sabato 26 luglio 2014

Molto più che a-Moccia


Può capitare. Ci si trova su un pullman, diretti alle Ferie Matricolari di Perugia, con il televisorino pronto a intrattenere i passeggeri. E –ironia della sorte- il film è Universitari di Federico Moccia. Il quale ci tiene a informarci che gli studenti, quando creano legami di gruppo fra loro, sono molto più che amici.

            E lo vieni a dire a noi? A noi goliardi, che ci consideriamo fratelli?

Comunque, un pregio, nella situazione, c’era: mi offrì l’occasione di degustare una deliziosa perfidia.

Dunque…

Ci sono loro: gli amiconi coinquilini, con tanto di fetentone che si mura vivo e non paga l’affitto, di bell’esule disceso direttamente dai Mori delle chansons de geste (sì, la profondità del confronto interculturale è quella), di giovanotto mal cresciuto che illude una casalinga disperata e –dulcis in fundo- di protagonista che sviene una tantum per “sindrome del cuore spezzato” (Fede, ma da che manuale di medicina l’hai tratta?!). La padrona di casa è, ovviamente, un’arpia succhiasoldi dal passato infelice (non sia mai che ci siano personaggi sani di mente). Un giorno, la Regina delle Sanguisughe impone un terribile diktat: o aumento degli affitti, o apertura della residenza all’altra metà del cielo. Potete immaginare quanto siano affranti i tre bellimbusti (il fetentone si è defilato in anticipo, come Giuda Iscariota), all’idea di convivere con tre Barbie Moccia-style. Sì, le lagne di maniera ci sono, come d’uopo: «Addio gare di rutti!» «Ma se non le abbiamo mai fatte…!» «Magari, poi, i loro fidanzati penseranno che ce le trombiamo…» (Dov’è il problema? Lascia pur grattar dov’è la rogna, diceva il Sommo…).

Comunque, arrivano due ragazze… e, chissà perché, le querimonie tacciono d’un colpo. Dico solo che le fanciulle avevano le facce di Nadir Caselli e Sara Cardinaletti.

Siccome non c’è il due senza il tre, ci vuole un’altra donzella –anche per dividere l’affitto, ovviamente. Così, arriva una velina mancata (segni particolari: Grande Neurone Solitario), che sarebbe l’alternativa a uno studente di teologia dall’eloquio pontificale. Meglio prendersi la soubrette e lasciare che costui trovi la propria via –magari, quella verso il soglio di San Pietro.

Ora, il dramma può svolgersi in pieno. Ecco che arriva tutto: la figlia col padre cafone e l’amante professore, la casalinga disperata che lascia il marito per scoprire che il suo giovincello –guarda un po’!- non faceva sul serio, il Moro carolingio che deve riconquistare la fidanzata ed evitare la promessa sposa connazionale… di nove anni. E il protagonista con la sorellina darkettina che gli dà mille pensieri… e una tesi di laurea da elaborare… Ecco, quest’ultima è l’unica tragedia credibile, nel corso del film.

Non possiamo tacere delle riflessioni di profondità sconvolgente. Per esempio, quelle sui ruoli di genere: «Perché una donna dovrebbe somigliare a un uomo? Insomma… io la gonna non me la metterei…» Sì, hai proprio capito tutto del Paese in cui sei approdato, caro il mio Moro carolingio. Il problema è che molti che ci sono cresciuti non arrivano più in là di te.

Ma la Perla Suprema è l’incontro fra la velina (ovviamente, con una vita segreta strappalacrime) e la madre. La signora arriva alla residenza universitaria (carramba, che sorpresa!) e consegna alla figlia –con un tempismo perfetto- la Barbie che costei aveva chiesto in regalo da bambina. «Non te l’ho mai data, perché… non volevo che diventassi come questa bambola». Mi sa che ha portato il soccorso di Pisa, cara signora.

Il film approda al cortometraggio col quale il protagonista dimostra al relatore e all’università tutta di meritarsi (?) una laurea nel campo dello spettacolo. La pellicola è un chiaro riassunto del film stesso (mamma mia, che genio metacinematografico!). Messaggio dell’elaborato: Raga’, che vi frega dei tagli alla pubblica istruzione e della vostra futura disoccupazione? Ma pensate ai vostri inciuci erotico-amicali e alle vostre manfrine, che è meglio! Sì, Fede, so che l’hai detto in modo più edulcorato. Ma, anche inzuccherato, il guano resta guano. Del resto, uno dei personaggi –il cornuto consorte della casalinga disperata- lo dice a lettere più chiare: «Siete una generazione senza palle!»

Va bene. Sappiamo di dover raccogliere un’eredità gravata di debiti, di doverci molte volte pulire le terga coi nostri titoli di studio e di doverci vendere al ribasso alla prima azienda che passa, per poter campare… Ma che, dopo questo danno, ci debba venire anche la (tua) beffa è veramente sconfortante.



P.S. Dimenticavo: questo film ospita una delle più rare perle di mélo-trash che mi sia mai capitato di buscare. «Ragazzi… fra dieci anni, ritroviamoci qui e raccontiamoci come siamo diventati». Mi sto ancora facendo le iniezioni di insulina.



P.P.S. Secondo la pagina di Wikipedia dedicata al film, Universitari è stato presentato presso l’Università degli studi “Niccolò Cusano” di Roma, “alla presenza del regista, del cast, di psicologi e universitari”. Ma perché?


La recensione che più esprime lo schietto sentimento goliardico di fronte a questo film.

domenica 13 luglio 2014

Gli argini del fuoco



«Bene… Ora, teorizzalo!»

Questa fu la risposta di una mia amica alla pubblicazione di In-esistenza. Teorizzare la bisessualità. Un’esigenza delle (non solo) sue rivendicazioni. «Tanti dicono che i bisessuali non esistono…» Si potrebbe riempire un’enciclopedia con le cose che “non esistono”. “Le lesbiche non esistono. È solo una fase. Devono solo trovare l’uomo giusto”. “I gay non esistono. Hanno solo bisogno di ‘cure’”. “Non esistono uomini o donne transessuali. Una donna resta una donna anche se si è fatta operare. Così pure un uomo. È il corpo a influenzare la mente, non il contrario”. E potremmo proseguire anche in altri ambiti: “Le donne goliarde non esistono. È impossibile che una donna abbia un atteggiamento goliardico”; “Non esiste un credente che pensa”; “Non esiste l’amicizia fra uomo e donna”. E via discorrendo. Ogni genere di ideologia o di formazione –a quanto pare- si arroga il diritto di stabilire cosa possa o non possa esistere. A questo atteggiamento già rispose magistralmente William Shakespeare, per bocca del suo celeberrimo Amleto:



There are more things in heaven and earth, Horatio,

Than are dreamt of in our philosophy.

(Hamlet, I, 5)



Percepire il limite delle capacità conoscitive umane, per l’appunto, non è proprio dell’ideologo. È dote di poeti e di mistici. A questo è dovuto il mio scetticismo verso l’uomo che se ne va sicuro, l’uomo troppo intero che custodisce le proprie certezze in una struttura cristallina. La mia profonda empatia e il mio omaggio vanno a chi ha tanto sfidato le convenzioni acquisite e finanche se stesso da aver toccato con mano le colonne d’Ercole della percezione e della ragione. Oppure, sono in sintonia coi bambini, per i quali tutto il mondo è nuovo e, perciò, ne hanno una comprensione illimitata. Lungi da me, venditori di certezze. Tutto ciò che avete non è che cenere, davanti all’infinito affresco del mondo. I vostri libri non sono che modi per rifuggire dallo sguardo diretto sulla realtà.

Purtuttavia, l’età che avanza (già, quasi venticinque anni…) mi costringe a rivalutare le costruzioni teoriche. Perché su quelle si basa qualunque progetto ad ampio respiro, qualunque rivendicazione. Senza un’intelaiatura ideologica, ci si può basare solo sul pressappochismo, sull’opportunismo e sul conformismo; oppure, su sentimenti più o meno forti, ma puramente personali e, quindi, scarsamente condivisibili. Ecco, dunque, che la concretezza proteiforme della realtà deve sapersi formulare anche a parole, nero su bianco. In questo senso, comprendo le preoccupazioni dell’amica di cui sopra e mi accingo a un atto che ha dell’ossimorico: trarre dai sentimenti una teoria.

Mentre ancora boccheggiavo nella contraddittorietà di quest’impresa, mi sono resa conto che qualcuno –più o meno intenzionalmente- già l’aveva avviata. Hanno riecheggiato, nella mia mente, le parole di Eva Cantarella a proposito di mitologia greca: “Eros non conosceva regole. Non che queste regole non esistessero, per i mortali. Al contrario, esistevano ed erano rigidissime: per limitarci al comportamento sessuale femminile, alle donne nubili, ad esempio, si chiedeva una rigorosa castità, e alle coniugate una non meno rigorosa fedeltà. Ma Eros non se ne curava e faceva nascere l’amore, indifferentemente, fra esseri mortali, dèi, figure semiumane, animali, uomini, donne… persino i fiumi si innamoravano, o le sorgenti. […] Inteso come forza divina, Eros non conosce limiti.” (1)  Il fatto che il patrimonio mitologico antico si esprimesse nel linguaggio del racconto e dei versi (anziché in quello del pamphlet o del saggio) non toglie nulla al suo spessore e alla profondità delle osservazioni in esso contenute. Le favole antiche avevano già colto la natura dell’Eros: un’energia che, come tale, può incanalarsi in diverse direzioni, spingere verso oggetti diversi. È quello che cerca di dire anche il sunnominato Shakespeare, coi sortilegi d’amore che intessono il suo Midsummer Night’s Dream. La regina delle fate che s’innamora d’un uomo dalla testa d’asino, grazie al succo erbaceo che le bagna gli occhi, è la metafora d’ogni essere umano alle prese con gli effetti della passione. Come a dire che, per una forza della natura, niente è innaturale.

Di che genere di energia si tratta? Così Platone faceva parlare Socrate, di nuovo attraverso un mito: “Quando venne al mondo Afrodite gli dèi si radunarono a banchetto e fra gli altri vi era anche Poro [Ricchezza], figlio di Metide [Assennatezza]. Dopo che ebbero banchettato […] venne Penia [Povertà] a mendicare […] Penia, dunque, tramando per la sua indigenza di concepire un figlio da Poro, si stese accanto a lui e rimase incinta di Amore. […] Amore […] poiché ha la natura della madre si trova a convivere sempre con l’indigenza. Secondo l’indole del padre invece sempre insidia chi è bello e chi è buono…” (2) (Simposio 203 b – 203 d). Amore –o Eros, per essere più esatti- è dunque la spinta a cercare in altri le qualità di cui si è mancanti, a placare una sete profonda o a realizzare una completezza, una comunione di vita. Questa energia può rimanere al grado di pulsione o evolversi in sentimenti più raffinati. Ciò che è sicuro è che l’Eros, presso gli esseri umani, non si riscontra mai “allo stato puro”, di forza senza regole e senza canali prestabiliti. Questo perché l’uomo vive coi propri simili in aggregazioni più o meno complesse, per la cui armonia l’Eros è sia una risorsa che una minaccia. Esso è paragonabile al fuoco: senza di esso, non sarebbe nata la civiltà, ma la sua natura lo rende intrinsecamente pericoloso. Ecco, dunque, che le comunità umane –a seconda delle forme che assumono- si debbono tutelare contro il rischio che Eros diventi esercizio di violenza, competitività esasperata per la conquista di un partner, veicolo di malattie, forma di dominio e circonvenzione. Allo stesso tempo, non possono rinunciare ad esso, sia perché l’Eros è connaturato all’uomo, sia perché è un potente fattore aggregativo. Non è da trascurare una cosa ovvia e basilare: dagli atti a cui Eros porta, scaturisce la nascita fisica. Anche da ciò deriva il duplice atteggiamento di valorizzazione e restrizione che le regole di ciascuna società adottano nei confronti del trasporto erotico. Nel momento in cui si definisce la struttura della famiglia, Eros diventa –al contempo- la fonte di questa cellula sociale e la forza che potrebbe disgregarla. Eros porta a costituire coppie e a generare figli, ma anche ad abbandonare i legami già instaurati per inseguire nuovi oggetti di desiderio. Oppure, può spingere a cercare una felicità personale a scapito di ciò che viene comunemente indicato come dovere. Queste problematiche sono state affrontate fin dagli albori della psicanalisi, dal celeberrimo Sigmund Freud. Si potrebbero citare numerosi titoli, più o meno famosi: La morale sessuale “civile” e il nervosismo moderno (1908) o Il disagio della civiltà (1929), per fare solo due esempi. Particolarmente interessante ai fini di questo post sono, però, alcune asserzioni contenute in uno scritto semisconosciuto: Psicogenesi di un caso di omosessualità femminile (1920). In esso, Freud afferma: “L’esperienza mi ha insegnato che l’adempimento di questo compito –l’eliminazione dell’inversione genitale o omosessualità- non è mai facile. Ho costatato al contrario che esso può essere assolto solo in circostanze particolarmente favorevoli, e, anche in questi casi il successo è consistito essenzialmente nel far sì che la persona esclusivamente omosessuale ritrovasse l’accesso (che fino allora le era precluso) al sesso opposto, e cioè ripristinasse pienamente le sue funzioni bisessuali. […] Dobbiamo rammentare che anche la sessualità normale si fonda su una limitazione nella scelta dell’oggetto; in generale l’impresa di trasformare un omosessuale pienamente sviluppato in un eterosessuale non offre prospettive di successo molto migliori dell’impresa opposta…” (3) Più avanti, parlando della ragazza su cui si focalizza lo scritto, l’autore afferma: “La sua ultima scelta [la signora di cui la ragazza era innamorata] [...] non corrispondeva solo al suo ideale femminile, ma anche a quello maschile, conciliava in sé il soddisfacimento dell’aspirazione omosessuale con quello dell’aspirazione eterosessuale. Com’è noto, l’analisi di uomini omosessuali ha messo in risalto più volte questa stessa coincidenza, il che dovrebbe esserci di stimolo a non concepire la natura e la genesi dell’inversione in maniera troppo semplicistica e a non perdere di vista l’universale bisessualità degli esseri umani.” (4) Ancora: “In tutti noi la libido [la manifestazione psichica dei bisogni sessuali dell’essere umano] oscilla normalmente, per tutta la vita, tra l’oggetto maschile e quello femminile; lo scapolo rinuncia alle sue amicizie quando si sposa, e ritorna alle vecchie abitudini quando il suo matrimonio è diventato insipido.” (5) Di nuovo: “Anche nella persona normale bisogna che trascorra un certo periodo di tempo prima che abbia luogo la decisione definitiva riguardo al sesso dell’oggetto d’amore. Infatuazioni omosessuali, amicizie esageratamente intense e con un’impronta sensuale sono normalissime per entrambi i sessi nei primi anni dopo la pubertà. Questo fu anche il caso della nostra ragazza, nella quale, però, queste inclinazioni si rivelarono indubbiamente più forti e durevoli che in altri adolescenti. […] la sua libido si era suddivisa assai per tempo in due correnti, di cui la più superficiale può essere chiamata tranquillamente omosessuale.” (6) Verso la conclusione, Freud indica come fatto fondamentale scoperto dalla ricerca psicoanalitica il seguente: “…in tutte le persone normali è possibile rintracciare, accanto all’eterosessualità manifesta, un grado assai considerevole di omosessualità latente o inconscia.” (7)

Sorvolo su espressioni come “normale” o “inversione”, che urteranno sicuramente una larga fetta di lettori odierni. Esse –così come il tentativo di eliminare l’omosessualità in qualcuno- fanno parte della mentalità e dell’epoca in cui Freud era immerso. Ciò che interessa è vedere come, dalla mitologia antica alla psicanalisi moderna, sia stata osservata la pluridirezionalità (almeno potenziale) del desiderio amoroso. Questa è la considerazione che si profila: l’Eros, polimorfo per propria natura, verrebbe a incanalarsi in direzioni preferenziali, a causa della storia personale di ciascuno e/o per esigenze collettive alle quali l’individuo umano verrebbe profondamente sensibilizzato attraverso l’educazione. Alla polarizzazione affettivo-sessuale dell’essere umano, naturalmente, contribuiscono anche inclinazioni individuali –ma queste meriterebbero una trattazione a parte.

La bisessualità, dunque, non solo esiste, ma non è neppure tanto difficile da spiegare. Essa è l’espressione di caratteristiche intrinseche all’Eros: la fluidità, l’oscillazione, la stratificazione in correnti più o meno superficiali. Guizzante e indomabile come il fuoco, al pari di esso l’Eros può essere incanalato in focolari o fucine, ma senza perder nulla della propria natura inafferrabile.

Alla luce di questo, verrebbe da dire che a essere anomali o artificiosi sono proprio gli orientamenti sessuali troppo netti. Ma lascio ad altri –per ora- il compiacimento di provocare.



(1)     Eva Cantarella, L’amore è un dio. Il sesso e la polis, (“Varia”), Milano 2007, Feltrinelli, pp. 15-17.

(2)     Platone, Tutte le opere, (“I Mammut”), Roma 2009, Newton Compton, p. 879 (trad. dal greco di Gino Giardini).

(3)     Sigmund Freud, “Psicogenesi di un caso di omosessualità femminile”, in: Opere, vol. 9, Torino 1989, Bollati Boringhieri, p. 145.

(4)     Ibid., p. 151.

(5)     Ibid., p. 152.

(6)     Ibid., p. 163.

(7)     Ibid., p. 165.


giovedì 10 luglio 2014

Il codice comunicativo del/la Vulvomane d’Assalto





Razzolare per social network offre interessanti spunti di conoscenza della natura umana (specialmente, se si frequentano lande come VampireFreaks ... ma sto divagando). In particolar modo, ci si può imbattere in creature come gli (e le) Vulvomani d’Assalto, d’ora in poi “VdA”. Ho avuto il privilegio di vedere la mia strada attraversata da esemplari tanto maschili quanto femminili (sì, esatto) di questo intrigante sottoinsieme dell’umanità. Ritengo pertanto che sia mio dovere implicito rendere conto dei preziosi (?) risultati dell’esperienza sul campo circa il codice comunicativo del VdA. Quantomeno, per far comprendere come mai sia tanto difficile, per i VdA, raggiungere l’obiettivo dell’accoppiamento: un paradosso (?) irrisolvibile (?).
Dunque, il codice comunicativo del VdA è così strutturato:
  1. Alla faccia del seminatore. Come la parabola insegna, il seme (niente doppio senso) va gettato in abbondanza, senza paura di sprecarlo: un’infinitesima percentuale cadrà sulla terra buona e darà frutto. Così ragiona il/la VdA, che invia richieste di contatto alla “spera in Dio”, non curandosi di incappare in madri badesse o in sorelle di Uruk-Hai;
  2. Like&Comment Around The Clock. Una volta ottenuto il contatto, il/la VdA si adopera per manifestare gradimento verso gli elementi pubblicati: solitamente, fotografie della femmina concupita, nei più svariati atteggiamenti. I commenti spaziano dal “6 bella” al “mi piaci 1 kasino”, in nome della cultura e della fantasia. Anche se  le fotografie ritraggono la “preda” collassata a un baccanale;
  3. Sfida ai limiti spazio-temporali. Il/La VdA non esita a far proposte come: “C vediamo stasera?” dopo qualche minuto. Anche se tu vivi a Buenos Aires e lui/lei a San Pietroburgo;
  4. Intervista per Vanity Fair. Dopo un po’, cominciano domande su questioni da cui dipende la ragione di vita del/la VdA: “Che taglia porti di reggiseno?”; “Che ne pensi del bondage?”;
  5. Saldi di fine stagione. Ovvero: un bel po’ di cose (secondo il/la VdA) sono scontate. Per esempio, il fatto che tu sia single e/o che tu sia interessata a una relazione con un appiccicoso fantasma del web;
  6. Le cri de coeur. Qualora la bella tampinata abbia avuto la cortesia o il buontempo di dare qualche risposta al/la VdA, quest’ultimo/a parte con un’esibizione di belcantismo pucciniano: “6 troppo bella… Nn voglio vivere senza di te… T amo…”
  7. Originalità. I VdA, tanto maschi quanto femmine, sembrano essere stati prodotti in serie come le serigrafie di Andy Warhol. Impressionante.

Consiglio dell’antropologa improvvisata: Qualunque risposta, da un esemplare di VdA, sarà interpretata come incoraggiamento. Anche qualora doveste replicare con lo stile di un cantante di black metal, il fatto stesso che stiate considerando l’esistenza del VdA sarà da costui/costei letto come un segnale di potenziale interesse. L’unica reazione sensata ed efficace è bloccare l’importuno/a, come consente la superiore tecnologia dei social network odierni. Questa misura indurrà il/la VdA a ritornare sul proprio territorio, o a obbedire alle darwiniane leggi di natura. L’estinzione di una specie non è sempre un danno a un ecosistema.

mercoledì 9 luglio 2014

Arte e pensiero


"Il mondo in cui viveva ed aveva la sua patria, il suo mondo, la sua vita claustrale, il suo ufficio, la sua dottrina, l'edificio così ben organizzato dei suoi pensieri, erano stati spesso scossi e resi incerti dall'amico. Senza dubbio, dal punto di vista del convento, della ragione e della morale, la vita dell'abate era migliore, più giusta, più costante, più ordinata e più esemplare, era una vita di ordine e di servizio rigoroso, un sacrificio continuo, uno sforzo sempre nuovo verso la chiarezza e la giustizia, era molto più pura e più buona che la vita di un artista, di un vagabondo, di un seduttore di donne. Ma da un punto di vista più alto, dal punto di vista di Dio, l'ordine e la disciplina di una vita esemplare, la rinuncia al mondo e alla felicità dei sensi, la lontananza dal fango e dal sangue, il ritiro nella filosofia e nella devozione, erano davvero meglio che la vita di Boccadoro? L'uomo era davvero creato per condurre una vita regolata, di cui ogni ora ed ogni azione fossero annunciate dalla campana che chiama alla preghiera? L'uomo era davvero creato per studiare Aristotele e Tommaso d'Aquino, per sapere il greco, per mortificare i propri sensi e per fuggire il mondo? Non era egli creato da Dio con sensi ed istinti, con oscurità sanguigne, con la capacità del peccato, del piacere, della disperazione? [...] Sì, e forse non era soltanto più ingenuo e più umano condurre una vita come quella di Boccadoro; in fin dei conti era forse anche più coraggioso e più grande [...] In ogni caso Boccadoro gli aveva mostrato che un uomo destinato all'alto può scendere molto giù nel groviglio ebbro e sanguinoso della vita e insozzarsi di molta polvere e di sangue, senza tuttavia diventare meschino e volgare, senza uccidere in sé il divino; gli aveva mostrato che poteva errare per profondi ottenebramenti, senza che nel sacrario della sua anima si spegnessero la luce divina e la forza creatrice. [...] da quando egli aveva visto uscire dalle mani macchiate di Boccadoro quelle figure meravigliosamente vive nella loro placidità, trasfigurate dalla forma e dall'ordine interiori, quei volti profondi illuminati dall'anima, quelle piante e quei fiori innocenti, quelle mani supplici o benedette, tutti quegli atteggiamenti arditi o soavi, fieri o sacri, da allora egli sapeva che in quel cuore incostante di artista e di seduttore c'era una pienezza di luce e di grazia divina. [...] Questo artista, dal cuore pieno di contrasti e di miserie, non aveva creato per un numero infinito di uomini, presenti e futuri, dei simboli della loro miseria e della loro aspirazione, delle figure, a cui potevano rivolgersi la devozione e la venerazione, l'angoscia e la nostalgia d'infinite creature, e trovare in esse conforto, appoggio e incoramento? [...] Com'era povero egli stesso, l'abate, in confronto, col suo sapere, con la sua disciplina claustrale, con la sua dialettica!"


HERMANN HESSE

(Narciso e Boccadoro, Milano 1989, Oscar Mondadori, traduzione di Cristina Baseggio, pp. 270-272)