lunedì 30 marzo 2015

Il Paese delle Meraviglie

«L’Italia è un Paese arretrato! Un Paese omofobo! Un Paese patriarcale!» Quando si levano questo genere di litanie, c’è sempre qualcuno prontissimo a tacciarle di “mistificazione” o di “esagerazione”. Mi spiace dirlo, ma questo qualcuno – in tal caso – mi trova d’accordo.
            Nel nostro Paese, ci si sposa in base ai sentimenti, o non ci si sposa affatto. Si convive maritalmente. Si divorzia. Si decide se avere figli o meno. Si fa ogni genere di sesso, dentro e fuori dal matrimonio. Si aprono sexy shop. Si frequentano prostitute, da quelle di marciapiede alle escort di gran lusso. Si tradisce il coniuge. Si hanno relazioni eterosessuali, omosessuali, poliamorose. Esistono le “famiglie arcobaleno”. Si cambia sesso, o ci si traveste. Esistono donne giornaliste, accademiche, astronaute, scienziate. I figli scelgono la propria strada spesso fuori dalla tradizione familiare. Si usano contraccettivi. La religione, per molti, è più un’abitudine che altro. In Italia, circolano libri d’ogni genere. Internet è veloce.
           Brutto o bello che sia tutto questo, non si può dire che l’Italia sia un Paese "arretrato". Lo definirei, piuttosto, ipocrita.
Perché tutto quello che ho elencato, se viene posto sotto le luci della ribalta, diventa magicamente una questione delicata e controversa. Entrare in un sexy shop sotto gli occhi dei compaesani è spesso motivo d’imbarazzo. Le prostitute… si sa che ci sono, ma non vengano proprio sotto casa nostra, perdiana! Richiedere regolamentazioni giuridiche in materia di matrimonio egualitario, famiglie arcobaleno, transessualità fa passare tra le fila dei “radicali”, degli “intransigenti” - ultimamente, dei “dittatori”. Uno spettacolo satirico su contenuti di religione fa scatenare polemiche a non finire. Chi descrive “quanto sia bello far la damigella devota del proprio cavalier servente” può vendere fiumi di copie del proprio libro - e, per il resto, far quel che le pare. I giovani si sposano sempre più tardi, perché fanno fatica a trovare un lavoro fisso e prospettive a lungo termine, ma… vuoi metter quanto è bello metter su famiglia? Basta la buona volontà! Si invita a studiare scientificamente, a non interpretare la realtà in senso ideologico… salvo ripudiare i risultati degli studi che non vanno a proprio genio, perché la scienza non garantisce certezze assolute e potrebbe subire influenze politiche.
            Non riesco davvero a interpretare questa curiosa caratteristica culturale, se non così: la contraddizione stessa è la regola. Si apprezza la libertà di costumi per la sua intrinseca amabilità, ma non la si glorifica apertamente per una misteriosa scaramanzia – per paura che la libertà degeneri in chissà cosa, se la si “incoraggia”. Davanti a tanta razionalità e a tanta concretezza, non basta una blogger. Sarebbe più titolato Lewis Carroll. Il punto è che questo atteggiamento, alla fin fine, è proprio quello che impedisce di discriminare seriamente cosa sia bene e cosa sia male, in tutti i costumi che abbiamo elencato sopra. Perché, se non si guarda in faccia la realtà fino in fondo, diventa anche impossibile fare considerazioni morali fondate. 



P.S. Casomai queste considerazioni dovessero sembrarvi mancanti di patriottismo, vi piazzo qui le parole di un cittadino modello, Aristofane:

            …il gran re, interrogando gli ambasciatori spartani, prima ha chiesto quale dei due popoli avesse la flotta più forte, poi quale il poeta insolentiva di più. Alla fine, sentenziò che gli Ateniesi con lui erano diventati molto migliori, e prendendolo a consigliere avrebbero senz’altro avuto la meglio nella guerra. È per questa ragione che gli Spartani stanno trattando la pace, e vi chiedono Egina. Dell’isola non gliene importa nulla, ma vogliono prendersi il poeta. (Acarnesi, vv.647-654, trad. di G. Paduano).

domenica 29 marzo 2015

Se capovolgi il mondo...

Lo ammetto: sono nettamente favorevole al matrimonio fra etero. È vero che gli etero pretendono che ci sia per forza una valutazione positiva della loro eterosessualità, non ammettono che qualcuno la consideri “un difetto”. Però, sono comunque persone come tutti gli altri e, se due di loro si amano davvero, non vedo che male ci sia a permetter loro di metter su famiglia. Certo, gli etero fanno propaganda perché la loro idea di famiglia sia considerata la migliore e perché i loro matrimoni siano più tutelati dei nostri. Pur di arrivare a questo, votano politici e ammirano personaggi pubblici che offendono e denigrano costantemente tutto ciò che abbiamo di più caro nella nostra vita. Però, lo fanno perché si sentono svantaggiati dal funzionamento della società. Bisogna capirli. Mi rendo conto che, dicendo così, posso essere accusata di vittimismo e di schierarmi con coloro che ci accusano di “eterofobia” – una cosa che non esiste, lo sanno tutti. Tuttavia, se non ci si mette nei loro panni, non si troverà mai una soluzione al problema.
            A questo punto, mi si potrebbe rispondere che quello fra etero non è un vero matrimonio, perché spesso non si basa su un sincero impegno verso la persona che si ama, ma sulla convenienza, sull’approvazione della famiglia d’origine, sul quieto vivere e sull’intenzione di avere eredi legittimi. Ma io dico: chi può giudicare cosa ci sia davvero nella testa di due etero che si sposano?
            È ben vero che a molti etero il matrimonio non interessa seriamente e che hanno già ottenuto tante conquiste sociali, senza bisogno d’arrivare a tanto. È vero anche che il matrimonio è una questione che riguarda solo quei pochi giovani che hanno abbastanza sicurezza economica per potersi sposare. Però, non penso che questo sia un motivo sufficiente per cancellare un diritto civile.
            A questo punto, molti saranno già sobbalzati sulla sedia e avranno voglia di sbottare: «Ma gli etero ci odiano!» Non è vero… non sono tutti uguali. «Gli etero divorziano! Tradiscono spesso il partner! Sono promiscui! Hanno perversioni! Non sono capaci di dividersi alla pari le incombenze domestiche! Non hanno mai un rapporto davvero equilibrato col partner, perché uomini e donne sono troppo diversi per capirsi! Tanti di loro sono genitori inetti! Fra loro, ci sono pedofili!» In verità, ci sono scuole psicanalitiche che dimostrano come gli etero siano capacissimi di allevare figli sereni e rispettosi della società. Non è nemmeno vero che tutti loro siano pedofili. Studi scientifici sostengono addirittura che ciò che a noi pare squilibrio, nei rapporti di coppia fra etero, è in realtà una preziosa risorsa per loro. Qualcuno ha bisogno di un po’ di sano gioco di ruoli, nella vita affettiva. Insomma, ritengo che essere contrari al matrimonio fra etero sia frutto di pregiudizi o rigidità ideologiche da gettare via senz’altro.

            Se capovolgi il mondo, lo specchio ti riflette. (I Nomadi)




P.S. I riferimenti a luoghi comuni sugli omosessuali non sono puramente casuali.

venerdì 27 marzo 2015

Bicchieri, bocce e biliardo

In fondo a Scià bas, una delle più antiche vie di Manerbio, si può ancora notare l’insegna rosso-bianca del Bar Impero. L’attuale gestione avviò l’attività nel 1962; essa era nelle mani della famiglia Fassoli, della quale fanno parte gli attuali titolari, i fratelli Bruno e Mina. Nel 2012, i gestori festeggiarono un meritato cinquantennale. In quel mezzo secolo, il Bar Impero aveva visto tornei di briscola, di biliardo, di freccette, di bocce. I premi erano frugali, ma succosi: formaggi, salami. Nel 1965, i titolari parteciparono all’organizzazione di un torneo notturno di “calcio a sei”, che serviva per finanziare l’oratorio locale e a cui partecipavano giocatori professionisti. Mina ricorda ancora che la clientela, in quell’occasione, si infoltì straordinariamente, attratta dall’evento mondano.
            Al Bar Impero, per un periodo, fu abbinata una sala da pranzo, che fu però chiusa perché troppo onerosa in termini di tempo e denaro. In ogni caso, signori oggi ultracinquantenni ricordano di avervi banchettato insieme alla banda musicale cittadina, quando erano adolescenti.
            Fra i clienti illustri, non si può dimenticare il compianto poeta Memo Bortolozzi (Manerbio 1936 – 2010). Ai suoi versi dialettali, egli affidò il proprio amore per le serate al bar fra amici, per le buone bevute e per il biliardo: piccole cose che gli davano il pretesto per perle di saggezza arguta. Un cliente del Bar Impero, con tono semiserio, ha affermato che il biliardo del locale andò in pensione subito dopo la morte del poeta.
            Chi non abbandona sicuramente quel luogo di convivialità è la Società di Pesca Sportiva Jolly, che vi si riunisce settimanalmente. 

            Entrando nel Bar Impero all’ora del dopopranzo, è facile incontrarvi diversi artigiani che giocano a carte, prima di correre ad aprire bottega.
Circa trent’anni fa, il locale chiudeva all’una di notte… «ed era un problema far uscire la gente!» rammenta Mina. Oggigiorno, quel genere di problema è un rimpianto. Il Bar Impero, alla sera, aspetta che gli ultimi clienti si dileguino e chiude senza badare all’orologio. Però, gli aficionados non demordono. Sono, perlopiù, pensionati o uomini di mezza età, che leggono il giornale, bevono aperitivi o un poco di vino. Danno l’impressione di essere tutti amici; di sicuro, al Bar Impero “danno del tu”, per parafrasare certi rockettari nostrani. E sono ben contenti di condividere i ricordi manerbiesi di cui sono ricchi, purché il dialogo prenda la forma di una chiacchierata intorno a un bicchiere.

Paese Mio Manerbio, marzo 2015, pag. 22.

Re Ambrognaga, la vecchia e il tribunale

A Manerbio, il Carnevale del 2015 è stato festeggiato a metà Quaresima. Era stato programmato per domenica 15 febbraio, ma il tempo inclemente ha richiesto un mutamento in agenda. Carri e gruppi hanno dunque sfilato la sera del 12 marzo, incontrando il pubblico in Piazza Italia. La data scelta ha permesso di fondere il Carnevale con il “rogo della vecchia”, che rappresenta l’abbandono dell’inverno e delle scorie dell’anno trascorso. In questo, ha avuto un ruolo centrale il gruppo di teatro dialettale “Chèi dè Manèrbe”. Sotto la direzione di Angela Maria Bortolozzi, sorella del compianto poeta Memo, è stata riproposta la maschera di Ambrognaga, l’uomo-albicocca che è da decenni il re del Carnevale manerbiese. Il personaggio è stato trasportato in “trionfo” su un carrozzone da fiera, mentre un altoparlante trasmetteva il “tango bresciano” a lui dedicato. Ambrognaga era affiancato non da un ciambellano, ma da un Ciambellone di corte. Intorno a lui, i “Menaguaios” dagli ampi sombreri scacciavano la malasorte con chitarre e cornetti; al suo seguito, c’era anche un inedito “teatro del re”, ovvero “Chèi de Manèrbe” interpretanti i personaggi de I Promessi Sposi. Le pesanti (e improbabili) calzature che accompagnavano tutti i costumi illustravano il motto esibito sul retro del carro: “Scarpe grosse, cervello fino”. 

            Oltre al carrozzone di Ambrognaga, si è distinto il carro dei pompieri, affaccendati a estinguere incendi immaginari con un nebulizzatore e a trasportare una morbidissima scala gonfiabile.
            La sfilata è approdata all’oratorio S. Filippo Neri, dove era già stata allestita la pira. Su un palco montato nell’area giochi, si sono scatenati balli di gruppo. Poi, “Chèi de Manèrbe” hanno inscenato il “processo alla vecchia”, presieduto di diritto dal re Ambrognaga. Teresina, la Vecchia Regina, ha difeso le ragioni delle sue coetanee: “matte, ma capaci anche di pensare”. Il “teatro del re” ha poi mostrato le colpe che la “vecchia” rappresentava: la prepotenza, la vigliaccheria e la connivenza. Un Renzo trafelato ha scoperto la scomparsa della sua Lucia, fra il silenzio di don Abbondio e lo scherno dei bravi. Un’oca contesa fra il promesso sposo e Perpetua ha svolto alla bell’e meglio la funzione dei celeberrimi capponi. Dulcis in fundo, i bravi sono stati umiliati dall’insospettabile, ma linguacciuta serva del curato.
        
    Il processo, come da copione, si è svolto con l’immancabile rogo, ma anche con il monito a “non giudicare troppo facilmente”.
            Nel corso della serata, l’AVIS di Manerbio ha offerto lattughe, caffè e cioccolata calda. La festa si è conclusa con la premiazione delle maschere di grandi e piccini.



Paese Mio Manerbio, marzo 2015, pag. 8.

giovedì 26 marzo 2015

Nella valigia di Nunziata

“Ella [Nunziata] non credeva a una sola Madonna, ma a molte: la Madonna di Pompei, la Vergine del Rosario, la Madonna del Carmine e non so quali altre; e le riconosceva, dal costume, dal diadema e dalla posa, come fossero tante regine diverse. Una, ricordo, era chiusa in rigide fasce d’oro, come le sacre mummie dell’Egitto, e, al pari del suo bambino, fasciato anch’esso d’oro, recava in testa un’enorme corona dalle molte punte. Un’altra, tutta ingioiellata, era nera, come un’idolessa africana, e sorreggeva un figlio che pareva una bambolina d’ebano, carico, lui pure, di pietre sfolgoranti. Un’altra invece non aveva corona: era cinta solo di un alone immateriale, e, se si esclude quest’unico segno del suo titolo, somigliava a una bella pastora fiorente; si divertiva a giocare con un agnello, in compagnia del suo bambino tutto nudo; e di sotto il semplice vestito le sporgeva il piedino, candido e grasso.
            Un’altra stava seduta, in atteggiamento di dama, su una bella sedia intagliata; e dondolava una culla così sontuosa che nemmeno in casa d’un duca se ne vedrà mai una uguale! Un’altra ancora, simile a una guerriera, indossava una specie d’armatura di metalli preziosi, e brandiva una spada…
            (Da quanto potei dedurre, credo di capire che queste Vergini avevano indole diversa una dall’altra. Una era piuttosto disumana, impassibile come le dee dell’antico Oriente: onorarla era necessario, ma era meglio non rivolgersi a lei per ottenere le grazie. Un’altra era una maga, e sapeva compiere ogni prodigio. Un’altra ancora, l’addolorata, era la custode santa e tragica a cui si confidano le passioni, e i dolori. A tutte piacevano le feste, le cerimonie, le genuflessioni e i baci; tutte amavano, pure, di ricevere regali; e tutte avevano immenso potere; ma, a quel che sembra, la più straordinaria, la più miracolosa, la più cortese, era la Madonna di Piedigrotta. 

            Poi, al di là di tutte queste Vergini e dei loro Bambini, e di tutti i Santi e le Sante e dello stesso Gesù, c’era Dio. Dal tono con cui la mia matrigna lo nominava, si capiva che Dio, per lei, non era un re, e nemmeno il Capo di tutto il Santo Esercito, e nemmeno il padrone del Paradiso. Era molto di più: era un Nome, unico, solitario, inaccessibile; non gli si chiedono grazie, neppure lo si adora; e, in fondo, il compito di tutta l’immensa folla di Vergini e di Santi che accoglie le preghiere, i voti e i baci, è questo: salvaguardare l’inaccessibile solitudine di un Nome. Questo nome è la sola unicità che si contrappone alla molteplicità terrestre e celeste. A lui non importano le celebrazioni, né i miracoli, né i desiderî, né i dolori, e nemmeno la morte: a lui importa solo il bene e il male.
            Questa era la religione della mia matrigna, o almeno così ho creduto di poterla ricostruire io, dal suo contegno e dai suoi discorsi, quel giorno e in seguito, attraverso la nostra vita comune. Si tratta, però, necessariamente, di una ricostruzione imperfetta, anche perché la mia matrigna, nel discorrere con altri delle cose sante, era sempre trattenuta da una specie di pudore. E seppure, in qualche grande occasione, si effondeva con eloquenza sugli argomenti della sua fede, sempre lasciava certi punti nel silenzio e nel mistero. Così, per esempio, ancora oggi mi è difficile dire che idea ella avesse in particolare del Diavolo, o addirittura se credesse alla sua esistenza).

            Delle Vergini portate da Napoli, un certo numero (almeno tre o quattro) ne furono appoggiate, in fila, contro la specchiera del cassettone; ma ve n’erano ancora altrettante dentro la valigia, per le quali la specchiera non aveva più posto. Esse furono collocate, ciascuna con un bacio, sul tavolino da notte, e sul davanzale della finestra.
Dopo i gioielli, questi quadretti della Vergine Maria erano senz’altro la più lussuosa proprietà posseduta dalla sposa. Stampati a colori, a ori, a argenti, incorniciati e sotto vetro, erano anche decorati da ornamenti diversi. Il quadro della Madonna di Piedigrotta aveva intorno un addobbo di grosse conchiglie, strisce di seta, penne di gallo e vetri colorati, che lo faceva somigliare a un’insegna di trionfo barbarica.”


Da: Elsa Morante, L’isola di Arturo, Torino 1995, Einaudi, pp. 93-94.

A modo

“…sapete quante belle cose si posson fare senza offender le regole della buona creanza: fino sbudellarsi.”

ALESSANDRO MANZONI


(Da: I Promessi Sposi, cap. XXXVIII)


mercoledì 25 marzo 2015

La libertà di Gertrude

Le tue bambole avevano tutte lo stesso abito. Così pure le immagini che guardasti più tardi. Ogni volta che si parlava di te, la certezza del tuo futuro destino era unanime. Non era forse bello vivere così, senza mai litigare?
            Sei stata cresciuta nel posto in cui si supponeva ti saresti collocata per tutta la vita, fra mille carezze persuasorie. Non hai mai dovuto affrontare l’incertezza del futuro.
Quando i tuoi grilli di adolescenza hanno rischiato di allontanarti dalla buona strada, nessuno ha dato peso a ciò. È stato come se non fosse successo niente. Sei stata fortunata a nascere fra persone tanto comprensive…
            Certo, c’è stata quella punizione amarissima, per il tuo abbozzo di tresca con un paggio… Ma quella era doverosa, da parte nostra. Dobbiamo pur insegnarti a distinguere il bene e il male.
            Quando hai dovuto affrontare l’esame che avrebbe deciso della tua vita, ti abbiamo incoraggiato e dato suggerimenti, perché tu non ti lasciassi vincere da emozioni passeggere. Il futuro è una cosa seria, bimba cara. Non puoi affidarlo ai sentimenti.
            Intorno a te, ovunque era una festa e un plauso, per la tua buona risoluzione finale. Ti eri decisa a diventare adulta, optando per ciò che era universalmente riconoscibile come il tuo bene. Ti è stato concesso di scegliere la madrina che t’avrebbe accompagnato e il gran giorno – decisioni che, solitamente, spettano a chi avrebbe autorità su di te.
            Ora, davanti a questa badessa marmorea e ai mille occhi della folla che ti soppesano e attendono di vedere come si comporterà una pari tua, di’ cosa desideri dalle buone madri di questo monastero.
            Sei libera.


Ispirato ai capp. IX e X de I Promessi Sposi di Alessandro Manzoni.

domenica 22 marzo 2015

Serenamente, pacatamente, cristianamente – Lettera al vescovo di Brescia

Manerbio, 22 marzo 2015

A Sua Eccellenza mons. Luciano Monari, vescovo di Brescia:
sono stata battezzata venticinque anni or sono nella parrocchia di S. Lorenzo a Manerbio (BS). Stamani, in una delle bacheche della pieve, ho notato un manifesto che (forse) non avrebbe dovuto stupirmi, ma che mi ha suscitato più d’una perplessità, per i motivi che presto chiarirò. Si trattava della pubblicità della veglia delle Sentinelle in Piedi che si terrà a Brescia, il 28 marzo 2015, in Piazza Duomo. 

Perché sono perplessa?
Innanzitutto, per la natura stessa dell’associazione a cui la diocesi si è premurata di dar tanto sostegno. Cito dall’autopresentazione delle Sentinelle sul loro stesso sito: “La nostra è una rete apartitica e  aconfessionale […] che non può escludere nessuno”. In altre parole: le Sentinelle non sono legate alla parrocchia di Manerbio, né alla diocesi di Brescia, né alla Chiesa cattolica. E non vogliono esserlo. Perché dunque dare a loro spazi che solo alle suddette istituzioni andrebbero riservati? Mi meraviglio di veder pubblicizzato nella bacheca di una pieve un movimento senza indirizzo preciso, senza preoccupazioni per qualsivoglia ortodossia. È ben vero che io non sono una rigorista, in questo senso. Ma parroci e vescovi, di solito, lo sono.
            Proseguiamo, poi, con le altre fonti di perplessità. Il manifesto suddetto, in tono molto allarmistico (tipico delle Sentinelle), affermava che il “ddl Scalfarotto” sarebbe stato un attacco alla libertà di espressione. Orbene, questo famoso “attacco” altro non sarebbe che un’aggiunta a un testo preesistente, la cosiddetta legge Mancino (L. n. 205/93): “Misure urgenti in materia di discriminazione razziale, etnica e religiosa. Il testo proposto dagli On. I. Scalfarotto e A. Leone estendeva le misure di cui sopra ai casi di omofobia e transfobia: ovvero, le manifestazioni di odio, disprezzo ed ostracismo verso le persone omosessuali , transessuali o di sesso non immediatamente riconoscibile. È stato spesso detto, da parte conservatrice, che la legge Mancino si presta a un’interpretazione troppo arbitraria. Su questo si può discutere. Però, nel caso del “ddl Scalfarotto”, sono stati aggiunti prima l’ “emendamento Verini”, poi il “subemendamento Gitti”, il cui contenuto complessivo recita: “Ai sensi della presente legge, non costituiscono discriminazione, istigazione alla discriminazione, la libera espressione e manifestazione di convincimenti od opinioni riconducibili al pluralismo delle idee, purché non istighino all’odio e alla violenza, nelle condotte conformi al diritto vigente, ovvero assunte all’interno di organizzazioni che svolgono attività di natura politica, sindacale, culturale, sanitaria, di istruzione ovvero di religione o di culto, relative all’attuazione dei principi e dei valori di rilevanza costituzionale che connotano tali organizzazioni”. Le do il comodo di consultare un mio articolo, in cui tratto la questione più estesamente e con molti link utili: Polemiche sulla "legge antiomofobia". Fatto sta che il famoso pericolo di essere puniti per “la propria opinione” a causa del ddl Scalfarotto (così emendato) è una fola bella e buona. In altre parole, la diocesi di Brescia e la bacheca di una chiesa parrocchiale si sono prestate a proclamare una menzogna conclamata. 
            Il manifesto di cui parlo, non pago di ciò, aggiungeva anche un “pericolo per la libertà educativa”, dovuto all’“imposizione dell’ideologia del gender nelle scuole”. Un altro ritornello caro alle Sentinelle. Dopo aver frequentato per anni le riunioni di Arcigay Pavia e aver contattato il Circolo Harvey Milk di Milano, sono in grado di fare un confronto fra quanto proclamano questi messeri vigilanti e quanto realmente si dica nelle associazioni LGBT. Sono triste di doverLa deludere: esse non mi hanno consegnato né decaloghi, né precetti, né dottrine anche solo vagamente simili a un’ideologia incontestabile. Arcigay Pavia si concentrava, semmai, su questioni fattuali e concrete, come la prevenzione delle malattie veneree o l’istituzione di un registro comunale delle coppie di fatto. Tutte cose che non interessano alla Chiesa cattolica, è vero, ma che non c’entrano niente con l’ “imposizione di un pensiero unico”. Per quanto riguarda le scuole, le Sentinelle affermano una mezza verità ampiamente rivista e corretta da loro. Le associazioni LGBT organizzano sì incontri per i ragazzi delle scuole, perlopiù licei, ma non sono “imposti”. Sono concertati fra le associazioni e gli istituti d’istruzione. Essi servono a parlare di cosa sia il movimento LGBT, delle discriminazioni che vivono tuttora le persone omosessuali e ancor più quelle transessuali e a trattare la questione della depatologizzazione di entrambe le condizioni.
Nel mondo cattolico, ha fatto scalpore la questione dei “libriccini dell’UNAR (Ufficio Nazionale Antidiscriminazioni Razziali)”: tre opuscoli, uno per ogni grado di istruzione, intitolati Educazione alla diversità a scuola. Erano volti alla prevenzione del bullismo contro ragazzi omosessuali o figli di genitori omosessuali. Apriti cielo. I baciapile gridarono all’ “indottrinamento dei bambini”. Peccato che gli opuscoli non fossero destinati ai bambini, ma agli insegnanti, e, fra questi, solo a coloro che ne avessero fatto esplicita richiesta. Questa, Eccellenza, è la “violazione della libertà di educare” per cui si straccerebbero le vesti le Sentinelle. Un’altra fola di cui la diocesi bresciana e la parrocchia manerbiese si sono fatte, inconsapevolmente, portavoce. Ma cos’è, poi, questa famosa “ideologia/teoria del gender” che fa tanta paura? Questo articolo, ampiamente annotato, può dare molte delucidazioni a chi fosse interessato a comprendere cosa stia dietro quest’espressione. Esso non ha l’ipocrisia di proclamarsi imparziale, ma cita le fonti: cosa che non fanno i bei discorsi di chi si dice “apartitico e aconfessionale”.
Un altro motivetto che piace molto ai “lettori silenziosi” è, poi, la “violazione della dignità della famiglia naturale”. In altre parole, se le coppie dello stesso sesso avessero la possibilità di unirsi in vincolo civile (non sacramentale, N.B.), quelle formate da un uomo e una donna dovrebbero sentirsi “sminuite nella propria dignità”. Un assunto di cui sto ancora attendendo la dimostrazione.
Ovviamente, lungi dalle Sentinelle voler passare per “fomentatori dell’odio”. Sul loro sito, affermano che “non accettano categorie fuorvianti come ‘gay’ o ‘eterosessuali’, perché sanno che servono solo a far dimenticare il valore infinito di ogni persona.” Perché mai sarebbe fuorviante dire che gli esseri umani hanno orientamenti sessuali diversi? Questa è un’osservazione lapalissiana e le Sentinelle – a loro dire – tengono a che si possa dir liberamente che "due più due fanno quattro". Per di più, le belle parole di cui sopra passano tranquillamente sopra un dato di fatto: ovvero, che un uomo e una donna, in Italia, possono contrarre regolare matrimonio secondo le proprie inclinazioni affettive; un uomo e un uomo, o una donna e una donna, invece, no. E le Sentinelle mirano a mantenere questa disparità anche al di fuori degli ambienti che "la pensano come loro". Con buona pace del "valore infinito di ogni persona" e del loro millantato pluralismo.
In conclusione, Eccellenza: non comprendo perché la diocesi di cui faccio parte debba collaborare con una rete che non è legata alla Chiesa cattolica e che spande un mucchio di retorica e falsità.
Quando mi è capitato di far questo genere di discorsi, i laicisti mi hanno detto che perdevo tempo; i cattolici conservatori mi hanno risposto, con ancor più disprezzo, che ero libera di apostatare. Mi spiace per entrambi, ma penso che un’anima educata all’amore della verità e allo zelo per la casa del Signore non possa agire nei modi suddetti. Quando ho una perplessità, ne faccio apertamente parte tanto ai pastori quanto ai fratelli. Almeno, ora che non ho ancora deciso di troncare i rapporti con la parrocchia in cui sono stata battezzata. È un fatto di onestà verso me stessa e verso il mio prossimo. Durante gli esercizi spirituali in vista della Pasqua, a Manerbio, il padre predicatore ha ammonito i fedeli contro il rischio di fare della Chiesa un comodo angolino, in cui tutti “la pensano allo stesso modo” ed escludono chi solleva obiezioni. Pongo questo ammonimento qui, dedicandolo ai cattolici conservatori propugnatori dell’apostasia facile. La ringrazio per il tempo che mi ha voluto dedicare. Un saluto in Cristo,


Erica Gazzoldi

venerdì 20 marzo 2015

La divinazione nel Vicino Oriente antico

La divinazione è un fenomeno culturale controverso, che non cessa di creare curiosità. Ad essa sono associati concetti vari, quali quelli di “superstizione”, “arte”, “religione”, “tecnica”, “pratica”. Nella nostra cultura, sembra essere relegata ai margini, divenuta una pratica equivoca da imbonitori televisivi, meritando così lo sdegno del senso comune. Non così è stato, però, per secoli, presso diverse civiltà europee ed asiatiche; ciò vale anche per quelle classiche, che pure hanno contribuito alla svalutazione della divinazione (neoaccademismo di Carneade; Cicerone…).
            L’Enciclopedia Italiana cita, come fondatori di quest’arte, i Babilonesi, i “Caldei” degli autori classici. Fra i primi a guardare a oriente, in questo senso, vi fu Erodoto di Alicarnasso (485 a.C.? – 425 a.C.?).
 Nelle sue ΙΣΤΟΡΙΑΙ, fu il primo a parlare dei Magi (Μάγοι), collocandoli nella Media del VI sec. a.C. Li cita come presenza irrinunciabile ai sacrifici (I, 132) e responsabili dei riti funebri (I, 140). Soprattutto, però, essi sono definiti τοι̃σι ονειροπόλοισι (I, 107): essi, dunque, sarebbero stati esperti di oniromanzia. Come tali, sarebbero stati interrogati dal re medo Astiage. Erodoto registra aneddoti ed usanze con curiosità ed attenzione, senza però scendere in dettagli circa la scienza dei Magi. Non si sofferma su fondamenti e metodi, né dà un giudizio culturale. Tutt’altro sarà l’atteggiamento di un grande ammiratore di Erodoto, Cicerone (106 a.C. – 43 a.C.)
            Egli dedicò all’argomento i due libri DE DIVINATIONE (44 a.C.). Il libro II raccoglie le argomentazioni contro la divinazione, svalutandola in favore di altre discipline, come la fisiologia, l’arte militare o la filosofia (cfr.: II, 37; II, 52; II, 80).
Il bisogno di avvicinarsi all’ottica babilonese è stato espresso, invece, dall’assiriologo Jean Bottéro. Egli ha messo in luce il collegamento fra arte mantica ed azione umana. Essa è in funzione di una previdenza pratica; i Babilonesi sarebbero stati alieni dalle idee di FORTVNA e di FATVM di cui parla Cicerone. Piuttosto, essi consideravano la realtà come strutturata su più livelli: quello umano e naturale, quello divino e quello dei demoni più o meno benevoli. Secondo la mentalità babilonese, la spiegazione di un evento, per essere soddisfacente, deve connettere fa loro due piani, due diverse sfere della realtà; altrimenti, sarebbe tautologica.
La cultura caldea si è dimostrata in possesso di un’inesauribile curiosità empirica, che procedeva per accumulo di osservazioni. Un esempio è dato dalla teratomanzia l’esame dei parti umani ed animali. Essa ha prodotto “trattati”, ossia raccolte di annotazioni. In essi, non c’è traccia di formulazioni generali o astrazioni, come è tipico della trattatistica babilonese. In compenso, alcune ipotesi vengono chiaramente formulate per via deduttiva, profilando situazioni non verificate a partire da quelle conosciute. Questo atteggiamento ricerca l’universale a partire da osservazioni particolari: in altre parole, è un atteggiamento di tipo scientifico.
Fonte di trattati simili fu anche l’oniromanzia, l’interpretazione dei sogni. Ne abbiamo già visto un cenno in Erodoto, con collegamento alle vicende di Medi e Persiani. Ben prima, però, veniva coltivata in Mesopotamia. La testimonianza principale dei risultati raggiunti è il Ziqîqu, Ziqîqu (dal suo incipit: “O dio dei sogni! O dio dei sogni!”), seconda metà del II millennio a.C. La struttura è per elenco dei singoli casi espressi per periodi ipotetici, come avviene nei trattati di teratomanzia. L’importanza delle visioni oniriche era data dal loro stretto legame con l’interessato, lo stesso che viveva la propria quotidianità di giorno. 

Il campo in cui la ricerca empirica fu esercitata maggiormente è però quello astronomico. Consiglieri, precettori e funzionari dei sovrani assiri –per esempio- erano prevalentemente astrologi. L’opera che compendia il maggior numero di osservazioni è l’Enuma Anu Enlil (prima metà del I millennio a.C.). La struttura del trattato ricalca quelli già esaminati.
La curiosità empirica si estendeva, poi, ad un gran numero di fenomeni, prodotti in “laboratori” allestiti ad hoc: venivano, cioè, ricostruite le condizioni necessarie alla manifestazione di un fenomeno, poi analizzato. Funzionano così: la lecanomanzia (osservazione delle forme assunte dall’olio versato nell’acqua); la libanomanzia (studio delle volute di fumo che salgono da un incensiere); l’aleuromanzia (analisi della farina caduta su un piano).
Si tratta, in tutti questi casi, di lettura di segni. Ciò avvicinava la divinazione alla medicina, come interpretazione di sintomi, ed all’etica, come capacità di ricavare insegnamenti dagli eventi. Una forma più recente di divinazione, la fisiognomica, sarebbe invece assimilabile allo studio della psicologia: nei tratti del volto si cercavano indizi della personalità.
Suggestiva è l’ipotesi di Bottéro: l’arte mantica deriverebbe dall’invenzione della scrittura. Originariamente, infatti, essa si componeva di pittogrammi: segni che rimandavano ad altri oggetti.
Entra ora in campo un’altra caratteristica portante della divinazione: l’aspetto religioso. I segni interpretati sarebbero, infatti, “pittogrammi divini” : messaggi scritti nella natura dagli dei che la crearono. L’arte mantica collega, dunque, il piano umano a quello sovrannaturale. In questo consiste la sua capacità di spiegare eventi e fenomeni.
Il carattere di “scienza divina” è particolarmente marcato nel caso dell’astrologia: l’Enuma Anu Enlil sarebbe stato dettato dal dio della saggezza Ea; gli astrologi erano ricercatori del volere divino, tenuti ad assoluto riserbo sulle proprie conoscenze. Ciò conferiva loro un carattere di iniziati, sottoposti ad un divieto religioso (di divulgare i segreti della disciplina). Allo stesso tempo, le competenze acquisite li qualificavano come veri e propri astronomi.

Strettamente legata al culto era, poi, l’estispicina. Essa consisteva soprattutto nell’osservare la conformazione del fegato nelle vittime sacrificali (perlopiù ovini). L’epatoscopia comportava un’analisi minuziosa dell’organo. Documenti preziosi sono i modellini in argilla prodotti come esemplari di responsi epatoscopici. Questi ultimi riguardavano spesso la sorte dei regni e dei grandi casati, costituendo così anche un abbozzo di storiografia. Essi dovettero la propria conservazione forse all’importanza politica: sarebbe stato indispensabile ai sovrani saper riconoscere segni simili, qualora si fossero ripresentati.

Modellini di fegati provenienti da Mari e relativi alla dinastia di Akkad. Fonte: Mario Liverani, Antico Oriente. Storia società economia, Editori Laterza, Roma-Bari 1988, p. 259. 





Il principio alla base dell’arte mantica è quello dell’analogia. In altre parole: ciò che accade fra gli astri o nelle viscere ovine è analogo a quanto avviene sulla terra, fra gli uomini. Ciò avverrebbe per la volontà divina di comunicare ai mortali, attraverso la propria “scrittura”.
Come già detto, la divinazione era finalizzata all’azione. Precauzioni e previdenze, però, spesso non potevano essere effettuate sulle cause dei mali, spesso inattingibili. L’azione, dunque, si rivolgeva ai segni che notificavano dette cause. Essendovi un collegamento fra il piano della causa e quello del segno, cancellare quest’ultimo avrebbe portato alla rimozione della prima. Le azioni sono di carattere rituale, talora puramente verbale. Esse potevano avere grande efficacia contro mali psicologici, come i turbamenti portati dai sogni infausti. Ciò vale anche per gli altri atti di scongiuro. Si può parlare di veri e propri esorcismi laddove i riti mirano ad allontanare spiriti malvagi, entità che costituivano un  “livello di realtà” intermedio fra l’umano ed il divino, come accennato in precedenza.
La divinazione era praticata anche in Anatolia, presso gli Ittiti (1600 a.C. – 1200 a. C. circa). In questo campo, detto popolo era sostanzialmente allievo dei Babilonesi, la cui tradizione era giunta nel “paese di Hatti” tramite il mondo hurrita (Kizzuwatna, nel sud anatolico, e la Siria). Particolarmente incentivata era l’osservazione del volo degli uccelli. Tipico della divinazione ittita è, poi, il cosiddetto KIN: in uno spazio circoscritto, vengono posti in contatto fra loro simboli rappresentanti le realtà umane: “il re”, “la regina”, “il nemico”, ecc. Il responso è dato dalla loro posizione finale. Alla base sembra esservi un principio di tipo algebrico: gli elementi passivi (i simboli), spostati da uno attivo (un piccolo animale?), hanno valore positivo o negativo. Il risultato è dato dalla somma algebrica dei suddetti valori.
Nella tradizione mantica ittita ha un ruolo non indifferente la multietnicità dell’antica Anatolia: essa, infatti, ha incorporato i patrimoni culturali hattico (pre-indoeuropeo), luvio e palaico.
Non va trascurata l’importanza anche politica della divinazione: conoscere il volere degli dei e/o le ragioni della loro ira era fondamentale per il benessere di tutto il regno. 

Dalle popolazioni fin qui esaminate si discosta Israele, così peculiare per tradizioni e identità etnica. Purtuttavia, talune pratiche divinatorie simili a quelle già viste trovavano posto anche nel suo mondo. Giuseppe, figlio di Giacobbe, avrebbe tratto presagi per mezzo di una coppa: si trattava, forse, di lecanomanzia. Egli è famoso anche come interprete di sogni (Gn 41) e così pure il profeta Daniele (Dn 2; Dn 4). Una forma di divinazione è la “prova delle acque amare”, adoperata per verificare la fedeltà delle mogli (Nm 5, 11ss.). Essa era strettamente legata al “sacrificio di gelosia”, offerto al Dio d’Israele perché desse il proprio responso. È, poi, menzionata la quercia di Morēh (=”dell’indovino”), forse impiegata dai Cananei per trarre presagi dallo stormire delle foglie (Gn 12,6; Dt 11,30; Gdc 9,37). Era legittima l’estrazione delle “sorti” poste nell’ephod, ad opera dei sacerdoti (Es 28,30; Dt 33,8). Severamente sanzionata era, invece, l’evocazione dei defunti, sebbene vi avesse fatto ricorso lo stesso re Saul (1 Sam 28,7ss.).
Ciò che fa veramente comprendere il punto di vista ebraico sulla divinazione è, però, il fenomeno del profetismo: il Dio d’Israele avrebbe comunicato al proprio popolo direttamente, tramite portavoce umani. Ciò sarebbe stato dovuto al rapporto privilegiato fa lui e la nazione ebraica. Emblematico è questo versetto: “Quale grande nazione ha la divinità così vicina a sé, come il Signore nostro Dio è vicino a noi ogni volta che lo invochiamo?” (Dt 4,7). La capacità umana di conoscere la volontà divina sarebbe stata conseguente a detta vicinanza. La consultazione di profeti e “veggenti” (rō’ īm) era praticata dai sovrani, talora scelti dai profeti stessi (1 Sam 10,1ss.; 1 Sam 16,1ss.; 2 Re 9,1ss. …). Ma anche gli Israeliti comuni ricorrevano ai rō’ īm nelle varie circostanze della vita: Gn 25,22; Gs 7,14seg.; 1 Re 14,5…Queste pratiche sono da leggere nell’ottica di una comunione stretta fra la divinità ed il popolo che la venera, per cui la volontà della prima dà forma all’esistenza umana. Questa concezione della divinazione (e del profetismo in particolare) è peculiare di Israele.
In conclusione, possiamo dire che la divinazione, presso le culture che la generarono, era un sistema di pensiero, una concezione del mondo. Essa era normale nella vita quotidiana, nonché fondamentale per il buon governo di un regno. Più tardi, i filosofi greci avrebbero assimilato “la curiosità enciclopedica, il modo di accostarsi al reale universale ricercandone una conoscenza analitica, necessaria, deduttiva, a priori.
Gli atteggiamenti alla base della divinazione, separati dall’originaria concezione religiosa, sarebbero dunque giunti alla cultura classica e –tramite essa- alla nostra.

Bibliografia

·         ΗΡΟΔΟΤΟΥ ІΣΤΟΡΙΑΙ, V sec. a.C. [edizione impiegata: a cura di Luigi Annibaletto, (“Oscar classici greci e latini”), Arnoldo Mondadori Editore, Milano 2009, 2 voll.];
·         Marcus Tullius Cicero, DE DIVINATIONE, 44 a.C. [edizione impiegata: a cura di Sebastiano Timpanaro, VIII edizione, Garzanti Editore, Milano 2008];
·         U(mberto) Fr(acassini) – A(ldo) N(eppi) M(odona) – R(affaele) C(orso), “Divinazione”, Enciclopedia Italiana XIII;
·         Bottéro Jean, La religione babilonese, Sansoni, Firenze 1961; pp. 143-146;
·         Battaglia Salvatore, Grande dizionario della lingua italiana, Unione tipografico -editrice torinese, Torino 1966, ristampa 1971, vol. IV, voce “Divinazione”;
·         Liverani Mario, “La concezione dell’universo”, in: Moscati Sabatino (a cura di), L’alba della civiltà, vol. 3: “Il pensiero”, UTET, Torino 1976, pp. 476 – 499;
·         Bottéro Jean, Mythes et rites de Babylone, Editions Slatkine, Genève 1985, pp. 1-28 e pp. 29-64;
·         Von Soden Wolfram, Einführung in die Altorientalistik, Wissenschaftliche Buchgesellschaft, Darmstadt 1985 (tr. it. di Laura Marchini, Introduzione all’orientalistica antica, Paideia Editrice, Brescia 1989);
·         Bottéro Jean, Mésopotamie. L’écriture, la raison et les dieux, Editions Gallimard, Paris 1987 (tr. it. di Claudia Matthiae, Mesopotamia. La scrittura, la mentalità e gli dei, Giulio Einaudi Editore, Torino 1991, pp. 109-144);
·         Liverani Mario, , Antico Oriente. Storia società economia, Editori Laterza, Roma-Bari 1988 (nella “Biblioteca Storica Laterza”: prima edizione 2009);
·         Pettinato Giovanni, La scrittura celeste. La nascita dell’astrologia in Mesopotamia, Mondadori, Milano 1998, pp. 7-55 e pp. 127-165;
·         Pettinato Giovanni, Angeli e demoni a Babilonia. Magia e mito nelle antiche civiltà mesopotamiche, Mondatori, Milano 2001, pp. 9-127;
·         De Martino Stefano, Gli Ittiti,(“Le Bussole”), 1^ edizione, Carocci Editore, Roma 2003;
·         Zingarelli Nicola, Vocabolario della lingua italiana, Zanichelli Editore, Bologna 2003, voce “Divinazione”.


Pubblicato su Uqbar Love N. 127 (19 marzo 2015), pp. 8-12.

Qui è visionabile il paper completo.

martedì 10 marzo 2015

La città degli animali

In una villa lussuosa e spettrale, nasce un bambino curiosamente bestiale e aggressivo, perennemente nascosto in gabbie e culle sigillate. Il mostriciattolo viene espulso dal mondo dorato con un espediente biblico, l’abbandono sulle acque. Come Mosè, tornerà per assumere il comando e minacciare i primogeniti di coloro che l’hanno reso un reietto. È Pinguino (Danny DeVito), l’uccello che non può volare – l’uomo che non può viver con gli uomini

            Diversi metri sopra di lui, Selina (Michelle Pfeiffer) è giovane e carina, ma si fa sbeffeggiare dall’imprenditore a cui fa da segretaria, Max Shreck (Christopher Walken). Giusto per non lasciar niente al caso, questo gelido zerbinotto quasi settecentesco ha un nome omofono a quello dell’attore che interpretò Nosferatu nel film del 1922. Anche lo Shreck in questione è un vampiro, goloso dell’elettricità che vorrebbe sottrarre ai concittadini e apportatore della peste dell’inquinamento. Peccato che il suo zimbello, Selina, scopra questa doppiezza. Curiosity killed the cat, “la curiosità uccise il gatto”, l’unico essere vivente con cui la bella disprezzata riesca ad avere una sintonia.
            Infine, c’è lui, il bel tenebroso destinato a inselvatichirsi sempre di più, nella sua caverna lussuosa e spettrale come la villa natia di Pinguino e come un intero mondo di milionari anaffettivi: Bruce Wayne, meglio noto come Batman (Michael Keaton).
            Batman Returns (1992) mi ha attratto per due sole ragioni: il regista, Tim Burton, e la presenza nell’elenco di film cult stilato dal sito A Study of Gothic Subculture. Mi ha lasciato in bocca un gusto vagamente orwelliano. Forse, per via della continua confusione fra animali e uomini, come accadeva nella Fattoria celeberrima. Oppure, perché anche Gotham City è una distopia, un modo fiabesco per parlare di ciò che è così vicino a noi da essere invisibile. “Gotham” è un modo gergale per riferirsi a New York e, letteralmente, significa “città degli sciocchi”. Poco conforta riconoscervi la quotidianità degli anni ’90.
            In quel minestrone di pacchianeria, consumismo, fogne e ciniche speculazioni, la criminalità è rappresentata da un circo caduto in disgrazia. Quello che, sul palcoscenico, è un numero da applauso, in strade e piazze è terrore. La meraviglia e l’illusionismo, scatenati fuori dallo spazio protetto del tendone, sono devastanti, dispiegano la natura sovversiva del riso.
            Batman sembra l’unico a rappresentare il servizio d’ordine, in una metropoli immensa. Ciò lo riscatta – a mio vedere – dal fatto di essere un tantino viziatello, come eroe: pieno di aggeggi ultratecnologici, con un guardaroba da fare invidia a una primadonna, può combattere senza nemmeno sgualcirsi il manto. Per di più, è amico e collega di Shreck. Non proprio una compagnia raccomandabile, per un baluardo del Bene. Ma quell’ambiguità fra castello e caverna in cui egli vive cancella il sospetto di una troppo facile felicità, oltre a quello di una scontata bontà.
            La solitudine si dirada, quando la notte di Gotham City accoglie un’altra inquilina: Catwoman. È Selina trasformata, o, meglio, finalmente divenuta se stessa. La sua curiosità felina l’ha uccisa e come gatto è rinata: seducente, agilissima, aggressiva. La sua morte alla vita di zimbello ha liberato la sua natura repressa, in un accesso d’isteria che avrebbe galvanizzato Freud e che ricorda il passaggio all’adolescenza. Come un’adolescente, Catwoman si dedica alle proprie vendette contro i “grandi”, i violenti e gli speculatori. Da ragazzina vitalista, quasi da Arancia meccanica, sono i suoi colpi. L’immenso negozio della catena Shreck, che lei fa saltare in aria, esplode con ricercatezza teatrale.
            Gotham City, da città degli sciocchi, diventa città degli animali. Gli unici abitanti capaci di azione e fantasia sono, invariabilmente, teriomorfi. L’uomo, per essere se stesso, deve saper tornare un poco bestia, come quando fa l’amore. Forse, è questo il senso dell’idillio fra Bruce e Selina. Si amano di giorno e si combattono di notte, ma si tratta da secoli di due facce della stessa medaglia (tanto per rispolverare Torquato Tasso e i suoi Tancredi e Clorinda). Le loro maschere servono solo a passare da una faccia all’altra di questa medaglia, come l’elmo di Clorinda. I due abitanti della solitudine sono così gli unici a essere pienamente se stessi in un mondo di farse e fantocci, a sapersi trovare davvero Face to Face, come cantano Siouxsie and the Banshees. Lo stesso discorso vale per Pinguino, come Edipo alla ricerca della propria identità – e condannato a tornare reietto proprio per il fatto d’averla voluta scoprire. L’unico a non porsi tormenti d’alcun genere è Max Shreck: sì, sa di essere senza scrupoli, ma non ritiene che ciò faccia di lui un mostro. (Forse, ha perfino ragione. Monstrum è ciò che stupisce e lui è fin troppo banale).  Eppure, ha un guizzo di umanità, quando si offre come ostaggio al posto del figlio. Anche questo momento è dato da un istinto animale.

            In una storia guidata dalla primordialità, con echi biblici, epici e mitologici, il finale non può che essere ineluttabile e grandioso. Di sicuro, non lieto.