venerdì 25 aprile 2014

Una CAUSTica commedia




La lettura del Faust di J. W. Goethe mi fu consigliata circa dieci anni or sono da un amico. Attesi d’imparare a masticare un po’ di tedesco –fatica tanto immane quanto pressoché vana- per poterlo leggere con testo originale a fronte. Senza traduzione, non avrei capito un granché; però, suonava bene.
            Tra l’altro, nel frattempo, era anche giunta al punto di cottura la mia vocazione alla Goliardia. Perciò, leggendo il Faust, sono andata in brodo di giuggiole, davanti agli spaccati di vita studentesca. L’episodio della taverna di Auerbach (vv. 2073 ss), per esempio, è una chicca e mi ha fatto capire molte cose: che ho ancora tanto da imparare, giusto per dirne una. Il suddetto brodo di giuggiole ha sobbollito ulteriormente, davanti a espressioni gergali come Herr Bruder, “signor fratello” (v. 829) e Philisterhaft, “impaccio filisteo” (v. 6802), che non mi sarebbero risultate altrettanto familiari, un decennio fa.
            Sicché, qualche malsana domanda ha cominciato a germinare nella mia mente: e se Faust fosse stato non un famoso professore, ma un collegiale pavese? E se le sue notti di meraviglie fossero state dedicate a esplorare la vita universitaria della sua città? E se il tutto fosse stato dovutamente dissacrante e licenzioso?
Devo dire che il buon J.W.G. mi ha alquanto facilitato il compito, dato il ghigno sardonico che ha più volte sotteso ai propri versi. Di mio ci sono l’esperienza studentesca a Pavia, la mente malata e la voglia di divertirmi. Faust è diventato Caust, in riferimento al contenuto caustico di questa commedia –anzi, tragedia goliardica. Volendo, si può vedere nel nome anche una consonanza con “casto”: in quale senso, si vedrà. La sua… iniziazione è affidata a un gruppo di favolosi studenti in feluca. (Non ad un autentico Ordine goliardico, per evitare incidenti diplomatici e riferimenti casuali. Del resto, una goliarda processata e battezzata –al contrario di Gretel- difficilmente farebbe ai fratelli uno shampoo come quello di cui si legge nella presente pièce).
            Detto questo, non mi resta che augurarvi di sollazzarvi come mi sono sollazzata io scrivendo. Ma se in vece fossimo riusciti ad annoiarvi, credete che non s’è fatto apposta.

Il testo del Caust è scaricabile gratuitamente da qui.

mercoledì 16 aprile 2014

Tra il rosso e il nero





Nell’atmosfera odorosa della sala da the, F. mi accarezza la mano.
«Quei due…» mormora. Si riferisce a J. e A. Il “Rosso” e il “Nero”. Due bizzarre amicizie che hanno segnato il nostro immaginario, negli ultimi tempi. Quello di F. per via degli interminabili battibecchi e frecciate sui social network. Il mio per via di sommovimenti intellettuali e affettivi intricati come le radici di un fiore selvatico.
«Loro sono contrapposti. Ma si possono contrapporre proprio perché parlano lo stesso linguaggio… un certo cameratismo, uno spirito combattivo… una forma di romanticismo… Un linguaggio che non è il mio.»
Gli sorrido con aria di sfida. «E io? Anch’io sono una… romantica, secondo te?»
            Pausa.
«Tu… tu ti poni già su un altro piano…»
F. cerca le parole. Sul tavolo, la fiammella del lumino ferisce la luce ovattata della saletta.
«Tu tendi a salvaguardare l’armonia fra le persone…» prosegue lui.
Sorrido. «Dove c’è Marte, c’è Venere» chioso. Ma F. non sembra soddisfatto del paragone.
«Erica… Pensa al Combattimento di Tancredi e Clorinda».
Annuisco. È una composizione di Claudio Monteverdi, tratta dal canto XII della Gerusalemme Liberata di Torquato Tasso. Il crociato Tancredi è innamorato della nemica Clorinda. Mentre lei è in incognito, la affronta in duello e la uccide. La riconosce troppo tardi, in tempo solo per battezzarla su richiesta di lei.
            «Ecco, Erica… pensa al modo in cui loro due combattono…

Tre volte il cavalier la donna stringe
con le robuste braccia, ed altrettante
da que’ nodi tenaci ella si scinge,
nodi di fer nemico e non d’amante…

(XII 57, vv. 449-452)

C’è un’ambiguità, in questa lotta. Sembra una scena d’amore, invece è un duello mortale». (O viceversa, magari). «Ecco, Erica… tu ti trovi in questa ambiguità.»
            Deglutisco. Ho pensato molte –troppe- volte alla storia di Tancredi, negli ultimi mesi. Sì, vivo i miei conflitti con ambiguità, tanto che qualcuno mi ha rimproverato d’aver impiegato miele là dove ci sarebbe voluto veleno.

Misero, di che godi? oh quanto mesti
fiano i trionfi ed infelice il vanto!
Gli occhi tuoi pagheran (se in vita resti)
di quel sangue ogni stilla un mar di pianto…

(XII 59, vv. 465-468)

È questo sentimento letale e dolcissimo che “il Rosso e il Nero” non capiscono –neppure J., che pure sa sfoderare un’affinità intellettuale quasi magica con me. Quando gli feci leggere un mio racconto, intitolato appunto Tancredi, J. m’accusò d’aver fatto concludere “a tarallucci e vino” il conflitto mortale fra i protagonisti. Non capì che si trattava di una resa dei conti fra due anime morte che si rispecchiavano. Per lui, esiste il codice d'onore giapponese: “Non bisogna avere esitazioni neanche nello sferrare un colpo letale. In misura dell'avversario sconfitto, è doveroso successivamente rendere onore alla salma con una degna sepoltura e con le forme che sono previste dai propri costumi.” Nessuna sbavatura.
Io non sono un samurai. Io sono Tancredi. E, forse, non ci vuole meno coraggio.

O mio cuore dal nascere in due scisso,
quante pene durai per uno farne!
Quante rose a nascondere un abisso!

(Umberto Saba)

sabato 12 aprile 2014

Biglietto intimo per un nemico





Avrei preferito dirti queste cose poggiando la testa sul tuo petto, in uno di quegli abbracci schivi e fraterni a cui –palesemente- non sei abituato, ma che ti riescono senza sforzo. Non posso aspettare che la fortuna decida quando potrò parlarti, ora che sono così piena di parole spumose. Anche perché ho la sensazione che tutto ciò non riguardi solo noi –come una poesia, che può essere intimista, ma mai intima.

Mi dici che sarebbe “violenza”, per te, dover credere giusto qualcosa che le tue impalcature filosofiche rifiutano. Il fatto è che la posta in gioco non sono affatto i tuoi convincimenti, ma le vite di persone che da essi sono (più o meno direttamente) toccate. Se si trattasse solo di te, della tua configurazione come persona… avrei paura di mutare anche solo una sfumatura. Sono folle nel compiacermi di te, della tua ruvida eleganza, del tuo cuore chiuso in uno scrigno di velluto. Sei un bacino conchiuso e comodo, pieno d’un’acqua calda che potrebbe soffocarmi mentre mi culla. Mi domando se sia questa anche la nozione che tu hai di te stesso e della tua vita. Mi accorgo che hai fatto una bandiera del tuo vivere in direzione ostinata e contraria. Un culto sinistro che mi riempie di reverenza, anche se non di approvazione. Ti sei costruito una sfera di coordinate all’interno delle quali trovi la risposta a ogni cosa. È questa la tua ribellione: racchiudere il mondo in un cristallo di geometrie ideali, in cui puoi finalmente essere tu il più forte, grazie alle tue prestidigitazioni filosofiche. Non potresti respirare, fuori da questa atmosfera. La tua vendetta contro un mondo che ti annega nella paradossalità, nella precarietà e nella multiformità è elegantissima e terribile. Forse, più di quanto tu stesso non lo intenda.
Ma mi sembra di perdermi in un sogno, continuando a scriverti. Non capisco più se la persona a cui mi sto rivolgendo sia tu realmente o un immane spettro delle mie stesse parole. Chiuderò questo biglietto come se lo ripiegassi per posarlo sul tuo cuscino. Poi, lo lancerò in una bottiglia di kilobyte, su un oceano digitale. Un messaggio per tutti e per nessuno. Solamente tuo.