mercoledì 26 novembre 2014

Vivi o morti


Cominciare una nuova vita è un po’ come morire –e viceversa. Se ne rendono conto Adam (Alec Baldwin) e Barbara Maitland (Geena Davis), novelli sposi e, ben presto, novelli defunti. Beetlejuice (1988; regia di Tim Burton) inscena un “colpo di destino” molto sardonico: la vita dei giovani coniugi si trova appesa a un filo, o, meglio, a un pelo di cane, tanto precario da sembrare calcolatissimo. Comunque, non si nota alcun distacco tra “aldiquà” e “aldilà”. Gli sposini passano dalla vita terrena a quella spettrale senza apparente attrito, forse anche per via della sorpresa e dello shock. Non hanno avuto tempo di rendersi conto di cosa fosse la morte e, a dire la verità, non l’avevano mai considerata nelle sue dimensioni. Dovranno conoscerla passo dopo passo, rendendosi conto che la loro familiare casetta è diventata un posto ignoto, dove le fiamme del caminetto non bruciano più, ma una semplice porta conduce in mondi deserti e ostili. Davanti alla morte, ogni uomo è tanto sprovveduto da aver bisogno d’un elementare manuale. Per il resto, occorrono un po’ di pragmatismo e di iniziativa, come quando si affronta la vita. Esattamente come nell’esistenza terrena, è tutto molto personale. Ognuno nasce e muore, ma ciò che succede dopo questi due eventi naturali e universali è tutto da decidere. E permane, dopo il decesso, il pericolo della vera morte: l’oblio e la perdita di identità.

            Per Adam e Barbara, questo pericolo sarà terribilmente vicino, quando la loro casetta verrà abitata da un altro genere di fantasmi: quelli in carne ed ossa. Una coppia di bambocci alla moda (Jeffrey Jones e Catherine O’ Hara), incapaci di affetti o interessi, al di fuori delle loro commedie mondane. Li accompagna una creatura completamente estranea al loro mondo: Lydia, un’adolescente diafana e sconsolata interpretata da una giovanissima Winona Ryder (amore, amore a prima vista…). I suoi abiti da lutto sembrano piangere perpetuamente la dipartita dell’Amore e del Buonsenso. La sua macchina fotografica è costantemente puntata, a registrare i particolari strani e inusuali per cui vale la pena vivere. Il suo sguardo acuto e anticonformista di persona “morta al mondo” la mette in contatto con Adam e Barbara, che diventano ben presto la sua ragione d’esistenza. Questo, almeno, finché i due novelli defunti non cedono a una tentazione fin troppo comune: cercare una scorciatoia ai problemi della (post-)esistenza. Si rivolgono a Betelgeuse (Michael Keaton) – pronuncia confondibile con quella di “Beetlejuice”, da cui il titolo del film – , una creatura confinata in quell’intersezione tra vita presente e memoria che si chiama “immaginazione”. La fuga in questo mondo, però, sfugge di mano sia ai vivi che ai morti. Betelgeuse distrugge a proprio capriccio i limiti della verosimiglianza. Di questa malattia infantile dovrà liberarsi ciascuno dei personaggi, per imparare a vivere… nonostante la morte.

Carità e vendetta

"T'ho ascoltato quando tu chiedevi consolazione e aiuto; ho lasciata la carità per la carità; ma ora tu hai la tua vendetta in cuore: che vuoi da me?" 


ALESSANDRO MANZONI, I promessi sposi, cap. XXXV

sabato 22 novembre 2014

De profundis

Nella mia solitudine domestica, ritorna l’immagine del tuo capo chino, delle tue ciglia calate sulle tue confessioni spontanee. Riecheggiava, nelle tue parole, Amleto: I am myself indifferent honest; but yet I could accuse me of such things that it were better my mother had not borne me. Ti sentivo elencare le tue ire, le tue bizze, le tue intemperanze. Davo ragione a ciascuna delle tue osservazioni. E benedicevo la vita per la tua esistenza.
            Mi venne in mente, allora, il paradosso intrinseco in ogni Amen, nel sentimento stesso del Creatore al settimo giorno. Non si può amare una perfezione, perché l’amore è rivolto a un’individualità e l’individualità è definita dai difetti, dalle deviazioni rispetto a un modello condiviso.
            Qualcuno ha descritto il Cristianesimo come una religione molto imperfetta. Io lo direi, piuttosto, la religione degli imperfetti. Non ha il nitido equilibrio del Buddhismo, né la veneranda età dei Veda, né la sensibilità molteplice dell’animismo. Cristo scelse i suoi tra rozzi pescatori, loschi figuri, indemoniate, schietti scettici. I pubblicani e le prostitute, nel Suo regno, passavano avanti a chiunque. Cantò l’amore per la pecora smarrita e per il figliol prodigo, senza lasciare incustoditi i novantanove giusti. Non ebbe parole di condanna che per i perfetti, appunto, coloro che avevano già avuto la loro ricompensa e, quindi, non accettavano alcuno stimolo a svilupparsi ulteriormente. Il Cristianesimo fu, fin dall’inizio, la religione degli sbagliati.
            Ecco perché ci troviamo entrambi bene nel suo ovile, nonostante la tua lotta con Dio e la mia lotta col Suo fan club. Ecco perché la confessione in cui entrambi siamo cresciuti si sforza di creare un orizzonte di nitore, rigore e purezza. Entrambi ci siamo allontanati –sia pure in modi e per motivi molto diversi – dalle pretese di precetti imbalsamati, così diversi dalla sanguigna e proteiforme Vita che amiamo. Solo ora cominciamo a intuire che essi dovrebbero essere considerati come il cielo a cui tende l’arciere: un obiettivo irraggiungibile, ma a cui guardare per prender la mira.
            Ci sono stati dati modelli troppo lontani da noi perché ci rendessimo conto del nostro costante bisogno di correzione. Mi vien da sorridere, pensando che io e te siamo come quegli asini cui vien legata una carota davanti agli occhi perché avanzino con costanza. È un paragone meno sublime di quello con Tantalo, ma più solare –e, soprattutto, più adeguato.

            Vorrei che ci fossero restituite le sembianze degli apostoli e delle pie donne, ormai presenti solo come ombre dolciastre di sacrestia. Rimpiango quei volti pasoliniani che non ho mai conosciuto. Di volto ho solo il tuo, ispido e voluttuoso come quello di un fauno. Non cercare un angelo nel tuo specchio. Solo entrando fino in fondo nel ritratto goffo della nostra anima –come insegna La Storia Infinita – arriveremo a eliminare quel senso di colpa che è figlio dell’amor proprio e a essere come bambini. Allora, il nostro passo sarà senza attrito.

giovedì 13 novembre 2014

Il nido



Sulle ciglia della finestra,
un torpore di gelsomini;
serpeggia un’anima silvestra
fra i muri in un nodo vicini.

È bianca l’Assicurazione
attonita, come un umore
risvegliato da un’impressione
in un cerchio di mura more.

Nel suo ventre liscio, Antonello
non guarda il ritaglio del vetro;
fuor d’esso, il silenzio è il sacello
d’ogni pensier lasciato indietro.

Nel giorno d’ignaro lavoro,
sussurra cauto il pergolato;
sulla finestra dorme un coro
di becchi in un nido neonato.

Una merla riporta il cibo
caro all’ombra del rampicante;
nessuno le canta Introibo
ad altare Dei (sono tante):

dacci oggi il nido quotidiano,
però, Tu sordo ai riti sterili,
amante del miracol strano
che fa nuovo il seme di ieri.



Menzione speciale “Maria Gaetana Agnesi” per la sez. B – Poesia a tema “Uomo-Natura-Ambiente” del Concorso Internazionale Artistico Letterario “Ambiart”, IV edizione 2014, promosso da FareAmbiente Lombardia.

martedì 4 novembre 2014

Deliri(c)o #2

Per la serie Repetita (quae non) iuvant, non paga d’aver disturbato le ceneri della Monaca di Monza, mi sono rivolta a un’altra figura femminile limpida e rassicurante: la regina assira Semiramide. Comunemente, è conosciuta per essere stata asserragliata da Dante insieme agli eterei volatili del II Cerchio infernale. Leggendo Diodoro Siculo, si apprende che Semiramide, peraltro –a prescindere da qualunque doppio senso – non era priva di rapporti con gli uccelli. Abbandonata da bambina, sarebbe infatti stata nutrita dalle colombe. Il resto è un caleidoscopio di leggenda, guerre e intrighi di corte. Più che la reggia di Ninive, mi par d’aver descritto quella di Elsinore e Ninia ricorda, a tratti, Amleto. Di sicuro, fino alla fine, neppure io sono stata certa dei veri sentimenti dei miei personaggi. C’è del marcio in Assiria. E nessuno è sicuro, se non d’una cosa: una giganteggiante solitudine.

Il testo completo del libretto d'opera è scaricabile gratuitamente da qui.