venerdì 26 giugno 2015

La vergine di ferro - I,2


Parte I: Labirinti

2.

Isabella aprì la cartelletta e compulsò i fogli scarabocchiati con le liste di nomi da imparare a memoria e le mappe concettuali. Grazie agli esercizi del corso, la sua memoria e la sua capacità di riorganizzare i pensieri erano migliorate in modo sorprendente. Si era ritrovata più volte a memorizzare elenchi di pietanze sui menu e titoli di paragrafi per puro divertimento. Questo – beninteso – non la salvava dal fatto di essere una deliziosa ingenua, collezionista di aneddoti sul paranormale e sull’occulto, che scriveva poesie surreali e cambiava passione intellettuale e politica come altri cambiavano le camicie. 

            In quel periodo, era in fase egizia: si allungava gli occhi con la matita e indossava ciondoli a forma di ankh. Stava però già pensando ad abiti candidi e ornati di finte piume, in omaggio al sempiterno Lago dei cigni.
            L’ariosa sala conferenze si era riempita per l’ennesimo incontro di quel corso (che costava carissimo, per inciso), pensato per elevare il quoziente intellettivo dei partecipanti. Era organizzato dall’Associazione Lotus, che inviava i suoi membri più giovani a proporre l’attività agli studenti, nei chiostri dell’università di Pavia. Chi accettava si trovava immerso in lunghe ore di proiezione di filmati, ascolto di musiche ed esercizi simili a quelli che lei aveva scarabocchiato nella cartelletta. Non era gravoso. Ci si ritrovava a consumare il tempo in uno stato di piacevolissimo torpore – qualcosa di simile a un liquido amniotico e cullante. Uscendo dall’aula, si aveva l’impressione di galleggiare, con una sensazione vagamente celestiale. Non era difficile che gli allievi si trasformassero in membri della Lotus e che finissero per lavorare per essa a tempo pieno, quale che fosse il loro percorso di studi universitari.
            Un ragazzo biondiccio e dagli occhi verde chiaro entrò, finalmente, nell’aula. I presenti si animarono.
«Ciao, Raniero!»
Lui sorrise, un poco forzato. Qualcosa era turbato, dietro le sue iridi limpide. «Ciao a tutti. Scusate il ritardo».

[Continua]

Uqbar Love N° 141 (25 giugno 2015), pag. 25.

giovedì 25 giugno 2015

Da un’autrice manerbiese: “La biblioteca di Belisa”

Decisamente, fa piacere aprire un giornale e trovare queste cose... Altri auguri di buon compleanno alla mia bimba, La biblioteca di Belisa



La casa editrice Limina Mentis di Villasanta (MB), nel 2015, ha pubblicato una raccolta poetica dal titolo La biblioteca di Belisa (collana: Ardeur 52). L’autrice è una venticinquenne manerbiese, Erica Gazzoldi. Nel 2011, era uscito il suo primo libro di versi, La tessitrice di parole (Marco Serra Tarantola Editore, Brescia). In esso, le poesie erano incorniciate da alcuni brani in prosa, che riportavano il dialogo immaginario fra un anonimo personaggio maschile e, per l’appunto, una Tessitrice di parole. La biblioteca di Belisa riprende questa formula, ma in un volume di più ampio respiro. Stavolta, il personaggio-guida è Belisa, una ragazza che vive in una biblioteca ove “ogni cosa è come la flora d’un bosco” e “si respira la Vita” (pag. 1). I volumi da lei raccolti coincidono con le diverse sezioni della silloge. “Un Eden discreto” è un omaggio a un amore felice e ingenuo, ormai appartenente ai ricordi. “Il cielo di nessuno” è dedicato alle amicizie femminili. Le “Lettere ad Attico” fondono il dialogo col soliloquio. “Dramatis personae” è una brevissima serie di monologhi sulla malattia e sulla morte. “Titivillus” prende il nome dallo spiritello che, secondo le credenze medievali, rubava le lettere dimenticate dai copisti. “The Other Side of Darkness” raccoglie componimenti in versi liberi e in lingua inglese, influenzati dal recente interesse per alcuni sottogeneri del metal. “La carne dell’anima” è la sezione più ampia e  varia, che conclude l’immaginaria visita alla biblioteca. Essa comprende anche alcuni versi in dialetto bresciano. 
            Come La tessitrice di parole, La biblioteca di Belisa ospita illustrazioni dell’autrice. Stavolta, non si limitano alla copertina. Ogni sezione è inaugurata da un disegno diverso; è presente anche un componimento grafico-verbale dal titolo “La risata” (chiusura di “Titivillus”).
            Quest’ultima raccolta conferma la vena cupa e fiabesca della Gazzoldi, che ha anche pubblicato in formato e-book un suo romanzetto fantasy adolescenziale, Il cerchio d’argento (reperibile su MediaFire ).


Paese Mio Manerbio, N°97 (giugno 2015), pag. 9.


“Nel mezzo del cammin” col Pedibus di Manerbio

Il Pedibus è il noto servizio che, nella bella stagione, il Comune di Manerbio offre ai bambini delle scuole elementari. Ogni anno, volontari adulti attendono i piccoli in cinque fermate e li accompagnano a piedi ai cancelli dei due istituti locali, quello statale e quello parrocchiale. Il 2015 ha visto una novità: è il 750° anno dalla nascita di Dante Alighieri (1265 – 1321) e il Comune ha voluto che anche gli scolari più piccoli ne avessero notizia. Perciò, la consigliera comunale Annamaria Bissolotti ha contattato una neolaureata manerbiese e l’ha incaricata di organizzare un’attività a tema per i bambini del Pedibus. L’iniziativa è stata battezzata con le prime parole della “Divina Commedia”: “Nel mezzo del cammin…” 

            Dal 20 aprile al 25 maggio 2015, a scadenze settimanali, la volontaria addetta si è presentata alle varie fermate per raccontare, in breve, chi fosse Dante: «Era un poeta di Firenze nato settecentocinquant’anni fa. Ai suoi tempi, chi aveva studiato scriveva solo in latino. Lui, però, ci teneva a dimostrare che si poteva scrivere qualcosa di bellissimo anche usando la lingua che si parlava tutti i giorni a Firenze, quel “volgare fiorentino” da cui è nato l’italiano che parliamo noi oggi. Dante ci è riuscito e il suo libro s’intitola “La Divina Commedia”». Grazie a coloratissimi disegni, i bambini hanno potuto far la conoscenza di Virgilio e Beatrice e sapere che erano due personaggi realmente esistiti da cui il Poeta ha immaginato d’essere accompagnato lungo l’Inferno, il Purgatorio e il Paradiso. Le tre cantiche sono state riassunte in semplici giochi. Nel primo, i bambini avrebbero dovuto “sfuggire al Diavolo” pescando, fra tre carte, quella fortunata. Nel secondo, Catone Uticense – guardiano del Purgatorio – sottoponeva Dante alla recitazione di scioglilingua. Nel terzo, S. Bernardo di Chiaravalle richiedeva al Poeta la risoluzione di un indovinello, prima di presentargli la Madonna.
           
I bambini hanno partecipato volentieri ai giochi a tema, un po’ con spirito agonistico, un po’ con curiosità. Anche i disegni colorati hanno stemperato la “pesantezza” dell’argomento. Del resto, Dante e le sue “cose dell’altro mondo” – come spesso dimostra Roberto Benigni – hanno una vivacità intrinseca che aspetta solo di essere raccontata.

 Paese Mio Manerbio, N° 97 (giugno 2015), pag. 6.

Virginia Woolf fra diari, ghinee e spazi creativi

Si è chiuso in bellezza, all’I.I.S. “B. Pascal” di Manerbio, il ciclo di conferenze: “L’universo femminile: vita e pensiero nella diversità di genere”. La prof.ssa Rosaria Tarantino, a nome dell’associazione locale “Donne Oltre”, ha presentato le ultime due conferenze, entrambe dedicate a Virginia Woolf (1882 – 1941). Sorella della pittrice Vanessa Bell, è nota per aver animato il gruppo letterario che prese il nome dalla sua casa nel quartiere londinese di Bloomsbury. Conobbe grandi personalità dell’epoca, come l’amica-rivale Katherine Mansfield e T.S. Eliot. Col marito Leonard Woolf, fondò la casa editrice Hogarth, che pubblicò anche l’opera completa di Sigmund Freud. L’altro grande amore di Virginia fu la nobildonna Vita Sackville – West. Colpita da periodiche crisi psicotiche, la scrittrice morì suicida.
Alessandra Pigliaru e Rosaria Tarantino
            Dapprima, ha parlato di lei Alessandra Pigliaru, cultrice di materia in Storia della Filosofia all’Università di Sassari, nonché caporedattrice di «Giornale Critico di Storia delle Idee». La sua conferenza (22 maggio 2015) era dedicata a due opere della Woolf, “Una stanza tutta per sé” e “Le tre ghinee”. La prima è la rielaborazione di più conferenze tenute nel 1928, sul tema “le donne e il romanzo”. Virginia mostra il divenire del proprio pensiero, mentre ricorda le scrittrici inglesi che hanno saputo trovare “una stanza tutta per sé”, ovvero il tempo e il denaro per dedicarsi alla scrittura. Il discorso è anche un ringraziamento a queste donne, che hanno lasciato le nuove scrittrici eredi della possibilità di esprimersi. Sempre sul tasto dell’eredità giocano “Le tre ghinee” (1938). La Woolf dona una ghinea ideale a un istituto per l’istruzione femminile, purché rifiuti di seguire modelli patriarcali e militaristi. La seconda va a un’associazione per l’accesso delle donne alle libere professioni. La terza tocca a un’organizzazione pacifista maschile; ma la Woolf auspica, piuttosto, la fondazione di una “Società delle Estranee”, dove sarà rifiutata ogni dimensione pubblica (sede, cerimonie, giuramenti). Anziché condividere il potere politico con gli uomini, le donne – secondo la Woolf – dovrebbero adottare una logica completamente “altra”, tesa alla cura della sfera privata. 
Elena Petrassi e Rosaria Tarantino

            La seconda conferenza (29 maggio) è stata invece tenuta da Elena Petrassi, scrittrice e poetessa: “Virginia Woolf. Il diario come specchio e luogo di creazione”. Tramite i propri appunti privati, l’autrice emerge come osservatrice acuta e impietosa della realtà, ma maggiormente tesa a indagare la propria interiorità. Da quel “pozzo di petrolio” che era il suo inconscio, scaturiva una creatività letteraria nella quale lei aspirava a immergersi completamente. I diari illuminano il volto della Woolf come una luce obliqua in un interno, nascondendo e suggerendo allo stesso tempo ciò che della sua figura rimane nel buio.



Pubblicato su Paese Mio Manerbio, luglio 2015, p. 6.

mercoledì 24 giugno 2015

Viva la democrazia

«Dunque…» si schiarì la voce Tizio, sorseggiando un imprecisato liquore rossastro «quello che volevo dirti è che chi ha compreso come funzioni la democrazia non ha più bisogno di invocare dittature».
            «Ecco» intercalò Caio. «È proprio su questo punto che avrei bisogno di chiarimenti».
Tizio posò il bicchierino sul tavolo del salotto e raddrizzò un poco la postura sulla poltrona.
«Sai bene che la democrazia si basa, essenzialmente, su quel principio: la maggioranza vince. Ora, se io solo mi affacciassi a quel balcone…» e indicò la porta-finestra che dava sul giardino «e proclamassi che alcuni sono più uguali degli altri, escludendo questi altri da qualche diritto civile o politico, sarei linciato come dittatore. Ma nessuno avrà da ridire, se sarà il popolo sovrano a farlo. Anzi, chiunque protestasse sarebbe accusato di voler esser un lobbista indottrinatore e le masse insorgerebbero per difendersi dall’imposizione di un’ideologia».
Caio si accigliò: «I cittadini d’oggigiorno sono sentimentali e di pelle delicata. Possibile che non vedano in tutto questo una crudeltà
A Tizio sfuggì un sorriso: «Glielo impedirà quella stessa animalità che li rende – come tu dici – sentimentali. Saranno convinti di difendersi contro élite invisibili e potentissime, intenzionate a distruggere tutto ciò che loro amano. A quel punto, si identificheranno con le pecore che non vogliono essere sbranate dai lupi. Le pecore spaventate… sono bestie inarrestabili. È la forza della piazza, simbolo – come si suol ritenere – della democrazia. Grandi adunate di piazza… sono sicuro che ti ricorderà qualcosa».
            Caio fece il primo cenno d’intesa. Ma gli rimaneva un interrogativo: «Però… come realizzare questo capolavoro d’inversione di ruoli fra pecore e lupi?»
«Basterebbe aver l’appoggio di un’istituzione abbastanza vecchia da sembrare ovvia come il Colosseo» riprese Tizio «e, come esso, a tutti visibile e quasi simbolo di eternità. Il pregio di questa istituzione, di questo fossile vivente, sarebbe quello di saper parlare alle emozioni prima ancora che al pensiero – cosa che, ahimè, le ideologie propriamente dette non sempre sanno fare. Dovrebbe anche avere il fascino di una bellezza maestosa, ma minacciata e da preservare a tutti i costi per il proprio valore intrinseco».
«Ottimo!» approvò Caio. «Avrei già in mente un candidato “Colosseo”».
L’altro si rilassò nuovamente, soddisfatto, e riprese in mano il bicchierino: «Vedrai… con questa scusa del popolo sovrano e della bellezza minacciata, potremo presto anche dimenticarci quella gigantesca sciocchezza romantica dei diritti umani».
            «In effetti» gli fece eco Caio «la democrazia è un’invenzione ateniese. E gli antichi ateniesi erano quello che noi, oggi, diremmo schiavisti, imperialisti, maschilisti, razzisti e quant’altro. Il popolino li studia nelle scuole pubbliche e li osanna come fari di civiltà».

            «Appunto» concluse Tizio, centellinando le ultime gocce sanguigne. «Cercare la dittatura perfetta è come cercare un bue mentre lo si sta cavalcando».

lunedì 22 giugno 2015

Una terza via per l'Occidente

“La dottrina dell’intuizione immediata è tipica dello Zen. Se i greci ci hanno insegnato a ragionare e i cristiani a credere, lo Zen ci insegna ad andare oltre la logica e a non indugiare neppure quando ci troviamo di fronte a «ciò che non si vede». La prospettiva dello Zen è infatti quella di un punto di vista assoluto, nel quale non c’è spazio per il dualismo, qualunque forma assuma. La logica nasce dalla separazione fra soggetto e oggetto, la fede distingue ciò che viene visto da ciò che non viene visto. Il modo di pensare degli occidentali non potrà mai eliminare questo eterno dilemma: questo o quello, ragione o fede, uomo o Dio e così via. Nello Zen tutto ciò viene cancellato perché confonde la nostra intuizione della natura, della vita e della realtà. Lo Zen ci conduce nel regno del Vuoto e della Vacuità dove non domina alcun tipo di concettualismo, dove gli alberi crescono senza radici e una brezza salutare spazza via ogni impurità.” 


DAISETZ T. SUZUKI

Da: Lo Zen e la cultura giapponese, ("Collana Il ramo d'oro"), Milano 2014, Adelphi, (trad. dall'ingl. di Gino Scatasta), pag. 290. Titolo originale: Zen and Japanese Culture (1959 Bollingen Foundation Inc., New York, N.Y.).

Echi

Da poco, è stata pubblicata l'enciclica di Papa Francesco intitolata Laudato si'. E, nemmeno a farlo apposta, così ho letto nella riedizione e traduzione di un saggio del 1959: 


Lo Zen si prefigge di rispettare la natura, di amarla, di condividerne la vita. Riconosce che la nostra natura coincide con la natura oggettiva, non in senso materialistico ma nel senso che la natura vive in noi e noi nella natura. Per questo motivo, l'ascetismo zen privilegia la semplicità, la frugalità, la franchezza, la virilità, evitando in ogni modo di sfruttare la natura per fini egoistici.
C'è chi teme che l'ascetismo porti a un abbassamento del tenore di vita. Ma, a essere franchi, perdere la propria anima è più che accumulare beni in questo mondo. Non siamo forse costantemente impegnati a portare la guerra in qualsiasi angolo della terra per accrescere o preservare il nostro prezioso tenore di vita? Se proseguiremo così, finiremo senza dubbio per distruggerci a vicenda, non solo come singoli individui ma anche come popoli. Invece di elevare il cosiddetto tenore di vita, non sarebbe più utile migliorare il livello di uguaglianza degli esseri viventi? Sarà un'ovvietà, ma nel corso della storia non è mai stato tanto urgente proclamare a gran voce questa verità, in tempi come i nostri segnati dall'avidità, dall'invidia e dalla disuguaglianza. Chi, al pari di noi, segue lo Zen, dovrebbe sostenere con forza l'ascetismo che esso propugna.


DAISETZ T. SUZUKI

Da: Lo Zen e la cultura giapponese, ("Collezione Il ramo d'oro"), Milano 2014, Adelphi (trad. dall'inglese di Gino Scatasta), pag. 283. Titolo originale: Zen and Japanese Culture (1959 Bollingen Foundation Inc., New York, N.Y.). 

giovedì 18 giugno 2015

Il poeta contro Golia

“Lo spirito moderno dell’analisi scientifica e della meccanizzazione non lascia celato alcun mistero, mentre parrebbe che la poesia e lo haiku non riescano a fiorire senza misteri o senso di meraviglia. Il problema della scienza sta nel fatto che fa di tutto per non lasciare spazio all’incerto o all’indefinito, vuole vedere ogni cosa in maniera chiara, odia ciò che non viene analizzato e rivelato. Dove domina la scienza, l’immaginazione deve battere in ritirata. Per fortuna, però, la scienza non è onnisciente né onnipotente e non mancherà mai lo spazio per lo haiku, e la poesia continuerà a prosperare.

          
  Tutti noi uomini dei tempi moderni siamo messi di fronte alla cosiddetta «verità dei fatti», alla «dura realtà», altrimenti detta «verità oggettiva», che tende a fossilizzare la nostra mente. Dove non c’è tenerezza né soggettività, la poesia muore; dove domina una vasta distesa di sabbia, non crescerà mai una rigogliosa vegetazione.”

DAISETZ T. SUZUKI

Da: Lo Zen e la cultura giapponese, ("Collezione Il ramo d'oro"), Milano 2014, Adelphi, pag. 212 (trad. dall'inglese: Gino Scatasta).

Brevitas

“Prima di procedere, vorrei aggiungere qualcosa sullo haiku, la forma più breve di poesia che si possa trovare in letteratura a livello mondiale. Consiste di diciassette sillabe, nelle quali vengono condensate alcune delle emozioni più sublimi che gli esseri umani siano in grado di provare. Qualche lettore, forse a ragione, si è chiesto come sia possibile che una sequenza di parole così breve possa esprimere un moto profondo della mente. Milton non ha forse scritto il Paradiso perduto? E Wordsworth Presagi di Immortalità


Dobbiamo però ricordare che «Dio» si è limitato a pronunciare «E luce sia» e, a opera compiuta, ha semplicemente osservato che la luce era «buona». Così, ci viene detto, è stato creato il mondo, questo mondo nel quale eventi grandiosi di ogni genere hanno avuto luogo dopo un inizio avvenuto in una maniera tanto semplice. «Dio» ha usato pochissime sillabe, ma la sua opera è stata realizzata con successo. Quando Mosè chiese a Dio con quale nome avrebbe dovuto trasmettere il messaggio divino al suo popolo, Dio rispose: «Io sono colui che sono» oppure «il Dio che è». Non è forse l’affermazione più grandiosa che si possa fare su questa terra? Non dite che è stato Dio e non l’Uomo, a pronunciare queste parole. Io direi piuttosto che è stato l’Uomo e non Dio a mettere per iscritto tutte le parole pronunciate da Dio. Chi ha preso nota è «Colui che è», non chi ha pronunciato queste parole, perché quest’ultimo appartiene al passato, si perde nella storia, mentre chi le ha registrate è qui per sempre. È senza dubbio lui, e nessun altro, a essere «colui che è». Comunque sia, la brevità di uno haiku in quanto a numero di sillabe non ha niente a che vedere con il valore del suo contenuto. Nel momento supremo della vita e della morte lanciamo un urlo o agiamo, senza metterci a discutere o lasciarci andare a lunghi discorsi. Le sensazioni non vogliono essere trattate concettualmente e uno haiku non è il prodotto dell’intelletto. Da qui la sua brevità e la sua pregnanza.”

DAISETZ T. SUZUKI

Da: Lo Zen e la cultura giapponese, ("Collezione Il ramo d'oro"), Milano 2014, Adelphi, pag. 191 (trad. dall'inglese: Gino Scatasta).


mercoledì 17 giugno 2015

La vergine di ferro - I, 1

Esce, oggi, la prima puntata de La vergine di ferro, un odierno feuilleton ambientato in una Pavia rivestita di colori vagamente gothic. Ringrazio Martina Manfrin e il suo Feuilleton 2.0, che mi ha dato lo spunto per questo nuovo filone creativo.

La vergine di ferro



Parte I: Labirinti

1.

Nello studio luminoso del dott. Michele Ario, il ragazzo irruppe trafelato.
            «Cosa c’è, Raniero?» gli fece il dottore, accigliandosi.
«La… la defunta è scomparsa dalla camera mortuaria» riuscì a esalare l’altro.
 Ario sospirò, versandosi dell’acqua: «Ho sempre detto che era una ragazza troppo vivace».
Alzò gli occhi e li fissò in quelli sbarrati del giovane. «Bevi un goccio anche tu».
Raniero, senza batter ciglio, prese il bicchierino di plastica che il dottore gli porgeva e inghiottì due sorsate d’acqua. Con un gesto della mano, Ario gli indicò la poltroncina di fronte alla sua scrivania. L’altro si sedette. 

            «Dimmi» riprese il più anziano «c’è dell’altro?»
Raniero fece cenno di no.
            «Al S. Matteo nessuno si è accorto di niente?»
«Non… non prima di stamattina».
«Una sorveglianza impeccabile».
«Credo che… in questo caso… non la ritenessero necessaria».
Il volto bruno del dottore si aprì in un sorriso sardonico: «Da Cristo in giù, nessun morto è sicuro. Avrebbero dovuto saperlo».
Raniero strinse il bicchierino di plastica vuoto, in un gesto istintivo.
«Su, adesso… riprenditi. Alla nostra bella morte vivante penserò io. Tu va’ a preparare il prossimo incontro per il corso di mnemotecnica».
Il ragazzo rispose ad Ario con un ossequioso cenno del capo. Buttò il bicchiere nell’apposito cestino, uscì dallo studio e scese nel chiostro di quell’elegante palazzina liberty in via Mazzini, a Pavia.

[Continua]

Pubblicato su Uqbar Love N. 140 (18 giugno 2015), pag. 18.

lunedì 1 giugno 2015

Esce "La biblioteca di Belisa"

Nuntio vobis gaudium magnum: dopo una lunga e trepidante gestazione, è venuta alla luce La biblioteca di Belisa. Si tratta della mia terzogenita, dopo La tessitrice di parole Il cerchio d'argento. Non aggiungo altro... Vi lascio al piacere della scoperta!

Ha un odore di legno e di quiete. Il sole vi stilla dalle tende e vi si coagula in parvenze di sussurri. Nulla che ricordi la polvere, l’umore ingiallito di altre biblioteche. Qui, ogni cosa è come la flora d’un bosco. Qui, si respira la Vita.
            “Cosa t’interessa, esattamente?”
Lei mi parla da una poltroncina in vimini, densa nel riquadro della finestra. Belisa. “Belisa”, forse “Crepuscolario”, come la chiamava Isabel Allende per bocca di Eva Luna.
            “Non lo so…”
Sono entrato per curiosità, non per oculata ricerca. Se ricerca è la mia, è totale, infantile –come dita tenere che cercano di stringere il mare.
            Mi ricordo di Rolf Carlé, che chiedeva storie alla sua Eva Luna, riposando dall’amore.
“Vorrei un libro… un libro che non hai mai fatto leggere a nessuno.”
            Lei rimane pensierosa. Aggrotta per un attimo la fronte –le sopracciglia, due capricci d’inchiostro. Poi, si alza e mi fa strada. La foresta dei libri ci guarda, con occhi di silenzio.



Erica Gazzoldi, La biblioteca di Belisa, ("Ardeur" - 52), Villasanta (MB) 2015, Limina Mentis. Con illustrazioni dell'autrice.

Ringrazio di cuore Ivan Pozzoni, Ambra Simeone e Lorena Panzeri, senza i quali il parto non sarebbe andato a così buon fine.

Simone Weil: un tesoro all’I.I.S. “B. Pascal”

Dopo María Zambrano e Hannah Arendt, all’I.I.S. “B. Pascal” di Manerbio è stato presentato un terzo affascinante ritratto femminile: quello di Simone Weil (Parigi 1909, Ashford 1943). Di lei è stata detta qualunque cosa: filosofa, storica, mistica, operaia, contadina, miliziana anarchica. Per far conoscere questi molteplici volti, la prof.ssa Rosaria Tarantino ha coinvolto Monica Cerutti Giorgi: docente di Storia e Filosofia, studiosa del pensiero della differenza sessuale. L’incontro si è svolto il 15 maggio 2015 ed è stato il terzo del ciclo “L’universo femminile: vita e pensiero nella diversità di genere”, organizzato dal “B. Pascal” e dall’associazione locale “Donne Oltre”, col patrocinio dell’Ufficio Scolastico Territoriale di Brescia e la collaborazione del Comune di Manerbio.
            La conferenza era intitolata: “Il tesoro di Simone Weil – Scritti di vita e di pensiero”. Il “tesoro” sarebbe la quantità immane di detti scritti, quasi tutti pubblicati postumi. La Cerutti Giorgi ha però dato ampio spazio all’aneddotica.
            Ne è emerso il ritratto di una donna fragile e impacciata, ma con una vitalità intellettuale inesauribile. La cifra della Weil era il bisogno di “essere dentro” gli eventi e le situazioni. Per questo, si congedò dalla scuola ove insegnava filosofia per lavorare come operaia alla Renault (1934). D’estate, si dedicava alla campagna come “garzone di fattoria”. Amava scrivere a lume di candela, in stanze piccole e raccolte, come Diogene nella botte. Un ricordo ci consegna Simone seduta a scrivere seduta in terra, per mantenere un legame con quell’elemento di concretezza. Sempre il suo bisogno di vivere le situazioni in prima persona la portò a partecipare alla guerra civile spagnola, in posizione antifranchista (1936). “Pensatemi come se stessi andando a ricostituirmi in una zona climatica” disse ai familiari preoccupati, con un senso dell’umorismo che la “filosofa tragica” volle sempre conservare. Il suo amore era indirizzato all’essere umano come “animale simbolico”, ovvero bisognoso di dare un significato a ciò che ha intorno. Per questo, ricercò le “tre forme terrestri del bene”: bellezza, verità, giustizia. La sua “giustizia” consisteva nel dare agli uomini la possibilità di trovare la bellezza nelle cose di tutti i giorni, comprendendo lo scopo del proprio lavoro (da cui la sua esigenza di stare al fianco degli operai). La bellezza, a propria volta, era per la Weil un segno della verità, intesa come frutto di un’incessante ricerca sperimentale. Proprio questa ricerca la portò anche a una svolta mistica in senso cristiano: la sofferenza e il riscatto di Cristo sarebbero stati gli stessi vissuti da ogni essere umano, nella lotta per affermare la propria razionalità. Proprio l’assenza di razionalità e di bellezza avrebbero causato, nel mondo del lavoro, quella conflittualità che portò alla violenza politica del periodo precedente la Seconda Guerra Mondiale.

Pubblicato su Paese Mio Manerbio, N°96, maggio 2015, pag. 7.

La Festa del Salame

Manerbio, a tutt’oggi, non è ancora rinomata per alcun prodotto alimentare tipico. Ma può facilmente far proprio il celeberrimo salame bresciano, frutto del tradizionale allevamento di suini in zona. Così, già da sei anni, questo salume rustico e saporito diventa il protagonista di una piccola cuccagna locale: la Festa del Salame, appunto. Il teatro dell’evento è il Bar Borgomella, in via S. Martino del Carso. Antonella Gennari e Giovanna Rongoni, le titolari, concepirono l’idea nel 2010, quasi per caso. Alla prima edizione, parteciparono i norcini della zona. Per arricchire l’interesse della festa con un concorso, era necessaria una giuria. All’appello del Bar Borgomella, rispose così l’ONAS: Organizzazione Nazionale Assaggiatori di Salumi. Ne fanno parte appassionati buongustai e titolari di salumifici. Ciascuno di loro deve seguire un corso di formazione quinquennale. La valutazione dei salumi in concorso segue, poi, uno schema ben preciso, formulato in schede preformate. La degustazione dura poi sei ore e viene effettuata da due gruppi di quattro persone ciascuno, più un nono giurato, per evitare pareggi. Naturalmente, la valutazione tiene conto del tipo di salume. Il salame bresciano, per l’ONAS, costituisce un prodotto a sé. Esso viene apprezzato in base alle seguenti caratteristiche: l’aspetto esteriore complessivo; l’esame visivo della fetta; l’esame olfattivo degli aromi e della loro persistenza; l’esame gustativo dei sapori, della speziatura, della stagionatura, del retrogusto; la consistenza; la masticabilità. Conclude il tutto una valutazione personale d’insieme.
            Secondo i giurati dell’ONAS, la qualità dei salami in concorso a Manerbio è migliorata col passar degli anni. Nel 2014, in giuria era presente anche il titolare di un salumificio di Trento.
            La Festa del Salame, dunque, si compone di due parti: la premiazione dei primi tre concorrenti in classifica e la fase più propriamente festaiola, ovvero la distribuzione gratuita di salame nostrano ai presenti. Tra un bicchiere e una chiacchierata, chiunque può così apprezzare la moltitudine di forme di un alimento che sembra tanto semplice: dalle fette trasparenti uscite dall’affettatrice, a quelle spesse e tozze tagliate a mano; dai salamini duri di stagionatura a quelli vasti e di pasta freschissima.
            Il 2015 (in data 25 aprile) ha visto la partecipazione di trentasette concorrenti, non tutti di Manerbio. Fra loro, c’erano sia proprietari di aziende agricole che membri di famiglie abituate a produrre salami per l’autoconsumo. Sul podio ideale, in ordine crescente, sono saliti Domenico Chiodi, Richi Bertoni e la storica Macelleria Pietta di Manerbio. Tra i partecipanti, si è distinta un’ironica “Compagnìå dèl fil dè fèr”. 


Pubblicato su Paese Mio Manerbio, N°96, maggio 2015, pag. 8.

La Via della Seta, fra passato leggendario e attualità internazionale

Un esempio di argille dipinte delle Grotte di Mogao:
Grotta 328, epoca della Dinastia Tang (618 - 907).
La LUM (Libera Università di Manerbio) ha deciso di dedicare due incontri ai continenti del presente e del futuro, l’America e l’Asia. A quest’ultima è stata riservata la lezione del 23 aprile 2015: La Via della Seta. Dalle rotte carovaniere alle autostrade della globalizzazione. Per l’occasione, il Teatro Civico “Memo Bortolozzi” ha ospitato Luigi Gorini, caposervizio presso il Giornale di Brescia nel campo degli esteri. “Via della Seta” (Seidenstrasse) è il nome che Ferdinand von Richthofen diede, alla metà del XIX secolo, all’insieme di strade e rotte marittime, note fin dall’antichità, che collegavano le regioni mediterranee all’Asia. L’ “inaugurazione ufficiale” avvenne nel 138 a.C., quando l’imperatore Wu Di della dinastia Han inviò l’ambasciatore Zhang Qian a cercare un’alleanza con gli Yüeh Chi contro i nomadi Xiongnu.
 Lungo segmenti della “Via”, correva non solo la seta (impiegata come “moneta di scambio”), ma anche le spezie (da cui la “Via delle Spezie”), le guerre, le migrazioni, le religioni. Figlie della “Via della Seta” sono le Grotte di Mogao a Dunhuang: qui, coloro che affrontavano il deserto del Taklamakan lasciavano affreschi e statue come ex-voto. Ciò ha fatto delle Grotte di Mogao un patrimonio d’arte buddhista, con tracce di mani elleniche e latine nelle firme e nei panneggi. La “cultura di Gandhara” (a nord del Pakistan) fu invece frutto del sincretismo fra cultura dei nomadi centro-asiatici, ellenismo, Buddhismo e contatti con la Cina.
            Nell’antichità, la “Via della Seta” era più sviluppata a Occidente; tuttavia, essa sarebbe impensabile, senza la Cina. Quest’ultima, infatti, detenne per tempi innumerabili il monopolio della produzione del prezioso tessuto. Detto monopolio si sarebbe rotto all’inizio del V secolo, quando la principessa cinese Lushi riuscì a contrabbandare materie prime e segreti tecnologici nel paese al cui re era stata data in sposa.
            La seta fu di gran moda nella Roma imperiale, ma i Persiani erano gelosissimi mediatori di questo scambio. Nel 166 d.C., le cronache cinesi situano un’ambasciata per conto di un certo “Antun”: l’imperatore Antonino Pio o un certo Marco Aurelio Antonino, mercante residente a Palmira. Ancora nel 97 d.C., però,  il generale Ban Chao aveva inviato il luogotenente Kan Ying a cercare contatti con Da Qin, la “Grande Cina”, ovvero Roma.
            La relazione di Gorini è approdata alla scottante attualità, quando ha illustrato come Pechino torni a interessarsi alla “Via della Seta”. D’iniziativa cinese è il progetto di rimodernamento della Transiberiana. Altro punto di grande interesse internazionale sono i gasdotti. Soprattutto, Pechino ha fondato l’AIIB: Asian Infrastructure Investment Bank, “Banca Asiatica d’Investimento nelle Infrastrutture”. All’iniziativa hanno preso parte diversi governi europei, mettendo in discussione il primato finanziario degli Stati Uniti. Ancora una volta, grazie alla “Via della Seta”, l’Eurasia torna al centro del mondo. 


 Pubblicato su Paese Mio Manerbio, N°96, maggio 2015, pag. 5.