venerdì 28 agosto 2015

La vergine di ferro - I, 8


Parte I: Labirinti

8.

Terzo Flashback 

Nilde si trascinò nel buio, via da quel catafalco da cui si era gettata con la prima forza che aveva recuperato. La sua mano destra stringeva convulsamente la katana trovata al proprio fianco, nella bara. Nella sua mente ancora obnubilata, cominciavano a farsi strada alcuni ricordi – alcuni versi di S. Giovanni della Croce, letti un’infinità di tempo prima:

En una noche oscura,
con ansias, en amores inflamada,
¡oh dichosa ventura!,
salí sin ser notada,
estando ya mi casa sosegada...

Sì. Cominciava a ricordare – lentamente – anche il modo in cui era giunta lì.

En la noche dichosa,
en secreto, que nadie me veía,
ni yo miraba cosa,
sin otra luz y guía
sino la que en el corazón ardia...

Si fermò e respirò a fondo. Il suo lungo abito le rendeva ancor più difficile quel procedere insicuro, di corpo malamente resuscitato. Le sue gambe si piegarono ulteriormente e cadde carponi. Pose a terra la mano sinistra. La destra non lasciava l’elsa.

Aquésta me guiaba
más cierto que la luz de mediodía,
adonde me esperaba
quien yo bien me sabía,
en parte donde nadie parecía.

Soffocò la disperazione.


[Continua]

Pubblicato su Uqbar Love, N. 147 (28 agosto 2015), pp. 36-37.

Il Buddha (non) si è fermato a Berceto



Il pronto-bus si ferma vicino a un piccolo oratorio. Da lì, si diparte una stradicciola, che si snoda verso il fondo della valle. Intorno, ondulati paesaggi appenninici, col verde dei boschi, il giallo dei campi e delle balle di fieno, l’azzurro del cielo d’agosto.
            Mi trovo a Berceto, in provincia di Parma; frazione Pagazzano, località Prataiolo. Fra quei paesaggi nostrani, si trova un angolo di Giappone: il monastero zen Sanbo-ji, ovvero il “Tempio dei Tre Gioielli”, indicato su frecce in legno quasi anacronistiche.
Fu fondato dal maestro Tetsugen (al secolo, Carlo Serra), nel 1995, dopo Enso-ji “Il Cerchio” (monastero zen di Milano, 1988) e una scuola di Shiatsu (1990). Il sito è quello di una vecchia cascina; ma il giardino e la sala di meditazione sono stati costruiti in stile giapponese. Accanto alla foresteria, fa capolino il cantiere di una nuova sala. Tutt’intorno, salgono i boschi. Una piattaforma in cemento (per gli esercizi di respirazione all’aperto) guarda verso il punto in cui sorge l’alba fra i monti. Accanto alla cucina, un orto recintato mostra melanzane e altri ortaggi. Ciliegi e peri ombreggiano sedie e panchine. Questo luogo accoglierà monaci e visitatori per il “Ritiro zen di metà agosto”: due giorni di condivisione della vita monastica. 

Il maestro Tetsugen nacque a Milano nel 1953. La sua ricerca spirituale lo portò in Giappone, nel monastero Tosho-ji. Tornato in Italia, volle proporre un percorso simile al proprio agli occidentali, ma mantenendo la tradizione giapponese anche nella vita quotidiana: architettura, vestiario, alimentazione. Evitò, insomma, quell’ “internazionalità” tipica della globalizzazione che cancella le differenze culturali e toglie la possibilità di mettere in discussione le proprie abitudini – secondo le parole di Tetsugen stesso.
            Come lui, i monaci e i Bodhisattva (corrispondenti, all’incirca, ai “terziari” cristiani) sono italiani, ma con un nome giapponese ricevuto all’atto della loro adesione allo Zen.
            Gli ospiti vengono condotti in quella che era la casa dei contadini, un tempo – tracce della legnaia e della stalla sono rimaste al pianterreno. Uomini e donne, naturalmente, hanno alloggi separati. Le camere collettive con letti a castello e i bagni in condivisione resuscitano ricordi di colonie per bambini e campi-scuola giovanili. Qua e là, negli interni della foresteria, fanno capolino riproduzioni in miniatura di stampe giapponesi.
            Per quanto riguarda l’appartenenza religiosa degli ospiti, un novizio di Sanbo-ji mi ha preannunciato una certa varietà (compresi “neopagani” animisti e lettrici di tarocchi). Le prime due compagne di stanza a cui mi rivolgo non sono buddhiste e hanno una formazione cattolica, anche se non sembrano particolarmente ferventi. Un’altra porta una croce al collo. Mentre sono poco distante, le sento parlare di una signora musulmana che ha visitato il monastero tempo addietro.
           
La sera del mio arrivo è quella della Notte delle Lanterne, a Berceto. In collaborazione con il Comune, i monaci hanno scelto un laghetto sul quale liberare uno sciame di lanterne di carta. Esse sono state distribuite alle persone convenute, invitate a scriver sopra i paralumi il proprio messaggio benaugurante. Desideri e dediche si sono librati sullo specchietto d’acqua come un curioso stormo di anatre – un piccolo cielo di S. Lorenzo alla rovescia. Spirituale e profano si sono così mescolati, fra la suggestione dei lumi ondeggianti e i sapori dei salumi locali, consumati in quella piccola sagra.
            Il giorno dopo, la pagina è completamente voltata. La colazione si svolge in silenzio, fra the verde, pane integrale e biscotti vegetali confezionati dai monaci. Il pranzo è fortemente ritualizzato – dal modo di riporre le ciotole ai gesti per segnalare le dosi di cibo desiderate. I movimenti cadenzati e il raccoglimento uniscono i commensali in un tutt’uno armonico. Prima di cominciare i pasti, nessuno manca di porre un poco di pane o riso in scodelle apposite, come “offerta a tutti gli esseri”. Concretamente, quella parte di cibo sarà destinata agli uccelli e agli altri animali che frequentano il giardino. Dai boschi, scendono spesso anche due gatti lustri e pasciuti: una grigia striata e un rossiccio, vagabondi, ma – di fatto – parte del microcosmo di Sanbo-ji. Non mancano mai di venirsi a prendere un poco di cibo e coccole alle ore dei pasti. Anche noi ospiti li osserviamo, deliziati, e li riempiamo di mille vezzeggi.
            La sveglia è prima dell’alba ed è segnalata dal campanello di un monaco. Tutti si preparano alla svelta e si recano, scalzi, sulla piattaforma di cemento per gli esercizi di respirazione. Il controllo del corpo conferito da questa pratica dovrebbe renderci agili e potenti “come il leone di montagna”. Per quanto riguarda la sottoscritta, il risultato è ancora tutto da vedersi. Infine, seduti in meditazione sul cemento, assistiamo al sorgere del sole fra le montagne. Quel parto insanguina le nubi. 

            Le ore dei pasti sono scandite dal taku, uno strumento composto da due sbarre di legno che cozzano l’una contro l’altra. Le campane tibetane chiamano al raccoglimento in refettorio o alla meditazione nella sala. Più vasta di quella milanese che ho già descritto (Uqbar Love n. 122, 11 febbraio 2015, pp. 6-7), è sempre attrezzata con file ordinate di stuoie e zafu, cuscini da meditazione. In essa, ci si muove secondo tracciati ortogonali e nel gesto del gassho (il saluto a mani giunte). Gli occhi di chi entra fissano quelli del Buddha centrale, in fondo alla sala. Un sedile apposito segnala la posizione del maestro. In questo luogo, la pratica raggiunge il culmine della concentrazione, con la meditazione seduta (zazen) alternata a quella camminata (kinhin). La postura corretta e dignitosa è fondamentale. Tuttavia, il dolore alle gambe dei principianti li costringe a distenderle, ogni tanto. Il profumo terso e intenso dell’incenso giapponese imbeve l’aria.
            Sempre in questa sala, ci si raccoglie regolarmente per ascoltare gli insegnamenti del maestro, annotati sui personali “diari di bordo”. Si tratta di letture di racconti sapienziali di origine cinese, con relativi commenti.
            La tensione della pratica è spezzata da offerte di the e tisane, nel refettorio.
Durante il ritiro, vige il silenzio, anche nei dormitori e nel giardino. La mia testa è piena di vuoto, come d’acqua limpida. Strano a dirsi, non sento il bisogno di riempire le pause leggendo. Gli alberi, il cielo e i vialetti del giardino bastano alla mia attenzione. Sebbene quasi nessuno si rivolga la parola, non ci si sente mai isolati o ignorati. Si tocca così con mano cosa significhino le espressioni essere un tutt’uno e vivere nel “qui” e “ora”.
            Un’altra parola d’ordine è “consapevole”. “Lavoro consapevole”, “pranzo consapevole”: ogni aspetto della vita, anche il più minuto, è posto sotto il segno dell’essere attenti e presenti interamente a ciò che si sta facendo. Questo è il segreto di quella “pienezza di vuoto” che si è creata anche nella mia testa.
           
Alla fine del ritiro, ospiti e Bodhisattva si concedono una seratina “mondana” a Pagazzano. Una cena a base di pizza o specialità locali, a seconda dei gusti; poi, una salita all’unico bar della frazioncina. Ci si muove su per le viuzze, fra le mute case in pietra, il campanile, la fontana. All’arrivo, ci si siede in cerchio nel cortiletto del bar, sotto l’insegna in legno. Si assaggia un bicchierino di prugnolo, si scherza. Uno della compagnia propone alcuni simpatici giochi di prestigio con le carte. I più assidui frequentatori di Sanbo-ji ricordano passati ritiri e qualche episodio buffo. Il silenzio e il raccoglimento si sono sciolti. I nomi giapponesi dei Bodhisattva risuonano in quella cornice degna di Ermanno Olmi. Eppure, tutto è assolutamente naturale. Il giorno dopo, coloro che hanno imparato a “essere un tutt’uno” si divideranno fra quelli che partiranno e quelli che resteranno. Ma con la comune sensazione che il Buddha (non) si sia fermato a Berceto.

 Pubblicato su Uqbar Love, N. 147 (28 agosto 2015), pp. 21-22.

mercoledì 26 agosto 2015

Alziamo l'Indice

Dato che la polemica del momento ruota intorno alle letture per l’infanzia e alla necessità di “difendere i nostri figli” da ogni “indottrinamento” in materia sessuale, sono stata sollecita nel rilevare e segnalare alcuni pericolosissimi testi che circolano impunemente nelle mani dei nostri pargoli. Li elenco chiaramente:

·         Pinocchio: è un esempio, già tristemente noto, di figlio generato per egoismo da un padre che lo condanna a crescere senza madre. Per non parlare del fatto che è nato da una sega;
·         Raperonzolo: storia di un’adolescente che non ha mai conosciuto i veri genitori e che è oggetto di attenzioni morbose da parte di un’attempata signora (non a caso definita “strega”), che la isola per gelosia da ogni naturale rapporto col sesso opposto;
·         Biancaneve e i sette nani: una ragazza è costretta a far da moglie a sette uomini, che, in quanto nani, debbono nascondere indecenti virtù; creduta morta, cadrà nelle mani di un principe necrofilo;
·         Cenerentola: una brava figliola che, alla prima sera in cui osa uscir di casa per divertirsi, viene abbordata da un tale che rivela presto una propensione allo stalking, nonché al feticismo per le scarpette di cristallo;
·         Pollicina: anche qui, come in Pinocchio, abbiamo una nascita innaturale, pretesa da una signora che ha fatto la single tutta la vita e non ha pensato in tempo alla maternità. La fretta d’ottenere una bambina, come fosse una bambola, condanna pure la piccola a una malformazione che la farà rimanere minuscola e indifesa per tutta la vita;
·         La Bella Addormentata nel bosco: una fanciulla cresce con tre mamme (!!!) e nessuna figura paterna;
·         Il Principe Ranocchio: ripugnante vicenda d’effusioni innaturali fra un’umana e un anfibio;
·         Il Pifferaio Magico: già dal titolo, si commenta da solo. Per non dire che il protagonista è palesemente pedofilo.

Invito dunque tutti i genitori attenti, gli insegnanti, i sindaci e ogni persona di buona volontà a bandire queste mostruosità dalle letture per i più piccoli.
Ho dimenticato qualcosa? Ah, già:


E QUESTE SAREBBERO STORIE PER BAMBINI? NESSUNO CI PENSA? VERGOGNAAAAAAAA!!!! 

Rosa e azzurro

Una mattinata d’agosto, in una piccola città, ai tavolini esterni di un caffè. Lei – una neolaureata di quasi ventisei anni, appena uscita dalla biblioteca civica – è corsa a salutare due vecchi amici. Due ragazzi da oratorio, irrinunciabili presenze ai campi-scuola parrocchiali, quando lei era adolescente. Davanti a loro, tazze vuote di cappuccino. Uno è un ragazzo di poco più giovane di lei; l’altra, una sua coetanea, che ha sposato il fidanzato storico ed è coronata da un bel pancione di sei mesi circa.
            «Ecco… non sapevo di questa bella notizia!» esclama lei, a questo proposito. «Eh… per sapere certe cose, devi venire qui, nella tua ***» commenta il ragazzo.
«Effettivamente, in questo periodo,  risiedo qui in pianta stabile…»
«Ah!»
Cominciano gli scambi di buone nuove: altri matrimoni (più o meno attesi), lavoro, viaggi in programma, consigli per la cura della pelle.
«Sai già se sia maschio o femmina?» domanda volubilmente lei all’amica incinta.
«Non ancora» risponde questa, accarezzandosi il pancione.
«Meglio. Del resto, tu non sei di quelli che sono ossessionati dalla questione…»
«Già, davvero!» esclama la mamma in attesa. «C’è gente che fa cose ASSURDE… Non appena conoscono il sesso del bambino, gli preparano la cameretta tutta in azzurro, o tutta in rosa… Dico io: a cosa serve? Un neonato nemmeno vede di che colore sia quello che ha intorno… non si fa certi problemi…»
«Ecco» chiosa lei. «Casomai sentissi parlare di binarismo, sappi che è esattamente questo».
La gestante ammicca: «C’è anche nei negozi…»
«Già. Chissà perché, poi…» prosegue lei. «Per esempio: non ho bisogno di una penna a sfera pensata appositamente per le signore. Ho cinque dita esattamente come lui» (e indica il giovanotto) «e posso benissimo scrivere con le stesse biro». (Casomai qualcuno pensasse che si tratta – a proposito! –  del sesso degli angeli, il riferimento è questo).
«Io avevo le stelline sulla finestra, da bambino…» rimembra l’unico maschio della situazione. «Beh, quello ci può stare!» approva la futura mamma. «Magari, quando si è piccoli e si ha paura del buio…»

«O le apine sulla culla!» ride lei. «Anzi, io avevo gli uccellini. I miei genitori avevano già indovinato i miei gusti».

sabato 8 agosto 2015

Tolkien e pregiudizio

John Ronald Reuel Tolkien e la sua opera, in particolare Il Signore degli Anelli, sono un caso letterario in tutto il mondo. Dal 1965, anno in cui apparve l'edizione tascabile del suo capolavoro e ne esplose la diffusione, risultano vendute al 1990 venti milioni di copie in sedici lingue. Forse però soltanto in Italia il caso letterario si è intrecciato indissolubilmente con un presunto caso ideologico-politico, prevalendo alla fine il secondo sul primo. Infatti Il Signore degli Anelli nel nostro Paese a partire dal 1970 ha avuto in media quasi due edizioni all'anno, ma - fatto più unico che raro, tipico però per noi - ha assunto anche una coloritura ipercritica e negativa imposta da quell'intellettualità e da quel giornalismo che all'epoca spadroneggiavano nel senso letterale del termine. 

Oggi, che finalmente si fanno i conti con quella che è stata autorevolmente definita la «egemonia culturale» del comunismo italiano e, da parte di innumerevoli «pentiti», si ammettono i guasti dell'infatuazione estremista del Sessantotto, forse anche la rivisitazione del «caso Tolkien» può essere utile a far comprendere il clima inquisitorio in cui si visse almeno sino alla metà degli anni Ottanta a causa di una intelligentia faziosa e provinciale, di un giornalismo orecchiante e cinico, per i quali valeva soltanto ed esclusivamente il metro critico politico-ideologico per esaltare o viceversa condannare opere, scrittori, case editrici. Un metro critico - come tutti ben sanno, ma è bene ricordarlo ancora - che vedeva il bene e il capolavoro in qualsiasi cosa potesse essere classificata «di sinistra» (meglio se «comunista», «marxista-leninista», «rivoluzionaria», «progressista») e il male, il complotto, la strumentalizzazione, l'artificiosità, ecc. ecc. in tutto ciò che, anche larvatamente, poteva venir definito «di destra » (ergo, in crescendo: «conservatore», «reazionario» e naturalmente «fascista »). Il fatto stesso che a oltre vent'anni dall'uscita in italiano del capolavoro di Tolkien, a quasi venti dalla sua morte e alla vigilia del centenario della nascita, veda finalmente la luce la sua biografia più autorevole e completa, può essere considerato un doppio segno dei tempi: in negativo rispetto ad allora; in positivo rispetto a oggi.
Per cercare di comprendere il motivo per cui Il Signore degli Anelli venne inizialmente accolto dalla critica col silenzio e l'indifferenza e poi - man mano che anche qui da noi andava assumendo le vesti di un cult-book - con ironia sfottente, sospetto, diffidenza e infine con aperta ostilità, si dovrebbe ricostruire puntigliosamente e con precisi riferimenti l'intera atmosfera culturale italiana che si respirò soprattutto dal 1968 al 1979, ma poi anche sino alla prima metà degli Anni Ottanta, quando il cavallo di battaglia dell'intellettualità e del giornalismo progressisti era una indefessa crociata contro la «reazione culturale», uno spaventapasseri, uno spauracchio contro cui scaricare la tensione e l'attenzione dell'opinione pubblica di sinistra (moderata ed estrema), ma anche fra gli addetti ai lavori un metodo ricattatorio usato come grimaldello per giungere alle posizioni di potere editoriali, conquistarle, consolidarvisi e strumentalizzarle. [...]
Al lavoro pubblicistico di difesa da accuse assurde e immotivate, e a quello critico d'interpretazione dell'opera tolkieniana secondo un background culturale simbolico-tradizionale, venne posta infine l'etichetta complessiva e infamante di «fascista». Ecco, infine, la parola decisiva, l'accusa-chiave di fronte a cui si doveva restare annichiliti e muti: «fascisti» i suoi estimatori, «fascista» la casa editrice che lo pubblicava, «fascista» Tolkien stesso. [...] 
Il problema che si cominciò ad affrontare, che i più consapevoli e autocritici scoprirono, era (ed è ancora) estremamente semplice e consiste in quella che si potrebbe definire una mancanza di democrazia culturale nei nostri intellettuali, l'incapacità cioè - sotto il condizionamento della «egemonia culturale» laica e marxista - non solo di capire ma anche soltanto di accettare la presenza di autori dalle idee diverse, magari opposte alle loro: un «cattolico tradizionalista» come Tolkien, un «esoterista» come Meyrink, un «irrazionalista» come Eliade, un «imperial-nazionalista» come Mishima, «fascisti» come Pound e Marinetti, «razzisti» come Céline, «proto-nazisti» come Nietzsche eccetera eccetera eccetera. E questo perché, come si è accennato, il metro comune di giudizio era all'epoca (ma oggi la cattiva abitudine non è completamente scomparsa) quello politico-ideologico: chi non rientrava o non poteva essere incasellato nella griglia marxismo-progressismo e realismo-razionalismo, era inesorabilmente out. 


GIANFRANCO DE TURRIS

Introduzione a: Humphrey Carpenter, La vita di J.R.R. Tolkien, Milano 1991, Edizioni Ares.



venerdì 7 agosto 2015

Una notte country

L’estate porta sere calde e voglia di passeggiate, anche nella speranza (remota) di refrigerarsi. Come ogni anno, di questo tengono conto le associazioni cultural-ricreative e gli esercizi commerciali di Manerbio, che organizzano la loro piccola “notte bianca”. Il 18 luglio 2015, essa ha preso il nome di “Festa d’Estate” e il suo tono è stato intenzionalmente country. Graziose fanciulle in camicia rustica e cappello da cow-boy hanno servito alle tavolate en plein air il menu della serata: “campagnolo” sicuramente, ma più nostrano che da Far West (grazie al cielo, verrebbe da dire). Tagliata o salsicce con immancabile contorno di polenta, il brescianissimo pà e salamìnå, verdure grigliate e persino bistecche alla fiorentina (per i portafogli più forniti e gli stomaci più volenterosi).
            Manerbio si è così trasformata in una cuccagna a cielo aperto dalle ore 20:00 alle ore 3:00, per i nottambuli più tenaci – o semplicemente desiderosi di aspettare un orario in cui la temperatura scendesse.
            Il teatro di tutto ciò erano le vie e le piazze del centro storico, ai piedi della pieve e del municipio – nella migliore tradizione medioevale. Ovunque, le bancarelle esponevano i prodotti offerti dall’economia manerbiese: dall’artigianato artistico alla cura del corpo, dal vintage all’enogastronomia.
            La serata è stata allietata dal vivo in più punti. Via Roma ospitava il gruppo iFunk, con un repertorio funky/soul/rhythm-and-blues. Via Dante era il regno del country vero e proprio, con balli a tema ed esposizione di trattori. Beppe Loda ha occupato la postazione di DJ nel Piazzolo. Sempre musica funk e soul hanno proposto i Good Vibes Only in via XX Settembre. In via Mazzini, lo stand del centro lenese “DanzArte” ha proposto un’esibizione di ballo, a dimostrazione dell’efficacia dei propri corsi. Per i più piccoli, c’erano un clown in via Roma e giochi gonfiabili in piazza C. Battisti.
            Non mancavano degustazioni di vini e formaggi, o la presenza di un’azienda agricola che produce biscotti con grano macinato a mano. Il personaggio forse più notevole della festa era un suonatore di musiche amerindie dal vivo, con tanto di copricapo in piume. 
            In piazza Italia, faceva bella mostra di sé il palco di Radio Studio più, che ha ospitato il disinibito cabaret di Andrea Catavolo, con tanto di satira politica non sottile ma eloquente.

            La Festa d’Estate, come sempre, è stata una modesta cugina delle “notti bianche” che le metropoli si concedono: una fiera paesana con tanta voglia di città e opulenza, ma che non ha rinunciato alla “misura d’uomo” tipica dei piccoli centri. Per quanto il settore terziario predomini anche in provincia, il gusto della festa manerbiese rimane squisitamente campagnolo: una pausa di meritata abbondanza, in mezzo all’anno lavorativo.

Paese Mio Manerbio, N. 99 (agosto 2015), pag. 10.

lunedì 3 agosto 2015

Piacere ed eternità

"Ogni piacere vuole l'eternità di tutte le cose, vuole miele, vuole feccia, vuole ebbra mezzanotte, vuole tombe, vuole la consolazione delle lacrime sulle tombe, vuole tramonti dorati,
che cosa non vuole il piacere! Esso è più assetato, più affettuoso, più affamato, più spaventoso, più segreto di tutti i dolori, vuole se stesso, morde se stesso, in esso lotta la volontà dell'anello,
vuole amore, vuole odio, è più che ricco, dona, getta via, mendica che qualcuno lo prenda, ringrazia chi lo prende, vorrebbe venir odiato,
così ricco è il piacere che ha sete di dolore, di inferno, di odio, di umiliazione, di storpi, di mondo, questo mondo, infatti, oh, lo conoscete!
Voi uomini superiori, di voi ha nostalgia il piacere, l'indomito, felice, del vostro dolore, o falliti! Ogni eterno piacere ha nostalgia di fallimenti.
Ogni piacere vuole infatti se stesso, per questo vuole anche sofferenza! Oh, felicità, oh dolore! Spezzati, cuore! O uomini superiori, imparate che piacere vuole eternità,
piacere vuole l'eternità di tutte le cose, vuole profondità, profonda eternità!"

FRIEDRICH WILHELM NIETZSCHE

Così parlò Zarathustra, ("Acquarelli"), Bussolengo (VR) 1995, Demetra, pp. 419-420. Traduzione e presentazione di Giuseppina Quattrocchi.

Compassione

"Chiunque altro mi avrebbe gettato un'elemosina, la sua compassione, con occhiate e discorsi. Ma per questo non sono abbastanza mendicante, e tu l'hai intuito,
per questo sono troppo ricco, ricco di grandezza, di cose tremende, delle cose più brutte, di inesprimibile! Il tuo pudore, o Zarathustra, mi ha onorato

A fatica sono uscito dalla calca dei compassionevoli per trovare l'unico che oggi insegna che: 'Compassione è invadenza' te, o Zarathustra! 
Sia che a compassionare sia un dio o un essere umano: la compassione cozza contro il pudore. E non volere aiutare può essere più nobile di quella virtù che soccorre."


FRIEDRICH WILHELM NIETZSCHE

Così parlò Zarathustra, ("Acquarelli"), Bussolengo (VR) 1995, Demetra, pag. 343. Traduzione e presentazione di Giuseppina Quattrocchi.