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Belle e pericolose

Una fanciulla virtuosa, di stilnovistica memoria, trepida per il suo bel cavaliere lontano. Manco a dirlo, la sua reazione è pregare: sotto una quercia, in una notte spettrale. Tipico quadretto dell’immaginario romantico di Samuel Taylor Coleridge (1772-1834), con cui comincia la sua Christabel (1797-1800): poemetto narrativo mai terminato, di cui esistono solo le prime due parti. Esse raccontano, per l’appunto, della giovane ed angelica Christabel, figlia di un castellano. Una notte – mentre sta pregando sotto la quercia, appunto – incontra la sua coetanea Geraldine, come lei nobile e affascinante. Questa le racconta di essere stata rapita da una masnada e abbandonata momentaneamente nel bosco. La buona Christabel, naturalmente, le offre ospitalità e sicurezza nel castello paterno. All’arrivo di Geraldine, si verifica ogni sorta di segno soprannaturale e di malaugurio – compresa un’apparente reazione isterica della straniera, davanti alla benedetta memoria della madre di Christabel. Il perturbante raggiunge il proprio acme nel momento in cui Geraldine è invitata dall’altra a giacere accanto a lei. Con gesto ambiguo – o, forse, fin troppo esplicito – l’ospite si sveste. E ciò che Christabel vede la sconvolge profondamente: un marchio di mostruosità non ben specificato, che – nella letteratura medievale – indicava la soprannaturalità di un essere. Fatto sta che Geraldine stringe l’amica al petto e quella deformità incatena la ragazza a un incantesimo.
            Questa situazione si rifletterà pochi decenni dopo, in un lavoro narrativo in prosa più vasto e completo: la famosa Carmilla (1872) di Joseph Sheridan Le Fanu (1814-1873). Stavolta, la scena è un castello in Stiria, in un’epoca contemporanea all’autore – non più un Medioevo idealizzato. L’ “effetto realtà” è rafforzato dal prologo, che presenta il racconto come tratto da un referto medico. In più, il tutto è narrato in prima persona dalla protagonista positiva, Laura, in modo da calare il lettore nel suo punto di vista e fargli vivere l’illusione dell’esperienza. 
            Anche qui, la generosità, il bisogno di amicizia – e la fascinazione subita – portano una giovane castellana a ospitare una fanciulla misteriosa e sfortunata. Di quest’ultima, non si riesce a saper nulla, se non che si chiama Carmilla, è di casata nobile e antica, e abita “da qualche parte a ovest”. Presto, le due sviluppano un reciproco attaccamento e una confidenza quasi illimitata. Spesso, Carmilla impiega quella vicinanza per sfogare una passione segreta. Rivolge a Laura discorsi apparentemente deliranti sull’amore e sulla morte, preannunciandole una metamorfosi da bruco in farfalla. Nel frattempo, la stessa Carmilla mostra ripugnanza verso la religione e specialmente verso i funerali – quelli di povere ragazze, morte dopo numerose notti di apparizioni spettrali. Anche Laura scivolerà un uno stato morboso, che però si accompagna a un abbandono alle carezze di Carmilla.
            Il “Carmilla-motiv” è un esempio lampante di come venisse rappresentato (e percepito) il rapporto saffico nel XIX secolo. Impossibile da nominare apertamente, descrivibile solo sotto forma di allusioni inquietanti – ma proprio per questo irresistibili. Gli strumenti espressivi della letteratura gotica permettevano al turbamento sessuale di confondersi con quello del terrore, col “perturbante” come irrompere dell’ignoto nella vita di tutti i giorni. Un brivido copre un altro brivido. Allo stesso tempo, il fatto che quelle allusioni erotiche fossero possibili significa che i lettori sapevano. Geraldine e Carmilla non sarebbero così terribili, se non fossero anche immensamente attraenti. Forse, le loro vicende risentono anche del sentimento di mistero e di esclusione degli uomini davanti alle confidenze di cui le donne potevano godere, nelle proprie stanze riservate come harem. L’intimità particolare fra Christabel e Geraldine, o fra Laura e Carmilla, è legata a doppio filo ai costumi ottocenteschi – “di qui i maschi, di là le femmine”. Entrambe le storie, per l’appunto, prevedono un padre ignaro, che non può decifrare la situazione perché non iniziato ai misteri del gineceo.
            In tempi di grande sdoganamento mediatico della sessualità, difficilmente la letteratura potrebbe produrre figure come quelle che abbiamo visto. Parlare di coppie lesbiche al cinema o nei libri significa, ora, raccontare di una quotidianità fin troppo rassicurante, con bambini al seguito; oppure, di bellezze plastificate a uso della pornografia e della cultura pop. Eppure, Carmilla rimane un amore immortale. Come nel libro, sa rifare di continuo la propria identità, per sedurre. Perché l’eros – quello vero, subconscio, indicibile – è sempre una forza che scuote i nervi e non si lascia domare dalle forme della “normalità”. Il vampiro anagramma il proprio nome, smonta la propria maschera per rileggersi, per entrare nella nostra vita. Ed ecco che Carmilla approda sul web, in una serie in cui compare in versione “bellezza dark”, per il godimento delle ragazze di oggi.
“L’amore avrà i suoi sacrifici”. Per sempre.

Samuel Taylor Coleridge, Christabel, in: The Complete Poetical Works of Samuel Taylor Coleridge, Oxford 1912, Clarendon Press, per il Project Gutenberg. Scaricabile in diversi formati.

Joseph Sheridan Le Fanu, Carmilla, copyright 1872, per il Project Gutenberg. Scaricabile in diversi formati.

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