giovedì 16 ottobre 2014

Siegfried nel Far West, ovvero Virtù e Fortuna

Trattando di Sentieri selvaggi, R. parlò di “morte del western”, per il venir meno di quel senso dell’ignoto che ne era l’anima. Parlò anche del virilismo e del razzismo indispensabili al genere. Django Unchained (2013; scritto e diretto da Quentin Tarantino) li ostenta entrambi e lo fa nel teatro più adatto: il Nord America del 1858, in piena economia schiavistica. Il titolo è asciutto e pregnante come quello delle tragedie greche. Esso ricorda per contrasto Prometeo incatenato. Di sicuro, anche qui viene narrato il mito di una figura titanica che si oppone alla “tirannide naturale e necessaria”.
Come si fa con ogni forma d’arte ormai esaurita, il film gioca a ricombinare i modelli del passato. “Django” è un nome arcinoto ai cultori del western: proprio poco fa, qualcuno mi ha menzionato la prima versione del personaggio, interpretato da Franco Nero, che ha offerto la propria partecipazione straordinaria anche per la pellicola di Tarantino. Se il primo Django era nero nell’abito, stavolta lo è di pelle –e, quanto a colore del vestiario, ama sperimentare da dandy nato. Anche la trama non suona nuova agli appassionati: una donna prigioniera/seviziata/da vendicare. Soltanto che, stavolta, è una schiava nera. E si chiama Brünnhilde (Kerry Washington), come la Valchiria punita per disobbedienza dal padre Wotan. Wagner, nel Far West, non si trova neppure troppo male. In questo scenario selvaggio, uno qualunque dei suoi eroi –e tanto più un ingenuo senza-radici come Siegfried – avrebbe spazio a sufficienza per svolgere il proprio dramma, o la propria commedia. Il regista, manco a dirlo, è un tedesco con un forte senso della teatralità. Se Wagner aveva realizzato l’arte totale nell’opera lirica, il dottor King Schultz (Christoph Waltz) fa la stessa cosa con la vita –un altro dandy nato. I saloon, le strade e le piantagioni di cotone fungono ottimamente da palcoscenico per lui –o, almeno, così sembra all’inizio. La cruda verità sfibrerà la tempra dell’abile vitaiolo, lo obbligherà a crollare sotto il peso di passioni vere.

 Il suo spirito teatrale, comunque, gli conferisce una leggerezza inaudita nel fare il dentista ambulante (un Dulcamara donizettiano) prima e il cacciatore di taglie poi. Si tratta, in fondo, dello stesso copione: rimuovere i denti guasti (dalla bocca o dalla società), con grazia e polso fermo. In fondo, Schultz –come egli stesso ama ripetere – non fa che eseguire una Legge: quella che vuole l’uomo responsabile delle proprie azioni. Poco importa che un ex-bandito stia spingendo l’aratro davanti al figlio: se avesse fatto lo stesso lavoro da giovane, anziché uccidere per avidità, sarebbe scampato al castigo. Non si scelgono le circostanze (Schultz farebbe a meno dell’endemico mercato di carne umana, se potesse), ma come muoversi all’interno di esse. Il dottore sceglie di liberare Django (Jamie Foxx) con un magnifico colpo di scena e di mettersi d’accordo con lui per un’onesta collaborazione. Allo stesso tempo, si interessa del giovane e del suo desiderio di liberare la moglie, punita e marchiata come lui per un tentativo di fuga. Lo fa perché conferire la libertà a qualcuno rende responsabili della sorte e delle azioni di costui. Lo fa perché, in Django, ha ritrovato quel Siegfried che è per lui un eroe familiare. Ci sono un po’ di patria e di somiglianza ovunque, a quanto pare. Dev’essere per questo che Schultz è antirazzista. Meglio lasciare la farsa del razzismo al prototipo del Ku Klux Klan, messo in crisi da un dettaglio di sartoria.

            Dal canto suo, come ogni eroe wagneriano, Django è duro e puro. Non conosce sofisticherie o compromessi. Il suo liberatore glieli insegna. Ma il risultato non sarà quello sperato. Il giovane non apprenderà l’elegante leggerezza della commedia. Rimarrà un personaggio da tragedia, un Übermensch magnifico e solitario. (Chissà se è un caso quella scena –verso la fine – che lo accosta alla “sorella” Black Mamba di Kill Bill). Perfino Calvin Candie (Leonardo Di Caprio) sarà costretto ad ammirarlo, ad onta del proprio razzismo pseudoscientifico. Ma, oltre la curiosità per l’eccezionalità, non riesce ad andare. Django è uno su diecimila e così si giustifica.
 Calvin non potrebbe mai stabilire una solidarietà con chi avesse un sangue troppo diverso dal suo, tant’è che la donna della sua vita è la sorella. Candie ha erudizione da sfoggiare, ma non profondità intellettuale. È francofilo senza saper parlare il francese e ignora che il suo autore favorito era nero. Ad onta delle sue teorie, il suo maggiordomo nero è talmente affine ai bianchi da essere più razzista di loro. Di serio rimane la domanda che ha spinto Candie verso la frenologia: perché non ci ammazzano? Perché quei forzuti giganti neri che l’hanno circondato per tutta la vita si sono sempre lasciati sfruttare? Lui lo spiega ricorrendo al determinismo fisiologico; parla di innata predisposizione al servilismo. Ma la replica di Tarantino a questa teoria è già stata data all’inizio stesso del film. È vero: Django è uno su diecimila, marchiato sia a titolo di maledizione che a titolo di eccezionalità. Però, i suoi compagni di sventura, posti al bivio tra servilismo e libertà, non si sono fatti pregare per scegliere la seconda. Come il Principe di Machiavelli, hanno fatto buon uso di Virtù e Fortuna. Ognuno di loro è un Django Unchained. E la platealissima Götterdämmerung finale seppellisce ogni pretesa di fondare il sopruso sulla natura.

domenica 12 ottobre 2014

Deliri(c)o

Negli scorsi giorni, ho religiosamente ascoltato le considerazioni telefoniche di un giovanissimo poeta e critico letterario, convintissimo che l’arte debba avere uno spessore sociologico. Oggi, pubblico un attualissimo libretto d’opera (senza musica, ovviamente) sulla vicenda storica della Monaca di Monza. Almeno, per quanto riguarda lo spessore sociologico, non si può dire che manchi.
Ho passato il mio secondo anno di liceo a idolatrare la “sventurata che rispose”, fino a farmi prestare un saggio (di cui non ho annotato i dati bibliografici, ahimè) dalla mia insegnante d’allora. Più tardi, dalla ri-digestione di quei materiali, nacque un delirio di barocchismo sfrenato, con qualche vena pucciniana. Avvenne durante i miei primi anni di università, quando mi rimpinzavo di opere liriche –cosa che, recidivamente, non rimpiango.

            Ecco, uscita dalle fasce, Virginia de Leyva. Come direbbe Manzoni: se vi annoierà, crediate che non s’è fatto apposta. Io vi ho avvisato…

Il libretto è scaricabile gratuitamente da qui.

giovedì 9 ottobre 2014

Werther VS Ortis - L'ardua sentenza

In realtà, non sono nuova ai confronti fra classiconi. Mi sono già occupata di "Madame Bovary VS Anna Karénina", ovvero: Due modi per regalare un biforcuto copricapo al coniuge e diventare, al contempo, immortali.
            Ora, sono in piena “crisi del quarto di secolo”, perciò mi rivolgo, piuttosto, a figure di gggiovani tanto romantici, ma bistrattati dal fato e dal secolo sciocco (O tempora! O mores!). E lo faccio senza alcuna pretesa di serietà. Anche perché l’argomento mi fu offerto da una conversazione con un mio burbero e arguto amico, al Caffè Vigoni di Pavia.
            «Werther è un subumano» bofonchiò lui, coi suoi consueti mezzi termini. «Non studia, non lavora, è viziato. Non è nemmeno capace di spararsi come si deve… Credo bene che Lotte gli abbia preferito Albert. È molto più affidabile».
            Non ci sarebbe bisogno di specificarlo (vero?), ma la conversazione riguardava I dolori del giovane Werther, il romanzo epistolare di Johann Wolfgang Goethe (1787). Trama: Un ragazzo dall’animo sensibile s’innamora di una gentil donzella di campagna, destinata però al “buon partito” della situazione. Vedendo in ciò il segno del proprio fallimento esistenziale e del marciume del mondo, il giovanotto si suicida.
            È nota la somiglianza con la trama di un altro romanzo epistolare, di poco posteriore: Ultime lettere di Jacopo Ortis, di Ugo Foscolo (1817). «Una scopiazzatura becera del Werther» lo definì un mio insegnante del liceo, anch’egli incline all’uso dei mezzi termini. «Almeno, nell’Ortis c’è l’impegno patriottico…» disse invece il mio amico. Io sarei tentata di votare “scheda bianca”. Però, spezzo una lancia a favore dell’Ortis, essenzialmente per un motivo: mentre il Werther era un romanzetto giovanile (mero antipasto di capolavori come il Faust), l’Ortis è stato praticamente l’opera della vita, per Foscolo. Intendiamoci: anche Goethe rimise mano più volte al suo fittizio carteggio. Ma fu soltanto per smorzarne le punte polemiche, le imperfezioni ortografiche, le tipizzazioni troppo facili. Bisognava soprattutto de-santificare un po’ il protagonista, per fermare quella conseguenzina da nulla che furono i suicidi per emulazione.
            Quanto all’Ortis… Una lingua più biforcuta della mia potrebbe dire che Foscolo se n’occupò così tanto perché non era in grado di partorire un Faust. Io mi limito a ripetere quello che tutti sanno: il buon Jacopo è cresciuto insieme al suo autore. Una gestazione imponente per un romanzo così breve. Catullo approverebbe.
            Nemmeno a Werther riesco a voler così male, poi. Sa mettere un pizzico d’incanto in ogni cosa che descrive. È un disegnatore sensibilissimo, per il quale nulla è banale. Però… fa colare sistematicamente a picco ogni aspetto solido della propria vita. Perde il lavoro per futili beghe e malinteso amor proprio; si lega a una graziosa colombella che vuol tenersi stretto il marito, ma non sa rinunciare allo spasimante; si spara, quando tutti gli vogliono bene e sono prontissimi a comprenderlo, purché si comporti con un minimo di buonsenso. L’unica cosa che venga da dire, di fronte al suicidio di Werther, è: Ma perché, santo cielo?!
            Per Jacopo Ortis… è già tutta un’altra storia. Intanto, non è un giovanotto in villeggiatura, ma un patriota in esilio, che si sente seppellito vivo. Poi, quando s’innamora, lo fa d’una donna ben più assennata e colta di Lotte e che vive un dramma sentimentale più sostanziale. La famiglia di Teresa (la bella della situazione) si è infatti sfasciata, quando suo padre ha voluto per forza promettere la ragazza in sposa a un tale (ricchissimo e snob) Odoardo. Unica definizione possibile per costui: manichino. Va da sé che Teresa è troppo intelligente per sognarsi d’amarlo e lui è troppo fossile per vederla più che come una moglie conveniente. Quando Ortis arriva e mette un po’ di pepe in questo teatro, Teresa lo ricambia di santa ragione e il di lei padre fa cambiare cortesemente aria al giovanotto. Tirannide nella vita pubblica e tirannide nella vita privata, insomma. Non certo una bella posizione, per il povero Jacopo. Gli resta la consolatio philosophiae, che pratica estesamente nelle celeberrime lettere. Però, quando arriva l’autopugnalamento finale, stavolta, nessuno può dire che la mossa sia sproporzionata alla situazione. Né è lecito accusare la sventurata Teresa di civetteria o indecisione.
            Certo, se Werther era un nullafacente pieno di stile, Ortis ha un ego leggermente gigantesco. E ha un debole per i superuomini: legge continuamente le Vite parallele di Plutarco e visita quei sepolcri illustri che facevano la delizia del suo padre letterario. Sospira sui versi di Dante e di Petrarca –laddove Werther preferiva Omero e Ossian. Il patriota si vede anche dalla biblioteca.
            Sorvolo sulle questioni più piccanti –insomma, Werther, con Lotte, rimane un fanciullone ingenuo, mentre Ortis si dimostra creatura di un esperto mandrillo. Davanti alle sue descrizioni di Teresa, più volte, si arrossisce sul serio –ma con bon ton.
            In conclusione, alla domanda “Qual è il migliore?”, lascio cadere la risposta. Piuttosto, trovo che i due beneamati romanzi epistolari mostrino due modi in cui un autore può “scrivere col sangue”. La prima è riversare in un personaggio i propri bollori giovanili (a rischio e pericolo!); oppure, concentrare in una piccola mole cartacea una vita di pensieri, viaggi, amori, lotte. In nessun caso, autore e lettore escono indenni dall’operazione. Decidere di che morte morire –anche solo nella finzione letteraria – è sempre un’ardua sentenza.