sabato 30 gennaio 2016

La vergine di ferro - III, 9

Parte III: Il filo di Arianna



9.

Nilde levò gli occhi verso le bifore che si aprivano come pupille di gatto, nell’arenaria di S. Michele Maggiore. Il pomeriggio inoltrato ammantava la chiesa romanica d’un alone sonnolento. La ragazza strinse a sé, sotto il soprabito scuro, la katana che non aveva lasciato neppure nella bara. Inspirò a fondo e varcò il portone dell’edificio. 

            Nonostante mancasse mezz’ora alla consueta Messa feriale, la chiesa era deserta. La ragazza udì, dietro di sé, che gli ingressi venivano chiusi. Benedisse la connivenza di don Raffaele.
            Vide subito quella figura d’uomo maturo, dalle sopracciglia fosche, che si levava nel mezzo della navata, vestito d’un soprabito simile a quello di lei. Si trovava proprio sopra i cinque dischi di marmo che, secondo la leggenda, contrassegnavano il luogo delle incoronazioni degli aspiranti re d’Italia con la Corona Ferrea.
            «Per una volta, arriva Arianna al posto di Teseo» commentò amabilmente l’uomo. «Ecco, vedi: il tuo filo ci ha portati nel cuore del Labirinto.»
Nilde gli rispose con un ghigno. «Speravo che il mio stratagemma funzionasse meglio. Ma avrei dovuto capire che avresti mangiato la foglia. Ad ogni modo, siamo qui».
            Ario sospirò. «Lo zio prete di Amedeo scrive bene, devo dire. La sua lettera mi ha fatto piacere, anche se sapevo che c’era il tuo zampino. Del resto, il cognome del parroco di San Michele Maggiore è identico a quello del tuo amico… Non ci vuole una mente eccelsa per fare due più due».
            La ragazza si rabbuiò. «A ogni modo, cos’hai fatto di Amedeo?»
«Lo saprai immancabilmente».
«Hai accarezzato la testa anche a lui?»
Ario scosse il capo. «Lui non è un nipote testardo, ingrato e superbo come te. Mi ha messo i bastoni fra le ruote, ma l’ha fatto per amicizia verso di te… o per qualcosa di più, a ogni modo. Non sono così invadente, circa i tuoi sentimenti». Una luce maliziosa brillò nei suoi occhi infossati.
            «Sto ancora cercando di capire la morale della storia, però».
«Tu hai ascoltato la Valchiria di Richard Wagner. E il tuo nome non è che l’abbreviazione di “Brunilde”, l’italianizzazione del nome della protagonista. Se ricorderai la fine che fa quella gentile donzella nella vicenda… avrai capito il parallelismo».
            Nilde fece una smorfia. «E, così, tu saresti il sommo dio che punisce la figlia ribelle? Ti sapevo megalomane, zio, ma non finisci di stupirmi».
Sulle labbra di Ario, vagò un sorriso sicuro. Poi, si scostò un lembo del soprabito. Anche lui nascondeva una katana al fianco.
«Attraversare la morte è l’unico modo in cui i ragazzi immaturi e superbi come te possono cominciare a crescere, Nilde mia».
«Infatti, non sono più una bambina, ora» rispose lei, in tono di sfida. Sguainò la katana. «Ho saputo che mi avevi preparato un posto nella nostra tomba di famiglia. Un pensiero delizioso, caro zio. Lo ricambierò».
Ario sospirò: «Lo farai, un giorno. Ma aspetta almeno di imparare a usarla, quella benedetta spada».

[Continua]

Pubblicato su Uqbar Love, N. 168 (28 gennaio 2016), p. 35.

giovedì 28 gennaio 2016

Dignità

“Appena appena un po’ di convenzionalismo «sessantottesco» o di ortodossia comunista, impedirebbe a un giovane di capire che il modo di essere degli italiani di allora non era condannabile o indegno perché non rivoluzionario, o perché addirittura passivo. Ci sono intere epoche, anzi millenni, della storia umana, in cui il popolo è stato così. Ma la dignità dell’uomo non è, per questo, inferiore. Non esistono uomini «subumani». Gli uomini trovano sempre il modo di «adempiersi». E ciò non lo dico sotto il segno di nessuno spiritualismo, ma sotto il segno di una concretezza razionale, anche se fondata sul sentimento. È astratto, disumano e stupido, invece, chi pronuncia facili condanne contro interi periodi della storia umana in cui il «popolo» ha risposto alla sottomissione con la rassegnazione. Il momento dello spirito di tale popolo che fosse potenzialmente rivoluzionario trovava sempre il modo di esprimersi altrimenti: magari proprio attraverso la rassegnazione e, soprattutto, attraverso la totale estraneità alla cultura della classe dominante. Nel momento in cui, sotto il fascismo, il popolo, pur obbedendo meccanicamente a certe imposizioni «armate», si manteneva, in realtà, perfettamente (fisicamente, esistenzialmente) estraneo alla cultura del potere, esso, sia pure in modo inconsapevole, riaffermava la propria dignità.”

PIER PAOLO PASOLINI


Da: Ebreo-tedesco, «Tempo», 1 febbraio 1974.

Il genocidio


“Vorrete scusare qualche mia imprecisione o incertezza terminologica. La materia - si è premesso - non è letteraria, e disgrazia o fortuna vuole che io sia un letterato, e che perciò non possegga soprattutto linguisticamente i termini per trattarla. E ancora una premessa: ciò che dirò non è frutto di un’esperienza politica nel senso specifico, e per così dire professionale della parola, ma di un’esperienza che direi quasi esistenziale. 

            Dirò subito, e l’avrete già intuito, che la mia tesi è molto più pessimistica, più acremente e dolorosamente critica di quella di Napolitano. Essa ha come tema conduttore il genocidio: ritengo cioè che la distruzione e sostituzione di valori nella società italiana di oggi porti, anche senza carneficine e fucilazioni di massa, alla soppressione di larghe zone della società stessa. Non è del resto un’affermazione totalmente eretica o eterodossa. C’è già nel Manifesto di Marx un passo che descrive con chiarezza e precisione estreme il genocidio ad opera della borghesia nei riguardi di determinati strati delle classi dominate, soprattutto non operai, ma sottoproletari o certe popolazioni coloniali.
            Oggi l’Italia sta vivendo in maniera drammatica per la prima volta questo fenomeno: larghi strati, che erano rimasti per così dire fuori della storia - la storia del dominio borghese e della rivoluzione borghese - hanno subìto questo genocidio, ossia questa assimilazione al modo e alla qualità di vita della borghesia.
            Come avviene questa sostituzione di valori? Io sostengo che oggi essa avviene clandestinamente, attraverso una sorta di persuasione occulta. Mentre ai tempi di Marx era ancora la violenza esplicita, aperta, la conquista coloniale, l’imposizione violenta, oggi i modi sono molto più sottili, abili e complessi, il processo è molto più tecnicamente maturo e profondo. I nuovi valori vengono sostituiti a quelli antichi di soppiatto, forse non occorre nemmeno dichiararlo dato che i grandi discorsi ideologici sono pressoché sconosciuti alle masse (la televisione, per fare un esempio su cui tornerò, non ha certo diffuso il discorso di Cefis agli allievi dell’Accademia di Modena).
            Mi spiegherò meglio tornando al mio solito modo di parlare, cioè quello del letterato. In questi giorni sto scrivendo il passo di una mia opera in cui affronto questo tema in modo appunto immaginoso, metaforico: immagino una specie di discesa agli inferi, dove il protagonista, per fare esperienza del genocidio di cui parlavo, percorre la strada principale di una borgata di una grande città meridionale, probabilmente Roma, e gli appare una serie di visioni ciascuna delle quali corrisponde a una delle strade trasversali che sboccano su quella centrale. Ognuna di esse è una specie di bolgia, di girone infernale della Divina Commedia: all’imbocco c’è un determinato modello di vita messo lì di soppiatto dal potere, al quale soprattutto i giovani, e più ancora i ragazzi, che vivono nella strada, si adeguano rapidamente. Essi hanno perduto il loro antico modello di vita, quello che realizzavano vivendo e di cui in qualche modo erano contenti e persino fieri anche se implicava tutte le miserie e i lati negativi che c’erano ed erano - sono d’accordo - quelli qui elencati da Napolitano: e adesso cercano di imitare il modello nuovo messo lì dalla classe dominante di nascosto. Naturalmente, io elenco tutta una serie di modelli di comportamento, una quindicina, corrispondenti a dieci gironi e cinque bolgie. Accennerò, per brevità, solo a tre; ma premetto ancora che la mia è una città del centro-sud, e il discorso vale solo relativamente per la gente che vive a Milano, a Torino, a Bologna ecc.
            Per esempio, c’è il modello che presiede a un certo edonismo interclassista, il quale impone ai giovani che incoscientemente lo imitano, di adeguarsi nel comportamento, nel vestire, nelle scarpe, nel modo di pettinarsi o di sorridere, nell’agire o nel gestire a ciò che vedono nella pubblicità dei grandi prodotti industriali: pubblicità che si riferisce, quasi razzisticamente, al modo di vita piccolo-borghese.
I risultati sono evidentemente penosi, perché un giovane povero di Roma non è ancora in grado di realizzare questi modelli, e ciò crea in lui ansie e frustrazioni che lo portano alle soglie della nevrosi. Oppure, c’è il modello della falsa tolleranza, della permissività. Nelle grandi città e nelle campagne del centro-sud vigeva ancora un certo tipo di morale popolare, piuttosto libero, certo, ma con tabù che erano suoi e non della borghesia, non l’ipocrisia, ad esempio, ma semplicemente una sorta di codice a cui tutto il popolo si atteneva. A un certo punto il potere ha avuto bisogno di un tipo diverso di suddito, che fosse prima di tutto un consumatore, e non era un consumatore perfetto se non gli si concedeva una certa permissività in campo sessuale. Ma anche a questo modello il giovane dell’Italia arretrata cerca di adeguarsi in modo goffo, disperato e sempre nevrotizzante. O infine un terzo modello, quello che io chiamo dell’afasia, della perdita della capacità linguistica. Tutta l’Italia centro-meridionale aveva proprie tradizioni regionali, o cittadine, di una lingua viva, di un dialetto che era rigenerato da continue invenzioni, e all’interno di questo dialetto, di gerghi ricchi di invenzioni quasi poetiche: a cui contribuivano tutti, giorno per giorno, ogni serata nasceva una battuta nuova, una spiritosaggine, una parola imprevista; c’era una meravigliosa vitalità linguistica. Il modello messo ora lì dalla classe dominante li ha bloccati linguisticamente: a Roma, per esempio, non si è più capaci di inventare, si è caduti in una specie di nevrosi afasica; o si parla una lingua finta, che non conosce difficoltà e resistenze, come se tutto fosse facilmente parlabile - ci si esprime come nei libri stampati - oppure si arriva addirittura alla vera e propria afasia nel senso clinico della parola, si è incapaci di inventare metafore e movimenti linguistici reali, quasi si mugola, o ci si danno spintoni, o si sghignazza senza saper dire altro.
            Questo solo per dare un breve riassunto della mia visione infernale, che purtroppo io vivo esistenzialmente. Perché questa tragedia in almeno due terzi d’Italia? Perché questo genocidio dovuto all’acculturazione imposta subdolamente dalle classi dominanti? Ma perché la classe dominante ha scisso nettamente «progresso» e «sviluppo». Si può concepire uno sviluppo senza progresso, cosa mostruosa che è quella che viviamo in circa due terzi d’Italia; ma in fondo si può concepire anche un progresso senza sviluppo, come accadrebbe se in certe zone contadine si applicassero nuovi modi di vita culturale e civile anche senza, o con un minimo di sviluppo materiale. Quello che occorre - ed è qui a mio parere il ruolo del partito comunista e degli intellettuali progressisti - è prendere coscienza di questa dissociazione atroce e renderne coscienti le masse popolari perché appunto essa scompaia, e sviluppo e progresso coincidano.
            Qual è invece lo sviluppo che questo potere vuole? Se volete capirlo meglio, leggete quel discorso di Cefis agli allievi di Modena che citavo prima, e vi troverete una nozione di sviluppo come potere multinazionale - o transnazionale come dicono i sociologhi - fondato fra l’altro su un esercito non più nazionale, tecnologicamente avanzatissimo, ma estraneo alla realtà del proprio paese. Tutto questo dà un colpo di spugna al fascismo tradizionale, che si fondava sul nazionalismo o sul clericalismo, vecchi ideali, naturalmente falsi; ma in realtà si sta assestando una forma di fascismo completamente nuova e ancora più pericolosa. Mi spiego meglio. È in corso nel nostro paese, come ho detto, una sostituzione di valori e di modelli, sulla quale hanno avuto grande peso i mezzi di comunicazione di massa e in primo luogo la televisione. Con questo non sostengo affatto che tali mezzi siano in sé negativi: sono anzi d’accordo che potrebbero costituire un grande strumento di progresso culturale; ma finora sono stati, così come li hanno usati, un mezzo di spaventoso regresso, si sviluppo appunto senza progresso, di genocidio culturale per due terzi almeno degli italiani.
Visti in questa luce, anche i risultati del 12 maggio contengono un elemento di ambiguità. Secondo me ai «no» ha contribuito potentemente anche la televisione, che, ad esempio, in questi vent’anni ha nettamente svalutato ogni contenuto religioso: oh, sì, abbiamo visto spesso il Papa benedire, i cardinali inaugurare, abbiamo visto processioni e funerali, ma erano fatti controproducenti ai fini della coscienza religiosa. Di fatto, avveniva, invece, almeno a livello inconscio, un profondo processo di laicizzazione, che consegnava le masse del centro-sud al potere dei massmedia e attraverso questi all’ideologia reale del potere: all’edonismo del potere consumistico.
            Per questo mi è accaduto di dire - in maniera troppo violenta ed esagitata, forse - che nel «no» vi è una doppia anima: da una parte un progresso reale e cosciente, in cui i comunisti e la sinistra hanno avuto un grande ruolo; dall’altra un progresso falso, per cui l’italiano accetta il divorzio per le esigenze laicizzanti del potere borghese: perché chi accetta il divorzio è un buon consumatore. Ecco perché, per amore di verità e per senso dolorosamente critico, io posso giungere anche a una previsione di tipo apocalittico, ed è questa: se dovesse prevalere, nella massa dei «no», la parte che vi ha avuto il potere, sarebbe la fine della nostra società. Non accadrà, perché appunto in Italia c’è un forte Partito comunista, c’è una intelligenjia abbastanza avanzata e progressista; ma il pericolo c’è. La distruzione di valori in corso non implica una immediata sostituzione di altri valori, col loro bene e il loro male, col necessario miglioramento del tenore di vita e insieme con un reale progresso culturale. C’è, nel mezzo, un momento di imponderabilità, ed è appunto quello che stiamo vivendo; e qui sta il grande, tragico pericolo. Pensate a cosa può significare in queste condizioni una recessione e non potete certo non rabbrividire se vi si affaccia anche per un istante il parallelo - forse arbitrario, forse romanzesco - con la Germania degli anni trenta. Qualche analogia il nostro processo di industrializzazione degli ultimi dieci anni con quello tedesco di allora ce l’ha: fu in tali condizioni che il consumismo aprì la strada, con la recessione del ’20, al nazismo.
            Ecco l’angoscia di un uomo della mia generazione, che ha visto la guerra, i nazisti, le Ss, che ne ha subìto un trauma mai totalmente vinto. Quando vedo intorno a me i giovani che stanno perdendo gli antichi valori popolari e assorbono i nuovi modelli imposti dal capitalismo, rischiando così una forma di disumanità, una forma di atroce afasia, una brutale assenza di capacità critiche, una faziosa passività, ricordo che queste erano appunto le forme tipiche delle Ss: e vedo così stendersi sulle nostre città l’ombra orrenda della croce uncinata. Una visione apocalittica, certamente, la mia. Ma se accanto ad essa e all’angoscia che la produce, non vi fosse in me anche un elemento di ottimismo, il pensiero cioè che esiste la possibilità di lottare contro tutto questo, semplicemente non sarei qui, tra voi, a parlare.”

PIER PAOLO PASOLINI


Da: «Rinascita», 27 settembre 1974

mercoledì 27 gennaio 2016

Brave New World

“Ed ecco, mi cacciavo, di nuovo, fuori, per le strade, osservavo tutto, mi fermavo a ogni nonnulla, riflettevo a lungo su le minime cose; stanco, entravo in un caffè, leggevo qualche giornale, guardavo la gente che entrava e usciva; alla fine, uscivo anch’io. Ma la vita, a considerarla così, da spettatore estraneo, mi pareva ora senza costrutto e senza scopo; mi sentivo sperduto tra quel rimescolìo di gente. E intanto il frastuono, il fermento continuo della città m’intronavano.
           
«O perché gli uomini,» domandavo a me stesso, smaniosamente, «si affannano così a rendere man mano più complicato il congegno della loro vita? Perché tutto questo stordimento di macchine? E che farà l’uomo quando le macchine faranno tutto? Si accorgerà allora che il così detto progresso non ha nulla a che fare con la felicità? Di tutte le invenzioni, con cui la scienza crede onestamente d’arricchire l’umanità (e la impoverisce, perché costano tanto care), che gioja in fondo proviamo noi, anche ammirandole?»
            In un tram elettrico, il giorno avanti, m’ero imbattuto in un pover’uomo, di quelli che non possono fare a meno di comunicare a gli altri tutto ciò che passa loro per la mente.
            –Che bella invenzione!– mi aveva detto. –Con due soldini, in pochi minuti, mi giro mezza Milano.
            Vedeva soltanto i due soldini della corsa, quel pover’uomo, e non pensava che il suo stipendiuccio se n’andava tutto quanto e non gli bastava per vivere intronato di quella vita fragorosa, col tram elettrico, con la luce elettrica, ecc. ecc.
            Eppure la scienza, pensavo, ha l’illusione di render più facile e più comoda l’esistenza! Ma, anche ammettendo che la renda veramente più facile, con tutte le sue macchine così difficili e complicate, domando io: «E qual peggior servizio a chi sia condannato a una briga vana, che rendergliela facile e quasi meccanica?»”

LUIGI PIRANDELLO (1904)


Da: Il fu Mattia Pascal, Torino 1993, Einaudi, pp. 124-125.

lunedì 25 gennaio 2016

L'arte nel presepio

Il nome di Angelo Bertelli, a Manerbio, è legato ai meravigliosi presepi che espone ogni anno, nel periodo natalizio. Una passione nata come passatempo ingenuo, un gioco coi nipoti. Poi, è diventata un’arte da offrire alla cittadinanza. 
            Per anni, la collocazione dei piccoli capolavori è stata una casa privata vicino alla chiesa di S. Faustino in Breda. Dal 2014, essa si è spostata nel cortile del circolo ACLI.
Ogni anno, la Natività riceveva una collocazione diversa: l’Eremo delle Carceri ad Assisi, Matera, Timor Est, il castello di Padernello, le santelle manerbiesi, il borgo di Malvisi (Piacenza), per dirne alcune.
            Nel 2015, l’arte si è sposata all’arte. Negli edifici in miniatura di una Betlemme fantastica, hanno fatto bella mostra di sé riproduzioni di dipinti pregiati.
In una bettola, fra orci di vino, siedono “I bari” (1594) del Caravaggio: una partita a carte poco pulita, che occhieggia al mondo “umano, troppo umano” che fa da teatro alla storia sacra cristiana.
            Il castello di Erode colpisce per le dimensioni e l’accuratezza: struttura a due piani, coronata da una torretta merlata. La politica filoromana del sovrano è sapientemente simboleggiata dai bassorilievi e dalle statue di Ottaviano Augusto in miniatura, che decorano la fortezza. Dal vasto ingresso, è visibile il “Viaggio dei tre Magi a Betlemme” (1633-1640 circa) di Leonard Bramer, o “Leonardo delle notti”. Il pregio del dipinto, infatti, è dato dal sapiente gioco di luci e ombre con cui è rappresentata la tarda ora. Probabilmente, la collocazione scelta da Bertelli è legata all’episodio evangelico in cui i Magi domandano a Erode indicazioni sul luogo di nascita del Messia (Mt 2, 1 ss.).
            Si torna in quel di Brescia, con “I calzolai” (1724 circa) di Giacomo Ceruti, custodito presso la pinacoteca Tosio Martinengo e posto nel presepio ad animare una bottega. Dello stesso artista sono i “Tre mendicanti” (1736): un altro soggetto tipico della “pittura di genere” e fra i tanti che fruttarono al Ceruti il soprannome di “Pitocchetto” ( = pittore dei “pitocchi”, dei poverelli). Sempre sue sono le “Donne che lavorano” (1720-1725 circa), insieme al “Portarolo seduto con cesta di uova e pollame” (1730-1740 circa): figura intensa di giovinetto, il cui sguardo coinvolge lo spettatore. Tutte opere tipiche del gusto sei-settecentesco per la rappresentazione del quotidiano e del popolaresco, che si sposano bene con la tendenza del presepio a riempirsi di figurine campestri e paesane. 

            Nella capanna, naturalmente, è presente una Natività, anzi, un’ “Adorazione dei pastori” (1540 circa): opera del bresciano Giovanni Gerolamo Savoldo. Fu un pittore di “notturni” che, probabilmente, ispirò il Caravaggio. Anche questa scena natalizia fa parte della serie; essa appartiene al suo ultimo periodo, in cui i colori del pittore si intensificarono e si incupirono. Il realismo, le fisionomie rustiche e l’atteggiamento disinvolto dei pastori sono probabilmente gli elementi che hanno portato Bertelli a scegliere questa rappresentazione della Natività, in accordo col resto del microcosmo tappezzato di muschio.

Pubblicato su Paese Mio Manerbio, N. 104 (gennaio 2016), p.17.


L'Epifania in piazza

Un appuntamento ormai consueto, per i manerbiesi, è l’arrivo dei Magi in Piazza Italia. Il teatro è la capanna a grandezza naturale che ospita una Natività: frutto dell’iniziativa di Lino Filippini, di concerto con l’oratorio “S. Filippo Neri” e il Comune. Opera sua è anche la “sacra rappresentazione” del 6 gennaio. Nel 2016, i figuranti travestiti da Magi – fra i quali, lo stesso Lino – sono stati accompagnati da pastori, soldati romani, verissimi pony e da ragazzi della Civica Associazione Musicale Santa Cecilia lungo via XX Settembre – Scià ólt, per i manerbiesi veraci. 

            Quest’anno, gli alberi di Piazza Italia hanno ospitato le bandiere delle nazionalità rappresentate a Manerbio, in ossequio all’universalismo tipico dell’Epifania. Ne erano presenti quasi una quarantina («Ma l’elenco andrebbe aggiornato» ha precisato Filippini). Per essere sicuri di non scontentare nessun Paese, è stato posto anche lo stendardo della Giornata Mondiale della Gioventù 2000.
All’ingresso della scena, un immagine posta in alto menzionava il corrente Giubileo della Misericordia.
Per restare in tema, si è svolta la premiazione del consueto concorso per foto di presepi domestici, sempre a cura dell’organizzatore.
            Insieme a oro, incenso e mirra – finti, va da sé – davanti alla capanna, sono stati depositati autentici generi alimentari, capi d’abbigliamento e giocattoli, destinati alla beneficenza parrocchiale. L’arciprete don Tino Clementi ha diretto i fedeli nelle preghiere, durante la sacra rappresentazione. Per l’occasione, non solo i Magi, ma anche la Sacra Famiglia era vivissima, compreso un attore decisamente novello: un Gesù Bambino di due mesi. I bambini – e gli adulti che li accompagnavano – hanno fatto a gara a salutare il grazioso piccino, beatamente (è il caso di dirlo) addormentato in braccio alla Madonna. 

            Nel frattempo, gli Alpini hanno rifocillato i presenti con vin brulé, panettone e pandoro. Non saranno stati i tre doni dei Magi, ma – nel gennaio pungente – erano sicuramente offerte preziose.

Pubblicato su Paese Mio Manerbio, N. 104 (gennaio 2016), p. 14.

Note di Natale

Nel 2015, il tradizionale concerto natalizio di Manerbio ha avuto qualche sapore in più. La parrocchia “S. Lorenzo Martire” ha voluto dedicarlo al trecentesimo compleanno della pieve e al Giubileo Straordinario della Misericordia. 

            Il 13 dicembre 2015, si sono ritrovati nella chiesa parrocchiale due cori: la Schola Cantorum “Santa Cecilia”, diretta da Virginio Mariotti, e il “Gaudium Cantandi”, diretto da Paolo Filippini. Le voci soliste erano quelle del soprano Maria Chiara Gritta e del tenore Nicola Bonini. La parte strumentale era affidata al violoncello di Daniela Savoldi, alla tromba di Fabio Carioni, all’oboe di Roberto Rossi e all’organo del suddetto Mariotti. Proprio a questo quartetto è spettato aprire “ex abrupto” la serata, con il “Trumpet Tune” di Jeremiah Clarke (1674-1707). Solo in seguito è intervenuta la presentazione di Bonini, per introdurre gli ascoltatori al programma. Esso era diviso in due parti: “La Chiesa: corpo mistico di Cristo” e “Il Santo Natale: il Verbo si fa carne”.
            La prima comprendeva il “Requiem” di Giacomo Puccini (1858-1924) e il “Cristo risusciti” di Andrea Tambalotti (1903-1973): brani alquanto strani, per essere natalizi, ma con una spiegazione dottrinale possibile. Il Natale è la festa dell’Incarnazione, alla quale i cristiani collegano la condizione dell’uomo come destinato alla resurrezione. Ed ecco il Corpo di Cristo cantato come “pane degli angeli”, nell’ “Ecce panis angelorum” (per l’appunto) di Lorenzo Perosi (1872-1956). Dello stesso compositore era “O bella mia speranza”. Sempre d’argomento eucaristico erano “Anima Christi” di Marco Frisina (1954), successione di litanie invocanti l’ostia consacrata, e “O sacrum convivium” di Luigi Molfino (1916-2012). Dedicato al compleanno della pieve, invece, era “Locus iste” di Anton Bruckner (1824-1896): appunto, “questo luogo” in cui si rivelerebbe la presenza divina. Di Tranquillo Guarneri (1871-1937) era “Ecce venio ad te”, omaggio alle  vocazioni. Non poteva mancare un canto alla “Vierge Marie” (Francis Lopez, 1916-1995), coprotagonista del Natale per ovvi motivi. Un invito festoso a celebrare in musica era “Psallite!” di Valentino Miserachs Grau (1943).
            La seconda parte è stata inaugurata da un brano profano, ma per sempre stampato nell’immaginario italiano come “8x1000 alla Chiesa cattolica”: “Gabriel’s Oboe” di Ennio Morricone (1928). Una piccola delizia del XIV secolo era la lauda “Puer natus”. Un canto tradizionale francese armonizzato da Giorgio Golin era poi “Gli angeli nelle campagne”. Di Bepi De Marzi (1935) era “Pastori”, mentre un’altra lauda – del XVI secolo, stavolta – era “Oggi è nato un bel bambino (armonizzazione di Marco Ruggeri). Sempre armonizzata da Ruggeri era la composizione di Settimio Zimarino (1885-1950): “Alla fredda tua capanna”. Del repertorio tradizionale natalizio era “Gioia nel mondo – Joy to the World” (arm. Marco Frisina), eseguito nelle due versioni: italiana e inglese. La serata si è conclusa con “Splende la gloria” di Heinrich Schütz (1585-1672), “Tollite hostias” di Camille Saint-Saëns (1872-1956) e “Cantique de Noël” di Adolphe-Charles Adam (1803-1856).
            Il parroco don Tino Clementi ha colto l’occasione per ricordare ai fedeli che è in corso la restaurazione dell’organo ottocentesco della pieve. I fedeli hanno risposto con munificenza insolita, nel cestino destinato alle offerte della serata. Di musica non ce n’è mai abbastanza.

 Pubblicato su Paese Mio Manerbio, N. 104 (gennaio 2016), p. 14.

Nel labirinto della violenza

La violenza domestica è un filo rosso che si snoda sornione, nei letti e sotto i tappeti, fra bianche signore impellicciate e africane dagli abiti multicolori. Così è stata rappresentata, per l’appunto, nella mostra itinerante “Seguendo il Filo di Arianna e Teseo o Minotauro”. Essa fu allestita nel maggio 2014 a Malnate (Varese) e raccoglieva le opere di ottanta donne. L’ideatrice era Valentina Benedetto Grassi. Nel settembre dello stesso anno, si aggiunsero gli uomini, con la parte “Teseo o Minotauro”, appunto. Da lì, è stata trasportata in più luoghi. A Brescia e provincia, sono già state tenute diverse edizioni, curate da Valeria Zanini, una delle prime artiste a partecipare. Attualmente, le firme sono oltre centosessanta. 

            La mostra è approdata a Manerbio grazie alla cura di Anna Maria Bietti, con la collaborazione dell’associazione locale “Donne Oltre”. L’evento è stato patrocinato dal Comune di Manerbio, dall’Azienda Ospedaliera di Desenzano del Garda, dall’ASL di Brescia, dalla Consigliera di Parità e dalla Provincia di Brescia. Naturalmente, non sarebbe potuto mancare il sostegno de “Il cerchio degli Uomini” e della “Casa delle Donne centro antiviolenza” di Brescia.
            L’apertura al pubblico è stata modestamente celebrata il 5 dicembre 2015, nella Sala Mostre del Municipio. Sulle tele e nelle sculture, campeggiavano mani supplichevoli o minacciose, abiti candidi e insanguinati, cuori infranti. Diverse erano le variazioni sul tema delle scarpe rosse, ormai noto simbolo della violenza sulle donne. Non mancava nemmeno un vero e proprio Minotauro, che incombeva sul nudo corpo di Arianna. Uno specchio rimandava a una bambina l’immagine di una donna sfatta e abusata. Una schiena statuaria portava segni di graffi. Ragazze imbacuccate passeggiavano per vie buie, in fredde notti abitate da ombre. Un cuore pendeva impiccato, accanto a un germoglio. Una casalinga brandiva una bottiglia sul capo del marito addormentato. Dafne inseguita distorceva il proprio corpo in rami d’albero, per sfuggire allo stupro di Apollo. Una ragazza portava un pesante collare con punte di metallo. Maschere fingevano sorrisi o disumanizzavano vittime e carnefici. Lacrime fuggivano su visi di porcellana. Un filo rosso si riallacciava a un cuore. Una donna africana mostrava una lametta – quella che l’aveva infibulata? E mille altri volti prendeva il dolore, come in una mitologia sempre viva. 

            Non solo al mito, per l’appunto, ma anche alla fiaba è spettato raccontare la violenza domestica. Carla Provaglio, accompagnata dalla tastiera di Fabio Berteni, ha letto passi terrificanti o meravigliosi: “Donne fantastiche dal mondo delle favole”. Ha cominciato con la celeberrima “Barbablù”: il gentiluomo segretamente assassino delle mogli troppo curiose. “Scarpette rosse” ha dipinto l’ossessione di libertà e felicità che trascina una bambina nell’emarginazione. “I tre capelli d’oro”, invece, sono quelli del Sole, rinato dalle cure di braccia materne. “Baubo, la dea panciuta” è il nume dell’oscenità, che riesce a strappare un sorriso alla divinità delle messi: così, la natura può tornare a vivere. “Il ciglio del lupo” insegna a una ragazza coraggiosa a distinguere i buoni dai malvagi, vedendo nel loro cuore.

Pubblicato su Paese Mio Manerbio, N. 104 (gennaio 2016), p. 8.


Maria Feola, da Manerbio al villaggio globale

Maria Feola è manerbiese; è iscritta al quinto anno di Lingue e letterature all’Università Cattolica del Sacro Cuore di Brescia, presso la facoltà di Scienze linguistiche. Nel 2015, il corso di Marketing della suddetta facoltà ha previsto la possibilità di partecipare a un progetto internazionale: X-Culture, ideato nel 2010 dal prof. Vas Taras dell’Università di Greensboro (North Carolina). Alla Cattolica, l’iniziativa è arrivata per interessamento della prof.ssa Loretta Battaglia, docente nelle sedi di Brescia e di Milano. X-Culture consisteva nel suddividere più di tremila partecipanti (studenti da tutto il mondo) in gruppi di cinque o sei persone, connesse tramite Internet. Ciascuna squadra avrebbe dovuto elaborare un progetto di marketing per l’internazionalizzazione di un’azienda. 

            Maria si è ritrovata a lavorare con un collega pakistano, una venezuelana, un brasiliano e due statunitensi. Un’esperienza di multietnicità che, tuttora, sarebbe difficile realizzare nella vita non virtuale. La lingua non è stata un problema: lei parla correntemente inglese e spagnolo, oltre a studiare il tedesco. Difficile, semmai, è stato rispettare i termini settimanali di consegna del lavoro, per via dei fusi orari. L’azienda scelta era una start-up belga, produttrice di serre domestiche; il prodotto da lanciare idealmente sul mercato internazionale, secondo la descrizione di Maria, era un’applicazione per cellulari, che permetteva di controllare la crescita delle piante a distanza.
            Il lavoro dei gruppi andava riferito riempiendo un questionario on line. Esso – ha spiegato Maria – era diviso in due parti: un report e una peer evaluation. In altre parole: oltre a riassumere i progressi della squadra settimana per settimana, ciascuno era chiamato a dare un voto al lavoro dei compagni. In questo modo, poteva essere escluso e sostituito chi non contribuiva realmente al progetto.
            Proprio questi voti hanno fruttato la bella sorpresa alla studentessa. X-Culture era stato pensato come un’esercitazione. Non si era parlato né di premi, né di classifiche. Perciò, è giunta completamente inattesa l’e-mail che le ha annunciato la sua comparsa fra i migliori cinquanta partecipanti al progetto. Non solo: nelle valutazioni finali complessive, gli studenti italiani sono risultati in testa.
            In grazia di quel primato, Maria Feola e una sua compagna di facoltà, Elena Zani, sono state invitate a Savannah, al Symposium della AIB-SE (Academy of International Business, Southeast USA Charter) e della Savannah State University. Si trattava di una serie di conferenze d’aggiornamento tenute da professori di tutto il mondo. Fra gli invitati, come abbiamo accennato, erano compresi i migliori cinquanta partecipanti al progetto X-Culture. Qui, dal 12 al 14 novembre 2015, i ragazzi hanno dovuto nuovamente dar prova di sé. Sono stati suddivisi in dieci gruppi e hanno dovuto elaborare un piano marketing per una sola azienda: la JCB Machines, che sponsorizzava il Symposium. Un fattore di difficoltà non indifferente era costituito dai prodotti da pubblicizzare: macchine da movimento terra, meno poeticamente dette ruspe e trattori. Stavolta, niente questionari – e l’interazione era dal vivo. La mattina del 14 novembre sono stati dichiarati i tre gruppi del “podio” ideale. A essi, sono state richieste presentazioni in PowerPoint, da esporre nel pomeriggio. Alla cena di gala finale, è stata proclamata la squadra vincitrice. Non era quella della nostra compaesana e non erano nemmeno previsti premi, oltre all’attestato di partecipazione consegnato a tutti. Ma – a quanto pare – talvolta, l’importante è davvero partecipare.

Pubblicato su Paese Mio Manerbio, N. 104 (gennaio 2016), p. 6.

Lo strano, antico caso della finanza etica

Nel “Faust”, J. W. Goethe (1749-1832)  rappresentò come diabolica l’invenzione della cartamoneta: ovvero, il denaro dal valore puramente virtuale, sottoposto a ogni speculazione. Ci vide lungo. Nel 2003, l’Italia scoprì il crac Parmalat: miliardi di euro non solo virtuali, ma addirittura inesistenti. Oggi, il capitale è sempre meno legato al territorio. La globalizzazione ha fatto del mercato una fioritura di speculazioni, vaste e fragili come bolle. 

            Di questo ha trattato l’incontro “Finanza etica. Il caso di Banca Etica”, organizzato dall’Associazione Culturale Chirone di Manerbio, presso il Municipio (4 dicembre 2015). Erano stati invitati Maurizio Bianchetti (coordinatore dei soci della Banca Etica per la Lombardia, il Piemonte e la Liguria) e Pietro Ghetti (di Banca Etica, filiale di Brescia). L’intervento di Bianchetti ha ricordato il fallimento di Lehman Brothers, col quale, nel 2008, iniziò ufficialmente una catena di crac: gli scoppi di quelle “bolle speculative” in cui ormai consisteva la finanza mondiale. «La crisi economica, poi, è diventata sociale e si è innestata su quella ambientale». La trasformazione dei beni reali in punti di partenza per carte, numeri, cifre da giocare in Borsa fa sì che gli Stati nazionali, alle prese col proprio bilancio, abbiano a che fare con una realtà inafferrabile.
            Nel 1999, a questa situazione ha risposto l’esperimento di Banca Popolare Etica. Niente di nuovo sotto il sole, ha spiegato Bianchetti. Si trattò di recuperare i valori originari del credito cooperativo e delle casse rurali: la tutela del risparmio, l’investimento sul territorio e la stimolazione dell’artigianato locale. Ogni socio della banca vota per sé, non in base al proprio capitale. La destinazione degli investimenti è decisa fin da subito, d’accordo col risparmiatore. I bilanci sono pubblicati sul sito www.bancaetica.it . Il denaro viene impiegato nella cooperazione internazionale, nella cultura, nello sport, nella tutela dell’ambiente. Banca Etica cura molto il microcredito (prestiti a privati e famiglie). Per verificare l’eticità delle attività economiche dei clienti, la Banca si affida al lavoro dei valutatori sociali.
            Come ha spiegato Pietro Ghetti, i soci dell’istituto bancario vengono dal mondo delle associazioni e del volontariato (ARCI, ACLI, commercio equosolidale, ambientalismo), che riprendono i valori del cattolicesimo e del socialismo. Sia risparmiatori che beneficiari sono responsabilizzati sull’uso degli investimenti. Il microcredito praticato da Banca Etica può essere sia di tipo socio-assistenziale che imprenditoriale. Il primo è destinato a famiglie bisognose garantite da un ente (Comune, Caritas, associazioni di lavoratori). Il secondo è per enti che perseguono un “profitto responsabile”: agricoltura biologica, attività produttive in via d’estinzione.
            Per gestire in trasparenza i fondi comuni d’investimento, è stata creata Etica Sgr. Ghetti ha poi affermato che l’istituto accetta solo titoli di Stati che rispettano i diritti umani. Dagli investimenti, sono escluse le aziende legate all’attività bellica o all’estrazione mineraria (per l’incertezza sul trattamento riservato ai lavoratori).

            Mantenere un profilo etico alto, naturalmente, ha il proprio prezzo e questo è la scarsa estensione della banca. In tutto, le filiali, in Italia, sono sedici. Dove non ce n’è una, un “banchiere ambulante” si occupa di muoversi, come promotore finanziario, nella provincia. Ma, per altri aspetti, l’etica paga: il controllo sulla destinazione dei finanziamenti ha fruttato un basso tasso d’insolvenza. E Banca Etica è diventata internazionale. La sua ambizione è stata riassunta da Bianchetti: essere non solo un modello di diverso di banca, ma anche di economia. «Il tempo è maturo».

Arriva a San Gervasio la “Bancarella della solidarietà”

Col Natale, arriva la consueta ondata di regali, lustrini, acquisti. Anche San Gervasio, il 20 dicembre 2015, si è concesso un mercatino natalizio. E, fra le varie bancarelle, ce n’era una davvero speciale.
            I manerbiesi la conosceranno senz’altro, perché è sempre lei: la “Bancarella della Solidarietà”. Arriva a ogni sagra ed evento, se invitata. Offre vestiti e giocattoli, principalmente: tutti provenienti dalle mani di donatori che vogliono dare una nuova vita ai loro oggetti usati (o meno). Il ricavato viene devoluto ogni volta a un’associazione diversa, purché si occupi di ricerca in campo medico. L’organizzatrice è Mariangela Pellegrini, con i suoi collaboratori. 

            Quest’anno, la bancarella è stata arricchita da ninnoli natalizi, insieme a peluche e a vestiti praticamente nuovi. Un grosso granchio verde di pezza, in particolare, ha fatto bella mostra di sé in alto, oltre a far contenta una bambina. Tra i pupazzi, spuntavano gli immancabili Babbi Natale. Anche Mariangela si era adeguata all’atmosfera, indossando il classico berretto rosso bordato di bianco. Nonostante i tempi di vacche magre, per dirla con la Genesi, il ricavato dell’iniziativa è stato generoso. Mariangela Pellegrini ha già provveduto a versarlo all’Associazione Alzheimer Milano.

            «Preparare ogni volta questa bancarella è un lavoro impegnativo, ma che dà soddisfazione» ha commentato la signora «Ringrazio i donatori dei materiali e tutte le persone che hanno collaborato all’iniziativa». Un’ordinaria vicenda di spirito natalizio.

venerdì 22 gennaio 2016

Cuore

“Il nuovo potere consumistico e permissivo si è valso proprio delle nostre conquiste mentali di laici, di illuministi, di razionalisti, per costruire la propria impalcatura di falso laicismo, di falso illuminismo, di falsa razionalità. Si è valso delle nostre sconsacrazioni per liberarsi di un passato che, con tutte le sue atroci e idiote consacrazioni, non gli serviva più.
            In compenso però tale nuovo potere ha portato al limite massimo la sua unica possibile sacralità: la sacralità del consumo come rito, e, naturalmente, della merce come feticcio. Nulla più osta a tutto questo. Il nuovo potere non ha più nessun interesse, o necessità, a mascherare con Religioni, Ideali e cose del genere, ciò che Marx aveva smascherato.
            Come polli d’allevamento, gli italiani hanno subito assorbito la nuova ideologia irreligiosa e antisentimentale del potere: tale è la forza di attrazione e di convinzione della nuova qualità di vita che il potere promette, e tale è, insieme, la forza degli strumenti di comunicazione (specie la televisione) di cui il potere dispone. Come polli d’allevamento, gli italiani hanno indi accettato la nuova sacralità, non nominata, della merce e del suo consumo.
            In questo contesto, i nostri vecchi argomenti di laici, illuministi, razionalisti, non solo sono spuntati e inutili, ma, anzi, fanno il gioco del potere. Dire che la vita non è sacra, e che il sentimento è stupido, è fare un immenso favore ai produttori. E del resto è ciò che si dice far piovere sul bagnato. I nuovi italiani non sanno che farsene della sacralità, sono tutti, pragmaticamente se non ancora nella coscienza, modernissimi; e quanto a sentimento, tendono rapidamente a liberarsene.
            Che cos’è infatti che rende attuabili - in concreto, nei gesti, nell’esecuzione - le stragi politiche dopo che sono state concepite? È terribilmente ovvio: la mancanza del senso della sacralità della vita degli altri, e la fine di ogni sentimento nella propria. Che cos’è che rende attuabili le atroci imprese di quel fenomeno - in tal senso imponente e decisivo - che è la nuova criminalità? È ancora terribilmente ovvio: il considerare la vita degli altri un nulla e il proprio cuore nient’altro che un muscolo (come dice uno di quegli intellettuali che più fanno piovere sul bagnato, guardando con sussiego, commiserazione e spregio dal centro della «storia» i disgraziati come me che vagolano disperati nella vita). E infine vorrei dire che se dalla maggioranza silenziosa dovesse rinascere una forma di fascismo arcaico, esso potrebbe rinascere solo dalla scandalosa scelta che tale maggioranza silenziosa farebbe (e in realtà già fa) tra la sacralità della vita e i sentimenti, da una parte, e, dall’altra, il patrimonio e la proprietà privata: in favore di questo secondo corno del dilemma. Al contrario di Calvino, io dunque penso che - senza venire meno alla nostra tradizione mentale umanistica e razionalistica - non bisogna aver più paura - come giustamente un tempo - di non screditare abbastanza il sacro o di avere un cuore.” 

PIER PAOLO PASOLINI


Da: Non aver paura di avere un cuore, «Corriere della Sera», 1 marzo 1975.

giovedì 21 gennaio 2016

La vergine di ferro - III, 8

Parte III: Il filo di Arianna



8.

Secondo Flashback
Nilde contemplava, con beatitudine incredula, il regalo dello zio. Un’autentica katana giapponese, esattamente della sua misura. «Grazie…» mormorò a fior di labbra. 

«Non hai idea di quanto io abbia desiderato vederti così… grata e sommessa, per una volta» rispose Michele Ario, con voce pastosa. La ragazza non replicò.
«Ti ho osservato a lungo. So che quella spada è ormai la tua anima. Però…» riprese l’uomo «…il possesso materiale di una lama, in sé e per sé, è nulla. Anche il fatto di saperla maneggiare è cosa da poco. La vera dote dello spadaccino…» esordì «…è la vigilanza costante d’una mente sgombra. Eternal sunshine of the spotless mind».
Nilde si voltò verso di lui. Ma era già tardi. Un oggetto pesante e allungato la colpì sul cranio, come una folgore. E fu il buio.

[Continua]


Pubblicato su Uqbar Love, N. 167 (21 gennaio 2016), p. 34.

mercoledì 20 gennaio 2016

Il patto col diavolo

“C’è dunque un doppio legame di malafede in questo rapporto tra Chiesa e Stato: da parte sua la Chiesa accetta lo Stato borghese - al posto di quello monarchico o feudale - concedendo ad esso il suo consenso e il suo appoggio, senza il quale, fino a oggi, il potere statale non avrebbe potuto sussistere: per far questo la Chiesa doveva però ammettere e approvare l’esigenza liberale e la formalità democratica: cose che ammetteva e approvava solo a patto di ottenere dal potere la tacita autorizzazione a limitarle e a sopprimerle. Autorizzazioni, d’altra parte, che il potere  borghese concedeva di tutto cuore. Infatti il suo patto con la Chiesa in quanto instrumentum regni in altro non consisteva che in questo: mascherare il proprio sostanziale illiberalismo e la propria sostanziale antidemocraticità affidando la funzione illiberale e antidemocratica alla Chiesa, accettata in malafede come superiore istituzione religiosa. La Chiesa ha insomma fatto un patto col diavolo, cioè con lo Stato borghese. Non c’è contraddizione più scandalosa infatti che quella tra religione e borghesia, essendo quest’ultima il contrario della religione. […] Il futuro non appartiene né ai vecchi cardinali, né ai vecchi uomini politici, né ai vecchi magistrati, né ai vecchi poliziotti. Il futuro appartiene alla giovane borghesia che non ha più bisogno di detenere il potere con gli strumenti classici; che non sa più cosa farsene della Chiesa, la quale, ormai, ha finito genericamente con l’appartenere a quel mondo umanistico del passato che costituisce un impedimento alla nuova rivoluzione industriale; il nuovo potere borghese infatti necessita nei consumatori di uno spirito totalmente pragmatico ed edonistico: un universo tecnicistico e puramente terreno è quello in cui può svolgersi secondo la propria natura il ciclo della produzione e del consumo. Per la religione e soprattutto per la Chiesa non c’è più spazio. La lotta repressiva che il nuovo capitalismo combatte ancora per mezzo della Chiesa è una lotta ritardata, destinata, nella logica borghese, a essere ben presto vinta, con la conseguente dissoluzione «naturale» della Chiesa.”

PIER PAOLO PASOLINI


Da: Il folle slogan dei jeans Jesus, «Corriere della Sera», 17 maggio 1973.

Quel modo di diventare donne



Saffo di Mitilene (prima metà del VI sec. a.C) –per impiegare un’espressione di Simone Beta- è uno di quei fantasmi i cui echi ci fanno intravedere la cosiddetta “lirica arcaica greca”. Lesbo, l’isola su cui sorgeva la sua città natale, è vicina alle coste dell’Anatolia. Quella della poetessa è dunque una grecità lontana dalla Grecia peninsulare, che ci ha consegnato gran parte della letteratura e della filosofia studiate nei licei. Il nome di Saffo e della “sua” isola sono diventati celeberrimi, però, per aver fornito la radice alla terminologia dell’eros fra donne. Non a caso la figura della poetessa è stata controversa soprattutto riguardo alla sua sessualità. Già il teatro comico del V sec. a. C. la dipingeva come ninfomane. La sua leggenda –raccolta da poeti come Giacomo Leopardi e Charles Baudelaire- la vuole anche amante infelice del barcaiolo Faone; per dimenticare le proprie sofferenze passionali, si sarebbe gettata nel mar Ionio dalla rupe di Leucade. Simone Beta riassume però la sua vita in tutt’altri termini: Saffo di Mitilene sarebbe stata una nobildonna colta, sposata, con una figlia di nome Cleide. Sarebbe stata la direttrice di un tiaso, un’associazione femminile dedita al culto di Afrodite, in cui le fanciulle dell’aristocrazia venivano educate in vista del matrimonio. A Saffo i filologi alessandrini attribuirono ben nove libri di versi. Quel che ne rimane attualmente è ben povero, al confronto. I frammenti pervenutici, però, sono di tale intensità da meritare di soffermarvisi.
Simone Beta li include nella sua edizione dei Lirici greci (“ET Classici”, Torino, 2008, Einaudi. Testo a fronte; traduzione di Filippo Maria Pontani).
            I versi di Saffo erano dedicati al canto per voce solista e destinati alla cerchia del tiaso. Qua e là, nei frustuli, balenano nomi di fanciulle: Anattoria, ormai lontana, o Attide, dalla bellezza ancora immatura:

C’era una volta ch’ero innamorata
io, di te,
Àttide. Mi sembrava
che fossi una bambina, così piccola,
e acerba.

Nel tiaso, il legame tra la maestra e le allieve –e di queste ultime fra di loro- si dibatte tra passione e nostalgia, tra intensità e rimpianto. Il momento del matrimonio è festeggiato, ma segna anche il distacco dall’adolescenza dorata del tiaso.

Essere morta, morta!
Lei lacrimava fitto

lasciandomi. Disse: «Che sorte
crudele, Saffo! Credi, non vorrei
lasciarti».

Io le risposi: «Addio,
va’ serena e ricòrdati
di me. Tu sai che t’ho voluto bene.

Oppure –sarò io
a ricordare: [tu dimentichi]-
pensa alla nostra storia, così dolce.

[…]

Tutte le carni d’un’essenza d’erbe
t’ungevi, che fluiva,
e d’un olio regale;

sfogavi, sopra morbidi
letti,
desiderî di tenere compagne.

Il culto di Afrodite –che ci ha lasciato l’unica ode completa di Saffo- spinge la poetessa a cantare ideali opposti rispetto a quelli venerati dall’epica omerica:

Quale la cosa più bella
sopra la terra bruna? Uno dice «una torma
di cavalieri», uno «di fanti», uno «di navi».
Io, «ciò che s’ama».

[…]

Cìpride […]

anche in me d’Anattoria
ora desta memoria, ch’è lontana.

Saffo canta la passione con vividezza incandescente. Sua è una celeberrima descrizione dei sintomi della “malattia d’amore”:

Oh, a me
il cuore sbatte forte e si spaura.
Ti scorgo, un attimo, e non ho
più voce;

la lingua è rotta; un brivido
di fuoco è nelle carni,
sottile; agli occhi il buio; rombano
gli orecchi…

L’eros di Saffo è dolcezza amara, inesorata fiera. Può sembrare scandaloso, oggigiorno, che parole simili fossero rivolte da una maestra alle giovani allieve. Simone Beta ricorda i recenti “studi di genere” che hanno cercato di dipingere Saffo come una poetessa rivolta a donne sue coetanee: essi avrebbero fatto di lei una sorta di proto-eroina del lesbian feminism. Questa figura sfuggente ricorda, però, analoghe personalità maschili, che nell’Atene dei filosofi iniziavano i fanciulli sia alla sapienza che all’eros, ottemperando a una funzione pedagogica perfettamente accettata nella loro società. Saffo e le allieve si amavano al di qua della “linea d’ombra” che separava l’adolescenza dall’età adulta. Una volta cresciute, le fanciulle avrebbero lasciato il nido della maestra, per entrare a pieno titolo in quel mondo di spose e madri a cui erano destinate. La nostalgia e il rimpianto sembrano non aver scalfito il nitore dei canti nuziali con cui Saffo congedava le allieve. Una generazione cresceva, un’altra nasceva. Dal tiaso, sarebbero passate altre adolescenti, destinate a diventare donne secondo quella tappa obbligata e inebriante insieme. Della maestra che le guidava non resta, oggi, che un fantasma mille volte interpretato e ridisegnato. Ma, forse, questa è la forza di Saffo: quella di dare un nome millenario a un universo d’amori femminili in perenne trasformazione attraverso la storia e le culture.


Originariamente pubblicato per la rubrica "LeggiLOL" del sito di Universigay.

sabato 16 gennaio 2016

L'Anchealtrista



L’Anchealtrista
–al contrario del cugino Benaltrista–
cammina a dispetto universale 
sull’orlo di una lista:
appunti di preghiere senza voce,
di tombe senza croce,
di acque senza foce
– sa che la sua vista
può farlo somigliare al Complottista,
ma l’Anchealtrista
ha più senso del destino
o, meglio, della causa-conseguenza.
Nei suoi gialli, non ci sono maggiordomi,
ma una folla di assassini
per cui l’historia magistra vitae
è un corso di morte necessaria,
come un treno di cassonetti
in cui si scaricano i cervelli.
E l’Anchealtrista
rimescola quella spazzatura mista,
per salvare un neurone
che garantisca la giornata.
Non si fida della libertà
di essere tutti uguali
e nemmeno delle parole in –ista:
nazista-fascista-comunista
e – beninteso – anchealtrista.
Puzzan troppo di dita puntate
per nascondersi il volto.
L’Anchealtrista
sputa sulla droga ottimista,
ma non lo si può dire pessimista
(altrimenti, avrebbe già cessato
di fare l’Anchealtrista).
È un cavaliere dalla trista
parola e dal cuore buono,
alla ricerca di un Cervantes
che riduca in carta
i suoi mulini a vento.