domenica 31 maggio 2015

L'Amico (che si crede) Intelligente

L’Amico (che si crede) Intelligente – d’ora in poi, A.I. –  è una figura sociale che funesta la vita odierna e che può ben esser considerato una filiazione della "donna Prassede".
            L’A.I. è quello che trova sempre il tuo cellulare di modello superato, la tua città troppo provinciale e la tua carta igienica troppo ruvida.
            L’A.I. è quello che, quando ti visita a casa tua, ha sempre osservazioni da fare sulla tinteggiatura delle pareti, sulle abitudini dei coinquilini, sul tuo stile di cucina.
            È quello che, di punto in bianco, salta fuori a dirti: «Quante lentiggini! Hai mai pensato di usare il fondotinta? »; «Quanto mangi! Hai mai pensato che potresti ingrassare?» «Non sarebbe ora di tingerti i capelli?»; «Non sarebbe il caso di introdurre l’ananas marinato nella tua dieta?»
            L’A.I. ama lanciarsi in iperbolici monologhi sull’andamento dell’economia, sull’operato del governo, sulle condizioni di vita dei pinguini in Antartide e relative cause storico-socio-filosofiche. Naturalmente, dopo tre ore di discorso-fiume, vorrà anche sapere cosa ne pensi tu.
            Nel caso in cui lui non sia riuscito a stordirti del tutto, tenterai di abbozzare un parere; al che, lui ti interromperà per fare la critica filologica di ciò che non hai ancora detto.
            Se l’A.I. fosse femmina, invece… mi perdonino gli antisessisti, ma sarebbe ancora peggio. Oltre a quanto già detto, dovresti far la conoscenza delle cinquanta sfumature d’ombretto, nonché dell’arsenale dei tacchi a spillo. E spera che non sia una femminista radicale…
            Se è credente, ti riempirà di geremiadi sulla sciagurata secolarizzazione in cui tu, povero peccatore, hai torto di vivere senza tormentartene troppo. Se è ateo, ti sottoporrà a un raffinato terzo grado per sapere se, in qualche occasione disperata o euforica della tua vita, tu abbia ceduto all’abietto bisogno di pregare.
            L’A.I. non ritiene di essere fanatico. Se lo rimproveri per la sua invadenza, ti darà del “qualunquista”. O dell’ “irrazionale”.
In generale, è un A.I. chiunque ti faccia venire in mente quel detto di Oscar Wilde: “Ci sono troppe persone intelligenti. Vorrei fosse rimasto qualche cretino”.

            La vita è già complicata di per sé. Evitiamo di peggiorarcela con l’ “intelligenza”.

venerdì 29 maggio 2015

Lobby di qua, lobby di là...

Come ho accennato nel post Cavoli riscaldati, essere un anello di congiunzione fra due mondi può far incorrere in esperienze interessanti. Per esempio, quella di subire la stessa accusa da parte di due fronti diversi. Sorvolo su facili osservazioni come “molti nemici, molto onore” o “chi non fa nulla va bene a tutti”. In breve: quando ho sposato posizioni filocattoliche (solitamente, in materia di bioetica) ho ricevuto tacce di “lobbysmo” («La lobby vaticana priva le donne della libertà di autodeterminazione», ecc.). Quando ho parlato di “matrimonio egualitario”, “famiglie arcobaleno”, “omofobia”, riecco la famosa parolina: «Sono invenzioni della lobby gay!»
            Ora, a furia di sentirmi propinare la stessa minestra in situazioni tanto differenti, ho pensato bene di andare a conoscere ‘sta signora Lobby della porta accanto e di presentarla pure ai miei trentaquattro lettori (scusa, don Lisander, ma è esattamente il numero che compare sul blog). Per far bene le cose, vi piazzo, papale papale, la definizione tale quale compare su Treccani.it, per il Dizionario di Economia e Finanza:

“lobby
2012
di Giuliana De Luca
lobby  Termine inglese, utilizzato originariamente per indicare l’ingresso della House of Commons, dove i parlamentari incontravano il pubblico, che identifica i rappresentanti di un gruppo di interesse organizzato su base volontaria, i quali, agendo da intermediari con il sistema politico, mobilitano risorse nel tentativo di influenzare le scelte e promuovere gli interessi del gruppo stesso. Quando tale azione, sotto forma di comunicazioni e contatti (forma di azione convenzionale), o di campagne verso l’opinione pubblica, di finanziamento di campagne elettorali, di scioperi, di proteste organizzate (forma di pressione più forte) ha successo, l’articolazione degli interessi avanzati dalla l. si traduce in domanda politica. Il successo dell’azione di pressione e il raggiungimento degli obiettivi, specifici o generali, in termini di avanzamento di interessi (economici e non) o di preferenze morali, sono subordinati alla disponibilità di risorse di varia natura (economiche; numeriche; di influenza, intese come conoscenze personali, facilità di accesso alle sedi decisionali e ai canali di pressione rilevanti ecc.; conoscitive; organizzative o simboliche).
L’azione politica delle lobby. Le analisi elaborate nell’ambito della teoria delle scelte pubbliche hanno evidenziato che, modificando gli schemi degli incentivi (sanzioni/premi) e grazie alla sensibilità del governo ai finanziamenti, i gruppi di pressione dotati di mezzi economici e/o numerici rilevanti possono con facilità e frequenza ottenere dai politici programmi e azioni a loro favorevoli contro l’interesse comune. Ciononostante, quando i cittadini sono organizzati in più l. politiche, queste ultime finiscono per combattersi l’una con l’altra (common pool), senza riuscire a influenzare i programmi del partito al potere e lasciando di conseguenza al governo una certa autonomia.
Le lobby e l’interesse comune: due modelli a confronto. I gruppi di pressione possono concorrere al bene della democrazia nella misura in cui – agendo dall’interno delle istituzioni e non dal loro esterno, in quanto riconosciuti e regolamentati – la loro molteplicità e interazione diano luogo a una ‘competizione’ che realizzi un equilibrio tra spinte e pressioni contrastanti, volto al conseguimento dell’interesse generale (visione pluralista). Possono, al contrario, rappresentare un ostacolo o un pericolo per l’interesse generale, quando il processo democratico sia dominato da un numero esiguo di gruppi di pressione ‘speciali’ – ossia raramente regolamentati e articolati – che difendono interessi parziali, o quando, più in generale, lo Stato si ponga come unico detentore dell’interesse comune, che difende contro interessi particolari giudicati perturbatori, anche se tollerati (visione democratica classica). La prima visione coincide con il modello anglosassone e statunitense di lobbying, in cui si accorda legittimità alle attività dei gruppi di pressione; la seconda con il modello latino-francese, in cui tali gruppi difficilmente sono riconosciuti come elementi costitutivi della democrazia. I sistemi politici che hanno una regolamentazione specifica per l’attività di lobbying giudicata utile al dibattito politico sono 8: Australia, Canada, Commissione e Parlamento europei, Germania, Polonia, Stati Uniti, Ungheria e Taiwan.

Giuliana De Luca”

Direi che non c’è molto altro da aggiungere. Mi limito a sottolineare punto interessante nel mio caso: “Il successo dell’azione di pressione e il raggiungimento degli obiettivi, specifici o generali, in termini di avanzamento di interessi (economici e non) o di preferenze morali, sono subordinati alla disponibilità di risorse di varia natura (economiche; numeriche; di influenza, intese come conoscenze personali, facilità di accesso alle sedi decisionali e ai canali di pressione rilevanti ecc.; conoscitive; organizzative o simboliche).” Ergo, quando avrò i miliardi di un banchiere o i contatti di un cardinale, potrete ripassare per rompermi le scatole con ragione. Fino a quando sarò una blogger morta di fame, che si fa pagare qualche articolo ogni tanto su un mensile provinciale, sarò semplicemente una vostra concittadina che esprime in pubblico un parere, come vuole il regime di libertà di pensiero e parola che dovrebbe essere garantito dalla Costituzione. Anzi, pure la libertà d’associazione sarebbe un diritto tutelato dall’art. 18 Cost., come ricorda la Lobby dei Rompiscatole Critici. Il fatto che il mondo latino abbia tanta paura di questo tipo di azione politica dimostra semplicemente che, pur ostentando il culto della democrazia liberale, la maggioranza dei cittadini dello Stivale non ha il coraggio di realizzarla fino in fondo. La libertà (anche quella d'associazione) è rischio e chi vuole la bicicletta deve pedalare. O accettare in santa pace la presenza di lobby che si avvalgono di questa libertà, o mutare l'ordinamento del Paese: tertium non datur.
Del resto, tacciare qualcuno di lobbysmo è un modo vigliacco e semplificatorio per rifiutarsi di ascoltare la sua posizione e riconoscerne le motivazioni. Ma questo non sembra antidemocratico a nessuno…

Piuttosto che fare le pulci sulla “legittimità” a chi ha il fegato di prendere posizione, mettetevi in gioco voi stessi. E abbassate il ditino dietro il quale, su un fronte o sull’altro, cercate pietosamente di nascondervi.

"Fino a quando, o Catilina, la tua lobby abuserà della mia pazienza? (E non importa, se il termine non è stato ancora inventato...)"

giovedì 28 maggio 2015

Orgoglio e supplizio

“Mentre stavano compiendosi i giorni in cui sarebbe stato tolto dal mondo, [Gesù] si diresse decisamente verso Gerusalemme e mandò avanti dei messaggeri. Questi si incamminarono ed entrarono in un villaggio di Samaritani per fare i preparativi per lui. Ma essi non vollero riceverlo, perché era diretto verso Gerusalemme. Quando videro ciò, i discepoli Giacomo e Giovanni dissero: «Signore, vuoi che diciamo che scenda un fuoco dal cielo e li consumi?» Ma Gesù si voltò e li rimproverò. E si avviarono verso un altro villaggio.”


(Lc 9, 51-56)


lunedì 25 maggio 2015

Il vero volto del fato



"Ora dimmi come hai potuto essere crudele con me, crudele e falsa. Perché mi disprezzasti? Perché ingannare il tuo stesso cuore, Cathy? Non mi viene una sola parola di conforto. Tu meriti questo. Ti sei uccisa da te stessa. Sì, puoi baciarmi, e piangere; e strappare baci e lagrime a me; essi saranno la tua rovina... la tua dannazione. Tu mi amavi; che diritto avevi di lasciarmi? Che diritto? rispondimi. Lasciarmi per quel misero capriccio che ti prese di Linton? Giacché né la miseria né la degradazione, o la morte, né qualunque pena che Dio o Satana potessero infliggere, avrebbero potuto separarci, tu lo facesti di tua stessa volontà. Non io ho infranto il tuo cuore, tu l'hai infranto; e nell'infrangerlo, hai spezzato il mio."

EMILY BRONTË

Da: Cime tempestose, Torino 1992, Einaudi, cap. XV (traduzione dall'inglese di Antonio Meo).

giovedì 14 maggio 2015

L'elefante nel salotto

Quando si discorre con una Sentinella in Piedi di questioni LGBT, è piuttosto facile – per non dire certo – che essa accusi i militanti avversari di “vittimismo” e che sia certa di conoscere le loro “vere intenzioni”. Ora, per conoscere le “vere intenzioni” di qualcuno meglio del diretto interessato bisogna essere, come minimo, il Mago Silvan e non mi risulta che egli militi fra le Sentinelle. Parlare di “vittimismo”, poi, è troppo facile, quando si tratta dei problemi degli altri. Per cui, mi sento di esprimere qualche considerazione circa i presupposti delle Sentinelle. Visto che io non ho la presunzione di “smascherare le vere intenzioni” altrui, partirò dalle affermazioni con cui i diretti interessati si presentano, sul loro sito o nelle loro conversazioni con la sottoscritta.
1.      La strategia di Arcigay si basa sul vittimismo e sulle mezze verità. Le Sentinelle danno fastidio, perché smascherano le vere intenzioni delle associazioni LGBT. A sentir voialtri, esistono solo Arcigay e Arcilesbica. Vi perdete realtà più fluide, come Universigay a Pavia, il Circolo Harvey Milk a Milano, il gruppo "Lieviti", il portale on-line "Progetto Gionata" o il Movimento Identità Transessuale, per citarne solo alcune. Vi sembrano comunque “accozzaglie di gente strana”? Non so cosa farci. Il mondo è più grande del cortile di casa vostra e comprende anche situazioni che non rientrano nella vostra normalità. Per voi, potrebbe non essere necessariamente una tragedia. Data la montagna di libri che mostrate di leggere, avrete sicuramente la cultura necessaria per confrontarvi col “diverso” e capire anche il suo linguaggio. O no? Per quanto riguarda il “vittimismo”, anche se non vi fa piacere pensarci, il bizzarro acronimo con cui si liquida abitualmente la galassia delle minoranze sessuali racchiude una serie di problematiche concrete. Per esempio, il fatto che due persone dello stesso sesso non possano contrarre regolare matrimonio civile in questo Paese, rinunciando così a godere di piena tutela per il nucleo domestico che hanno creato, anche quando si assumono grandi responsabilità. Veronica Barsotti ne sa qualcosa. Oppure, il fatto che una persona trans con documenti non modificati non possa sposarsi per questioni anagrafiche (una donna che, sulla carta, è “Osvaldo” non può sposare il fidanzato. E viceversa). Anche l'obbligo legale di dover cambiare sesso per vie mediche e sterilizzarsi completamente prima di cambiare ‘sti benedetti documenti è una cosa di cui si potrebbe fare a meno, senza danno per nessuno ed evitando un grosso colpo alla salute di molti vostri concittadini. Superfluo dire che chi approda alla decisione di mutare sesso davanti alla società, di solito, ha già intrapreso un percorso insieme a uno psicologo. Nemmeno noi “diversi” siamo così impulsivi come ci disegnate. Per quanto riguarda le “mezze verità”, la “verità” portata dai comuni mortali è sempre “mezza”. Nel senso che disegna una fetta di realtà di cui si ha esperienza. Ma questo vale anche per la vostra “verità”. Nel complesso, è assai meno presuntuoso voler dare visibilità alla propria esperienza di vita o all’esperienza delle persone che si conoscono, piuttosto che ritenere d’avere un infallibile quadro interpretativo del mondo. Le nostre famose “vere intenzioni” che vi fanno tanta paura, poi, sono piuttosto pubbliche: introdurre anche in Italia il “matrimonio egualitario” (ovvero, quello che unisce due cittadini maggiorenni a prescindere dal loro sesso); far consentire il cambio di sesso all’anagrafe anche in assenza di un percorso medicalizzato (ormoni e bisturi); collaborare con le scuole per gestire qualche laboratorio in cui anche il nostro punto di vista sia proposto ai futuri cittadini (essendo voi a favore della libertà d’educazione, non avete niente in contrario, vero?); introdurre l’aggravante di “omo/transfobia” nel diritto penale. Vi sembra un’aggravante arbitraria? Io trovo altrettanto assurda quella per “futili motivi”, perché i moventi che sembrano “futili” al giudice possono non esserlo per il reo. Comunque, per questo tipo di arbitrarietà, nessuno si straccia le vesti. Dev’essere una questione di abitudini. Casomai voleste chiarezza sul significato di “omofobia”, questo è un esempio. Un assaggio di ciò che viene chiamato “delitto transfobico”, invece, è questo. Come vedete, ho avuto cura di non scegliere le versioni riportate da siti marcatamente LGBT – militanti, perché anch’io amo discutere a prescindere dalle etichette. Quando propongo questo tipo di casi di cronaca ai simpatizzanti di voi Sentinelle, mi rispondono nicchiando, con scuse come “Bisogna vedere le cause effettive del delitto”. Però, non sono in grado di fare ipotesi su coteste cause effettive. Il dubbio è legittimo solo se vi sono elementi concreti che lo pongono. Il fatto che qualcuno dubiti di una notizia a prescindere, senza avere i suddetti elementi concreti sottomano, mi dà da pensare circa la sua buona fede… Mi direte che i mass media trattano le questioni LGBT in modo superficiale e morboso. Su questo, vi do tendenzialmente ragione. Negli anni passati, nonostante la mia situazione e le mie posizioni, ho avuto di che litigar ferocemente, a causa di un discutibile personaggio pagato per diffondere notizie abilmente truccate. Se vi pungesse vaghezza di leggere qui e qui, vedreste con quanta veemenza io l’abbia attaccato. Ma ciò che contestavo in lui era la menzogna. Non il tentativo di portare alla luce problemi “fastidiosi”.
2.      Noi siamo persone normali. Ma va’? Davvero mi figuravo che aveste le antenne, il naso a trombetta e la pelle verde…
3.      Chiamateci pure fascisti e nazisti… Con la propria apartiticità e aconfessionalità, la rete delle Sentinelle non ha problemi ad accogliere anche estremisti politici e fondamentalisti religiosi, che possono così proclamare quello che dicono sempre, ma senza presentarsi per quel che sono. Ecco perché le Sentinelle “danno fastidio”. Senza contare che, essenzialmente, sono nate per opporsi a qualunque apertura giuridica alle minoranze sessuali. Tanto la sessualità quanto le leggi sono elementi essenziali della vita umana in una società. Chiuderne le porte in faccia a qualcuno significa escluderlo a priori da un’esistenza in armonia con la società stessa. Non avrete mica voluto l’applauso per questo?  Ah, già… c’è il diritto privato, che offre soluzioni. Peccato che, per trovarle, ci si debba muovere in una galassia di leggi e leggine che nessuno è obbligato a conoscere. E i professionisti nel campo costano cari. Perché intere fette di cittadinanza dovrebbero essere costrette aprioristicamente a questo slalom? Tantopiù che chi propone di ricorrere al diritto privato è il primo a dire che “le libere unioni non debbono essere tutelate quanto il matrimonio”. Ecco come funziona il gioco…
4.      Vogliamo proteggere i nostri bambini. Intanto, anche molti di noi hanno bambini, le cui storie racconteremo un’altra volta. Figuratevi se non sappiamo cosa voglia dire proteggerli. Ma proteggerli… da cosa? Dalla capacità di riflettere su quello che si considera “normale” o “diverso”? Nel 2014, i sostenitori della “famiglia tradizionale” hanno fatto scalpore intorno al progetto UNAR “Educare alla diversità a scuola”, perché non volevano che i tre famosi libriccini su omosessualità e famiglia “condizionassero i bambini”. Peccato che i libri fossero facoltativi e destinati agli insegnanti… Ultimamente, va più di moda la questione delle scuole dell’infanzia triestine in cui si voleva introdurre il laboratorio detto “il Gioco del Rispetto”. Finalità: abituare i bimbi, fin da piccoli, a non dare per scontati gli stereotipi sul “maschile” e sul “femminile”. Dal mondo conservatore, esplose una protesta contro la “vergogna” di questo “carnevale”. Propongo un articolo che mi fu girato da un lettore de Il Giornale. A mio vedere, è utile per due motivi: permette di vedere quale sia stato il tipo di reazione da parte dei “destrorsi” (anche Sentinelle) e linka i PDF coi testi su cui si sarebbe basato il laboratorio. Sto ancora aspettando di vedere lo “scandalo”. Il gioco avrebbe previsto fiabe, come la storia di Red e Blue: un bambino e una bambina, grandi amici, affrontano insieme un viaggio in montagna, con pari coraggio (senza mostrare una bambina svenevole e un maschio cavalleresco, per intenderci). Oppure, il "gioco del marziano": una maestra avrebbe dovuto fingere di essere un alieno e di domandare ai bambini come mai i maschi avessero un certo tipo di giocattoli e le bambine un altro, o il perché di altre differenze (colore dei vestiti, libri destinati a loro, atteggiamenti tipici). Non elenco qui tutte le attività, visibili ai link che ho indicato. Questo “gioco del rispetto” è stato accusato di offendere i bambini maschi, indicandoli come “potenziali stupratori”. Questa affermazione è stata scatenata da un punto delle linee guida, che afferma che la violenza fra i sessi si può prevenire educando i bambini fin da piccoli. Non capisco dove sia l’offesa. È normale che l’educazione sia volta anche a prevenire lo sviluppo di comportamenti violenti o irrispettosi di qualunque genere. Lo scalpore è stato causato, però, soprattutto dal fatto che i bambini avrebbero dovuto toccare i compagni per auscultarne il cuore, o per sentire che i loro muscoli funzionavano nello stesso modo, tanto nei maschi quanto nelle femmine. Per capire che esistevano anche differenze fra loro, era previsto che “nominassero senza problemi le parti genitali”. Questo è stato considerato impudico e precoce dai lettori de Il Giornale, come mostrano anche i commenti sotto l’articolo linkato. Però, da ex-bambina e da persona abituata ad avere a che fare coi piccoli, dico che la “spudoratezza” di questo sta più nelle prurigini degli adulti che han protestato, che non nel gioco. I bambini degli asili non hanno né complessi, né malizie sul proprio corpo. Ben diverso sarebbe proporre un’attività del genere alle scuole medie o alle superiori… ma, per l’appunto, in quella fascia d’età ci si guarda bene dal farlo. In conclusione, gli unici punti circa i quali do ragione alle proteste sono: l’informazione intempestiva e poco chiara da parte della scuola, nonché le lacune in fatto di attività alternative. L’inefficienza resta inefficienza.
5.      Ho fatto un paio di manifestazioni con le Sentinelle… Le associazioni LGBT ci hanno aspettato per urlare contro di noi… C’era la polizia, e ci ha guidato per strade alternative, per evitare ritorsioni da parte delle suddette associazioni… Questo mi è arrivato da un ragazzo poco più giovane di me e che non mi ha dato notizia d’altre manifestazioni a cui avrebbe partecipato. Io, che sono abituata a cortei e proteste, rispondo: tanto il baccano quanto la presenza delle forze dell’ordine sono la normalità in qualunque tipo di evento di piazza. Quantomeno, quando si tratta di questioni che coinvolgono emotivamente la cittadinanza. La polizia evita sempre e comunque che manifestanti e contromanifestanti si incontrino, perché, anche se sono entrambi disarmati, non si sa mai… meglio prevenire che curare. A proposito di coinvolgimento emotivo, giova ricordare che parlare di famiglia, omosessualità e transessualità chiama in causa persone che hanno sostenuto battaglie esistenziali, prima ancora che politiche. Pretendete che non dicano niente a chi nega la necessità di codeste battaglie?
6.      Gli omosessuali hanno già ottenuto quasi tutto, in Italia. Hanno ottenuto pur sempre meno che altrove. E non certo per merito di chi la pensava come voi. Senza contare che le minoranze sessuali non comprendono solo gay e lesbiche, come vi dicevo…
7.      “…i bambini non sono un diritto ma un dono e loro sì, invece, hanno il diritto di nascere senza essere fabbricati ad uso e consumo degli adulti” (dalla homepage del sito). Su questo, vi do ragione, punto e basta. Ma non solo quando si tratta di “famiglie arcobaleno” o “utero in affitto”. Anche un uomo e una donna naturalmente fecondi possono accostarsi alla genitorialità in modo egoista, trattando quel figlio come un tappabuchi del proprio bisogno personale e sentendo di avere diritti su di esso… per natura.
8.      Il nostro unico nemico si chiama menzogna, inganno, bugia(ibid.). Sottinteso: siete convinti che la vostra posizione coincida con la verità assoluta. Benché vi definiate “aconfessionali” e “apartitici”, guarda caso, la vostra idea di famiglia coincide sempre con le posizioni di chi è politicamente conservatore e con quelle delle religioni abramitiche. Le menzogne e le diffamazioni a carico di chi non si riconosce in questo modello di affettività non vi interessano, effettivamente. Non vi interessa sfatare il mito dei “malati”, dei “pervertiti”, dei “sodomiti”, delle “persone bloccate allo stadio infantile” e tutto quello di cui si è sempre nutrita l’avversione per le minoranze sessuali anche nei discorsi quotidiani. Già, perché preoccuparsi di tutto questo è “vittimismo”. Pardon.
9.      “…non esiste la categoria, né degli omosessuali, né tanto meno degli eterosessuali.” (ibidem). Ah, no? Dunque, secondo voi, non esistono una marea di persone attratte fisicamente e romanticamente solo dal sesso opposto. Né esistono persone per cui vale lo stesso nei confronti del medesimo sesso. Meno male… State confutando chi vi ritiene fautori dei ruoli rigidi per gli uomini e le donne. Bisessuali e genderfluid vi ringraziano sentitamente per questa pubblica affermazione;
10.  Si può definire una persona in base al suo orientamento sessuale? Si può ridurre un uomo ad un comportamento?” Ovviamente, no. Però, l’orientamento sessuale pone problematiche specifiche, come l’accesso al matrimonio (di cui abbiamo parlato ad nauseam), la maggiore o minore esposizione alle infezioni veneree o i pregiudizi altrui verso il proprio “irrilevante” comportamento sessuale. Tutte questioni che non si risolvono certo con la politica dello struzzo.
11.  “…molti attivisti cosiddetti ‘Lgbt’ che, col pretesto di tutelare una determinata categoria di persone, di fatto rendono concreta la prima vera discriminazione, autoriducendosi.” Intanto, non è una determinata categoria, ma più d’una. Praticamente, tutte quelle comprese nell’acronimo: le lesbiche, i gay, i bisessuali, i transessuali e tutti coloro che non corrispondono a quella stragrande maggioranza di persone che stanno benissimo col proprio sesso biologico e desiderano anime gemelle di quello opposto. Anche se vi piacerebbe pensarlo, riconoscersi in una di quelle benedette letterine non è una decisione che si prende alzandosi una mattina. Deriva dall’incontrare, tutt’intorno a sé, le reazioni altrui verso la propria “diversità”: reazioni di curiosità, simpatia, disgusto, condanna, silenzio, o perfino indifferenza (benvenuta, ma rara). Il militante LGBT è qualcuno che intende incontrare altre persone nella propria situazione per discutere delle cause delle reazioni altrui nei suoi confronti, o proporre progetti concreti di cui abbiamo parlato al punto 1. È anche errato trattare il mondo LGBT (e aggiungiamo la Q di “queer”, la A di “asessuali”, la I di “intersessuali”) come se fosse un tutt’uno. L’arcobaleno della famosa bandiera rappresenta spesso, un’armonia più ideale che reale. Né potrebbe essere altrimenti. Anche se accomunati dal fatto di discostarsi dalla maggioranza, coloro che aderiscono a questo tipo di attivismo hanno alle spalle situazioni concrete assai variegate. E non sono rari i conflitti fra “letterine” o fra generazioni di attivisti. Con un po’ di ironia, si possono vedere questa vignetta o questo schema. Giusto per dare un’idea di quello che intendo.
12.  “…erroneamente credono che siamo un ‘noi’ contro di ‘loro’. Siamo certi che è vero l’opposto.” (ibid.) Se non siete contro alcuno, allora perché avete adottato un nome smaccatamente militare? La sentinella – superfluo ricordarlo – è colui che attende l’arrivo del nemico per prepararsi a combatterlo. Un atteggiamento più ostile e frontale di così è difficile da concepire. D’altronde, viste le vostre affermazioni contro il “borghesismo”, il “politicamente corretto” e i militanti “LGBT”, evidentemente avete un’idea chiarissima di cosa volete combattere: l’ideologia liberale (di origine borghese e dominante nel nostro Parlamento) e gli adattamenti del diritto civile alla situazione sociale d’oggi. Il che è, in tutto e per tutto, uno schieramento politico, anche se avete  scelto di non denominarlo.
13.  In Italia le Sentinelle in Piedi sono nate in difesa della libertà di espressione messa in discussione dal ddl Scalfarotto, già approvato dalla Camera e ora al Senato.  Presentato come necessario per fermare atti di violenza e aggressione nei confronti di persone con tendenze omosessuali, il testo è invece fortemente liberticida in quanto non specifica cosa si intende per omofobia lasciando al giudice la facoltà di distinguere tra un episodio di discriminazione e una semplice opinione. Con questa legge chiunque faccia rifermento ad un modello di famiglia fondato sull’unione tra un uomo ed una donna, o sia contrario all’adozione di bambini da parte di coppie formate da persone dello stesso sesso, potrebbe essere denunciato e rischiare fino a un anno e sei mesi di carcere. (ibid.) Il famoso ddl Scalfarotto è un’estensione della cosiddetta “legge Mancino” (L. n. 205/93): “Misure urgenti in materia di discriminazione razziale, etnica e religiosa. Il testo proposto dagli On. I. Scalfarotto e A. Leone estendeva le misure di cui sopra ai casi di omofobia e transfobia: ovvero, le manifestazioni di odio, disprezzo ed ostracismo verso le persone omosessuali , transessuali o di sesso non immediatamente riconoscibile. È stato spesso detto, da parte conservatrice, che la legge Mancino si presta a un’interpretazione troppo arbitraria. Su questo si può discutere. Però, nel caso del “ddl Scalfarotto”, sono stati aggiunti prima l’ “emendamento Verini”, poi il “subemendamento Gitti”, il cui contenuto complessivo recita: “Ai sensi della presente legge, non costituiscono discriminazione, istigazione alla discriminazione, la libera espressione e manifestazione di convincimenti od opinioni riconducibili al pluralismo delle idee, purché non istighino all’odio e alla violenza, nelle condotte conformi al diritto vigente, ovvero assunte all’interno di organizzazioni che svolgono attività di natura politica, sindacale, culturale, sanitaria, di istruzione ovvero di religione o di culto, relative all’attuazione dei principi e dei valori di rilevanza costituzionale che connotano tali organizzazioni”. Insomma, un ddl nel tipico stile piddino: né troppo di qua, né troppo di là. Di sicuro, non liberticida. Quando voleste dire che è un testo-paciugo che significa tutto e niente, mi trovereste d’accordo. E trovereste d’accordo – oibò! – anche la galassia degli attivisti LGBT.

In breve, cesso di tediarvi e tiro le fila del discorso. Voi rifiutate l’etichetta di “fascisti”, “nazisti” o “cattolici”. In realtà, tra le Sentinelle, ho conosciuto persone marcatamente ideologizzate in senso politico extraparlamentare o confessionale. Del resto, potete negare che lo spazio per manifestare a Brescia il 28 marzo 2015 vi sia stato concesso dalla Diocesi locale? Potete negare di condividere le preoccupazioni di Forza Nuova in fatto di civiltà e famiglia? Nell’attivismo pubblico di qualunque genere, le collaborazioni e le sintonie non sono mai neutre o casuali. Di sicuro, non si può lavarsene le mani, se si è persone coscienti e responsabili.
            Io, comunque, non penso che siate figli del fascismo, vetero- o neo- che sia. Ritengo, piuttosto, che la vostra rete sia imparentata con fenomeni come i Forconi: ovvero, quelli nati dalla sensazione di non essere rappresentati da alcuno schieramento parlamentare, da nessuna ideologia moderna, da nessuna associazione. Una sorta di nuovo “Fronte dell’uomo qualunque” per l’era postmoderna, insomma. Perfettamente comprensibile, di questi tempi. Se una colpa ha il liberalismo che predomina in Parlamento, è proprio quello di non aver saputo rispondere ai bisogni della piccola borghesia, come dicevo tempo fa.

Rifiutare di denominarsi è, del resto, possibilissimo… così come è possibile ignorare un elefante seduto in salotto.


mercoledì 13 maggio 2015

Una domenica fra donne

Al centro del tavolino rotondo, il piatto con gli assaggi pescati dal buffet. Una bottiglia di Gutturnio va vuotandosi.
            Il sole, su quel giardino coi gazebi, è limpidissimo. Le ragazze siedono in crocchi, o passano come farfalle, nei loro abiti fiorati. Nel gruppo del tavolino rotondo, fervono le notizie sul dopolaurea delle conoscenti.
            «E lei? Si è sposata?» domanda la prima amica alla seconda.
«No» risponde l’altra. «Lui è stato assunto in uno studio legale, ma non viene pagato».
«E lei?»
«Oh, lei ha già un lavoro fisso e guadagna per tutti e due. Ha trovato la casa e paga le bollette. Ma lui non vuol saperne di farsi mantenere, nemmeno temporaneamente. “Ma che uomo sono io, in queste condizioni?” le ha risposto. Fra l’altro, lui non vuole che i suoi genitori gli paghino il matrimonio. “Ma sposami pure in Comune, con l’anello di bigiotteria…” gli ha concesso lei. Niente».
«E come fanno, allora?»
«Si vedono nel finesettimana, quando lui va a trovarla a casa sua. Lei comincia a non poterne più…»
            «Ma… che ci sarebbe di strano a farsi mantenere dal coniuge, in caso di bisogno?» intervengo io. La prima amica tentenna: «Ma… sai… lui è un uomo!»

            È impossibile emancipare un orgoglioso.

venerdì 8 maggio 2015

Le buone intenzioni

La via dell’inferno è lastricata di buone intenzioni. I vecchi proverbi tendono a prenderci alle spalle. Dev’essere questo il fascino pietrificante di Dracula Untold (2014; regia di Gary Shore). C’entra anche quell’Untold, che sottintende la pretesa di rivelare ciò che del celebre vampiro “non è stato ancora detto”. Impresa davvero difficile. Eppure, il film fa proprio questo. Qui, Dracula è Vlad III di Valacchia (1431 – 1476/77), Figlio del Drago e principe che difende il proprio popolo dalle pretese turche. L’intento storico-eziologico era già presente nella pellicola cult di Francis Ford Coppola, Bram Stoker's Dracula (1992). Qui, però, non si tratta solo di una cornice, bensì dell’intera trama. 

            Vlad III Dracula (Luke Evans)  è vassallo del sultano Mehmed II (Dominic Cooper), col quale ha condiviso l’infanzia. Il ricordo di quel tempo, però, non è idilliaco. Per un ragazzino allontanato dalla famiglia e addestrato come giannizzero, la reggia turca è un luogo d’incubi, dove si impara a uccidere senza provare sentimenti. La leggenda del sanguinario Dracula comincia così.
            Purtuttavia, per il Vlad adulto, questo sembra un periodo buio ormai sepolto. È marito innamorato di Mirena (Sarah Gadon), padre premuroso di Ingeras (Art Parkinson) e pacifico voivoda dei Valacchi. La sua abilità di negoziatore parrebbe aver allontanato lo spettro delle pretese turche. L’unico terrore, nelle sue terre, è quello rappresentato da un misterioso essere (Charles Dance) annidato in una grotta d’alta montagna.
            Però, Mehmed II torna. Non nelle vesti di “fratello”, ma in quelle di sultano che esige il tradizionale tributo: niente denaro, ma soldati. La storia di Vlad fanciullo deve ripetersi. La situazione non è per nulla mitigata dal fatto che il voivoda abbia cominciato a battere moneta autonomamente. Quel vassallo troppo sicuro di sé ha bisogno di una lezione.
            Ecco che Dracula si trova stretto fra il dovere di padre e quello di principe. Vuole mantenere a Ingeras la promessa di proteggerlo; ma farlo significherebbe attirare in Valacchia le truppe turche. Il dilemma sembrerebbe sciogliersi con una soluzione in stile Ifigenia in Aulide: il bambino si offre spontaneamente al sacrificio. Ma Vlad, all’ultimo momento, ci ripensa: «Non è compito di un ragazzino proteggere il proprio popolo».

            Qui comincia l’ambiguità del personaggio, prima ancora che lui corra alla grotta per chiedere al misterioso mostro di trasmettergli i propri poteri. Il senso di responsabilità di Dracula è, fondamentalmente, una forma d’orgoglio. Il Figlio del Drago, difensore dei deboli, è contemporaneamente Figlio del Diavolo, colui che prega un demone di dargli una forza imbattibile. Una volta ceduto alla superbia, non si torna indietro. Il dovere di difesa si trasforma in titanismo e sete di vendetta fini a se stessi, fermati solo dalla croce della coscienza e dall’argento della sottomissione. Eppure, in quel gorgo di (auto)distruzione, rimangono isole luminose. Dracula resta, fino in fondo, capace di amare. Quella capacità, che è il suo talismano, è però anche quella che ha avviato la sua spirale perversa e che la riattiverà ancora, in saecula saeculorum – perché, dalla vita presente, nasce quella futura. Let the games begin.


domenica 3 maggio 2015

Manerbio, Palestina

Ultima Cena, edizione 2015
La Via Crucis vivente è un appuntamento fisso per i parrocchiani di Manerbio ormai da quasi un trentennio. Non ha mai perduto interesse, sia per la suggestione di rivivere in prima persona la storia sacra, sia per l’oggettiva perizia con cui è organizzata. Il 2015 ne ha vista un’edizione ampia, che ha coinvolto – oltre all’immancabile oratorio “S. Filippo Neri” – anche viuzze d’età veneranda come vicolo Dogana e vicolo Ritorto, nonché la Strada dei Roncagnani e Villa Di Rosa. L’organizzazione spetta, tradizionalmente, alle diaconie; la terza, per esempio, ha messo a disposizione la chiesa di S. Faustino, per la conclusione del percorso. Ad avviare la tradizione, però fu la quarta, nel 1986.
            L’idea di ripercorrere il cammino di Cristo verso il patibolo deriva dall’usanza dei pellegrini che, a Gerusalemme, visitano i luoghi della Passione. Come spiega il mensile parrocchiale Il Ponte (marzo 1991, pag. 31), la diffusione in Italia di questo pio esercizio si deve a S. Leonardo da Porto Maurizio, che lo inaugurò al Colosseo nell’anno giubilare 1750. A Manerbio, è usuale per le diaconie organizzare Vie Crucis nei venerdì di Quaresima. La novità del 1986 fu quella di aggiungere la ricostruzione plastica delle scene evangeliche, con figuranti in costume.
Processo davanti a Pilato, edizione 2002
 Le Stazioni (tappe) della Via sono quattordici. La IV diaconia di Manerbio (“Madonna di Caravaggio”, zona oltre il Mella) ne mantenne sei e ne aggiunse una, quella della Resurrezione. Questo schema fu sostanzialmente conservato nel 1991, quando l’organizzazione coinvolse l’oratorio. Il 1996 vide l’adozione di un cammino simile a quello del 2015: il percorso “dei vicoli”. Anche allora, l’organizzazione spettò alla III diaconia (S. Faustino). L’ultima tappa fu inscenata non dai figuranti, ma dai simboli della Passione di Cristo. Questa soluzione o simili (una semplice croce con un sudario appeso) hanno più volte evitato una scena impegnativa e lievemente pericolosa. Anche se (nel 1986, nel 1998, nel 2000 e nel 2015) il protagonista si è davvero prestato a farsi legare alla croce. 
Crocifissione, edizione 2015
            Nel 1998, il timone dell’organizzazione tornò alla IV diaconia; la processione vide la partecipazione di cento o centocinquanta fedeli. Nel 2000, le “stazioni quaresimali” animate da tutte le diaconie manerbiesi furono percorse col pensiero rivolto al Giubileo indetto per quell’anno e dedicato alla “purificazione della memoria” (Il Ponte, maggio 2000, pag. 31). La processione approdò nella chiesa parrocchiale, dove era stata allestita la riproduzione del sepolcro. Nel 2001 e nel 2003, la Via Crucis vide l’accompagnamento musicale del coro di S. Luca, venuto dalla chiesa di S. Pietro dei Padri Carmelitani in Castello a Brescia.

            La partecipazione, negli anni, è andata crescendo: la Via Crucis vivente ha il fascino immediato delle fiaccole nel buio, delle scene colorate e – soprattutto – d’una storia tragica a lieto fine, che vorrebbe essere quella d’ogni uomo.

Pubblicato su Paese Mio Manerbio, N. 95, aprile 2015, pag. 16.

I Bonera, dinastia di artigiani

Esistono ancora i resti della loro storica fucina, in una via manerbiese che si chiama – appunto – Via Maglio. L’impiego del suddetto maglio fu concesso in enfiteusi alla famiglia Bonera dal Comune di Manerbio nel 1845. L’atto originale della concessione enfiteutica è custodito, insieme ad altri cimeli e documenti, da Sergio Bonera e dai suoi familiari.  Una concessione simile era stata fatta a un certo Marco Antonio Molteni, nel 1816. Con l’arrivo dei Bonera, però, fu inaugurata una tradizione artigianale duratura. Generazione per generazione, essi impiegarono la forza motrice dell’acqua della Röšå (un fosso affluente del Mella) per far funzionare la loro fucina. L’impiego dell’acqua era concesso per il periodo invernale; d’estate, essa era destinata a irrigare i campi.
            Secondo l’albero genealogico ricostruito da Nicola Bonera grazie agli archivi parrocchiali, le origini della famiglia rimontano al 1757. Una ricerca di Paolo Bonera, però, mostra che il cognome era presente a Brescia almeno fin dal 1517. Nicola ricorda con orgoglio anche che una sua parente avrebbe rinvenuto indizi della provenienza dei Bonera nientemeno che da Toledo, la città famosa per l’artigianato delle lame. Di sicuro, la loro fucina manerbiese si è distinta per qualità e varietà della produzione. L’ultimo a mantenere unita quella famiglia patriarcale (che raggiunse i trentadue membri, tra genitori, figli di primo e secondo letto, nuore e nipoti) fu Giuseppe Carlo Bonera, nonno di Nicola. I suoi colpi sull’incudine erano il segnale della sveglia per tutta la famiglia. Chi lavorava nella fucina, durante i mesi invernali, non aveva a disposizione altro che un po’ d’acqua calda, per scaldarsi le mani. I mesi estivi, quelli in cui il maglio taceva, erano un’occasione per pescare nelle acque del fosso, ormai spopolate a causa dell’inquinamento.
            Alla morte di Giuseppe Carlo, a proseguire l’attività rimasero i fratellastri Giovanni e Angelo Vigilio, rispettivamente zio e padre di Nicola. Dall’Edificio Maglio, uscivano ordinariamente tre forme di badili: quelli a müs dè bò (“a muso di bue”), adatti ai terreni manerbiesi; quelli a póntå (“a punta”), per i campi più ghiaiosi di Ghedi e Leno; il badile quàder (“quadrato”) in uso nel cremonese. Proprio dalla provincia di Cremona provenivano molti clienti del padre di Nicola. Mentre i contadini bresciani dovevano procurarsi da soli gli attrezzi (e preferivano quelli economici delle ferramente), quelli cremonesi se li vedevano fornire dai proprietari dei campi, che potevano permettersi prodotti d’artigianato. La Provincia di Cremona, poi, ordinava annualmente badili per la manutenzione delle strade. Oltre a questa produzione, i Bonera forgiavano coltelli da cucina, batacchi per campane, attrezzi per taglialegna, roncole, falci. Rientravano nelle loro competenze anche le mannaie impiegate in macelleria e le màse dèl fé (strumenti per tagliare il fieno sui fienili). A loro, ci si rivolgeva anche per la riparazione degli assi dei carri. Per i mugnai, i Bonera producevano martelletti per rifare le scanalature delle macine. Le lame uscite dalla fucina erano affilate con mole provenienti da una cava di Sarnico. Ciascuno dei manufatti era rifinito con un’abilità data dalla conoscenza pratica e intuitiva della metallurgia. Un diploma del 1909 attesta che Giuseppe Bonera, a Palermo, ottenne una Croce d’Onore al Merito all’Esposizione Campionaria Internazionale Permanente. 

Il fuoco che fondeva il ferro era acceso dall’aria soffiata da un meccanismo funzionante sempre grazie alla forza motrice idrica, da cui il detto: Senz’acqua, non c’è fuoco.

Attualmente, del maglio restano le rovine, a loro modo suggestive, in un quadro ancora agreste che gioca col tempo.

Pubblicato su Paese Mio Manerbio, N. 95, aprile 2015, pag. 7.