mercoledì 23 dicembre 2015

La vergine di ferro - III, 5



Parte III: Il filo di Arianna

5.



Primo Flashback
«Ciao, Nilde. Vado a vedere come sta andando il corso di mnemotecnica, nella sede dell’associazione» salutò Ario, indossando il soprabito.
«Ciao, zio. Mi raccomando, non scordarti la candeggina» rispose la ragazza, con una vena maligna.
L’altro si voltò, accigliato. «Che c’entra?»
Nilde rilasciò uno studiato sospiro: «Eternal sunshine of the spotless mind… I cervelli vanno sbiancati per bene».


Ario si voltò. Per una volta, non riuscì a contenere una vampa d’ira. Un nervo pulsava, sulla sua fronte bruna. «Adesso, ripeti bene quello che hai detto».
«Ho detto» riprese lei, con una cadenza quasi musicale «che la tua cara Associazione Lotus, che tu presiedi, offre corsi di mnemotecnica come pretesto per rincretinire gli allievi con sessioni interminabili di video, musiche e un’alimentazione magra che toglie loro lucidità ed energie. Ho detto che il tuo mestiere, praticamente, consiste nel fare il lavaggio del cervello a pagamento, a persone impressionabili e senza fiducia in se stesse, che diventano puntualmente i tuoi fedeli galoppini. Me ne sono accorta leggendo i tuoi libri».
Ario la fissò. Qualcosa di terribile balenava dietro le sue iridi scure.
«Ti piace mettere in giro queste stupidaggini?»
Nilde sospirò, con languore di gatta: «Pensavo di spiegarle ad Amedeo, dato che sta cominciando a interessarsi al corso».

[Continua]

Pubblicato su Uqbar Love, N. 164 (24 dicembre 2015), p. 26.

venerdì 18 dicembre 2015

La vergine di ferro - III, 4



Parte III: Il filo di Arianna





4.


Nilde attendeva con spasmodica freddezza, ai piedi della “Lavandaia” di Borgo Ticino. Ancora una volta, calava il crepuscolo. Se lei aveva intenzione di tornare a curiosare in quei luoghi, non l’avrebbe fatto molto più tardi.

            E, infatti, ecco una figura biancovestita risalire dal Ponte Coperto e avviarsi verso la statua. Nilde rimase volutamente immobile. Indossava lo stesso abito nero e vaporoso della sera precedente, quando l’esaltata immaginazione di Isabella l’aveva scambiata per un fantasma.

            L’altra procedeva timorosa, ma costante. Sembrò esitare e meditare la fuga, quando fu vicina alla “Lavandaia”. Poi, in uno slancio, vinse l’ultima paura. Nilde se la ritrovò davanti, con i chiari occhi sbarrati e il volto contratto in una maschera di terrore.


            «Perdonami…» la pregò, mentre grevi lacrime cominciavano a piombarle sulle guance. «Io… non avrei voluto essere gelosa di te e Amedeo… Ti giuro… mi sono pentita… d’aver pensato che… dopo la tua morte… No, non avrei voluto davvero che ti succedesse un incidente, non l’ho mai pensato!»

            Nilde rimase ad ascoltarla, intenta come un confessore. Palesemente, Isabella continuava a credere che lei fosse un’apparizione d’oltretomba, alla quale – per salvarsi – si poteva soltanto ammettere ogni segreto dell’anima.

«Però… ti prego… lascia andare Amedeo, adesso» singhiozzò ancora l’altra. «Mi hai punito abbastanza. E lui non… non ha fatto niente di male…»

            Finalmente, la ragazza nerovestita si concesse un sorriso di dolcezza. «Sei tu a dovermi aiutare a ritrovare Amedeo» rispose, con voce carezzevole e malinconica. Isabella smise d’improvviso di piangere. Udire la voce del “fantasma” aveva spezzato qualcosa, nel suo stato d’incantamento.



[Continua]


Pubblicato su Uqbar Love, N. 163 (17 dicembre 2015), p. 24.

giovedì 17 dicembre 2015

Per non dimenticarti



Senza memoria, non c’è cultura. Un ritornello che parte dai miti greci e arriva nella quotidianità manerbiese. Per avere un tessuto di letteratura locale, per l’appunto, è indispensabile ricordare chi è stato generoso di versi e prose. Come Memo Bortolozzi (1936-2010). 

            Il 14 novembre 2015, è andato in scena al Teatro Civico di Manerbio (ormai intitolato proprio al poeta) lo spettacolo “Pèr mia desmentegàt” (= “Per non dimenticarti”). Una serata di satira o, meglio, di satura: una pirofila colma di ogni pietanza letteraria tratta dal repertorio di “Chèi dè Manèrbe”, la compagnia teatrale locale. Ad arricchire ulteriormente l’offerta, si sono aggiunti due gruppi folk della provincia bresciana: “I Cantùr dè Örölaècia” e “I Màcc dè le ùre”. La direzione era toccata ad Angela Maria Bortolozzi, sorella dell’autore.
            Lo spettacolo è stato inaugurato da un prologo a metà fra realtà e impossibilità: Daniela Capra ha recitato un difficile soliloquio, in cui dialogava con l’ombra del Memo ed evocava la presenza dei suoi amici, dei primi attori delle sue commedie. Daniela stessa è figlia di una compianta stella del teatro manerbiese, Piera Fiorini.
            La locandina prometteva emozioni “dólse, salàde e ‘mpeeréte” (= “dolci, salate e piccanti”), come recita il titolo di una raccolta poetica di Bortolozzi. Il primo tempo è stato dedicato ai sapori languidi o moderatamente frizzanti. I versi del Memo hanno ricordato ai presenti la fatica e la bellezza del fare “Poezìa ‘n dialèt”, o la sensazione di fare un “Viàs an foresterìa” passando davanti a vetrine dai nomi esterofili. Perché la lingua non è neutra: è espressione di un mondo e di un modo di vivere, come ha ricordato il presentatore Nicola Bonini.
            Il caleidoscopio è proseguito, con la piazzetta dove giocavano i bambini nell’era pre-PlayStation, i colori dell’anima, le parole di una persona amata che sono come preziosi chicchi di melograno. L’introspezione del Memo è risuonata ironica come sempre, con l’autoritratto di “un gran bel ragazzo di cinquant’anni”, la paura di dipendere “dai cretini e dai ruffiani”, una trottola immaginaria che sanciva la complicità col nonno.
            Non è mancata, naturalmente, la presenza di Luigi Damiani, compositore di musiche per “Chèi dè Manèrbe”. La sua voce baritonale e il suo pianoforte hanno eseguito “La cansù dè Burtulì”.
            A sorpresa, sul palco, scoppiettavano le “šmelegösie”, scioglilingua e pensieri sparsi del Memo.
Il programma comprendeva anche assaggi di altri scrittori manerbiesi. Una neolaureata ha proposto un breve collage poetico di immagini care al Memo, “Chèl che l’è restàt”. Sua era anche una scenetta dialettale tratta da una barzelletta: satira degli aggeggi elettronici che sembrano aver sempre più spazio nei rapporti umani. Un più maturo autore ha denigrato “I viàs de cèrta zènt”, fatti solo di alberghi e di donne, e ha rimpianto di non esser più giovane, “Adès” che i desideri di una vita sono realizzati.


            Un “bollone rosso” è stato poi presentato al pubblico, per avvisarlo che sarebbero cominciate le emozioni “ ‘mpeeréte”. Un’elegantissima signora ha declamato la Storia della Scorreggia”, un’esperienza che caratterizza l’umanità, a partire dai personaggi più illustri. Il gran finale è stata un breve “atto unico” del Bortolozzi: “Fermàda dè la coriéra”. A metà della tratta Brescia-Cremona, diversi esemplari di umanità si sono incontrati, coi rispettivi assilli. Niente come gli orari e la fretta, per l’appunto, sembrano esternare ciò che sta più a cuore.
            La conclusione, a sorpresa, è stata affidata a una poesia composta in onore del Memo: un esemplare di umanità davvero unico, che se n’è andato (come spesso succede) prima di vedersi del tutto riconosciuto.

Pubblicato su Paese Mio Manerbio, N. 103, dicembre 2015, p. 25.

(Non) Giochiamocela



Manerbio come Las Vegas? Il paragone con la capitale ideale del gioco d’azzardo è forse pittoresco. Ma la crescente diffusione della cosiddetta ludopatia, in Lombardia, è reale. Per questo, le associazioni manerbiesi hanno organizzato tre incontri per la giornata del 12 novembre 2015, intitolata “Giochiamocela!”

            Alla mattina, presso l’aula magna dell’ I.I.S. “B. Pascal”, sono stati riuniti gli allievi dell’istituto. Proprio dal loro impegno sono nati i video proiettati durante la mattinata: “Ludopatia, una piaga sociale” e “Il gioco è bello quando dura poco”.


            È poi intervenuto il dott. Simone Feder, psicologo e responsabile della Casa del Giovane di Pavia. Feder ha raccontato di ragazzini ormai costretti a fare i “genitori” dei propri genitori, di mogli che volevano bloccare i conti dei mariti, o di adolescenti catturati dai giochi on line. La connessione sempre disponibile via cellulare è il Galeotto di questa “passione”. Non sarebbero immuni nemmeno i minorenni, dunque: non solo per via del telefonino, ma anche a causa delle scommesse sportive. Non andrebbero trascurati neppure i Gratta & Vinci. Le slot machine fanno parte dell’arredamento in ogni sorta di locali pubblici e il web offre anche giochi d’azzardo per bambini. L’intervento di Feder è terminato con un video realizzato da una classe dell’ I.T.C.T. pavese “A. Bordoni”: “Non giocarti i tuoi affetti”.

            Un cortometraggio confezionato dal Politecnico di Milano ha invece puntato sulla matematica, per dimostrare che le grandi vincite sono quasi impossibili.

            È stato poi il turno del dott. Paolo Crepaz, medico dello sport e giornalista, docente di Pedagogia dello Sport all’Istituto Universitario Salesiano Venezia. A lui è spettato illustrare cosa sia il gioco sano: un’attività svolta per passione, che produce e seleziona sinapsi nervose, per attivare le proprie abilità. Viceversa, nell’azzardo, si rinuncia all’uso delle capacità personali. La salvezza dalla ludopatia comincerebbe, dunque, con un aumento dell’autostima.

            Nel pomeriggio, presso il Municipio, Angela Fioroni (membro della Lega delle Autonomie della Lombardia) ha incontrato i sindaci del territorio e dintorni. Lo scopo era discutere su cosa potessero fare i Comuni per combattere l’eccessiva diffusione dell’azzardo. Le difficoltà consistono sia nei limiti delle competenze giuridiche, sia nelle reazioni delle concessionarie del gioco e dei gestori di piccoli esercizi, che arrotondano gli incassi grazie alle slot. Importante sarebbe coordinare le decisioni prese nei Comuni limitrofi, per evitare che i ludopatici aggirino i divieti nel proprio paese spostandosi in quello vicino. Durante l’incontro, sono stati presentati i documenti giuridici degli ultimi anni, che legittimano regolamenti e ordinanze comunali volti ad arginare la pratica del gioco d’azzardo. In particolare, la legge regionale 8/2013 della Lombardia stabilisce le distanze minime dei punti di gioco dai “luoghi sensibili” (scuole, luoghi di culto, impianti sportivi, strutture sanitarie e ricettive, luoghi di aggregazione giovanile). La medesima legge istituisce il coinvolgimento delle ASL nel trattamento della ludopatia, la diffusione di materiali informativi e il sostegno alle associazioni che sensibilizzano sui rischi dell’azzardo.

Le testimonianze dei presenti hanno raccontato di quartieri via via privati di attività commerciali, di riciclaggio di denaro sporco, di microcriminalità legata al bisogno di denaro per nuove giocate.

            Alla sera, la cittadinanza di Manerbio era invitata a radunarsi nell’aula magna dell’I.I.S. “B. Pascal”, per incontrare la stessa Angela Fioroni, Federico Denti (volontario dell’ASL cremonese) e la dott.ssa Abrami M. Angela (psicoterapeuta e responsabile del Nucleo Operativo Alcologia di Leno). Era in programma anche la presentazione delle mobilitazioni cittadine (“slotmob”). Come moderatrice della serata, la locandina prevedeva Flavia Bolis, redattrice del “Giornale di Brescia”.


Pubblicato su Paese Mio Manerbio, N. 103, dicembre 2015, p. 24.