domenica 31 agosto 2014

Uomo del mio tempo

«Che orrore!» Così sbotta, scandalizzata, la madre (cinquantenne) davanti alle fotografie della figlia (ventenne) truccata come Brandon Lee nel film The Crow. «Tu devi metterti la testa a posto… Dovresti essere disgustata a veder queste cose, non goderne… C’è già tanto male nel mondo: a che serve inventarsene dell’altro? Se tu sei di questo umore, non ti voglio attorno… voglio cose positive attorno a me…»
«Ecco cosa si guadagna a essere sinceri» risponde la figlia, gelida.
«Se tu sei sincera, io sono libera di dirti la mia opinione!» guizza la signora, oltraggiata nei suoi diritti.
            Ebbene, a questa recente scena io voglio rispondere, senza farmi incantare dal fatto che quella madre sia una veterocasalinga con poche e affezionate idee, né dal fatto che sia tornata a far la gatta con la figlia poco dopo, come se avessero parlato del tempo. Perché non saper distinguere fra la legittima espressione di un’opinione (“Questa estetica non fa per me”) e la sferzata d’un giudizio morale è un grave difetto di civiltà. Un difetto diffuso nei “piccoli mondi antichi” della “brava gente”, quella che allontana da sé lo spettro dell’irregolarità e del delitto coi suoi “se la sono cercata”, “sono matti”, “che gli è saltato in testa?”. Questa “brava gente” è la stessa che ritiene una minigonna un delitto da punire con lo stupro, o l’omosessualità una devianza tanto pericolosa da doverla rendere quantomeno invisibile a livello socio-politico, se non la si può reprimere con un buon elettroshock o eliminare dalla faccia della terra. La violenza fisica –si sa- non è perbene. Meglio parlare alle spalle, lanciare frecciate velenose, frustare i figli nel profondo dell’anima, là dove non si sentono neppure i lamenti. E, se qualcuno si permette di far notare che questo fa male, è pronta la risposta: «Non piangerti addosso! Nessuno ti sta torcendo un capello».
            È facile levare lamenti su Sophie Lancaster, su quel tenero corpo straziato da un gruppo di balordi perché vestito di nero e fornito di piercing. I sorrisi di una donzella inteneriscono. Condannare chi picchia, scalpa e uccide è facile (si sa, tutto ciò non è perbene). Meno facile è accettare che quei “balordi”, in realtà, non siano alieni, ma esseri umani meno ipocriti di altri. L’odio verso una subcultura, un’estetica, una forma di diversità sociale innocua ma vistosa ha radici in quella normalità che si fonda sulla recinzione del proprio orticello di sicurezze. I cosiddetti “balordi”, nell’individuare le vittime, fanno scelte –guarda caso- combacianti coi pregiudizi più collaudati. In un certo senso, si sporcano le mani al posto delle comari e dei bravi padri di famiglia che si limitano a coltivare i paraocchi della prole, senza passare all’azione.
            Meno drammatico, ma altrettanto disgustoso (a mio vedere) è un altro episodio, avvenuto nello stesso anno della morte di Sophie a una sua conterranea: Samantha Goldstone. Di professione insegnante, nel tempo libero scriveva romanzi neogotici e teneva un sito a tema, sotto pseudonimo. Una volta scoperta l’identità fra la professoressa e la scrittrice, apriti cielo. I giornali si scatenarono a far di Samantha un’immonda creatura, come se fosse stata diversa da Bram Stoker, Anne Rice e gente similmente osannata. Povera Inghilterra, che tanto hai dato al genere letterario gotico…
            Questi tre casi (la ventenne truccata, Sophie Lancaster, Samantha Goldstone) mi fanno ripetere quelle parole di Salvatore Quasimodo: Sei ancora quello della pietra e della fionda,/uomo del mio tempo… Hai ancora bisogno dei roghi, nonostante tutto. Il progresso t’ha liberato dal vaiolo e dalla peste bubbonica, ma non dalla tua piccineria assassina.

Perché ogni normale uccide il diverso,
sia da tutti questo risaputo:
v’è chi lo fa con uno sguardo avverso,

chi con lusinghe viscide di sputo;
il brav’uomo con rimprovero perso,
l’ombroso nella lama d’un minuto.

Non aspettatevi senso della giustizia ed equanimità da chi si sente normale e giusto. Perché è esattamente quel tipo di persona a cui, sotto sotto, fanno comodo gli stupri e i pestaggi che puniscono i suoi fantasmi. La sua astensione dal crimine è pura vigliaccheria. E per fortuna è vigliacco, ci si può ridurre a dire. 
Contro questo genere d’obbrobrio umano voglio innalzare il canto d’Elettra e levare il mio stendardo luttuoso. Io sono macabra, ma tu sei morto, uomo del mio tempo. Sei morto ogni volta che uccidi te stesso nel tuo simile, per il bisogno di capri espiatori. E la tua incapacità di violenza non ti assolve: ti rende solo più viscido.

Vorrei venir con gli occhi della Morte
a spiarvi nel sonno,
quello per cui venduto avete l’anima.
Nemmen più vi disturba
il legno della Croce stretto in gola.
E così va avanti il vostro tran tran:
filtrar moscerini, inghiottir cammelli;
ogni tanto, lucidate con sputo
il vostro bel parquet di pelli umane.
Mi raccomando: quando passerà
sulla vostra strada un giovane pazzo
del suo vivere eretico,
fate i vostri scongiuri
e tornate, ve ne prego, a dormire
nel sego filisteo.
Sogni d’oro. Che possa
il vostro grasso esservi leggero.

sabato 30 agosto 2014

La parte migliore

Una volta, diversi anni fa, ho letto qualcosa, parlava del come vivere e del come morire. Del come mangiare e come camminare. È qualcosa che molti conoscono, almeno le persone che hanno letto cercato trovato, che si sono interessate al pensiero del Buddismo Zen. Diceva, questa frase: «Quando cammini, cammina, quando mangi, mangia, quando muori, muori». […] Un famoso maestro giapponese diceva: «Se sei in riva al fiume, e se senti la bellezza del fiume, se riesci a fare tutt’uno col fiume, allora stai agendo intuitivamente con il tuo spirito Zen, col tuo spirito illuminato». E fare questo non è niente di straordinario, è nella nostra natura farlo. Il fatto è che spesso la nostra vera natura è ricoperta da idee ricevute, paure, pensieri economici, aspettative, piccoli film mentali. Dall’idea che dobbiamo essere efficaci, belli, perfetti. «Quando noi siamo staccati dalla nostra vera natura», diceva il maestro Zen, «allora abbiamo paura. Quando intuiamo che invece siamo una cosa sola col fiume, col cielo, con l’universo, lì siamo in pace». […] Una cosa secondo me importante è che quando diciamo “mente”, parlando del Buddismo e dello Zen, dobbiamo cercare di non pensare alla mente come al nostro cervellino ragionevole, la mente che fa i calcoli, che guida l’auto o che controlla se abbiamo pagato le bollette. La mente, per le filosofie orientali, è sempre una questione di mente-cuore-vita.
            È testa, sì, ma unita a intuizione, percezione, emozione. Respiro, poesia. È sentire con la mente. Volare con la mente. Vibrare con il cuore stando radicati nella terra. Dentro la nostra piccola vita. Con le bollette da pagare, la spesa al supermercato, la persona di cui mi sto innamorando. Tutto questo e allo stesso tempo qualcosa di più vasto di tutto questo, che comprende tutto questo, che è ed esiste forse proprio a partire da tutto questo. Percepire il miracolo normale del vivere. […]
            Degli insegnamenti Zen la cosa più esplosiva trovo che sia questo fatto del richiamarsi sempre, con costanza, allo spirito del principiante. L’innocenza delle prime domande che facciamo da bambini. L’innocenza del cuore aperto, della mente meravigliata. La mente l’occhio il cuore del principiante. […] Prendiamo per esempio la calligrafia Zen. La calligrafia Zen consiste nello scrivere nel modo più diretto possibile, così, giù, senza abilità, proprio come farebbe un principiante assoluto, un absolute beginner. O un bambino. O un matto. Scrivere così, senza mirare, nel modo più assoluto, a dar prova di abilità, a mostrare la bellezza, la grazia, l’accortezza del tracciato. Senza ricercare la nostra piccola gloria. Ma semplicemente standoci dentro, completamente dentro. Essere totalmente immersi nell’atto. In quel gesto. Stando lì pieni d’attenzione, come se quella fosse la prima volta che prendiamo in mano il pennarello (la penna) e scriviamo la parola. […] Se noi riusciamo a metterci in questo stato d’animo, allora la nostra natura profonda si esprimerà completamente in quell’atto. […] Lo scopo della pratica Zen, mi sembra, è proprio questo: conservare, allenare, lucidare ogni giorno il nostro spirito da debuttante. […] Quando non coltiviamo questa idea dell’arrivare da qualche parte, dell’ottenere un certo effetto, del dimostrare qualcosa a qualcuno, ecco allora sì che siamo dei veri principianti. Dei grandi dilettanti nel senso bello del termine. E quando siamo aperti e debuttanti, allora è il momento che stiamo imparando qualcosa sul serio. Lo spirito del debuttante è anche lo spirito pieno di compassione e di poesia. E quando siamo nella compassione, cioè nella poesia, lì siamo illimitati. […] Ricordo mio delle elementari. Sono molto, ma proprio tanto, catastroficamente uno zero in matematica. […] Bene, per me, questo spirito del principiante, questo spirito Zen passa un po’ anche da quelle parti, nell’accogliere la me stessa bambina che si inventava un suo modo per fare la prova del nove. […]
 In quella ragazzina incasinata io ho scoperto, col tempo, che c’è la parte migliore di me. L’ho scoperto camminando, scrivendo, dipingendo, amando, soffrendo, godendo, pensando. Questa è la parte che non si sente arrivata, che sa di avere moltissimi limiti e che proprio a partire da questi limiti, incapacità, paure, invenzioni e racconti sa di essere viva. E anche un po’ infinita. 

ROSSANA CAMPO


Prefazione a: Poesie zen, a cura di Lucien Stryk e Takaschi Ikemoto, Roma 2014, Newton Compton editori. [Zen Poetry, by Lucien Stryk and Takaschi Ikemoto, 1977/1981. Traduzione italiana di Adriana Ziffer Gallo].

martedì 26 agosto 2014

Non può piovere per sempre

«Cosa sei? Un fantasma? Un pagliaccio?» «Qualcosa del genere…»
La morte fa vedere qualunque cosa sotto una luce di distacco e il distacco genera umorismo. Per questo, probabilmente, Eric Draven (Brandon Lee) ha adottato un trucco sardonico, una volta tornato dalla tomba. I suoi dialoghi con i nemici sono contrassegnati da un impeccabile sarcasmo, che rende la resa dei conti uno spettacolo di delizioso humour nero. Però, il resto della figura di Eric è funereo. E il corvo che veicola la sua anima è sempre presente, a ricordargli che lui appartiene ormai al mondo delle ombre.
            Non sto neppure a descrivere quale lusinga sia la somiglianza fra il mio nome e quello del Corvo. Né sottolineerò il mio amore per la colonna sonora e l’estetica del film, appunto The Crow (Il corvo, 1994; regia di Alex Proyas). Lo si potrebbe considerare un tributo (involontario?) al gothic rock, oltre che alla musica metal e punk. Oltretutto, il protagonista suona la chitarra elettrica in un gruppo omonimo di una band gothic metal realmente esistente. E James O’ Barr ebbe l’idea deliziosa di scegliere, per l’eroe del fumetto da cui il film è tratto, le fattezze di Peter Murphy, il cantante dei Bauhaus. Il fatto che il personaggio originale, anziché cantante, fosse un poeta è un’ulteriore lusinga al mio ego. Il film mantiene comunque un certo afflato poetico, grazie alle citazioni da The Raven di Edgar Allan Poe e dal Paradise Lost di John Milton.
Inoltre –come è notissimo- questa pellicola dominata da un Non-Morto ha portato alla morte reale del primo attore, Brandon Lee. Un sottile filo con lo Stige?
            In ogni caso, The Crow è un’epopea notturna, un tessuto di buio interrotto da vampe di fuoco. Prima ancora di Eric, a essere protagonista è il lato oscuro della grande città, con le speculazioni edilizie, le bande criminali, l’avidità e la volontà di potere fine a se stessa. La città è un demonio pulsante che inghiotte il protagonista e la sua ragazza (Sofia Shinas), proprio alla vigilia delle nozze. Il dolore creato da questo Satana collettivo è più forte della morte stessa. Ecco perché il corvo riporta sulla terra l’anima di Eric. Un non-morto sorretto da un amore bruciante deve vendicarsi di non-vivi prosciugati di qualunque sentimento e della loro stessa identità umana. Sono tutti morti, anche se non lo sanno. Il loro capo, Top Dollar (Michael Wincott), ne è il più consapevole. Il suo pensiero vive soltanto del passato, degli insegnamenti del padre defunto. L’infanzia finisce nel momento in cui ti accorgi che un giorno morirai. Per questo, forse, anch’egli ha al proprio fianco un “corvo” psicopompo: la sorella-amante (Bai Ling), che è –allo stesso tempo- i suoi occhi e il suo “filo con lo Stige”, con i ricordi da cui non può uscire. Dominato com’è dall’ombra della morte, il capo è insensibile a qualunque lusinga terrena. Gli interessa solo la volontà di potenza, la capacità di lasciare sulla terra un’impronta, un fuoco che si veda dal cielo. Come tutti i veri nemici, Eric e Top Dollar appartengono profondamente l’uno all’altro. Ogni uomo ha il suo diavolo e non ha pace finché non l’ha incontrato. Grazie al Corvo, il “superuomo” ritrova il sorriso. Ma solo per essere caricato di tutto il dolore da lui causato e scontarlo finalmente nella morte da lui sempre guardata in volto.

Eric è un supereroe, certo. Ma non per la sua invulnerabilità di spettro. Lo è per la titanica grazia del suo umorismo, con cui regge quel carico di sofferenza che –come si è visto- non è stato spento nemmeno da Colei che tutto vince. Per questo ha anche la forza di salvare gli amici dall’autodistruzione e dall’anaffettività. La vendetta non sarebbe stata sufficiente al suo riposo, senza la premura per i cari non ancora estinti. Eric è un angelo paradossale, forse –come suggerisce un suo motto di spirito- addirittura una figura cristologica. Il suo spirito redivivo sigilla il messaggio che cantava nel suo tempo terreno: Non può piovere per sempre. La tomba non sempre dà pace. Ma l’amore sì.


domenica 24 agosto 2014

Lost in TRANSlation

Mi sono accostata a The Rocky Horror Picture Show (1975, regia di Jim Sharman) perché incuriosita dal sito A Study of Gothic Subculture: An Inside Look for Outsiders. Il musical, infatti, compare nell’elenco di film proposti come esempi di estetica cinematografica gothic. Di certo, l’ambientazione notturna, il castello e i richiami a miti come quello di Frankenstein spiegano l’inclusione nella lista. I motivi di interesse che ho trovato nel film, però, sono stati anche d’altra natura e decisamente inaspettati.
            Il primo fotogramma dopo i titoli di testa inquadra una croce celtica che sormonta un campanile. È appena stato celebrato un matrimonio, tradizionale momento di risveglio della sessualità in un paesino piccolo e pudibondo. Su questo sfondo, i protagonisti Brad (Barry Bostwick) e Janet (Susan Sarandon) si dichiarano ufficialmente il proprio amore. Le loro parole e i loro abbracci sono contrappuntati dai figuri spettrali che preparano un funerale. Eros e morte sono eguali, egualmente conturbanti ed egualmente celebrati/castrati dal rito. La graziosa cornice campagnolo-puritana, però, non salverà i due piccioncini dal viaggio sul pianeta verso il quale il loro neonato rapporto li dirige. 

            Il loro fidanzamento è un’automobile in una notte nebbiosa, sfiorata da motociclisti la cui temerarietà impaurisce e sfida la coppia. Poi, uno smarrimento e un guasto. Brad e Janet si inoltrano così a piedi nella notte dei propri istinti. C’è una luce, sì, c’è una luce nella notte per tutti. Ma quel genere di luce che mostra ciò che non si vorrebbe vedere. Ovvero, accecante.
            Essa promana dal “castello di Frankenstein”, in linea con quel gioco dichiarato dalle labbra rosse che aprono i titoli di testa snocciolando gli eroi della fantascienza. Pupazzi, nient’altro che pupazzi ormai vuoti. Tanto vale sostituirli con maschere festaiole e travestiti in reggicalze: gli alieni in missione dalla galassia di Transilvania. La gimcana esibita e parodistica, però, evidenzia la forza tipica di horror e fantascienza: la capacità di deformare le comuni nozioni di essere umano, tempo e spazio. Questa deformazione è un gioco al quale i transilvanici si abbandonano con piacere rapinoso (Let’s do the time warp again!). Gli svenimenti di Janet non sono forse una reazione così esagerata, dopotutto. Hanno quasi un che di dantesco; sanno dello smarrimento umanissimo e immane davanti all’ingresso nell’Inferno propriamente detto e alla sorte di Paolo e Francesca.
         
   Il Lucifero –nonché Frankenstein- della situazione è il sweet transvestite Frank-N-Furter (Tim Curry). Il suo essere alieno consiste nell’essere troppo umano, troppo simile ai desideri polimorfi e repressi dei terrestri, nel suo conoscere troppo bene questi ultimi –fino a padroneggiare il segreto della loro stessa vita biologica. La sua ossessione di Pigmalione è dipinta sul fondo della sua piscina, che ostenta la michelangiolesca Creazione di Adamo. In questo sogno blasfemo e grandioso, Frank si può crogiolare, vezzeggiato dagli umani che egli tratta come balocchi, in una solitudine narcisistica e onanistica. Anche i due fidanzatini, per lui, non sono che nuovi pezzi nella casa di bambola che è la sua vita. Li sveste e li riveste, li privilegia e li avvilisce a capriccio. Soprattutto, li porta al cuore di quel proibito che si nasconde dietro la facciata d’ogni rito sociale. Frank assume le fattezze del fidanzato prima e della fidanzata poi, per sedurre gli ingenui ospiti con gesti e parole inquietantemente speculari. Non c’è differenza fra uomo e donna, nella scoperta dell’eros. Se non per un (eloquente) particolare: la donzella è più ricettiva di fronte agli insegnamenti del transeduttore e più pronta a… rielaborarli originalmente.
            Né c’è barriera prestabilita fra amore e odio, quei LOVE e HATE tatuati sulle dita d’una vecchia fiamma di Frank (Meatloaf): citazione dal celeberrimo film di Charles Laughton, The Night of the Hunter (La morte corre sul fiume, 1955). Anche questa è la notte di un cacciatore. E l’odio della creatura (un “mostro di Frankenstein” tutt’altro che mostruoso, se non per le dimensioni dei bicipiti) verso il creatore può rovesciarsi in amore e in una fusione di destini.
Frank non sarà sconfitto dai due fidanzatini, troppo sprovveduti per difendersi dai fantasmi dell’eros. Né sarà sgominato da un professore tedesco sedicente statunitense (Jonathan Adams), incarnazione dell’ordine e della morale (la doppiezza spionaggesca del personaggio, però, rende i suoi valori alquanto sospetti). La sua stessa malata ricerca d’amore lo ucciderà. Statue e pupazzi possono compiacere l’ego, ma trascurare le vive fonti d’affetto che vivono alla nostra ombra è un errore da cui non c’è ritorno.
Dal caleidoscopio di incubi erotici, i terrestri si risvegliano ritrovandosi perduti nella notte e nella foschia. I gesti smarriti di Brad e Janet che si protendono l’uno verso l’altra –senza riuscire a vedersi- rievocano le parole cantate dai Nomadi ne Il libero: fra savi e pazzi,

che differenza c’è,
 se –nel buio- se
tutti si cercano
e non si trovano

e non si trovano mai?


venerdì 15 agosto 2014

Il patto con Melusina e altre questioni (in)attuali

Spesso, mi capita di discorrere con un mio caro amico, decisamente più conservatore di me, di questioni come la concezione della famiglia, il rapporto fra individuo e comunità, il ruolo femminile nella cura dei figli. Quello che lui dice –almeno in parte- è abbastanza autoevidente. Ovvero: i rapporti all’interno della famiglia dovrebbero essere all’insegna della condivisione; l’individuo come entità assoluta non esiste, perché ognuno di noi vive in un contesto socioeconomico che contribuisce a plasmare anche le nostre convinzioni e a condizionare i nostri comportamenti; le donne tendono –in linea di massima- ad avere un rapporto più diretto coi figli e un’inclinazione maggiore alla cura dei propri cari. Io, come Lucia Mondella nella conclusione de I promessi sposi, non trovo che i discorsi del “mio moralista” siano falsi in sé, ma avverto che manca qualcosa. L’amico di cui sopra, ovviamente, liquida la mia miscredenza come frutto dell’individualismo moderno e cita “il modello di famiglia scandinavo”, “l’emancipazione a tutti i costi”, il “femminismo” e altre tiritere alle quali io neppure mi sogno di fare riferimento. Piuttosto, la natura delle mie perplessità è espressa da storie ben più arcaiche.
            Una è quella della fata Melusina, leggendaria antenata dei signori di Lusignano. Ella avrebbe sposato Reymund, per l’appunto il signore di Lusignano, offrendo a lui e alla sua discendenza onori e fortune. Al marito, però, avrebbe posto una condizione: ogni sabato, egli non avrebbe dovuto cercar di contattarla, o informarsi su di lei. Violando questo patto, la protezione della fata avrebbe abbandonato il casato. Spinto da voci maligne, Reymund non mantenne la parola, avendo poi di che pentirsene amaramente.
Ecco quello che cerco di dire al “mio moralista”: per quanto possano essere saldi o affiatati un matrimonio, una famiglia, una comunità, ciascuno dei suoi membri ha pur bisogno d’uno spazio d’autonomia per sé, come quello che richiede Melusina. Uno spazio magari modesto, ma vitale, la cui violazione renderebbe insostenibile il legame. La continua ingerenza dei genitori nella vita intima o nelle scelte etiche dei figli adulti non favorirebbe certo l’armonia familiare, tanto per fare un esempio. Lo stesso dicasi degli occhi pettegoli d’una “piccola città” puntati sugli aspetti più delicati d’una persona, o della possessività d’un coniuge nei confronti dell’altro. Non si tratta di affermare un Ego assoluto, ma –banalmente- di poter respirare. Melusina, che richiede la propria riservatezza, non pretende con questo di danneggiare il marito o trascurare i figli. Citando un arcinoto aforisma: una rosa rossa non è egoista perché vuole essere una rosa rossa. Sarebbe terribilmente egoista se volesse che tutti i fiori del giardino fossero rossi e fossero rose.

Sempre restando nell’ambito “donne e famiglia”, ricordare ai maschietti che farebbero meglio a essere più presenti in casa non vuol dire pubblicizzare un modello di donna amazzone o egocentrica. Significa riecheggiare la favola del cavallo e dell’asino, che io ho appreso per “tradizione orale”. Un asino, sfinito dal carico, domanda al cavallo la grazia di prendersene sul dorso una piccola parte. Il cavallo si rifiuta. Avviene così che l’asino muoia d’affaticamento lungo la strada. Al cavallo, perciò, tocca gravarsi di tutto il peso. In altre parole: la collaborazione fra coniugi tanto nella sfera domestica quanto nel lavoro retribuito non è una “sovversione dell’ordine naturale”. È un’ovvia necessità, nei ritmi stressanti di oggi. Condividere il carico è dimezzarne il peso. Fa anche sì che nessun membro della famiglia debba rinunciare integralmente ai propri interessi, alla propria formazione culturale e alla propria vocazione professionale –cose che sono preziose sia per gli uomini che per le donne, mi spiace dirvelo, cari tradizionalisti/anti-individualisti/ricchi-premi-e-cotillons. Per quanto possiate far propaganda, non ridurrete mai la natura dell’essere umano a quella di una termite o d’una formica, che vivono solo ed esclusivamente come anonimi ingranaggi d’un organismo collettivo. Con gli altri esseri umani, bene o male, bisogna confrontarsi e venire a patti, come il signore di Lusignano con Melusina. Questa sì è una “legge di natura”. Ma il mio “Renzo”, in realtà, lo sa già.

domenica 10 agosto 2014

Come affrontare la convivenza con una veterocasalinga – I consigli di Dentella D’Erpici

Sembra incredibile, ma esistono ancora. Gli esemplari di Mulier domestica, o veterocasalinga, o casalinga a tempo pieno allignano tuttora nelle aree provinciali del Bel Paese, soprattutto nelle fasce sociali a reddito medio-basso. Questa specie in via d’estinzione è naturalmente predisposta alla domesticazione e ciò presenta enormi vantaggi per l’Homo sapiens sapiens. Purtroppo, però, la lunga coabitazione con una veterocasalinga può essere anche rischiosa, a causa dell’irrefrenabilità dei suoi umori uterini. Ecco alcune cose da sapere per non soccombere sotto di lei nella lotta per la sopravvivenza:

1.      Il lupo perde il pelo, ma non il vizio. Qualche decennio fa, la Mulier domestica era una specie capillarmente diffusa sulla penisola italica. Il terzo millennio ha visto una netta riduzione del numero di esemplari. Ciò significa che la veterocasalinga odierna, in molti casi, avrebbe avuto altre possibilità di vita, ma non le ha scelte, perché irrimediabilmente vocata al ruolo di avvoltoio… ehm, angelo del focolare. Ergo, non potete sperare di ammansirla con il semplice addomesticamento. Dura natura, sed natura;
2.      L’uomo e il sabato. “Il sabato è fatto per l’uomo e non l’uomo per il sabato” par che abbia detto un certo Gesù Cristo. Parole sante in ogni senso. Le si potrebbe ripetere con la “casa” in luogo del “sabato”. Peccato che la veterocasalinga non lo intenda. Per lei, la Casa è un dogma. Una biro fuori dal portapenne, un cuscino non sprimacciato, un libro fuori dallo scaffale sono blasfemie e pericolose sovversioni dell’Ordine Costituito (da lei). A noi (poveri) Cristi, colpevoli di stare in casa per viverci e non per contemplarne la cosmica perfezione, restano due strade: l’eresia aperta o il nicodemismo. Ovvero: rispondere agli attacchi della fiera con un sano estiqaatsi, o lasciarla cuocere nel suo brodo, proseguendo frattanto nella nostra direzione ostinata e contraria;
3.      Chi ci salverà dall’amore? Ah, già: non dimenticate che tutto quello che la veterocasalinga fa è per vostro ammooooreeeee. Per dedicarsi interamente a voi, ha azzerato quasi ogni altro interesse nella vita: sacrificio estremo che voi non vi siete mai sognati di chiederle, neppure nei vostri incubi più perversi. Tuttavia, lei, per questo suo autosacrificio, si sente in buon diritto di chiedere compensazioni: dal sopportare i suoi strilli (inaccettabili anche a un lavatoio), al farle passare in rassegna qualunque lembo di stoffa vi sogniate di mettervi indosso (con la scusa di pulizia/praticità/decenza). A quel punto, comprendete il trucco: l’eroica dedizione della veterocasalinga è solo un inzuccherato strumento di controllo sulle vostre vite, con cui lei esorcizza le proprie ansie. Psicopatologia della quotidianità;
4.      Delitto e (auto-)castigo. Se la veterocasalinga è esigente con gli altri, non crediate che non lo sia con se stessa. Ogni piatto di pasta meno condito del solito, ogni vaghissima ditata rimasta sul piano del tavolo possono dar luogo a lunghissimi rituali di autoaccusa dinanzi ai familiari, più indifferenti che di fronte a litanie in sino-giapponese. Per prudenza, nascondere tutto quel che può somigliare a un cilicio o a un flagello;
5.      Conclusioni: Cosa fare? Se voleste, in ogni caso, tentare d’ammansire l’indole della Mulier domestica, un po’ di sano femminismo potrebbe fare al caso vostro. Niente di radicale, intendiamoci: basterebbe somministrarle qualche uscita al cinema o con le amiche, lasciando vivere per un po’ le povere camicie da stirare. Pian piano, l’esemplare vedrà attenuarsi l’aspetto forastico dei propri comportamenti. In ogni caso, prima di esaltare le brave-donne-tutte-casa-e-famiglia, meglio pensare all’altra faccia della medaglia. Perché la cura della prole sarà anche naturale, ma la Natura è matrigna.


Dentella D’Erpici

martedì 5 agosto 2014

Spiritualità

La religione ci divide come uomini, la spiritualità ci unisce. (Alice T. Crowe, African Spirituality Network)

Spiritualità. Questa parola ha generalmente un sapore d’arcano, d’ecclesiastico o di ciarlatanesco, a seconda dei contesti. È impalpabile tanto quanto il concetto che indica.
Perciò, anche per “deformazione accademica”, mi rivolgo alla concretezza del dizionario, impregnato d’inchiostro e polvere. Spīrĭtŭs, ūs, secondo i sempiterni L. Castiglioni e S. Mariotti, ha una vasta gamma di significati, di cui i primi sono soffio, aria, respiro. Il pragmatismo latino fornisce dunque una traccia tanto semplice quanto eloquente per definire il significato di “spiritualità”. Essa sarebbe il modo di respirare
I praticanti zen, a questo punto, potrebbero aver molto da dire. Però, la definizione di cui sopra non ammicca solo alle tecniche giapponesi di meditazione. È sensualmente incarnata anche dalle vetrate gotiche, polmoni di luce per le chiese del XIII - XIV secolo. È esemplificata dalle volute aeree uscenti dalle colonne dell’organo, il cui suono fa pensare autenticamente al respiro d’una creatura immane e immersa nel divino. È visibile nel fumo degli incensi, che ha onorato forse ogni dio nato dall’antichità a oggi. Potrei forse parlare ancora: di templi, di danze, di inni, di nenie.
Spiritualità è il modo in cui l’uomo respira all’unisono con ciò che lo circonda, coi suoi simili e con le altre creature. Le dottrine che insegnano come raggiungere questo unisono sono differenti fra loro e fortemente influenzate dalla contingenza storica, dal retaggio culturale di cui sono cariche, perfino dalle mosse operate sullo scacchiere politico. Il che le rende più o meno contorte, più o meno ripide. Una via spirituale, per quanto ambisca all’Eterno e all’Universale, non può che essere tracciata su questa terra, seguendone le asperità.
Ma non può essere detta spirituale, se non insegna all’uomo a inalare ciò che è vitale per lui e a emanare i segni del proprio esser vivo: l’equilibrio nelle emozioni, l’empatia con gli altri esseri viventi, l’operosità posata e la creatività generosa. Se esiste qualcosa d’universale, fra gli uomini, è proprio questo tendere alla vita, intesa come lo svolgimento armonico delle proprie funzioni fisiche e psichiche –alla pari d’un corpo in cui nessun umore è in squilibrio e gli arti non sono né troppi, né troppo pochi. Questa salute (spesso, purtroppo, più ricercata che attuata) è al contempo del singolo e della collettività in cui vive. Se il soddisfacimento di pulsioni e ambizioni può portare alla dicotomia tra “individuo” e “società”, ciò non avviene con la ricerca della “perfezione spirituale”. Perché la serenità d’un uomo singolare e concreto porta alla sua benevolenza e collaborazione coi suoi simili. In uno stato di “perfezione spirituale”, poi, non ha neppure senso la consunta contrapposizione tra “fede” e “ragione”, tra raziocinio e sentimento. Nell’uomo e nella comunità spiritualmente perfetti, ogni ambito della psiche troverebbe la propria collocazione e funzione, senza voler sopraffare gli altri. Il calcolo non pretenderebbe di dirigere i sentimenti, le emozioni personali non chiederebbero di dettare le decisioni d’importanza comune, la sperimentazione non vorrebbe aver luogo di certezza e le metafore mitologiche non soffocherebbero le scienze.
Questo rispondo sia a chi storce il naso davanti a ogni olezzo di incenso, sia a chi vede “superbia” nel voler raziocinare circa le credenze attempate. L’Homo sapiens è rationalis e religiosus allo stesso tempo, che ciò piaccia o meno. Per questo, non posso che oppormi a chi vuol stabilire la superiorità d’una forma di sapere sull’altra, anche  (e soprattutto) quando lo faccia col pretesto del “bene dell’umanità”. Il bene dell’essere umano sta nell’essere intero.