giovedì 25 febbraio 2016

Arriva il seguito de "La vergine di ferro": "La nipote del diavolo"

Se non avete ancora letto La vergine di ferro, vi dissuado dall'imbarcarvi in questa nuova serie. Se l'avete letto (e amato), invece, è il vostro momento. Le vicende di Nilde Ario hanno lasciato molti punti di domanda. Ne La nipote del diavolo, essi troveranno risposta. E chissà...
Intanto, cominciamo proprio dai Fili pendenti.


Parte I: Fili pendenti



1.

Il ragazzo appoggiò la schiena a quella colonna dal fusto liscio e si lasciò lambire dall’ombra. Guardò l’orologio da polso. Non sarebbe mancato molto alla fine delle lezioni mattutine. Fissò il vano delle scalinate e le bacheche di sughero, sature di offerte di stanze in affitto e di locandine sgargianti. Inghiottì un leggero senso di tensione. 

            Finalmente, le vecchissime porte in legno delle aule cominciarono a schiudersi. Ragazze con sciarpette colorate al collo, ragazzi in jeans, figurini in camicia o in sobrie gonne a tubino riempirono il chiostro della facoltà di Lettere, senza far caso a quel giovanotto mingherlino, coi capelli color sabbia e occhi verdi che frugavano nel brulichio.
            Una ragazza dal vaporoso abito bianco si avviava verso l’uscita che dava su Strada Nuova, ticchettando rapidamente sui sandali. L’osservatore si riscosse.
«Ciao, Isabella!»
            Lei si voltò. Un sussulto la percorse.
I suoi capelli biondi erano raccolti in giri di trecce sulla nuca, con un gusto volutamente antiquato. Le sue guance, lattee e rotonde, erano sormontate da occhi celesti che lunghe ciglia ombreggiavano mollemente. In quel momento, però, il suo sguardo era irrigidito in un improvviso imbarazzo.
            «Ciao, Raniero…»
Lui sorrise e si staccò dalla colonna. Il suo volto, smunto e lentigginoso, fu per un tratto trasfigurato da una gioia intima.
«Non ti ho più visto ai corsi della Lotus…»
«Ah, già…» nicchiò Isabella, arrossendo e sudando freddo. «Ho… ho dovuto interrompere. Sai… troppe lezioni all’università… impegni imprevisti…»
«Mi dispiace… Eri diventata così brava negli esercizi di memoria…» ribatté lui, con un’ombra di rammarico genuino.
La ragazza fece spallucce: «Pazienza… Dai, ci vedremo un’altra volta. Buona giornata!»
Raniero la guardò allontanarsi in un guizzo. Dietro le ciglia, un vago velo di melancolia lo sorprese.

[Continua]


Pubblicato su Uqbar Love, N. 172 (25 febbraio 2016), p. 9.

La menzogna

Oggi, in mezzo a un discorso pieno di cose belle e vere, ho rinvenuto una menzogna. Si parlava di Dante Alighieri, del suo Paradiso Terrestre e della visione del matrimonio come compimento della natura umana. La menzogna era questa: chi, oggi, è coinvolto nei dibattiti sulla famiglia, probabilmente non ha mai letto una riga di tutto questo. Pensa al proprio orticello, senza aprirsi a un pensiero verticale. 

            Il fatto è che quel “pensiero verticale”, in realtà, è ancora decisamente “pop”, in Italia. Non foss’altro che per le ore di religione e di “Divina Commedia” che sono irrinunciabili nelle scuole, tanto pubbliche quanto parificate.
            Di quel “pensiero verticale” mi sono pasciuta io stessa per più di vent’anni, perché decisamente più affascinante - nel suo nitore - di quel groviglio tentacolare che è la realtà orizzontale. E qui assume senso l’affermazione di Alessandro Baricco: il libro segnala sempre la presenza di un vigliacco.
Lungi dall’ “aprire gli orizzonti”, una concezione verticale del mondo è, per definizione, chiusa. Una cattedrale di carta che mal sopporta le provocazioni. Che schiaccia gli uomini, se la loro carne “deforme” osa gridare, osa esistere. Perché la barocca irregolarità degli esseri umani mal s’incastra nelle geometrie gotiche. Ci sono sempre un braccio, una gamba, che restano fuori da quella magnifica coperta. E i custodi del pensiero verticale sono facilmente tentati d’imitare Procuste.
            Per questo, non li amo, né li difendo più.

Abbiano loro il coraggio di rinunciare alla loro ignoranza, molto più invisibile e pericolosa del socratico so di non sapere. Guardino in faccia ciò che fa esplodere le loro cattedrali di carta. La Verità si trova in questo punto di paura, di vertigine assoluta. Solo esso dà il senso dell’Assoluto e dell’Eterno - e ridà inizio a una visione del mondo.

L'esteta

“Il mio estetismo è inscindibile dalla mia cultura. Perché mancare la mia cultura di un suo elemento anche se spurio, magari, e superfluo? Esso completa un tutto: e non ho scrupoli a dirlo perché proprio in questi ultimi anni mi son convinto che la povertà e l’arretratezza non sono affatto il male peggiore. Su questo ci eravamo tutti sbagliati. Le cose moderne introdotte dal capitalismo nello Yemen, oltre ad aver reso gli yemeniti fisicamente dei pagliacci, li hanno resi anche molto più infelici. L’Imam (il re cacciato) era orrendo, ma il consumismo micragnoso che l’ha sostituito non lo è di meno. 

            Ciò mi dà il diritto a non vergognarmi del mio «sentimento del bello». Un uomo di cultura, caro il mio Gennariello, non può essere che estremamente anticipato o estremamente ritardato (o magari tutte e due le cose insieme, com’è il mio caso). Quindi è lui che va ascoltato: perché nella sua attualità, nel suo farsi immediato, cioè nel suo presente, la realtà non possiede che il linguaggio delle cose, e non può essere che vissuta.
            Il punto è questo: la mia cultura (coi suoi estetismi) mi pone in un atteggiamento critico rispetto alle «cose» moderne intese come segni linguistici. La tua cultura, invece, ti fa accettare quelle cose moderne come naturali, e ascoltare il loro insegnamento come assoluto.”

PIER PAOLO PASOLINI (1975)

Da: Lettere luterane, 2015, edizione speciale per il «Corriere della Sera», pp. 51-52.

Realismo

“Vedi, Gennariello, la maggioranza degli intellettuali laici e democratici italiani si danno grandi arie perché si sentono virilmente «dentro» la storia: accettano realisticamente il suo trasformare la realtà e gli uomini, del tutto convinti che questa «accettazione realistica» sia frutto dell’uso della ragione.
           
Io no, invece, Gennariello. Ricorda che io, tuo maestro, non credo in questa storia e in questo progresso. Non è vero che comunque, si vada avanti. Assai spesso sia l’individuo che la società regrediscono o peggiorano. In tal caso la trasformazione non deve essere accettata: la sua «accettazione realistica» è in realtà una colpevole manovra per tranquillizzare la propria coscienza e tirare avanti. È cioè il contrario di un ragionamento, anche se spesso, linguisticamente, ha l’aria di un ragionamento.
            La regressione e il peggioramento non vanno accettati: magari con indignazione o con rabbia, che, contrariamente all’apparenza, sono, nel caso specifico, atti profondamente razionali. Bisogna avere la forza della critica totale, del rifiuto, della denuncia disperata e inutile.
            Chi accetta realisticamente una trasformazione che è regresso e degradazione, vuol dire che non ama chi subisce tale regresso e tale degradazione, cioè gli uomini in carne e ossa. Amore che io ho la disgrazia di sentire, e che spero di comunicare anche a te.”

PIER PAOLO PASOLINI (1975)


Da: Lettere luterane, 2015, edizione speciale per il «Corriere della Sera», pp. 38-39.

Tolleranza

“La tolleranza, sappilo, è solo e sempre puramente nominale. Non conosco un solo esempio o caso di tolleranza reale. E questo perché una «tolleranza reale» sarebbe una contraddizione in termini. Il fatto che si «tolleri» qualcuno è lo stesso che lo si «condanni». La tolleranza è anzi una forma di condanna più raffinata. Infatti al «tollerato» […] si dice di far quello che vuole, che egli ha il pieno diritto di seguire la propria natura, che il suo appartenere a una minoranza non significa affatto inferiorità eccetera eccetera. 

Ma la sua «diversità» - o meglio, la sua «colpa di essere diverso» - resta identica sia davanti a chi abbia deciso di tollerarla, sia davanti a chi abbia deciso di condannarla. Nessuna maggioranza potrà mai abolire dalla propria coscienza il sentimento della «diversità» delle minoranze. L’avrà sempre, eternamente, fatalmente presente. Quindi - certo - il negro potrà essere negro, cioè potrà vivere liberamente la propria diversità, anche fuori - certo - dal «ghetto» fisico, materiale che, in tempi di repressione, gli era stato assegnato.
            Tuttavia, la figura mentale del ghetto sopravvive invincibile. Il negro sarà libero, potrà vivere normalmente senza ostacoli la sua diversità eccetera eccetera, ma egli resterà sempre dentro un «ghetto mentale», e guai se uscirà da lì.
            Egli può uscire da lì solo a patto di adottare l’angolo visuale e la mentalità di chi vive fuori dal ghetto, cioè della maggioranza.
            Nessun suo sentimento, nessun suo gesto, nessuna sua parola può essere «tinta» dall’esperienza particolare che viene vissuta da chi è rinchiuso idealmente entro i limiti assegnati a una minoranza (il ghetto mentale). Egli deve rinnegare tutto sé stesso, e fingere che alle sue spalle l’esperienza sia un’esperienza normale, cioè maggioritaria. […]
In queste ultime settimane ho avuto modo di pronunciarmi pubblicamente su due argomenti: sull’aborto, e sull’irresponsabilità politica degli uomini al potere.
            Chi è a favore dell’aborto? Nessuno, evidentemente. Bisognerebbe essere pazzi per essere a favore dell’aborto. Il problema non è di essere a favore o contro l’aborto, ma a favore o contro la sua legalizzazione. Ebbene io mi sono pronunciato contro l’aborto, e a favore della sua legalizzazione. Naturalmente, essendo contro l’aborto, non posso essere per una legalizzazione indiscriminata, totale, fanatica, retorica. Quasi che legalizzare l’aborto fosse una vittoria allegra e rappacificante. Sono per una legalizzazione prudente e dolorosa. Cioè, in termini di pratica politica, condivido, stavolta, piuttosto la posizione dei comunisti che quella dei radicali.
            Perché io sento con particolare angoscia la colpevolezza dell’aborto? L’ho detto anche questo chiaramente. Perché l’aborto è un problema dell’enorme maggioranza, che considera la sua causa, cioè il coito, in modo così ontologico, da renderlo meccanico, banale, irrilevante per eccesso di naturalezza. In ciò c’è qualcosa che oscuramente mi offende. Mi mette davanti a una realtà terrorizzante (io sono nato e vissuto in un mondo repressivo, clerico-fascista).
            Tutto ciò ha dato al mio discorso sull’aborto una certa «tinta»: «tinta» che proviene da una mia esperienza particolare e diversa della vita, e della vita sessuale.
          
  Come cani rabbiosi, tutti si sono gettati su di me non a causa di quello che dicevo (che naturalmente era del tutto ragionevole) ma a causa di quella «tinta». Cani rabbiosi, stupidi, ciechi. Tanto più rabbiosi, stupidi, ciechi, quanto più (era evidente) io chiedevo la loro solidarietà e la loro comprensione. Perché non parlo di fascisti. Parlo di «illuminati», di «progressisti». Parlo di persone «tolleranti».
Dunque, ecco provato quanto ti dicevo: fin che il «diverso» vive la sua «diversità» in silenzio, chiuso nel ghetto mentale che gli viene assegnato, tutto va bene: e tutti si sentono gratificati della tolleranza che gli concedono. Ma se appena egli dice una parola sulla propria esperienza di «diverso», oppure, semplicemente, osa pronunciare delle parole «tinte» dal sentimento della sua esperienza di «diverso», si scatena il linciaggio, come nei più tenebrosi tempi clerico-fascisti. Lo scherno più volgare, il lazzo più goliardico, l’incomprensione più feroce lo gettano nella degradazione e nella vergogna.”

PIER PAOLO PASOLINI (1975)


Da: Lettere luterane, 2015, edizione speciale per il «Corriere della Sera», pp. 34-37.

domenica 21 febbraio 2016

Maria Maria


"Meglio sarebbe stato
Risalire in fretta il fianco scosceso della montagna
Poi stenderci al sole e
Con un lento gesto della mano
Dirci addio.

Oh la Sicilia
La Sicilia era in tutti i miei sogni di ragazzo
Sedotto da tutte le ragioni
Per le quali molti volevano fuggire
Ammaliato dalle lente cantilene
Dei venditori di meusa
Dallo sguardo malizioso
Delle Marie dagli occhi neri
Dai fuochi di sterpi
Che spandevano miriadi di scintille
Nella velata oscurità delle notti.

Stregato dal profumo delle zagare sfavillanti
Dal gemito di libecci incandescenti
Dal querulo lamento di una terra che crepitava
Sotto  il solleone di un’estate madre
E matrigna.

Ho amato il gemito
Il tormento
L’imperio  disperato
Risolto nel guizzo di una lama
O nel riso di scherno di un ragazzo scalzo.

Eri tu nel ricordo di quelle notti
L’icona
Il fulgore di quel tempo
In cui ancora mentivamo
Solo per amore
E fuggivamo
Per non udire il canto delle sirene.

Quando smetteremo di farci male?
Non ci sono più notti a Tindari
Né vaganti comete a Lampedusa.

L’amore è un frutto che si coglie in giovane età
Dal grembo profumato di una vergine
O tardi, una notte,
sul seno pietoso di una puttana.

Oh la Sicilia
La Sicilia era in tutti i miei sogni di ragazzo
Un canto
Che talora si rianima
Una dolce nenia
Che lentamente si spegne
Un flebile lamento
Che ritorna nella notte
E talora mi sveglia."



ROMANO FRANCO TAGLIATI

giovedì 18 febbraio 2016

"La vergine di ferro" esce come ebook



Per La vergine di ferro, è arrivato il momento di presentarsi nella propria interezza a coloro che non amano la pubblicazione a puntate o che - semplicemente - vorrebbero rileggersela di seguito.
            Nilde, la “vergine di ferro” appassionata di spade giapponesi, fugge dalla camera mortuaria dove la sua presunta salma attendeva le esequie. La notizia dell’evasione giunge, prima di tutto, nello studio di un ambiguo psicologo che sembra sapere già troppo. Mentre le vicende di Nilde proseguono, vanno ricostruendosi, a suon di flashback,  gli antefatti - come un labirinto, o una vergine di ferro che inghiotte i protagonisti. Un odierno feuilleton, ambientato in una Pavia trasfigurata da un’immaginazione goth.

Scaricabile gratuitamente da qui.



Chorouk, l'Islam di Manerbio

Si è favoleggiato a lungo della “moschea di Manerbio”. È la sala polifunzionale dell’Associazione Chorouk: parola che rimanda all’alba e a qualcosa che vuol nascere, crescere.
            La fondazione ufficiale risale al 14 maggio 2014, ma un nucleo di volontari esisteva già nel 2013. Si trattava di musulmani residenti a Manerbio, desiderosi di creare un luogo di preghiera, incontro e volontariato. La sede è al pianoterra del condominio di via San Martino. Se ne occupa il custode Lhassan Boutaleb, uomo “di gran cuore”, secondo il presidente Allal Martaj e il vicepresidente Driss Fouiteh. 
Il vicepresidente dell'Associazione Chorouk,
Driss Fouiteh.
            La sala è dotata di tappeti, quando è ora di preghiera. Ma essi lasciano il posto ai banchi, al momento delle lezioni di lingua araba. Esse sono proposte sia agli italiani, sia ai figli dei musulmani che intendono mantenere la propria cultura. Gli alunni di età inferiore ai 10 anni possono seguire questi corsi presso la sede delle scuole elementari.
            Nella sede di “Chorouk”, una saletta è impiegata da ghanesi, senegalesi e pakistani per incontri informativi sulle rispettive culture.
All’associazione si può rivolgere chi deve rinnovare i documenti o regolarizzare burocraticamente la propria permanenza in Italia. Si può richiedere beneficenza, quella che la disponibilità economica di “Chorouk” permette: aiuto nel pagamento delle bollette, generi alimentari di prima necessità, rimpatrio di salme per i funerali. L’attività caritatevole è anche internazionale: l’associazione è in contatto con “Insieme per la Siria libera” e “Syrian Children Relief”. Su appello della prima, ha inviato cibo, coperte e abbigliamento ai profughi siriani. Alla seconda, ha inviato contributi economici perché gli orfani siriani potessero celebrare la grande Festa del Sacrificio o “dell’Agnello”, che ricorda il mancato sacrificio del figlio di Abramo (due mesi dopo il Ramadan).
           
Ogni sabato, due soci condividono i lavori di mantenimento del Bosco Mella. Per tre anni consecutivi, hanno partecipato alla festa multietnica di Manerbio. Alla fine dei corsi di arabo, è stata tenuta un’altra festa, alla quale hanno presenziato anche don Oscar La Rocca (responsabile dell’Oratorio), i rappresentanti del Comune, il presidente dell’AVIS e il direttore delle scuole elementari. Il 4 dicembre 2015, “Chorouk” è stata invitata all’I.I.S. “B. Pascal” per un incontro con gli alunni. Il 18 dello stesso mese, l’associazione ha preso parte allo Shopping Day cittadino.
            I fatti di cronaca recenti, ovviamente, non hanno risparmiato l’attenzione di “Chorouk”. L’arresto di due presunti terroristi islamici in zona ha provocato la sua presa di posizione contro qualunque forma di violenza e turbamento della convivenza multietnica, il 24 luglio 2015. Dopo le stragi di Parigi, l’associazione ha partecipato al raduno indetto dal Comune di Manerbio per esprimere solidarietà ai francesi e condanna del terrorismo (21 novembre 2015). Il 28 novembre 2015, è stata la volta di una manifestazione analoga in piazza Rovetta, a Brescia.
            Presidente e vicepresidente sono ben lieti di aprire la sede a coloro che vogliono informarsi sulle attività. L’impegno nello scambio culturale è ben simboleggiato dalle copie del Corano tradotte per gli italiani e da quelle della Costituzione offerte ai nuovi immigrati. S’intitolava, appunto, “Conosciamo la nostra Costituzione italiana” l’incontro tenutosi il 22 gennaio 2016 presso il Centro Culturale Islamico di Brescia.
La sede di “Chorouk” è anche un punto di riferimento per la Questura, la Regione Lombardia e il Consolato marocchino, che lì inviano le proprie comunicazioni.

            L’impegno dell’associazione per essere una presenza positiva sul territorio è stato premiato dagli articoli dei giornali locali, che riempiono la bacheca della presidenza. Tutto da godere è questo titolo: “I musulmani: «Il nostro centro culturale è aperto anche ai leghisti, li aspettiamo»”.

Il Generale Inverno: storia, bufala, letteratura

Il 28 gennaio 2016, la Libera Università di Manerbio è giunta al termine dei corsi per questo mese. In accordo con il filo conduttore, il prof. Daniele Montanari (Università Cattolica di Brescia) ha portato al Teatro Civico “Memo Bortolozzi” una conferenza sul Generale Inverno. 

            La vulgata vuole che il terribile inverno russo abbia sconfitto Napoleone nelle terre dello zar (1812) e che il generale Kutuzov abbia fatto incendiare Mosca, per privare il nemico di alloggi e rifornimenti. Questa versione dei fatti è stata indicata dal prof. Montanari come “una bufala”. Ha poi proceduto a illustrare lo svolgimento degli eventi, sotto il titolo “Si vis pacem, para bellum”. Dai ricordi letterari è cominciata la ricostruzione della figura di Napoleone.
            “La Certosa di Parma”, di Stendhal (1839), mostra il giovane generale durante la campagna d’Italia, nel 1796. L’atmosfera è festante e ottimista. Napoleone si rivela in grado di sconfiggere i regni d’Antico Regime. Le sue iniziative, dal 1800 al 1813, muteranno il volto dell’Europa. L’imperatore che si è conferito il potere con le proprie mani sarà solo davanti alle altre potenze, coalizzate sotto l’ombra della Corona britannica. La battaglia di Austerlitz (1805) decreta la fine del Sacro Romano Impero. In Italia, l’esercito guidato da Giuseppe Bonaparte (fratello di Napoleone) e dal generale Massena caccia Ferdinando IV di Borbone.
            Nel 1805, a Cabo Trafalgar, l’ammiraglio Nelson sconfigge la flotta franco-spagnola. Dal 1808 al 1813, la Spagna accende una guerra civile contro i francesi. Con questi ultimi, sono schierati molti soldati italiani, sia settentrionali che meridionali (due sono, per l’appunto, gli eserciti sulla penisola).
            Comincia così - ha spiegato il prof. Montanari - la sfida di Napoleone al destino. In “Guerra e pace” (1886), Lev Tolstòj parla proprio in termini fatalistici della sua attrazione per la Russia. Nel 1812, si prepara a combattere contro lo zar la “Grande Armée”, innovazione napoleonica dalla molteplici conseguenze. Si trattava, innanzitutto, di una prima idea di esercito europeo, essendo internazionale. Per arruolare l’Armata, Napoleone introdusse la leva obbligatoria e, quindi, l’anagrafe civile che la rendeva possibile. Si sviluppa così l’idea di Stato moderno burocratizzato, con un Codice civile che fornirà la base per quello del Regno d’Italia.
            Le campagne di Napoleone tornarono anche ad alimentare la plurisecolare produzione d’armi in Val Trompia, causando le immense fortune di industriali-mercanti.
            La fatalità dell’avanzare di Napoleone in Russia era probabilmente dovuta alla centralità della guerra nella sua politica. Di certo, i suoi piani procedevano per battaglie in campo aperto. Il suo divenne un inseguimento di Kutuzov. Invece di attendere quest’ultimo in campo, Napoleone entrò a Mosca, in una scena che Tolstòj descrisse come tragica. Un appunto scritto proprio dal Corso smentisce il luogo comune dell’inverno inaspettatamente rigido. Napoleone era consapevole d’aver perso in partenza. Anche l’incendio di Mosca fu probabilmente una combinazione di forte vento e grande presenza di materiali infiammabili (legno), più che una macchinazione di Kutuzov. Fu il maresciallo Ney a dire che l’esercito napoleonico fu sconfitto “dal Generale Fame e dal Generale Inverno”: due problemi che, effettivamente, affliggevano i soldati. 
            Il maresciallo Ney è anche un personaggio de “La Certosa di Parma”. Qui, il contino Fabrizio del Dongo partecipa ingenuamente alla battaglia di Waterloo (1815), facendosi raccogliere ubriaco da una gentile cantiniera. Con questo, la conferenza del prof. Montanari si è chiusa all’insegna di un inaspettato sorriso.


Il fascino del Nord alla LUM

Paesaggi romantici per eccellenza, le bellezze della Penisola Scandinava affascinarono anche il poeta Vittorio Alfieri (1749 - 1803). La professoressa Margherita Sommese le ha raccontate alla Libera Università di Manerbio. Questa, il 14 gennaio 2016, nel Teatro Civico “Memo Bortolozzi”, è stata la prima di due conferenze sul “Fascino del Nord”: “Dalle pianure della Danimarca alle alte vette dei fiordi norvegesi”. 

            La Danimarca è una monarchia parlamentare ed è compresa nell’Unione Europea, benché non abbia adottato l’euro. Il suo nome deriva dai Dani, popolazione che si stabilì sulla penisola dello Jutland all’inizio dell’VIII sec. d.C. Essi - ha spiegato la prof.ssa  Sommese - si costituirono in una “marca”, ossia una regione di frontiera: da cui Dani-marca, “la marca dei Dani”. Qui, giunsero anche i Vichinghi, ottimi navigatori che scoprirono l’Islanda e approdarono in Terranova.
            Al 965 d.C. risalgono le pietre di Jelling, con iscrizioni runiche (ovvero, nel peculiare alfabeto scandinavo). Esse attestano la nascita di un regno danese e la sua cristianizzazione sotto il re Aroldo I. Un “unicum” nella storia fu l’Unione di Kalmar. Fondata nel 1389 da Margherita I di Danimarca, comprendeva anche Norvegia e Svezia; ebbe fine nel 1523. Il XVII secolo vedrà poi l’ascesa dell’Impero svedese. 

            Le fotografie della prof.ssa Sommese hanno documentato le colline moreniche della Danimarca e l’amore dei danesi per la bicicletta. Le coste sono caratterizzate da prati con improvvisi strapiombi o da distese di dune. Una grande attrazione turistica è, per l’appunto, il faro insabbiato di Rubjerg Knude.
            Nella Danimarca, seppur con ampie autonomie, sono comprese le Isole Fær Øer e la Groenlandia. Quest’ultima dovrebbe il proprio nome alle coste verdeggianti (in danese, “Grønland” significa “terra verde”). Ma, d’inverno, il terreno è coperto di ghiaccio. La Danimarca è collegata alla Svezia, tramite il ponte  di Øresund.
            A Copenhagen, si celebra il Festival delle Sculture di Sabbia; i Giardini di Tivoli ospitano costruzioni orientaleggianti. La famosa statua della Sirenetta è piuttosto periferica da raggiungere. Decisamente evidente è, invece, il palazzo comunale neogotico, allusione all’identità politica che la città affermò nel Medioevo. Però, numerosi sono anche i palazzi appartenenti alla Corona, non ultima la reggia vera e propria: Amalienborg  Palace. Nel periodo rinascimentale e in quello barocco, lavorarono a Copenhagen maestranze italiane.
            Il viaggio della prof.ssa Sommese si è poi spostato in Norvegia, un’altra monarchia costituzionale. I primi insediamenti sono testimoniati dalle incisioni rupestri di Alta (8000 a.C. ca.). Dai Vichinghi furono fondati i primi regni, unificati dal 972 al 1319. Il re Olav Haraldssön (noto anche come Sant’Olaf  II) introdusse il Cristianesimo. Nel 1319, la figlia del defunto re norvegese Haakon V sposò Magnus IV di Svezia. I due regni divennero uno. Solo nel 1905, essi riconobbero pacificamente la reciproca indipendenza.
Il materiale da costruzione preferito è il legno, perché facilmente reperibile e isolante termico. Il colore delle case è il rosso di minio, che protegge il legno contro gelo e aggressioni saline.
Caratteristicamente norvegesi, come si è detto, sono i fiordi, profonde insenature scavate nelle coste rocciose dai ghiacciai e invase dal mare.        
La principale coltivazione sono le fragole. Vi abbonda anche il salmone, l’alimento più economico disponibile in loco.
            La conferenza della prof.ssa Sommese è infine planata sull’arte e, in particolare, su Edvard Munch (1863 - 1944): pittore dell’ “Urlo” e dell’alienazione cui solo l’Artista, il solitario per eccellenza, sa sottrarsi.

            Il 21 gennaio 2016, il percorso è stato completato da un’altra tappa: la Scozia e le Highlands. 


La via del cuore

È uscita la breve raccolta poetica "La via del cuore", a opera del giornalista e cantante Diego Baruffi. I suoi versi hanno qualcosa delle canzoni pop, la stessa immediatezza di linguaggio e sentimenti. E sono state presentate alla cittadinanza il 23 gennaio 2016, al Politeama di Manerbio. 

            Ad aprire la serata è stata la prima poesia, dedicata all’amore per la moglie Alessandra e il figlioletto Francesco. Dopodiché, Diego Baruffi ha scatenato il suo fiume di musica.
Nel repertorio - per l’occasione - è stato protagonista Massimo Ranieri, con “Vent’anni” (1970), “Erba di casa mia” (1972), “Se bruciasse la città” (1970), “Perdere l’amore” (1988). Altro ospite ideale è stato Adriano Celentano, di cui Baruffi ha reinterpretato brani come “L’emozione non ha voce” (1999) e “Ti avrò” (1978). Un angolo per i Pooh è stato occupato da “Tanta voglia di lei” (1971).
             “L’istrione” (1970) di Charles Aznavour sembrava quasi essere su misura per Diego, l’uomo del palcoscenico. Ma, giustamente, non era da solo. C’era Francesco, il suo bambino di quattro anni, che ha sorpreso il pubblico azzardando “La voce del silenzio” (Tony Del Monaco e Dionne Warwick, 1968). C’era la splendida vocalità di Manuela Bonazza, che ha accompagnato Baruffi in “Grazie perché” (Gianni Morandi e Amii Stewart, 1980), “Naracauli” (I Nomadi, 1978), “Così ti amo” (I Califfi, 1968), “Se bruciasse la città” (Massimo Ranieri, 1970) e, ovviamente, “Vivo per lei” (Andrea Bocelli e Giorgia, 1995): l’inno di chi condivide la passione per la musica.
            La voce di Manuela ha risaltato da solista in “Se telefonando” (Mina, 1966), “Halleluja” (Leonard Cohen, 1984), “Sei bellissima” (Loredana Bertè, 1975), “Pazza idea” (Patty Pravo, 1973) e “Maledetta primavera” (Loretta Goggi, 1981). La sua partecipazione allo spettacolo è stata l’occasione, per Diego, di ricordare l’amico Giancarlo, che gliela presentò. 

            Omaggi al jazz d’annata sono stati eseguiti da un trio giovanile, formato da Gabriele Guerreschi, Carlo Cherubini e Ilaria Tengatini. Non poteva mancare il tenore di Manerbio, Nicola Bonini, per l’occasione in salsa profana. Ha regalato al pubblico una fresca versione di “My way” di Frank Sinatra (1968). Giusto per ricordare la sua propensione al canto liturgico, il programma dello spettacolo prevedeva per lui anche “Amazing Grace”, canto di conversione di un negriero del XVIII secolo. 

Bonini, saggiamente, aveva esortato Baruffi a non trascurare il suo consueto repertorio Nomadi-centrico. Perciò, i due hanno eseguito insieme “Io voglio vivere” (I Nomadi, 2003). Si è poi aggiunta Manuela, per rievocare i Ricchi e Poveri con “La prima cosa bella” (1970).
I versi de “La via del cuore”, invece, sono stati affidati alla voce di Erica Gazzoldi. Della silloge, oltre alla poesia iniziale, ha interpretato “Dolce dea” e “Poesia d’amore”. Sono seguiti componimenti di lei, tratti dalla sua recente raccolta “La biblioteca di Belisa” (Villasanta 2015, Limina Mentis). Intervistata da Baruffi, l’autrice ha ricordato che poesia e giornalismo sono uniti dalla forte passione per la realtà.
Più lungo e appassionante è stato il colloquio con Giorgio Baietti, autore ligure esperto di esoterismo. La sua conoscenza dei simboli rappresentati in chiese affascinanti ha fruttato il suo ultimo romanzo, "Buio come il vetro" (Bologna 2015, Minerva). Massimiliano Magli, autore dell’introduzione a “La via del cuore”, ha parlato dei difficili rapporti tra finanziamento e verità nel giornalismo. Con la giovane Denise Gottani, i presenti sono entrati nel mondo di una curiosa professione: il personal chef, che cucina a domicilio piatti personalizzati.
I momenti della serata sono stati immortalati dalla fotocamera di Jessica Antonini. È stato smentito Celentano: talvolta, l’emozione ha voce. Quella di Diego Baruffi e dei suoi amici.




Pubblicato su Paese Mio Manerbio, N. 105, febbraio 2016, p. 8.


Nello scrigno della creazione

Ha un profumo raffinato e greve, all’ingresso, il laboratorio di Gian Maria Donini. Insieme alla fragranza per l’ambiente, anche l’arredamento dell’anticamera parla di una persona fantasiosa e creativa - in particolar modo, i dipinti riferiti all’India. 
Donini ha imparato da autodidatta a lavorare i metalli. Si definisce “orafo-artefice”, come informa la voce a lui dedicata nel “Dizionario del gioiello italiano del XIX e XX secolo”, a cura di Lia Lenti e Maria Cristina Bergesio (edito da Umberto Allemandi & C.). “Ideare, disegnare e realizzare gioielli è la sua ragione di vita, perché è così che Gian Maria Donini comunica con il mondo”, informa la stessa fonte. Il suo laboratorio è colmo di riproduzioni di gioielli antichi e di lussureggianti, immaginose creazioni, ispirate alla natura e alle fiabe. L’orafo si ispira anche a Fulco di Verdura (1899 - 1978), noto per l’amicizia con Coco Chanel e per la collaborazione alle scenografie de “Il Gattopardo” di L. Visconti.
L' "uovo cosmico"
            Il pezzo più curioso è un uovo di struzzo con decorazioni in argento. La materia prima fu donata da un eccentrico e facoltoso russo, che avrebbe voluto rievocare la tradizione delle uova Fabergé - facendo riempire il guscio di figurine metalliche ispirate al Kamasutra. Donini rinunciò all’impresa, forse anche per non snaturare un tratto della sensibilità indiana. Una nuova (e più gloriosa) destinazione fu suggerita per l’uovo da Ornella Casazza: il Museo degli Argenti di Palazzo Pitti a Firenze, che lei diresse dal 2004 al 2010. Sarà invece destinato a un collezionista manerbiese. A Palazzo Pitti, del resto, è già custodito un anello di Donini, intitolato “Alchemico piacere” (2005).
            La base dell’uovo raffigura donne-pesce, rappresentanti l’umanità primordiale. Le gemme colorate sono gli attaccamenti e l’ignoranza che distolgono l’uomo dall’originaria capacità di amare. Sulla cima dell’uovo, un uomo regge una donna morente. Lui volge lo sguardo oltre il Tutto, per cercare una possibilità di redenzione. I capelli di lei rispondono, ricreando il mondo e facendo ricominciare la vita.
Orecchino con la raffigurazione di Eva.
            I committenti di Donini, oltre a collezionisti privati e a musei, sono archeologi e rievocatori. La figura della donna-pesce ricorre nella sua produzione, come nei bassorilievi delle chiese romaniche. Ha raffigurato anche la biblica Eva, in un paio d’orecchini dalla storia commovente: il suo nipotino lo “sfidò” a trarre capolavori da un’umile conchiglia bivalve, per provare che “a fare un gioiello, basta il desiderio di creare”. 
            Un anello con turchese persiano e diamanti raffigura invece il principe-rospo che si contempla stupito nell’acqua, dopo la trasformazione in anfibio: un omaggio quasi ovidiano al tema della metamorfosi. Per il concorso “Il preziosismo pittorico di Gustav Klimt”, organizzato dall’Università e Nobil Collegio degli Orefici Gioiellieri Argentieri dell'Alma Città di Roma (2013), Donini ha ideato un anello con una “moonstone brown”. La caratteristica di questa pietra è un gatteggiamento, un riflesso luminoso che sembra una fenditura. Perciò, la “moonstone brown” , in passato, fu demonizzata, in quanto simile ai genitali femminili (causa di lussuria!). Insieme ai rubini (= passione e radicamento nella materia), vuol significare la sessualità inibita di Klimt.
           
L'anello del Principe Ranocchio.
Una perla australiana (una “barocca”) orna invece l’anello “Enigma”, terzo classificato al Tahitian Pearl Trophy (2005-2006). Nel 2000, insieme al Museo per l’Oreficeria Contemporanea di Sartirana Lomellina (PV), Donini aveva partecipato a una mostra itinerante fra Museo del Bardo (Tunisi), Museo del Cairo e Museo di Cipro.
            Gli impegni internazionali, però, non l’hanno distolto dal riprodurre gioielli celtici, tipici dell’area bresciana. E monili romani, e japodici - dalla cultura japodica della Croazia, affine a quella picena. Ciascuna creazione nasce da un modello in cera. E ognuna di esse - si può dire - è una storia d’amore.


Pubblicato su Paese Mio Manerbio, N. 105, febbraio 2016, p. 8.

La Bella, la Bestia e il dottor Balanzone

Il tempo piovoso ha fatto sfumare l’abituale Carnevale festeggiato in piazza, davanti al Municipio. Ma non ha potuto (per fortuna) cancellare il grazioso spettacolo preannunciato al Politeama per il 9 febbraio 2016. L’organizzazione era ad opera dell’Oratorio “S. Filippo Neri”, del Comune di Manerbio e dell’Associazione Amici della Biblioteca. Il soggetto era “La Bella e la Bestia”, inscenato dalla compagnia “Il Nodo Teatro”. 

            Bella è l’ultima delle proprie sorelle a essere rimasta in casa del padre; ancora giovane, ai potenziali mariti preferisce i libri di botanica. Ha già coltivato ogni sorta di fiori e, ora, gliene rimane uno solo da desiderare: “la rosa nera, che cresce nel Paese degli Urogalli”. Per il padre, ex-mercante in preda alla noia, è un’occasione per cercare nuove avventure. Peccato che l’età si faccia sentire e che, anziché nel Paese degli Urogalli, approdi proprio dietro casa, dove abita il dottor Miracolo: l’insegnante di botanica di Bella, che cerca di fornire surrogati della rarissima pianta. Ma la testarda fanciulla insiste e il padre, disperato, arriva davvero a destinazione. In un castello favoloso, trova un banchetto ad attenderlo e… persino la rosa nera, che parrebbe “un dono della natura apposta per sua figlia”.
            Invece, l’ex-mercante arrugginito si trova nel giardino di proprietà della Bestia, che non ha altra compagnia oltre ai propri fiori. Nel Paese degli Urogalli, la violazione della proprietà privata costa cara: l’inconsapevole ladro dovrà marcire in una torre.
            Nel frattempo, Bella, da un incrocio di piante, ha ottenuto una splendida violacciocca striata azzurra. Ma un passerotto l’avverte del destino a cui le sue pretese hanno condannato il padre. In preda ai primi sensi di colpa della propria vita, la ragazza parte, sperando di riscattare il prigioniero in cambio della violacciocca. Il fiore attrae davvero la Bestia, mentre Bella è nascosta per paura. Un rumore la tradisce e il dialogo con lo spaventoso padrone di casa è inevitabile. La sincerità e la cordialità di lei sembrano far breccia in quell’animo coriaceo. Ma, non appena viene a sapere che Bella è la figlia del ladro, la Bestia la spedisce a condividere lo stesso destino.
            Ancora una volta, la comunicativa della fanciulla risolve la situazione. Bella convince il carceriere dell’innocenza del padre… che, in fondo, ha solo commesso lo stesso errore in cui è caduta la Bestia, prendendosi la preziosa violacciocca striata azzurra. Il mostro comprende il proprio eccesso d’ira; libera i prigionieri e regala loro l’agognata rosa nera. Bella, gratissima, ricambia col fiore portato da lei. Quella gratuita gentilezza fa cadere l’aspetto bestiale del castellano e lo rivela per quello che è: un bel principe.
All’uscita, gli spettatori sono stati congedati con sacchetti di lattughe distribuiti gratuitamente. (Non è Carnevale senza abbuffarsi…).
           
Alla tradizione ha voluto allinearsi anche il farmacista Matteo Priori, che si è trasformato nel dottor Balanzone. Il titolare è stato brillantemente sostituito da una collaboratrice travestita (il grosso cartellino sul camice fugava ogni ragionevole dubbio sull’identità di quel “dottor Priori”). Il quadro è stato completato da una dottoressa tramutata in Colombina (a Carnevale, anche alle laureate è consentito essere graziose illetterate). Con poco, è stato così garantito un sorriso anche ai pazienti che entravano in farmacia. Il riso, si sa, è la miglior medicina.

Pubblicato su Paese Mio Manerbio, N. 105, febbraio 2016, p. 8.

Ecce homo

Un binario di ferrovia. Fra le traversine, enormi volti umani: bambini, donne, guance barbute, per finire con un feto. E uno specchio che perpetua quel cammino fatale.
            Questo era “Ecce homo”, l’installazione artistica esposta sotto il portico del Municipio dal 24 al 31 gennaio 2016. È stata realizzata in occasione della Giornata della Memoria, dagli artisti bresciani Luciano Baiguera e Cristina Brognoli. La didascalia che accoglieva i visitatori informava che si trattava del secondo anno consecutivo che i suddetti esponevano il proprio lavoro a Manerbio, in collaborazione con l’ANPI e col patrocinio del Comune. 

            La descrizione di una composizione tanto insolita così era riassunta: “Volti calpestati composti in una sorta di linea ferroviaria a simboleggiare il viaggio senza ritorno di un intero popolo. Non è il visitatore che va all’opera ma l’opera che entra nel quotidiano.”
Pochi versi lapidari corredavano l’installazione: “VOLTI SEPOLTI IN UN VIAGGIO/AFFIORANO TRA LE CENERI FUTURE/DEI PROPRI CORPI,/RISPECCHIANDO I NOSTRI SGUARDI/CHE ATTONITI/GUARDANO L’UOMO:/ECCE HOMO”.
            I visi sconosciuti che rispondevano allo spettatore erano eterei come fantasmi, tracciati e ombreggiati in un inchiostro che imitava il tratto del carboncino. Erano schizzi, larve - come i ricordi - eppure, proprio come loro, vivissimi. Vivissimi come ogni cosa che provochi emozioni.
            Pochi materiali e nessun fronzolo, per rendere l’idea di quei treni che portavano i prigionieri nei lager. La tecnica con cui erano stati eseguiti faceva pensare a disegni composti di fretta, su un taccuino, come se gli artisti fossero testimoni oculari che hanno catturato quanto vedevano. Una fantasia ancor più accesa avrebbe potuto vedere, in quelle tele, un sudario. O una Sindone.

Pubblicato su Paese Mio Manerbio, N. 105, febbraio 2016, p. 6.

mercoledì 10 febbraio 2016

Invidia e pregiudizio

Le croste delle pizze si accumulano lentamente al bordo dei piatti - tre, uno per ciascuno dei commensali a quella piccola tavola. Una coppia di sessantenni e una ragazza che ha poco più di vent’anni. La televisione è accesa, nella pizzeria-ristorante; i camerieri vanno e vengono dall’altra sala, dove è allestito il buffet d’antipasti.
            «Dunque, non vai più a leggere il Vangelo in chiesa?» domanda la signora alla ragazza.
L’altra sorride: «Veramente, è sempre il sacerdote a leggere il Vangelo. Agli altri toccano le letture, il salmo e la preghiera dei fedeli». Pausa. «Comunque, no. Ovviamente». O si è credenti, o non lo si è. A questo si riferisce l’ “ovvietà”.
            «Sei scomunicata?» aggiunge la donna - ma con una mezza risata, stavolta. La giovane, però, non ride affatto. «Chi nega la fede in Dio è fuori dalla comunione cattolica» conferma. Altra ovvietà.
«Questo ti ha creato problemi con la tua famiglia?» prosegue l’altra, stavolta seria.
            «All’inizio, sì. I miei genitori non capivano cosa mi stesse succedendo… Poi, se ne sono fatti una ragione. Ai nonni non ho bisogno di dirlo, perché non vivo con loro, quindi la cosa non li riguarda più di tanto». La ragazza sottolinea con forza l’ultimo concetto. Del resto, ha trascorso l’ultimo anno a ribadire il confine tra i cavoli altrui e i propri - spesso, non a causa dei parenti.
            «Buffo, però, sentire gente dire che “la religione è una libera scelta”, quando l’ambiente familiare è così influente in materia» chiosa, in conclusione.
            La signora annuisce: «Adesso, magari, le cose sono un po’ cambiate… Ma quarant’anni fa… Molta gente che non era credente faceva battezzare e cresimare i figli solo perché nessuno avesse niente da dire. Io e mio marito, per coerenza, non l’abbiamo fatto. Siamo stati criticati da tutti per questo».
            La ragazza, dentro di sé, ricorda i tempi in cui lei era cattolicissima. E ricorda anche di non essersi mai sentita offesa dal fatto che qualcuno non si sposasse in chiesa o non facesse battezzare i figli. Se il rifiuto dei sacramenti viene dalla coerenza, vuol dire che queste persone hanno compreso la serietà e l’impegno che essi richiedono, pensava nella testolina adolescente. Questo mi lusinga come credente, non mi offende.
            «Io e mio marito siamo stati fra i primi a praticare yoga, nel nostro paese» prosegue l’altra. «Sai cosa si diceva in giro? Ooooh, quelli là fanno le orge, in casa… tutti nudi…!» Abbassa lo sguardo sul grande piatto di ceramica bianca. «Ciò che fa male è la cattiveria dell’invenzione. Perché noi… sì, saremo stati un po’ originali… lui coi capelli lunghi, io che giravo scalza… Ma non facevamo del male a nessuno.».
            «Era invidia» aggiunge il marito. «Invidia verso chi fa la vita che tu non hai mai osato…»
Coi rossi, non sembra essere andata meglio. «Non hai idea di quante volte ci siamo sentiti bistrattare da quelli di sinistra…» sbuffa la donna «…perché non facevamo politica. Noi, la politica, la facevamo con la nostra vita di tutti i giorni. D’altronde…» prosegue, con un velo di delizioso sarcasmo «i “comunisti” di oggi sono antifascisti, antireligiosi, antirazzisti, anti-tutto… ma non sento nemmeno uno dire “anticapitalista”».
            La ragazza, veramente, ricorda che questa parola non era poi così passata di moda, nei collettivi universitari. «Appunto. Erano giovani studenti, però» precisa la sessantenne. «I contestatori di un tempo, in buona parte, nel sistema si sono inseriti benissimo». Forse, qui, c’è anche l’amarezza dei piccoli esercenti costantemente minacciati dallo squalo del grande capitale. Non è antisessantottismo vero e proprio. «Io posso capire perché gli studenti, nel Sessantotto, diventassero anche aggressivi… Quando si è giovani e ci si vedono chiudere in faccia tutte le altre vie di dialogo, non si può fare diversamente» sospira ancora la donna.
            “Invidia”. Questa parola rimane a ronzare nella testa della ragazza. Chissà che, davvero, non sia questo il vero nome del pregiudizio.


Pubblicato su Uqbar Love, N. 170 (11 febbraio 2016), p. 3.