giovedì 25 settembre 2014

Il complesso di Turandot

Un simbolo piuttosto fiabesco e popolare della crudeltà è la principessa cinese Turandot, protagonista dell’omonima opera musicata da Giacomo Puccini (1858-1924) su libretto di Giuseppe Adami e Renato Simoni e completata postuma da Franco Alfano (1926). È il genere particolare di questa leggendaria crudeltà a colpirmi.
            Turandot è bellissima e vivamente intelligente. È circondata dall’affetto del padre, dalla venerazione di un intero popolo, dall’amore degli innumerevoli pretendenti. Per certi versi, ha perfino cuore, come dimostra la sua profonda commozione davanti al destino della sua antenata Lo-U-Ling, violentata da un principe straniero. Ciò che muove le sue azioni è la “voce” di una vittima innocente.
            Proprio questo “cuore” e questo sdegno per l’ingiustizia, però, fanno di Turandot un mostro. Assorta com’è nella “voce che grida dalla tomba”, dimentica l’amore per i vivi. Anzi, di essi fa le vittime da sacrificare alle ceneri della fanciulla sventurata. I pretendenti che giungono innamorati da ogni angolo della terra non sono per lei che “i simili” dell’antico violentatore. Lui rimase impunito; loro, ora, devono pagare al posto suo, pur se amorosi e incolpevoli. La prova d’acume –i famosi tre indovinelli – con cui Turandot dà ai pretendenti una possibilità di salvarsi non è che un tranello con cui attira i capri espiatori, grazie alla falsa speranza della vittoria e del premio.
            Questo tipo di prova, però, fa sì che “il vero amore” e il salvatore dei giovani illusi coincida con il campione d’acume. Calaf è colui che risolve i tre indovinelli, ma anche colui che riesce a riscaldare il cuore di Turandot, col timore prima e con la passione poi.
            Divenire “una Turandot” è più facile di quanto si pensi. La storia dell’umanità, in buona parte, è un catalogo di atrocità perpetrate per i più svariati motivi, profondi o pretestuosi. Un’anima generosa e focosa non può fare a meno di sdegnarsi, di schierarsi coi “buoni” abusati contro i “cattivi” che li hanno colpiti. Il rischio di questo “romanticismo”, però, è di voler disegnare un campo bianco contro un altro campo nero, laddove la realtà è invece grandemente sfumata. Per quanto sia possibile stabilire una differenza tra le vittime innocenti e i loro carnefici, non è sempre facile stabilire con sicurezza la causa del sopruso. Spesso, più che di “una causa”, si tratta di un vortice di con-cause. E voler giustiziare il “capro espiatorio per analogia” non lava nessun sangue: ne sparge altro inutilmente, semmai. Che si tratti spesso di sangue soltanto metaforico può essere confortante… forse.
            Dove c’è Turandot, ci vuole Calaf: ovvero, qualcuno che abbia “mente fredda e cuore caldo” (per dirla con F. Nietzsche). Qualcuno che sappia –allo stesso tempo – dimostrare alla Turandot di turno l’altissima discutibilità teoretico-morale del suo atteggiamento, ma anche riattivare l’amore per quei “vivi” preziosi e irripetibili in cui, prima, vedeva soltanto le ombre del Male da combattere. Certo, far discendere l’adamantina principessa dal suo piedistallo può sembrare dissacrante e antiromantico. Ma, se ciò vale a neutralizzare una potenziale fonte di pianto e stridor di denti, ben venga.

lunedì 22 settembre 2014

La tela di Penelope

Leggendo il Catechismo della Chiesa cattolica, si rimane solitamente colpiti (o intimoriti) dalla chiarezza adamantina dell’articolazione, dall’impressione di compattezza e coerenza che la mastodontica opera vuole dare. Io, invece, mi sono soffermata su quello che sembrerebbe relegato ai margini: le note e le fonti. Perché, a pensarci bene, è in esse l’essenza dell’opera: in quel formicaio di menti che hanno pensato, elaborato, scritto, compendiato, raccolto, per più di duemila anni. Il grosso volume che pesa sul mio tavolo non avrebbe mai potuto nascere, senza l’eredità di testi e documenti che l’ha preceduto. Esso non è che il risultato della volontà di spremere un succo coerente dalla costellazione di autori diversissimi che hanno fatto la storia della dottrina cattolica. Ma questa “coerenza” è stata posteriore e derivata, rispetto agli sforzi coraggiosi di esprimere pensieri su Dio e sull’uomo in relazione a Lui.
            “Cattolico”, per l’appunto, è tutto quanto è καθολικός: “generale, universale”. Il cristianesimo cattolico si distingue per il tentativo di elaborare una dottrina quanto più possibile aliena dal particolarismo e tendente a ricoprire i diversi ambiti della vita umana. Questo sforzo ha ben visto battaglie dottrinali di definizione dell’ortodossia; ma ciò che ha arricchito quello che, ora, è considerato patrimonio del cattolicesimo è stata la capacità di riassorbire culture precedenti e/o diverse. Qualcuno parla come d’uno scandalo degli “elementi pagani” presenti nel culto cristiano: certe coincidenze nel calendario e nelle feste, folklore, somiglianze con miti e riti di altri popoli o altre epoche. Ci si può stupire finché si voglia di trovare la raffigurazione di Eracle e Alcesti tra dipinti paleocristiani, o di trovare concetti stoicheggianti o platonizzanti in bocca a chi si ritiene “lontano dal paganesimo”. Ma è stata proprio questa capacità di rileggersi continuamente alla luce del “diverso” a rendere il cattolicesimo una dottrina ricca e articolata, capace di far uscire il cristianesimo dalla cerchia del “popolo eletto” e di renderlo accessibile a mondi che non attendevano alcun Messia.
            Forse, anche l’innamoramento narcisistico per il proprio nitore teoretico sta rendendo oggi difficile a questa enorme tela di Penelope continuare a tessersi. Certo, molti di quelli che si dicono cattolici hanno ricevuto il battesimo “automaticamente” e praticano una religiosità abitudinaria, più per consolazione o quieto vivere che per fede. Altri, a causa della secolarizzazione, ritengono poco interessante o addirittura nocivo interessarsi a qualcosa che non è più strettamente necessario per essere socialmente accettati –e accettabili. Altri ancora, per difendere la propria fede, ricorrono a quell’amore narcisistico di cui sopra: Guardando nello specchio del mio credo, trovo qualunque risposta.
            Per ravvivare la “tela di Penelope” del cattolicesimo, bisognerebbe alzare gli occhi dallo specchio. Non è un atto da “modernisti” o da opportunisti. Rivitalizzare una religione non significa “ammodernarla”, come si farebbe con un salotto. L’ammodernamento è un fatto di marketing, che lucida la superficie trascurando i contenuti. Non è però sufficiente neppure concentrarsi sulla “restaurazione”: essa è adatta ai bei reperti di un tempo andato, ammirevoli forse, ma pur sempre mummificati.
            È disperatamente necessario un animo cristiano con un forte senso del Trascendente, quello davanti a cui si arresta perfino la Parola con la “P” maiuscola: quello che conferisce una sete fortissima di continuare ad apprendere e comprendere sia l’umano che il divino, perché fa toccare la limitatezza dell’intelletto mortale. Sono necessari cristiani senza “sindrome di accerchiamento”, che vedano nell’altro il “prossimo” prima ancora che il nemico; che, anche nel caso in cui incontrino un autentico nemico, non si facciano sopraffare dalla paura, perché essa è la negazione dell’Amore che dà senso al loro agire. “Poiché io vi dico: se la vostra giustizia non supererà quella degli scribi e dei farisei, non entrerete nel regno dei cieli. […] Avete inteso che fu detto: Amerai il tuo prossimo e odierai il tuo nemico; ma io vi dico: amate i vostri nemici e pregate per i vostri persecutori, perché siate figli del Padre vostro celeste, che fa sorgere il suo sole sopra i malvagi e sopra i buoni, e fa piovere sopra i giusti e sopra gli ingiusti. Infatti, se amate quelli che vi amano, quale  merito ne avete? Non fanno così anche i pubblicani? E se date il saluto soltanto ai vostri fratelli, che cosa fate di straordinario? Non fanno così anche i pagani? Siate voi dunque perfetti come è perfetto il Padre vostro celeste.” (Mt 5, 20-48).
            Davanti al “postmodernismo”, il cattolico –troppo spesso- perde la propria identità o, al contrario, si arrocca. Ho visto begli ingegni lasciarsi cadere nel pessimismo, nell’amarezza e nel rancore contro un mondo che sembra rifiutarli in quanto cristiani. Ho visto altri rifugiarsi in un rigorismo astratto, in interminabili discussioni sull’ortodossia di questa o quella teoria.
            Un cristiano non vede “teorie”. Vede le persone che dietro di esse si celano. Avverte i bisogni o i pianti che pulsano dietro un’istanza, una bandiera. Non sposa la lettera delle teorie eterodosse, ma non è neppure sordo alla voce del prossimo. Non saranno i qualunquisti, né gli iper-ortodossi a salvare la Chiesa. Saranno coloro che riprenderanno in mano la tela di Penelope, senza voler per forza compiacere il “mondo”, ma anche senza sentirsi ricattati moralmente dalla paura di essere “eretici”. Neppure vorranno farsi maestri, ma soltanto portare al prossimo un aiuto che vada oltre il pietismo, le condoglianze astratte, il sentimentalismo. Avranno anche un forte senso della “società”, ovvero dei rapporti che legano gli uomini fra loro e dell’influsso che essi hanno sui comportamenti del singolo (vivere in un’ἐκκλησία, del resto, non incentiva forse questo tipo di sensibilità?). Non temeranno la convivenza con altre religioni o filosofie, perché in ciascuna troveranno la propria stessa tensione verso il Trascendente. Né vedranno la multiculturalità come una minaccia, perché i loro orizzonti saranno “universali” fin da principio. Soprattutto, si terranno lontani dalla tentazione di “imporre la verità”, perché questo atteggiamento è una pericolosa maschera dell’amor proprio –un insidioso “egoismo di gruppo” (“Noi stiamo dalla parte della ragione e tu lo devi riconoscere!”). Saranno, in altre parole, pienamente ed etimologicamente cattolici.

giovedì 18 settembre 2014

Le porte della percezione

Pare che i Doors abbiano mutuato il proprio nome dalle “porte (doors) della percezione”. Questa espressione mi è tornata in mente guardando Hellraiser (1987; regia e soggetto di Clive Barker). Non è stato l’unico déjà vu nel corso della visione. Più volte, mi è tornata in mente La Mummia. Anche qui ci sono una moglie adultera, una giovane ingenua che paga le conseguenze degli atti di lei, un oggetto misterioso che apre dimensioni inquietanti e un amante non-morto, eternamente suppliziato e voglioso di tornare alla vita vampirizzando altri uomini. Però, insistere oltre nel paragone fra i due film sarebbe blasfemo. La Mummia è un horror pacchiano, con mucchi di americanate (ed egizianate) per spettatori “di bocca buona”… o desiderosi di occasioni di humour nero. Hellraiser richiede più stomaco e, soprattutto, più cervello.
            La trama, in sé, è semplice. Larry (Andrew Robinson) e la sua seconda moglie Julia (Clare Higgins) si sono appena trasferiti in un villino abbandonato, che fu dello scomparso fratello di Larry, Frank (Sean Chapman). Guarda caso, proprio lì si era consumata la torbida passione fra Julia e il cognato, anni prima. I ricordi si sono letteralmente imputriditi sul posto. Alla fine, ravvivato dal sangue del marito, rispunta uno scheletro nell’armadio ben poco metaforico. Frank non era scomparso. Era sempre rimasto nel villino, ma prigioniero di angeli-demoni dediti a torturarlo per fargli esplorare gli anditi più ignoti della percezione. Frank stesso li aveva evocati, aprendo una scatola egizianeggiante simile a un cubo di Rubik –il più giocoso e il più arduo fra gli enigmi.
            Il risveglio del mostruoso non-morto (Oliver Smith) catalizza il crollo del bel quadretto borghese. Tutte le tensioni e le contraddizioni costrette a marcire sotto il pavimento –come Frank- esplodono e divorano le vite dei personaggi: la moglie, il marito, la figlia di primo letto (Ashley Laurence).
            Clive Barker guida sapientemente lo spettatore nell’atroce cammino di scoperta. Lo costringe a intuire i non-detti, ad aprire porte chiuse e, soprattutto, a guardare –a guardare quello che è troppo atroce per essere visto. Vedere=sapere; conoscenza=dolore. I binomi da tragedia greca incalzano personaggi e spettatori fino all’urto d’una nausea che non si sfoga mai. «Non guardarmi…» esala Frank, davanti all’amante d’un tempo, non sapendo di riecheggiare il Dracula di Francis Ford Coppola. L’umiliazione di svelare la propria bestialità e il proprio marciume davanti alla persona di cui si desidera l’amore è un sentimento forse universale. Così come universali sono, probabilmente, la convivenza di amore e odio, la scoperta dell’aggressività latente nelle persone che ci vivono accanto, il peso delle azioni commesse. E, soprattutto, la verità espressa dagli angeli-demoni della percezione: Il dolore non va sprecato. Solo sopportandolo fino in fondo, si può conoscere il massimo del piacere. Lo rinfaccia anche Frank alla nipote Kirsty, la figlia di primo letto di Larry. Già, perché sono proprio le giovani donne come lei a doverlo imparare assolutamente, di generazione in generazione, fino alla fine del mondo.
 Clive Barker entra senza esitazioni in questo segreto femminile: l’apice dell’amore e della voluttà si raggiungono soltanto attraversando il terrore sotterraneo dell’assalto e della penetrazione. Non a caso, i personaggi principali sono donne e le inquadrature soggettive rappresentano il loro punto di vista. A loro, tutto accade per fatalità, perché vuolsi così colà dove si puote ciò che si vuole. Anche se la “fatalità” si compone, in buona parte, di desiderio colpevole (nel caso di Julia) o di leggerezza (nel caso di Kirsty). Una volta aperte le porte della percezione, comunque, non si torna più indietro. Non vale rifugiarsi nella sicurezza dell’idillio coniugale o scusarsi, dicendo che “è stato solo un gioco, una distrazione…”. Come Edipo e le mogli di Barbablù hanno già verificato, la conoscenza è irreversibile. 
            L’unico personaggio a cercare consapevolmente questa conoscenza, però, è Frank: il personaggio più dedito alla carnalità, che è anche –guarda caso- quello col maggiore senso del sacro. Fra l’uomo sensuale e l’uomo spirituale la distanza è labilissima: entrambi sanno esplorarsi fino alle estreme conseguenze. Conosci te stesso. Chi risponde a questo imperativo distrugge se stesso e coloro che gli sono legati –i quali, però, sono già morti, per l’insipidezza delle loro vite. Conosci te stesso. Ma, quando l’avrai fatto, dovrai guardare.

mercoledì 17 settembre 2014

Cairoleide

Poemetto eroitragicomico sull’assedio dell’Ordine goliardico del Labirinto
al Collegio Cairoli di Pavia
(23 aprile 2013)



Stanca è la Diva di cantare l’ire,
l’arme, gli amori e siffatte boiate,
poiché spesso barbati di Morfeo
alunni la tediarono grattando
le corde a mendicar balordi allori.
Dissemi dunque, quand’io la evocai
suonando alla porta numero sette:
“Ancor le chiome ho nella spugna avvolte
e sul fornello vivanda fumante:
trova tu –te ‘l concedo- la materia
al canto, che nova sia e immortale.”
Si faccian da parte Achille bilioso,
quel ribaldo d’Ulisse e il pio Enea
che in dubbie crociere il tempo consuma;
vada Orlando col senno sulla luna
e si tenga Goffredo i santi segni.
La vera Troia per cui si soffrì
è sul Ticin e da esso ha nome;
quali uccelli dal disio chiamati,
quivi s’adunano molti studenti,
de’ quali il fior fiore ha lunghi mantelli
e acuto berretto rivolto all’insù.
Or mi soccorrano i lor santi numi,
spirando ciò ch’è ignoto alla Diva
falsa e bugiarda de’ gravi poeti:
mi dia Bacco in parole l’ardire,
Tabacco innalzi il mio canto qual fumo
e Vener prepari infine il ristoro.
Loro mi narrino come si giunse
del Collegio Cairoli al duro assedio...


Il poemetto completo è scaricabile gratuitamente da qui.

domenica 14 settembre 2014

Grazie al cielo

“«Allora, le profezie delle vecchie canzoni si sono avverate, come al solito!» disse Bilbo.
            «Certo!» disse Gandalf. «E perché non dovrebbero avverarsi? Di sicuro, tu non dubiti delle profezie, solo perché hai dato tu stesso una mano a far sì che si realizzassero, vero? Non crederai sul serio, vero, che tutte le tue avventure e tutti i tuoi scampati pericoli siano stati diretti dalla sola fortuna, per il tuo puro e semplice profitto? Sei un’ottima persona, signor Baggins, e ti apprezzo molto; ma sei solo una piccola creatura in un vasto mondo, dopotutto!»
            «Grazie al cielo!» disse Bilbo ridendo, e gli porse la tabacchiera.”

J. R. R. TOLKIEN


(Da: The Hobbit or There and Back Again, 2013, HarperCollinsPublishers, p. 351. Traduzione mia).

sabato 13 settembre 2014

Se questo è populismo

“Nel villaggio successe una casa del diavolo quando volevano mettere il dazio sulla pece. […] Mastro Turi Zuppiddu si dimenava sul ballatoio colla malabestia e il patarasso in pugno, che voleva far sangue, e non l’avrebbero trattenuto nemmen colle catene. La bile andava gonfiandosi da un uscio all’altro come le onde del mare in burrasca. Don Franco si fregava le mani, col cappellaccio in capo, e diceva che il popolo levava la testa; e come vedeva passare don Michele, colla pistola appesa sulla pancia, gli rideva sul naso. Anche gli uomini, a poco a poco, s’eran lasciati riscaldare dalle loro donne, e si cercavano l’un l’altro per mettersi in collera; e perdevano la giornata a stare in piazza colle mani sotto le ascelle, la bocca aperta, ad ascoltare il farmacista il quale predicava sottovoce, perché non udisse sua moglie che era di sopra, di fare la rivoluzione, se non erano minchioni, e non badare al dazio del sale o al dazio della pece, ma casa nuova bisognava fare, e il popolo aveva ad essere re. Invece certuni torcevano il muso e gli voltavano le spalle, dicendo: «Il re vuol essere lui. Lo speziale è di quelli della rivoluzione, lui, per affamare la povera gente!» E se ne andavano piuttosto all’osteria della Santuzza, dove c’era buon vino che scaldava la testa e compare Cinghialenta e Rocco Spatu facevano per dieci. Ora che si ricominciava la canzone delle tasse si sarebbe parlato di nuovo di quella del pelo, come la chiamavano la tassa sulle bestie da soma, e di aumentare il dazio sul vino. «Santo diavolone! stavolta andava a finir male, per la madonna!»
            Il vino buono faceva vociare, e il vociare metteva sete, intanto che non avevano ancora aumentato il dazio sul vino; e quelli che avevano bevuto levavano i pugni in aria, colle maniche della camicia rimboccate, e se la prendevano persin colle mosche che volavano.
            «Questa è come una festa per la Santuzza!» dicevano. Il figlio della Locca, il quale non aveva denari per bere, gridava lì fuori dall’uscio che voleva farsi ammazzare piuttosto, ora che lo zio Crocifisso non lo voleva più nemmeno a mezza paga, per quel suo fratello Menico che s’era annegato coi lupini. Vanni Pizzuto aveva anche lui chiuso la bottega, perché nessuno andava più a farsi radere, e portava il rasoio in tasca, e vomitava improperi da lontano, e sputava addosso a coloro che se ne andavano pei fatti loro, coi remi in collo, stringendosi nelle spalle.
            «Quelli sono carogne, che non gli importa un corno della patria!» sbraitava don Franco, tirando il fumo dalla pipa come se volesse mangiarsela. «Gente che non muoverebbe un dito pel suo paese.»
            «Tu lasciali dire!» diceva padron ‘Ntoni a suo nipote, il quale voleva rompere il remo sulla testa a chi gli dava della carogna; «colle loro chiacchiere non ci danno pane, né ci levano un soldo di debito dalle spalle.»”

GIOVANNI VERGA


(Da: I Malavoglia, a cura di Nicola Merola, 1980, Garzanti, pp. 96-99)

domenica 7 settembre 2014

Quel certo non-so-che

Se c’è qualcuno in grado di spiegare a grandi e piccini la solitudine e la Sehnsucht dell’artista, quello è Tim Burton. Lo dimostra in Edward Mani di Forbice, ma ancor più –a mio avviso- in The Nightmare Before Christmas.
            Il mondo del poeta –o, meglio, dell’attore di teatro- è quello della notte, in cui ogni illusione ed ombra assume concretezza. Ecco, dunque, che Burton piazza il suo artista-dandy nella Città di Halloween. L’atmosfera della festa, con la sua familiarità allo spettatore, lo catapulta senza sofisticherie nella sfera del lunare, del misterioso, dell’oscuro. Il tempo e il luogo della storia sono il non-tempo e il non-luogo degli archetipi, delle esperienze note all’Uomo in quanto tale, che consacra gli aspetti fondamentali del ciclo della vita nelle feste. Anche il suo lato più tetro (la morte, la paura) merita una consacrazione –che è appunto quella residua nella festa di Halloween. 

            Di questo culto l’attore-poeta è il gran sacerdote. Jack Skellington (Skeletron, nel doppiaggio italiano) porta l’anima nel suo mondo di poveri guitti, come faceva Sibyl Vane in The Picture of Dorian Gray. Però, comincia a essere stanco del suo universo di tombe e fantasmi. La melancolia, anche se genera l’arte, è logorante. Quell’esistenza di ombre è vuota, un rosario di anni sempre uguali. Jack ha bisogno di rompere il cerchio del sempre. Come Sibyl Vane, deve lasciare l’arte per la vita.
            La trova all’incrocio fra diversi mondi, diverse feste –ognuna riassunto d’un aspetto umano e d’un modello di vita. La curiosità (I curiosi vanno all’inferno!) porta Jack a esplorare un universo completamente diverso dal suo: quello del Natale. Lì, ogni cosa è lieta, calda, spensierata. L’artista si ritrova bambino. A lui, quella magia è possibile.
Decisamente meno facile è riprodurre l’incantesimo a casa sua. Gli abitanti di Halloween pendono dalle sue labbra, ma non parlano la sua stessa lingua. Comincia, allora, il travaglio dell’artista, che deve trasporre in forma intelligibile quel certo non-so-che che gli infiamma l’anima. Jack tenta il metodo scientifico. Ma, palesemente, non è il suo mestiere. Esso appartiene allo Scienziato Pazzo, cinico e solitario, che si sente padrone d’ogni cosa nella propria sapienza prometeica. Impegnato com’è a chiudere tutto in formule e provette, gli sfugge completamente la chiave delle relazioni affettive. Per questo, gli sfugge di mano anche Sally.
 Sally è la sua creatura: guarda caso, una bambola. Una figurina umana pensata per essere posseduta e manipolata a piacimento, per la compagnia come per i servigi quotidiani. Ma Sally si rifiuta alle pretese del proprio Pigmalione, come fa ogni essere che abbia un’anima. L’indifesa bambola di pezza scopre il proprio cuore e il proprio cervello e ciò la inebria irresistibilmente, finché lei non impara anche a gestire il proprio corpo di stracci. Sally conquista il diritto a innamorarsi. E s’innamora proprio di lui, del Re delle Zucche che ha perduto il gusto di dar vita alle proprie creature. Due sterilità diverse e speculari, quelle dell’artista e quelle del Prometeo, ma entrambe saranno guarite dal buonsenso amorevole di Sally. Lo Scienziato Pazzo, abbandonato l’orgoglio, accetterà il consiglio di lei e sarà in grado di donare finalmente metà di se stesso, per rompere la solitudine. Con Jack, sarà tutto più difficile. La piena del suo ego è inarrestabile. Attestata l’inutilità del metodo scientifico, il Re delle Zucche si abbandona completamente all’irrazionalismo (Posso ricreare il Natale qui, se lo sento e ci credo!) e all’epigonismo (Mi basta ricostruire costumi, slitta e regali!). Inutile cercare obiezioni da parte degli abitanti di Halloween: sono completamente dominati dalla personalità del loro idolo. Curiosamente, l’unica a criticarlo è proprio colei che lo ama e lo comprende di più. Si dice che l’amore renda ciechi. Il vero amore si distingue, piuttosto, dal contrario. 
Inutile dire che il grande spettacolo di Jack è destinato al fallimento. Anche con barba, berretto e abito rosso, il Re delle Zucche non somiglia a Babbo Natale più di quanto una scopa di saggina non somigli a una damigella. La ὕβρις di Jack lo porta alla stessa sorte dell’Ulisse dantesco: una caduta abissale dal suo folle volo. Il suo grido ciecamente gioioso (Buon Natale a tutti! E buona notte!) mentre rovina nel vuoto è d’un umorismo terribile. Sic transit gloria mundi.
La morte, però, restituisce Jack a se stesso. Fra le braccia d’un angelo in pietra –come fra quelle d’uno psicopompo- comprende la propria cecità e si vede realmente per la prima volta. Ora, può sconfiggere l’ombra di se stesso: il Bau-Bau (Oogie Boogie, in lingua originale), incarnazione del Trucco di bassa lega, che è il più grande nemico dell’arte (e dell’arte di vivere). Riecheggia, idealmente, il grido di Louis di fronte a Santiago in Interview with the Vampire: Trickster! Buffoon! In alcune scene rimosse, il Bau-Bau avrebbe dovuto rivelare, sotto le proprie spoglie, lo Scienziato Pazzo. Ogni forma di malvagità, forse, si riduce al trasformare l’altro in un oggetto per i propri giochi di destrezza. Un rischio al quale l’artista carismatico si avvicina troppo.
Jack è tornato a casa. E il ritorno a casa ci vede sempre completamente nuovi. Lui non è più l’istrione dalla trista figura, ma l’Artista Felice che stringe il proprio vero amore. Che ciò avvenga nella terra delle tombe e delle zucche ghignanti poco conta.



Non trascurare il tuo compito
per intraprenderne un altro,
per quanto grande possa essere.
Scopri il tuo compito
e dedicati a esso con tutto il cuore.


Dhammapada, XII – 157/16.



sabato 6 settembre 2014

L'albatro con le lame


Guardare Edward Mani di Forbice è stato facile e complesso come odorare un fiore. Mi ci sono volute settimane, però, per decifrare quel senso di déjà vu che il film mi ha provocato. Avevo già conosciuto un “Edward Mani di Forbice”: l’Albatro di Ch. Baudelaire.

Sovente, per diletto, i marinai
Prendono gli albatri, grandi uccelli dei mari,
Che seguono, indolenti compagni di viaggio,
La nave che scivola sugli abissi amari.

Non appena li han deposti sui ponti,
Quei re dell’azzurro, maldestri e vergognosi,
Lascian pietosamente le vaste ali bianche
Trascinarsi come remi ai loro fianchi.

L’alato viaggiatore, com’è maldestro e fiacco!
Lui, allor sì bello, com’è ridicolo e brutto!
Uno gli stuzzica il becco con la pipa,
L’altro mima, zoppicando, l’infermo che volava!

Edward, nel suo castello, volava fino alle altezze della Fantasia e della Creatività. Le lame che sostituivano le sue mani erano ali in grado di dare corpo a ogni sua immaginazione, nelle siepi che circondavano il suo nido. Mai censurato o comprato dalla cosiddetta “civiltà”, Edward è l’artista perfetto:

…simile al principe delle nubi
Che affianca la tempesta e ride dell’arciere;
Esiliato al suolo fra gli scherni,
Le sue ali di gigante gli vietano il passo.
Non appena Edward scende fra gli hollow men della “normalità”, le sue ali affilate diventano un handicap. Inutili sono le buone intenzioni della sua sostituta madre, che cerca di rifargli un volto di fronte alla società. Tim Burton sembra suggerire che l’artista non può essere uomo fra gli uomini. Al massimo, li può dilettare, può sembrare perfino superiore a loro per qualche tempo. Ma gli idoli cadono in fretta. La meravigliosa anormalità dell’arte si trasforma in minaccia all’ordine miope in cui la talpa umana si trova tanto bene. Eppure, l’artista è umano –troppo umano. In lui, sono amplificate tutte le fragilità, gli amori e le amarezze tipiche dell’uomo. Le sue ali di gigante hanno bisogno degli spazi celesti. Edward deve riprendere definitivamente posto fra le nuvole. Come se fosse morto. Ma una morte è spesso un’apoteosi. Dalle sue nuvole, Edward manda la neve. Alla pari del Boccadoro di H. Hesse, ha avuto bisogno di amare, sbagliare e soffrire, per fertilizzare il proprio genio. La sua neve è il massimo atto d’amore che gli sia possibile. Con le sue lame, da re dell’azzurro, segue la nave del mondo che scivola sugli abissi amari.

mercoledì 3 settembre 2014

Indovina chi fa coming out a cena

Una casa in un vicolo cieco. In cucina, il tavolo di rovere è apparecchiato (tre piatti, tre bicchieri, il pane avanzato dal pranzo). La sera estiva è rischiarata da una plafoniera al neon.
            La figlia (ventenne) trae un profondo respiro. «Devo dirvi una cosa».
«Proprio adesso?» si schermisce la madre. È accigliata, come quando teme qualche nube che potrebbe rovinare la digestione in famiglia. «Mamma, non è niente di che…» la rassicura la ragazza –cercando di non dare a vedere come sia anche più innervosita di lei. «È soltanto una spiegazione che vi devo da tempo».
            Il padre non dice niente. O non ha motivo di sospettare, o ha già capito fin troppo.
«Vi sarete accorti che me la prendo molto per le questioni LGBT» prosegue la figlia. «Ci sono due ragioni. La prima è una questione di senso della giustizia… La seconda è che…»
            (No. Non usa la parola “bisessuale”. I suoi interlocutori, probabilmente, non capirebbero neppure di che si tratti).
            «…anch’io… un paio di volte… ho provato un attaccamento romantico per altre ragazze».
Ecco. L’ha detto. Ora, può solo essere tutto più facile.
            Il padre non fa una piega. Continua a guardare la tovaglia come prima. «Basta che tu non lo dica ai nonni…» L’avvertimento è assai meno casual di quanto si potrebbe pensare. Ma la ragazza lo sapeva già.
            La madre ha gli occhi sgranati. Ma metabolizza la notizia. «Ecco… Tu porti sempre a casa certe novità… Ormai, ci aspettiamo di tutto…». Non è un rimprovero, in realtà. È il suo modo dimesso di esprimere un atteggiamento altamente filosofico. La rassegnazione dello stoico, più o meno.
            Il padre sgrana qualche altra considerazione. «Guarda, io… uomini… mai. Te l’assicuro». Come se dicesse: «Guarda, io le melanzane… non le mangio mai». Poi, sospira: «Sarà che voi ragazzi di oggi state sempre lì, a ruminare nel vostro cervello e a dar peso a ogni minima cosa che sentite…» Sta cercando di dire autosuggestione, quel lavoratore di mezza età che ha poca dimestichezza con i problemi che non si vedono e non si toccano. Non sa che sua figlia si è già posta il medesimo dubbio, anni prima, e che si è dovuta arrendere all’evidenza delle proprie emozioni (destinate quasi sempre a rimanere solo sue. Le va bene anche così). Ma lei non aggiunge altro. Si rende conto che non avrebbe potuto andarle meglio.
            La famigliola riprende a mangiare. Niente tempesta. La sera sembra più chiara.

martedì 2 settembre 2014

Addio a John Smith

Da bambina, idolatravo letteralmente il personaggio di Pocahontas. Non avevo il videoregistratore per guardare il film a casa, ma possedevo libri illustrati, musicassette e giochi da tavolo tratti da esso. Dopo quasi vent’anni, mi rendo conto dei motivi per cui mi affascinasse.
            Era la storia di una ragazza schietta e semplice, capace di rapporti umani intensissimi. Viveva in un mondo piccolo e atavico, da “selvaggi”, ai nostri occhi di “moderni” (un filino presuntuosi e superficiali, a dire il vero). L’armonia di Pocahontas con la natura e coi propri simili sono perfette, se non per un’incrinatura: il suo spirito vivace e curioso richiede qualcosa in più. In questa incrinatura, s’infiltra John Smith.
            È altruista, di orizzonti mentali sconfinati, pieno d’amore per il viaggio come esperienza disinteressata. Un’anima libera come quella di Pocahontas può solo amarlo. Però, ricordiamoci: lui sta pur sempre dalla parte dei conquistatori. Che non lo faccia per avidità è quasi indifferente. Il suo sogno è comunque quello di assimilare il mondo di Pocahontas al suo, per “migliorarne le condizioni di vita”. Gli sfugge un particolare: il popolo della sua donna sta già bene. Perché ha creato da sé l’equilibrio necessario per vivere là dove si trova, in quelle condizioni concrete e irripetibili. Le “migliorie” sarebbero solo distruzioni. A John lo fa capire per benino la sua Pocahontas, quando questa si rende conto del complesso di superiorità che anima il giovanotto. La “selvaggia” non ha bisogno della “civiltà” per emanciparsi. La schiettezza e la semplicità del suo mondo le hanno già insegnato la libertà. Saper ascoltare gli insegnamenti della natura e degli antenati l’ha resa saggia più di tutte le sofisticherie cittadine. Sarà la fanciulla ingenua a salvare lo scafato avventuriero, non il contrario.
            Alla fine del film, ognuno tornerà a casa propria. Tornerà con qualcosa in più, che darà una svolta alla sua vita. Ma non potrà smettere di essere se stesso, per ideali che siano le ragioni. Anche Pocahontas resterà fra la sua gente. Non perché le piacciano le “campane di vetro”, ma perché ha superato l’adolescenza e deve prendersi le proprie responsabilità senza fuggire. E diciamolo: lei, con quella Londra di carrozze, strade e palazzi non ha nulla a che vedere. Senza i suoi “selvaggi”, non sarebbe mai stata il personaggio che amiamo.

            Addio, John Smith. Sei una bella persona da cui c’è molto da imparare. Ma, per una Pocahontas, non potrai mai essere nulla di più.