sabato 31 ottobre 2015

Belle e pericolose

Una fanciulla virtuosa, di stilnovistica memoria, trepida per il suo bel cavaliere lontano. Manco a dirlo, la sua reazione è pregare: sotto una quercia, in una notte spettrale. Tipico quadretto dell’immaginario romantico di Samuel Taylor Coleridge (1772-1834), con cui comincia la sua Christabel (1797-1800): poemetto narrativo mai terminato, di cui esistono solo le prime due parti. Esse raccontano, per l’appunto, della giovane ed angelica Christabel, figlia di un castellano. Una notte – mentre sta pregando sotto la quercia, appunto – incontra la sua coetanea Geraldine, come lei nobile e affascinante. Questa le racconta di essere stata rapita da una masnada e abbandonata momentaneamente nel bosco. La buona Christabel, naturalmente, le offre ospitalità e sicurezza nel castello paterno. All’arrivo di Geraldine, si verifica ogni sorta di segno soprannaturale e di malaugurio – compresa un’apparente reazione isterica della straniera, davanti alla benedetta memoria della madre di Christabel. Il perturbante raggiunge il proprio acme nel momento in cui Geraldine è invitata dall’altra a giacere accanto a lei. Con gesto ambiguo – o, forse, fin troppo esplicito – l’ospite si sveste. E ciò che Christabel vede la sconvolge profondamente: un marchio di mostruosità non ben specificato, che – nella letteratura medievale – indicava la soprannaturalità di un essere. Fatto sta che Geraldine stringe l’amica al petto e quella deformità incatena la ragazza a un incantesimo.
            Questa situazione si rifletterà pochi decenni dopo, in un lavoro narrativo in prosa più vasto e completo: la famosa Carmilla (1872) di Joseph Sheridan Le Fanu (1814-1873). Stavolta, la scena è un castello in Stiria, in un’epoca contemporanea all’autore – non più un Medioevo idealizzato. L’ “effetto realtà” è rafforzato dal prologo, che presenta il racconto come tratto da un referto medico. In più, il tutto è narrato in prima persona dalla protagonista positiva, Laura, in modo da calare il lettore nel suo punto di vista e fargli vivere l’illusione dell’esperienza. 
            Anche qui, la generosità, il bisogno di amicizia – e la fascinazione subita – portano una giovane castellana a ospitare una fanciulla misteriosa e sfortunata. Di quest’ultima, non si riesce a saper nulla, se non che si chiama Carmilla, è di casata nobile e antica, e abita “da qualche parte a ovest”. Presto, le due sviluppano un reciproco attaccamento e una confidenza quasi illimitata. Spesso, Carmilla impiega quella vicinanza per sfogare una passione segreta. Rivolge a Laura discorsi apparentemente deliranti sull’amore e sulla morte, preannunciandole una metamorfosi da bruco in farfalla. Nel frattempo, la stessa Carmilla mostra ripugnanza verso la religione e specialmente verso i funerali – quelli di povere ragazze, morte dopo numerose notti di apparizioni spettrali. Anche Laura scivolerà un uno stato morboso, che però si accompagna a un abbandono alle carezze di Carmilla.
            Il “Carmilla-motiv” è un esempio lampante di come venisse rappresentato (e percepito) il rapporto saffico nel XIX secolo. Impossibile da nominare apertamente, descrivibile solo sotto forma di allusioni inquietanti – ma proprio per questo irresistibili. Gli strumenti espressivi della letteratura gotica permettevano al turbamento sessuale di confondersi con quello del terrore, col “perturbante” come irrompere dell’ignoto nella vita di tutti i giorni. Un brivido copre un altro brivido. Allo stesso tempo, il fatto che quelle allusioni erotiche fossero possibili significa che i lettori sapevano. Geraldine e Carmilla non sarebbero così terribili, se non fossero anche immensamente attraenti. Forse, le loro vicende risentono anche del sentimento di mistero e di esclusione degli uomini davanti alle confidenze di cui le donne potevano godere, nelle proprie stanze riservate come harem. L’intimità particolare fra Christabel e Geraldine, o fra Laura e Carmilla, è legata a doppio filo ai costumi ottocenteschi – “di qui i maschi, di là le femmine”. Entrambe le storie, per l’appunto, prevedono un padre ignaro, che non può decifrare la situazione perché non iniziato ai misteri del gineceo.
            In tempi di grande sdoganamento mediatico della sessualità, difficilmente la letteratura potrebbe produrre figure come quelle che abbiamo visto. Parlare di coppie lesbiche al cinema o nei libri significa, ora, raccontare di una quotidianità fin troppo rassicurante, con bambini al seguito; oppure, di bellezze plastificate a uso della pornografia e della cultura pop. Eppure, Carmilla rimane un amore immortale. Come nel libro, sa rifare di continuo la propria identità, per sedurre. Perché l’eros – quello vero, subconscio, indicibile – è sempre una forza che scuote i nervi e non si lascia domare dalle forme della “normalità”. Il vampiro anagramma il proprio nome, smonta la propria maschera per rileggersi, per entrare nella nostra vita. Ed ecco che Carmilla approda sul web, in una serie in cui compare in versione “bellezza dark”, per il godimento delle ragazze di oggi.
“L’amore avrà i suoi sacrifici”. Per sempre.

Samuel Taylor Coleridge, Christabel, in: The Complete Poetical Works of Samuel Taylor Coleridge, Oxford 1912, Clarendon Press, per il Project Gutenberg. Scaricabile in diversi formati.

Joseph Sheridan Le Fanu, Carmilla, copyright 1872, per il Project Gutenberg. Scaricabile in diversi formati.

martedì 27 ottobre 2015

Fa' del bene e lascia dire

“Un maestro zen vide uno scorpione annegare e decise di tirarlo fuori dall’acqua. Quando lo fece, lo scorpione lo punse. Per l’effetto del dolore, il padrone lasciò l’animale che di nuovo cadde nell’acqua in procinto di annegare. Il maestro tentò di tirarlo fuori nuovamente e l’animale lo punse ancora. Un giovane discepolo che era lì gli si avvicinò e gli disse: «Mi scusi, maestro, ma perché continuate??? Non capite che ogni volta che provate a tirarlo fuori dall’acqua vi punge?» Il maestro rispose: «La natura dello scorpione è di pungere e questo non cambierà la mia che è di aiutare». Il maestro rifletté e, con l’aiuto di una foglia, tirò fuori lo scorpione dall’acqua e gli salvò la vita; poi, rivolgendosi al suo giovane discepolo, continuò: «Non cambiare la tua natura se qualcuno ti fa del male, prendi solo delle precauzioni. Perché gli uomini sono quasi sempre ingrati del beneficio che gli stai facendo. Ma questo non è un motivo per smettere di fare del bene, di abbandonare l’amore che vive in te. Gli uni perseguono la felicità, gli altri la creano. Preoccupati più della tua coscienza che della tua reputazione. Perché la tua coscienza è quello che sei, e la tua reputazione è ciò che gli altri pensano di te… Quando la vita ti presenta mille ragioni per piangere, mostrale che hai mille ragioni per sorridere.”


Non di solo pane. Sussidio di preghiera per la famiglia, domenica 18 ottobre 2015, XXIX del Tempo Ordinario, Anno XV, N. 727, pag. 14.

venerdì 23 ottobre 2015

Schegge di luce

Dal 10 al 12 ottobre 2015, la Sala Mostre del Municipio di Manerbio è rimasta aperta a chi volesse gustare una piccola scelta di scatti fotografici. L’iniziativa era a cura del Fotoclub Manerbio, detto anche Gruppo Fotografico Manerbio. «È un modo per incuriosire la gente, ormai abituata alle fotocamere digitali» ha spiegato Damiano Putignano, il presidente dell’associazione.
            La diffusione capillare della tecnologia digitale ha infatti trasformato lo scatto in un’abitudine, un modo per fissare momenti in modo anche distratto o compulsivo. Altra cosa è l’arte della fotografia per gli appassionati e gli intenditori. L’immagine fissata su pellicola o in una scheda di memoria è una realtà altra rispetto a quella che si ha davanti agli occhi. Lo è anche senza l’uso di modifiche particolari. L’obiettivo ferma, ritaglia; registra riflessi, giochi d’ombre, posizioni che entrano a far parte dell’oggetto rappresentato. Una minima variazione della luce rende irripetibile un quadro. 

            La mostra del Fotoclub ha così voluto giocare con la varietà delle tecniche. Non si trattava solo di “pellicola VS digitale”, ma anche di confronto tra le immagini a colori e quelle in bianco e nero, fra il panorama e il dettaglio. Comparivano silhouette in controluce, primissimi piani, giochi di variazione sulla profondità di campo.
            Diversi erano anche i soggetti. Paesaggi di montagna erano affiancati a file di giovanotti che voltavano la schiena a un muretto, o a coppie che s’incontravano per caso in una città d’arte. “Romeo e Giulietta” erano riproposti in versione modernissima: una coppia in controluce sullo sfondo del mare, mentre si scambiava un bacio reso ideale dalle condizioni luminose. Bambine peruviane e donne africane; la bellezza di castagne lucide, nei ricci irti; città dell’Estremo Oriente e dell’Estremo Occidente; grattacieli in vetro o palazzi cinesi in legni variopintissimi. E ancora: uccelli in volo, o adagiati sulla seta cangiante dell’acqua; l’ “avvicinamento al minuscolo” sotto forma di un martin pescatore che stringeva la preda. L’uscita dall’atmosfera, per ritrarre una nebulosa. 
La vita e la morte si affiancavano, nell’immagine di un uccellino posato accanto a un fiore offerto a una tomba. La sabbia di un deserto si stendeva come seta; oppure, il “Progresso” compariva sotto forma di un aereo che valicava nevi sfidate – fino allora – soltanto dagli animali selvatici.
            Molti modi di mostrare la fotografia come passione per l’ “attimo fuggente”: ciò che l’occhio nota solo in un istante e che l’obiettivo strappa al movimento permanente della realtà.

Paese Mio Manerbio, N. 101, ottobre 2015, p. 18.

Una Manerbio da favola

Passeggiare tra gli idoli dell’infanzia, per una sera: questa l’idea alla base della Notte delle Fiabe. Il 26 settembre 2015, a partire dalle ore 20:00, le strade di Manerbio si sono convertite in un susseguirsi di “stand delle meraviglie” – senza pretese e con tanta creatività. Quattro esercizi di ristorazione hanno offerto i “Menu Bimbo”, puntando su sapori basici e prezzi contenutissimi. 

            In piazza Bianchi, il Circolo Ippico “S. Clemente” offriva ai più piccoli la possibilità di cavalcare un pony. In via San Martino, i volontari del Pedibus comunale presentavano i giochi che sarebbero stati proposti durante le fermate. Più avanti, gli Amici Biblioteca di Manerbio leggevano ad alta voce classici per l’infanzia, con tanto di villaggio indiano in cartoncino e Pippi Calzelunghe vivente. L’ I.I.S. “B. Pascal” ha inviato due allievi a spiegare le “semplici meraviglie” della fisica. I bimbi hanno anche potuto cimentarsi con piccole operazioni di robotica, insieme all’ASD DreamPuzzle. Davanti al condominio, i genitori della scuola “G. Marzotto” mettevano in scena lo spettacolo “Emozioninstoria”: nuvole, Sole e arcobaleno si sono avvicendati danzando. Una pedana di legno affiancata da eleganti candele ha sorretto una sfilata di abiti per bambini.
            Nello slargo di via San Martino, il Giardino delle Meraviglie aveva allestito un punto ristoro (panini con salsicce, patatine). L’Associazione Mamma Africa presentava un caleidoscopio di balocchi in legno e vetro. La Torre d’Avorio invitava grandi e piccini a provare i suoi giochi da tavolo.
            In via XX Settembre, faceva bella mostra di sé lo stand degli Alpini, con musiche d’altri tempi e una (assai meno “d’altri tempi”) insegna luminosa a forma di berretto con la penna. L’ABIO (Associazione Bambino In Ospedale) offriva cestini di pere. La Farmacia Comunale faceva degustare una tisana rilassante, proponendo cosmesi e alimentazione “senza petrolio”. Un negozio di alimentari donava gelati su stecco e misteriosi messaggi. L’AVIS raccoglieva offerte, accattivandosi i passanti con stuzzichini nostrani e gratuiti.
            In Via Volta, il Vespa Club locale esibiva i propri gioielli su due ruote. Via IV Novembre ospitava una giungla e un castello, rigorosamente gonfiabili. Piazza C. Battisti era diventata “la Piazza dello Sport”, con altri giochi gonfiabili: un calcio balilla umano, una parete di arrampicata, tre canestri. Alcune ragazzine si sfidavano a pallavolo. Oltre a questi sport, erano rappresentati il rugby, il Kung-Fu e il Tai Chi. Presso il Museo Civico, il programma prevedeva visite guidate e un laboratorio storico-archeologico gestito da “Il Vaso di Pandora”. Piazza Italia si era trasformata in una discoteca in versione baby. I Genitori all’Opera e i Genitori delle Scuole Paritarie trasformavano i piccini con il Truccabimbi. In mezzo alla folla variopinta, i personaggi di “Frozen” e i “Minions” andavano a caccia di fotografie con i passanti. 

            Per i più nottambuli, il programma prevedeva una passeggiata nel buio al Bosco Mella, con la guida del Pifferaio e lo spettacolo di chiusura: “Oltre il buio… la magia”.

Paese Mio Manerbio, N. 101, ottobre 2015, p. 9.

300 anni di devozione

La pieve di Manerbio compie trecento anni. Nel 1715, fu posta la sua prima pietra. Per festeggiare il compleanno, sono state organizzate visite guidate al Museo Civico e alla chiesa parrocchiale, oltre a conferenze. Il 9 ottobre 2015, il Teatro Civico “M. Bortolozzi” ha ascoltato gli interventi dell’ing. Sandro Guerrini e di don Livio Rota, docente di Storia della Chiesa presso il seminario di Brescia. Le loro competenze hanno permesso di approfondire l’aspetto artistico della pieve “S. Lorenzo Martire” e le motivazioni storiche della sua estetica. Moderava Umberto Scotuzzi, alla presenza del parroco don Tino Clementi. 

            L’ing. Guerrini ha esposto una serie di problematiche ancora aperte. “S. Lorenzo” sarebbe un’intitolazione atipica per una chiesa parrocchiale, pensabile più come nome di una diaconia. Un’ipotesi è che la pieve manerbiese fosse, inizialmente, dedicata all’Assunta.
La chiesa parrocchiale manerbiese si inserisce in una serie di luoghi sacri di gusto barocco che andavano fiorendo a Brescia e dintorni nello stesso periodo. I caratteri comuni erano la pianta a croce latina, la luminosità, la presenza di cupole e cupolette. L’ing. Guerrini ha sottolineato come la facciata, pur d’impianto neoclassico, risenta del gusto veneziano nel gioco di colori e nel “ricamo” di statue che la movimenta. La pianta a croce latina potrebbe essere un omaggio alla Chiesa del Gesù a Roma, essendo i Luzzago legati ai Gesuiti. Soprattutto, sottolinea l’altar maggiore, quello del Santissimo Sacramento e quello della Madonna del Rosario: riferimenti alla pietà eucaristica, contrapposta alle dottrine dei protestanti, e alla preghiera che avrebbe garantito la vittoria di Lepanto contro gli Ottomani.  È andato perduto il cimitero che affiancava la pieve.
            Le ragioni storiche di questa apertura di cantieri nel bresciano sono state esposte da don Livio Rota. La costruzione e l’ampliamento delle chiese parrocchiali non sarebbero stati dovuti a un aumento di popolazione, ma alle conseguenze del Concilio di Trento. La Controriforma mirava a unificare il luogo di culto e la comunità parrocchiale, dando la licenza di predicare al solo arciprete. I numerosi altari laterali – che rimangono tutt’oggi nella pieve – servivano a celebrare le cosiddette “Messe legatarie”, ovvero quelle richieste per testamento. La chiesa doveva anche essere il luogo in cui si esaltava l’Eucarestia, in contrapposizione ai vari insegnamenti protestanti. Le missioni popolari dei grandi ordini religiosi avevano poi bisogno di uno spazio di culto che fosse pomposo e scenografico, per colpire la fantasia dei parrocchiani. La chiesa doveva essere un luogo “altro”, l’ingresso nella liturgia celeste, l’uscita dal quotidiano per entrare in un mondo in cui ricchi e poveri si trovavano sullo stesso piano. L’abbondante iconografia relativa ai santi, all’Eucarestia e alla Vergine ribadiva i punti dottrinali confermati dal Concilio di Trento.

Paese Mio Manerbio, N. 101, ottobre 2015, p. 7.

Un evento di passione

L’11 ottobre 2015, mentre Manerbio festeggiava la Madonna del Rosario fra preghiere e giostre, alcuni cartelli invitavano a una mostra di pittura. Si teneva nel cortile del circolo ACLI ed era curata da un gruppo dal nome decisamente suggestivo: “Eventi di passione”. 

            Erano gli allievi della scuola di disegno compresa nella LUM, la Libera Università di Manerbio. Perlopiù maturi, con lavoro e famiglia, ma accomunati dal gratuito amore per matita e pennello. I loro corsi sono tenuti da Martino Pini, ex-insegnante di scuola media. Ogni estate, i suoi allievi si radunano informalmente al Teatro Civico. I corsi sono composti da due tronconi da dieci incontri l’uno. La sede delle lezioni è proprio la scuola media locale. Per una modesta quota d’iscrizione, si può imparare a padroneggiare la tecnica favorita. «Fra noi, qualcuno non sapeva nemmeno tenere una matita in mano, all’inizio» ha ricordato un allievo. A giudicare da questo, la competenza del  prof. Pini e la passione degli alunni hanno operato discreti miracoli. Coloro che “non sapevano tenere la matita” hanno creato Natività, Deposizioni, idilli di campagna, paesaggi, nature morte, ritratti, animali. Le tecniche spaziavano dall’olio alla biro, dall’acrilico al pastello. Era impiegato persino il mordente, un colorante bruno in grado di ottenere un effetto anticato.
            Secondo il racconto di due allieve, il nome del gruppo deriva da un’iniziativa del 2012: un’esposizione dei loro dipinti, accompagnata dall’esibizione dei ragazzi delle scuole medie che suonavano la chitarra. Il titolo era: “E…venti di passione”, con riferimento ammiccante a una telenovela, ma anche all’amore dei partecipanti per ciò che facevano.
            Per allestire la mostra dell’ottobre 2015, sono bastati alcuni pannelli di reti, facilmente trasportabili. A essi – fra gli altri –  erano appesi vasi di fiori, vedute della “Manerbio di una volta”, famiglie di cigni, volti di donne in preghiera, gattini a pastello o cani dai volumi ben modellati. Un ventaglio di colori era la Natività africana appesa a un muro. 

            «Per la chiusura del corso, quest’anno, abbiamo realizzato una serie di reinterpretazioni della Gioconda» ha raccontato una delle espositrici. «Una aveva un bambino in braccio… un’altra, con un paio di scarpe rosse, ricordava la violenza sulle donne. Poi, c’era quella in versione “Che Guevara”… un’altra ancora, nello stile di Andy Warhol, con New York sullo sfondo… Una ragazza l’ha trasformata in una dark, con lunghe unghie nere… Ma questo gioco non è stato capito dal pubblico. Ci hanno detto che abbiamo assassinato l’opera».
            Come ai tempi delle avanguardie, l’originalità non paga. Ma ciò non ha minimamente abbattuto lo spirito degli “Eventi di Passione”, che s’incontrano per la gioia di creare e per l’affiatamento che respirano. Un sano sberleffo a chi dice che “l’arte per l’amore dell’arte” è da snob o da fannulloni. Chiunque può (e dovrebbe) prendersi un angolo di bellezza per sentirsi contento di vivere.

Paese Mio Manerbio, N. 101, ottobre 2015, p. 6.

Quale futuro per il nostro ospedale?

L’11 agosto 2015, è stata approvata la legge regionale 23/2015: “Evoluzione del sistema sociosanitario lombardo: modifiche al Titolo I e al Titolo II della legge regionale 30 dicembre 2009, n. 33 (Testo unico delle leggi regionali in materia di sanità)”. La questione è di particolare interesse per Manerbio, in quanto sede di un ramo dell’Azienda Ospedaliera di Desenzano del Garda. Per iniziativa dell’assessore Fabrizio Bosio, il locale circolo PD “Lorenzo Manfredini” ha dedicato alla riforma la serata del 30 settembre 2015. Nella Sala Mostre del Palazzo Comunale, Bosio ha interrogato il sindaco Samuele Alghisi (anche membro del Direttivo Provinciale ASL), Franco Berardi (Segretario Provinciale CISL) e Gian Antonio Girelli (consigliere regionale della Commissione Sanità lombarda). 

            L’incontro è stato aperto da Berardi, che ha illustrato i punti principali della l.r. 23/2015. Essa riguarda, principalmente: i rapporti fra sanità pubblica e privata; l’articolazione delle strutture sul territorio; la presa in carico del paziente dimesso, cronico o in riabilitazione. La riforma è dovuta venire incontro a una realtà socio-sanitaria molto diversa, rispetto a quella di vent’anni fa. Berardi ha sottolineato come l’aspettativa di vita vada avanzando, come molti anziani vivano soli, come le famiglie siano sempre meno inclusive e in grado di assicurare assistenza.
            In questo senso, la riforma potrebbe essere positiva, in quanto mirata ad eliminare la separazione fra l’assistenza sanitaria e la solidarietà sociale. L’art. 27 ter, infatti, istituisce l’Assessorato alla salute e politiche sociali “Welfare”, che ne fonde due precedenti. Un punto molto criticato durante la serata, invece, è stata la creazione di una selva di acronimi, per indicare le nuove articolazioni del sistema sanitario lombardo. Le vecchie ASL (Aziende Sanitarie Locali) dovrebbero venir ricomprese in una rete imperniata su ATS (Agenzie di Tutela della Salute) e ASST (Aziende Socio-Sanitarie Territoriali). Queste ultime sarebbero a contatto diretto col paziente. L’ATS di Brescia comprenderebbe tre ASST: quella degli Spedali Civili, quella della Franciacorta e quella del Garda.
            Girelli ha criticato la riforma, in quanto coinvolgerebbe solo la governance delle strutture sanitarie, senza intervenire sul bilancio o sull’efficienza. A suo vedere, gli Spedali Civili (finora considerati come enti a sé) verrebbero “declassati”, nel sistema delle ASST – comunque gravate di troppe competenze per poter essere competitive, secondo lui. Il sindaco Alghisi ha lamentato lo scarso ruolo riservato ai Comuni, nella sanità lombarda così riformata.
            Durante la serata, i materiali distribuiti dal PD locale hanno apertamente preso posizione contro la l.r. 23/2015. Berardi ha però ricordato che la sanità lombarda pre-riforma, proprio per creare un’offerta variegata e specializzata di servizi, ha trasformato il paziente in un cliente. Il suo intervento ha menzionato l’art. 32 della Costituzione, che descrive la tutela della salute come fondamentale diritto dell’individuo, a prescindere dalle sue disponibilità economiche.

Paese Mio Manerbio, N. 101, ottobre 2015, p. 5.

La Manerbio dei bambini

L’11 ottobre 2015, la fontana che si apriva nel Piazzolo di Manerbio ha ufficialmente mutato natura. Fino a quel momento, il suo pregio principale era stato quello di alimentare l’umorismo cittadino. Una volta asciugatasi, era diventata una sorta di piscina asciutta per i bambini che amavano giocarci, dopo una consumazione alla gelateria di fronte. Perciò, proprio i piccoli sono stati chiamati a partecipare, con un lancio di palloncini, alla sua nuova vita di aiola pubblica. 

            Il sindaco Samuele Alghisi ha presentato questa piccola opera come antipasto di una riqualificazione del centro. Via XX Settembre, col suo Piazzolo, è infatti uno dei tratti più frequentati di Manerbio, per via di negozi e bar che vi si affacciano. Continua così una tendenza inaugurata nell’antichità, quando i Galli (395 a.C.) scelsero – come centro residenziale – il pianoro oggi distinto in “Scià  olt” e “Scià bas”.
            Iniziativa più sostanziosa è stata quella inaugurata successivamente, nella stessa mattinata. L’Asilo Marzotto era stato rovinato dal crollo di un soffitto – fortunatamente,  senza feriti. Il Comune di Manerbio ha colto l’occasione per mettere in sicurezza tutto l’edificio, compreso un muro d’interesse storico. Il sindaco ha dichiarato che è stata eseguita una controsoffittatura ed è stata verificata la staticità di tutto l’immobile. «Abbiamo cambiato destinazione ad alcune risorse finanziarie, per dare la precedenza al Marzotto» ha spiegato. «Ci sembrava una priorità pensare alla sicurezza dei bambini… oltre al fatto che avremmo rischiato di perdere metà degli spazi destinati alla scuola dell’infanzia».
Il discorso della direttrice, Lucia Maria Ferraboschi, ha presentato anche la riqualificazione del piano superiore, inutilizzato almeno fino al settembre dell’anno scorso. Oggi, esso ospita aule a tema: “Giotto” per disegnare e dipingere; “Mary Poppins” per travestirsi e recitare.
Ai piccoli alunni, è stata affidata la realizzazione di cartoline, di uno striscione e di un coro, per ringraziare chi ha permesso di abbellire la loro scuola. “Il Giardino delle Meraviglie” – l’associazione dei genitori – ha offerto un semplice aperitivo, mentre i convenuti visitavano i locali rinnovati.

Paese Mio Manerbio, N. 101, ottobre 2015, p. 4.

giovedì 22 ottobre 2015

La vergine di ferro - II, 6

Parte II: Il Cigno Bianco e il Cigno Nero



6.

Il dottor Matteo Sacchi sistemò il dischetto nel piattino del lettore e fissò lo schermo. Le immagini filmate dalla telecamera di sicurezza gli restituirono una figura bianca come uno spettro, che si trascinava sul pavimento della camera mortuaria del Policlinico S. Matteo. La figura barcollava, si fermava, barcollava ancora e, infine, si accasciava. Non gli fu difficile notarne la somiglianza con la “salma” della giovane Nilde Ario, della quale si era occupato personalmente. 

            D’un tratto, il video gli mostrò una scena decisamente più interessante. La porta della camera si spalancava – evidentemente, forzata in malo modo, come era stata trovata alla mattina – e un ragazzo slanciato si profilava sulla soglia. Lui entrava e raccoglieva il fantasma fra le braccia. Il dottor Sacchi benedisse la nitidezza delle immagini. Quel volto era scoperto, come se stesse andando a commettere l’azione più innocente del mondo. E, probabilmente, lo era – innocente e perfino doverosa. Ma l’anestesista aveva sposato la parte del lupo e, pertanto, l’agnello era per lui criminale.
            Neppure per un momento pensò di rivolgersi alle forze dell’ordine, però. Avrebbe avuto lui stesso troppe cose da spiegare. Per esempio, come mai una paziente del suo reparto fosse stata quasi uccisa da una dose di farmaci calcolata per simulare il decesso. Soprattutto, quelle prove erano state da lui raccolte per tutt’altro genere di occhi: quelli dello psicologo Michele Ario. Le immagini del video avrebbero confermato una congettura da lui già formulata sulla fuga della nipote rediviva. Il dottor Sacchi, per un attimo, provò rammarico per quell’amico fedele che stava per pagare una buona azione con un misterioso castigo. Poi, annegò il proprio moto di virtù nell’ennesimo sospiro.

[Continua]


Pubblicato su Uqbar Love, N. 155 (22 ottobre 2015), p. 22.

Esame di fede

Nel quadrato si fece un varco della larghezza di un metro e ai suoi due lati si posero l’omino panciuto e Filippo il Bello. Proprio come fanno i pastori negli stazzi, per la mungitura delle pecore.
Così cominciò l’esame.
Il primo a essere chiamato fu proprio Teofilo il sacrestano.
«Chi evviva?» gli domandò bruscamente l’omino con la fascia tricolore.
Teofilo sembrò cadere dalle nuvole.
«Chi evviva?» ripeté irritato il rappresentante delle autorità.
Teofilo girò il volto spaurito verso di noi, come per avere un suggerimento, ma ognuno di noi ne sapeva quanto lui. E siccome il poveraccio continuava a dar segni di non saper rispondere, l’omino si rivolse a Filippo il Bello che aveva un gran registro tra le mani e gli ordinò:
            «Scrivi accanto al suo nome: “qualunquista, probabilmente criptofascista”.»
Teofilo se ne andò assai costernato. Il secondo a essere chiamato fu Anacleto il sartore.
«Chi evviva?» gli domandò il panciuto.
Anacleto che aveva avuto il tempo di riflettere rispose:
«Evviva Maria.»
«Quale Maria?» gli chiese Filippo il Bello.
Anacleto rifletté un po’, sembrò esitare e poi precisò:
«Quella di Loreto.»
«Scrivi» ordinò l’omino al cantoniere con voce sprezzante: « “clericofascista”.»
Anacleto non voleva andarsene: egli si dichiarò disposto a menzionare la Madonna di Pompei, piuttosto che quella di Loreto; ma fu spinto via in malo modo. Il terzo a essere chiamato fu il vecchio Braciola. Anche lui aveva la risposta pronta e gridò:
«Viva San Rocco.»
Ma neppure quella risposta soddisfece l’omino che ordinò al cantoniere:
«Scrivi: “clericofascista”.»
Fu il turno di Cipolla.
«Chi evviva?» gli fu domandato.
«Scusate, cosa significa?» egli si azzardò a chiedere.
«Rispondi sinceramente quello che pensi» gli ordinò l’omino. «Chi evviva?»
«Evviva il pane e il vino» fu la risposta sincera di Cipolla.
Lui fu segnato come “populista”. Ognuno di noi aspettava il suo turno e nessuno sapeva indovinare che cosa il rappresentante dell’autorità volesse che noi rispondessimo alla sua strana domanda di chi evviva.
La nostra maggiore preoccupazione naturalmente era se, rispondendo male, si dovesse poi pagare qualche cosa. Nessuno di noi sapeva che cosa significassero “clericofascista”, “qualunquista” o “populista”; ma era più che verosimile che volesse dire “deve pagare”. Un pretesto, insomma, come un altro per appiopparci una nuova tassa. Per conto mio cercai di avvicinarmi a Baldissera, che di noi era la persona più istruita e conosceva le cerimonie, per essere da lui consigliato sulla risposta; ma lui mi guardò con un sorriso di compassione, come di chi la sa lunga, però solo per suo conto.
«Chi evviva?» chiese a Baldissera l’omino della legge.
Il vecchio scarparo si tolse il cappello e gridò:
«Evviva la Regina Margherita.»
L’effetto non fu del tutto quello che Baldissera si aspettava. I militi scoppiarono a ridere e l’omino gli fece osservare:
«È morta. La Regina Margherita è già morta.»
«È morta?» chiese Baldissera addoloratissimo. «Impossibile.»
«Scrivi», fece l’omino a Filippo il Bello con un sorriso di disprezzo « “reazionario e nostalgico”.»
Baldissera se ne partì scuotendo la testa per quel susseguirsi di avvenimenti inesplicabili. A lui seguì Antonio La Zappa, il quale, opportunamente istruito da Berardo, gridò:
«Abbasso i ladri.»
E provocò le proteste generali degli uomini rosso-verdi che la presero per un’offesa personale.
«Scrivi» fece il panciuto a Filippo il Bello « “populista e becero”.»
La Zappa se ne andò ridendo e fu la volta di Spaventa.
«Abbasso i vagabondi» gridò Spaventa, sollevando nuovi urli nelle file degli esaminatori. E anche lui fu segnato come “populista becero”, oltre che “fascista”.
«Chi evviva» domandò il panciuto a Della Croce.
Anche lui era però uno scolaro di Berardo e non sapeva dire evviva, ma solo abbasso. Perciò rispose:
«Abbasso le tasse.»
E quella volta, bisogna dirlo a onor del vero, gli uomini rosso-verdi e l’omino non protestarono. Ma anche Della Croce fu segnato come “populista becero”, perché, spiegò l’omino, certe cose non si dicono.
Maggiore impressione fece Raffaele Scarpone, gridando quasi sul muso del rappresentante della legge:
«Abbasso chi ti dà la paga.»
L’omino ne fu esterrefatto, come per un sacrilegio, e voleva farlo arrestare; ma Raffaele aveva avuto cura di pronunziarsi solo dopo essere uscito dal quadrato, e in due salti sparì dietro la chiesa e nessuno lo vide più.
Con Losurdo riprese la sfilata delle persone prudenti.
«Viva tutti» egli rispose ridendo ed era difficile immaginare risposta più prudente; ma non fu apprezzata.
«Scrivi» disse l’omino a Filippo il Bello « “qualunquista”.»
«Viva il Governo» gridò Uliva col massimo di buona volontà.
«Quale Governo?» chiese incuriosito  Filippo il Bello.
Uliva non aveva mai sentito che esistessero diversi Governi, ma per educazione rispose:
«Il Governo legittimo.»
«Scrivi» fece allora il panciuto al cantoniere « “complottista”.»
Pilato volle fare una speculazione, e siccome fu la sua volta, gridò anche lui:
« Viva il Governo.»
«Quale Governo?» chiese allarmato Filippo il Bello.
«Il Governo illegittimo.»
«Scrivi», comandò il ventruto al cantoniere « “mascalzone”.»
Insomma, ancora nessuno era riuscito ad azzeccare la risposta soddisfacente. A mano a mano che aumentavano le risposte riprovevoli si restringeva la libertà di scelta per noi che restavamo da esaminare. Ma la cosa veramente importante che rimaneva oscura, era se rispondendo male si dovesse pagare qualche cosa e quanto. Solo Berardo mostrava di non avere questa preoccupazione e si divertiva a suggerire ai giovanotti suoi amici risposte insolenti di abbasso e non di evviva.
«Abbasso la banca» gridò Venerdì Santo.
«Quale banca?» gli chiese Filippo il Bello.
«Ce n’è una sola e dà i soldi soltanto all’Impresario» rispose Venerdì da bene informato.
«Scrivi», fece l’omino al cantoniere « “complottista”.»
Invece Palummo fu registrato come populista per aver risposto assai cortesemente:
«Viva i poveri.»




Fontamara, 2015.

lunedì 19 ottobre 2015

La prima volta, ovvero Almeno qui si può ridere

Attendo in fila, sventolando il mio bravo foglio compilato con la lista di tutti i possibili e immaginabili quesiti legati al mio sangue (liscio o effervescente? Con ghiaccio o senza?). Con me, ci sono tre uomini e una ragazza che si è fatta accompagnare da un’amica. Per il momento, sono abbastanza distesa. Ma qualcosa già mi dice che, presto, mostrerò la stessa scioltezza di Jonathan Harker nel castello di Dracula. 

            «È la prima volta?» mi domanda un’infermiera. Confermo. «Allora, aspetti. E si beva un succo di frutta».
Mi rifornisco al bendidio apparecchiato nell’altra metà della stanza.
            Il primo assaggio dell’esperienza è un forellino su un polpastrello. L’amica dell’altra ragazza è particolarmente poco entusiasta dello spettacolo. A dirla tutta, non lo sono nemmeno io. Comunque, l’operazioncina è velocissima e pulita.
            Arriva il mio turno.
«Braccio destro o sinistro?»
Opto per il sinistro. Così – sussurra il mio Coniglio Interiore – salverò di sicuro il mio tatuaggio e la mano con cui scrivo.
Mi stendo sul lettino e l’infermiera mi lega il braccio al cuscinetto. Mi rendo conto di non fare onore all’AVIS nel dire questo, ma il mio primo sentimento è di FIFA.
            Arriva una collega di colei che si sta occupando di me. Con un sorriso premuroso, mi domanda: «Abbassiamo un po’ la testa?» Annuisco e lei regola il lettino. Mi pizzica affettuosamente una guancia.
«Non chiudere gli occhi!»
            Li riapro, da brava.
Più tardi, mi spiegherà che il diktat serve a verificare che io non sia svenuta: «Altrimenti, ci preoccupiamo!» Mi viene in mente il pugile di una barzelletta: “Ho terrorizzato il mio avversario… quando ha creduto d’avermi ammazzato!”
            «Scusate…» faccio, scherzosamente. «Tutte queste attenzioni… Ho proprio la faccia da condannata a morte?» Domanda retorica. So benissimo che la risposta è “sì”. «Ma no… è la prassi!» (La prospettiva del personale medico non è esattamente come la mia).
            Sopraggiunge la deliziosa – ahia! – sensazione dell’ago in vena. «Ecco» conclude la prima infermiera. «Tutto il dolore che Lei doveva sentire è finito qui».
            Il seguito è paziente attesa. Il mio caro liquido mi saluta e se la fila lungo il tubicino di gomma. La seconda infermiera mi consiglia di muovere i piedi, per facilitare la circolazione.
            Più tardi, torna la medesima e mi consegna una sorta di mela gommosa da strizzare con la mano sinistra.
            Mi ci applico di cuore.
Più tardi, lei ripassa e approva: «Vedi che va meglio, ora?» Significa che – grazie al “movimento strizzatorio” –  la sacca al mio lato si sta riempiendo più gioiosamente.
            Aghi in vena a parte, l’atmosfera è distesa. La seconda infermiera è particolarmente solare. «Che belle guanciotte hai!» Rimembro i fasti di quando avevo due anni e venivo chiamata “uccellino Titti” proprio per questo motivo.
            «Si vede che sei giovane!» commenta poi, passando dal mio lettino. «Di che anno sei? ’89? Ehm, in effetti, non sei proprio di primo pelo…» (Lo dico sempre anch’io).

            Finita l’operazione, ritorno al banchetto del bendidio, mirando ai panini (vi siete già spazzolati tutti quelli al crudo, MALEDETTI!). Mentre io e l’altra ragazza siamo coscienziosamente impegnate a far sangue nuovo, la seconda infermiera ci spiega: «Vedete, io parlo, scherzo… perché qui e il nido sono gli unici posti dell’ospedale dove nessuno stia male. Almeno, qui si può ridere».

sabato 17 ottobre 2015

Orgoglio e pregiudizio, ovvero The Nightmare Before Christmas

Quando si parla di “pregiudizi”, si pensa al classico paesello di comari spettegolanti, incapaci di rinunciare alle idee cui sono affezionate da sempre. Ma ad abbattere quel genere di pregiudizi ci vuol poco, se si ha meno di trent’anni, si hanno interessi culturali e si vive nell’era del villaggio globale.
            Ben più difficile è liberarsi dai preconcetti elaborati durante gli studi universitari: la convinzione di essere destinati a un futuro eletto, di vedere più lontano rispetto a quei “bifolchi” che ci hanno cresciuto… di avere qualcosa da insegnare al “volgo profano”. I libri, i professori e gli amici fanno spesso di tutto per costruire intorno a questi pregiudizi una cattedrale difensiva: parole, parole e ancora parole, inanellate fra loro in modo da sembrare indistruttibili. Come testimoniano le leggende su Mago Merlino, le prigioni peggiori sono quelle d’aria. 

            Forse, la depressione post lauream e il periodo d’inoccupazione forzata sono una forma di benedizione… gli dèi provano coloro che amano. È quella la parentesi in cui si è obbligati a tagliarsi la cresta e a confrontarsi con la realtà. I “bifolchi” diventano una fonte di aiuto materiale e psicologico. Il “paesello” è il primo a offrire le opportunità di mettersi in vista e guadagnare qualche soldo, facendo ciò che si ama. E il mito della propria superiorità crolla, duramente, ma felicemente.
            Una bella lezione per chi, come me, ha vissuto l’ultimo anno di università come fosse il Nightmare Before Christmas. La trama è piuttosto nota a tutti gli amanti di Tim Burton: Jack Skellington, re di Halloween e artista carismatico, si sente stanco di se stesso e del proprio mondo. La curiosità lo porta a scoprire un universo completamente diverso: quello del Natale. Jack se ne innamora. E, pur di imitare quella novità ammaliante, distorce il Natale e se stesso, fino alla catastrofe finale.
            Nonostante ciò, quell’errore non è inutile. Si rivela un passaggio necessario per liberarsi del male di vivere. Lo shock fa morire e risorgere l’artista stanco. Torna alla vita di prima, ma non come prima. È divenuto consapevole della propria specificità, del proprio ingenium: ovvero, di ciò che è nato con lui.
            Anche alla sottoscritta, giocare il ruolo dell’intellettuale sofisticata e tutta d’un pezzo non ha fatto completamente male. Ho sperimentato fino a che punto potevo negare i miei veri sentimenti e la mia situazione sociale o familiare (un nucleo solido di piccoli commercianti ed ex-contadini, in una città di piccole dimensioni). Casomai ce ne fosse bisogno, ho capito che non potevo continuare a fuggirla per essere ammirata dai miei amici laureati. Essi vantavano l’ “indipendenza”, la scaltrezza, l’autoaffermazione, senza tener conto del fatto che dovevano ciò che avevano anche a una buona dose di fortuna, o alla condiscendenza di coloro che li amavano. Spesso, provenivano semplicemente da una famiglia allo stesso tempo più abbiente e più assente della mia. (Il colmo della comicità involontaria è stata sentirmi accusare di immobilismo da gente che non aveva avuto bisogno di spostare le natiche nemmeno per andare all’università, che aveva ogni genere di servizi sotto casa e che calcolava ogni viaggio come fosse uno tratto in metropolitana. Gente del genere prova così tanto disprezzo o paternalismo, verso chi non ha la pappa pronta come loro, da essere veramente pericolosa per chi non abbia un’autostima d’acciaio).
            Avevo trovato un mondo luccicante di libri, nuove conoscenze, piaceri, in una fase della mia vita in cui la precarietà futura mi spaventava… e mi spaventava, più di tutto, fare i conti con ciò che mi ero lasciata “indietro”. La mia dolcezza, la mia tendenza a coltivare gli affetti familiari, il mio desiderio d’imparare da chi aveva vissuto più a lungo o aveva una posizione istituzionale. L’amore per le persone semplici, che non s’imbarcavano in grandi discorsi, ma ascoltavano volentieri ciò che avevo da raccontare. La religione con cui ero entrata in crisi più per fattori esteriori che interiori, per le sollecitazioni opposte degli integralisti e degli scettici. Non volevo più essere “Erica la buona”, “Erica la brava ragazza”. Mi sentivo un mostro fuori posto nel mondo e volevo coltivare questa condizione. Anche perché ero orgogliosa della mia diversità, dell’essere arrabbiata contro tutto quello che era “piccoloborghese”. Le mie dichiarazioni di guerra mi attiravano l’ammirazione di persone sensibili, dotate, colte… superiori. A tale fase, risale l’esternazione del mio spirito dark. (Quella è rimasta, perché espressione di una sensibilità estetica autentica, manifestatasi già col primo “romanzo” scritto a 9-10 anni. Permanente è anche la mia adesione all’attivismo LGBT. Non sono d’accordo con la commercializzazione della procreazione o l’identitarismo su base sessuale – né lo sono mai stata. Trovo però che sia un notevole miglioramento, a livello sociale, vedere le persone come me sottratte alla prostituzione o alla doppia vita, per metter su casa e diventar persino buoni educatori. Se ciò richiede alcune revisioni a livello di diritto civile, ben venga. Qualche pezzo di carta è un prezzo da pochissimo, per il vantaggio che se ne trae.)
            Il fallimento dei miei “piani di fuga da me stessa” mi fece sbattere la faccia contro la realtà. Non ero cambiata. Avevo solo imparato a valorizzare alcuni lati “ignoti” di me stessa e a mettere in secondo piano gli altri. Avevo iper-nutrito quella pulsione all’autoaffermazione di cui ogni essere umano è portatore più o meno sano.
Anche se potrebbe sembrare propagandistico, è un dato di fatto che io debba l’uscita da quella trappola psichica alla meditazione zen, in buona parte. L’altra parte di merito è da ascriversi a chi mi è rimasto accanto, nonostante lo offendessi di continuo: i miei genitori in primo luogo, mai stanchi di sopportare le mie crisi depressive, le mie accuse e le mie urla; il mio confessore, disposto a trattare con me argomenti considerati “sensibili” come la mia sessualità e la mia militanza LGBT; il mio ex-fidanzato, che io strapazzai come “inadeguato”, nella fase di scioglimento del nostro legame; un altro mio caro amico, che non cessò di manifestarmi affezione, anche se lo trattavo da satanasso perché rappresentava un mondo al quale volevo contrappormi.

            Cosa sono, adesso? Non sono più un’adolescente ingenua, né un’universitaria piena di sé. Volontariamente, non mi do un nome. Ai nomi ci si affeziona sempre troppo, finché non prendono il posto di noi stessi. Mi limito a mettere nero su bianco ciò che ho vissuto, per riordinare la mia mente e offrire un eventuale spunto a chi legge. Il resto è silenzio.

venerdì 16 ottobre 2015

Misticismo cristiano e buddhista

Daisetz Teitaro Suzuki (1870 – 1966) fu professore di filosofia buddhista all’Università Otani di Kyoto ed è ricordato come l’esponente contemporaneo più autorevole del Buddhismo Zen. I suoi libri sono praticamente una lettura obbligata per chiunque s’interessi di mistica, anche cristiana. Per l’appunto, il testo di cui tratteremo s’intitola Misticismo cristiano e buddhista (Roma 1971, Casa Editrice Astrolabio – Ubaldini Editore). È la traduzione italiana, a cura di M. Leoni, di: Misticism: Christian and Buddhist (New York 1957, Harper & Brothers). 

            È la vicenda di un “incontro impossibile”, quello fra Oriente e Occidente. Al giapponese Suzuki, le forme di spiritualità cristiane sembrano ripugnanti e irrazionali, a partire dal crocifisso, così lontano dalla serenità del Buddha. «In Occidente l’io individuale asserisce con forza se stesso. In Oriente non vi è io, è inesistente, e quindi non vi è io da crocifiggere» (p. 101); «In un certo senso la mente orientale non è incline a dare corpo alle cose. L’io relativo viene pertanto tranquillamente assorbito e incorporato nell’io trascendente…» (p. 102). L’idea alla base dell’Eucarestia (“mangiare la carne e bere il sangue”) gli è disgustosa. Nemmeno digerisce volentieri la “pesantezza” dei «parafernali mitologici» (p. 13) che del Cristianesimo sarebbero caratteristici (ovvero, le narrazioni della vita di Cristo, dell’Antico Testamento e delle vite dei santi). Però, Suzuki fa anche osservazioni interessanti sull’essenzialità dell’elemento irrazionale nelle religioni: «…in ogni religione esistono elementi che possono essere definiti irrazionali, e sono generalmente connessi con l’ardente desiderio d’amore che hanno gli uomini» (p. 13). Infatti, prosegue affermando che l’esperienza dell’illuminazione comprende l’amore fra le proprie costituenti: «Vi sono in essa più lacrime di quanto noi non si immagini» (ibid.). Più avanti, Suzuki cede dichiaratamente alla suggestione poetica della trasmigrazione, il trasferimento di un’anima in un altro corpo dopo la morte del precedente (cfr. p. 99). Sicuramente, è una dottrina che esprime in pieno l’atteggiamento buddhista verso il mondo: un’empatia verso tutti gli esseri, a prescindere dalla loro specie. Nell’elemento “poetico” o “mitologico”, si svela una concreta soluzione esistenziale, che condiziona le azioni – e che, quindi, non può essere trattata con leggerezza o sufficienza.
            Comunque, il punto d’incontro fra Cristianesimo e Buddhismo che D. T. Suzuki ritrova è una altro. È la mistica del domenicano Meister Eckhart (1260 – 1328). Per il maestro zen, i suoi sermoni furono una sorpresa e potrebbero esserlo per chiunque insista a incasellare le personalità religiose nel “modernismo razionalizzato” o nel “tradizionalismo conservatore”. «Egli procede nelle proprie esperienze, emergenti da una ricca e profonda personalità religiosa, esperienze che egli tenta di conciliare con il tipo storico del cristianesimo creato dalle leggende e dalla mitologia. Egli tenta di dare ad esse un significato “esoterico” o interiore…» (p. 10). 

            L’idea basilare di Eckhart è la seguente: «L’Essere è Dio… Dio e l’essere sono la stessa cosa – o Dio è posto in essere da un altro e allora non è Dio…» (p. 11). Il carattere apparentemente contorto delle considerazioni del domenicano viene dalla difficoltà di esprimere a parole qualcosa che non ha natura verbale: ovvero, quell’ “esperienza” di cui Suzuki parlava e che doveva costituire il fattore di attrazione della personalità di Eckhart sull’incolto uditorio. Questa difficoltà di esprimersi è sperimentata dai buddhisti zen, nel momento in cui vogliono superare (o far superare) le discriminazioni operate dalla mente speculativa. Non a caso, lo Zen si distingue per la forma espressiva del “paradosso”. «…esistono due fonti di conoscenza, due specie di esperienza o due forme di verità […] e se non le riconosciamo, non potremo mai risolvere il problema della contraddizione logica che, se espressa in parole, caratterizza tutte le esperienze religiose. […] Il linguaggio si è sviluppato dapprima ad uso di un primo tipo di conoscenza che era del tutto utilitaristico […] La sua autorità è tale che noi siamo giunti ad accettare qualsiasi cosa il linguaggio ci imponga. […] il linguaggio è giunto persino a sopprimere la verità delle nuove esperienze…» (p. 44). Le due forme di verità sono: quella relativa (legata alle esigenze pratiche di tutti i giorni) e quella trascendente (la visione intuitiva e immediata della Realtà nel suo complesso). Quest’ultima, in sanscrito, è detta prajñā. Suzuki la ritrova in Eckhart, quando parla della Trinità: «…l’amore con cui Egli (Dio) ama se stesso […] ‘Dio è una fontana che zampilla in se stessa’ come dice san Dionigi» (p. 36).
            Questa esperienza del divino porta il domenicano ad affermare che «Dio ha lasciato un piccolo punto in cui l’anima ritorna su se stessa, trova se stessa e si riconosce come creatura» (p. 62). «Il “piccolo punto” lasciato da Dio corrisponde a ciò che il buddhismo Zen chiamerebbe satori. Quando penetriamo in questo punto abbiamo un satori […] ed io sono certo che Eckhart ebbe un satori» riconosce Suzuki a p. 64.
            Questo è anche il punto in cui tutte le religioni si unificano: l’abbandono finale di credenze e dottrine, per accedere alla “presenza diretta” del “divino”.

Pubblicato su Uqbar Love, N. 154 (15 ottobre 2015), p. 22-23.

La vergine di ferro - II, 5

Parte II: Il Cigno Bianco e il Cigno Nero



5.

Mentre Nilde e Amedeo superavano la sottile linea d’ombra dell’amicizia, Isabella era insonne. La sua finestra era aperta e guardava sul condominio che ospitava, al pianterreno, l’appartamento di Amedeo. Le sembrava che, in una delle sue stanze, la luce fosse ancora accesa. “Starà studiando” si disse. Ma non era in sessione d’esame. 

            Lo immaginò, allora, insonne come lei. Sul suo letto perennemente sfatto, si affollavano manuali per la lettura dei tarocchi, romanzi fantasy, libri di preghiere d’ogni religione. Ovunque, campeggiavano i suoi coloratissimi dipinti ad acrilico, ispirati alle vetrate delle chiese. Sulla parete di fronte al letto, campeggiava la locandina di un teatro, con un vecchio annuncio de Il lago dei cigni. Il Cigno Bianco Odette danzava sulla carta, perennemente fissato nella propria posa aerea. Isabella si immaginò danzare come lei, sulla superficie di un lago cristallino, intriso di una maledizione. Arrivava il principe Sigfrido a volteggiare con lei. E aveva le efelidi, i tratti marmorei, i capelli fiammanti di Amedeo. Isabella si ritrovò a lacrimare, non sapeva bene se per il desiderio o per un nascosto presagio di dolore. Il dottor Michele Ario le aveva chiesto di lui: “Era molto amico della mia povera nipote”. Una fitta di gelosia la trapassò. Ma Nilde, la nipote dello psicologo, era morta. Punto. Si odiò, per il barlume di gioia che aveva provato pensando a quella scomparsa.
            Sarebbe andata da Amedeo e gli avrebbe comunicato la volontà del povero zio di scambiarsi le condoglianze con lui. Nient’altro.
Inspirò profondamente l’aroma del bastoncino d’incenso che aveva messo a bruciare nel bagno minuscolo. Quel profumo la imbevve di solennità e di lutto.

[Continua]


Pubblicato su Uqbar Love, N. 154 (15 ottobre 2015), p. 15.

mercoledì 14 ottobre 2015

Caronte


Il mio cuore
è un guscio
in bilico sopra
l’orlo del mondo

tra due
oceani di nebbia

Occhi di bragia
qual stella polare

E il tuo abbraccio
qual psicopompo sfuggente

C’è una riva,
dopotutto.

Compresa in: AA. VV., Tracce 3, Roma 2015, Pagine, p. 66.