sabato 26 settembre 2015

Il tafano, ovvero Necessaria follia

“…uno come me, davvero appiccicato dal dio alla città […] come a un imponente cavallo di razza, che è però per la sua mole un po’ pigro e bisognoso di essere stuzzicato da un qualche tafano…” (Apologia di Socrate, 30e)

Buon, vecchio Socrate… Così facile dire di lui tutto il bene e tutto il male possibile…
Un mosaico dell’edificio precristiano sottostante la cattedrale di Apamea lo rappresenta attorniato dagli allievi (terzo quarto del IV sec. d.C., regno di Giuliano l’Apostata). In questa stessa attitudine, le composizioni paleocristiane rappresentavano Cristo in mezzo ai discepoli. Sorvolo, per il momento, sulla questione del programma neoplatonico di Giuliano, per il quale i filosofi dovevano la salvezza a Socrate (Lettera a Temistio, 264d). Mi limito a registrare la somiglianza fra queste due figure di maestri rudi, scomodi e arguti. “Uomini della crisi”, entrambi. Dovevano morire come individui, perché – una volta risolta la crisi – non avrebbero più avuto posto nel “mondo nuovo”. Dovevano risorgere e attraversare i tempi nella moltitudine incalcolabile dei loro discepoli: uno nell’esperienza dei razionalismi platonico, scettico, stoico, neoplatonico; l’altro nell’unità realizzata per via rituale e mistica, perpetuando in modo incruento l’atto decisivo del suo sacrificio. Ab illo tempore, come si suol dire, sono successe tante cose. Ma non è mutato il cuore del loro insegnamento: la società ha bisogno di tafani.
            Il punto è: in che modo bisogna “comportarsi da tafani”? Pungere, sì, ma dove? Con quale ago?
            A questo ha risposto, inconsapevolmente, una persona che ho incontrato nella riunione di un circolo LGBT: «Il bisessuale ‘rompe le scatole’ a certe associazioni gay o lesbiche, perché va a spezzare la forte identità che si sono costruite per difesa».
            Ecco il punto. Essere tafani significa incrinare un muro, una corazza, un noi-contro-gli-altri. (Al di là che sia proprio sciocco pretendere che qualcuno “scelga”, laddove la scelta razionale non ha affatto luogo…) Socrate insegnò agli Ateniesi che non erano i più saggi e Cristo mostrò ai farisei che non erano i più puri. Il tutto in “periodi di crisi”, in cui restava solo l’identitarismo a proteggere l’esistenza di una collettività contro i colpi della storia. Davanti a questo, c’è una sola salvezza: rinunciare alla purezza. Farsi peccato, anatema, sacrilego, corruttore, qualcuno che nemmeno “i suoi” riconoscono.
            Anche chi ha intuito questo, però, fatica ad abbandonare la logica del noi-contro-gli-altri. Per “combattere il fanatismo”, adotta un altro fanatismo. Gli abitanti dell’impero romano – solitamente così tolleranti in campo religioso – riuscirono ad addossare la colpa del crollo imminente all’ “empietà” di una minoranza “atea” (ovvero, che disconosceva l’esistenza dei molti dèi). Questa minoranza fece lo stesso coi nemici, non appena ebbe il sostegno delle istituzioni.
 Atene fu la culla della retorica e del confronto dialettico, per poi uccidere il più versatile dialettico che i nostri testi di filosofia ricordino. E così via, fino alla chiusura razionalistica verso ogni religione, o alla nostalgia di Pio X contro “i tempi corrotti”.
Quando guardo alla situazione del dibattito spirituale o politico in cui vivo, mi vengono in mente i versi di una canzone udita anni fa: “…tutti dicon che la pace ci sarà:/basta star con questi qua/e far fuori quelli là…” Il fatto che non esistano più le ideologie novecentesche o  le Crociate medievali rende questo atteggiamento tragicomico, ma non inspiegabile. È il naufrago ad aggrapparsi con forza a tutto quel che trova. “Siamo nello sfacelo e la colpa è di quelli là. Dobbiamo sconfiggerli assolutamente”. Discorso che trovo folle negli autoritaristi e odioso nei paladini di liberté, égalité, fraternité. I primi ricorrono a un semplicismo, i secondi tradiscono di fatto (e di principio) ciò che propongono. Soprattutto, in bocca agli uni o agli altri, l’assunto di cui sopra è falso. Punto. La sorte di una società o di un’entità politica è prodotto delle azioni di tutti, non solo di una fetta di capri espiatori.
Allora, che fare? Come collaborare alla convivenza, senza far degenerare uno sforzo collettivo in fanatismo?

Rinunciare e chiudere le orecchie. Rinunciare all’autocompiacimento del “sto facendo qualcosa d’importante”, al sentirsi lodare per “aver fatto la scelta giusta”. Chiudere le orecchie a chi ti dà dell’ “ignavo”, del “qualunquista” e del “lassista” solo perché sei sordo alle sue convinzioni e alla sua propaganda. Quando avrai creato in te il silenzio di fronte a tutto questo, alzati e cammina. Potrai anche aderire a una parte, ma sempre con padronanza di te stess* e del tuo senso critico. Habere, non haberi. Qualunque cosa farai, quella sarà la tua parte a questo mondo –  e nessun’altra. A tutti farai rabbia disprezzo invidia riso. Ma tu sarai lontano, più in alto che il giorno. 


venerdì 25 settembre 2015

Le "Donne Oltre" festeggiano

L’annuale festa dell’Associazione manerbiese “Donne Oltre” (4 settembre 2015) ha ricapitolato mesi di attività, davanti a un monumentale buffet. Il motivo (oltre a raccogliere fondi e iscrizioni) era la semplice voglia di convivialità con i sostenitori, di ricordare l’impegno dei volontari (come il nome suggerisce, le “Donne Oltre” si compongono volentieri anche di uomini). Un cartello all’ingresso di Palazzo Luzzago, sede del municipio, ricordava i cineforum a tematica di genere, il “Giocamerenda” (quinta edizione) che ha intrattenuto un gruppo di bambini oltre l’orario scolastico, il centro di ascolto e l’appartamento messo a disposizione per chi fugge dalla violenza domestica. A “Donne Oltre” si deve anche il ciclo di conferenze sul pensiero femminile del Novecento, coordinato dalla prof.ssa Rosaria Tarantino presso l’istituto di istruzione superiore “B. Pascal” dall’aprile al maggio 2015. 

            Un’offerta libera ha permesso di accedere, a partire dalle ore 19:00, al portico che antecede lo scalone di Palazzo Luzzago. Là erano state allestite le tavole con manicaretti dolci e salati, preparati a mano dalle associate. Sotto l’immagine di Minerva, ha poi aperto la serata il duo giovanile “The Crowsroads”, formato dai fratelli Andrea e Matteo Corvaglia (voce e armonica a bocca + chitarra). Ha fatto poi il suo ingresso il Joyful Gospel Choir, diretto da Brunella Mazzola e accompagnato dalla tastiera di Oscar Del Barba. I simboli della manerbiesità e la voce della religiosità afroamericana si sono uniti in un insieme suggestivo e coinvolgente, che ha fatto alzare in piedi gli ascoltatori e battere le loro mani. Il risultato è stato una liturgia laica che celebrava la volontà di proseguire con le iniziative contro la violenza domestica e per la conoscenza dell’elemento femminile nella società. Appunto per manifestare la solidarietà contro qualunque forma di brutalità, è stata preannunciata la realizzazione di una coperta in grado di coprire piazza della Vittoria a Brescia. Ma questo – si potrebbe dire – sarà lasciato alle prossime puntate.

Pubblicato su Paese Mio Manerbio, N. 100, settembre 2015, p. 22.

La memoria corre veloce

Da circa un trentennio, la memoria corre fra Milano e Bologna, passando per Brescia. L’AGAP (Associazione Gruppi Amatoriali Podistici) promuove infatti regolarmente la staffetta “Per non dimenticare”, dedicata alle vittime della strage di Bologna. Il 2 agosto 1980, alle ore 10:25, un ordigno esplose alla stazione della suddetta città, uccidendo ottantacinque persone e ferendone oltre duecento. L’episodio si colloca nel quadro di quello che il settimanale inglese The Observer, nel dicembre 1969, chiamò “strategia della tensione”: un insieme di atti terroristici volto a creare il terrore nella popolazione e a prepararla ad accettare svolte politiche di tipo autoritario. Così le forze reazionarie (gruppi neofascisti, settori degli apparati di sicurezza statali) risposero alle lotte sociali iniziate nel ’68 – ’69 e all’avanzata elettorale del Partito comunista italiano. 

            Il1 agosto 2015, a Manerbio è avvenuto il passaggio di consegne fra due squadre partecipanti alla staffetta. L’appuntamento era alle 7:20, in piazza Italia. Fra gli organizzatori, figuravano il Comune di Manerbio, l’A.N.P.I. (Associazione Nazionale Partigiani d’Italia) e il bar “Le Gemelle”, che ha offerto la colazione ai podisti. A rappresentare le autorità civili c’erano: il sindaco Samuele Alghisi; Fabrizio Bosio, assessore alla Cultura; la consigliera comunale Annamaria Bissolotti.
            Il gruppo AGAP ha atteso a Manerbio l’arrivo del Gruppo Podistico Allegrini di Brescia, dove (il 31 luglio 2015) si era svolta una cerimonia in piazza della Loggia. Il precedente passaggio di consegne era avvenuto a Bagnolo Mella. Da Manerbio, il gruppo AGAP si è diretto a Pontevico, dove l’organizzazione sarebbe passata nelle mani della provincia di Cremona.
            La ripartenza è stata confortata non solo da cappuccino e brioches, ma anche da robuste strette di mano fra gli atleti amatoriali e i rappresentanti del Comune. Una lieve pioggerella ha mitigato l’afa d’inizio agosto, alleggerendo la fatica della corsa. Niente cerimonie a Manerbio, ma uno schietto applauso all’arrivo di chi trasmetteva il moto della memoria.

Pubblicato su Paese Mio Manerbio, N. 100, settembre 2015, p. 20.

Manerbio guarda all'Europa

Il 12 settembre 2015, è stato inaugurato Parco Saint-Martin-de-Crau, in via Papa Giovanni XXIII. Il nome è quello del paese provenzale con cui Manerbio ha celebrato un gemellaggio. La decisione era stata sancita da una deliberazione del Consiglio Comunale (N. 38, 13 luglio 2015). Saint-Martin-de-Crau era stato scelto perché di dimensioni più o meno analoghe a quelle della nostra città, con una storia economica simile e sede di una comunità di origine italiana. Dall’altro canto, a Manerbio si trovano scuole che insegnano la lingua francese. La motivazione principale, però, è «costruire il senso di appartenenza all’Unione Europea», come recita la suddetta deliberazione.
            L’idea del gemellaggio risale al luglio 2014, per iniziativa del consigliere comunale Marco Olivetti, capogruppo della maggioranza “Patto Civico”. Un anno dopo, una delegazione manerbiese è stata accolta a Saint-Martin-de-Crau, per celebrare l’evento. L’incontro del 12 settembre ha costituito il contraccambio.
            Alle ore 16:30, la delegazione francese si è ritrovata in piazza Aldo Moro, insieme ai rappresentanti di varie associazioni manerbiesi, per raggiugere piazza Italia in corteo. La Civica Associazione Musicale Santa Cecilia ha accompagnato le cerimonie. Hanno partecipato rappresentanti dell’Agesci, degli Alpini, dell’Aeronautica militare, dell’Associazione Nazionale Combattenti e Reduci, dell’ASD Pallavolo Manerbio, della Polisportiva Giovanile Salesiana, dell’Associazione Culturale Chirone, dell’AVIS e dell’AIDO.
            In piazza Italia, i sindaci Samuele Alghisi e Claude Vulpian hanno tenuto i rispettivi discorsi. La tematica comune era la preoccupazione per i limiti dell’Europa che ha creato la moneta unica. Come ha affermato Vulpian, la crisi greca ha stimolato “populismi” ed “estremismi”, ovvero varie forme di scetticismo verso l’adesione all’euro. L’attuale giunta comunale manerbiese ha così voluto manifestare il proprio sostegno all’unità europea, attraverso lo scambio culturale. I due sindaci hanno firmato una “Carta di Gemellaggio” che ribadiva tutto questo. Sono seguiti i doni simbolici: una Madonna disegnata con gesso su compensato da un madonnaro, da parte di Manerbio; due “santons”, figurine in terracotta per presepio, tipiche della Provenza e rappresentanti due pastori. 

            La giornata è proseguita con l’inaugurazione – come si è detto – del parchetto Saint-Martin-de-Crau. Nel paese francese, era già presente una via intitolata a Manerbio. Una giovane quercia è stata piantata in quel piccolo spazio verde, con letture da: Jean Giono, “L’uomo che piantava gli alberi”. Non poteva mancare, in serata, un pantagruelico spiedo, miglior segno di festa in terra bresciana. Via XX Settembre ha poi accolto il proseguimento, con addobbi ispirati alle bandiere di Italia e Francia, un coro di ragazze, musica dal vivo e degustazioni offerte dagli esercizi commerciali in zona. L’Europa è stata festa e concordia. Almeno per una volta.

Ringrazio l'assessore Fabrizio Bosio per informazioni fondamentali.

Pubblicato su Paese Mio Manerbio, N. 100, settembre 2015, p. 16.

La musica in festa

Una splendida luna piena ha salutato l’annuale Festa della Musica, organizzata dalla Civica Associazione Musicale Santa Cecilia, in collaborazione con il Comune di Manerbio. L’edizione 2015 si è svolta dal 27 al 30 agosto, presso l’Area feste di via Duca d’Aosta. Ogni sera, dalle ore 19:00, era aperto uno stand gastronomico per chi volesse cenare, con salsicce, polenta, gorgonzola, torta fritta, tagliata di manzo o casoncelli al burro fuso. Cuochi e camerieri erano i membri dell’Associazione.
            La Manfredini Junior Band offriva – per un prezzo modestissimo – libri usati in attesa di una meritata nuova vita. Al suo fianco, la già nota “Bancarella della solidarietà” raccoglieva offerte da destinare alla ricerca medica, in cambio di abiti per bambini e accessori vari. Vicino alla cassa, si trovavano gadget e CD firmati dall’Associazione, nonché saponette e fermacarte da cucina elegantemente decorati a mano e rivestiti da spartiti musicali – opera di una socia della “Santa Cecilia”.
            Per i gusti dei più piccoli, erano stati affittati giochi gonfiabili; una signora preparava, sul posto, zucchero filato, pop corn e crêpes con la nutella. Le tre serate hanno compreso anche una piccola lotteria.
Il nerbo dell’evento, naturalmente, era però la musica. Gruppi amatoriali hanno collaborato gratuitamente per offrire un concerto ogni sera, alle ore 21:00. La festa è stata inaugurata dal rockabilly degli Sweet and Sour (27 agosto), per proseguire con il rock acustico dei Midnight Five (28 agosto): dichiaratamente, un omaggio di amici contenti di suonare, anche per ricordare piccole storie dei “loro tempi”, quando le piazze erano complici degli innamorati. Il 29 agosto si sono riproposti gli inossidabili Batmen, “ragazzi di una volta” che hanno fatto la storia del rock manerbiese. Le loro cover comprendono “Apache” di The Shadows, cavallo di battaglia che non poteva mancare nel concerto; l’hanno accompagnata – fra gli altri – brani dei Pooh, di Santana e di De André. I Batmen hanno voluto dedicare anche un pensiero al defunto poeta dialettale Memo Bortolozzi (1936 – 2010), eseguendo un suo testo che esalta la perduta gioia di amarsi sö le rìe dèl Mèlå (= “sulle rive del Mella”). 

            Per l’ultima giornata (30 agosto), i musicisti più giovani hanno pensato a un “Aperitivo acustico”, offerto alle ore 18:00: il “pirlo” e gli stuzzichini sono stati accompagnati da musica eseguita dal vivo. Cantanti e suonatori erano membri della “Santa Cecilia”, insieme ad amici. Nella band improvvisata, spiccava una voce femminile: suonatrice di chitarra e di flauto traverso, ha scoperto casualmente la passione per il canto.
            La festa è stata conclusa in bellezza dalla grinta dei Bubblegun e dalla loro rivisitazione degli anni ’80, leggera ed esplosiva come prometteva il loro nome. Manerbio suona, legge (e mangia). Senza limiti di età.


Notifica: Luigi Damiani ha precisato che la canzone impiegata per ricordare Memo Bortolozzi era in realtà opera sua, testo e musica. Damiani afferma d’aver composto venti canzoni con i versi di Bortolozzi, ma non questa.

Pubblicato su Paese Mio Manerbio, N. 100, settembre 2015, p. 15.

Il campanaro di Manerbio

L’impiego dell’elettricità ha fatto tramontare la figura del campanaro come professionista a tempo pieno. In compenso, hanno trasformato la sua arte in una passione col sapore del “tempo andato”. E hanno attratto giovani dal talento sportivo. Fra loro, c’è Francesco Dolfini, il campanaro di Manerbio.
            Ha diciannove anni ed è figlio d’arte: già il nonno, il padre e lo zio erano campanari e l’accompagnavano sui campanili. Da quando aveva quattro anni, Francesco ne visitò almeno quaranta, nei dintorni. Conosce dunque bene la fatica di percorrere quelle scale ripide e di maneggiare le corde che muovono le gigantesse di bronzo. Ha imparato grazie alla passione, alla pratica e all’insegnamento dei parenti. «Molti preferiscono il sistema manuale» asserisce: ovvero, quello tradizionale di muover le campane tramite funi. Proprio per sistemare le corde delle campane restaurate, Francesco ha presenziato al loro innalzamento in cima alla Torre Civica (7 settembre 2015). Rimaneva un dilemma: le funi dovevano essere provvisorie, solo per le solennità, o essere posizionate in modo permanente? Stando a Francesco, il parroco don Tino Clementi preferirebbe la seconda soluzione.
            Dolfini fa parte della Federazione Bresciana Campanari (con sede a Pompiano), aderente alla Federazione Nazionale Suonatori di Campane. L’associazione bresciana è nata il 1 marzo 2012, dall’idea di un gruppo di appassionati riunitosi nel 2006, in occasione della festa patronale. La Federazione custodisce e trasmette le tradizionali suonate, con attenzione particolare alla formazione dei giovani. Francesco si trova così in una buona compagnia di coetanei, fra i quali coloro che lo affiancano nell’occuparsi delle campane di Manerbio.
            Il requisito di un buon campanaro, oltre a una discreta forza fisica, dev’essere il “buon orecchio”: indispensabile a riconoscere le note e a saperle riprodurre. A giudizio di Francesco, il numero di otto campane che forma il concerto manerbiese permette una buona varietà di melodie. Disquisisce volentieri anche dei materiali: «Le campane sono di bronzo. Ma alcune fonderie, per ottenere suoni più cristallini, aggiungono argento, piombo, oro… Ognuna ha il proprio segreto».

Pubblicato su Paese Mio Manerbio, N. 100, settembre 2015, p. 8.

Il ritorno delle campane

Le storiche campane di Manerbio sono tornate a casa. Come ha scritto Paese Mio Manerbio (N°98, luglio 2015, p. 12), il 23 giugno 2015 esse erano state calate accuratamente dalla sommità della Torre Civica, per essere sottoposte a restauro. Era il loro primo viaggio, da quel 1947 in cui andarono a sostituire le campane fuse per farne armamenti. Dal 5 al 6 settembre, esse sono state esposte nella piazza antecedente il Politeama, perché i manerbiesi potessero ammirarle: i vecchi ammortizzatori in legno erano stati sostituiti e il colore del bronzo era nitido. Molti hanno scattato fotografie, consapevoli che quelle “celebrità locali” non scenderanno più fra i loro ammiratori per altri decenni. Ciascuna campana era accompagnata da un cartello numerato, indicante la posizione nella cella campanaria, i nomi dei donatori, il peso, le misure, il santo cui è stata dedicata e – dato assai meno poetico – il costo della rimessa a nuovo. 

            La sera di domenica 6 settembre 2015, dopo la Messa delle 18:30, le campane hanno ricevuto la debita benedizione dalla mano del parroco don Tino Clementi. Don Oscar La Rocca, insieme ad altri ministranti, ha accompagnato il rito, con la partecipazione dei fedeli. Uno per uno, sono stati ricordati e invocati anche i santi effigiati sulle campane, in graziosi medaglioni a bassorilievo. Nel portico del Politeama, erano state collocate le pagine dell’opuscolo Per chi suonano le campane?, con note storiche salienti, e un album fotografico che testimoniava il primo arrivo delle “dive” in paese.
            Lunedì 7 settembre, è cominciata l’ascensione. Una per una, le bronzee canterine sono state sollevate e ricondotte a casa, in cima alla Torre Civica, insieme alle ruote che imprimono loro il movimento. Ai lavori, presenziava Francesco Dolfini, membro della Federazione Bresciana Campanari (con sede a Pompiano): a lui e ai suoi amici il compito di sistemare le corde per i concerti da eseguire a mano, nei giorni di grande festa.
            Perché le campane tornino a suonare come prima (delizia dei lontani, croce dei vicini), ci vorrà un paziente lavoro di ricollocazione. I parrocchiani manerbiesi pregustano, comunque, il primo concerto solenne. [Queste ultime righe hanno come riferimento temporale il giorno del ritorno delle campane, non quello della pubblicazione dell'articolo.]

Pubblicato su Paese Mio Manerbio, N. 100, settembre 2015, p. 8.

giovedì 24 settembre 2015

La vergine di ferro - II,2

Parte II: Il Cigno Bianco e il Cigno Nero



2.

Qualcuno suonò alla porta. 

«Vado io!» disse Amedeo, alzandosi dal tavolino del cucinotto. «Anzi, Nilde, è meglio se tu vai a nasconderti in camera… Finché nessuno saprà che sei ancora viva, sarà meglio non farti vedere in giro». Lei gli rispose con un cenno d’assenso ed eseguì.
            Alla porta, c’era una ragazza dai grandi occhi chiari, ombreggiati da lunghe ciglia e pieni di un lume infantile. Portava i capelli biondi raccolti in uno chignon e indossava un abito candido ornato di finte piume. Al polso, le tintinnavano braccialetti argentei ornati da pendenti a forma di cigno.
            «Ciao, Amedeo!» disse al ragazzo, con un sorriso entusiasta. «Domani pomeriggio, ti andrebbe di andare a visitare il Labirinto nella chiesa di S. Michele Maggiore?»
            «Mi dispiace, Isabella, ma sono già andato a vederlo» le rispose cortesemente lui. «Grazie dell’invito.»
«Di niente!» ricambiò lei e se ne andò, facendo tintinnare i braccialetti nel cenno di saluto.
«Ecco, quella era proprio una che non avrebbe dovuto sapere niente di te» chiosò Amedeo a Nilde, non appena ebbe richiuso la porta. «Era Isabella, una che ha cercato più volte di farmi iscrivere ai corsi di mnemotecnica di tuo zio. È buona come il pane, ma un po’ troppo ingenua… e, soprattutto, infatuata persa di tuo zio, per l’appunto».
Nilde si rabbuiò. All’amico, sembrò che lei stesse per dire qualcosa. Ma, poi, lei tornò al tavolo della colazione senza aprir bocca.

[Continua]


Pubblicato su Uqbar Love, N. 151 (24 settembre 2015), p. 46.

Dico al mio cuore

"Dico al mio cuore, intanto che t'aspetto:
 scordala, che sarà cosa gentile.
 Ti vedo, e generoso in uno e vile,
 a te m'affretto.

 So che per quanto alla mia vita hai tolto,
 e per te stessa dovrei odiarti.
 Ma poi altro che un bacio non so darti
 quando t'ascolto.

 Quando t'ascolto parlarmi d'amore
 sento che il male ti lasciava intatta;
 sento che la tua voce amara è fatta
 per il mio cuore."

UMBERTO SABA


Di cosa stiamo parlando?

Ieri, ho avuto la gioia di rimettere piede in un circolo che, per ragioni logistiche, non posso frequentare troppo spesso. Abbiamo parlato di sessualità – e una persona che conoscevo bene ha affermato che non vedeva il bisogno d’avere una morale, fatta eccezione per il rispetto reciproco. Benché io abbia taciuto, mi è squillato un campanello nella testa. Cosa c’era di strano? Solo ora, dopo un poco di riflessione, so rispondere. 

            Ho sentito troppe volte una frase del genere uscire dalle labbra di chi si è vantato d’aver più volte tradito l’anima gemella, che ne soffriva. O dalla bocca di chi si è trovato un buon partito “per sistemarsi, perché è pieno di soldi” – continuando, nel frattempo, ad avere avventure intime di ogni genere, all’insaputa del “buon partito”. O anche dalla stessa lingua che ha divulgato la mia privacy alla persona sbagliata. Mi sono dunque detta: di cosa stiamo parlando?
            Per deformazione professionale, mi sono attaccata allo Zingarelli 2003 e ho trovato: “rispètto o †respètto [vc. dotta, lat. respěctu(m), da respĭcere ‘guardare’, comp. di re- e spěcere ‘guardare’, di orig. indoeur.; av. 1292]”. Vi risparmio la sfilza di definizioni che segue. Mi limito all’etimologia: l’atteggiamento di chi resta a guardare, rinunciando all’iniziativa e all’imposizione della propria forza. Ed è un atteggiamento che s’impara. Fin da bambini, le persone che ci crescono non fanno che indicarci modi e situazioni che richiedono di trattenere i propri impulsi. Così ci si allena a vivere in mezzo agli altri, a coordinare le nostre esigenze con le loro. Ciò non si può fare senza una morale di qualche genere, ovvero una nozione dei mores (= costumi, usanze condivise).

            Ergo, mi spiace per le persone a cui ho alluso, ma non possono dire di saper rispettare il prossimo, se rinnegano la necessità di una morale. Visto il modo in cui si sono comportate, affermerei – piuttosto – che la loro bella frasetta è solo uno schermo per abbellire la loro amoralità, il loro opportunismo. Forse, è questa l’ipocrisia del terzo millennio: chiamare “emancipazione” e “apertura” il proprio menefreghismo verso il prossimo. Una trappola foderata di seta, per cadere nelle lusinghe di chi usa i nostri sentimenti per spillarci divertimento e favori – ridendo alle nostre spalle della propria superiore intelligenza, del proprio successo. Non è nemmeno reale cattiveria, perché chi è amorale non ha la nozione del “far del male”. Ma, sicuramente, la predica sul “rispetto” andrebbe lasciata a tutt’altri pulpiti.

lunedì 21 settembre 2015

Maschera nuda

Dico a te. 

Sì, proprio a te, che hai dimostrato di seguire questo blog, anche se affermi che “ora come ora, non ti interesso più di tanto”. A te, che hai detto che lo uso per scrivere “quello che mi fa comodo”: ovvero, per pubblicare quello che penso e il mio punto di vista, come ho sempre fatto. Però, quando stavi cercando di accattivarti la sottoscritta, tutto questo era abilità di scrittrice.
            Una cosa ammetto: da un paio di mesi, le mie considerazioni sono ispirate alle incomprensioni che ho subito da parte tua. Lo schermo del blog è un modo per sfogarmi e rielaborare allo stesso tempo, mettendomi a nudo davanti ai lettori. È questo che tu hai chiamato “il mio comodo”, o il mio “scarico di coscienza”. Mi spiace per te, ma io non ho un bel niente da scaricare dalla mia coscienza, checché tu ti sia ficcato in testa.
            Hai definito così anche il mio tentativo di risvegliare la tua parte ragionante, di farti vedere che comprendevo la tua prospettiva, ma che non potevi guardare solo quella. Da un po’ di tempo a questa parte, la tolleranza e la dialettica dei tuoi amici sono sempre vigliaccheria e ipocrisia, per te. Basta che qualcuno osi scambiarsi un parere su di te che non sia del tutto elogiativo, perché tu lo accusi di parlarti alle spalle. Neppure Tarquinio il Superbo era così sospettoso sugli eventuali cospiratori. E tu – stai pur tranquillo! – non sei nemmeno lontanamente influente e in vista quanto lui. In compenso, credi ciecamente a una persona che ti sfrutta per il proprio utile, così come fa con chiunque, senza nemmeno darsi pena di nasconderlo. Ma tu la tratti come un angelo caduto a cui ridare le ali. Poi, gli illusi e i romanticoni sarebbero gli altri…
            Visto che la mia bontà e il mio (nonostante tutto) affetto verso di te sono stati disprezzati con insulti, ho deciso di metterli da parte. E di mettere da parte anche le considerazioni generali, per andare dritta al punto.
            Quando ci siamo conosciuti, eravamo accomunati da una scarsa stima in noi stessi e dalla preoccupazione di doverci costruire un futuro. Solo fra noi potevamo sfogarci pienamente, senza timore di essere considerati irritanti o bambocci. Questo ha costruito una sincera solidarietà. Ma non una vera parità. Ti sei accorto – mi pare – che io avevo fatto di me stessa una bambola, incapace di fare un passo senza domandare il tuo oracolo. Ma non avevi capito che una persona nelle mie condizioni non poteva prendere decisioni durature . C’erano bensì, da parte mia, interessi profondi, come quello verso il tuo circolo, la tua spiritualità e gli intellettuali che conoscevi. Ma qui finiva quello che consideravi “il mio mutamento”. Sei stato folle a pensare che qualcuno potesse rinnegare famiglia, vissuto, formazione, fede, solo per un periodo in cui era depressa e con l’autostima ai minimi storici. Mi hai detto che sono “superficiale”, perché ho fatto osservazioni disincantate sul tuo anticlericalismo da adolescente e sulla tua volontà di nascondere la storia della tua religione agli occidentali – segreto di Pulcinella! Sapessi quanto sono ricercati su Google, dall’Italia, i link che ho pubblicato…
Se di superficialità si deve parlare, è superficiale chi nega la propria fede e la propria formazione per un momento di scoraggiamento o per paura della “brutta figura con i consoci”. È superficiale chi si approccia alla religione come a qualcosa di astorico, di slegato dalle istituzioni o – viceversa – di strumentalizzabile a piacimento. Se questo è il tuo atteggiamento, corri ai ripari, invece di giudicare chi non conosci realmente.
            Ho ripescato un brano di Casa di bambola di H. Ibsen. Nemmeno questo è un caso. Come la Nora del dramma, ho vissuto – per circa un anno – presentandoti atti di bravura. Tutte le discussioni in cui m’imbarcavo su Facebook, o quelle che facevo con te, erano modi per dimostrarti che ero alla tua altezza. Povera pazza. Non eri migliore di me. Eri solo più bravo a nascondere le tue fragilità e le tue incoerenze. Pur di compiacerti e sentirmi superiore a me stessa, mi schieravo pubblicamente contro la persona di cui mi andavo innamorando, ostentando un’inimicizia insanabile nei suoi confronti. Cosicché, quando non ho più potuto mentire a me stessa, ho fatto la figura della banderuola su tutti i fronti. Ma non importa. Non inseguirò più la “bella figura” con nessuno. Così come non lo facevo prima di incontrarti.
Mi hai accusato di essere cieca sui miei familiari, di essere troppo condiscendente nei loro confronti. Ma tu, dei miei rapporti con loro, conosci soltanto quelle quattro sciocchezze che ti dicevo per sfogo, come i ragazzini. Sappi, ora, che non ho mai “preso per oro colato” quello che dicevano. Nemmeno quando ero bambina, perché ero una bastian contraria nata. Sì, questo è vero: sono una bastian contraria. Ma, per tua norma e regola, quando scrivo qualcosa in pubblico, lo faccio perché lo penso veramente. Con tutta me stessa. Se non ti va, problemi tuoi. Io non sono più una bambina. Mentre tu non sei nemmeno riuscito a capire che è finita l’età per fare il goliardone e per essere scusato in tutte le tue reazioni spropositate. Se qualcun altro si permette di mostrarti una ferita sentimentale o d’orgoglio, tu lo condanni settanta volte sette. Ma fai peggio di lui e pretendi pure di essere capito. Secondo te, uno – in pochi mesi – dovrebbe aver dimenticato qualunque sentimento verso la persona che ha amato e per cui ha sofferto quasi otto anni. Ma, se si tratta di te, ti senti autorizzato a fare scenate a una tizia con cui sei uscito per un annetto, senza impegno. Se qualcuno evita uno scandalo o un litigio inutile, è da te giudicato vigliacco. In compenso, fai scherzi puerili alle persone che disprezzi, senza nemmeno metterci la faccia tua, o credi di poter nascondere segreti di Pulcinella sui movimenti a cui aderisci. Ti sei sentito in dovere di farmi sapere che hai un’amichetta che ti fa la spia sugli affari miei, come fosse cosa di cui vantarsi. Mi hai sbattuto in faccia il telefono più volte, senza ricordarti che hai condannato senza appello qualcun altro che l’ha fatto con te – e con più ragione. Vuoi che gli amici siano franchi, eppure – se provano a contraddirti, a muoverti qualche rimprovero – li investi con un fiume di parole e rigiri tutto quanto con la forza della lingua. Senza contare che ti senti in diritto di far sopportare i tuoi continui sfottò e le tue fissazioni. Poi, chi è che fa i propri comodi?
Ti senti una brava persona perché ti preoccupi per l’umanità. Ma quelli che pensano all’ “umanità” si rapportano con un fantasma. La statura morale si misura col prossimo, ovvero con chi ti vive accanto, in carne ed ossa, con il proprio carico di difetti e fastidi. In questo, non sei esattamente un campione. Per vivere con gli altri, hai bisogno di zittirli e pretender da loro un grado di fiducia che tu non ti sogni manco di concedere a terzi. Questo non è un rapporto. L’hanno imparato meglio di te quei “provinciali” a cui ti senti superiore. Perché, per sapere cosa significhi vivere con gli altri, bisogna vederli in faccia e sopportarli, come si fa nei paesi. Le grandi metropoli impersonali non insegnano a relazionarsi. Semmai, offrono una comoda solitudine. “Maturità” non è far tutto quel che si vuole. È saper mettere da parte i propri castelli in aria, la propria superbia e le proprie pretese per capire che esistono anche le esigenze degli altri. E che l’erba voglio non cresce nemmeno nel giardino del re. Una persona che dedica la propria vita a non aver limiti e a ottenere tutto quel che le salta in testa non è “indipendente”, né “progressista”. È un* stronz* che usa gli altri come mero strumento e che ride, se spezza il loro cuore. L’ho dovuto imparare io stessa, a mie spese.
            Dulcis in fundo, elevi a questioni d’onore faccende di mero puntiglio. Poi, ti stupisci che io non ci dia importanza…
Ma suvvia… Visto che io sono un’ingrata, superficiale, che vede solo il proprio comodo, ho sempre riconosciuto la tua buona fede e l’ho ricambiata con affetto. Quanto tu gli abbia dato prezzo, non so. Ultimamente, l’hai proprio calpestato, scambiandolo per viltà. Margaritas ante porcos.
            E continuo a parlarne su questo blog, sì. Perché una cosa del genere brucia. L’amorevolezza e la franchezza disprezzati generano cicatrici. Anche se tu riconosci solo a te stesso il diritto di continuare a coltivare rancore, e per cose che sono fondamentalmente sciocchezze. È finito il tempo di giocare con le bambole.

            Come dice Nora, ci vorrebbe un miracolo. Un mutamento tale da trasformare il nostro attaccamento post-adolescenziale in amicizia. Ma non so se debbo credere ai miracoli.

venerdì 18 settembre 2015

La vergine di ferro - II, 1

Inizia la Parte II: Il Cigno Bianco e il Cigno Nero



1.

Amedeo aveva trasportato Nilde esausta fino a casa propria – aveva un appartamento da studente non grande, ma tutto per sé – e l’aveva adagiata sul letto. A se stesso avrebbe riservato il divano, per tutto il tempo necessario. Le aveva sciolto i capelli, ma non aveva osato sfilarle l’abito bianco che le era stato posto indosso per le mancate esequie, nella camera mortuaria del policlinico S. Matteo. Aveva lasciato accanto a lei la katana che la ragazza aveva trascinato con sé dal catafalco. 

            In tutto quel tempo, Nilde l’aveva guardato, con uno stanco sorriso di gratitudine. La leonessa che lottava per risvegliarsi completamente alla vita si fondeva con l’amica affettuosa. Amedeo aveva cercato di rimetterla in forze con le proprie modeste conoscenze di studente al terzo anno di Medicina. Ma il più era già stato fatto dalla straordinaria tempra della ragazza, sopravvissuta al trauma cranico e al misterioso preparato medicinale che l’aveva fatta cadere in uno stato di morte apparente. «Sei veramente di ferro» le sussurrò l’amico, accarezzandole la fronte. «Ah, già… “La vergine di ferro”. Mi aveva soprannominato così mio zio, quando avevo quindici anni» ricordò lei, con una smorfia di sarcasmo. «Darmi il nome di uno strumento di tortura era il suo modo di essere affettuoso».
            Il mattino dopo, Nilde si presentò a colazione con i vestiti che Amedeo le aveva frettolosamente comperato: una camicia viola e pantaloni scuri. «Grazie della scelta!» gli disse «Fra le altre cose, ho odiato quel vestito da Prima Comunione che mi hanno messo addosso».
«Direi che non è stato quello il peggio» rispose l’amico, amaramente. Nilde si sedette al suo stesso tavolino, già imbandito con tazze di latte, fette biscottate e marmellata. «Ho paura che tu avrai presto bisogno di qualche visita medica…» proseguì lui. Nilde rifiutò con un cenno infastidito. «Sei impazzito? Non hai capito che i dottoroni di Pavia sono quasi tutti amici di mio zio?» Amedeo rabbrividì: «Hai ragione… Non ci avevo pensato». Fece una pausa. Poi, con voce sommessa, osò: «Nilde… insomma… perché lui ha cercato di… insomma, perché voleva farti sparire?»
Lei lo fulminò con un lampo dei suoi occhi azzurri: «Non è questo il momento di parlarne». Poi, raddolcita: «Piuttosto… come mai ti trovavi di notte in viale Forlanini… a forzare la porta della camera mortuaria?»
            Amedeo respirò a fondo. Quasi inconsciamente, prese la mano dell’amica. «Quel pomeriggio, ti avevo fatto una visita… Prima di andarmene, ti ho baciato sulla fronte. Allora… ho sentito un leggero pulsare, un respiro impercettibile… Ma la camera è stata chiusa a chiave subito dopo che sono uscito e il medico che era con me mi ha guardato con occhi inquietanti. Allora, ho capito che qualcosa non andava… e che dovevo tirarti fuori di lì prima che ti portassero al cimitero, perché nessun altro l’avrebbe fatto».
Nilde lo fissò. «Com’era quel medico che hai visto?»
«Aveva una barba scura screziata di bianco… una voce molto profonda e cupa…»
«Era il dottor Sacchi, allora» indovinò lei. «Un anestesista, amico di mio zio. Ci avrei giurato».

[Continua]


Pubblicato su Uqbar Love, N. 150 (17 settembre 2015), pag. 25.

domenica 13 settembre 2015

La bambola

[Questo dialogo conclusivo segue una scena drammatica in cui Helmer, scoperta una firma falsa della moglie su una cambiale, divenuta strumento di ricatto nelle mani di Krogstad, si sente perduto. Egli antepone l’onore all’amore e ripudia Nora, pur dichiarando la necessità di salvare le apparenze. Agli occhi del mondo tutto deve sembrare come prima. Ma Krogstad rinuncia al ricatto e tutto si risolve; Helmer allora ritorna a vezzeggiare infantilmente Nora, «uccellino canoro», «lodoletta», «piccola sconsigliata». Questo episodio per Nora è la rivelazione che non è mai stata amata, ma che è stata per il marito solo un giocattolo.] 


“NORA (dopo un breve silenzio) Eccoci qui seduti… non ti viene in mente niente.
HELMER: Che cosa?
NORA: Siamo sposati da otto anni. Non noti che noi due, tu e io, marito e moglie, facciamo oggi per la prima volta un discorso serio?
HELMER: Un discorso serio… Che vuoi dire?
NORA: Otto anni interi… anzi più ancora, dal primo giorno in cui ci siamo conosciuti, non abbiamo mai scambiato una parola seria intorno a cose serie.
HELMER: Avrei dovuto metterti al corrente di seccature che in ogni caso non avresti potuto condividere con me?
NORA: Non parlo di seccature. Dico soltanto che non ci siamo mai trovati insieme seriamente per ponderare qualcosa a fondo.
HELMER: Ma, cara Nora, non erano cose adatte a te.
NORA: Eccoci al punto. Non mi hai mai compresa. Avete commesso, Torvald, gravi errori a mio danno, prima il babbo, poi tu.
HELMER: Come? Noi due? Noi due che ti abbiamo amata più di ogni altra cosa al mondo!
NORA (scuotendo la testa): Voi non mi avete mai amata. Vi faceva soltanto piacere di essere innamorati di me.
HELMER: Ma cosa dici, Nora?
NORA: Sì, Torvald, proprio così. Quando ero a casa col babbo, egli mi comunicava tutte le sue opinioni, sicché avevo le medesime opinioni. Ma se qualche volta ero d’opinione diversa, glielo nascondevo, perché ciò non gli sarebbe andato a genio. Mi chiamava la sua bambola e giocava con me come io giocavo con le mie bambole. Poi entrai in casa tua…
HELMER: Che parola adoperi per il nostro matrimonio?
NORA (imperterrita): Voglio dire che passai dalle mani del babbo nelle tue. Tu regolasti ogni cosa sul tuo gusto e io ebbi lo stesso gusto tuo. Ma fingevo soltanto: non so più con sicurezza… Forse era l’uno e l’altro: ora così, ora cosà. Se adesso ci ripenso, ho l’impressione di essere vissuta qui come una mendica… dal naso alla bocca. Vivevo presentandoti atti di bravura. Ma eri tu che volevi così. Tu e il babbo vi siete resi gravemente colpevoli nei miei confronti. Vostra è la colpa se non sono riuscita a niente.
HELMER: Come sei ridicola e ingrata, Nora! Qui non sei stata forse felice?
NORA: No, mai. Ho creduto, ma non lo sono stata mai.
HELMER: Non… non felice?
NORA: … soltanto allegra. E tu sei sempre stato tanto gentile con me. Ma la nostra casa non era altro che una stanza da gioco. Qui sono stata la tua moglie bambola come in casa del babbo ero la figlia bambola. E i nostri figli erano a loro volta le mie bambole. Quando tu mi prendevi e giocavi con me, mi divertivo come si divertivano i bambini quando li prendevo e giocavo con loro. Questa, Torvald, è stata la nostra vita coniugale!
HELMER: C’è qualcosa di vero nelle tue parole, per quanto siano esagerate e esaltate. Ma, d’ora in poi, tutto sarà diverso. I giorni del gioco sono passati, ora viene il tempo dell’educazione.
NORA: Educazione di chi? La mia o quella dei bambini?
HELMER: Tanto la tua quanto quella dei bambini, mia cara Nora.
NORA: Oh, Torvald, tu non sei uomo da educare me a diventare la donna che fa per te.
HELMER: E lo dici così?
NORA: E io… sono forse io preparata al compito di educare i bambini?
HELMER: Nora!
NORA: Non hai detto tu stesso poc’anzi… che non puoi affidarmi questo compito?
HELMER: In un momento di agitazione! Come puoi darvi peso?
NORA: Invece sì. Avevi ragione. Non sono pari al compito. C’è un altro compito che prima devo assolvere. Devo cercare di educare me stessa e tu non sei uomo da aiutarmi. Devo farlo da me. Perciò ti abbandono.
HELMER (balza in piedi): Che cosa dici?
NORA: Devo esser sola se voglio raccapezzarmi in me stessa e nel mondo. Perciò non posso più rimanere con te.
HELMER: Nora, Nora!
NORA: Ti lascio subito. Per questa notte mi accoglierà Kristine…
HELMER: Sei fuor di senno! Non puoi farlo. Te lo proibisco.
NORA: Da oggi non ha più scopo proibirmi qualcosa. Prendo ciò che mi appartiene. Da te non voglio nulla né oggi, né mai.
HELMER: Quale follia!
NORA: Domani me ne andrò a casa… cioè al mio paese. Là mi sarà più facile trovare qualcosa da fare.
HELMER: Oh, creatura inesperta e accecata!
NORA: Devo far di tutto, Torvald, per acquistare esperienze.
HELMER: Lasciare la tua casa, tuo marito e i tuoi figli! Pensa che cosa dirà la gente?
NORA: Questo non può riguardarmi. So soltanto che per me è necessario.
HELMER: È rivoltante. Così ti sottrai ai tuoi doveri più sacri.
NORA: Quali sarebbero secondo te i miei doveri più sacri?
HELMER: Devo dirtelo io? Non sono i doveri verso tuo marito e verso le creature?
NORA: Ho altri doveri che sono altrettanto sacri.
HELMER: Non è vero. Che doveri potrebbero essere?
NORA: I doveri verso me stessa.
HELMER: In primo luogo, sei moglie e madre.
NORA: Non lo credo più. Credo d’essere prima di tutto una creatura umana al pari di te… o almeno voglio tentare di diventarlo. So bene, Torvald, che il mondo darà ragione a te e che qualcosa di simile si legge nei libri. Ma ciò che dice il mondo e ciò che si legge nei libri non può più essere norma per me. Io stessa devo riflettere per vederci chiaro nelle cose.
HELMER: Possibile che tu non ci veda chiaro nella tua posizione, nella tua famiglia? Non hai in queste cose una guida infallibile? Non hai la religione?
NORA: Oh, Torvald, non so neanche esattamente che cosa sia la religione.
HELMER: Ma che dici?
NORA: So soltanto ciò che diceva il pastore Hansen, quando andavo a dottrina. Egli spiegava che la religione è questo e quello. Quando uscendo dalla situazione presente dovrò fare assegnamento solo su me stessa, vedrò di spiegarmi anche questa. Voglio vedere se ciò che diceva il pastore Hansen era giusto, o meglio, se era giusto per me.
HELMER: Cose inaudite sulle labbra di una giovane donna! Ma se la religione non può esserti guida, lascia almeno che scrolli la tua coscienza. Il senso morale, almeno lo avrai. Oppure, rispondi, non hai neppure questo?
NORA: Ecco, Torvald, non è facile darti una risposta. Non lo so assolutamente. Sono sconcertata. So soltanto che di queste cose ho un concetto tutto diverso dal tuo. Ora sento che le leggi sono diverse da quel che pensavo. Ma non riesco a convincermi che siano giuste. Una donna non dovrebbe dunque avere il diritto di risparmiare il vecchio padre morente o di salvare la vita al marito? Questo non lo posso credere.
HELMER: Tu parli come una bambina. Non comprendi la società nella quale vivi.
NORA: Non la comprendo… È vero. Ma ora mi riprometto di vederla da vicino. Devo scoprire chi abbia ragione, se la società o io.
HELMER: Tu stai male, Nora; hai la febbre; penso addirittura che vaneggi.
NORA: Non sono mai stata così limpida e sicura come ora.
HELMER: E limpida e sicura te ne vai da tuo marito e dai tuoi figli?
NORA: Precisamente.
HELMER: Allora, c’è ancora una spiegazione possibile.
NORA: Quale?
HELMER: Tu non mi ami più.
NORA: Perfettamente.
HELMER: Nora! E lo dici così?
NORA: Ne sono profondamente addolorata, Torvald, perché sei sempre stato così buono con me. Ma che vuoi farci? Non ti amo più.
HELMER (sforzandosi di dominarsi): È anche questa una tua convinzione limpida e sicura?
NORA: Limpidissima e sicura. E per questa ragione non voglio più rimanere qui.
HELMER: E potresti anche spiegarmi in che modo ho perduto il tuo amore?
NORA: Sì, te lo spiego. È stato questa sera quando il miracolo non è accaduto. Allora mi sono accorta che non sei l’uomo che credevo.
HELMER: Sii più precisa. Non ti capisco.
NORA: Per otto anni ho aspettato pazientemente, poiché, mio Dio, capivo anch’io che il miracolo non può accadere tutti i giorni. Poi mi piombò addosso la rovina; e allora ero incrollabilmente convinta che il miracolo sarebbe accaduto. Quando c’era là fuori la lettera di Krogstad… non pensai nemmeno un istante che tu potessi accettare le condizioni di costui. Ero fermamente persuasa che gli avresti obiettato: fallo pur sapere al mondo intero! E dopo di ciò…
HELMER: Ebbene? Se avessi esposto mia moglie alla vergogna e all’ignominia?...
NORA: In questo caso, così credevo fermissimamente, ti saresti fatto avanti caricando tutto sulle spalle e dicendo: il colpevole sono io.
HELMER: Nora!
NORA: Credi che avrei mai accettato da te un simile sacrificio? No, beninteso. Ma a cosa sarebbero valse le mie assicurazioni di fronte alle tue? Questo era il miracolo che speravo con angoscia e ansietà. E per impedirlo mi sarei tolta la vita.
HELMER: Nora, con gioia lavorerei giorno e notte per te, sopporterei dolori e preoccupazioni. Ma nessuno sacrifica il suo onore per coloro che ama!
NORA: Lo hanno fatto centomila donne!
HELMER: Ahimè, tu pensi e parli come una bambina irragionevole.
NORA: Può darsi. Ma tu, tu non pensi né parli come colui al quale potrei unirmi. Quando fu placata la tua angoscia non per ciò che minacciava me, ma per ciò che avrebbe potuto colpire te, quando ogni pericolo fu passato… facesti come non fosse successo niente… Come sempre ridiventai la tua lodoletta, la tua bambola, che intendevi portare in palma di mano con raddoppiata cautela perché era tanto debole e fragile. (Si alza). Torvald, in quel momento ho avuto l’intuizione di aver abitato qui otto anni con un estraneo e di avere avuto con lui tre figlioli. Oh, non ci devo pensare! Mi farei a brani.
HELMER (malinconico): Vedo, infatti… tra noi si è aperto un abisso. Ma, Nora, che non ci sia modo di valicarlo?
NORA: Così come sono non sono la donna che fa per te.
HELMER: Io ho la forza di diventare diverso.
NORA: Sì, forse… se ti si toglie la bambola.
HELMER: Staccarmi… staccarmi da te? No, no, Nora, non riesco a concepirlo.
NORA (entra a destra): Tanto più risolutamente bisogna farlo. (Ritorna con cappello e soprabito e con una valigetta che posa sulla sedia accanto alla tavola).
HELMER: No, Nora, non adesso. Aspetta fino a domani.
NORA (si infila il soprabito): Non posso passare la notte nella casa di un estraneo.
HELMER: Ma non potremmo vivere qui, come fratello e sorella…?
NORA (si mette il cappello): Sai benissimo che non durerebbe a lungo. (Si avvolge nello scialle). Addio, Torvald. I piccoli non li voglio vedere. So che sono in mani migliori delle mie. In queste condizioni non posso essere più niente per loro.
HELMER: Ma più tardi, Nora… Un giorno?
NORA: Come faccio a saperlo? Non so che cosa sarà di me.
HELMER: Tu però sei la mia donna ora e in avvenire.
NORA: Ascoltami, Torvald. Quando una donna lascia la casa del marito come faccio io, la legge, per quanto io sappia, lo esonera da tutti gli obblighi verso di lei. Io, almeno, ti esonero da qualunque obbligo. Non devi avere alcuna catena come non voglio averla io. Piena libertà per entrambi. To’, ti restituisco il tuo anello. Dammi il mio.
HELMER: Anche questo?
NORA: Sì, anche questo.
HELMER: Eccolo.
NORA: Ora è finita. Ecco qua le chiavi. Le domestiche sono più pratiche di me. Domani, quando sarò partita, Kristine verrà a ritirare la mia roba. Desidero che mi sia mandata.
HELMER: Finita? Finita? Nora, non penserai più a me?
NORA: Dovrò certo pensare spesso a te e ai figlioli e a questa casa.
HELMER: Posso scriverti, Nora?
NORA: No, mai. Te lo proibisco.
HELMER: Ma almeno potrò mandarti…
NORA: Niente.
HELMER: Aiutarti, quando tu abbia bisogno…
NORA: No, ti dico. Non accetto niente dagli estranei.
HELMER: Nora, non potrò mai essere di nuovo per te più che un estraneo?
NORA (prende la valigia): Oh, Torvald, allora dovrebbe avvenire il più grande miracolo…
HELMER: Dimmelo, questo grande miracolo!
NORA: Dovrebbe avverarsi in noi due un tale mutamento che… ah, Torvald, non credo più ai miracoli.
HELMER: Ma ci voglio credere io. Finisci la frase. Un tale mutamento che…
NORA: … che la nostra convivenza possa diventare matrimonio. Addio! (Esce dall’anticamera).
HELMER (cade su una sedia accanto alla porta e si copre il viso) Nora! Nora! (Si guarda in giro e si alza). Vuoto. È andata! (Gli balena una speranza). Il grande miracolo…?

Si ode la porta di casa chiudersi con fracasso.”

HENRIK IBSEN (1879)


Da: Casa di bambola, a cura di R. Alonge, Milano 1991, Mondadori, pp. 158-168.