un cortile, una rampa di scale.
            Era stato un sollievo sentir la voce della donna delle pulizie, anziché quella del dottor Ario. Il responsabile dei suoi incubi.
            Ho ottenuto la tua liberazione, accettando di tornare a vivere con mio zio…
Nilde era sfuggita alla sepoltura in vita anche grazie a un atto azzardato di Amedeo: forzare la camera mortuaria nottetempo e aiutare a fuggire lei, che si era risvegliata. Ario non l’aveva presa bene. Aveva voluto fargli assaggiare la prigionia in casa sua, la paura logorante inghiottita ogni minuto, nell’attesa dell’incognito. Poi, l’aveva rilasciato, a patto che la nipote tornasse sotto il suo tetto, a fingere una routine insieme a colui che aveva cercato di piegarle il carattere con quel supplizio grottesco. Come poteva Nilde sopportarlo?
            Amedeo se lo domandò con ancor più forza, quando lei gli aprì l’uscio di casa sul pianerottolo e gli tese le braccia, con un sorriso radioso. Poi, gli occhi gli caddero sui vestiti nuovi della ragazza.
            «Da quando porti quel corsetto da vamp?» le domandò, sentendo strisciare in sé pensieri più ameni. «Da quando la stagione è bella» rispose Nilde, con la sua voce tersa e profonda. Lui guardò la ricca chioma castano-rossiccia giocare col candore delle spalle. La seguì lungo i corridoi. Nilde si fermò davanti a una porta. Fece scattare la serratura. Amedeo ammutolì. 

            Davanti a lui, si era aperta una biblioteca austera, con mobili scuri e moquette. Un busto in gesso della dea Minerva rispose al suo sguardo attonito.
            «Scusa, se ti riporto qui…» fece Nilde, con un’ombra sul volto. Lui non rispose. Non aveva sicuramente desiderato rivedere il luogo ove il dottor Ario l’aveva rinchiuso per giorni. «Però, è il posto dove ho passato le ore migliori della mia adolescenza» riprese la ragazza, con un velo trasognato nelle parole. «Desideravo lasciarne un buon ricordo anche a te».
Amedeo varcò la soglia con lei, in silenzio. Sentì la serratura scattare di nuovo, dietro di lui, e non poté trattenere un sussulto. Decise di calmarsi.
            Quando Nilde si volse a lui e gli sorrise di nuovo, la traccia dell’incubo gli oscurò – per un attimo – il cuore. Poi, si lasciò cingere e scivolò nella morbidezza del corpo di lei. Le dita di Nilde giocavano – senza bruciarlo – con le sue ciocche ramate e il suo collo latteo. Gli occhi color nocciola del ragazzo si accesero. Insensibilmente, la sua stretta attorno ai fianchi della giovane si faceva più impietosa. Avvertì il bisogno, dolcissimo e prepotente, di posare il corpo di lei sul velluto che copriva quel tavolo, in mezzo alla biblioteca. Le carezze sul suo torso magro, attraverso la camicia scura, lo stordivano. La bocca di lui percorse la gola tenera, scese ad accendersi sui piccoli seni marmorei – i lacci del corsetto cedevano alle sue dita. I ricordi della prigionia naufragarono in un lago di fuoco.

[Continua]


Pubblicato su Uqbar Love, N. 176 (24 marzo 2016), p.18.

Vincenzo Calò intervista Giuseppe Di Summa

Giuseppe Di Summa… 


“Ho compiuto da poco 43 anni, vivo in Puglia da sempre, anche se ho conosciuto, grazie al mio amore per il turismo e lo sport, diverse zone d’Italia, e la mia città preferita rimane Roma.

Da bambino dovevo scegliere se suonare il piano oppure fare sport, all’età di otto anni decido di giocare a Minibasket, e da quel momento inizia un bellissimo legame con lo sport.

Ho fatto atletica, tennis, calcio, pallacanestro, quest’ultimo sport è quello che mi porta anche alle qualifiche, iniziate dal 1998, di dirigente, istruttore, atleta, scoprendo una relazione tra lo sport e il web, seppure “limitando” il mio intervento, soprattutto di tecnico, all’ambito di mio interesse, cioè in presenza di amatori e bambini.

Puoi leggere sul web quanto secondo me costi fare lezione in palestra con i bambini; un grazie va ai centri brindisini di Francavilla Fontana, Oria e Torre S. Susanna, che mi hanno ospitato, come a Ceglie Messapica, San Vito dei Normanni, Latiano… comunità che mi hanno fatto vivere un ulteriore periodo di tempo nel basket.

Sono molto orgoglioso da sempre di essere un Ragioniere, a indirizzo amministrativo, la mia formazione mi spinge a studi che riguardano l’amministrazione delle aziende pubbliche e private, come al conseguimento di una serie di corsi per sport e volontariato, che mi porto dietro.

Sul web puoi incontrarmi con la mia conoscenza diretta, grazie a delle interviste, del mondo di scrittori, cantanti, guide turistiche, coach, atleti, politici… è stata una bella esperienza conclusasi nel 2015.

Nel tempo libero scrivo, ho all’attivo una recensione storica per un sito web, e un libro disponibile per il 2016… trattasi di un’esperienza concreta, che si associa a quella di lettura, soprattutto dei grandi classici della letteratura inglese e americana.

La musica ha conquistato a lungo le mie giornate, grazie alla web-radio, che in passato sono stato capace di animare, perciò ringrazio tutti gli amici che me lo hanno permesso.

Eppure non voglio farti leggere un curriculum, ma solo un saluto di benvenuto.

Prima e dopo il servizio civile ho frequentato il mondo dell’associazionismo e del volontariato, ho contribuito con la mia esperienza alla nascita di un sodalizio sportivo nel Comune di Francavilla Fontana, aprendomi alla pratica dello sport amatoriale, e approfondendo la mia presenza nel settore, essendo stato membro, per alcuni anni, dell’associazione Psicologia dello Sport.

Nel 2016 sono entrato come socio nell’associazione di volontariato Koinòs

Benvenuto Giuseppe! L’immaginazione ti comporta un dispendio d’energie? Cosa ti piace consumare?
Il razionalismo economico mi ha conquistato da tempo, spesso dico a me stesso di dotarmi di meno realismo, spezzo tale situazione cercando di non appartenere solo al mio mondo. Mi piace consumare soprattutto nel campo dell'alimentazione, non amo molto i beni che oggi sono dei veri status-symbol, per esempio lo smartphone. Non sono un grande consumatore nemmeno del web. Non posso dire di consumare con enfasi né di scegliere un consumo originale. Compro dunque cose comuni, come detto prima, soprattutto cibo.

La pubblicazione di un’opera è come un diamante, per sempre?
No. Lo scrivo nel Ritorno del Campanile, e quindi, dovendo seguire per esempio un pensiero giuridico moderno, di certo non la si pensa come me, che sono per esprimermi senza quella dose di " eternità ".
                                             
E’ bene dire “Ti voglio bene”?
E' nel nostro destino dire “ti voglio bene”. Quindi per me fa bene. Il problema di ogni rapporto è sapere come dirlo, soprattutto trovare il posto giusto, la città giusta, nella quale volere bene.

Quali sono le osservazioni che non permetti sul tuo conto?
Sai, molti intellettuali ci tengono a pensare che non piaccia una certa estetica, quando ci si esprime sulle persone… diciamo che non mi piace di me che mi si associ alla Solitudine.

Hai mai accettato di capire di non aver capito?
Tutti abbiamo una impostazione propria, in questi casi io sposo il " so di non sapere nulla ". Quindi molte volte ho accettato di non avere capito.

E’ più spiazzante la Vita o la Morte
Sono legate da sentimenti forti. E' importante che per tutta la vita ci sia una discussione sulla cultura e il benessere. Poi per i fedeli, i religiosi, vi sono altre spiegazioni. Comunque è più spiazzante la Morte.                     

Il Talento non può rinunciare all’Intelligenza o all’Ironia?
Il Talento e l'Ironia sono un bel legame. Poi il Talento non basta, ci vuole anche una certa Intelligenza. 

In molti si appropriano degl’Ideali per approfittare a fare poi cosa?
Ogni gruppo, società, ha delle idee comuni, con le quali fare qualcosa; ma farla da sola senza gli altri vuol dire rinunciare a creare un’espressione potente. 

… Il ritorno del campanile

Questo saggio è pensato per coloro che non se la stanno passando bene, esseri consci che da qualsiasi comportamento di natura politica si possa trarre del beneficio.

Non persistono ammonimenti nei riguardi di partiti o movimenti, e di determinati intenti; trattasi di un’osservazione propria, che l’autore ha alimentato estromettendosi dalla più classica delle strategie.

Giuseppe Di Summa vuole capacitarsi di per sé, come ben poche persone convinte che per attivarsi in modo scaltro serva apprendere qualcosa sul serio; un principio duro da constatare attualmente, specie in ambito universitario, un contesto che ti può lasciare l’amaro in bocca, che va rivalutato come un luogo di ritrovo, per raffinare della comunicazione a livello popolare, stimolando l’interesse per le questioni diplomatiche.

In tal senso se v’è una dote allora la si deve appurare ragionando con pazienza per evitare delle brutte figure, buttando l’occhio dentro una scelta trasparente, praticata per crescere, senza che si faccia il mestiere del politico; purché riemerga un pensiero circa la disponibilità umana, la propensione ad assistere a degli eventi importanti, per essere all’altezza di ogni confronto, a cominciare dal desiderio che s’intende far maturare nell’intimo, a contatto con le tematiche generali.

Questo testo evidenzia il significato di contribuire alla rinascita di un collettivo politico, liste civiche incluse.

Fare politica vuol dire destreggiarsi con svariati linguaggi, rientrare in una discussione senza mai ridurla, cioè senza che risultino infine patetiche le follie di certi esponenti.

Per Di Summa è necessario spiegare una data situazione liberamente, evitando comunque di generare dei falsi miti viventi, invitando quindi alla consapevolezza di quanto sia deleterio incallirsi con degl’ideali leggendo.

Bisogna riconoscersi prima o poi nelle parole dialettali, di una fruizione che rispolvera le condizioni sanitarie e legali per assistere degli sventurati adeguatamente, lasciando un segno nei luoghi pubblici, dove rimediare il tessuto del Sapere; tra i cittadini di provincia, quelli che talvolta ti danno dell’alieno.

Si tenta di capire preferendo non fare rumore, di modo ché una terminologia sorga mentalmente per svolgere inchieste sul vissuto della gente, poco edificante per chi rappresenta la massa, per un esecutivo.

Oltre a contenerci senza rivangare del passato tumultuoso, occorre accentuare una relazione platonica per non dire religiosa, andando serenamente sul concreto con un garbo di genere letterario che dia adito all’istruzione.

La paura di scontrarsi con dei concetti non attinenti al testo dipende dal carisma dell’autore che peraltro si chiede in cosa può consistere la sua sconfitta, se non nel disquisire ogni volta identificando i soggetti che perdono alle solite elezioni.

L’annuncio sonoro a tutto spiano può rallegrare come deprimere; sta a chi, indefesso, punta spiritualmente su qualcosa, e avanti con gli anni, provare a responsabilizzare davvero.

Di Summa cerca pure di chiarire il motivo del suo distacco dal web, dipeso da una privacy e da una debolezza fisica che sono entrambe fuori luogo, essendo impossibile oramai polemizzare visto un insieme di utenti che travolge il singolo individuo comunicando a priori; seppur le definizioni di Azienda, come di “autorevolezza organizzata”, non abbia senso tramutarle in letteratura, dato l’elevato profilo di competenza.

“Il ritorno del campanile” manifesta l’idea di come si debba assorbire uno scritto da precari, incuriosendo circa il modo di porsi dell’autore in mezzo ai politicanti, ovvero studiando, prediligendo libri che scandiscono l’ampia visione insita all’accortezza, perché il potere espresso amministrando lo si blocca più o meno facilmente, avendo in fondo dato il là all’estensione del comune linguaggio… guarda caso ora in tante comunità si sollecita da sé l’imperativo di domandarsi come si fa a non soccombere, essendo offuscate da un’atmosfera sempre più rigida e allarmistica.

Le norme, per principio, rischiano d’essere condizionate da rilevanze esterne; sorrette semmai dall’amante della Ragione, ch’è attratto infatti dal termine Costituzione, di lentissima presa oggigiorno dato un percorso analitico che deve includere il dialogo sincero, a tu per tu, tra individui che non riescono a trovare lavoro, una soluzione che non ha a che vedere con un contatto agognato, bensì con la dimostrazione di partecipare degnamente all’importanza delle cose che ti capitano a tiro.

Lo slang linguistico vivacizza tanto da riaccendere spiritualmente pure coloro che non ce la fanno a contenersi, e che vagano eccessivamente per dare forma a residenze moderne e strutture antiquate.

Non è che con la cordialità di frequente si possa dialogare direttamente, ovvero civilmente, consci della predisposizione sancita per delega; seppur il collettivo abbia il compito di fruttare l’esecutivo, specie in un momento di crisi economica, ed essendo impossibile non conoscere i motivi alla base di un progetto.

Si consiglia troppo spesso e volentieri di non badare a ciò che dicono e garantiscono molti politici, nonostante sia fondamentale imparare per le nuove generazioni a stare bene insieme; perché l’agio te lo devi conquistare, impegnandoti ad approfondire questa condizione, affinché ci si possa tutelare serenamente, nel bel mezzo delle persone che non vogliono passare indifferenti.

Non è detto inoltre che ogni volta che si esprime una considerazione su di una qualsiasi autorevolezza sia scontato l’ascolto; non essendo più ignari di come ci si ponga falsamente e astutamente in ambito politico, dovendo con difficoltà scegliere una persona che ti rappresenti tra seri professionisti.

Il sospetto ostacola di molto l’intento di chi ribadisce l’umana preferenza votando, e di un passato portentoso più o meno ideologicamente non ci si accontenta, poiché la propaganda si rende efficace narrando per mezzo del denaro rinvigoribile con dati inespugnati.

Bisogna apprendere come si esplica il monito di determinati autori, è divenuto facile stuzzicare facendo delle avances fino a predominare nella comunicazione e caricarsi di attestazioni di stima, ma non proprio d’affetto, per apparire… d’altronde cominciare e concludere un’esistenza sostenendo la Dc è proibitivo per chiunque!

L’elaborazione letteraria di Giuseppe Di Summa non è altri che un inizio, tra vocaboli dalla definizione tutta da scoprire, ricavati quasi per caso, con l’intento di recuperare un libro per concentrarsi sulla lettura e riassumerne l’argomentazione al fine di pubblicare la semplice critica, sopraffatto come tanti dall’allagamento virtuale, deficitario per il ruolo dell’autore se soggetto a svariate osservazioni; e la ragionevole causa del guadagno di certo non passa inosservata, in un sistema fondato oramai sull’altruismo, aldilà che risulti ipocrita o meno.

Per essere alla portata di un pensiero, quest’elemento va sospinto a tal punto da generare azzardi vitali, nella maniera più giusta per sviluppare della genialità, ossia con la presenza attiva.

Un tempo il consenso elettorale lo si otteneva demonizzando l’egemonie scandite da un gruppo politico, adesso la battaglia diplomatica viene mantenuta per non regredire, dipendendo dalla voglia di rendere pubbliche delle gravose questioni, con la parola lesta a tradire coloro che la seguono, rifiutando senza ombra di dubbio di portare rispetto per lo studio del vissuto, specie del reale difetto ch’esclude nessuno, quello di natura economica, che consiste nel non riuscire a ricompensare qualcuno, maggiorandosi d’interessi al negativo se viene meno la costanza in tal senso; mentre c’è chi detta l’agenda politica senza mai concretizzare, provvedendo unicamente a rendersi simpatico dentro il commento che si riceve generalmente, in egual battuta.

Occorre non dimenticare i contrasti, se si vuol rimanere esperti di avvedutezza, tra il modo d’intendere sapientemente le cose che non va più di moda e che nessuno ci prova a ridestarlo, e la comunicazione sostanziosa che non decade mai grazie alla propensione del singolo che pone l’attenzione sui propri diritti in balia di una grossolana svolta imprenditoriale, accrescendo il buon esempio di caratterizzazione sociale tra i suoi simili; senza contare che, disponendo di un’occupazione, puoi ristabilirti psicologicamente, e metterti allo stesso livello di un professore o ricercatore in grado ogni volta di arrestare della terminologia inappropriata, anche in Italia.

Si può finire sedotti da un’elaborazione del tutto razionale sfogliando queste riflessioni, consapevoli che l’operazione matematica più rilevante per una gestione di livello sociale consiste nell’appuramento del ricavo necessario per i nuclei familiari dovendo determinare le fruizioni di diversi prodotti; oltre all’osservazione marxista circa l’evolversi del capitalismo.

L’autore si chiede se la curiosità nei riguardi del sistema americano sia stata percepita minimamente, il lettore potrà constatare di avere a che fare con un sereno sostenitore di uno e più ideali, caparbio nello scambio di beni o servizi.

Difatti per esporsi in ambito letterario occorre curare con una buona dose di sapienza il personale momento da dedicare allo studio, dipendendo da una regolamentazione così fortificante da tutelarla e dando per scontata l’importanza di una pedanteria interna a essa.

Purtroppo da italiani soffriamo la tenuta di un profilo avverso, nutrito dall’immoralità, e nel corso del testo perciò talvolta non vale la pena prolungarsi, dato il periodo che stiamo passando inquadrando timori e angosce a proposito del domani.

Se si suole dire in mezzo alla gente che con gli errori apprendiamo, allora ciascun individuo ha modo di collocarsi con uno sguardo rivolto alle tradizioni, il cui ricordo sincerato permette l’approdo a mete senza precedenti.

Con la battaglia diplomatica è possibile sopprimere un’accezione comunicativa già decadente se si decide di tacere per accrescere delle aspre polemiche, coma va di moda oggigiorno, anche se attualmente serve comprendere tutto quello che accade dentro l’Ue, con un atto futuribile, influenzabile dal ricavo, non per forza stimato tramite l’ordinario con diplomi e lauree, stando almeno alla concezione rivitalizzante l’autore, che si sente meritevole del proprio processo d’intendimento; dacché la pazzia significa possedere oggetti che non ti si addicono, oltre alla complicità che scaturisce dal mondo virtuale, alquanto ambigua pensando che chiunque non smette di fare i conti con le proprie tasche, distaccandosi da un qualsiasi milite ignoto, che vuole emergere politicamente.

Secondo Di Summa i libri, per tanti autori, vanno assolutamente legati alla facoltà derivante dalle prominenti condanne attuali, in effetti ogni volta che un politico viene messo alle strette per decadere, l’appoggio virtuale immediatamente sfuma.

Ciononostante tanti sono convinti che la sensibilità nel creare qualcosa sia foriera di soddisfazioni, purché internet, ch’è uno strumento imprescindibile oramai, necessiti di una rassicurante forma d’uguaglianza.

Nessuno si esclude dalla ricerca di una persona che accetti avvicinandosi un chiarimento del tutto logico, provando l’urgenza del consolidamento ad ampia scala territoriale come strategica, con un mestiere tra i tanti da praticare tuffandoci nella società, come esseri solitari, umani.

Gli argomenti mutando coinvolgono termini nuovi da scandire, come se fossimo giunti a una definizione di “ribellione” leggendaria, cercando pur sempre di smussare il singolo residente in un posto mica tanto sicuro.

Un sistema politico lo si evidenzia per mezzo dello stile di coloro che lo dirigono, ed esso esiste tuttora per mezzo di una dote qual è la perspicacia nello sguazzare nel precariato civile, e non a caso l’egemonia materiale la si ottiene sfidando il disinteresse globale.

Davanti a una condizione criticissima però la moneta va lucidata, con esempi d’irreprensibile saggistica.

Per progettare qualcosa normalmente, oggigiorno, inconsciamente ci esauriamo come scrittori prendendo il posto di un ideale complice di una composizione di getto, che tutt’a un tratto viene bloccata dalla tendenza dell’intelletto che va per la maggiore.

Un testo influenza se conta quantitativamente, ma non è per niente facile esprimere un commento; perché umanamente spesso poniamo quesiti con l’obbligo della sintesi, dimenticando che tutti sono potenzialmente in grado di contribuire politicamente, per sostenere chiacchiere o tesi sulle relazioni moderne in ambito istituzionale.

Semmai, non sarebbe concesso d’ignorare il linguaggio di un gruppo politico, intendendolo tecnicamente manco fosse una semplice melodia.

Giuseppe rimarca un tris di scissioni che gli hanno inciso il filtro della sua personale esistenza, a cominciare dal cattolicesimo, dalla Casa del Signore che dovrebbe anteporre una delle basi per dialogare comunemente ogni giorno; segnalando il fatto che, lungi dal benché minimo sospetto, un letterato è difficile per non dire impossibile che si reputi seguace di tale religione.

Anche per proporsi politicamente è opportuno dapprima prendere le dovute distanze, e poi usare quella stessa cautela che serve per comunicare col genere femminile, che va guarda caso tutelato per capirlo al meglio, specificatamente parola per parola, rievocando il passato, quando i libri s’iniziavano e finivano attribuendoli agli esseri umani per i quali si nutriva affetto suppergiù; e specialmente tra i cittadini pugliesi, che lavorano intensamente, normalmente senza che si badi a questo saggio, applicando magari modalità mutevoli per concretizzare delle tesi riguardose, in relazione al luogo, deficitarie per l’incolumità di Di Summa stesso.

In maniera autentica ognuno desidererebbe cercare di razionalizzare al momento giusto, nonostante sia difficoltoso venire a conoscenza dei fatti per intero.

Leggere è un obiettivo sollecitato stando alle disamine perpetrabili via Censis, e se n’esige l’entusiasmo dei notevoli procacciatori d’affari, che la sanno così lunga d’agire per il nostro bene… una condizione, quest’ultima, dura da rilevare, per non dire proibitiva.

Sull’odierna facoltà si polemizza ch’è un piacere; trascurando svariate indicazioni sulla moneta corrente che piuttosto vanno confermate appieno, specie se si tirano in ballo di frequente le merci lavorate nel circondario, che possono soccombere al mutamento del sistema produttivo per non essere prese affatto in considerazione nella compravendita.

Il rapporto tra quanto stabilito per il consumo all’interno di un nucleo familiare e il profitto conseguito da certe ditte andrebbe vivacizzato, facendo perno sulla ricchezza reale da investire; ma soprattutto cominciando a rasserenarci una volta verificata la provenienza di un consiglio, da sminuire il più delle volte.

Aldilà delle mediazioni che sanciscono una richiesta e una proposta, persiste l’esborso conclamato, costituito da fattori rilevanti quali la sicurezza, l’insieme delle attività statali e la solidarietà comune; affinché si dimostri quale sforzo nel rispetto dei cittadini si compia per una ragionevole forma d’uguaglianza.

Ciò che rende globalmente stimolante una qualsivoglia contrattazione viene prontamente scandagliato per il raffinamento di una pubblica gestione; difatti la più scintillante capacità imprenditoriale ha a che vedere con la concretizzazione di legami produttivi ancor più efficienti, appurando la diversità tra i concetti di patrimonio e denaro in un’ampia situazione economica criticabile giocoforza.

Il passivo stranoto è caratterizzato dagl’interventi da seguire per la salvaguardia della moneta e delle operazioni circostanti, animati quasi esclusivamente dall’Ue, a patto che l’organizzazione delle finanze regga più che bene.

E’ complicato sostenere che le dispute sull’occupazione s’incentivino con una dinamica pulita a livello commerciale, gli esperti di economia devono certamente badare alla mancanza di lavoro che soffrono in molti, ma anche dipendere dalla cattiva ipotesi d’aver sprecato delle disponibilità materiali sin dal principio, suggestionati magari dalle opinioni su quanto ci sia ancora da trattare, come dalle richieste di esercitare la parte degli umili che si prodigano per il bene di una collettività di contro, col rischio di sacrificarsi, per della bieca riconoscenza; per intendere tutti insieme la condizione dell’occidente in termini di accoglienza, esaltando coloro che c’hanno messo davvero la faccia favorendo la compattezza e quindi la nuova ascesa del vecchio continente.

L’agire diplomatico è più forte di ogni ostacolo, perché è la critica stessa su questo caso a predisporlo.

Una strategia non necessita di apparire rievocando chissà quali imprese, dovendo avanzare con una terminologia attinente agli attuali comizi; senza dimenticare però che per mezzo di discutibili candidature a ruoli propedeutici s’inviano piacevolmente, storicamente, messaggi spiazzanti.

I libri e i termini, sia di ieri che di oggi, sono legati a una composizione appartenente a una sfera sociale o rivalutante, senza contare che il concepimento di ciò che si vuole sostenere non necessita di vocaboli.

Si può dialogare fino a chiacchierare sulle questioni diplomatiche e passare così inosservati, ma per essere accolti senza sentirsi sottomessi si devono presupporre dei capisaldi a livello puramente integrativo.

Le relazioni sociali sviluppano una forma d’attrazione generale e attualizzante, anche se il benessere sembra che non lo si ottenga stando tutti sullo stesso piano.

La chiave moderna è intrisa sempre più delle opinioni della gente; affinché si acceda a ogni problema chiarendone il timore, quando lo si presenta in modo propositivo, nonostante una precarietà d’intenti che un qualsiasi legale deve essere in grado di gestire, mentre coloro che c’informano a freddo hanno principalmente il compito d’intuire la banalità di un’insinuazione tra le tematiche in voga.

L’intensità con cui Di Summa si esprime in modo concreto ricorda le battaglie dei poveri e degli erranti; difatti una terminologia sventurata, quella che comporta affermazioni non encomiabili ma dipese da un incoraggiante progetto degno d’essere ascoltato, accresce il valore di una generosa sapienza.

L’autore non si lascia travolgere dalle imposizioni commerciali, puntando piuttosto a caratterizzare dell’arbitrio in proprio, in maniera soddisfacente; consapevole del fatto che, una volta conseguita della maturità, può emergere della discutibile competizione, a tal punto che diverse nozioni si esauriscano.

Le persone che si vantano di nulla, che apparentemente mostrano una certa sofferenza, si scontrano con quelle astute nello sminuire gli umani contatti; eppure chiunque voglia avere successo in campo professionale, negli studi o uscendo fuori dalle periferie deve intimare alla Coscienza di svoltare.

Giuseppe aspira semmai a essere foriero di buoni consigli, perché secondo lui quelli che fanno Letteratura hanno di che capacitare in ambito comunicativo, per esistere con passione.

Per l’autore il collettivo può sovrastare un essere solitario; è una disamina che racchiuda il tutto a stimolare le personali riflessioni, e non occorre affidarsi al sistema scolastico, che invece sta inasprendo la diversità tra i ceti, s’è facoltativo, almeno ché si voglia scrivere per lasciare un segno.

L’innocente, che non pratica il cattolicesimo e non osa al contempo esporsi con un linguaggio comprensivo, si allontana oggigiorno dallo scenario politico atto a mescolare e rimescolare pregi e difetti per rilanciare in fondo del sensibile acume coinvolgendo l’individuo stesso. 

                                                                                                                     Vincenzo Calò