sabato 27 dicembre 2014

Per sempre mi sorriderai



"Sheila dormiva.
Un silenzio ovattato e instupidito regnava in tutta la stanza, mentre una miriade di fiocchi pioveva pigra sulla città sonnolenta, risucchiando ogni suono e rumore. Solo di quando in quando, il lontano rintocco di una campana o lo schiamazzare di alcuni ragazzini restituivano a quell’universo surreale la parvenza di una sotterranea quotidianità.
Nonostante la calda trapunta che l’avvolgeva, arrivando quasi a nasconderle il viso, Sheila fu gradualmente ma perfidamente destata dall’accecante trama luminosa che i candidi muri domestici e la neve, come congiurati, le avevano a poco a poco ordito attorno. Le nebbie di un sonno profondo e oscuro si stemperarono in un torpore diffuso, mentre ella si stiracchiava pigramente sotto le coperte.
Che ora poteva essere? A giudicare dalla luce sfacciata che irrompeva attraverso le finestre (come mai non aveva abbassato le tapparelle?), doveva essere giorno inoltrato.
Le sembrava di aver dormito una vita intera, eppure si rendeva conto che nemmeno due vite le sarebbero bastate per scrollarsi di dosso quella tremenda stanchezza. Sentiva le membra pesanti e avvertiva un impercettibile ma persistente dolore in un punto del capo, come se un sottilissimo trapano continuasse pervicacemente a penetrarvi. Con una smorfia di fastidio si voltò dall’altra parte.
In quella frazione di secondo, nonostante le palpebre ancora grevi e cispose, se ne accorse. Di fronte a lei stava l’ampia e soffice poltrona prelevata anni prima dalla casa della defunta madre, e su di essa stava seduto qualcuno. Riuscì vagamente a distinguere una camicia bianca sbottonata sul collo e un paio di jeans attillati che modellavano un fisico snello ma robusto. Risalendo la figura, le parve di notare le labbra schiuse in un sorriso, la dentatura eburnea resa ancora più vivida dal bagliore del giorno, simile a una fulgida e preziosa collana di perle…il sorriso del suo Mark.
Sheila glielo restituì, inconsciamente. Lo cullava con lo sguardo, osservando come la camicia, che lei stessa gli aveva regalato per l’ultimo compleanno, lo facesse quasi risplendere di luce propria. Il sorriso di Mark… ricordava ancora il primo che le aveva rivolto un piovoso mattino di sei mesi prima, dopo averla aiutata a raccattare la spesa, scivolatale fuori dalla borsa. Era un sorriso destinato a colpire a prima vista: spavaldo ma gentile. Un sorriso che piace.
Sì, fu quello che la fece innamorare di lui. E Mark lo sapeva. Per questo si era ripromesso, un po’ scherzosamente, di dedicare a lei e a lei sola quella sfumatura di sorriso che le rivolse al loro primo incontro, dove le belle labbra dischiuse, ma non eccessivamente, si armonizzavano così delicatamente con le curve degli occhi azzurri spalancati su di lei. In quella magica combinazione di tratti, ella poteva veder riflesso l’avvenire estasiante che, da inguaribile romantica qual era, s’era sempre immaginata. Lo adorava, lo adorava follemente, e non c’era stato momento in cui non avesse voluto dimostrarglielo, lei, timida e solitaria ragazza che solo ora scopriva quanta energia e passione potesse sgorgare dal suo cuore.
Eppure, anche in quegli istanti di dolce e nebulosa spossatezza, in cui contemplava tra le fessure degli occhi il viso dell’amato, le parve di trovarvi un nonsoché di strano… Non sapevo spiegarsi cosa fosse, eppure l’insolita impressione cresceva e la inquietava. Una stranezza che in fondo si era trovata davanti tutti i giorni felici della loro storia, ma che era stata sempre capace di ignorare e solo ora si tingeva di una sfumatura fosca…
Grazie a quella sensazione, ecco che la sua mente stanca cominciò ad assemblare di nuovo alcuni ricordi frammentari, non più antichi della sera prima, quando Mark era rientrato dopo una rimpatriata con vecchi amici portandosi addosso un alone di profumo femminile completamente ignoto.  Allora, qualcosa in lei prese ad incrinarsi. Non le bastavano le spiegazioni fintamente scherzose che si ingegnava di sciorinarle. E nel momento in cui, quasi come un disperato tentativo di salvare la situazione, egli le parò dinnanzi quello stesso travolgente sorriso, Sheila capì.
Capì cosa si celava dietro quei bianchi denti orgogliosamente esposti come trofei.
Il gelo.
Il gelo brillante e seducente che attira a sé e uccide senza rendersene conto. il gelo che stordiva e incantava quelle come lei, timide e solitarie, per poi abbandonarle alle loro infrante illusioni.
Allora, si rese conto che la stessa energia e passione che aveva sperimentato nell’amare poteva rivelare un altro lato, nascosto e altrettanto dirompente…
Da quel momento, i ricordi tornavano a farsi confusi… di quanto era accaduto restavano poche immagini: la propria voce che, dopo aver sbraitato, perdeva di colpo intensità fino a spegnersi e le mani che si muovevano di una volontà propria… che stringevano sempre più il collo di Mark, sempre più, ma non prima che costui tentasse di difendersi un’ultima volta…ed infine, Mark che si accasciava sulla poltrona, il sorriso ancora stampato indelebilmente sul volto… il sorriso del suo Mark… amato… e ancora le pareva di amarlo…
Il dolore alla testa seguitava a imperversare… sentiva che le sarebbe mancata la forza di mettere anche solo un piede fuori dal letto. C’erano così tante cose da fare…sbarazzarsi del corpo, nascondere le tracce… Ma non ancora, non ancora… con una fatica estrema, si trascinò fuori dal letto, abbassò le tapparelle e si rituffò vogliosa sotto le coltri…
Desiderava solo dormire…
dormire…

dormire…"

MAURO FRANZINI

domenica 21 dicembre 2014

Un "Cerchio d'argento" nel cassetto

Fu la mia prima sperimentazione narrativa ad ampio respiro, fra i miei 15 e i miei 18 anni. Qualche anno più tardi, la pittrice e poetessa Beatrice Barnabà (l’autrice della presentazione de La tessitrice di parole ) mi consigliò di disegnarne le illustrazioni.
            Lo propongo ora come e-book gratuito, sperando che incontri l’affetto di qualche lettore.



Il cerchio d’argento racconta, in quindici capitoli, le vicende di una curiosa quindicenne, Edvige: nel bel mezzo della quotidianità, le tocca un’esperienza che sarà dirompente e formativa allo stesso tempo. Si ritroverà, infatti, ad attraversare il passaggio verso la Sòmal-Màrie: una terra dove sembrano essersi concentrati e rimescolati i miti, i viaggi e la storia di cui pullula il bacino del Mediterraneo, fino a creare una sintesi inedita. Magia, leggenda e “normalità” si passano continuamente il testimone, senza, peraltro, che ne siano definiti nettamente i confini. Serene vicende d’amicizia si alternano all’introspezione e all’avventura. Non mancano i toni scuri d’un attaccamento morboso e depressivo, che anima il persecutore di Edvige lungo il suo viaggio.




L'e-book è scaricabile gratuitamente da qui.


giovedì 11 dicembre 2014

Ardente pazienza

Ultimamente, mi son presa la libertà di inviare questo tweet:


Ovviamente, sulla mia bacheca di Facebook (collegata al mio profilo Twitter) è giunto in picchiata il solito “Savonarola” antimoderno, antiprogressista, antitutto (o quasi).
            A casa, invece, mi sono arrivate le rimostranze telefoniche del “kompagno Peppone”, che mi ha sottoposto per l’ennesima volta all’esame di fede politica. #PepponeStaiSereno: dubito che, dai tuoi interrogatori, uscirà mai qualcosa d’interessante. Mi piacerebbe tanto potermi autodenunciare per qualcosa di figo, del tipo: “Sì, ho creato la lobby dei lombrichi cornuti… Intanto, ho piazzato sotto la sede del Parlamento una bomba caricata a canditi e uvetta…” La verità è che sfamo la mia sinistraggine campando stentatamente di liste civiche.
            Comunque, per evitare altre torchiature da parte della Stasi, ho deciso di piazzare nero su bianco il significato di alcuni vocaboli in gazzoldese:

Antiprogressismo = terrore patologico del cambiamento, che fa vedere ogni iniziativa non prevista dai propri schemi come passo verso un baratro insondato.

Progressismo = continua tensione verso uno stato di cose non ancora realizzato (e forse mai realizzabile), in nome del quale si è disposti, eventualmente, a passare col rullo compressore sull’esistente.

Non saranno definizioni a prova di manuale, ma codificano bene due atteggiamenti diffusi e osservabili. Mi dispiace, ma io trovo  discutibili entrambi. Il primo si oppone all’ἀνάγκη (= necessità impersonale e ineluttabile) per cui πάντα ῥεῖ ὡς ποταμός ( = “tutto scorre come un fiume”). Gli esseri viventi esistono nel costante ricambio di cellule. Le tradizioni consistono nell’accumulo progressivo di eredità, le culture nell’adattamento ad ambienti e circostanze, i rapporti umani nel continuo “venirsi incontro”. E via discorrendo, ad libitum. Arroccarsi per fifa (od orgoglio) sullo status quo significa strozzare questo flusso costante, affondando il proprio prossimo in una palude o annegando in prima persona.
            Ma anche trattare come sprezzabile vecchiume quel che si ha intorno è un atteggiamento esistenziale criticabile. Il “vecchiume” è tutto ciò che è stato pazientemente e faticosamente elaborato da chi ci ha preceduto e che consente, oggi, il lusso di poter vivere criticando: leggi, costumi, conoscenze mediche, belle arti, tecnologie, gastronomia, noi stessi. Nel piatto di pastasciutta che ci sembra tanto scontato, ci sono: la scoperta dell’America (per il pomodoro), l’invenzione dell’agricoltura (per il grano), la domesticazione dei bovini con elaborazione dell’arte casearia (per il formaggio grattugiato), le conoscenze chimico-fisiche (per la bollitura), ecc. I futuristi bollarono tutto questo come “assurda religione gastronomica italiana”. Oggigiorno, i “superati” spaghetti troneggiano ancora sulle tavole e possono sghignazzare in memoria del borioso Carneplastico. Saremo pure arretrati, ma almeno non ci ridurremo a masticare pezzi di un priapo gigante.
            Quindi, allontanandosi da tavola, che fare?
Si potrebbe fare come il “kompagno Peppone”, che ha dapprima riscoperto le ideologie novecentesche, per poi votarsi a una religione-filosofia ancora più antica e articolata di quelle sbandierate dai “Savonarola” nostrani. Oppure, si può praticare l’ardente pazienza, per parafrasare Antonio Skármeta. Non disprezzare nulla, conoscere il più possibile, raccogliere uno per uno i tasselli del reale. Non temere d’avere torto, non temere di capire troppo o di dover ritrattare a un certo punto. Non è tempo per i puri. Viviamo in un mondo troppo complesso per poter avere sempre ragione. Questo è il secolo degli ibridi. 

            Vedremo antiquati provinciali richiedere il matrimonio egualitario e il cambio di documenti per transgender non medicalizzati (mi fischiano le orecchie…). Vedremo atei convinti farsi monaci e discettare di tarocchi. Vedremo credenti ispirarsi all’immanentismo aristotelico (ma sarebbe una novità?). Anzi, per quanto mi riguarda, questo futuro è già presente. Né ci si preoccupi subito del “nome”, della “definizione” di questa mentalità. Prima si genera, poi si battezza.  La classificazione è lavoro da posteri. Ciò che conta è aver l’intelletto teso a discernere l’altro, i suoi bisogni così simili e così diversi dai propri. Rompere le barriere dell’egoismo e dell’irrisione perché gli uni imparino la lingua degli altri e il singolare vivere di ciascuno s’incastri con quello altrui, come in un puzzle meticoloso e vigilato. Nessun dorma.

Assolo notturno

Mi lascio alle spalle il cancello umido d’inverno. Nel vicolo cieco, penetra la luce di lampioni lontani. Una figura, in fondo alla viuzza, si stringe al cellulare.
Scivolo accanto ai resti cariati di un rustico, alle finestrelle di quella che deve essere stata una stalla. Sorpasso la figura –una donna bassa, infelicemente inguainata in un tubino e nei collant.
            Il chiarore dei lampioni, ora, mi raggiunge, senza illuminarmi. La sera fradicia e precoce di dicembre mi avvolge come un abito. Finalmente, sento di essere quello che sono: uno spettro pulsante in uno habitat d’ombre.
            Proseguo lungo la via principale –una scorciatoia invitante si apre al mio fianco, ma la ignoro. Mi guardano case sempiterne, dai portoni di legno o dagli usci scheggiati, con finestre alte e mute ormai care ai piccioni Ma, ora, di piccioni non se ne vedono.
            Sbocco in una via più larga, senza lampioni, ma con un paio di vetrine illuminate. Davanti a quella del caffè-panetteria, ciondolano due ragazzi in jeans. Risate oziose e stonate. Più avanti, nella macelleria degli egiziani, uno dei titolari sta ancora pulendo il bancone. Lo saluto dall’altro lato del vetro. Lui ricambia il cenno, come suo solito. Mi chiedo se m’abbia davvero riconosciuto, dietro i miei occhi resi ogivali dalla matita e il rossetto nero.
            La luce calda che inonda la chiesa di San *** mi lambisce. Rasento i fianchi matronali della pieve, lasciandomi alle spalle l’orlo alberato della piazza. Incontro un bar di recente apertura, scintillante di specchi e balocchi elettrici, il cui riverbero macula le poltroncine bianche all’esterno. Mi sfugge un sorriso perfido. Altri ragazzi come me, negli anni Ottanta, devono aver solleticato con la propria ombra funerea i piedi del consumismo e dell’edonismo. Memento mori. Vanitas vanitatum.
            Il problema è che, oggi, negli anni Duemila, questa morte presagita è più vicina e se ne sente ormai il lezzo rivoltante. Non riesco più a sorridere.

            Nella via più ricca di negozi e di locali, le luminarie appendono il Natale imminente sulle teste dei passanti. Svolto e mi rituffo nel buio. Avanzo verso un’area che fu, decenni addietro, il fiore all’occhiello di questa piccola città. Le finestre di quella che, ora, è una casa di riposo occhieggiano verso la piazza deserta. Come feritoie luminose, scalfiscono la laguna d’ombra. Buonanotte, mondo.

lunedì 8 dicembre 2014

La ragazza che amò Bocca di Rosa



La chiamavano “Bocca di Rosa”,
dell’altra non è rimasto il nome;
ma che presto fosse andata in sposa
è noto senza “perché”, né “come”.

Non ebbe tempo nella stazione
del paesino di Sant’Ilario,
ma avvertì una nuova stagione
muover per l’aria del suo lunario.

Ignorava l’amore per noia,
tantopiù quello per professione;
l’era pur toccata qualche gioia,
se non proprio la vera passione:

quella passione che conduce spesso
a soddisfare le proprie voglie,
senza saper che non è lo stesso
concupir marito oppure moglie.

A lei diedero buoni consigli,
perché non desse cattivo esempio;
capì alla fine ch’eran famigli
d’un dio pagato per star nel tempio.

Così imparò ad abbandonare
quelle comar senza iniziativa,
che scaldavano le anime amare
al fuoco fatuo dell’invettiva.

Quando a lei pure Bocca di Rosa
rubò lo sposo in un soffio d’alba,
lei ripercorse, discreta e ascosa,
l’orme di lui sulla via scialba.

A quel rumor d’insolito passo,
Bocca di Rosa sgranò le ciglia;
l’altra vi colse un sussulto lasso
di timore e grata meraviglia.

Con lor se n’andò la primavera,
in quella notte dal cielo strano,
per salutar la scoperta intera
d’Amore sacro ed Amor profano.



giovedì 4 dicembre 2014

Del Politicamente Corretto

Anche senza la boutade di Balotelli su SuperMario, se ne sarebbe parlato. Di Lui, l’Uno e Onnipresente: il Politicamente Corretto. In nome della crociata contro cotesto tiranno, si sono stretti attorno al ragazzo difficile anche coloro che, prima, lo consideravano un gran pezzo di somaro –o non lo consideravano affatto. Quali conversioni non sa operare una buona bandiera? E, dulcis in fundo, il grido di battaglia, con tanto di indirizzo alla sottoscritta: “Questo è il mondo che volete voi, con le vostre paturnie!”
            Ebbene, Cavalieri dell’Acuta Frecciata e Paladini della Legittima Beceraggine: sappiate che non siete affatto eccezionali. Intanto, mi sfugge chi sarebbero quei “voi”, dato che io sono una senza essere trina. Ma, ancor più, vi ricordo che  la tizia con le paturnie ha creato Canidia Sagani, Angelico Mazzanti, Dentella D'Erpici e Makkiavelli. Niente di che, ma sempre meglio del Nulla Cosmico che sapete schierare in campo voialtri. E, volendo continuare con il Medagliere delle Guasconate, dobbiamo anche contare i seguenti titoli: Lingua Lunga Con Faccia di Bronzo (conquistato fin da tenera età); Sonettiera Mattiniera (per aver appeso sonetti denigratori ai campanelli dei kattivi, mentre tutti ancora dormivano); Compositrice ed Esecutrice di Canti Goliardici (certe Osterie…); Avvocatessa delle Cause Perse (ebbene sì, ho pubblicamente aggredito più volte un marchettaro della disinformazione, prendendomi anche i relativi insulti. Ma è stato inutile mostrare le sue già palesi infamie… chi fa copia del proprio deretano morale sa anche come ripararselo, all’occasione); Gran Sacerdotessa del Diavoletto Titivillus (per avergli dedicato un’intera sezione di una raccolta poetica… ancora inedita, sigh!).
            Ora che abbiamo chiarito le rispettive credenziali, possiamo parlarci da pari a pari –praticamente, da colleghi. E vi dirò…
Vi dirò che glisso sulle argomentazioni di chi vede le battaglie contro le discriminazioni sessuali e razziali soltanto come minacce al proprio umorismo preferito. Vi dirò che le stesse furie che provate voi ora, davanti all’ipocrisia degli adoratori di Sua Santità il Politicamente Corretto, sono state uno dei motivi portanti della mia poesia praticamente per tutti gli anni d’università. Non ho avuto nemmeno bisogno d’inserire parolacce nei miei versi, perché ciò che sfregia questo dio schizzinoso non è il turpiloquio, ma il coraggio. Il coraggio di diagnosticare ferite nel cuore e nel cervello dell’Uomoqualunque, di dire che non va tutto così bene come si pensa. Il Politicamente Corretto è sconfitto dallo spirito critico e ancor più da quello autocritico. Perché è facile stracciarsi le vesti su ciò che avviene in India o in Iran; ben altro è trovare le falle della propria civiltà. Il nemico del Politicamente Corretto è Amleto che grida c’è del marcio in Danimarca!
            Non sono i beceri a saper sfidare il monarca senza trono. Questa è dote dei folli e dei profeti, dei bambini e dei giullari. Una becerata nasce e muore come lo scoppio di un petardo –e, al par d’esso, può colpire il passante casuale. Il Matto che contrappunta le disgrazie di re Lear, invece, vede più lontano dei “savi” protagonisti. Ofelia, con i propri vaneggiamenti pieni di grazia, intimorisce i sovrani colpevoli.

            Se davvero la crociata contro il Politicamente Corretto vale qualcosa, allora meglio gettare a mare i vecchi libri di barzellette. Sono consunti, polverosi, ammuffiti. Offendono l’olfatto senza pungere il cerebro. Meglio riempire gli scaffali –rimasti vuoti – coi nostri appunti di flâneurs dalle narici levate. L’odore di marcio va strappato alla brezza.

mercoledì 3 dicembre 2014

Abbasso Romeo e Giulietta

E bravi, Romeuccio e Giuliettina. Ci avete turlupinato ben benino, col vostro balcone, la vostra allodola e il vostro usignolo (nessuna malizia). Ci avete piantato in testa quel ronzio del perché-sei-tu-Romeo (alla faccia delle domande utili!), non-giurar-per-la-luna, la-rosa-che-si-chiama-proprio-rosa-ma-profumerebbe-lo-stesso-con-un-altro-nome. Una simile matassa di ruffianerie si giustifica solo ricordando che il povero Bardo doveva pur sbarcare il lunario, in qualche modo. Diciamo pure che ci fa piacere pensare che si sia mantenuto in salute, anche per lasciarci un bagaglio di versi che non son spiacevoli da rileggere.
            Però, tutto questo è un imbroglio infame.
In quel posto meschino che noi comuni mortali chiamiamo “terra”, una storia come la vostra è tutto fuorché applaudita. Due persone nella vostra situazione non possono amarsi: per ovvie ragioni d’amor proprio, se non per altre. Non possono, perché ciascuno dei due è gravido di preconcetti e paure. Quand’anche capitasse l’equivalente della vostra festa da ballo all’Atto Primo, apriti cielo. Una maschera avvicinò voi due, Romeo e Giulietta, e la sua caduta vi rovinò. Dato che non si può vivere civilmente senza maschere, sarebbe meglio se esse non cadessero affatto (Erasmo da Rotterdam docet). Perché, nel momento in cui questo succede, bisogna rinunciare alla certezza di stare nel recinto migliore e affrontare la notte nel giardino, sfidando le spade o un’occhiata focosa che trafigge peggio di esse. Si imparerebbe che… sì, l’inimicizia fra Montecchi e Capuleti è tangibile e radicata, ma l’anima gemella sta inesorabilmente dall’altra parte del balcone. My life is my foe’s debt.
            Pensate, ora, cosa voglia dire recitare l’umana tragicommedia recando una consapevolezza del genere. Qualunque atto potrebbe esser giudicato come sleale e cerchiobottista, i duelli non meno dei baci. Soprattutto tu, Giulietta, ti beccheresti nomi anche peggiori di quelli che ti sentisti dire da tuo padre, quando obiettasti al matrimonio con Paride. “Banderuola” e “ambigua” sarebbero i più cortesi. Perché, già, la morale di una donna si valuta in base al di lei partner. Anche nel 2014. E, nel tuo caso, ci sarebbero pure buone ragioni per farlo. In fondo, sposasti un tale che, fino al giorno prima, era stato educato a sbudellare la tua famiglia e te stessa. Tuo cugino fu sul punto di infilzarlo come un pollastro due minuti prima che lui ti facesse il celeberrimo baciamano. Si salvò solo perché quell’orso di tuo padre, in fondo, era una gran brava persona e sapeva distinguere il pulcino dall’aquila. In un certo senso, il vecchio Capuleti guardò oltre la maschera di Romeo prima ancora che lo facessi tu. Perché si può ben appartenere a un recinto di pecore nere, ma ogni pecora è diversa dalle altre. A volte, “Montecchi” e “Capuleti” sono solo nomi. E… that which we call a rose/By any other name would smell as sweet. Doveva essere proprio nel DNA dei Capuleti, questo genere di genio. Il comportamento, non lo schieramento, qualifica la persona. Non è da tutti capirlo.
Certo, però, che quando Romeo ebbe ucciso un Capuleti in duello, divenne un po’ più difficile far questo genere di ragionamento. È ben vero che lui era in buona fede… era stato sfidato, per via di quella maledetta faida, e amen. È la politica, bellezza, si potrebbe dire oggi. Però, un danno fatto è un danno fatto. Perfino a una Giulietta quasi scappa la voglia d’amare, davanti a una situazione del genere. D’altronde, come si fa a dividere le lacrime senza tradire metà della propria lealtà?

Eravate tanto scandalosi, cari i miei piccioncini veronesi, che perfino un abile drammaturgo come Shakespeare dovette togliervi di mezzo, per riportare l’ordine. Pentimento, grandi strette di mano e promesse iperboliche di fratellanza fra ex-nemici (ah, quanta scuola per i coccodrilli!). Ma solo dopo che voi due, ormai, avevate prudentemente attraversato lo Stige. Perfino amare e morire sono arti diplomatiche.