domenica 29 novembre 2015

Bandiere

“Tutte le bandiere, anche le più nobili, le più pure, sono sozze di sangue e di merda. Quando guardi i vessilli gloriosi, esposti nei musei, nelle chiese, venerati come cimeli dinanzi a cui inginocchiarsi in nome degli ideali, dei sogni, non farti illusioni: quelle macchie brunastre non sono tracce di ruggine, sono residui di sangue, residui di merda, e più spesso merda che sangue. La merda dei vinti, la merda dei vincitori, la merda dei buoni, la merda dei cattivi, la merda degli eroi, la merda dell’uomo che è fatto di sangue e di merda. Dove c’è l’uno purtroppo c’è l’altra, l’uno ha bisogno dell’altra. Naturalmente molto dipende dalla misura del sangue versato, della merda schizzata: se il primo supera la seconda, si cantano inni e si innalzano monumenti; se la seconda supera il primo si grida allo scandalo e si celebrano riti propiziatorii. Ma stabilire la proporzione è impossibile, visto che il sangue e la merda col tempo assumono un uguale colore. E poi, in apparenza, la maggior parte delle bandiere sono pulitissime: per conoscere la verità dovremmo interrogare i morti ammazzati in nome degli ideali, dei sogni, della pace, le creature ingiuriate, oltraggiate, imbrogliate col pretesto di rendere il mondo più bello, su tali testimonianze comporre una statistica delle infamie, delle barbarie, delle sporcizie vendute come virtù, clemenza, purezza. Non esiste impresa, nella storia dell’uomo, che non sia costata un prezzo di sangue e di merda. Alla guerra, sia che tu combatta dalla parte cosiddetta giusta (giusta per chi?) sia che tu combatta dalla parte cosiddetta sbagliata (sbagliata per chi?) non spari garofani. Spari pallottole, bombe, e uccidi innocenti. In pace è lo stesso, ogni gran gesto miete vittime senza pietà, e guai agli eroi in lotta coi draghi, guai ai poeti in lotta coi mulini a vento: sono i carnefici peggiori perché, votati al sacrificio, destinati al supplizio, non esitano a imporre il sacrificio e il supplizio sugli altri; quasi che un albero sradicato sia meno sradicato, un tetto scoperchiato sia meno scoperchiato, un cuore rotto sia meno rotto perché lo scopo è buono e il risultato positivo.”

ORIANA FALLACI


Da: Un uomo, Milano 1979, Rizzoli, 9^ edizione 1980, pp. 341-342.

Il dio tragico

“Dioniso non è un dio felice, anzi è il più tragico degli dèi perché è quello che esprime lo spasimo della vita e l’inevitabilità della morte. Dioniso è un dio che muore, un dio che nasce e rinasce per essere ucciso. Perché il suo corpo possa modellare l’Uomo, è necessario che i Titani lo facciano a pezzi e lo cuociano, perché da lui sbocci la pianta che darà il vino all’Uomo è necessario che Demetra ne seppellisca le carni straziate. Dioniso è la vita che non esiste senza la morte, è la maledizione di nascere, è il rifiuto inconscio di morire. Non a caso il suo culto è un’orgia avida e disperata, la sua gaiezza è intrisa di sofferenza e il suo brio di dolore. Ebbene, tra i tuoi mille volti c’era sempre stato il volto di Dioniso che corre pei boschi, sghignazzando zufolando ruzzolando coi fauni e le mènadi: «Giochiamo?» C’era sempre stato quell’impeto di vitalità. All’improvviso però esso aveva assunto un che di esasperato, frenetico, quasi fosse una commedia per ingannare te stesso e sopportare l’idea della morte.”

ORIANA FALLACI


Da: Un uomo, Milano 1979, Rizzoli, 9^ edizione 1980, p. 312.

Il Leviatano

“V’è una cosa che il tremendo Leviatano, il gran mostro autoelettosi campione di democrazia, l’America, ha in comune con le tirannie di destra e di sinistra. E questa cosa è lo Stato forte, arrogante, spietato, sorretto dalle sue leggi manichee, dalle sue regole mutilanti, dai suoi interessi spietati, dal suo timore anzi dal suo odio per le creature che non rappresentano una massa, per gli individui che nel suo computer non corrispondono a una scheda precisa, a un codice di conformismo, a una religione. I reprobi soli. Il reprobo solo non esce e non entra, a lui non si dà né il passaporto per uscire dalle frontiere della tirannia, né il visto per entrare nelle frontiere del gran mostro autoelettosi campione di democrazia. Proprio perché è solo, perché non ha alle spalle un partito, un’ideologia, quindi un potere che garantisca per lui. Paradossalmente, i dissidenti che lasciano l’Unione Sovietica non sono reprobi soli: dietro di loro c’è una casistica, c’è la dottrina dell’opposta barricata, il tornaconto del Leviatano per cui essi sono merce di scambio, moneta da spendere in nome degli equilibri mondiali. Io ti dò un Corvalan e tu mi dài un Bukovski. Io ti restituisco la spia X o Y e tu mi lasci andare un Solgenitzin. Non perché mi prema mettere in salvo la sua persona, ma perché il suo cervello mi serve a dimostrare che tu sei cattivo e che il suo caso è emblematico. Dietro un don Chisciotte che non serve a nessun potere, invece, che non fa comodo a nessuna barricata, che rompe le scatole a tutti, che non appartiene a nessun conformismo né organizzazione, che va a metter la bomba col taxi guidato dal cugino, che di conseguenza agisce secondo la sua morale e basta, la sua fantasia e basta, i suoi pazzi sogni e basta, chi c’è? Quale Stato garantisce per lui, interviene per lui, quale politica? Rientra forse nella casistica, lo si può forse usare come merce di scambio, moneta da spendere in nome degli equilibri mondiali? Mancando lo scambio, capisci, il Leviatano dovrebbe trattare con lui. E il Leviatano non tratta con gli individui, in particolare con gli individui privi di scheda. Tratta con gli altri Stati, le altre dottrine, le altre religioni, al massimo coi partiti che sono Stato dentro lo Stato. E meglio se sono partiti dell’opposta barricata. Se non sei almeno comunista, caro mio, l’America non ti vuole. Comunista o fascista o socialista o buddista, insomma un ista che obbedisca a un’autorità costituita, un uomo-massa che sia catalogabile, incasellabile, prevedibile, commerciabile, non una particella aberrante che rappresenta soltanto se stessa, che nel computer non corrisponde a una scheda precisa, sicché a interrogarlo i suoi ingranaggi si inceppano.”

ORIANA FALLACI


Da: Un uomo, Milano 1979, Rizzoli, 9^ edizione 1980, pp. 216-217.

La vergine di ferro - III, 1

Parte III: Il filo di Arianna



1.

Isabella l’aveva vista. Isabella sapeva di lei – anche se in modo deformato dalla propria immaginazione accesa e dalla falsa notizia della morte di Nilde. Non ci voleva troppo a capire cosa avrebbe fatto, nella sua agitazione. Si sarebbe aggrappata all’unico appiglio sicuro – che credeva sicuro. Nilde ebbe un ulteriore moto di rabbia, pensando all’infatuazione a alla sottomissione della biondina fantasiosa verso il dottor Michele Ario, psicologo e presidente dell’Associazione Lotus. Non per colpa dell’ingenua ragazza, ovviamente. Ma per colpa del proprio zio. Era questo che lui faceva ai suoi allievi, con la scusa di vendere un corso di mnemotecnica e di alzare il loro quoziente intellettivo. Li affascinava, dilavava le loro menti, fino a renderli docili ed entusiasti come tanti bambini – tanti figli. Forse, lei, dopotutto, non era l’unica per il dottor Ario – pensò Nilde, con un ghigno di sarcasmo. 
            Questo pensava, mentre andava in cerca di uno zio ben diverso dal proprio: quello di Amedeo, il giovane amico scomparso in circostanze misteriose – ma che, per lei, era fin troppo facile indovinare. Mentre un sudore sempre più freddo le trafiggeva la fronte, attraversò la piazzetta Azzani di Pavia, diretta verso l’indirizzo di don Raffaele Bernasconi, parroco di San Michele Maggiore.

[Continua]

Pubblicato su Uqbar Love, N. 160 (26 novembre 2015), p. 19.

domenica 22 novembre 2015

Il mondo salvato dalle puttane

Quante volte l’abbiamo sentito dire? La “società liquida”… la “società del caos”… il “postmoderno”… In questo mese, a un incontro sul problema del gioco d’azzardo in Lombardia, è stata intavolata la questione. Gli Stati nazionali, le Chiese e i partiti vacillano in credibilità e autorevolezza. Il che equivale a dire che tutti i prodotti della modernità vacillano.
            «Ecco che si può stare un poco in pace!» sbufferà chi non ha mai potuto soffrire indottrinamenti e moralismi. Invece no. Perché sono proprio i naufraghi a tenersi spasmodicamente alle tavole fradice della loro nave. E, pur di non mollarle, sono disposti anche a far annegare coloro che si trovano vicini. Tant’è che stanno tornando di moda le parole onore e puttana. Quest’ultima è da intendersi in senso lato, ovvero “persona senza valori morali, che bada solo al proprio profitto”. Il punto è che, non esistendo più enti morali incontrovertibili, tutti si dettano da soli l’onore e la coerenza che fan loro comodo, usandole per tritare le gonadi al prossimo. Specialmente se hanno subito lo stesso trattamento da parte di altri. Un segno dei tempi. O, forse, sono io che ho pessimi gusti in fatto di amici.
            Comunque, visto che sto cominciando a guadagnarmi qualche soldo pubblicando articoli, non è mancato chi mi ha detto che in quanto giornalista, sono una puttana, perché ho bisogno di molti contatti e non bado alla gente che frequento. È capitata una cosa del genere anche a una mia ex-collega presso il mensile universitario. Avendo osato intervistare coloro che hanno aperto un circolo di CasaPound a Pavia, si è sentita dire che “ha fatto pubblicità ai fascisti”. Già, perché non c’è differenza tra informazione e propaganda, per i “postmoderni”. Pazienza se costei era una delle più palesi antifà che io conoscessi.
            O “puristi” di tutto il mondo, fatevene una ragione: il dovere del giornalista è quello di sentire più campane possibile e di mettere le mani sulle fonti col minor filtro. Il che significa che la sua moralità consiste nell’esatto contrario della vostra. Lo stesso discorso vale per l’amore romantico: se ne infischia delle convenienze, delle inimicizie e spesso pure della morale. Se non siete d’accordo, fate a meno di andarlo ad applaudire nei teatri. O di sventolare the colors of true love.
            Nel troiaio generale, comunque, una cosa è palese: gli unici modelli di una certa grandezza sono proprio le puttane.
Quelle meravigliose come le eroine dell’Antico Testamento. Come Ester, che salvò un popolo intero per aver avuto lo stomaco di tacere e il coraggio di parlare al momento giusto. Come Giuditta, che rinunciò temporaneamente alla propria immagine di santa per rompere un assedio ed evitare uno sterminio per sete.
Tamar si prostituì col suocero, per ottenere quella discendenza che i maschi della sua famiglia le dovevano. Quando questi lo seppe, ritirò la condanna a morte contro di lei e riconobbe: «È più giusta di me» (Gn 38, 26).
Le puttane ascoltano molto, parlano poco e sanno tutto. Raab (Gs 2, 1 ss.) trova in questo modo un Dio e l’incolumità per sé e la sua famiglia – che lei non dimentica.
Non troverete mai una buona puttana che tradisca i segreti, che parli alle spalle o che giudichi. Le puttane non riempiono roghi, gulag e camere a gas.
Sono in grado, come la Malerba di Giovanni Verga, di piantarsi tranquillamente in faccia al Cristo, alla legge, a tutti quei visi arcigni, colla sicurezza di chi ha visto in maniche di camicia gli sbirri e i doganieri (“Un processo”, in Vagabondaggio, 1887). Sono le uniche a poterlo fare, perché vaccinate contro ogni ipocrisia e convenienza.
Le puttane sono misericordiose. Quando qualcuno si rivolge a loro, non gli fanno domande: pensano solo a risollevarlo dalle sue debolezze. Porgono l’altra guancia ai malumori e ai difetti, perché sanno che siamo tutti fatti di carne e che l’unico modo di arrancare sulla barca dell’esistenza è accettarsi l’un l’altro. Si prendono gli insulti di chi, per una vita, si è lamentato del bigottismo altrui. Per loro, nessuno è indispensabile, ma tutti sono preziosi. Non comprendono davvero come si possano sacrificare i sentimenti e la dignità di una persona per una bandiera o una dottrina.
Le puttane hanno saputo fin dall’infanzia cosa siano l’etica e la religione. Ne sono state ingozzate. E tutta la loro vita è una fuga da quei fantasmi. Ma, cacciatili dalla porta, li vedono rientrare dalla finestra. Ecco dunque che svelano, a sprazzi, un rigore mai morto. Lo sfogano nel rifiuto di ogni ingerenza nel loro cuore, nella loro spiritualità e nei loro interessi intellettuali. Se qualcuno cerca di trattenerle con la forza o con i sermoni, fanno di tutto per sfuggirgli – o per atterrarlo. Se amoralità è questa, è la stessa del pesce che si dibatte disperato nella rete.
Quando fanno del bene, lo fanno in modo caotico, per istinto o passione, più che per obbedienza. Ma lo fanno senza riserve. È la loro Legge Suprema.
Quando sentono qualcuno parlare di “assenza di morale” o “perdita di valori”, non capiscono nemmeno cosa intenda. Per loro, i principii sono sempre quelli: Tutto quanto volete che gli uomini facciano a voi, anche voi fatelo a loro; Non giudicate e non sarete giudicati; Leva prima la trave dal tuo occhio e, poi, potrai togliere la pagliuzza da quello del tuo fratello; Chi ferirà di spada, perirà di spada; Non ciò che entra nella bocca dell’uomo, ma ciò che ne esce lo rende impuro. Davvero non capiscono come ci sia bisogno di discuterne. A pensarci bene, somigliano proprio a quel mangione e beone, amico di pubblicani e peccatori, che fu crocifisso dai sapienti e dai puri.
Tutti le insultano e tutti ne hanno bisogno. Perché non possono permettersi di gestire quello di cui le puttane si fanno carico. Dopotutto, questa è la caratteristica di ogni società perbene, da quando esiste il mondo. 
Se, nell’era postmoderna, torneranno una verità e un’etica degne di questi nome, esse nasceranno proprio dalle puttane. Agli altri, rimarranno i relitti. Buon pro faccia loro.


venerdì 20 novembre 2015

La vergine di ferro - II, 10

Parte II: Il Cigno Bianco e il Cigno Nero



10.



Isabella non rallentò la corsa, finché non ebbe raggiunto il portoncino della palazzina liberty in via Mazzini. Schiacciò uno dei pulsanti in ottone – quello contrassegnato col nome di Dott. Michele Ario, psicologo. Le rispose la voce della domestica: «Chi è?»
            «Sono… sono Isabella Merini… una delle ragazze del corso di mnemotecnica» rispose lei, trafelata. «Posso… posso parlare col dottore? Si tratta di… di sua nipote».
Il citofono tacque per qualche attimo. «Aspetti, signorina» si risolse poi la fantesca.
Dopo alcuni minuti, a Isabella fu concesso l’ingresso.

[Fine seconda parte]




Pubblicato su Uqbar Love, N. 159 (19 novembre 2015), p. 25.

domenica 15 novembre 2015

Il confine sottile

Temo che gli animali vedano nell'uomo un essere loro uguale che ha perduto in maniera estremamente pericolosa il sano intelletto animale:
vedano cioè in lui l'animale delirante, l'animale che ride, l'animale che piange, l'animale infelice.
(FRIEDRICH NIETZSCHE)



Li accompagnava una cadenza di rami crocchianti, di terra umida calcata. Licia aspirava gli ombrellini dei sambuchi, l’argento di betulla. Il suono dei loro passi pungeva le radici dei faggi.
La schiena ossuta di Cesare le apriva il sentiero. Lei guardava la sua nuca bruna, fresca d’un taglio nei capelli folti e forti.
Si fermarono davanti a cespugli in cui si aprivano le coroncine delle rose canine. Il giovane inspirò a fondo.
«Aspetta lì».
Si avvicinò, felpato, ai cespugli. Tese una mano e, come in una carezza, scostò le foglie crespe.
            Una lupa dal manto grigio-marrone levò verso di lui gli occhi affusolati. Nei bulbi chiari, le pupille risaltavano con effetto quasi ipnotico. Vicino ai suoi fianchi accoccolati, fecero capolino le teste di tre cuccioli, dalla curiosità ancora argentina. Licia sorrise, con commosso stupore.
«I tuoi… figli?»
Cesare annuì. Una patina lucida si riverberava nelle sue iridi d’ebano. Il corpo agile e magro sembrava disegnare, nella sua figura umana, quella forma di lupo che gli era ugualmente propria. Quella in cui aveva procreato.
«Lei… Non ti dirò con quale nome ci chiamiamo, nella vita del bosco. Per te, sarà Cirene».
            “Cirene”, accorgendosi della ragazza, fece per muoversi. Ma la presenza del compagno la rasserenò.
Sulle guance ispide di barba, il giovane accese un sorriso. Accarezzò le orecchie della sua lupa. Lei rispose con un suono sordo, cupo e arcanamente amoroso. I loro piccoli ripresero a poppare.

*   *   *

Affondò le dita nel terriccio, sentendone l’umore salire su per la sua nuca. Lo zainetto era abbandonato poco più in là. Il sonno andava mescolandosi alla sua febbre di solitudine. Un insetto ronzava –una zanzara? Riaprì gli occhi.
Il sole era ormai sotto la linea del tramonto. I faggi, i castagni, le betulle, le querce si fondevano con l’ombra, giocando a una fantasmagoria di rami.
Aveva sentito parlare di chi non era più tornato. Di chi aveva lasciato casa, università o lavoro per sciogliersi nel sogno del bosco. Per tornare a un ignoto che era troppo umano. L’aveva fatto Licia. La sua vecchia compagna di scuola.
Il torpore ricominciava a lusingargli le palpebre. Si lasciò galleggiare su di esso.
Tra le sue ciglia semichiuse, l’intreccio dei rami serpeggiava in forme fantastiche. Esse si allungarono in propaggini sottili, in dita, in capelli. Una figura misteriosamente femminile si protendeva verso di lui, in una posa ferina –come pronta a slanciarsi su quattro arti. Nel sogno (sogno?), da quell’ombra balenò un sorriso. Licia?
            Percepì un’altra creatura, accanto a lei. Ne sentiva i passi agili, l’ansare, il latrato. Tutt’intorno, si levò un profumo di rosa canina.

*   *   *

Così sono i figli di lupo e semilupo. Con le orecchie tese a misteriosi lamenti. Gli occhi pieni di un cuore liquido. Sulle loro quattro zampe, portano un’anima ispida e senza parole.
Quando incontrano figli d’uomo che non hanno in sé sangue di lupo, si fermano e li fissano a lungo. Chi ricambiasse il loro sguardo potrebbe avvertire un pianto inesorabile, definitivo. Il pianto di chi saluta coloro che non si sono salvati.





2° premio assoluto per la sez. D – Narrativa a tema: Uomo-Natura-Ambiente, Concorso Internazionale Artistico Letterario “AMBIART”, V edizione 2015, promosso da FareAmbiente Lombardia.

Ti ho amata - 3



"Rendimi l'amore 
che ti ho prestato,
i sogni vissuti, 
le lacrime di gioia,,. 
che nel piacere hai avuto!

Rendimi la tenerezza 
che ho provato,
io ti restituerò 
il falso orgoglio
d'averti avuto..

Rendimi i sorrisi
che ti donato
i gesti,
le parole dette,
ed i pensieri..

non eri tu 
non sei mai stata!"

ANTONIO ATZEI (EL GATO EN LA CALLE)

venerdì 13 novembre 2015

Il realismo di Caravaggio e l'autunno del Manierismo

I corsi della Libera Università di Manerbio (LUM) hanno compreso anche un incontro di storia dell’arte, al Teatro Civico: “Il realismo di Caravaggio e l’autunno del Manierismo” (15 ottobre 2015). Il relatore era il prof. Martino Pini, già conosciuto come ex-insegnante di scuole medie e docente della scuola di disegno compresa nella LUM. Lui stesso aveva scelto un sottofondo musicale, tratto dalla colonna sonora del Barry Lyndon girato da S. Kubrick. Con quelle note, l’uditorio è stato calato nell’intensità e nella drammaticità di Caravaggio. Allo stesso tempo, il prof. Pini ha inquadrato questa figura all’interno del cosiddetto Manierismo. Il termine indica l’arte di fine Cinquecento e deriva da “maniera”, il termine che il biografo Giorgio Vasari (1511-1574) impiega col significato di “stile proprio di un pittore”. Per l’appunto, gli artisti dell’epoca si formavano sulla “maniera” di Michelangelo, Raffaello, Tiziano e Leonardo. Un’altra caratteristica che accomuna i pittori del periodo è il senso di sbigottimento, dovuto al crollo delle certezze precedenti. Con la rivoluzione copernicana, l’uomo non è più al centro dell’universo; la Riforma protestante scuote il Cristianesimo. La natura non è più impiegata come modello: la pittura la distorce, in forme allungate e dilatate.
            Michelangelo Merisi (1571-1610) deve il proprio nome al paese d’origine della famiglia, ma nacque a Milano. Essendosi formato in Lombardia, conobbe la pittura del Moretto, del Romanino, del Savoldo, del Moroni, del Lotto: artisti noti per i giochi di chiaroscuro e per il realismo. Oltre alla formazione in bottega, ebbe la possibilità di studiare e di frequentare nobili e intellettuali. Della sua produzione giovanile, in Lombardia, non rimane però niente. Un enigma che gli storici dell’arte non hanno ancora risolto, secondo il prof. Pini.
            A Roma, trovò le prime commissioni illustri. Il relatore ha passato in rassegna i primi capolavori noti. Il Bacchino malato (1594) è un autoritratto che osa rappresentare il realismo della malattia. La buona ventura (1596/97) studia le differenze psicologiche fra due volti. Il Ragazzo morso da un ramarro (1594/95), con le parole del prof. Pini, “inventa la fotografia”: la fissazione di un movimento istantaneo. Nel Riposo nella fuga in Egitto, dello stesso periodo, vanno notate la suggestiva resa del crepuscolo, l’umanità della Madonna e – soprattutto – il panneggio vorticante dell’angelo. Il luminismo sarebbe dovuto a un influsso veneto; le volute arricciolate del panneggio, invece, anticiperebbero il gusto barocco. 

            Le opere successive, come le Storie di S. Matteo e la Crocifissione di S. Pietro, mostrano il sapiente uso del chiaroscuro per rappresentare la luce della grazia e la lotta fra il bene e il male. Nei dettagli, indicano anche la lezione di Michelangelo Buonarroti. Giuditta e Oloferne (1599) fa rivivere le scene cruente delle esecuzioni. Le ultime opere del “pittore maledetto”, che passava dagli onori all’infamia, mostrano un’evoluzione “esistenzialista”. Il realismo dei personaggi popolani dà spazio ai toni terrosi. Il Davide che regge la testa di Golia (1609/1610) mostra probabilmente due versioni (giovane e matura) dell’artista: una riflessione sconsolata sulla propria vita.

Pubblicato su Paese Mio Manerbio, N. 102, novembre 2015, p. 20.

Il Pedibus gioca con Cecco Angiolieri

Il Pedibus di Manerbio ha da poco visto la propria versione autunnale, dal 28 settembre al 30 ottobre 2015. Presentare ai bambini delle scuole elementari la bellezza del camminare non è semplicissimo, in detta stagione. Tuttavia, i volontari contattati dal Comune si sono impegnati per non far mancare colori e giochi neppure sotto le minacce di pioggia. In particolare, ha visto un seguito l’iniziativa “Nel mezzo del cammin…”, nata per commemorare il 750° anno dalla nascita di Dante Alighieri. Stavolta, l’attenzione si è spostata su un’altra figura: un contemporaneo di Dante, più vecchio di lui di qualche anno; come lui poeta toscano, ma di Siena e… di ben altra pasta. Si tratta di Cecco Angiolieri (1260 – 1313?). Questa fermata del Pedibus ha preso il nome dall’incipit del suo sonetto più famoso: “S’i’ fosse foco”. 

            Guidati da una neolaureata in Lettere, i piccoli hanno potuto vedere che la poesia non è solo solennità, ma anche gioco, sberleffo, vita quotidiana. Al posto dell’Aldilà cristiano, l’inferno e il paradiso delle buone bevute, delle perdite al gioco, degli alti e bassi dell’amore. In luogo dell’angelica Beatrice, la litigiosa Becchina. Il tutto presentato in modo assolutamente innocente, come un cartone animato. Ancora una volta, l’esposizione si è avvalsa di disegni a pennarelli: più complessi di quelli vignettistici riservati a Dante, che ricalcavano la matita di Marcello Toninelli. Cecco era rappresentato come un giovane azzimato e variopinto, che sognava un verso poetico. Sull’altro lato del cartone, i simboli delle sue tematiche: un fiasco col bicchiere, gli occhi adirati di Becchina circondati da cuoricini, una coppia di dadi.
            Ai bambini, è stato chiesto di immaginare cos’avrebbero fatto se fossero stati forze della natura – ripetendo il gioco di fantasia che è alla base di “S’i’ fosse foco”. È stato un piacere constatare che le loro risposte non si discostavano molto da quelle date nel sonetto, che loro non conoscevano. Potenza del lunedì mattina.
           
Nel secondo gioco, un interprete di “Becchina” doveva far indovinare a “Cecco” una parola, nel tempo di una piccola clessidra (la “parola giusta” per porre fine all’ennesimo litigio… e non si trattava di un banale “scusa”, naturalmente).
            Il terzo era il più semplice, ma anche il più gradito dai partecipanti: un mini-torneo di dadi, con l’alternanza turbinosa di vincitori e vinti. «Al tempo di Cecco, questo era il gioco degli uomini nelle osterie… chi perdeva, doveva pagare da bere. Qualcuno si ritrovava senza soldi, per questo, come succede oggi nei bar coi videopoker» spiegava la conduttrice del gioco. «Ma noi, che siamo più bravi di Cecco, giochiamo solo per divertirci».

Pubblicato su Paese Mio Manerbio, N. 102, novembre 2015, p. 20.

Domenica Brusinelli, 70 anni di ACLI

Il 31 ottobre 2015, la castagnata delle Associazioni Cristiane Lavoratori Italiani (ACLI), a Manerbio, è stata allietata da un riconoscimento. La socia Domenica Brusinelli si era vista assegnare una medaglia e una targa in occasione del 70° anniversario dalla fondazione delle ACLI della Provincia di Brescia. Il suo merito era quello di aver preso parte alla loro storia fin dall’inizio, nel 1945.
            Oltre che socia della prima ora, Domenica era “figlia d’arte”. I suoi genitori sono ricordati per aver gestito la “Cristiania”, quella che ora è il bar-trattoria “Scià Bas”: all’epoca, luogo di ritrovo per eccellenza dei parrocchiani manerbiesi. 

            Per quarant’anni (dal 1936 al 1976), la Brusinelli lavorò al Lanificio Marzotto e fu sindacalista della CISL, in rappresentanza dell’elemento femminile. Grazie alle ACLI, aveva potuto ottenere la formazione necessaria al compito frequentando una “scuola sociale” a Brescia, dal 1952 al 1954.
            La sua longevità e la sua precoce adesione hanno fatto di lei la memoria storica delle ACLI manerbiesi. Una memoria ferrea, per di più. Ricorda anni e particolari. Rammenta anche il 1 maggio 1955, giorno in cui Pio XII fece coincidere la Festa dei Lavoratori con quella di S. Giuseppe artigiano.
            Domenica Brusinelli fu anche fra i primi a iscriversi alla Libera Università di Manerbio, quando un gruppo di volontari, con Rita Fogazzi e l’allora assessore alla cultura, Lorenzo Manfredini, la istituirono nel 2002. Ritoccando un proverbio: settant’anni da leonessa… E nessuna voglia di smettere.

Pubblicato su Paese Mio Manerbio, N. 102, novembre 2015, p. 18.

Il tempo delle castagne

È arrivato novembre; con esso, le umili gemme dell’autunno: le castagne. Come è naturale per le piccole città, questo porta a pubblici momenti di convivialità a base di caldarroste.
            Così, a Manerbio, ha fatto il circolo locale delle Associazioni Cristiane Lavoratori Italiani (ACLI). Il 31 ottobre 2015 (coincidenza casuale…), è stata offerta una castagnata a soci e simpatizzanti. Ovviamente, non di sole caldarroste vive l’uomo, perciò erano presenti anche stuzzichini fatti in casa, dolci e salati. Il vino era quello selezionato nell’Oltrepò Pavese dal Gruppo di Acquisto Solidale. La festa, però, era dedicata soprattutto a chi aveva partecipato alle gite del Gruppo Turistico ACLI: le foto-ricordo venivano proiettate nella sede del circolo. “Dulcis in fundo”: una socia, Domenica Brusinelli, era appena stata insignita di una medaglia e di una targa per il 70° anniversario dalla fondazione delle ACLI della Provincia di Brescia, alle cui attività lei aveva preso parte fin dalla prima ora. 
            Per il giorno dopo, sul Piazzolo, era prevista una cuccagna anche maggiore. L’AVIS locale ha organizzato, a propria volta, una castagnata ormai tradizionale. Davanti ai fuochi per le caldarroste, i banchetti ospitavano salame nostrano, cracker, ciccioli, torte, vin brulé, cioccolata calda, the, bibite – come complemento alla semplice e insostituibile leccornia autunnale. I bambini erano intrattenuti da Tino – immancabile durante il Pedibus e le sagre cittadine – che apriva il curioso tesoro dei suoi giocattoli in legno. 
            Fra una degustazione e l’altra, era possibile compilare domande di iscrizione all’AVIS. Due boccioni trasparenti invitavano a deporre offerte in denaro. Con 3 €, si poteva contribuire a coprire la spesa per il freschissimo Calendario 2016. Questa edizione è dedicata all’epoca in cui Manerbio era sotto il dominio della Repubblica di Venezia (1426 – 1797).
           
La festa sul Piazzolo è durata fino a sera, quando i fuochi per le caldarroste erano suggestivi nell’ombra. Con loro, bruciava in allegria l’ennesima estate, l’ennesimo vecchio anno della natura.

Pubblicato su Paese Mio Manerbio, N. 102, novembre 2015, p. 18.

Spiedo, cucina e... letteratura autunnale

Arriva l’autunno, coi suoi prodotti colorati sotto un cielo grigio. E la Libera Università di Manerbio (LUM) proprio a questo ha voluto dedicare l’incontro del 29 ottobre 2015, al Teatro Civico “M. Bortolozzi”: “Spiedo, cucina e… letteratura autunnale”. La relatrice era la prof.ssa Carla Boroni, autrice di volumi sulla rappresentazione letteraria del cibo. «Ho cominciato a trattare l’argomento negli anni ’90, quando non era ancora di moda…» ha ricordato. Sebbene paia antitetico, il legame fra letteratura e pietanze è senza tempo. La relatrice ha citato il frutto proibito e il piatto di lenticchie della Genesi, i frutteti e i latticini dell’Odissea; ha ricordato la sovrapposizione fra valore alimentare e valore spirituale, che avviene nell’Eucarestia e che fu tipica del Medioevo. 

            Ne “I Buddenbroock” (1901), Thomas Mann descrive un ricco pranzo autunnale a base di zuppa di erbaggi, prosciutto con salsa e legumi, “terrina russa” (sorta di mostarda). Guido Gozzano canta l’amore per “tutte le signore/che mangiano le paste nelle confetterie” (1907). Ben altra poesia è quella della cucina futurista: Filippo Tommaso Marinetti condanna la pasta come “assurda religione gastronomica italiana” (1909), accusata di causare indolenza. Non poteva mancare “Il pranzo di Babette” (1950) di Karen Blixen (da cui il film omonimo), in cui una cuoca in esilio riporta il gusto di mangiare, amare e vivere fra paesani fin troppo castigati. La “torta paradiso” diventa, invece, “La torta Purgatorio”, per Giovannino Guareschi (1954). Due cenni son spettati al commissario Montalbano di Andrea Camilleri, impegnato a fare i conti con vini forti e specialità a base di pesce.
            Il cibo è legato alla mente: è desiderio e socialità. È distintivo di una cultura. Così, la Boroni è approdata alla cucina bresciana e al suo principe, lo spiedo: legato alla fauna locale e alla pratica della caccia. Le divergenze sulla corretta preparazione si sono dimostrate degne di una disputa filosofica. Fra i tipi di carne, immancabili gli ošèi (con le caratteristiche interiora amarognole) e i mumbulì. L’elenco di finezze ha compreso il ruolo insostituibile di salvia e burro, nonché la qualità delle patate, del sale e della legna. Lo spiedo è evocato dal Carducci in “San Martino” (1883); ma la Boroni ha declamato anche versi bresciani dedicati a questa rustica squisitezza. Sono seguiti modi di dire legati alla polenta e la menzione della “Bariloca”, la gallina rigorosamente rubata e cotta in umido, con riso e funghi. Da non dimenticare i piatti ricavati dal maiale e dalla zucca. Sempre più rara è la marmellata di cachi. 

La carrellata si è conclusa con un capolavoro della letteratura bresciana, “La massera da bé” (1512) di Galeazzo degli Orzi. Protagonista: una massaia che, ovviamente, ci sa fare anche in cucina.
            Per passare dalla teoria alla pratica, la LUM ha offerto ai partecipanti caldarroste e vin brulé. Il buon autunno si vede dall’inizio.

Pubblicato su Paese Mio Manerbio, N. 102, novembre 2015, p. 15.

Quattro ruote in piazza

La passione per i motori non riguarda solo chi può permettersi grosse cilindrate. A volte, bastano una piazza, qualche copertone, ostacoli di plastica, transenne e il circuito è servito. Così è stato fatto a Manerbio il 24 ottobre 2015, in piazza Cesare Battisti. A chi volesse assistere a un piccolo spettacolo di velocità, sono stati offerti go-kart e quod, guidati da piloti pratici del mestiere. L’inizio della manifestazione era programmato per le ore 14:00, con una “finale notturna” prevista per le 21:00. Questo è stato il Kart Day 2015. Mezzi a quattro ruote di piccola taglia si sono dati da fare per circolare intorno al monumento ai Caduti – insolito testimone per un’insolita scena. 

            L’iniziativa era del Comune. Dell’organizzazione si è occupato soprattutto Claudio Gogna, membro della Commissione Cultura, Sport e Politiche Giovanili. Il referente – per quanto riguardava i rapporti coi piloti – era Cristian Febbrari, che ha dato una mano a sistemare il circuito.
Gogna ha affermato d’essersi occupato anche dei contatti con gli sponsor, d’aver progettato la pista e di aver fatto da tramite fra gli uffici. «Fra i piloti, alcuni sono iscritti a un team e partecipano a gare amatoriali; altri prendono parte a campionati regionali» ha spiegato. «Quella dei go-kart è una passione molto diffusa».
            Anche se la locandina e la voce all’altoparlante prevedevano una misurazione dei tempi, non si trattava di una gara, ma di un semplice spettacolo. Anche lo speaker si occupava non tanto di una cronaca in tempo reale, ma di rendere ancora più accattivante la scena – con disco music annessa. Interlocutori privilegiati erano i bambini, confermando una tendenza già dimostrata dalle politiche giovanili di questa giunta. A loro è stato permesso di fare due giri su un go-kart o su un quod, naturalmente previa assicurazione e insieme a un pilota. 

            «L’iniziativa è stata sperimentata l’anno scorso, in occasione della Notte delle Fiabe» ha precisato ancora Gogna. «Stavolta, per ragioni tecniche, i due eventi sono stati separati».
            Insomma, una “fiaba autonoma” per gli amanti della velocità. Anche se in versione “micro”.

Pubblicato su Paese Mio Manerbio, N. 102, novembre 2015, p. 11.

La pieve in mostra

La pieve “S. Lorenzo Martire” di Manerbio è una di quelle bellezze che sembrano avvantaggiarsi dell’età. Perciò, nel trecentesimo anno dalla posa della prima pietra (1715), i gioielli dell’anziana signora sono stati offerti alla vista del pubblico. 

            Il Museo Civico ha ospitato una mostra, con materiali tratti dall’archivio e possibilità di visita guidata al sabato mattina, in ottobre. Si sono così rivelati un antifonario cinquecentesco, calici, ostensori; l’immagine di una “Pietà” offerta, un tempo, al “bacio della pace”; il diario del curato Nicola Cè (1739-1780). Altri fogli a righe riportavano un frammento del decreto della visita pastorale di S. Carlo Borromeo (1580). Due stendardi ricordavano le compagnie che sostituirono (all’inizio dell’ ‘800) le confraternite, associazioni di laici dediti alle pratiche devozionali e alla beneficenza. Non poteva mancare un Messale tridentino. Un documento della Municipalità di Manerbio (1803) ricorda la singolare storia di fra G. Regosa, parroco riconosciuto dai fedeli ma non dal vescovo. Del 1770 è il bando dell’asta alla quale la Repubblica di Venezia vendette il locale monastero dei Cappuccini.
            Le fotografie in bianco e nero ci riportano nella prima metà del Novecento, con un solenne Congresso Eucaristico (1926), l’arrivo delle attuali campane (1947) e un Congresso Mariano (1949). Si termina con un altro Congresso Eucaristico, quello del 2013.
            Il 18 e il 25 ottobre 2015, invece, l’arch. Michelangelo Tiefenthaler ha fatto da guida a coloro che volessero conoscere meglio la storia dell’edificio sacro. L’attuale pieve andò a sostituire quella precedente, lunga la metà e con l’abside orientato in direzione opposta. La nuova chiesa doveva essere più adatta al culto secondo le disposizioni derivate dal Concilio di Trento; non era neppure più necessario inserirla nelle fortificazioni che avevano aiutato Manerbio a resistere alle precedenti guerre.
            La storia dell’attuale pieve è, prima di tutto, quella di un cantiere pluridecennale (1715-1780), durante il quale mutarono architetti e gusti: da quello barocco a quello neoclassico. L’ordine architettonico è un misto di ionico e corinzio, per privilegiare le forme slanciate. Le chiese del XVIII secolo, per l’appunto, erano dette “chiese dello Spirito”, per questo tendere verso l’alto. Particolarmente curata è l’acustica, per facilitare la predicazione e creare un’ideale ascesa delle preghiere al cielo. 

            È stata minuziosa la visita agli altari laterali, lascito della cappellanie in cui erano celebrate le Messe richieste per testamento e campionario di colorati marmi locali. In primo luogo, il trio altar maggiore – altare del Ss. Sacramento – altare della Madonna del Rosario ribadisce i punti dottrinali rafforzati dalla Controriforma: la centralità dell’Eucarestia e l’importanza del culto dei santi, specialmente della Vergine. Tiefenthaler ha ricordato le disposizioni di S. Carlo Borromeo: costruire nuove chiese riconsacrando ciò che le precedenti avevano di più venerato. Per l’appunto, un altare è dedicato all’amatissima Madonna della Neve, affresco quattrocentesco con fama di miracolosità; attorno alla Vergine del Rosario, sono disposte telette preesistenti raffiguranti i Misteri; il fonte battesimale, pure, proviene dalla vecchia pieve.
            Tiefenthaler ha concluso sottolineando il fatto che la bellezza dell’edificio e degli arredi sia dovuta allo sforzo collettivo dei fedeli che, nei secoli, hanno percepito la chiesa parrocchiale come un bene comune, un “biglietto da visita” e un segno d’identità.

Pubblicato su Paese Mio Manerbio, N. 102, novembre 2015, p. 9.

Il migliore amico del carabiniere

Il proverbio vuole che il cane sia il migliore amico dell’uomo. Di sicuro, lo è del carabiniere. Così ha fatto pensare l’esibizione cinofila del gruppo “Madonna della Strada”, organizzato per il 68° anniversario di fondazione dell’Associazione Nazionale Carabinieri - Sezione Brigadiere “G. Lai”, a Manerbio. L’evento si è tenuto la sera del 24 ottobre 2015, in Piazza Falcone – mentre, davanti al municipio, scorrazzavano i motori del Kart Day. A fare gli onori di casa, naturalmente, c’era il presidente dell’ANC locale, Antonio Anni. 

            La scuola di addestramento cinofili, secondo il sito dell’Unione Nazionale Arma Carabinieri, ha sede in una chiesa sconsacrata nei pressi di Pontevico.
            L’esibizione manerbiese è stata diretta dal comandante Aldo Taietti, ottimamente in grado di tenere attento il pubblico, strappandogli anche il sorriso. La simpatia dei presenti, sicuramente, era attirata anche dai protagonisti della serata: i cani. Obbedienti agli ordini, si sono dimostrati in grado di eseguire slalom, superare palizzate, infilarsi in passaggi stretti, saltare, sfidare il fuoco. Era presente un “elicotterista” (grande, bianco, dal muso affusolato), ovvero il cane che aiuta a scovare le vittime delle valanghe, in montagna.
            Particolare ilarità ha suscitato la dimostrazione delle capacità degli animali come cercatori di droga. Anche perché Taietti ha ricordato aneddoti sui nascondigli… scaramantici preferiti dagli spacciatori bresciani, o su chi ha rubato pastiglie e polverine ai Carabinieri… per scoprire, a proprio danno, che si trattava di surrogati, impiegati nell’addestrare il fiuto dei cani.
            Sicuramente meno divertente è stato vedere questi ultimi impegnati in un attacco. Un’apposita imbottitura per il braccio ha fatto le spese della simulazione di una rapina, assaggiando il saldo morso dell’ “elicotterista”. Un minimo di conforto – per chi non aveva lo spirito da “eroe del male”  – è stato dato dalla prontezza dei carabinieri nel fermare i cani, in caso di resa.
            Peraltro, fuori dal contesto poliziesco, gli animali si sono rivelati piuttosto bendisposti alle carezze. Condotti al guinzaglio, hanno sfilato per Manerbio, sotto gli occhi stupiti dei passanti. Né è andato in porto lo scherzetto di un bellospirito di passaggio, che ha cercato di imitare gli ordini degli addestratori. I cani, decisamente, non sono… carabinieri da barzelletta.

Pubblicato su Paese Mio Manerbio, N. 102, novembre 2015, p. 8.

giovedì 12 novembre 2015

La vergine di ferro - II, 9

Parte II: Il Cigno Bianco e il Cigno Nero




9.

Isabella fluttuava mestamente sulle rive del Ticino, nella luce indefinita del crepuscolo. Cercava di cullare la malinconia con il fascino del Borgo, il suo monumento alle lavandaie operose d’una volta e la “Linguacciona” che scherniva quelle che erano pettegole. Cercava di non pensare alla favola di Odette e Sigfrido, evocata continuamente dalle acque cristalline del fiume.
            D’un tratto, fu riscossa da un guizzo. Un vestito nero che ondeggiava sulla strada, davanti a lei. Fissò quella figura. 

            Nilde Ario era là, in ampi abiti funerei.
Le labbra di Isabella si aprirono in un grido muto. Poi, si voltò e fuggì.
Ieri notte, quando ho spento la luce… ho visto… ho creduto di vedere… Nilde che mi fissava nel buio. No, non aveva preso Amedeo per pazzo, quando lui glielo aveva raccontato. E, in quel momento, gli credeva ancor più fermamente.
Perdonami, Nilde. Non avrei voluto essere gelosa di te. Non avrei voluto essere felice della tua morte.
L’altra – in carne ed ossa – era rimasta attonita, sulla strada. Avrebbe voluto richiamare indietro la biondina biancovestita, palesemente terrorizzata dall’apparizione. Ma Isabella era già scomparsa. Nilde non faticò a comprendere le cause del suo spavento. Lei, per il momento, era ancora ufficialmente morta. Ma non aveva potuto rimanere a casa di Amedeo, vedendo che lui non ritornava più. Sapeva che lui voleva recarsi in Borgo Ticino e lì era andata a cercarlo. Aveva trovato la sua auto. Nient’altro.

[Continua]


Pubblicato su Uqbar Love, N. 158 (12 novembre 2015), p. 17.

giovedì 5 novembre 2015

La vergine di ferro - II, 8

Parte II: Il Cigno Bianco e il Cigno Nero



8.

Michele Ario fissò la strada fra la sponda del Ticino e le case, nel Borgo che prendeva il nome dal fiume. Procedeva cautamente alla guida della Porsche, catturando con lo sguardo ogni centimetro cubo d’aria. Sapeva chi doveva trovare. L’aveva seguito. 

            D’un tratto, infatti, se lo vide arrivare davanti, a piedi. Probabilmente, cercava l’auto parcheggiata. La chioma rossa, la figura d’alabastro fasciata d’abiti scuri – come quelli che amava indossare la sua “defunta” nipote. Fermò il veicolo; attese che il giovane si avvicinasse e scese dall’auto. L’altro trasalì.
            «Signor Bernasconi, La prego caldamente di salire» lo apostrofò Ario, con una cortesia minacciosa. Amedeo fece per ribattere. Poi, notò il figuro sul sedile anteriore, accanto al posto del conducente. Si voltò e si accorse di un ragazzo biondiccio che lo fissava duramente – troppo per essere lì per caso. Era sera e, in Borgo Ticino, non circolava anima viva. Il fiume scorreva, nero come un monito.
Inghiottendo saliva amara, si sistemò sui sedili posteriori della Porsche. Un terzo figuro gli legò prontamente i polsi. Qualcosa cominciò a pulsare violentemente nelle tempie di Amedeo, intanto che Ario si rimetteva alla guida e riavviava il motore.

[Continua]


Pubblicato su Uqbar Love, N. 157 (5 novembre 2015), p. 16.

martedì 3 novembre 2015

La vergine di ferro - II, 7

Parte II: Il Cigno Bianco e il Cigno Nero

7.


Isabella, col cuore in gola, suonò alla porta dell’appartamento di Amedeo.
Poco dopo, lui le aprì. Era pallidissimo e con gli occhi cerchiati di nero.
«Ciao… Ti senti bene?» gli domandò lei, premurosa. Lui inspirò a fondo. «Ti confesso di no» esordì poi. Isabella si rabbuiò ulteriormente: «Mi dispiace… Cos’hai?»
            Amedeo la guardò coi suoi occhi nocciola sbarrati in un’espressione di terrore. «Non prendermi per pazzo... Ieri notte, quando ho spento la luce… ho visto… ho creduto di vedere… Nilde che mi fissava nel buio».

Isabella sentì arricciarsi la pelle. «Nilde… Nilde Ario? La… la nipote del dottore?»
Amedeo fece cenno di sì. «Io non credo nei fantasmi, però» proseguì con voce roca. «Non ci voglio credere».
            Il cuore di Isabella cominciò a battere ancora più pazzamente. «Di questo, temo di saperne qualcosa, invece» rilanciò, appassionata. «Intanto… sei certo di essere stato sveglio, in quel momento?»
«Assolutamente sì».
«Ecco, questo è già qualcosa» mormorò lei, pensosa. «Potrei farti leggere diversi libri di testimonianze, in questo senso… o perfino fotografie significative…»
Amedeo le sorrise, conciliante. «Sono felice che tu mi capisca… Sarà meglio che non mi metta a leggere libri sui fantasmi, altrimenti mi suggestionerò anche peggio. D’ora in poi, dormirò con la luce accesa».
«Ecco, meglio» fece lei, con un sorriso forzato. «Cos’ero venuta a dirti, a proposito? Ah, già… Lo zio della povera Nilde… ci terrebbe a scambiare le condoglianze con te».
Il ragazzo non poté evitare di accigliarsi. «Grazie mille. Ci penso io».
Isabella si accomiatò. Richiudendo la porta, Amedeo si disse che quella chiacchierata aveva confermato la bontà del suo stratagemma. Ario aveva cercato di arrivare a lui attraverso la sua devotissima allieva, come c’era da aspettarsi. E il giovane sapeva che Isabella teneva d’occhio la sua finestra, sebbene per un innocente interesse sentimentale. Era meglio che lei avesse quella spiegazione della luce accesa a tarda ora. E che la favola del fantasma la sviasse dalla voglia di indagare. Sperando che, invece, non la lanciasse al massimo.

[Continua]


Pubblicato su Uqbar Love, N. 156 (29 ottobre 2015), p. 16.