mercoledì 29 aprile 2015

Punk Jews

“Sono l’unica a sognare una versione rock del Kol Nidre?” Così scrissi tempo fa su Twitter. Bisogna stare attenti ai desideri… c’è il rischio che siano già stati realizzati, da qualche parte. Infatti, se non esiste un Kol Nidre accompagnato dalle chitarre elettriche, sono pur sempre reali gli ebrei punk.
            Punk Jews (2012; regia di Jesse Zook Mann) è un docufilm sulla vita di coloro che sono riusciti a fondere il proprio retaggio religioso con la subcultura punk, intesa come coltivazione di tutto ciò che è “rottura degli schemi”. Per rendere immediatamente chiaro di cosa si sta parlando, il film si apre con il cantante newyorkese Yishai: scritte in ebraico sulla cuffia, acconciatura chassidica e una potentissima voce da punk rock per urlare il suo «GOD!». Questo grido spalanca le immagini di Long Island e dei concerti del gruppo Moshiach Oi!, ovvero “Messia” seguito dall’espressione yiddish “oy!” (indicante angoscia). “Oi!” era anche il nome di un movimento punk rock britannico degli anni ’70. Rabbini e residenti hanno da ridire sul volume della musica, ma… «se i vicini non si lamentano, è probabile che il concerto non sia autentico». Ovviamente, non sono mancate le accuse di “sacrilegio”. Ma il cantante ha risposto che il punk rock è una preghiera ancor più intensa di quella ordinaria (per la serie “Chi canta prega due volte”…). Rubando qualche termine a Hegel, possiamo dire che la vita di Yishai ha conosciuto tre fasi: la tesi (crescita in una famiglia ebraica), l’antitesi (adolescenza  ribelle e droga) e la sintesi (la fusione tra le proprie radici e la subcultura punk). Qualcosa del genere è accaduto anche a Kal Holczler, ma su un registro più drammatico. Kal crebbe a New Square (quartiere settentrionale di New York), in una comunità ultraortodossa. Si ritrovò a subire abusi sessuali da bambino da parte di un uomo influente. Come lui, altri andarono incontro alla stessa sorte, senza poterne parlare con le famiglie. I rischi erano molteplici: non essere creduti, sollevare scalpore in una collettività allergica a qualunque novità, venir puniti per aver violato il tabù del sesso, o semplicemente non trovare le parole adatte. Kal soffocò il trauma nella tossicodipendenza, finché non fondò l’associazione Voices of Dignity. Lo scopo di quest’ultima è sollevare pubblicamente la questione e insegnare alle famiglie come accorgersi degli abusi.
            Quando il problema è semplicemente l’essere ebrei senza potersi riconoscere in alcuna comunità specifica, i newyorkesi possono risolvere il problema frequentando Cholent: un raduno underground che prende il nome dal tipico stufato misto dello Shabbat. Unica prescrizione: sentirsi a proprio agio. 
            Giusto per non farsi mancare nessuno stereotipo, c’è anche la vecchietta ebrea. Ma l’Incredibile Amy, con le sue danze yoga, non ha nessuna voglia di essere una “nonnina da manuale”. Così si è reinventata, dopo un incidente che l’ha strappata alle adorate arti marziali.
            Da parte propria, il cantante hip hop Y-Love ricorda che essere ebrei non comporta necessariamente avere la pelle bianca – un concetto tutt’altro che scontato, negli Stati Uniti. Tanto la sua identità quanto la sua musica sono fatte di commistione: la commistione è unità e l’unità è intrinsecamente costruttiva. 
            Invece, i Sukkos Mob mantengono, per le strade di New York, la tradizione del teatro yiddish americano.

            In un modo o nell’altro, l’intento è sempre lo stesso: rivendicare la religione come qualcosa che l’uomo costruisce, anziché esserne costruito.


Pubblicato su Uqbar Love, N. 134 (7 maggio 2015), pp. 17-18.

martedì 28 aprile 2015

In un bene impacchettato male

Fin dal titolo, vien voglia di chiedersi di che “bene” parli Vincenzo Calò e in che senso sia “impacchettato male”. In copertina, ammicca la Surprise! di Ambra Simeone: una scatola infiocchettata, che si svela vuota. Una sorpresa poco cortese, uno scherzo di cattivo gusto, forse. O c’è altro? 

Mi ricordo Il Piccolo Principe di Antoine de Saint-Exupéry,: il pilota, per disegnare al Piccolo Principe la pecora che desidera, gli rifila il bozzetto di una scatola. E quella è la soluzione: dentro l’involucro, la fantasia del bambino può porre ciò che preferisce. Così pure, la Surprise! può essere qualunque cosa. È un eterno inizio, di quelli invocati da Niccolò Fabi sul frontespizio: “Ah si vivesse solo di inizi/di eccitazioni da prima volta/quando tutto ti sorprende e/nulla ti appartiene ancora…”
Il “bene impacchettato male” torna a pag. 38: è quello che serve a trattenere le “pazzie”, contate dal poeta insieme alle “stelle perse”. E Vincenzo prova davvero ad avvolgere e infiocchettare le proprie follie. Ma esse sfuggono, si arzigogolano in versi sibillini, in sfaccettature troppo numerose per essere considerate una per volta. Nel goffo imballaggio, ci sono “giornate che funzionerebbero con le batterie del telecomando più utile e vecchio/se non bastasse l’amore per la vita, da ricostruire/secondo nessuna scoperta scientifica…” (pag. 11). Ci sono i “ragionamenti di una doccia che perde” (pag. 25), forse meno deliranti di “tutto un regno chiccoso e borghese” (pag. 21) che ritorna sotto varie forme nel corso della raccolta. Ritorna anche il “silenzioso abbandono” di nome “Dio” (pag. 53), che confessa stranamente “di bramare il contenuto del nostro stomaco poco prima di mangiare e bere” (pag. 16). In questo carosello di nonsense, nemmeno la politica offre orizzonti soddisfacenti. Eppure, i giovani come Vincenzo Calò non possono evitare di parlarne: “Perché vogliamo alzare i cuori d’istinto/questi muscoli chiusi come numeri da giocare…” (pag. 20).
In tutto questo “bene” così difficile da impacchettare, la speranza è di pescare “storie umane, da seguire/per entrare nel deserto della ragione” (pag. 80).


Vincenzo Calò, In un bene impacchettato male, Gaeta 2014, deComporre Edizioni, 80 pagg., 8 €.

Dello stesso autore: C'è da giurare che siamo veri...

martedì 21 aprile 2015

Rabbia e rabbia

C’è la rabbia di chi è cresciuto sano, amato, con qualche problema, ma nessuna tragedia: normale, in poche parole. La rabbia di chi, uscendo dal guscio, scopre che il mondo non è tutto come dovrebbe essere, ovvero il calco in gesso di casa sua. La rabbia del normale che si considera un buon esempio, o addirittura uno spirito eletto, fra tanti subumani. La rabbia di chi si erge a “degno offeso” quando gli viene rivolto anche solo un minimo segno di contrarietà, ma pretende una “libertà” che è quella di giudicare, condannare e reprimere chi non è un buon esempio come lui. La rabbia di chi crede d’aver trovato una Verità Assoluta da propinare a chiunque – e chi cerca di frenare il suo delirio è un mistificatore o un dittatore. Diamine, non si può più nemmeno dire la Verità?
            Poi, c’è la rabbia di chi incontra costui. Di chi si deve sentir dire che è un pagliaccio o un estremista dal Normale solo perché desidera ciò che anche quest’ultimo ha (ma TU non puoi! TU sei difettoso! TU non sei come me!). La rabbia di chi chiede conto al Normale delle sue pretese di essere un modello, di poter insegnare agli altri senza aver realmente niente di superiore da ostentare. La rabbia di chi incontra l’ipocrisia di quelli che reclamano la libertà di limitare la libertà degli altri. La rabbia di chi si sente dare del vittimista, perché, in fondo, non sta mica morendo di fame! Evidentemente, l’uomo vive di solo pane e l’ingiustizia non fa male a nessuno.

            La rabbia non è uguale per tutti.


sabato 18 aprile 2015

L’universo femminile e María Zambrano al “B. Pascal” di Manerbio

“Uomo, sei capace d’essere giusto? È una donna che ti pone la domanda […] cerca, indaga e distingui, se puoi, i sessi nell’amministrazione della natura. Dovunque li troverai confusi, dovunque essi cooperano in un insieme armonioso a questo capolavoro immortale.” Così scriveva Olympe de Gouges, autrice della Dichiarazione dei diritti della donna e della cittadina (1791). A lei è dedicato il ciclo di conferenze L’universo femminile: vita e pensiero nella diversità di genere, organizzato presso l’I.I.S. “B. Pascal” di Manerbio dall’associazione locale “Donne Oltre”. La coordinatrice è la prof.ssa Rosaria Tarantino, docente presso l’istituto ospite. L’iniziativa ha avuto la fattiva attenzione dell’amministrazione comunale. Il ciclo è stato inaugurato il 17 aprile 2015 da Paola Coppi, dottore di ricerca in filosofia politica all’Università di Verona. Il titolo da lei portato è stato: María Zambrano. Storia di una speranza in cerca del suo argomento. María Zambrano (Vélez-Málaga 1904 – Madrid 1991) fu una personalità contesa fra letteratura, filosofia e politica. Fu esiliata dopo la guerra civile e, per quarantacinque anni, peregrinò dal Messico a Cuba, da Roma alla Svizzera. Fu una delle prime donne a insegnare filosofia a Madrid, nonché la prima a ricevere il Premio Cervantes. I suoi maestri furono: José Ortega y Gasset innanzitutto, poi Manuel García Morente, Xavier Zubiri e J. Besteiro. Oggetto della relazione, però, è stata soprattutto l’originalità del suo pensiero. La Zambrano sentì il bisogno di fondare una “ragion poetica”, ovvero un metodo di pensiero che impiegasse l’intuizione per cogliere e accettare l’eterogeneità del reale. La critica di lei va alla “ragione razionalista”, in quanto chiusa, assoluta, violenta, incapace di accettare il mistero, il sacro, il vitale e il concreto. Le tematiche a lei più care sono: lo spirito di sacrificio come caratteristica del popolo spagnolo, la morte come fonte di trasfigurazione e nuova vita, l’esilio come stile di vita (ripartire sempre, per adattarsi alla mutevolezza dell’esistenza). Il legame fortissimo con la sorella Aracoeli e con la madre la portò a valorizzare la “sorellanza”. La speranza a cui si riferisce il titolo della conferenza è l’intima necessità di “andare avanti”, non ripiegarsi sulla congiuntura storica e guardare a un orizzonte ampio. In questo senso, la speranza intesa dalla filosofa è ciò che permette di vivere con gli altri. 


            Per quanto riguarda i legami fra pensiero e diversità di genere, giova ricordare che la “ragion poetica” della Zambrano è alquanto simile a quella di Friedrich Nietzsche, ma non è stata altrettanto posta sotto i riflettori. Anche a chi non avalla la “guerra fra i sessi” è evidente come la mediazione maschile – spesso – non abbia saputo valorizzare il pensiero femminile.

La prof.ssa Rosaria Tarantino si è preoccupata di inviarmi una precisazione: "Il ciclo non è dedicato a Olympe de Gouges, ma ha lo scopo di rintracciare il valore e il ruolo che le donne hanno avuto in tutti gli ambiti, nello specifico in filosofia e in letteratura, ruolo misconosciuto perché la ricostruzione del passato è stata operata a lungo da voci maschili." La suddetta citazione di Olympe de Gouges compariva comunque sul volantino che illustrava il programma del ciclo.

Pubblicato su Paese Mio Manerbio, N. 95, aprile 2015, pag. 9.

giovedì 16 aprile 2015

L'isola del silenzio

Come un guscio, il battello galleggia fra lo smalto del cielo e il cristallo vivo dell’acqua. A larghi giri, l’isoletta di San Giulio d’Orta si avvicina. Il traghetto approda di fronte all’imboccatura della basilica, che sale verso il cuore della terraferma. Così, i visitatori ripercorrono incessantemente il cammino di quel sacerdote greco, Giulio da Egina, che portò il cristianesimo su questo fazzoletto di terra, soppiantando i culti precedenti (IV sec.). Le reliquie di Giulio sono custodite nella cripta della basilica, insieme a quelle degli altri “Santi Isolani”. Mai come qui è evidente quanto i morti siano il cuore dei vivi.
            Risalgo la scalinata della basilica e percorro la viuzza fra gli edifici carichi di secoli. Il sapore delle costruzioni è medioevale, ma alcune – come l’Antica Bottega San Giulio – vantano tracce del XV e del XVI secolo. Il Ristoro, al mio arrivo, non è aperto.
            Per arrivare all’abbazia benedettina Mater Ecclesiae, imbocco la cosiddetta “Via del Silenzio”. In quattro lingue, i cartelli che la punteggiano rivolgono i loro inviti ai pellegrini:

Ascolta il silenzio.
Ascolta l’acqua, il vento, i tuoi passi…
Nel silenzio accetti e comprendi.
Nel silenzio accogli tutto.
Il silenzio è il linguaggio dell’amore.
Il silenzio è la pace dell’io.
Il silenzio è musica e armonia.
Il silenzio è verità e preghiera.
Nel silenzio incontri il Maestro.
Nel silenzio respiri Dio.

La monaca portinaia è giovane e ha splendidi occhi celesti. Nel suo fare affettuoso e disinvolto, non si legge la clausura. In effetti, dati la mansione di lei e il flusso di visitatori all’abbazia, la sua consuetudine con i forestieri non è solo una mia impressione. Più d’una volta, le scritte rivolte ai visitatori rammentano che quello non è un “luogo di turismo”, che bisogna spegnere i cellulari e che il famoso pane di San Giulio (il dolce locale) viene distribuito dalle monache solo il 31 gennaio, per la festa omonima. La portineria è colma di libri e articoli religiosi, da cedere in cambio di offerte. La grande maggioranza dei volumi è firmata da Madre Anna Maria Cànopi, la badessa: una mole impressionante di scritti.
            La monaca portinaia mi indica orari e luoghi. Mi cede le chiavi di una stanza in foresteria, in cambio di un documento di identità. La foresteria si compone di diverse casette, che erano le canoniche dell’isola nel IX sec. Un pozzo fa bella mostra di sé, davanti all’ingresso del monastero. Alcune iscrizioni rimangono a ricordare come, dal 1842 al 1947, quell’edificio ospitasse un seminario. Dalla piazza di Orta, l’impressione è che tutta l’isoletta sia abitata da propaggini dell’abbazia. In realtà, vi sono anche alcune case private. Famiglie svizzere tedesche e italiane, una poetessa inglese e – soprattutto – Maria Antonietta: l’unica isolana D.O.C. È lei a gestire l’Antica Bottega. Apparentemente ruvida di carattere, si dimostra ospitale e generosa, non appena qualcuno le va a genio. Mi spiega che i suoi cari riposano a San Filiberto, una frazione di Pella, il cui cimitero ospita anche le monache defunte e il vescovo che fondò l’abbazia, Aldo Del Monte. M’invita a visitarlo con lei – un altro breve viaggio in battello. Anche il fratello di Maria Antonietta era battelliere; ora, è una cara memoria dell’isola, soprattutto per l’associazione dei canottieri.
            La giornata degli ospiti, naturalmente, ruota attorno ai ritmi del monastero. La cosa più ardua è alzarsi per il Mattutino delle 4:50. A quell’ora, naturalmente, regna il buio; chi sale alla cappella servendosi dello scalone esterno, può ammirare le luci che disegnano i paesi sulla riva del lago.
            Come in tutti i monasteri, la giornata è scandita dai salmi, al suono della cetra e dell’organo. Tra le maglie del cancelletto ligneo che delimita il coro, si coglie la processione delle monache, col fluttuare dei loro veli, che prendono posto nei loro banchi. L’anziana badessa, Madre Cànopi, emette una voce sottilissima dal suo scranno. Da vicino, è ancora più minuta e dolce. Riceve gli ospiti in un salone luminoso, con vista sul lago – la stessa sala dove le monache fanno trovare agli ospiti un sano caffè, prima e dopo il Mattutino. Sembra impensabile, ora, che quel luogo possa aver conosciuto incuria e ristrutturazione. Eppure, quando le prime sei monache arrivarono qui nel 1973, trovarono qualcosa di abbastanza simile a un rudere. Ora, le consorelle sono circa un’ottantina e l’abbazia conta anche due priorati: uno a Saint-Oyen, in Valle d’Aosta, e l’altro a Fossano (Cuneo).
Oltre alla basilica e al monastero, si fa notare una maestosa torre campanaria con trifore (XII sec.).
            I due giorni a cavallo del mio pernottamento in foresteria sono meravigliosi. Ovunque, un sole nitido fa risplendere il lago, il cielo e le palme come fossero di maiolica. I germani reali increspano l’acqua con grazia. I monti sono una cornice verde. Mi fa sorridere il fatto che la “piazza del paese” sia un praticello di margherite. Alcuni vicoletti con volta a botte discendono fino all’orlo del lago, dove posso toccarne l’acqua con le dita. 

            Quando ascolto lo sciacquio che sale dalla finestra della mia camera, mi vien da pensar che – in un luogo come questo – non abbia senso domandarsi se Dio esista o meno. Dio è il silenzio delle monache, non meno che il loro canto e il lavoro delle loro mani. Si rivela insidiosa anche la contrapposizione fra “vita contemplativa” e “partecipazione alla società”. L’esistenza di un luogo protetto come un monastero ha senso, per l’appunto, proprio in vista del mondo esterno. La funzione di quella quiete gelosamente custodita è fornire un’oasi in cui “staccare la spina”, per poi tornare nel “mondo” con più lucidità e gusto di vivere. Qualcuna sceglie, invece, di rimanere per sempre, a guardia di quel metaforico giardino delle Esperidi.
            Non è neppure “decorativo” il fatto che l’abbazia sorga in un luogo di grande bellezza naturale. La generosità di Gea ispirò già coloro che precedettero l’arrivo del Cristianesimo. La percezione di una Natura ammaliante e potente fece nascere la religione nel cuore dell’uomo e continua a farlo, anche ora che i fedeli cercano il “Creatore trascendente”. Le difese naturali di un’isola e lo stile di vita monastico, poi, si aiutano vicendevolmente: la collocazione di San Giulio d’Orta protegge le religiose dal rumore e dal caos; la sobrietà mantenuta dalle benedettine, poi, impedisce all’industria del turismo di fagocitare irresponsabilmente questa fragile perla, senza per questo sottrarla alle visite.
            Quella che ho indicato come “Via del Silenzio” è la strada principale del paesino. Percorsa all’inverso, diviene la “Via della Meditazione”:

Ogni viaggio comincia da vicino.
I muri sono nella mente.
Apri il tuo essere.
Il momento è ora, qui, adesso.
Abbandona l’io e il mio.
Accettati, cresci, matura.
Sii semplice, sii te stesso.
Il saggio sbaglia e sorride.
Se arrivi a essere ciò che sei, sei tutto.
Quando sei consapevole, il viaggio è finito.



 Pubblicato su Uqbar Love N. 131, 16 aprile 2015, pp. 7- 9.

domenica 12 aprile 2015

Love Song for a Vampire

Bram Stoker's Dracula (1992; regia di Francis Ford Coppola) è noto come “la versione cinematografica più fedele di Dracula”. Si tratta di una fedeltà non tanto alla lettera, quanto alla sostanza del romanzo. Il film ostenta ciò che il libro adombra. I fantasmi che costruiscono le vicende dei protagonisti diventano carne e figura. Le lunari ed eteree vampire del castello divengono procaci, aggressive e ferine (penso che nominare Monica Bellucci renda l’idea). Se il Dracula letterario era evanescente e proteiforme, quello cinematografico di Gary Oldman cambia aspetto sotto i nostri occhi: da stravagante nobile romeno a guerriero, da giovane gentiluomo a belva. Lo scrittore poteva giocare intorno al “buco nero” in cui il suo vampiro consisteva sostanzialmente: non c’era alcun “Dracula oggettivo” in grado di autodefinirsi, presentarsi al lettore, avere un’esistenza autonoma. C’era solo la mole di diari, lettere e ritagli di giornale in cui i personaggi umani riportavano i propri punti di vista. Cosicché, fino all’ultimo, per il lettore rimaneva il dubbio sulla realtà dei fatti narrati e sulla salute mentale dei protagonisti. 

            Sul grande schermo, questo gioco non è possibile oltre un certo punto. Il cinema è visività, concretezza. Ecco che Dracula può e deve diventare un personaggio autonomo: una figura mutevole ma individuabile, con cui si può parlare e combattere. Che si può perfino amare.

            Diviene addirittura possibile porlo in una cornice storica, quella suggerita dallo stesso Stoker. Il film comincia con le guerre di Vlad l’Impalatore, voivoda di Valacchia (1431 ca. – 1476/77) contro i Turchi. Il copione gli attribuisce una sposa amatissima, di nome Elizaveta e interpretata dalla stessa Winona Ryder che dà il volto all’eroina Mina Harker. Della moglie di Vlad, storicamente, non si conosce il nome; pare che, per paura delle torture dei Turchi, si fosse gettata in un fiume, poi detto “Fiume della Principessa”. Coppola riprende la vicenda sviluppandola in senso romanzesco e fa di questa morte un suicidio per amore, in seguito alla falsa notizia della morte di Vlad. Un sacerdote proclama Elizaveta dannata per questo e Dracula si trasforma in una creatura demoniaca, per seguire la sposa nella sua pretesa dannazione. Si tratta di un’aggiunta consistente e che, di per sé, condiziona pesantemente l’interpretazione della storia. Però, non cade a sproposito. Rende ragione dell’ossessione del vampiro per le donne e del suo legame “privilegiato” con Mina, la reincarnazione del suo amore. Contribuisce anche a portare alla luce quanto di sottilmente erotico si trovava nel romanzo – rendendolo inspiegabilmente irresistibile per generazioni. Dracula è la passione che non muore mai, che non può essere soffocata nemmeno dall’inamidata società vittoriana e che è in grado di trasfigurare i volti che riteniamo di conoscere – e amare. Così come Eros, o come Zeus concupiscente, Dracula si trasforma di continuo, rimanendo sempre se stesso. L’amore è idealità così come è animalità –  c’è sempre da imparare dalle bestie, che mostrano all’uomo i suoi lati nascosti. E umanissimo è il grido di Dracula rivolto a Mina: “Non guardarmi!” La belva che si concede ogni sfrenatezza, davanti al volto amato, riacquista un senso della vergogna, una primitiva coscienza. Mentre lo zelo del santo si rivela odio per una parte di se stesso che non riesce a reprimere, l’emarginazione di un demonio è un disperato grido d’amore. Il finale, così come nel romanzo, è dettato da Mina, l’anello di congiunzione fra il mondo del lecito e quello dell’indicibile. La voce di Annie Lennox consegna il dolce, straziante messaggio della storia.


lunedì 6 aprile 2015

Tesoro alla cacciatora

Cari amici,
sotto le feste, i canali televisivi si riempiono di stuzzicanti (o stucchevoli) prodotti. Di successo sicuro sono quelli del genere tesoro alla cacciatora. Arche perdute, geroglifici a sorpresa, antichi tomi e città sepolte: ecco come replicare un piatto facile, ma saporito.

Ingredienti:
1.      Un eroe: palesemente, la sua occupazione quotidiana è la palestra. Nel tempo libero, si dedica alla caccia di tesori antichi e pericolosi;
2.      Una gnocca. Poliziotta, archeologa, studiosa o semplicemente di passaggio: l’importante è che sia gnocca. Senza di lei, la profusione di fascino plastificato che l’eroe emana andrebbe sprecata. È importante che lei mostri anche una parvenza di cervello, perché nessuno possa dire che il film “mercifica la donna” o simili. Deve essere anche… ho già detto “gnocca”?
3.      Il reggimoccolo: nella variante “secchione” o “giullare”, serve a stemperare i bollori causati dai primi due ingredienti, perché il film non prenda derive superpiccanti estranee al genere;
4.      I supercattivi: la loro ragione di vita è trovare il tesoro prima degli altri ingredienti. Mi raccomando, variate e abbondate. I supercattivi sono l’anima del piatto;
5.      Una civiltà antica e misteriosa: c’è solo l’imbarazzo della scelta. Per spunti, andrebbe benissimo sfogliare i vostri vecchi libri di scuola;
6.      Il tesoro, ovviamente! Per procurarsi questa componente, basta fare la spesa nella bottega d’antiquariato più vicina (ed economica).
 
"Che dici, amore? Per trovare El Dorado, dobbiamo uscire dall'ascensore?"
Preparazione:
Prendete l’eroe e dategli una qualunque missione che riguardi un tesoro della civiltà antica e misteriosa. Spolverate di rompicapi tratti da una Settimana Enigmistica o simili. In mezzo a tutto questo, aggiungete la gnocca. Il reggimoccolo può arrivare prima o dopo di lei, a piacere.
Mentre il composto sta regolarmente sobbollendo, cospargetelo di supercattivi misti e speziati, in modo che la pietanza raggiunga un aroma sfizioso. Attenzione a non eccedere, o il sapore diverrà improbabile. Sul finale, sarebbe ottimo cuocere i supercattivi alla fiamma. Lo consigliano illustri esempi come La lancia del destino (Germania 2010) e El Dorado – La città perduta (Perù 2010).

Consigli dello chef:
·         Il tesoro va scelto a piacere, purché sia compatibile con la civiltà antica e misteriosa. Uno scarabeo egizio non si accompagnerebbe molto bene con l’impero cinese;
·         La civiltà non deve essere necessariamente molto antica. Medioevale è più che sufficiente. In ogni caso, basta che sia lontana dall’epoca presente e che odori di stagionatura;
·         Sicuramente benvenuto sarebbe un personaggio storico dalla fama leggendaria, come Salomone, Nostradamus o J. W. Goethe;
·         Controllate la vostra riserva di succo di pomodoro. Dato il numero di ammazzamenti effettuati dai supercattivi, non potete rischiare di rimanere senza.

Ora, avete quel che vi serve per distrarre gli ospiti dalla noia delle feste. Attenzione soltanto a non servire il tesoro alla cacciatora a palati troppo fini. Provochereste sicuramente una reazione allergica. La vostra

Dentella D’Erpici


sabato 4 aprile 2015

Risvegli

“Il mondo non mi domina più dall’alto. È sotto di me. Ho fatto una capriola e l’ho inghiottito”. Così raccontava L. T. S., dopo aver sperimentato il kensho, l’ “illuminazione” dello Zen (Uqbar Love, N. 120, 24 gennaio 2015, p. 8).
            Ogni persona che vive una conversione inghiotte il mondo: le abitudini, le convinzioni, le passioni precedenti, finanche se stessa. Sperimenta un luminoso stordimento quasi simile alla pazzia, agli occhi di chi vi assiste. E quello è, allo stesso tempo, un approdo e una partenza.
            Agostino d’Ippona inghiottì il mondo leggendo i Vangeli e le epistole paoline: un tuffo dalle parole della retorica in una Parola d’altro genere. L’effetto fu una luce di sicurezza infusa nel cuore (cfr. Confessioni VIII, 12), dopo lo stato di somma tensione e frustrazione che precedette la conversione. Tanto l’accumulo di tensione, quanto le lacrime di Agostino ricordano lo stato d’animo di coloro che hanno affrontato l’esperienza del sesshin, giornate di meditazione intensiva e collettiva nei monasteri zen (vedasi ancora Uqbar Love, N. 120, 24 gennaio 2015, pp. 7-8). Simile è la necessità di raggiungere un “punto di rottura” intollerabile, prima di sentirsi infondere la luce di sicurezza. Agostino ha però la certezza interiore di un “Tu” con cui relazionarsi e parlare, con cui identificare la bellezza così antica e così nuova che si nascondeva dentro di lui, mentre egli la cercava fuori di se stesso (cfr. Confessioni X, 27). Questo “Tu” è, allo stesso tempo, residente nell’anima umana e creatore di tutto quanto sta al di fuori di essa (cfr. ibid.). Per conoscerlo, bisogna consultarlo e ascoltarlo (Confessioni X, 26). Il “divino” sperimentato da Agostino non è più – come nel politeismo latino – questa o quella forza della natura, questo o quell’aspetto della vita civile rappresentato in modo antropomorfo; purtuttavia, non può fare a meno di essere concepito come una persona capace di relazione. Chi ha vissuto il kensho, invece, si descrive come parte di un unico grande Sé miracoloso, di un Tutto, in cui non ci sono più un “io” e un “tu”. (Cfr. Uqbar Love, numero citato). La caduta della barriera fra l’ego e ciò che sta al suo esterno provoca una limpida visione d’ogni cosa e una perfetta comprensione d’ogni vivente (cfr. ibid.). Il tipo di risveglio – o conversione – sembrerebbe dunque essere condizionato dal bagaglio di spiritualità e convinzioni che l’interessato porta in sé, nonché dal contesto specifico in cui l’ “illuminazione” avviene.
            Se volessimo esprimere la sostanza d’ogni risveglio, potremmo forse rivolgerci alla capacità d’intuizione dei poeti – alla penna di Eugenio Montale:

Forse un mattino andando in un’aria di vetro,
arida, rivolgendomi, vedrò compirsi il miracolo:
il nulla alle mie spalle, il vuoto dietro
di me, con un terrore di ubriaco.

Poi come s’uno schermo, s’accamperanno di gitto
alberi case colli per l’inganno consueto.
Ma sarà troppo tardi; ed io me n’andrò zitto
tra gli uomini che non si voltano, col mio segreto.





Pubblicato su Uqbar Love N. 129, 2 aprile 2015, p. 7.

mercoledì 1 aprile 2015

La classe che non c'è

Pensando ai miei primi incontri con la Politica, le reazioni che ricordo sono sempre di diffidenza. So bene d’averle mutuate in famiglia e che sono state nutrite da un luoghi comuni inveterati come la pietra: La politica fa schifo, è tutto un “magna magna”, è un affare losco. Non intendo, qui, approfondire le radici di questi stereotipi (lavoro che non posso fare al momento e i cui risultati, ahimè, sarebbero prevedibilmente deprimenti).
            Più tardi, quel poco di educazione civica che ho ricevuto nelle scuole pubbliche mi ha permesso di realizzare questo: la politica è come la guida di una nave. Se la nave affonda, affondiamo anche noi che vi stiamo sopra. Da allora (epoca delle scuole medie), sono stata vaccinata alla radice contro la tentazione del qualunquismo.
            Sono rimaste, però, alcune difficoltà. E, ora che sono non matura, ma un po’ meno candida rispetto a dieci anni fa, ho anche modo di comprenderne il motivo.
            Appartengo alla classe che non c’è.
Sono approdata al mondo dell’università pubblica e dell’istruzione umanistica provenendo da una famiglia di piccoli commercianti ex-contadini. Ergo, non posso identificarmi col mondo brillante delle dinastie di avvocati, architetti e medici che fanno studiare i rampolli. Non posso identificarmi con coloro che sono figli e nipoti di accademici e, pertanto, nel mondo dell’università entrano nascendo con la camicia. Però, non posso nemmeno sentirmi incondizionatamente vicina a quel “popolo” inteso come quella parte della cittadinanza legata al territorio e alle tradizioni, lontana anni luce dai problemi complessi della cosa pubblica e ignara di cosa sia il bisogno di ampi orizzonti. Sono un mezzo-e-mezzo fra il mondo delle mie radici e quello della mia vocazione. Trovare la mia sfera di collocazione non sarà né immediato, né indolore – per quanto inevitabile.
            Oltre a questo squisito dilemma dovuto alla mia biografia personale, ce n’è uno assai meno privato. Ovvero, quella classe che non c’è. L’arcipelago dei piccoli commercianti, degli artigiani, delle modeste attività a gestione familiare, che costituisce tutt’oggi il tessuto economico nelle aree provinciali (ma quo usque tandem?). L’arcipelago di coloro che, nella cabina elettorale, si trovano a dover scegliere fra le seguenti possibilità:
1.      Chi propone tagli alle imposte sulle imprese (e sarebbe ossigeno, per questi elettori!), ma sostiene un tipo di liberismo che favorisce il grande capitale e strangola i piccoli esercizi che non possono sostenere la concorrenza;
2.      Chi propone di sostenere i servizi pubblici, lo stato sociale, l’istruzione pubblica a basso costo (tutte cose di cui questi non abbienti elettori hanno bisogno), ma li vuol finanziare con ulteriori tasse sulle attività private (sì, anche quelle piccole e con rendite non eccelse);
3.      Movimenti populisti che, magari, centrano perfettamente i problemi di questi elettori, ma vogliono risolverli con metodi sbrigativi che offendono il comune senso dell’intelligenza – o dell’umanità;
4.      Programmi semisconosciuti e che, per questi elettori, parlano di cose affini al sesso degli angeli.
Davanti a questo delizioso quadretto, la reazione dell’ “arcipelago dei piccoli autonomi” è invariabilmente una disaffezione alle urne, un votare tappandosi il naso o un rivolgersi a movimenti extraparlamentari di dubbia costituzionalità.

            Voi, intellettuali da salotto che avete avuto un’istruzione universitaria quasi per eredità avita (e che mi farete sempre storcere il naso, anche qualora dovessi sedere fra voi): non liquidate tutto questo come qualunquismo o ignoranza. Sì, tanti lavoratori autonomi sono sicuramente più ignoranti di voi. Ma… dato che nessuno “nasce imparato”, chi ha mancato al dovere di istruirli? Il disagio dell’Arcipelago ha radici oggettive. E le ha nella vostra incapacità, nel vostro abdicare alla vostra missione. Perché il problema resterà, finché chi ha gli strumenti intellettuali per creare una coscienza di classe non saprà rivolgersi anche ai “piccoli autonomi”. Finché non si griderà dai tetti che questi sono lavoratori, piantandola con la miopia che li accomuna ai “padroni”. Di questo genere è la rabbia che la classe inesistente prova verso la sinistra e che la porta ad abbracciare perfino il becerismo, pur di far sentire il proprio richiamo. Occorre un Partito dei piccoli commercianti e degli artigiani istruito e consapevole, capace di comprendere le esigenze concrete del suo elettorato senza chiuderle in una forma di egoismo collettivo populista. Questo non si potrà fare, se non di concerto con un’informazione divulgativa accurata (cartacea, audiovisiva, on line) e con un’istruzione pubblica che non rifiuti il rischio del pensiero critico. Forse, il ruolo sociopolitico dei mezzo-e-mezzo come me è proprio questo.