mercoledì 28 gennaio 2015

Otto moderne esperienze sull’illuminazione

Sanbo-ji - Eremo zen di montagna a Berceto (PR)

La parola “illuminazione” sa d’arcano, per il lettore occidentale medio. Essa evoca un Estremo Oriente vagamente connotato da templi e campane tibetane, coi suoi saggi decantati, ma “inattuali”.
            Per questo, Philip Kapleau si premura di esporre otto esperienze modernissime di cosa sia l’illuminazione nel Buddhismo zen. Lo fa nel suo saggio The Three Pillars of Zen (Anchor Press, New York, 1965). In Italia, è stato tradotto da Nazareno Ilari: I tre pilastri dello Zen. Insegnamento, pratica e illuminazione, (“Civiltà dell’Oriente”), 1981, Ubaldini Editore.
            Il cap. 5 riporta i resoconti scritti degli interpellati: K. Y., funzionario giapponese; P. K., ex-uomo d’affari americano; K. T., giardiniere giapponese; C. S., impiegato governativo giapponese in pensione; A. M., insegnante americana; A. K., assicuratore giapponese; L. T. S., artista americana; D. K., casalinga canadese.
            Queste otto figure hanno in comune un elemento fondamentale: all’interno della propria quotidianità, si sono dovute confrontare col dolore, col vuoto di senso esistenziale o anche solo con un desiderio di approfondimento filosofico. Da qui, la decisione di partire alla ricerca di ciò che mancava a ciascuno di loro.
            Lo sfondo ricorrente è quello dei monasteri giapponesi. Per la precisione, si tratta di Hosshin-ji, Taihei-ji e Ryutaku-ji. I rispettivi abati, all’epoca dei fatti, erano Harada-roshi, Yasutani-roshi e Nakagawa-roshi. A loro, Kapleau ha dedicato il volume.
Roshi –come informa il glossario posto in chiusura del libro – significa “venerabile maestro” ed è il titolo di colui che guida e ispira i discepoli lungo il sentiero dell’autorealizzazione.
Quest’ultimo termine, in ambito zen, è sinonimo di illuminazione, ovvero risveglio alla propria natura e alla natura di tutta l’esistenza.
            L’ambito in cui gli otto summenzionati hanno vissuto questa esperienza è stato, perlopiù, quello del sesshin: pratica tipica dello Zen che consiste in un periodo di intensa meditazione collettiva in isolamento (una settimana o poco meno, precisa Kapleau in nota). Durante il sesshin, vengono impiegati e coordinati fra loro gli accorgimenti didattici fondamentali, quali lo zazen (meditazione in posizione seduta), il teisho (commento formale) e il dokusan (colloquio personale col maestro). Kapleau non tace neppure l’impiego del kyosaku, sorta di bastone dall’estremità appiattita impiegato per percuotere il praticante al culmine dei propri sforzi di concentrazione, affinché si provochi in lui “quella sovrumana esplosione di energia che conduce alla dinamica presenza mentale” (p. 206)  indispensabile per l’illuminazione. Si tratta di una pratica introdotta in Giappone dalla Cina e non impiegata in Occidente, se non su esplicita richiesta dei praticanti.
            Le esperienze degli otto summenzionati mostrano anche come sia assai proficuo l’impiego dei koan. Questi sono formule dal significato oscuro, assegnate dal maestro ai discepoli, affinché essi ritrovino il riferimento alla Verità ultima che essi contengono. Per pervenirvi, è necessario rinunciare allo strumento della logica e ridestare un livello mentale più profondo al di là dell’intelletto discorsivo.

            L’esperienza del “risveglio” e dell’ “annullamento dell’ego” ha avuto diversi gradi di profondità, a seconda delle persone coinvolte. K. Y. ricorda la propria “risata quasi inumana” (p. 214) e il gioioso battito di piedi, la pazza gioia e le lacrime che egli non ha potuto trattenere. P. K. si è sentito “libero come un pesce che nuota in un oceano di acqua fresca e chiara dopo essere stato chiuso in una vasca piena di colla” (p. 236). La paura della morte ha portato K. T. a riscoprire la spiritualità di famiglia; una notte d’estate, durante un intenso sesshin, si è trovato “in uno stato tale” che gli è sembrato di “guardare il cielo immenso e trasparente” (p. 237) con consapevolezza chiara e acuta. C. S. ha vissuto un’esperienza meno travolgente, ma ugualmente paradisiaca e fonte d’un fiume di lacrime. A. M., dopo aver subito le persecuzioni naziste e aver perduto tutte le proprie certezze, ha ricercato una nuova via spirituale assieme al marito; entrambi, a breve distanza l’uno dall’altra, hanno raggiunto l’illuminazione durante un duro sesshin.  A. K. ha iniziato il proprio cammino a partire dalla perdita di due fratelli: “Perché la vita è così malsicura e miserabile? Siamo nati solo per morire?”(p. 252). L. T. S., scultrice uscita dall’alcolismo, ha ricercato il perduto entusiasmo verso la vita nell’identificazione “con qualcosa di infinitamente più potente della nostra mente ristretta” (p. 257): “Il mondo non mi domina più dall’alto. È sotto di me. Ho fatto una capriola e l’ho inghiottito” (p. 260). D. K. è entrata in un periodo nero a causa del suicidio del marito; ha cercato appoggio spirituale prima in India, poi in Birmania e in Giappone. Ha imparato dapprima a muoversi “come l’aria” e a vedere le altre persone “alla luce di una perfetta comprensione” (p. 272). Poi, ha conosciuto la “deliziosa vertigine” (p. 273) di chi si è liberato di quell’ “ego” così pesante.
            Comune a queste otto figure è la loro assoluta ordinarietà, a livello di capacità intellettive e stile di vita. Comune a tutte loro è anche la gratitudine per aver potuto vivere la più preziosa esperienza possibile. “Ciò che in tali individui è eccezionale è semplicemente il loro coraggio di dirigersi verso un luogo sconosciuto percorrendo una strada che non conoscevano nemmeno, sorretti dalla fede nel loro Vero Sé” (p. 201).
            Nel corso dei decenni, il Buddhismo è andato diffondendosi in Occidente, sicché quel “viaggio” può essere meno lungo e gravoso sul piano strettamente geografico. Ciò che rimane è il balzo oltre la paura e i dubbi, “nel Vuoto vitale, nell’abisso della Natura Primordiale” (p. 201).

 Pubblicato su Uqbar Love, N. 120, 24 gennaio 2015, pp. 7-8.

martedì 27 gennaio 2015

Tre amiche al bar

Il locale, in quella piccola città, si può considerare “storico”, dato che è stato riaperto dopo decenni. È stato il fulcro della “vita sociale” in tempi di vacche magre; ora, in un’epoca se non di vacche magre, quantomeno di giovenche sfiorite, alcuni ragazzi pieni di buona volontà l’hanno ristrutturato (un solo piano dei tre originari) e ne hanno fatto un delizioso caffè-ristorante dall’afflato vintage.
            La neolaureata di venticinque anni è lì per caso. Parla col cassiere senza aver ordinato niente. È solo ripassata, dopo aver fatto fotografie e interviste sulla riapertura del locale storico. Poi, si volta. Perché c’è una voce che lei conosce bene.
            A uno dei tavolini, è seduta una sua professoressa dei tempi del liceo, assieme a una signora che dimostra un’età leggermente superiore alla sua. Chiacchierano amabilmente, accese dalle cioccolate con panna che si sono concesse. La professoressa vede la ragazza: «Oh… ciao, cara!»
Le due amiche al bar diventano tre. La neolaureata sorride e ordina al cameriere una spremuta d’arancia, per far compagnia –non costa troppo e instilla minori sensi di colpa nel suo girofianchi, rispetto alla cioccolata.
            La conversazione ricomincia. La terza ignota si rivela all’ex-studentessa come teologa. La professoressa copre la giovane d’attenzioni: «Stai bene? Mi sembri così… contratta. Non sei più quella di una volta…» La neolaureata fa spallucce: «Per forza… Non sono più una ragazzina…»
Poi, perfettamente disinvolta, comincia a sciorinare fatti e misfatti del suo ultimo anno all’università: la tesi, la singolar tenzone con il correlatore, amori andati e venuti. «Poi, sai… siccome, da qualche tempo, mi sono dichiarata bisessuale…»
            La professoressa ha un lievissimo soprassalto: «Come? Questo non me l’avevi mai detto…» «Beh… non l’avevo ancora capito nemmeno io…»
            La teologa ascolta. Poi, oculatamente, fa qualche domanda: «E… questo ti ha creato qualche problema? Col fidanzato…?»
            «No, per nulla» replica la ragazza, sorseggiando la spremuta. «Lui sa tutto. Sono stata assolutamente trasparente. A prescindere dalle mie tendenze, sono fermamente monogamica, con gli uomini o con le donne che sia». (Sì. Esiste anche gente fatta così. Ce ne scusiamo col rispettabile pubblico). La teologa si tranquillizza.
            «Beh, ma non è mica molto normale!» aggiunge l’insegnante, ancora stupita. «Capirei se mi dicessi: mi piacciono le ragazze… Ma così… Anche perché, banalmente, ciò che si può fare con un uomo non si può fare con una donna e viceversa…» Allude a un’impossibilità anatomica, non a un divieto morale, ovviamente. La venticinquenne lo sa benissimo. Fa spallucce un’altra volta. «Il mio caso è la minoranza della minoranza. Non so che farci… è così».
            Il discorso verte su un macello verbale avvenuto sulla bacheca Facebook della giovane, in occasione del Transgender Day Of Remembrance 2014. Un suo contatto, palesemente disinformato sull’effettivo significato socio-esistenziale della questione, ha risposto a un post commemorativo con uno sberleffo. La ragazza non era connessa, al momento del fattaccio, e non ha potuto moderare immediatamente lo scontro. «Un mio amico, che è gay e transgender, mi ha accusato di “lasciar scrivere cose schifose a quel tizio” sulla mia bacheca…» «Ma non gli hai spiegato che non puoi mica esser sempre su Facebook a controllare?» risponde la professoressa. «O forse… il tuo amico è geloso di te per via di quel tizio?» La venticinquenne fa tanto d’occhi: «Lui geloso di me? No, questo è assolutamente impossibile…» «Come no? Non sei tu quella a cui va bene tutto… magari, anche un gatto, già che ci siamo…»
            (La ragazza sospira. Sì, nutre un borghesissimo feticismo per quelle deliziose creature, ma non ha mai avuto intimità con loro, né conta d’averne in futuro. Gli umani con gli umani e i felini coi felini. Si concede ancora questo rimasuglio di specismo).
            «Sarei io a non andar bene per lui…»
Neppure si scalda. Sa che la sua professoressa è ingenua, non maligna. In questo genere di situazioni, adotta una filosofia alla Saint-Exupéry: Bisogna sempre spiegargliele le cose, agli etero. Del resto, il suo coming out è ancora troppo recente, perché lei possa sentirsi inacidita e indurita dall’ostracismo. Ci sarà tempo anche per quello. O forse no.

Eravamo tre amiche al bar… e volevamo capire il mondo.

La maschera e il volto

"Non chiunque mi dice: Signore, Signore, entrerà nel regno dei cieli, ma colui che fa la volontà del Padre mio che è nei cieli. Molti mi diranno in quel giorno: Signore, Signore, non abbiamo noi profetato nel tuo nome e cacciato demòni nel tuo nome e compiuto molti miracoli nel tuo nome? Io però dichiarerò loro: Non vi ho mai conosciuti; allontanatevi da me, voi operatori di iniquità."

Mt 7, 21-23.

domenica 25 gennaio 2015

Ubi minor...

“In quel tempo, Gesù disse: «Ti benedico, o Padre, Signore del cielo e della terra, perché hai tenuto nascoste queste cose ai sapienti e agli intelligenti e le hai rivelate ai piccoli. Sì, o Padre, perché così è piaciuto a te. Tutto mi è stato dato dal Padre mio; nessuno conosce il Figlio se non il Padre, e nessuno conosce il Padre se non il Figlio e colui al quale il Figlio lo voglia rivelare…»”


Mt. 11, 25-27


Una follia

“«In tal modo, torniamo nuovamente alla distruzione dell’Anello», disse Erestor, «e senza aver fatto alcun passo avanti. Quale forza abbiamo per trovare il Fuoco ove esso fu forgiato? È la via della disperazione… della follia direi, se la profonda saggezza di Elrond non me lo impedisse».
            «Disperazione o follia?», disse Gandalf. «Non è disperazione, perché la disperazione è solo per coloro che vedono la fine senza dubbio possibile. Non è il nostro caso. È saggezza riconoscere la necessità quando tutte le altre vie sono state soppesate, benché possa sembrare follia a chi si appiglia a false speranze. Ebbene, che la follia sia il nostro manto, un velo dinanzi agli occhi del Nemico! Egli è molto saggio e soppesa ogni cosa con estrema accuratezza sulla bilancia della sua malvagità. Ma l’unica misura che conosce è il desiderio, desiderio di potere, ed egli giudica tutti i cuori alla stessa stregua. La sua mente non accetterebbe mai il pensiero che qualcuno possa rifiutare il tanto bramato potere, o che, possedendo l’Anello, voglia distruggerlo. Questa dev’esser dunque la nostra mira, se vogliamo confondere i suoi calcoli».
            «Almeno per qualche tempo», disse Elrond. «È necessario che la strada sia percorsa, ma sarà molto difficile. Né la forza né la saggezza ci condurrebbero lontano; questo è un cammino che i deboli possono intraprendere con la medesima speranza dei forti. Eppure tale è il corso degli eventi che muovono le ruote del mondo, che sono spesso le piccole mani ad agire per necessità, mentre gli occhi dei grandi sono rivolti altrove».”


Da: J. R. R. Tolkien, Il Signore degli Anelli, edizione italiana a cura di Quirino Principe, Milano 2003, Bompiani, p. 352.

Sancta fragilitas

“«Vedete, Maravì, l’amore è un rapporto, non un possesso. E un rapporto è reciproco e libero, non si impone. Né si può pretendere che duri nel tempo: può durare oppure essere brevissimo. Ma nel momento in cui si attua realizza la libertà di tutti e due gli amanti. Il possesso invece dura anche tutta la vita, ma uno dei due è schiavo». E dopo una pausa soggiunse: «Vedete quelle orme che si perdono verso la valle? sono di qualcuno che se n’è andato. Ma potrebbe anche tornare. E se torna, è perché lo vuole».” 



Da: Laura Mancinelli, “I dodici abati di Challant”, in: I dodici abati di Challant. Il miracolo di santa Odilia. Gli occhi dell’imperatore, Torino 1995, Einaudi, p. 84.

sabato 24 gennaio 2015

Madonne nere

Notre-Dame de Montserrat (XII sec.)
Sono maestose, affascinanti. E, soprattutto, oscure. Quelle che Petra van Cronenburg chiama Madonne nere (Roma 2004, Edizioni Arkeios) sono soltanto quelle scolpite dal 1050 circa fino al XIII secolo, ritrovabili in numerose località della Francia e lungo il cammino verso Santiago de Compostela.
            Petra van Cronenburg si è laureata in teologia all’Università di Tubinga. Ha gestito per anni un’agenzia giornalistica, interessandosi di medicina naturale e di metodi sperimentali di diagnosi. In Polonia, ha collaborato a un film-documentario sulle donne del posto. È autrice di un libro sul “mistero di Mont St. Odile”, ovvero sui legami tra le leggende che circondano questo monastero alsaziano e i culti precristiani. Si occupa di media e di progetti per il web. Tutte queste esperienze si ritrovano nel suo volume sul culto delle Vergini scure.
            Il loro periodo di massima fioritura è collocato dalla van Cronenburg dal X fino all’XI secolo, ma il maggior numero delle statue pervenute a noi è databile al XII secolo. Un fenomeno dell’arte romanica e del primo gotico, dunque. Le altre “Madonne nere” sarebbero imitazioni o dovute a colorazioni non originarie.
            Sono “Vergini in maestà”, rappresentate come potenti regine. Le loro mani palesemente sovradimensionate le connoterebbero come figure in grado di trasmettere potere o di proteggere. Il Bambino che reggono sulle ginocchia, in realtà, ha le fattezze di un uomo adulto in miniatura. Sono coronate e riccamente ammantate. Oltre al nero, i loro colori sono l’oro (come avviene per tutte le immagini collegate all’idea di eternità), ma anche il rosso e il verde. La van Cronenburg connette il rosso con l’amore divino e la regalità, ma anche con le bacche di agrifoglio, simili al sangue mestruale e frutti della pianta sacra alla dea Hel (la divinità nordica degli inferi). L’agrifoglio, il biancospino e il sambuco (tutti sacri a dee precristiane) sono per l’appunto protagonisti delle leggende sulle apparizioni di Madonne nere. Il verde è quello della terra fertile, dei germogli, delle candele della Candelora –considerate apportatrici di salute. Il 3 febbraio, per l’appunto, è anche il giorno in cui diverse Madonne nere sono festeggiate nel folklore. Abbinato al verde, il nero delle Vergini in trono può dunque essere letto come il colore del sottosuolo, della morte da cui il seme rinasce.
            Queste immagini sono scolpite in cedro, non intaccabile dai parassiti e, pertanto, segno di eternità e vita ultraterrena fin dai tempi in cui esso accoglieva le mummie egizie. In cavità ben nascoste nel loro corpo di legno, le Madonne nere hanno custodito a lungo reliquie come i “capelli di Maria” o le “pietre di Iside”. Le loro sedi erano nelle cripte, dove i pellegrini dovevano scendere affrontando le paure da sempre collegate all’oscurità. Nelle chiese dove queste cripte si trovavano, non era difficile rinvenire fonti d’acqua sotterranee (cui era spesso attribuito il potere di resuscitare i neonati per il tempo necessario a battezzarli). La van Cronenburg ricorre anche alla radioestesia e alla geobiologia, per spiegare quali genere di “energie” incontrassero i pellegrini, incedendo in una di tali chiese. L’autrice porta a esempio la cattedrale di Strasburgo, dove un pilastro posto a nord (nei pressi dell’ingresso) rappresenta una Vouivre. Drago femminile del pantheon gallico, avrebbe posseduto il “terzo occhio” della saggezza e la sua raffigurazione avrebbe contrassegnato i luoghi d’incontro fra il cielo e la terra, ovvero quelli in cui si trovavano acque sotterranee. (Ciò non può non ricordare le donne-pesce di cui gli scultori fecero profusione sui capitelli romanici). La van Cronenburg accosta gli accorgimenti medioevali nella scelta dei siti delle chiese al noto Feng Shui. L’unione fra “le energie del cielo e quelle della terra” che si verificherebbe nei punti contrassegnati da Vouivre, ninfe e figure miste fra l’uomo e il pesce realizzerebbe l’ “eterno androgino”, ovvero l’unità originaria di tutti gli inizi. Ciò spiegherebbe le fattezze, per l’appunto, androgine che contrassegnano le Madonne nere.
           
Notre-Dame de Rocamadour (XII sec.)
Esse affascinarono gli amanti cortesi, che vissero nell’amore carnale questo mistero della fusione tra maschile e femminile e si rifugiarono non di rado nelle radure e nei boschetti che erano antichi luoghi sacri. Notre-Dame de Rocamadour fu venerata da Eleonora d’Aquitania (1122 – 1204), mecenatessa dei trovatori –ma anche da S. Bernardo di Chiaravalle (1090 – 1153). La van Cronenburg dedica diverse pagine alla sua esperienza mistica del “miracolo del latte”, che sarebbe avvenuto nella cripta della chiesa di Saint Vorles durante la notte di Natale e il solstizio d’inverno. La visione della Madonna che dà inizio alla nuova vita spirituale del giovane grazie al proprio latte materno è collegata dall’autrice a quanto abbiamo detto circa le fonti d’acqua e il ciclo di morte-vita, centrali tanto nei culti delle dee precristiane quanto in quelli delle Vergini romaniche.
            Il saggio non trascura neppure il mondo pre-islamico, con la nota Pietra Nera venerata in quello che fu il luogo di culto della dea Al’Lat. Anche qui, si rinviene una fonte, quella di Zemzem, che sarebbe stata scoperta dalla biblica Agar: madre di Ismaele, figlio di Abramo, e quindi progenitrice degli Arabi.
            Il cammino spirituale possibile nelle chiese e nelle cripte delle Madonne nere sarebbe poi stato ripercorso dagli alchimisti, che avrebbero cercato di riprodurre materialmente nei propri esperimenti quel genere di unione vissuto dai mistici e dagli amanti cortesi.
            La ricchezza di significati multiculturali e multireligiosi della Vergine scura ne ha fatto –come mostra la van Cronenburg nel capitolo finale – il modello per la “Madonna del millennio”, con un’estesissima fortuna anche sul web.

Riferimenti tratti da: Petra van Cronenburg, Madonne nere, (“La via dei simboli”), Roma 2004, Edizioni Arkeios, 221 pp. [Traduzione italiana di: Schwarze Madonnen, 1999, Heinrich Hugendubel Verlag Kreuzlingen/München (Sphinx). Tradotto dal tedesco da Teresa Galiani].
  

Pubblicato sul N. 119 del settimanale Uqbar Love (24 gennaio 2015), pp. 6-7.



mercoledì 21 gennaio 2015

Il sottile inganno - 3

“Un’antica massima Zen dice che restare attaccati alla propria illuminazione è una malattia in tutto simile al possesso di un ego eccessivamente attivo. In effetti, più è profonda l’illuminazione, più grave sarebbe questa malattia. Nel caso di Yaeko io ritengo che i sintomi più evidenti sarebbero dovuti scomparire nel giro di due o tre mesi, quelli meno evidenti, nel giro di due o tre anni e quelli più insidiosi, entro sette o otto anni. Tali sintomi sono meno gravi in chi possiede un animo gentile come Yaeko, ma in alcune persone sono veramente ripugnanti. Coloro che praticano lo Zen dovrebbero guardarsene con cura. La mia stessa malattia è durata circa dieci anni. Ahimè!”




Da: Philip Kapleau, I tre pilastri dello Zen, (“Civiltà dell’Oriente”), Roma 1981, Ubaldini Editore, p. 296.

Lettera aperta a donna Prassede

Cara donna Prassede, 

mi rivolgo a te pensando a una moltitudine. Perché ci sono “donne Prassedi” maschi e femmine, vecchie e giovani, frustrate e di successo, insipide e affascinanti, umili e altolocate, cristiane, atee e perfino buddhiste, come fa intuire Philip Kapleau. Sotto tutte queste forme hai incrociato la mia strada, sia pur durante una vita breve. Per questo, credo di potere – e dovere – parlarti a chiare lettere.
            Di te, si può dire che non sei ipocrita. Non fai nulla per apparir migliore di quel che sei. Agisci d’impulso e (come bene afferma Antonia Pozzi) l’impulsivo non può essere insincero. Sei tanto trasparente che è fin troppo facile disgustarsi di te – o esserti grati. La povera Lucia Mondella deve aver provato entrambi i sentimenti.
            Sei ottimista, anche. Ti muovi perché credi che il tuo intervento sia efficace nel migliorare le condizioni di vita altrui. Non sarai mai qualunquista o nichilista, se non forse a prezzo d’una cocentissima delusione da cui la tua cocciutaggine tende a immunizzarti.
            Di te, Manzoni dice che hai poche idee. Ho conosciuto, in realtà, anche “donne Prassedi” di buona cultura, con gli scaffali pieni di libri disparati. Ma, con le loro “cugine” meno istruite, avevano in comune almeno una cosa: i chiodi fissi. Tutte ce l’avevano a morte con qualcosa o qualcuno in cui vedevano la radice di ogni male. Inutile dire che non trovavano mai questa radice in sé.
Ogni loro sentimento o rapporto era condotto sotto l’ala  ombrosa del chiodo fisso. In ogni amicizia, corrispondenza, storia d’amore – per quanto sincera – non potevano fare a meno di vedere uno strumento della loro battaglia. “Avvicinare XY al partito/movimento/religione/circolo/ambiente è stata una grande vittoria!” Diciamo pure che questo tuo aspetto, cara donna Prassede, è francamente disgustoso. Le persone ridotte a pedine. Poco importa che tu lo faccia “per il loro bene”. Stai comunque agendo di straforo in una rete di esistenze di cui non conosci a sufficienza la complessità. Per difendersi dalla tua benevola invasione, le tue stesse figlie hanno dovuto imparar l’arte dell’omissione. Davanti a te, perfino un angelo di schiettezza e ingenuità si trasformerebbe in volpe e leone. L’istinto di autodifesa lo richiede.
            Certo, ci sono anche le Lucie consenzienti, che si rifugiano fra le tue materne braccia perché non sanno più dove andare a battere il capo. Quando si vedono crollare tutte le proprie sicurezze, una donna Prassede sembra manna dal cielo. E tu, per le Lucie derelitte, ti prodighi ben oltre il tuo dovere. Senza di loro, ti sentiresti vuota. Per questo, quando l’uccellino ferito torna a volare, conservi un fondo di rancore. Sarebbe una gloria, per te, se quell’uccellino seguisse le rotte da te tracciate. Ma non lo fa. Egli – povero scioccherello! – ha il torto d’avere passioni e pensieri diversi dai tuoi. Non vuol più saperne d’essere il tuo prodotto, come quando era alla tua mercé. E, per questo, lo chiami infido, incostante, cieco. “Perché non segue i voleri del cielo?” Perché quel cielo – come dice Manzoni – è solo il tuo cervello.

            Per il debito che, comunque, ho con tutte voi, mie “donne Prassedi”, vi scrivo questo. Perché non vi affanniate a combattere un male che voi stesse avete creato, con le vostre proiezioni mentali. E anche per il bene delle Lucie che càpitano nelle vostre mani… Il ferro del chirurgo non è un gingillo adatto a voi.

Il sottile inganno - 2

“Chi pensa di essere buono e compassionevole non possiede nessuna di queste qualità. Il fatto che voi non siate più cosciente di questi sentimenti dimostra quanto profondamente essi siano radicati in voi.
            Vi sono molte persone che passano la vita ad aiutare i bisognosi e a sostenere quei movimenti che si propongono il miglioramento della società. Questo fatto non dovrebbe essere disconosciuto. Ma la loro ansia radicale, causata dalla falsa opinione di sé e dell’universo, non trova conforto e tormenta il loro cuore privandoli di una vita ricca e felice. Coloro che sostengono e si impegnano in tali attività di miglioramento sociale si considerano, consciamente o inconsciamente, moralmente superiori e perciò non si preoccupano di purificare la propria mente dall’avidità, dall’ira e dai pensieri sorti dall’illusione. Ma viene il momento in cui, spossati dalla loro incessante attività, non possono più nascondere a se stessi la loro ansia nei riguardi della vita e della morte. Allora cominciano a chiedersi seriamente perché la vita ha perso significato e interesse. E per la prima volta si domandano se invece di darsi da fare per salvare gli altri, non debbano in primo luogo salvare se stessi.” 


Da: Philip Kapleau, I tre pilastri dello Zen, (“Civiltà dell’Oriente”), Roma 1981, Ubaldini Editore, p. 151.

La Dea Satira


Maledizione

“Non presso chiari fiumi
ma in riva a tristi fossati
sostammo
dove immerger le mani
era smarrirle
sotto la mota
pullulante dal fondo –

Ed il verde degli olmi
era lucente
nella calura –
erano freschi i fiori
di prato –
e d’altri fiori s’illudeva
strenuo
il cuore.

Ma quell’acqua fangosa traversava
la via –
quell’odore corrotto solcava
l’alito della nostra tenerezza
dolente –

né potevamo noi sventare
quella maledizione della terra –
né potevamo soffocare
la voce arcana
piangente
–siete perduti –

12 maggio 1933”



ANTONIA POZZI

domenica 18 gennaio 2015

M5S contro Sblocca-Italia. La battaglia per il territorio bresciano


Il 16 gennaio 2015, nella Sala Civica del Comune di Manerbio, ha avuto luogo un incontro informativo organizzato dal MoVimento 5 Stelle di Manerbio, Orzinuovi, Roccafranca e Isorella. Sono intervenuti Ezio Corradi, vicepresidente del Coordinamento Comitati Ambientalisti Lombardia, e Andrea Fiasconaro, Consigliere del M5S in Regione Lombardia e segretario della Commissione Permanente “VI Commissione – Ambiente e protezione civile”.
            L’incontro riguardava le ricerche di petrolio e i depositi artificiali di metano realizzati da tempo in Lombardia e che il decreto Sblocca-Italia, emanato dal governo Renzi, promette di infittire. Secondo l’assessore regionale all’Ambiente, Claudia Terzi, gli impianti di stoccaggio del gas aumenterebbero il rischio di terremoti. Il timore è causato dai risultati cui è pervenuta la commissione ICHESE (International Commission on Hydrocarbon Exploration and Seismicity in the Emilia Region), che ha indagato il nesso fra il recente terremoto in Emilia-Romagna e la presenza in loco di attività di coltivazione di idrocarburi e di produzione di energia geotermica. Come recitano le linee guida stabilite dal Ministero dello Sviluppo Economico (24 novembre 2014), la commissione ha trovato opportuno che le suddette attività siano costantemente monitorate tramite reti ad alta tecnologia. Secondo Corradi, tuttavia, il monitoraggio non sarebbe ancora stato messo in atto, così pure come non vi sarebbe un controllo delle emissioni dai depositi di stoccaggio. L’accusa da lui rivolta a nome dei comitati ambientalisti è di pericolosità (rischio di incendi), assenza di quei piani di emergenza esterni voluti dalla direttiva Seveso III (D. L. 17 agosto 1999, n. 334) e inutilità sostanziale di nuovi stoccaggi di metano, in anni in cui il fabbisogno sarebbe ampiamente calato. La problematica è particolarmente sensibile in aree come quelle di Brescia e Cremona, intensamente abitate, con edifici storici da preservare e sedi di occasionale attività sismica. La relazione di Corradi citava, in particolare, i depositi di Capriano del Colle (solo progettato) e di Bordolano (già operativo). Non ultima è la preoccupazione per l’inquinamento delle falde acquifere impiegate nell’irrigazione. 

            Fiasconaro ha ricordato l’impegno del M5S in Regione Lombardia per far ottenere il rispetto del principio di precauzione e la verifica dei rischi sismici. Il MoVimento mira anche a far abrogare l’art. 38, comma 4 del decreto Sblocca-Italia. Esso impone alle Regioni di terminare entro il 31 marzo 2015 i procedimenti di valutazione dell’impatto ambientale delle attività di ricerca ed estrazione di idrocarburi. Dopodiché, la relativa documentazione andrebbe ceduta al Ministero dell’Ambiente.

            Il M5S ha dichiarato apertamente di volersi impegnare per la corretta informazione dei cittadini e il rispetto del loro diritto a decider le sorti del territorio in cui abitano.

Il sottile inganno

“A rigor di termini, persino il Bodhisattva Kannon si può dire che è attaccato alla compassione, altrimenti sarebbe un Buddha libero da ogni attaccamento. Chi si lascia ossessionare dall’idea di aiutare gli altri si sente costretto a recare aiuto a quanti potrebbero farne invece a meno. Consideriamo una persona povera che conduce una vita semplice. Offrirle delle ricchezze inutili al suo modo di vivere la porterebbe alla rovina. Questo non sarebbe affatto amore. Un Buddha è compassionevole, ma non è ossessionato dal desiderio di salvare gli altri.”




Da: Philip Kapleau, I tre pilastri dello Zen, (“Civiltà dell’Oriente”), Roma 1981, Ubaldini Editore, p. 112.

Amor fati

“Quando dal mio buio traboccherai
di schianto
in una cascata
di sangue –
navigherò con una rossa vela
per orridi silenzi
ai cratèri
della luce promessa.

13 maggio 1937”



ANTONIA POZZI

venerdì 16 gennaio 2015

Oltre la gloria


Per la prima volta a Manerbio, Sergio Rubini ha presentato un monologo in occasione del centenario dell’entrata dell’Italia nella Grande Guerra. Questa è stata una tappa della tournée dell’attore in area bresciana. Il 9 gennaio 2015, nel Teatro Politeama, la sua voce ha fatto rivivere un estratto dei diari di Giulio Douhet (Caserta, 30 maggio 1869 – Albano, 14 febbraio 1930). Lo spettacolo era intitolato Oltre la gloria. Gli scritti in questione sono raccolti, insieme ad altri, sotto il titolo La 5^ divisione alpina sul fronte della Valcamonica.
Noto per la sua attenzione al ruolo dell’aeronautica militare e al suo raffinamento tecnico, Douhet compare qui come capo di stato maggiore. I brani letti da Rubini sono relativi a ciò che avveniva sul Passo del Tonale, dopo che l’Italia era entrata in guerra contro l’Austria. Con la forza polemica e l’acume che gli sarebbero costati un anno di fortezza a Fenestrelle, Douhet denunciò a più riprese le negligenze, l’impreparazione e l’eccesso di burocrazia che –a suo dire – causarono più morti che non gli scontri armati in sé. “Per risparmiare munizioni, si gettano via gli uomini” è il riassunto delle critiche accorate.
            Douhet dimostra molta perizia tecnica nel descrivere la gestione dell’esercito e ancor più nel suggerire rimedi concreti alle inefficienze. Ma, al cuore di tutto questo, si ritrova quella che egli chiama “la conoscenza dell’elemento uomo”. Oltre la gloria  e il profitto personale, Douhet vede, sempre e comunque,  esseri umani. Questi esseri umani sono i soldati di cui l’autore “saggia il polso”, per scoprire le cause della loro “febbre”. La voce di Rubini ha ridato vita alle sue osservazioni sui caratteri, le parlate e gli umori di chi si trovava a tu per tu con la morte. Il monologo, senza altro ausilio che quello degli intermezzi musicali, ha dipinto la fiducia tradita dei soldati al fronte, la negazione delle visite dei loro cari (riservata a rari privilegiati) e la consapevolezza di morire per negligenza altrui. Douhet invita Cadorna a un esame di coscienza e non ne condona uno a se stesso, ricordando di essere stato un sostenitore dell’entrata in guerra. Non ha poi pietà per gli sciacalli, i profittatori di guerra, la stampa superficiale e gli intellettuali interventisti che, “fra sigarette e stravizi”, trovarono “naturale” farsi difendere dai contadini.
            Ancora al giorno d’oggi, a una platea immersa nel buio, la pietà profonda di Douhet e la voce efficace di Rubini hanno reso presente che “morire è una cosa assoluta”.

Attenti al lupo mannaro


La vulgata vuole che i lupi mannari diventino tali solo in seguito al morso di un loro simile. Giusto. La violenza è figlia di altra violenza. Se vi rivolgerete a un criminologo, probabilmente vi spiegherà che, alle radici di molti comportamenti delittuosi, c’è l’esperienza di un sopruso, intorno al quale il soggetto ha costruito una visione della società basata sulla necessità della violenza per sopravvivere.
            Il mostro è, prima di tutto, una vittima.
Però, attenzione, crocerossini improvvisati e aspiranti martiri: questa vittima ha zanne e artigli. Questa vittima ha un lato feroce che esplode regolarmente e ineluttabilmente. Non è cosa che possiate fermare con le vostre carezze. Lasciate fare a chi padroneggia sortilegi e pallottole d’argento.
            Ma a voi, vittime innocenti del vostro buon cuore, non si può realmente rimproverare alcunché. A farmi vomitare sono altri: i pietisti in cachemire che cinguettano sui poveri lupacchiotti, fra un cocktail e una sciarpa di seta. A sentir loro, avrebbero una soluzione a tutto. Loro sono gli Eletti e voi, poveracci minacciati, mutilati e uccisi, avete torto ad aver paura e a dar la caccia alle belve umane… in fondo, sono vostri simili.

            Ebbene, voi Superiori: se siete stati scelti dai numi per salvare l’umanità dal Male, uscite dai vostri salotti. Scendete nel buio della foresta, dove lasciate volentieri i barbari a lottare per se stessi e per voi. Credo proprio che, a un certo punto, di quella sana pallottola d’argento sentirete la mancanza.

giovedì 15 gennaio 2015

La profezia di Frollo

“La scrittura a mano è inadatta alle esigenze del mondo moderno” biascica Tizio, leggendo un articolo di giornale sulla diffusione dei computer nelle scuole.
            Io taccio. E prendo la penna stilografica. Ne ho due. Con la più fine, scrivo le mie lettere, talvolta imbevute di profumo. Sulla mia scrivania, invece, ci sono quelle che ho ricevuto –ciascuna tanto cara che avrebbe potuto essere stata scritta col sangue. Nel mio cassetto, c’è un pennino comprato a Firenze, con tanto di fiammante penna d’oca. Forse sintetica. Ma il proprio dovere lo fa.
Con una penna stilografica, vergo queste righe, che si tradurranno poi in kilobyte, per viaggiar più leggere.
            «Questo ucciderà quello» profetizza l’arcidiacono Frollo in Notre-Dame de Paris. Ha di fronte a sé un incunabolo; il suo macabro monito fissa negli occhi la cattedrale gotica, libro in pietra nel quale si è scritta una civiltà e che Victor Hugo conobbe come un quasi-rudere. La profezia di Frollo è sulla pagina di un volume a stampa, ubiquo –come Hugo descrive i suoi simili.
            Oggi, guardo le fotografie della cattedrale di Notre-Dame, bagnata nel quieto splendore del capolavoro. Il suo nemico predestinato –il libro stampato – le ha donato questa nuova vita. Dalla quotidianità al mito.

            Sorrido. E scrivo ANAΓΚΗ, come Frollo nella propria angoscia. Ma, dalla mia penna, ha un significato diverso. 

Fantasmi


Ritualità. Attaccamento alle radici, ai luoghi simbolici, alle date significative. Memoria. Identità. Romanticismo –o vampirismo. Immortale odio o immortale amore. Eterna fissità che è, allo stesso tempo, una fragilità fatale. Chiunque sia vagamente appassionato di romanzi gotici sa che queste sono le caratteristiche di base dei fantasmi.
            La loro esistenza fa parte dell’economia dell’universo. Tutto è impermanente. I fantasmi sono i travolti dall’impermanenza. Per loro, i vivi sono stronzi, perché, nella loro foga e nel loro moto inarrestabile, travolgono tutto quello di cui gli spettri hanno bisogno.
            La morte è insopportabile per chi non riesce a vivere (Cccp).
I fantasmi esistono. Non possono fare a meno di esistere. Se ne rendono conto con costernazione e sorpresa, ogni giorno della loro perpetua notte. Si alzano dai propri letti, per combattere –anche loro – contro una morte: l’oblio, la perdita di identità, l’omologazione. Non vogliono diventare anime perdute.
Esporli al sole del pragmatismo o della razionalità equivale a ucciderli –e lo sanno. ANAΓΚΗ, scriverebbe Frollo.
            Alcuni di loro sono angeli, per i vivi che non sanno (o non amano) vivere. Altri diventano feroci, infestano, dissanguano e divorano. Tutti fanno rabbia disprezzo invidia riso paura meraviglia schifo

Nella luce accecante

Della loro realtà.