giovedì 19 febbraio 2015

Il fante di coppe



Venite più avanti, tarocchi imbellettati,
indovini sfranti di giorni trapassati:
io, come Cirano (1), affilo questo foglio,
perché, su di esso, uccido quando voglio.
So che sono solo un’infima figura,
nel mazzo dei destini di dubbia fattura;
ma proprio non sopporto chi cincischia con le carte
e quelli che della vanità han fatto un’arte.
Io son fante di coppe (2) e tu un re di quattro semi,
ma, sopra questo panno, tutti e due fermiamo i remi:
qui, ognuno è la propria nuda faccia,
nella cabala del caso che i destini allaccia.
Voi, profeti da fiera, che vendete a tutti un’altra vita,
guardatevi nel cuore: l’avete già tradita.
E voi che, a chi contesta, date del “decostruzionista”:
masturbatevi le idee, lasciatemi la vista.
A quelli come me, che han duplice cuore,
forse è proibito il sogno di un amore;
non so chi ho più amato fra quelli che ho avuto;
per colpa o per destino, la metà intera ho perduto.
Ma ogni Rossana è bella e belli i Cirano “diversi”:
non importa, a lor parliam coi versi
e, ogni volta che c’incontra l’arcano degli Amanti,
non s’è riempita invano la coppa di noi fanti.




(1)     La poesia si ispira alla canzone Cirano, di Francesco Guccini (1996).

(2)     Figura dei tarocchi che rappresenta la giovinezza, l’arte, l’idealismo e l’amicizia.

L'alba a Occidente

Dopo I tre pilastri dello Zen, Philip Kapleau torna su queste pagine con: La nascita dello Zen in Occidente, Roma 1982, Ubaldini Editore [tr. it. di: Zen. Dawn in the West, New York 1978 – 1979, Anchor Press. Traduzione italiana a opera di Nazareno Ilari]. Stavolta, l’autore si presenta direttamente nelle vesti di roshi (“venerabile maestro”), intento a esporre negli Stati Uniti il frutto del proprio percorso spirituale in Giappone. Ciò significa venire a patti con le necessità dell’ambiente accademico, assai lontano da quel che è la pratica dello Zen. Questa tradizione rifugge dai discorsi dotti e si affida alla meditazione, come veicolo concreto per raggiungere l’illuminazione (la caduta delle illusioni, compresa quella dell’esistenza di un “ego”). Parimenti, i roshi, in Giappone, deprimono l’egotismo degli allievi, dando risposte che deludono le loro aspettative intellettualistiche e tendono al massimo il loro iniziale senso di frustrazione. Nel libro, invece, vediamo un Kapleau circondato da studenti americani e intento a dar loro eleganti spiegazioni. Buona parte del volume adotta dunque il genere letterario del dialogo, in linea con la filosofia platonica e i catechismi cristiani sul modello “domanda e risposta”. Le questioni sollevate dagli allievi riguardano i punti tendenzialmente più cari agli occidentali: il rapporto fra lo Zen e la pratica di altre religioni, la dieta, la sessualità, la maggiore o minore necessità del dolore, la preghiera, la ritualità, l’etica, la responsabilità sociale, la vita attiva, la psicoterapia, la vita oltremondana. In particolar modo, negli anni in cui Kapleau scriveva, andavano diffondendosi negli Stati Uniti più tradizioni spirituali di provenienza asiatica e “terapie alternative”  troppo spesso al servizio della curiosità e del narcisismo (pp. 24-29). L’autore non disprezza a priori tutto questo, ma insegna a distinguere la ricerca della “piacevole atmosfera” da quella dell’illuminazione. Sfata anche il mito della “via facile”, l’uso della psichiatria e delle sostanze psicotrope per diventare un “mistico” in pochissimo tempo (pp. 90-92). Esso era in linea con l’atteggiamento modaiolo che gli statunitensi adottavano nei confronti delle spiritualità “alternative”, alla fine degli anni ‘70. Lo Zen parte piuttosto dalla fede nell’ “intrinseca purezza del complesso psicofisico” (p. 91) e dalla responsabilità verso la salute. Kapleau, poi, non identifica lo Zen col vegetarianesimo o con qualche dieta particolare (pp. 31-33), perché questo comporterebbe divenire schiavi di un regime alimentare. In compenso, insegna il rispetto verso gli esseri viventi sacrificati per farne cibo, al fine di non ucciderne più del necessario – avendo essi lo stesso diritto dell’uomo di stare al mondo (pp. 230 ss.). Molta attenzione è posta anche all’atteggiamento con cui i pasti sono preparati, perché esso si ripercuoterebbe sui commensali (p. 31). Alla base di tutto questo, rimane l’interdipendenza fra equilibrio spirituale e salute fisica.
            Lo Zen non impone neppure il  celibato, ma lo consiglia a chi abbia già raggiunto l’equilibrio psicofisico necessario, come fonte di libertà da preoccupazioni e schiavitù interiori (pp. 82 ss.). Centrale rimane comunque l’atteggiamento di empatia e cura amorevole verso gli altri, al di là di ogni vano puritanesimo. Ciò si ricollega anche al particolare rapporto fra Buddhismo e case di malaffare (pp. 223 ss.). Una delle prove più dure di Kapleau in Giappone consistette, per l’appunto, nel dover affrontare un’ “orrenda prostituta” (p. 227): “Se il mio sviluppo spirituale fosse stato maggiore, avrei avuto dei rapporti con lei senza usare o abusare del suo corpo e avremmo raggiunto l’unità trascendendo l’atto sessuale. Ma commisi l’errore fatale di tutti i principianti, cioè mi separai da lei giudicandola e disprezzandola. […] Rifiutando la sua offerta non feci altro che negare l’intrinseca purezza e dignità di un essere umano…” (p. 229).
            Contrariamente, poi, a quanto pensano tanti occidentali, lo Zen non sprezza né la ritualità, né forme di preghiera e venerazione.  Prosternazioni, offerte floreali alle immagini del Buddha, bastoncini d’incenso sono atti da cui trabocca la pienezza del cuore e che riconfermano l’indivisibilità della propria natura essenziale dalla Natura di Buddha (pp. 185-186). Esprimono la gratitudine verso tutti coloro che hanno aperto il cammino spirituale e l’hanno reso possibile all’allievo (p. 186). Tutto ciò fa sì che una semplice immagine scolpita prenda, in un certo qual modo, vita, riuscendo a ispirare i praticanti (p. 187). “Gli atti devozionali aiutano a creare fra noi e i buddha un intimo rapporto – un legame karmico, se vogliamo – che accresce la fede nella verità dei loro insegnamenti e dà più forza alla pratica” (p. 190). 

            D’altro canto, Kapleau confuta chi vorrebbe vedere nella meditazione e nel “ritiro dal mondo” un modo per “evadere”: “I cosiddetti ‘benefattori’ pensano indubbiamente di aiutare la società in quanto si ingeriscono indebitamente negli affari altrui, cercando di instillare in essi la formula della felicità che credono di possedere. È chiaro allora che la frase ‘aiutare la società’ è qualcosa di vago, uno slogan a buon mercato, almeno quando si riferisce a un particolare tipo di attività. Se mai esiste un tipo di aiuto, esso deve invece agire dall’interno, migliorando la natura stessa dell’individuo e dando valore alla varietà dei suoi rapporti con la vita. […] Dato che purifichi la tua mente dal desiderio, dall’ira e dagli interessi egoistici e riempi il tuo cuore di calma e compassione, diventerai sempre migliore nei riguardi dei tuoi genitori, di tua sorella, di chi abita vicino a te e dei tuoi colleghi di lavoro” (p. 211). Essendo poi tutti gli esseri intimamente collegati fra loro, un maestro zen che si ritira per dedicarsi alla meditazione farà riverberare la propria illuminazione anche su ogni altra creatura vivente, in un modo simile alla trasmissione di onde radio (pp. 51 ss.). Interconnessi fra loro sono anche i praticanti e chi li ha preceduti, i Buddha (=  il fondatore del Buddhismo e tutti gli altri illuminati) e i Bodhisattva (= coloro che hanno rimandato il momento dell’illuminazione più profonda per dedicarsi alla cura degli altri). A questi ultimi, i buddhisti sono legati sia per il fatto di seguire la via spirituale aperta da loro, sia per via di forme di preghiera, come abbiamo già accennato: “Quando si cade preda della frustrazione e della disperazione, il sedersi di fronte a una figura di buddha che emana un senso di compassione e di saggezza può dare via libera alle energie buddhiche, le quali, in unione con la Natura di Buddha, sono fonte di ispirazione e di nuovo vigore” (p. 190). Il fatto che le figure ispiratrici siano biologicamente defunte non impedisce tale legame, anche per via della concezione zen della morte fisica: “Vi siete mai chiesto che cosa accade alla forza vitale, all’energia che presiede alle attività costitutive del sé, dopo la disintegrazione del corpo? La legge della conservazione dell’energia afferma che l’energia si conserva all’infinito, e subisce solo delle trasformazioni; perciò come è possibile che questa forza vitale scompaia per sempre?” (p. 71).
            Da un punto di vista occidentale, lo Zen si rivela non essere una “filosofia”, perché diffida delle speculazioni astratte. Non è nemmeno una “religione” – intesa come insieme di dogmi, superstizioni o miracolismo. Tuttavia, nello Zen, si possono trovare gli elementi costitutivi di ogni religione; e, viceversa, in ciascuna di esse si può rinvenire almeno un elemento di Zen.
           
 Uqbar Love n. 123, 18 febbraio 2015, pp. 5-6.

mercoledì 18 febbraio 2015

Il velo impietoso

Egregio prof. Aldo Durì, dirigente scolastico dell’ I.S.I.S. (ironia dei nomi?) "Malignani 2000" di Cervignano del Friuli,
ho il piacere di conoscerLa grazie a questo articolo
Lei è stato latore di vere e proprie perle, circa concetti-chiave come “laicità”, “tolleranza” e “(anti)razzismo”.
Partiamo dal titolone: No al velo in classe. Il preside: «Può generare razzismo».
Contesto: un’aggressione a sfondo islamofobo nella Sua scuola, dopo le ultime prodezze dell’Isis (quell’altro, non il Suo). Mi permetto di testimoniarLe la mia solidarietà: episodi del genere sono sempre i più spinosi da affrontare, per un dirigente scolastico coscienzioso. E come viene affrontato?Intanto, ricordando che non sono ammessi copricapi durante le lezioni. Ottimo. Basterebbe questo a chiudere la vicenda: il velo fuori dalla scuola, in classe capo scoperto. Doverosa e corretta anche la Sua decisione di espellere il picchiatore.
Poi, però, salta fuori il Perlone d’Oro: «Essendo la scuola italiana laica e indifferente al credo professato dagli allievi e dalle loro famiglie non sarà accettata da nessuno l’ostentazione e l’esibizione, specialmente se imposta, dei segni esteriori della propria confessione religiosa perché essa, in fin dei conti, può essere colta come una provocazione e suscitare reazioni di ostracismo, disprezzo o rifiuto. Tale è, ad esempio il fazzoletto o velo che copre talvolta i capelli e parte del viso delle ragazze musulmane».
La scuola italiana è indifferente al credo degli allievi. Ottimo anche questo. L’indifferenza, però, è quell’atteggiamento magistralmente descritto dal Poeta: non ragioniam di lor, ma guarda e passa. Ergo: non vietare, né imporre. Se il regolamento della Sua scuola imponesse il velo islamico alle ragazze (o il Ramadan… o il cilicio… o i sacrifici ad Artemide…), esso contravverrebbe alla laicità della scuola pubblica. Così, invece, il Suo provvedimento non è indifferente: è apertamente ostile alla manifestazione di un culto – una manifestazione che, di per sé, non offende, non limita la libertà altrui, non crea problemi di ordine pubblico. Vedasi l’art. 8 della nostra Costituzione.
Lei dice che è una misura preventiva, per evitare una provocazione. Questo concetto mi ha fatto venire i brividi… sa perché? Perché ricalca, paro paro, le argomentazioni di chi consiglia alle coppie omosessuali di nascondere le proprie effusioni, per non provocare; o di chi dice alle donne di non indossare abiti vistosi, per non provocare. Ci manca solo che qualcuno accusi gli africani di generare razzismo, ostentando la pelle nera… e le avremmo collezionate tutte.
Scrivendo cose simili nella Sua circolare, Lei esprime una preoccupazione comprensibile nella Sua posizione. Ma si schiera anche contro le Sue allieve, quelle che vorrebbe proteggere dal razzismo. Invece di difendere la loro libertà di manifestare la propria provenienza etnica, la limita… dando implicitamente ragione a chi verrebbe provocato da loro.
Il razzismo non è nel velo: è nel razzista. E chi vuole educare i propri allievi a convivere nella differenza non può, per nessuna ragione, venire a patti con questo assunto.
Distinti saluti,

Erica Gazzoldi


P.S. So che, in questo caso, si dovrebbe parlare di "islamofobia" o di "xenofobia". Ho impiegato il termine "razzismo" per riecheggiare il titolo dell'articolo.

Qui l'elenco completo delle circolari dell'istituto. Vedasi quella del 12 febbraio 2015, intitolata "I Musulmani dell'ISIS".

lunedì 16 febbraio 2015

Viene alla luce il "Lessico bresciano"

Il Lessico bresciano raccolto in un unico volume (2014, Compagnia della Stampa Massetti Rodella editori): questa è l’opera postuma di Gianni Pasquini. L’autore (Borgo San Giacomo, 22 novembre 1926 – 17 giugno 1996) è ricordato soprattutto come insegnante e come sindaco del comune natio, dal 1956 al 1970. Personaggio poco appariscente, era però dotato di solida cultura, appassionato di arti e di storia. Il dizionario di dialetto bresciano da poco pubblicato condensa le sue ricerche per borghi e valli, finalizzate a documentare i lemmi, le loro varianti locali, i processi di evoluzione della lingua delle campagne. L’allievo Agostino Garda, autore della presentazione e del risvolto di copertina, attribuisce questo interesse di Pasquini non a nostalgismo o campanilismo, ma alla consapevolezza di come il dialetto sia un mezzo espressivo affiancato all’idioma nazionale e dotato di sfumature intraducibili. “Dialetto non come barriera, ma come opportunità di conoscenza” (A. Garda, risvolto di copertina). Probabilmente, l’affezione di Pasquini per il territorio in cui visse giocò un ruolo non indifferente anche nel suo lavoro filologico. Quest’ultimo, originariamente, non era finalizzato a produrre una pubblicazione. Ciò che l’autore lasciò, al momento della propria morte, furono materiali già informatizzati, uniti a una miriade di foglietti con appunti a matita. L’ingente opera di raccolta e decodificazione fu assunta dalla sorella Lucia, dal cognato Ruggero, dai figli di questi ultimi e dagli altri congiunti. Ne è risultato un volume di più d’ottocento pagine, ma ancora aperto a integrazioni e correzioni.
            Il Lessico bresciano è sicuramente debitore della viva voce degli anziani, che Pasquini intervistò nelle proprie ricerche. Ma la perizia documentaria dell’autore fece riferimento anche ai dizionari preesistenti, nonché agli autori dialettali e ai proverbi citati come esempi di fraseologia. L’apparato introduttivo comprende la legenda delle abbreviazioni, una guida alla consultazione, le regole ortografiche e fonetiche impiegate, una ricca bibliografia e un lungo elenco di scrittori citati.
            Le pagine centrali del volume accolgono le opere di due artisti, Giacomo Bergomi e Giacomo Olini, entrambi frequentati e apprezzati da Pasquini. Essi documentarono la quotidianità contadina: i volti dei paesani, gli animali da cortile, gli arredi domestici, le colombaie, le chiese, i lavori agricoli. Il taglio realistico e “immediato” dei dipinti ne fa un ottimo accompagnamento ai lemmi, mostrando il significato materiale di questi.
            Al dizionario, è allegato un CD-ROM, contenente una presentazione a opera del prof. Piero Gibellini, filologo, docente universitario, critico d’arte.

venerdì 13 febbraio 2015

Davanti alla tenda

Davanti alla tenda di Barbarah, si può sostare solo in punta di piedi e con un vago sentore di pudore violato. Perché la veste casual del verso libero non copre e non edulcora. La tenda trasparente nelle trame rotte (p. 32) lascia vedere una nuda vestita, femminile e pura nel suo rosa carne (p. 33), che s’immerge nel mare di se stessa.
I pesci sono volti e dettagli, guizzanti in anfratti di memoria. Risalgono da essi le righe di pioggia (p. 58) disegnate un tempo col nonno, o una scatola di savoiardi che a me non piacevano neanche troppo (p. 63), ma resi inestimabili dal loro tramonto. Barbarah torna sempre al suo vecchio posto dove amò la vita, come dice Vinicio Capossela. Là, c’erano la campagna e il mare. Ma anche la chiesa bianca di Loreto (p. 58), le margherite che odoravano di cimiteri (p. 55) e uova che erano il giallo del sole portato sulla terra (p. 53). Il paradiso è coi pollini che accarezzano il viso, mentre si fissa il mare (p. 40). Un orizzonte non deve avere i confini (p. 39), ma le montagne sono sempre fuori dalla finestra e le anime bianche di tisi (p. 39) vi proiettano sopra il proprio futuro. Così, la passione è velleità di corsa, è saltare sul rogo dei feticci domestici: fINIRAI CENERE, MA VIVA (p. 43). Non è detto che l’oasi, la Terra Promessa e il grande amore si trovino fuori dal cerchio dell’infanzia. Non è detto che si trovino fuori dai pollini, dai disegni colorati e dal mare. Perché semplice è l’amor e le semplici cose se le divora il tempo (Vinicio Capossela).




Barbarah Guglielmana, Davanti alla tenda, (“Collana Blu – Erato 278”), Faloppio (CO) 2014, LietoColle, 63 pp.

giovedì 12 febbraio 2015

Prove di nuoto nella birra scura

La mattina non esiste. E il buio attua un colpo di Stato tutte le sere, dopo l’aperitivo. È fondo come il mare; persone e pensieri sono pesci che ci guizzano accanto, ignoti e indistinti. Il mare di buio è alcolico, fa parlare i bicchieri. Sicché le poesie sono Prove di nuoto nella birra scura (Sesto San Giovanni 2014, edizioni del Foglio Clandestino). 

            Dario Bertini (N. Legnano, 1988) è alla sua terza raccolta di versi, dopo Distilleria di contrabbando (Pavia 2009, Cardano) e Frequenze clandestine (2012, Sigismundus Editrice). Il suo contrabbando, per l’appunto, è quello della poesia, infilata “in pub, bar, piazze e camere in affitto” (p. 87). Questi sono anche la materia letteraria di Dario, trasfigurata da un surrealismo a ritmo di jazz. Nel mondo del poeta, tutto è normale: una foca svedese in fondo all’armadio (troppo facile far battute sull’Ikea), scimmie che scandiscono i carmi di Catullo, conigli che prendono vita su una camicia e avventori di pub che schizzano in orbita per una visione femminile. Il poeta è colui che combatte il drago, mentre il resto del mondo gli scivola accanto distratto:

…dato che non ho niente da fare
[…]
gli darò battaglia su tutti i tetti della città,
giusto per dargli soddisfazione
o per avere qualcosa da raccontare
la prossima volta che andrò al bar.
(p. 57)

(Del resto, i draghi sono passati di moda. Il fisco, il mutuo e il lavoro fanno molta più paura).
            L’universo di Dario è senza centro e, in esso, l’uomo è nato per fare ridere i fiori quale concime (p. 21) o per fare pipì (p. 66). Ma ciò non significa che, nel frattempo, non si possano compiere imprese grandiose, lasciare il proprio nome ai posteri, fare incontri ammalianti in qualunque bar, su qualunque taxi, in qualunque stanza d’albergo. L’importante è:

non parlate al conducente
[…]
se rispondesse, potrebbe essere pericoloso,
molto pericoloso,
sapere da che parte si sta andando.
(p. 45)

Dario Bertini, Prove di nuoto nella birra scura, (“Quercus suber”), Sesto San Giovanni 2014, edizioni del Foglio Clandestino, 99 pp., 8 €.



martedì 10 febbraio 2015

Nel cuore del Cerchio

 Si scende in un cortiletto; poi, si lasciano le scarpe su un basso scaffale di legno e si entra, scalzi e chinando il capo nel gassho, il saluto a mani giunte che indica rispetto e profonda consapevolezza.
            Il monastero zen “Enso-ji” - Il Cerchio si trova a Milano, in via dei Crollalanza 9. Si nasconde nel tessuto urbano, fra edifici incolori come le valve di un’ostrica. La perla, in questo caso, ha ben poco di lussuoso. Semmai, di esotico –ma quell’esotico che si cala perfettamente nella vita quotidiana. Fin dalle linee sobrie ed essenziali, Il Cerchio dichiara la lontananza dello Zen da tutto ciò che è moda, pacchianeria e parco a tema.
            Ad accogliere i praticanti, c’è quasi sempre Myoen: limpida, discreta e rasserenante come il luogo in cui vive. Lei e gli altri monaci presenti indossano un comodo abito scuro, di foggia giapponese, su una maglia chiara. In più, portano il rakusu, una sorta di stola color ocra che imiterebbe l’abito del Buddha.
Quando è giunta l’ora, i convenuti si dotano di uno degli zafu (cuscini da meditazione) disponibili e salgono al piano di sopra, nello zendo (sala da meditazione). 
            Si entra reggendo accuratamente lo zafu – prima il piede sinistro, poi l’altro – e inchinandosi. Ci si procura una stuoia da una pila posta all’ingresso e ci si sistema sul pavimento – pulitissimo e morbido sotto le piante dei piedi. Il monastero non è molto diverso dalle case giapponesi che siamo abituati a vedere in televisione. La sua funzione “speciale”, però, è segnalata dall’immagine del Buddha Shakyamuni che guarda i praticanti, seduti sugli zafu e rivolti alle pareti. Davanti a lui, fiori e un bastoncino d’incenso – quello giapponese, più fresco e pungente dell’incenso da chiesa.
            L’inizio della meditazione è segnalato da tre rintocchi di campana tibetana, che richiamano alla concentrazione corpo, mente e spirito. Questa curiosa campana, agli occhi di un occidentale, può ricordare un mortaio per spezie più che uno strumento musicale. Il suo suono è però ovattato e profondo; intride l’aria lentamente e profondamente, come l’aroma dell’incenso. I rintocchi e il profumo si espandono in cerchi, come un’onda nell’acqua.
            Mentre i presenti s’immergono sempre più nella concentrazione sul qui e ora, la penombra serale si addensa attorno a loro, indisturbata. Venti minuti di zazen (meditazione seduta) si alternano a dieci di kinhin (meditazione camminata). Il kinhin, oltre a sgranchire le gambe rimaste incrociate a lungo, permette ai praticanti di evitare l’isolamento in se stessi e di formare un tutt’uno, mentre misurano lo zendo a passi cadenzati e sincronici.
            A scadenze regolari, gli incontri prevedono anche la recitazione dei sutra, i testi a cui è affidata la trasmissione verbale degli insegnamenti buddhisti. Vengono letti in traduzione italiana; ma, affiancata a essa, è la cantillazione nella lingua originale – sino-giapponese. Invidio chi sa comprenderla e coglierne le sfumature; ma è sicura la sua profonda suggestione, simile a quella creata dalla campana tibetana. E, purtuttavia, né cantillazione, né campana, né incenso possono produrre qualcosa di simile all’esaltazione, o all’allucinazione. I sutra sono scanditi dai colpi sordi di un tamburo ligneo con cassa rigonfia, simile nella forma a un pesce. La lingua sino-giapponese, così secca nella propria sillabazione, si sposa perfettamente allo strumento.
            La pratica è conclusa dalla recitazione dei Quattro Voti del Bodhisattva, ovvero i propositi di colui che segue la via dello Zen non solo per beneficio personale, ma anche per aiutare gli altri. Stavolta, la cantillazione non viene sottolineata da alcun rintocco. Questa è la traduzione dei Voti impiegata presso Il Cerchio:

Gli esseri sono innumerevoli,
voto di aiutare tutti.
Le brame sono inesauribili,
voto di estirparle tutte.
Il Dharma [l’insegnamento del Buddha, che coincide con la legge universale, N. d. A.] è infinito,
voto di apprenderlo.
La via del Buddha è suprema,
voto di realizzarla.

            Al termine dell’incontro, si ripongono stuoie e zafu; si spazza lo zendo; ci si congeda. Non si fa altro – perché non c’è altro da fare. Non c’è, realmente, niente da fare.

 Pubblicato su Uqbar Love n. 122 (11 febbraio 2015), pp. 6-7.

lunedì 9 febbraio 2015

La bambola di cera

Quando mi si domanda quale sia il rapporto tra la spiritualità cristiana e i figuri che “difendono le radici cattoliche” tramite i mass media, mi viene in mente questo brano tolstojano: Nessuno potrebbe certo vietare a un uomo di fabbricarsi una figura di cera e di baciarla; ma se costui venisse a piantarsi con la sua bambola dinanzi a un uomo innamorato e si mettesse ad accarezzarla, come l’altro accarezza la donna amata, l’innamorato se ne sentirebbe certamente infastidito. (1)
            Se qualcuno ha bisogno per forza di trovare in qualche “autorità sacra” la legittimazione della propria mentalità borghese, faccia pure. Ma non la si venga a spacciare come il massimo ideale del Cristianesimo. Né mi si dica che sbraitare sotto i riflettori è espressione di grande fede. Può anche darsi che lo sia, nell’ottica personale di chi lo fa. Certo, mi rimarrà sempre misterioso il movente di chi recita il ruolo di fariseo, sapendo d’essere pubblicano. Però, non riesco a collegare questo atteggiamento con quello del Cristo che amava tanto la solitudine dei monti (Mc 6, 46) e dei deserti (Mt 4, 1; Lc 4, 1); di quel Cristo che rifuggiva le folle adoranti e che si piegava ad ascoltarle solo perché erano come pecore senza pastore (Mc 6, 34). Quel Cristo che parlava di un Padre vostro, che vede nel segreto (Mt 6, 4-6; Mt 6, 18); di una “mano destra” che “non deve sapere cosa fa la sinistra” (Mt 6, 3), perché la virtù non lasci adito alla vanagloria; che guardava con sospetto i ricchi che facevano le proprie elemosine al suono delle fanfare (Mt 6, 2).
            Non parliamo, poi, del culto della famiglia che è, oggi, il cavallo di battaglia preferito di chi innalza la bandiera di Dio. Certo, attualmente il Matrimonio è un sacramento e fa ormai parte a pieno titolo della religione cattolica. Questo riconoscimento del suo valore non è neppure un fatto negativo in sé, dato che l’amore coniugale è radicato nella natura umana, nonché necessario agli individui e alle società. Sarebbe stata sicuramente un’idea peggiore proporre come vie di perfezione spirituale soltanto l’eremitaggio, o il cenobio, o il celibato. Ne sarebbero risultate frustrazione e nevrosi inutili per i moltissimi che non sono in grado di adeguarsi a questi modelli. Tuttavia, il Cristo dei Vangeli privilegia il farsi eunuchi per il Regno dei Cieli (Mt 19, 12). Quando parla contro il divorzio, non lo fa per difesa delle strutture sociali esistenti, ma per sottolineare la distanza dei bizantinismi giuridici dalle radici del matrimonio (Mt 19, 3-9; Mc 10, 1-11). Non parliamo poi del fatto che questo famoso abboccamento coi farisei avvenga fuori dall’economia sacramentale cattolica. Il modo in cui il Nazareno parla della famiglia non è dissimile da quello in cui dimostra il vero valore del sabato e della Legge mosaica nel suo complesso.
            Cristo ricorda bensì il comandamento di onorare il padre e la madre, ma per mostrare come i più tradizionalisti del suo tempo fossero abilissimi nell’eludere la stessa Parola in cui dicevano di credere (Mc 7, 8-13).
  Gli Apostoli avevano una famiglia, ma se ne allontanarono per seguire il Maestro (Mt 19, 27); il quale, dal canto proprio, badava a dire che chi ama suo padre o sua madre più di me non è degno di me (cfr. Lc 14, 26). Del resto, i veri parenti di Cristo, a suo dire, erano coloro che ascoltavano la sua parola e la mettevano in pratica (Mt 12, 46-50; Lc 8, 19-21). La “grande famiglia” dei discepoli come più importante del legame con quella “convenzionale”. Un atteggiamento adombrato anche dal famoso mistero dell’Inventio in Templo (Lc 2, 41-50).
Anche S. Giovanni Battista, a volte, è chiamato a scendere in lizza. Ricordo due amabili conversatori, campioni di qualunquismo parrocchiale, che commentarono: «Il Battista è morto per difendere la famiglia». Anche qui, faccio davvero fatica a vedere come paladino del familismo borghese uno che viveva nel deserto, mangiando locuste e miele selvatico (Mt 3, 4) in sacrosanta solitudine (un ottimo partito per qualunque ragazza perbene, non c’è che dire!). La sua morte, come tutti sanno, fu dovuta al suo conflitto frontale con Erode Antipa e con Erodiade, sua moglie illegittima (Mt 14, 3ss.; Mc 6, 17ss.; Lc 3, 19-20). Certo, il casus belli fu dato dal doppio adulterio della coppia regale, che era anche una forma d’incesto (Erodiade era sia cognata, che nipote dell’Antipa). Però, il Battista non si scagliò contro un costume diffuso. Si rivolse a un sovrano, noto per la sua politica filoromana e il suo stile di vita ellenizzante, che trascurava le tradizioni giudaiche nella sostanza. (2) Il suo matrimonio irregolare, nonché l’incarcerazione del profeta che lo accusava, si sarebbero collocati fra “tutte le scelleratezze che aveva commesso” (Lc 3, 19), ovvero i suoi atti di collaborazionismo. Una faccenda di “politica internazionale” che andava ben al di là del moralismo domestico.
Molti citano versetti di S. Paolo per umiliare i “sodomiti” (Rm 1, 26-27; 1 Cor 6, 9-10), senza però preoccuparsi più di tanto di informarsi su usi e costumi sessuali del I sec. d.C.. Chissà come ci rimarrebbero, se sapessero che i bersagli di S. Paolo non avevano un granché in comune con gli uomini e le donne che chiedono di poter ufficializzare il proprio impegno con un* compagn* dello stesso sesso. Del resto, ciò che l’Apostolo condanna non è tanto l’orifizio impiegato, quanto il culto smodato della “creatura” nell’oblio del “Creatore” (ovvero, la schiavitù dei piaceri carnali): Rm 1, 25. In altre parole, la motivazione degli strali paolini verso le usanze sessuali “pagane” è la stessa che portò all’allontanamento dei cristiani da tutta una mentalità in cui erano vissuti immersi fino al momento della conversione: il culto delle “creature visibili”.
 Lo stesso S. Paolo è autore di un bellissimo Inno alla carità (1 Cor 13, 1ss.), ovvero quell’amore disinteressato e quello spirito di condivisione che egli pone al vertice dei valori cristiani: “La carità è paziente, è benigna la carità; non è invidiosa la carità, non si vanta, non si gonfia, non manca di rispetto, non cerca il suo interesse, non si adira, non tiene conto del male ricevuto, non gode dell’ingiustizia, ma si compiace della verità” (1 Cor 13, 4-6).
Questo passo non è molto gettonato, sui blog, sui giornali e sui profili Facebook di chi dice di idolatrare la parola di S. Paolo. Evidentemente, tutte le Scritture sono sacre, ma alcuni versetti sono più sacri degli altri (per dirla alla Orwell). Sarei curiosa di sapere come si coniuga questo vertice dei valori cristiani con il livore, la superbia intellettuale, il sarcasmo, il compiacimento di colpire il prossimo che dilaga nelle parole dei “paolini di professione”.
            Per quanto riguarda S. Paolo e la morale domestica, egli ci ha lasciato passi famosi: 1 Cor 7, 1ss.;  Ef 5, 21 ss.; Ef. 6, 1-4. Va bene: la traduzione italiana usa la parola “sottomessi/e”, come piace ai nostalgici dell’ “angelo del focolare” che strofina il pavimento senza fiatare. La usa per dire: “Siate sottomessi gli uni agli altri nel timore di Cristo” (Ef 5, 21). Ne conseguono massime non indifferenti: “…ciascuno da parte sua, ami la propria moglie come se stesso, e la donna sia rispettosa verso il marito” (Ef 5, 33). Anche per quanto riguarda i rapporti fra generazioni, così si traduce la sottomissione: “Figli, obbedite ai vostri genitori nel Signore […] E voi, padri, non inasprite i vostri figli, ma allevateli nell’educazione e nella disciplina del Signore.” (Ef 6, 1-4). Quella “sottomissione” non è altro che un prodigarsi gli uni verso gli altri, nella rinuncia all’egoismo. E, sempre, riecheggia nello scritto paolino il richiamo al Signore. Ovvero: i rapporti familiari non come fini a se stessi, come “valore in sé”, ma come vie per rapportarsi con il trascendente. In vista di questo rapporto col trascendente, S. Paolo privilegia fermamente il celibato e la verginità, ovvero la rinuncia alla cosiddetta “famiglia naturale”: “Io vorrei vedervi senza preoccupazioni: chi non è sposato si preoccupa delle cose del Signore, come possa piacere al Signore; chi è sposato invece si preoccupa delle cose del mondo, come possa piacere alla moglie, e si trova diviso! Così la donna non sposata, come la vergine, si preoccupa delle cose del Signore, per essere santa nel corpo e nello spirito; la donna sposata invece si preoccupa delle cose del mondo, come possa piacere al marito. Questo poi lo dico per il vostro bene, non per gettarvi un laccio, ma per indirizzarvi a ciò che è degno e vi tiene uniti al Signore senza distrazioni.” (1 Cor 7, 32-35).
            L’ironia della sorte (o la superficialità di chi difende le proprie abitudini) ha dunque fatto sì che l’araldo dell’antifamilismo ascetico servisse troppo spesso per esaltare il quadretto borghese di marito-moglie-bambini.
            Chi è, poi, che innalza la bandiera della “donnina sottomessa, casa e chiesa”? Signore lustre e splendenti, in carriera, laureate e che non tacciono mai. Quei mariti su piedistallo che dovrebbero guidarle come dèi in terra non si vedono. In compenso, le mogliettine sono sempre su Internet, in televisione o sugli scaffali delle librerie. Molti si domandano quando trovino il tempo di rammendare i calzini al Marito Signore e Padrone, o di cullare i preziosissimi figlioli mandati dal Signore. Avrei voglia di acchiappare una qualunque rappresentante di questo genus e dirle: «Madama, la buonanima della mia trisnonna, che ha allevato sei figli in tempo di guerra, non si sognava nemmeno di farsi intervistare per questo!»
            Ma, chissà… forse, è progresso anche questo. La beghina moderna, evidentemente, non ha più bisogno di patire sulla propria pelle il peso di ciò che raccomanda agli altri. Mi scuso d’essere troppo all’antica; mi scuso di leggere i Vangeli e le Lettere paoline alla luce del contesto che li ha prodotti. Non c’è più bisogno né di Cristo, né degli Apostoli; al cristiano odierno, bastano le bambole di cera. Ma, se così è, l’ “autorità” delle sue dottrine è tutta da vedere.

(1)     Lev Tolstòj, Anna Karénina, Milano 1989, Oscar Mondadori, p. 605.

(2)     Per la politica di Erode Antipa, vedasi: Chiara de Filippis Cappai, IVDAEA. Roma e la Giudea dal II secolo a. C. al II secolo d. C., Alessandria 2008, Edizioni dell’Orso.

giovedì 5 febbraio 2015

Farfalle prigioniere, ovvero La vita è sogno

Una giovane mano traccia le linee d’una farfalla. Una farfalla vera si dibatte sotto una campanella di vetro. La mano (che, ora, ha il volto d’un giovane pallido e fine) alza la campanella. L’insetto, finalmente libero, si libra e guida lo spettatore nella storia del suo alter ego, la Sposa Cadavere. 

            Così come Beetlejuice, The Corpse Bride (2005; regia di Tim Burton e Mike Johnson) si svolge a cavallo tra il mondo dei vivi e quello dei morti, mostrandone l’ambiguità. A partire dal fatto che il mondo dei “vivi” è intriso di tinte funeree, fra il blu e il grigio, mentre quello dei “morti” è caleidoscopico, multiforme, scoppiettante. A questi spettano la gioia, la saggezza e la passione; a quelli la noia, la decadenza, l’aridità. Fra i “vivi”, ogni cosa si svolge secondo sterili schemi; fra i “morti”, ogni sogno è possibile. Per l’appunto, di sogno si tratta, nel caso di tutti e tre i protagonisti. A Victor e Victoria, destinati a un matrimonio di convenienza, non è concesso averne uno. Quello di Emily fu spezzato, quando il suo (falso) innamorato la rapinò e la uccise al chiaro di luna. Emily – la Sposa Cadavere – e Victor sono uniti dal loro sogno mancato. E, in effetti, la loro luna di miele non è molto diversa da quella che avrebbe atteso Victor e Victoria: lui terrorizzato, lei raggiante prima e delusa poi; nessuno dei due conosce alcunché dell’altro. Gli sposi sembrano troppo diversi per poter vivere insieme. Li divide la morte, che – si sa – è la rottura per eccellenza, soprattutto dei voti nuziali. Però, in amore, il fatto di essere clinicamente vivi si rivela sopravvalutato. La passione romantica si nutre soprattutto d’ombre: desideri, ricordi, speranze. E il fatto che un cuore abbia cessato di battere non significa che non possa ancora spezzarsi. (Non consiste forse in questo la magia dell’arte?) Cosicché, nella sua Sposa Cadavere, Victor scopre l’entusiasmo, il talento e il sentimento. I morti riportano tutto questo sotto – si fa per dire – la luce del sole. Quantomeno, a patto di saperli riconoscere col cuore. Essi rimangono terrori, per chi li considera solo una galleria di ritratti polverosi – fra essi, anche una Victoria, la “Sposa Cadavere” del mercato matrimoniale.
            Riprendendo il contatto coi defunti, i vivi imparano a vivere. Il sogno libera le anime-farfalle dalla campana di vetro. E in un nugolo di farfalle si dissolve la Madama Butterfly (nomen omen) della situazione, finalmente libera da illusioni e rancori. Il sogno è ala per i vivi e fardello per i morti.