mercoledì 26 marzo 2014

Lucy Westenra (1)





You die, you sleep:
Perchance you dream. (2)
There are dreadful charms
In your fancies;
You fall into Death’s arms
Like onto a bed of roses.
In your core there are fires
And ignes fatui;
You’re a pit of flames,
An alcove of spirits.
Descends, descends, lamentable victime,
Descends le chemin de l’enfer éternel! (3)
The sun won’t lighten
Your dancing chasms
And your fall will rise
From the rose of your senses.
Run through the night
Like wolves and spasms
And escape the Infinity
You carry inside yourself!


(1)    La prima vittima di Dracula nell’omonimo romanzo di Bram Stoker (1897).
(2)    Cfr. William Shakespeare, Hamlet, III, 1.
(3)    Cfr. Charles Baudelaire, Femmes damnées – Delphine et Hippolyte (1866), vv. 85-86 (e seguenti).

The Other Side of Darkness



I know, perhaps I’m not

The right kind of monster;

I don’t belong to your daily nightmare

Of noise and chalk powder,

Which you cross with your beauty.

I come from Nothing

And night drank my first cry;

My cry called me by name

And my name went lost in the wind.

I’m the darkness hidden

In your blue eyes,

The call of the mermaid

Who plays with your fair hair.

Give up your daily monsters

Made of dust and dumbness;

If you overcome my lips

As red as your fear,

Perhaps you’ll discover

That the other side of darkness

Is Love.


El sueño de Maquiavelo

Vi una muchedumbre insensible y satisfecha.
Me dijeron que vivían en el Paraíso.

Vi un grupo de hombres discutiendo de política.
Me dijeron que vivían en el Infierno.

Si me preguntan cuál lugar prefiero,
les diré que prefiero hablar de política
a vivir en el Paraíso hecho un boludo.

PEDRO SHIMOSE


“Vidi una moltitudine insensibile e soddisfatta.
Mi dissero che vivevano in Paradiso.

Vidi un gruppo d’uomini che discutevano di politica.
Mi dissero che vivevano all’Inferno.

Se mi domandano quale posto preferisco,
dirò che preferisco parlare di politica
che vivere in Paradiso come un fesso.”

(Traduzione di Claudio Cinti)

Da: Pedro Shimose, Riflessioni machiavelliche, a cura di Claudio Cinti, prima edizione Sinopia, Venezia 2004.

(Poesia, Anno XXVII, Marzo 2014, N° 291, p. 65).

mercoledì 19 marzo 2014

Riverire e aborrire la Parola di Dio


"Non vorrei vivere in un mondo senza cattedrali. Ho bisogno della loro bellezza e della loro sublimità. Ne ho bisogno di contro alla piattezza del mondo. Voglio levare lo sguardo verso le luminose vetrate e lasciarmi abbagliare dai loro colori soprannaturali. Ho bisogno del loro splendore. Ne ho bisogno di contro alla sporca monocromia delle uniformi. Voglio lasciarmi avvolgere dalla pungente frescura delle chiese. Ho bisogno del loro silenzio imperioso. Ne ho bisogno di contro alle insulse urla da caserma e alle spiritosaggini dei fiancheggiatori del regime. Voglio sentire lo scroscio dell'organo, questo diluvio di suoni ultraterreni. Ne ho bisogno di contro alle stridule, ridicole marcette militari. Amo le persone che pregano. Ho bisogno della loro vista. Ne ho bisogno di contro al perfido veleno della superficialità e della distrazione. Voglio leggere le parole potenti della Bibbia. Ho bisogno della forza irreale della loro poesia. Ne ho bisogno di contro alla devastazione della lingua e alla dittatura delle parole d'ordine. Un mondo senza tutto questo sarebbe un mondo in cui non vorrei vivere.
Eppure esiste un altro mondo nel quale non voglio vivere: il mondo in cui il corpo e il pensiero autonomo sono demonizzati e dove vengono bollate come peccato cose che appartengono a quanto di meglio ci sia dato di sperimentare. Il mondo in cui si esige da noi amore nei confronti dei tiranni, degli sfruttatori e degli assassini, sia che i brutali passi dei loro piedi calzati dagli stivali echeggino assordanti nelle vie, sia che si aggirino furtivi e silenziosi, passi di ombre vili pronte a colpire alle spalle le vittime affondando loro i pugnali scintillanti nel cuore. Non c'è nulla di più assurdo al mondo: pretendere dal pulpito che esseri umani perdonino e persino amino creature di tal fatta. E se pure qualcuno realmente ci riuscisse, ciò significherebbe una falsità senza eguali, una spietata negazione di sé che verrebbe pagata con una totale storpiatura della persona. Questo comandamento, questo folle degenere comandamento di amare i nemici è fatto apposta per spezzare gli esseri umani, per togliere loro in modo fraudolento tutto il coraggio e tutta la fiducia in se stessi e renderli malleabili nelle mani dei tiranni, così che non siano più in grado di trovare la forza per insorgere contro di loro, se necessario con le armi.
Venero la parola di Dio perché amo la sua forza poetica. Aborro la parola di Dio perché odio la sua crudeltà. Un amore difficile perché costretto a discernere incessantemente tra il potere illuminante delle parole e il soggiogamento violento tramite le parole operato da un Dio che si compiace di sé. Un odio difficile, come ci si può permettere di odiare infatti parole che sono parte integrante della melodia della vita in questa porzione di mondo? Parole che sin dall'infanzia ci hanno insegnato che cosa sia la reverenza? Parole che sono state per noi fari quando abbiamo cominciato ad avvertire che la vita visibile non può essere la vita nella sua interezza? Parole senza le quali non saremmo quello che siamo?
Ma non dimentichiamolo: sono parole che esigono da Abramo che sgozzi il proprio figlio come un animale. Che fare della nostra ira quando leggiamo quell'episodio? In quale considerazione dobbiamo tenere un tale Dio? Un Dio che rimprovera a Giobbe -che nulla può e nulla sa- di contendere con lui. Ma chi è stato a crearlo così? Precipitare qualcuno nell'infelicità senza motivo: è un atto meno ingiusto se a compierlo è Dio invece di un comune mortale? Non ha forse Giobbe tutte le ragioni per levare il suo lamento?
La poesia della parola di Dio ha una tale soverchia forza da farci ammutolire, ogni obiezione si trasforma in miserevole strepito. Per questo non si può semplicemente mettere via la Bibbia, la si deve invece gettare via quando non se ne può più delle sue pretese e della schiavitù a cui ci condanna. Da essa parla un Dio distante dalla vita e senza gioia che vuole restringere la potente amplitudine di un'esistenza umana -la grande circonferenza che essa è in grado di descrivere quando le si conceda libertà- all'unico, inesteso punto dell'obbedienza. Piegati dalle tribolazioni e gravati dal peccato, inariditi dalla sottomissione e dall'assenza di dignità della confessione, la fronte cosparsa di cenere e solcata dal segno della croce, ci tocca andare incontro alla morte con la speranza mille volte confutata di una vita migliore nell'aldilà. Ma perché dovrebbe essere migliore a fianco di Colui che in precedenza ci ha privati di ogni gioia e di ogni libertà?
E tuttavia sono di una bellezza sconvolgente le parole che ci vengono da Lui e vanno a Lui. Come le ho amate da chierichetto! Come mi hanno inebriato nello sfavillio delle candele sull'altare! Come sembrava chiaro -chiaro come la luce del sole- che quelle parole erano la misura di tutte le cose! Come mi sembrava incomprensibile che alla gente importassero anche altre parole, ciascuna delle quali poteva significare solo riprovevole distrazione e perdita dell'essenziale! Ancora oggi mi fermo quando ascolto un canto gregoriano, e  per un istante -l'istante in cui la vigilanza viene meno- mi rattristo che l'inebriamento di un tempo abbia irrevocabilmente lasciato posto alla ribellione. Una ribellione che è esplosa in me come un incendio repentino all'udire per la prima volta l'espressione: Sacrificium intellectūs. 
Come possiamo essere felici senza curiosità, senza interrogativi, senza dubbi, senza argomentazioni? Senza la gioia di pensare? Quell'espressione -simile a un colpo di spada che ci decapiti- significa niente di meno che questo: la folle pretesa che il nostro agire e il nostro sentire confliggano con il nostro pensiero. E' l'esortazione a una scissione totale, l'ingiunzione a sacrificare quello che è il nocciolo di ogni pensabile felicità: l'interiore unità e armonizzazione della nostra vita. Lo schiavo sulla galea è incatenato, ma può pensare quello che vuole. Ma ciò che Lui, il nostro Dio, esige da noi è che con le nostre stesse mani noi radichiamo la nostra schiavitù negli strati più profondi del nostro animo e che lo facciamo di nostra spontanea volontà e con gioia. Può esserci uno scherno maggiore di questo?
Nella sua onnipresenza il Signore ci osserva giorno e notte, ogni ora, ogni minuto, ogni secondo tiene la contabilità del nostro agire e del nostro pensare, non ci lascia mai in pace, non ci concede mai un momento tutto per noi. Che cos'è un uomo senza segreti? Senza pensieri e desideri che solo lui conosce? Gli sgherri addetti alla tortura -quelli dell'Inquisizione e quelli di oggi- lo sanno bene: tagliagli la ritirata nell'interiorità, non spegnere mai la luce, non lasciarlo mai solo, impediscigli di dormire e riposare: parlerà. Che la tortura ci ruba l'anima significa che essa distrugge la possibilità di restare soli con noi stessi, la solitudine di cui abbiamo bisogno come dell'aria per respirare. Il Signore Iddio non ha pensato che con la sua sfrenata curiosità e il suo ripugnante voyeurismo ci ruba l'anima, quell'anima che oltretutto dovrebbe essere immortale?
Chi in realtà vorrebbe essere immortale? Chi vorrebbe vivere in eterno? Che noia e che vuoto sapere che non ha la minima importanza quel che succede oggi, in questo mese, in questo anno perché arriveranno ancora infiniti giorni, mesi, anni. Infiniti, letteralmente infiniti. Se così fosse, cosa mai potrebbe contare? Non ci sarebbe più bisogno di computare il tempo, non sussisterebbe l'eventualità di lasciarsi sfuggire qualcosa, non dovremmo più affrettarci. Sarebbe indifferente fare qualcosa oggi o domani. Del tutto indifferente. Milioni di dimenticanze e omissioni al cospetto dell'eternità diventerebbero un nulla, e non avrebbe senso rammaricarsi di qualcosa poiché resterebbe sempre tutto il tempo per recuperarlo. Non potremmo nemmeno vivere alla giornata, perché questa felicità si nutre della consapevolezza che il tempo passa, lo sfaccendato è un avventuriero che sfida la morte, un crociato che combatte contro il diktat della fretta. Se sempre e ovunque c'è spazio per tutto e per ogni cosa, dove dovrebbe mai esserci ancora spazio per la gioia di dissipare il tempo?
Un sentimento non è mai lo stesso se si ripresenta una seconda volta. Sbiadisce nel momento in cui scorgiamo che ritorna. Chi stanchiamo e ci tediamo dei nostri sentimenti quando si reiterano troppo spesso e durano troppo a lungo. L'anima immortale dovrebbe essere sopraffatta da un tedio colossale e da una disperazione che si trasforma in grido davanti alla certezza che niente finirà mai. I sentimenti vogliono svilupparsi e noi con loro. Sono quello che sono perché si discostano da ciò che sono stati un tempo e perché fluiscono incontro a un futuro dove nuovamente si discosteranno da se stessi. Se questa corrente confluisse nell'infinito, in noi si ingenererebbero miriadi di sensazioni che, abituati come siamo a un tempo circoscritto, non potremmo nemmeno rappresentarci nella mente. Quando sentiamo parlare di vita eterna siamo quindi totalmente all'oscuro di quanto ci viene promesso. Che cosa vorrebbe dire sussistere in eterno, privi della consolazione di venire liberati un giorno dalla coercizione di essere noi stessi? Non lo sappiamo ed è una benedizione il fatto che non lo sapremo mai. Perché almeno di una cosa siamo consapevoli: il paradiso dell'immortalità sarebbe un inferno.
E' la morte a conferire all'attimo la sua bellezza e il suo terrore. Solo in virtù della morte il tempo è un tempo vivo. Perché il SIGNORE, Dio onnisciente, lo ignora? Perché ci minaccia  con un'infinitezza che può significare solo un'intollerabile desolazione?
Non vorrei vivere in un mondo senza cattedrali. Ho bisogno dello splendore delle loro vetrate, della loro fresca quiete, del loro imperioso silenzio. Ho bisogno del diluvio di suoni dell'organo e della sacra devozione degli esseri umani. Ho bisogno della sacralità delle parole, della sublimità della grande poesia. Ho bisogno di tutto questo. Ma ho bisogno parimenti della libertà e dell'avversione nei confronti di ogni forma di crudeltà. Perché l'una è niente senza l'altra. E nessuno si sogni di costringermi a scegliere."

PASCAL MERCIER

Da: Treno di notte per Lisbona, ("Oscar contemporanea"), Milano, 2006, Mondadori, pp. 172-176.

lunedì 17 marzo 2014

Una sporcheria dolcissima





“Sui treni, per salvarsi, per fermare la perversa rotazione di quel mondo che li martellava di là dal vetro, e per schivare la paura, e per non farsi risucchiare dalla vertigine della velocità che certo doveva continuamente bussargli nel cervello quanto meno nella forma di quel mondo che strisciava di là dal vetro in forme mai viste prima, meravigliose certo, ma impossibili perché il solo concederglisi per un attimo istantaneamente rimetteva in corsa la paura, e di conseguenza quell’ansia densa e informe che cristallizzata in pensiero si rivelava a tutti gli effetti nient’altro che il sordo pensiero della morte –sui treni, per salvarsi, presero l’abitudine di consegnarsi a un gesto meticoloso, una prassi peraltro consigliata dagli stessi medici e da insigni studiosi, una minuscola strategia di difesa, ovvia ma geniale, un piccolo gesto esatto, e splendido.
            Sui treni, per salvarsi, leggevano.
[…] Nel senso che forse, sempre, e per tutti, altro non è mai, lèggere, che fissare un punto per non essere sedotti, e rovinati, dall’incontrollabile strisciare via del mondo. Non si leggerebbe, nulla, se non fosse per paura. O per rimandare la tentazione di un rovinoso desiderio a cui, si sa, non si saprà resistere. Si legge per non alzare lo sguardo verso il finestrino, questa è la verità. Un libro aperto è sempre la certificazione della presenza di un vile –gli occhi inchiodati su quelle righe per non farsi rubare lo sguardo dal bruciore del mondo- le parole che ad una ad una stringono il fragore del mondo in un imbuto opaco fino a farlo colare in formine di vetro che chiamano libri –la più raffinata delle ritirate, questa è la verità. Una sporcheria. Però: dolcissima. Questo è importante, e sempre bisognerà ricordarlo, e tramandarlo, di volta in volta, da malato a malato, come un segreto, il segreto, che non sfumi mai nella rinuncia di nessuno o nella forza di nessuno, che sopravviva sempre nella memoria di almeno un’anima sfinita, e lì suoni come un verdetto capace di far tacere chicchessia: lèggere è una sporcheria dolcissima.”

ALESSANDRO BARICCO

Da: Castelli di rabbia, (“Scrittori contemporanei”), Milano, 2006, BUR, pp. 64-65.

lunedì 10 marzo 2014

Il Maestro





"Si dice che le sue ultime parole siano state 'Ma taci, cretin...', solo perchè l'ultima vocale se l'è portata via un rantolo piuttosto disgustoso, che ha chiuso una volta per tutte quella dannata boccaccia. Fosse, quella lettera, una 'a' o una 'o', poco importa: il vegliardo era sempre stato equo e imparziale nell'esternare il suo disappunto per l'esistenza del prossimo. Senza dubbio avrebbe indirizzato un tale estremo, lirico saluto a chiunque dei presenti.          
Ma non è che una leggenda: in realtà si limitò a bisbigliare un amabile 'Lo sapevo che eri inutile' e dipartì senza tante smancerie.      
Quanto agli astanti, erano troppo indaffarati ad azzuffarsi con contegno posticcio per un tozzo di bottino ereditario, per curarsi della saggezza che il de cuius intendesse eventualmente trasmettere ai posteri.


            Non aveva mai lavorato in vita sua, il Maestro: era un artista nel convincere la signorina di turno a finanziare le sue psicopatie. I suoi approcci ispirati alle fanciulle avevano fatto scuola. Mitologico quello con cui ne aveva convinta una a investire nella sua causa spacciando una cicatrice, ricordo di un posacenere preso in testa da un marchettaro ubriaco, per una ferita da eroe di guerra. Nel frattempo quell'altro s'era riciclato come medico e aveva trovato spassoso pasticciargli un certificato così convincente da fruttare, all'uno, un ingresso in società da novello Achille, e all'altro una gradita discrezione su certi sbagli di gioventù.        
            Era stato un viveur: sosteneva con ammiccante orgoglio di non aver mancato mai una lepre, né una donna. La formula lasciava aperto un curioso interrogativo su quale delle due approcciasse con la doppietta, ma lo ispirò nel conciliare l'entusiasmo per la caccia con parecchie convivenze vantaggiose. Insieme a maneggi vari, furono queste ultime a permettergli di metter da parte un gruzzolo assai interessante: di qui la presenza, al suo capezzale, di un buon numero di aspiranti successori ereditari, la cui devozione fu così credibile e disinteressata che, a parlarne, vien voglia di scolarsi un whisky per rispetto di tanto attoriale talento.

            Era stato l'incubo di ognuno di loro. Passati i settantacinque, fatta la sua ultima proposta di matrimonio (un'inorridita barista mora che gli rabboccava la fiaschetta di gin), spillati gli ultimi quattrini per spese legali alle sorelle e portata con sé la sua collezione di teste di cinghiale mozzate, s'era ritirato a vita privata per dedicarsi a un nuovo, entusiasmante obiettivo: impiegare la terza età a campare per dispetto.     
Tra una decina di testamenti promessi e stravolti sotto gli occhi di svariati possibili eredi, e qualche festa di compleanno culminata con lancio di fuochi artificiali dentro la sala da pranzo, si può ben dire che il suo piano procedette brillantemente per diversi anni.  

            Finché non iniziò a dare segni di squilibrio. In primo momento non allarmarono nessuno. Ovvio: perchè non erano più allarmanti dei suoi modi consueti, e perchè nessuno era disposto ad allarmarsi per un tipo del genere. Ma la malattia era grave, e la perdita delle facoltà mentali inesorabile quanto gli incendi che il Maestro tanto amava appiccare per infastidire i vicini (i nipoti trascorrevano metà delle loro vacanze, secchio alla mano, a spegnere piccionaie in fiamme e implorare clemenza alle assemblee di quartiere). Era palese a lui per primo: faticava a controllare i movimenti, vedeva persone non presenti, dimenticava dettagli e volti, confondeva gli aneddoti.   
Quando poi accolse con calore, scambiandolo per un amico morto da anni, un creditore che s'era presentato a riscuotere, i parenti finirono per convincersi che la sua pazzia era più di una posa eccentrica e tirarono un sospiro di sollievo. Confidavano nella probabilità che il rincretinimento rendesse, una buona volta, inoffensiva la vecchia canaglia. Sognavano, come biasimarli?, di dormire sonni tranquilli, sapendolo cheto cheto nel suo letto e non in giro ad attaccar briga col primo che passava.      
In effetti, stanco e privato del suo pubblico, quell'altro prese a inibirsi e annoiarsi, il suo cervello a spegnersi. Se ne rendeva ancora conto, e l'idea lo intristiva parecchio.


            E fu qui che entrò in scena lei.          
La mente del vecchio aveva bisogno di un appiglio. Lo trovò. Forse, presto, non sarebbe più riuscito a vestirsi da solo, ma non era la prima volta che si trovava in situazioni critiche: e una soluzione gli apparve nitida, dritta dai meandri del suo inconscio malato. Gli bastò ripensare alla risposta che s'era sempre dato per risolvere i propri dissesti finanziari: una donna! Una preda. Non ne aveva mai mancata una quando davvero era stato necessario: era o non era il Maestro?     
            In un pomeriggio assolato, si udirono dunque strane urla dalla sua stanza: chi accorse, sperando di trovarlo bell'e pronto per l'estrema unzione, lo trovò invece tutto in ghingheri fra bon bon e champagne, a fumare un sigaro e fissare sognante quelle facce perplesse. Nell'aria aleggiava un pesante profumo femminile.         
- L'ho trovata. Questa non me la lascio scappare.    
- Chi, di preciso, fratellino caro?      
- Lei. Mia luce, mia gioia, mia fulgida speranza!     
- Oh, cielo. Dille di venir fuori, su. Basta che non trafughi il servizio di Meissen come quella che non volevi pagare perchè...         
- Se n'è andata appena vi ha sentiti arrivare, carogne! Credete che la mia signora si farebbe trovare scomposta da un simile branco di cafoni?        
            Setacciarono, per sicurezza, la casa: in effetti non c'era nessuno. Pensarono a un'allucinazione e si misero tranquilli. Del resto ne aveva avute parecchie, di recente.
- Sparite! - Sparirono, per il momento.         

Ma non sparì lei. Ricomparve sotto forma di una nutrita nota spese del fiorista, dove il Maestro ordinava regolarmente decine di rose rosse. Ricomparve in fatture di gioiellerie e boutiques. La sera si sentiva il vecchio chiacchierare per ore con la donna, ascoltar musica, complottare chissà cosa.       
            Fu subito chiaro che formavano una coppia formidabile. Lui, col corpo sempre più tremebondo e malandato, sembrava tuttavia aver ritrovato gran parte della propria energia maligna. Quanto a lei, le voci dicevano che avesse fatto il colpaccio a lavorarselo così per bene. Si diceva che il vecchio satiro se ne fosse scelta una giovane: carne fresca di una Lauren Bacall poco più che minorenne e gambe da far impallidire Lola. Molto verosimile, visti i gusti perversi dell'individuo. Per alcuni era una specie di schiava, un animale esotico che, invece di scuoiare, il Maestro stavolta aveva segregato in casa come un trofeo da compagnia; presto vi fu chi giurava di aver visto a passeggio il pazzoide insieme all'affascinante biondina che gli aveva rubato il cuore, ovviamente mirando al suo portafogli: furono l'argomento di conversazione per mesi.        
            Non mancarono di regalare momenti di panico all'intera città: travestito da vendicatore mascherato, il Maestro andò seminando per strada, a generose manciate, una pubblicazione autoprodotta, Sapere Aude - dossier esaustivo e circostanziato di tutte le più illuminate indiscrezioni raccolte in anni d'intrallazzi nei salotti delle signore bene. Li aveva in serbo da mesi e mesi, diceva, ma era stata lei a dargli la forza di diffonderli. Ne seguirono un mucchio di divorzi, denunce, crisi d'ansia, scazzottate, infarti - sulla cui sanguinosa, borghese mischia si stagliava l'ombra dell'indomito signore del caos e della misteriosa compagna che stava regalando una seconda giovinezza al quel mandrillo.      
            I parenti ripiombarono nell'angoscia: alle improvvise, incontrollabili spese folli si aggiungeva l'allarme per la quota di legittima dell'eventuale, chissà, futura moglie. L'infame aveva la loro attenzione, ancora una volta.     
Furiosi, fecero addirittura qualche tentativo di entrare in contatto con lei: desistettero presto, quando intervenne il Maestro a ringhiar loro di un paio di episodi in cui aveva respinto a suon di pallettoni l'interesse di estranei per le sue dame. Visto il personaggio, lo presero molto sul serio.        
Ci si arrovellò per anni sull'identità di quella donna, e non la si sarebbe scoperta mai.


L'ultima impostura del Maestro durò fino alla fine dei suoi giorni. Era stato un atto deliberato? Più probabile che la sua mente, annebbiata dalla malattia, avesse davvero plasmato per lui una figura complice, per richiamare ancora un uditorio, o almeno per avere qualcuno insieme al quale non arrendersi alla noia. E tanto per non smentirsi, i suoi deliri avevano preso la forma di un gran tocco di pupa, che per di più gli aveva dato manforte nel tenerli in scacco tutti, quei babbei. Persino quando la coscienza se n'era andata, il vecchio debosciato ch'era in lui era rimasto ben saldo al suo posto, a creargli una compagna adatta. Sarà anche stato convinto che lei esistesse, ma - ha! - erano anni che non si divertiva così disperatamente.       
Certo, morì senza mai guarire, e anzi andò sempre peggiorando: alla fine lo sapeva, che era inutile sperare. Ci aveva provato, ecco."


ELENA FIORI

Segnalato come meritevole al concorso letterario "Caratteri di donna", bandito dall'Assessorato alle Pari Opportunità del Comune di Pavia (2012/2013).

Pubblicato sull'antologia Amare la vita. Caratteri di donna, ("Minimalia"), Como-Pavia 2013, Ibis.

Qui l'elenco dei racconti vincitori e segnalati. 

sabato 8 marzo 2014

Ekpyrosis



Modicum, et non videbitis me; et iterum modicum, et vos videbitis me. (Gv 16, 16)





I suoi piedi sfioravano i sassi del ponte con impercettibile passo. Alla sua sinistra, il sole intrideva di tramonto il fiume.

            Davanti a lei, la città levava fitte dita di torri, moniti d’un orgoglio vivo o fossile. All’altro capo del ponte, si apriva la porta ove sbarcava il sale condotto da est. Christina era sola, o quasi, per via dell’ora declinante verso il buio. Il mese di marzo pizzicava con una brezza furfantesca, come dotata di vita propria –al modo dei fischi e dei lamenti che il vento soffiava nelle figure fittili e cave che ornavano la Torre dei Saraceni, cosicché il popolo la diceva piena di spettri.  Christina sorrise e subito si rispense. L’unico spettro di quella città, per quel che ne sapeva, era lei. Lo era senza essere mai morta, perlomeno non nel senso in cui s’intende solitamente questa parola. Era morta nel corpo di colui che le aveva strappato un bacio di sangue. E nel proprio corpo, che aveva raccolto il sangue di lui.

            Aveva già conosciuto storie di esseri come quello: creature che mutavano forma, che erano lupo, volpe o uomo e, allo stesso tempo, nulla di ciò. Che provocavano malesseri nel bestiame. O negli uomini. Ma lui era arrivato con un esercito straniero, con un elmo, una mantella e una corazza di cuoio. L’aveva presa fra i pioppi sulla riva di un fiume. Un altro fiume. Non l’aveva più rivisto, dopo essere fuggita dalla furia degli umani che avevano riconosciuto il suo morbo. Sanguisuga. Così avrebbe potuto definirla la lingua che si parlava nello Studium generale, l’associazione di professori e allievi di cui la città era gelosamente orgogliosa. Un’altra perla di cui essa aveva goduto era stato il commercio, fino a pochi decenni prima. Questo languiva, ma non tanto da far estinguere i borghesi in velluti accesi e con borse rigonfie, o le signore dalle fronti candide di biacca. Si eran chetati i pulpiti: quel lusso era troppo sbiadito per infiammare ancora sermoni e fanatismi morali.

A Christina, pure, nessuno si sognava di dar la caccia. Era, per i cittadini, una presenza morbida, ignorata come i sogni durante il giorno. Di notte, entrava per i pertugi, con una misteriosa leggerezza di fumo, e assumeva il proprio nutrimento dalle vene dei solidi dormienti. Le nebbie di quella terra fluviale le facevan da seconda pelle, d’inverno.

            La notte non si era ancora posata, quando Christina varcò la soglia d’un’osteria. Era uno dei suoi terreni di caccia favoriti –soprattutto quando, alla sete, si univa una puntura di solitudine. Non misurava il tempo, né avrebbe saputo farlo, dato che il suo morbo la sottraeva a ogni mutamento. Ma i suoi momenti di horror vacui suggerivano che lei avesse, ormai, un’età di diversi secoli.

            In quell’osteria, non era strano trovar presenze femminili. Il malaffare che vi si praticava era di diversi generi. L’ostessa-ruffiana non l’avrebbe disturbata. L’aveva già dissuasa, lasciandole sul collo segni che ancora cercava di coprire.

Alla luce che gocciolava dalle finestrelle, due figuri dalla barba irta si giocavano le bevute ai dadi. Un altro –un panciuto dal doppio mento- si era afflosciato sullo sgabello, in un sonno di mosto. A un altro tavolo, sedevano quattro giovanotti, che le loro palandrane indicavano quali studenti. Avevano lasciato vuoti i bicchieri e –chi con occhi accesi, chi col gomito appoggiato alla tavola- ascoltavano il più giovane pizzicar le corde d’una viella. Il suono cupo e ronzante attrasse Christina, già stuzzicata dall’odore rigoglioso dei quattro.

            Uno di loro –chiome castane lunghe e unticce- s’accorse di lei ed ammiccò ai compari. Il quarto smise di suonare; un guizzo d’attenzione strappò la brigata al torpore. Christina passò all’attacco.

«Salute a voi, signori! Chi siete?»

Uno di loro, dagli occhi grigi e puntuti, scoppiò in una lubrica risata. «Chi siamo noi, madonna? Siamo piissimi frati, tutti sant’uomini… E questo…» Indicò il compare di fronte a lui. «…è il nostro venerabile abate!» Il figuro, corpacciuto e rubizzo, si alzò in piedi e salmodiò un’oscenità. Ne scrosciarono altre risate; solo il suonatore rimase in silenzio.

«Che hai, Nastagio?» lo stuzzicò il parlatore. «Non sei contento, ora che hai anche i soldi per comprarti le brache?»

Christina lo fissò. Era sottile, con riccioli di glicine e gli occhi d’affusolato giaietto. Era difficile dirlo, nella penombra, ma sulle sue guance doveva esser comparso un tocco di rossore.

«Su, canta qualcosa alla ragazza!» lo esortò “l’abate”. «Quella dell’innamorata lontana dal suo uomo».

Con un sorriso di modestia, Nastagio intonò a mezza voce:



Deh lassa la mia vita!

Sarà giammai ch’io possa ritornare

donde mi tolse noiosa partita? (1)



Il suo canto non aveva doti eccelse, ma poteva piacere. Christina gli inviò uno sguardo d’incoraggiamento.



O caro bene, o solo mio riposo,

che ‘l mio cuor tien distretto…



A poco a poco, gli altri tre tornavano nello stato di indolenza in cui lei li aveva trovati. Nastagio proseguiva, a occhi bassi.



Se egli avvien che io mai più ti tenga,

non so s’io sarò sciocca,

com’io or fui a lasciarti partire…



Gli altri avventori si erano già dileguati. Anche i compagni di Nastagio decisero che era ora di chiuder la giornata e salirono al proprio alloggio. Il ragazzo continuò a fissare la tavola. Christina rimase impassibile. Poi semplicemente, prese l’altro per mano e lo fece alzare. Lo condusse fuori, nel buio intatto. La viella era rimasta accanto allo sgabello.



 *   *   *



L’alba trasudò attraverso un velo di nubi. Christina ne assaporò l’oro sulla fronte nuda, distesa sulla terra umida di quel campo. Sulle sue labbra, c’era ancora la dolcezza irresponsabile di quel banchetto –il pulsare della gola di Nastagio, fra paura e curiosità fatale. Non ricordava un’altra notte di simile oblio animale. Per una volta, la solitudine era sembrata non esistere più.

      La testa bruna del ragazzo riposava ancora sul petto di lei, con un abbandono perfetto –troppo. La sanguisuga gli passò le dita fra i capelli. Svegliati, caro bene.

Le palpebre di lui rimasero ferme, cortine di marmo sugli occhi che Christina voleva rivedere. Il colorito era compiutamente candido. Lei riguardò i forellini lasciati dal proprio bacio. Capì.



Se egli avvien che io mai più ti tenga,

non so s’io sarò sciocca,

com’io or fui a lasciarti partire…





  *   *   *



Si insinuò da una delle finestrelle e andò ad abbattersi su uno sgabello. L’osteria, dopo un’altra giornata, era deserta. Christina aveva trascorso le ore fra una notte e l’altra vagando fuori di sé, dopo aver seppellito Nastagio nella terra aperta del campo.

    Le tenebre pesavano nella stanza. Le scalfiva una candela di sego appiccicata su una tavola e dimenticata accesa da qualcuno. Christina si alienò nelle contorsioni roventi della fiammella, per qualche innumerabile minuto. Poi, un oggetto di legno cavo contro il suo piede la riscosse. La viella di Nastagio.

    Inghiottendo un urlo, la prese e la scaraventò nel caminetto spento. La sua forza di belva fracassò lo strumento. Strappò la candela dalla tavola e la gettò sulla salma di schegge.

    Non rimase a controllare se il fuoco avesse attecchito. Esso s’innalzava già nei suoi occhi, nel suo cuore, mentre ripartiva per le vie senza luce. Le sembrò che quella fantastica pira avvolgesse tutta la città, in una preghiera di resurrezione. Più vera del sole a cui correva incontro, lungo la speranza della notte.







(1)   La canzone è quella posta a conclusione della Giornata VII del Decameron di Giovanni Boccaccio.



Vincitore per la sezione “Fantasy” al concorso "Caratteri di donna", bandito dall’Assessorato alle Pari Opportunità del Comune di Pavia (2013/2014).



Pubblicato nell’antologia Ripartire. Caratteri di donna, (“Minimalia”), Como-Pavia, 2014, Ibis.

Qui l'elenco dei racconti vincitori, con annesse motivazioni.