mercoledì 29 gennaio 2014

Summa pietas, summa impietas


“Guai a voi, scribi e farisei ipocriti…” Ogni volta che penso al cap. 23 del Vangelo secondo Matteo, rimastico la durezza di queste parole. Un’invettiva lunga, rispetto ai consueti rimproveri di Cristo. E rivolta ai farisei. Ai pii per eccellenza.
            Agli occhi d’un ingenuo lettore odierno, i farisei evangelici, tecnicamente, non dovrebbero sembrare “brutte persone”. Non uccidono, non rubano, non fornicano. Sono decorosi nel contegno. Pregano e non frodano in fatto di imposte al Tempio. Sono, insomma, quel genere di persone a cui, ancora oggi, si fa tanto di cappello e di cui fa piacere essere visti in compagnia. Doveva essere così anche ai tempi di Gesù, se Lui diceva: “Tutte le loro opere le fanno per essere ammirati dagli uomini…” (Mt 23, 5). Perché una così speciale durezza verso di loro, dunque? E sì che c’era del marcio in Palestina… Romani invasori, pubblicani avidi e collaborazionisti, prostituzione, sedizioni, omicidi, adulteri, mancata osservanza religiosa. Ma contro chi si sporca le mani con tutto questo Gesù non dice una parola. Chiede conversione, certo. Però, non si scatena in Lui quella furia che gli provocano i farisei. Questi “legano infatti pesanti fardelli e li impongono sulle spalle della gente, ma loro non vogliono muoverli neppure con un dito” (Mt 23, 4). Conoscono a menadito ogni sorta di precetto religioso, dai celeberrimi Dieci Comandamenti alle minuzie di vita quotidiana. Una cultura invidiabile. E per pochi. Oltre a essere un tantino impraticabile nella propria integralità, tanto che, stando a Cristo, neppure gli stessi farisei ce la facevano (Mt 23, 3). Erano ὑποκριταί, “attori” che recitavano un ruolo sociale. La loro vita non era che un insieme di gesti da performare. Dalla levigatezza dell’immagine che ne risultava dipendeva anche la loro autostima. Che non doveva essere infima, se si erano seduti addirittura “sulla cattedra di Mosè” (Mt 23, 2). Eloquente in questo senso anche l’apostrofe del parente di Cristo, Giovanni Battista: “Razza di vipere! […] non crediate di poter dire fra voi: Abbiamo Abramo per padre. Vi dico che Dio può far sorgere figli di Abramo da queste pietre” (Mt 3, 7-9). Come a dire: “Abbassate la cresta, perché non siete poi così speciali, né così santi”.
            Ma il risvolto più doloroso del farisaismo doveva essere un altro. Da quella benedetta “cattedra di Mosè”, i farisei –secondo Cristo- chiudevano il regno dei cieli davanti agli uomini (Mt 23, 13). Il loro culto della purità finiva per creare una vastissima “casta” di esclusi: tutti coloro che non potevano raggiungere la cultura religiosa di scribi e farisei, o che non potevano permettersi la perfezione dell’osservanza, per esigenze di vita quotidiana. Quanti avranno potuto pagare la decima con la loro stessa esattezza? Quante prostitute avranno controllato se i clienti fossero circoncisi o meno? Per non parlare di lebbrosi, pubblicani, adultere… tutte le “pecore perdute della casa di Israele”, a cui Cristo si rivolgeva (Mt 15, 24).
            La condanna va a una religione divenuta strumento di “oppressione dei deboli”, oltre che pura apparenza. I bersagli di Cristo non sono persone “belle e vuote”. Sono pienissime, purtroppo: di putridume (Mt 23, 27). Per inseguire una farragine di precetti, hanno dimenticato il cuore della Legge: “la giustizia, la misericordia e la fedeltà” (Mt 23, 23). In altre parole, tutte le virtù su cui si basavano quella coesione e quella solidarietà ebraiche che stupivano i Gentili nella Diaspora.
            “Fariseo” in senso evangelico è dunque chi, in nome della pietas precettistica, dà luogo all’etichettatura degli “impuri”, all’avvilimento degli “sbagliati”, rompendo la solidarietà tra gli uomini. L’unico atteggiamento a scatenare la condanna di Cristo.

Invano essi mi rendono culto,
insegnando dottrine che sono precetti di uomini.

(Mt 15, 8-9; cfr. Is 29, 13)

mercoledì 15 gennaio 2014

À la fin de la décadence





«Ho letto, ho letto…» sospira G., adagiandosi sullo schienale della sedia. Si riferisce al post Goliardia e Università, pubblicato su questo blog e che io gli ho inviato. G., in un certo senso, è una memoria della storia recente dell’università. Partecipò al Sessantotto, ma senza potersi permettere di saltare gli esami. Organizzò assemblee. Studiò gratuitamente in un periodo in cui un certo tipo di meritocrazia lo consentiva; fu, al liceo, il “figlio di pezzenti” al quale venivano chiesti i compiti da copiare, ma che veniva ignorato nel resto della vita sociale –per la quale, peraltro, avrebbe avuto a malapena l’ “abito buono” da indossare. «Il Sessantotto fu un dire: “Basta, ci siamo stancati di questo!”» chiosa, ripensando al trattamento riservatogli da quei “bennati” compagni di liceo.

            «Quelle che leggo sul Suo blog sono pagine belle. Ma ci sono cose che voi ragazzi di oggi non potete capire… perché non le avete vissute. È cambiato molto, nel corso di questo secolo breve…» Lo fisso negli occhi. Questo è uno dei suoi monologhi malinconici e vibranti, che io raramente ho modo –o desiderio- di interrompere.

            «L’ironia, lo sbeffeggiamento, la satira, oggi, circolano per molti canali, da Altan a Crozza. Non sono più esclusivamente vostre. Ciò che fate non è male… Semplicemente, non potete aspettarvi che sia attrattivo per molti. Intanto, il peso di voi studenti negli organi d’ateneo è quello che è… Il rettore può ben farsi fotografare con voi goliardi, ma è un episodio di folklore. Non siete voi a eleggere il Magnifico. Poi, c’è anche il fatto che siete portatori di una tradizione culturale. Il che significa che siete sconfitti dall’happy hour, dal mercoledì studentesco, dalla gente sbronza che vomita per strada. Ho avuto da poco la notizia d’una quattordicenne finita in coma etilico a tarda notte. Sul suo cellulare non è stata ritrovata neppure una chiamata da casa. Tua figlia non ancora rientrata, all’alba… e tu, genitore, che te ne infischi…» G. è ciò che qualcuno definirebbe “fuori moda”. Ma chi è “fuori moda” non sempre ha torto.

«Questo è il (tristissimo) tempo di cui siete figli. Ciò che voi goliardi riuscite a fare è trovare qualche spazio di gioia vera, in mezzo alla gioia isterica generale. Ma ciò significa che il vostro stile di vita è per pochi. E questo non è tempo per le élite. A meno che non siano élite di potere… Potrebbe cambiare qualcosa, se tutti i Magnifici Rettori d’Italia si riunissero e decidessero che l’università, nel nostro Paese, deve tornare a essere un faro. Ma non lo fanno…»

            «Noi non vogliamo potere» riesco a dire. Vogliamo essere noi stessi. Anzi, abbiamo perfino un certo rigetto per la facile presa sulle masse.

«Lo so… siete gli ultimi romantici». G. sorride, in modo paterno, ma con una piega d’amarezza. «Il problema non siete voi. Non è il messaggio che mandate. Sono le orecchie che lo ricevono a essere sporche. Gli ultimi decenni sono stati rovinosi, in questo senso… La scandalizzerò, userò un’espressione… goliardica… ecco… La figa. Quella che, per noi, era un sogno e un mito, ora è sporcata. È un esempio di ciò che è stato fatto dalla cultura degli ultimi vent’anni…» (Non vorrei nominare il sempiterno Citizen B., per non dare a questo post il taglio politicoide che non ha. Però, il riferimento è quello). «Pensi a ciò che sta succedendo ora in Francia con Hollande, per la sua storia extraconiugale con quell’attrice… Io disapprovo il moralismo, intendiamoci. Queste sono cose umanissime. Però, la Francia ha reagito come un Paese normale. Non è come quaggiù, dove un primo ministro non soltanto va con le minorenni, ma se ne vanta e pretende di uscirne impunito… dove “è normale” usare un linguaggio da caserma nei confronti di un ministro straniero in una telefonata intercettata… e una serie d’altre cose. La questione non è la fragilità morale, ma l’ostentazione compiaciuta… il fatto che un uomo possa far credere che l’impossibile è possibile… Allora sì che si crea emulazione. Allora sì che chiunque si permette quel che vuole… e non si può più parlare del piacere e del corpo in modo innocente, come voi goliardi fate. Perché questo tipo di mentalità li vede sporchi. Ha mai sentito parlare dell’Ordine della Giarrettiera? È l’onorificenza più ambita nel Regno Unito… Ebbene, nacque quando un re si chinò a raccogliere la giarrettiera caduta a una dama e gliela riconsegnò con fare cortese. Agli astanti maliziosi, rispose: «Honni soit qui mal y pense! “Chi pensa male sia vituperato!”»

            Sorrido. «Sarebbe stata una goliardata meravigliosa!»

G. sorride di rimando. «Eccola, la vera libertà… Quella che non ha bisogno d’essere ostentata… La semplicità nell’opporsi a chi vede il male là dove non c’è».

Ecco, penso, tutto quello che cerco coi miei “fratelli”. La libertà di non “far presa sulle masse”, perché è meglio vivere un giorno da se stessi che cent’anni da pupazzo in vetrina. La rinuncia contraria a quella di Alberich: cedere il potere in cambio dell’amore. L’oro del Reno è fatto per sonnecchiare sul fondo del fiume. Per me, non chiedo altro che di poter essere l’empire à la fin de la décadence. Tutto il resto è vanità.

Fratelli Goliardi



Andiamo, fratelli,
a caccia:
sotto i tappeti
dell’uomoqualunque
troveremo tesori e stemmi
da appuntarci sul capo.
Pulvis et umbra sumus:
alleluia!
E fuggiremo i coltelli gelosi
di chi ci tende agguati
nella foresta del suo sonno,
che genera mostri
dai nostri manti, dai nostri berretti.
Disperderemo i superbi
nei pensieri del loro cuore
con un fischio
intenso come l’euforia e il dolore,
mentre le lune svuotate
diventeranno casse
per le nostre chitarre.


Il «’68» politico e il «’68» goliardico



“Alle matricolari di Padova e Bologna i goliardi si contano ancora a decine di migliaia, e la popolazione segue con simpatia le loro macchiette. Dal 1958 al 1969 Padova e il nord Italia assistono all’epopea della mitica banda musicale ‘Polifonica Vitaliano Lenguazza’[…].

Il cosiddetto «’68», però, bussa alle porte. Con l’occupazione di Palazzo Campana, sede delle facoltà umanistiche dell’università di Torino (Gennaio 1967), viene indicato convenzionalmente il suo inizio. Ad essa il Collino, studente del terzo anno di lettere, partecipa attivamente con tanto di feluca in testa (Bobbio, Viale, Rieser, la Derossi, Donat-Cattin e gli altri lo chiamavano ‘il goliardo di base’), e rimanendo nel collettivo fino a quando le istanze si limitano all’ambito tecnico-studentesco (comportamento offensivo di certi professori, carenze nelle strutture, abolizione della firma di frequenza, appelli mensili, presentazione del libretto solo ad esame superato, ecc…).

Quando, nel ’68 e successivi, la lotta diventa esclusivamente politica, e per di più fanatica, rivoluzionaria nella più bieca accezione marxista-leninista, Collino lascia a casa la feluca, e partecipa alle roventi assemblee come semplice studente, cercando di arginare la violenza prevaricatrice dei ‘rossi’ che vorrebbero far passare mozioni come questa: ‘il caos universitario ed istituzionale dev’essere provocato e inseguito come atto disgregatorio del sistema, che prepari e faciliti l’insorgere di un’ipotesi rivoluzionaria’ (!!). […] Quando ogni tentativo di ragionare diventa palesemente inutile, e attira solo le accuse di ‘fascista!’, Collino desiste e si occupa solo più del S.O.T.C., di cui nel frattempo è divenuto il Pontefice.

Non è affatto vero, peraltro, che il movimento del ’68 abbia seppellito la goliardia. Le fotografie sono lì a dimostrare che a Padova, nel 1969, dopo l’affollatissimo concerto d’addio della Lenguazza, si tiene una favolosa festa delle matricole, con migliaia di goliardi che suscitano la tradizionale simpatia della cittadinanza. Tra i ‘numeri’ ricordo quello di una trentina di apaches inseguiti da altrettante giubbe azzurre in bicicletta. Sarà così anche per le Matricolari del 1971 (in cui Torino organizza una memorabile caccia alla volpe in costume) e del 1972 (in cui Collino fa il venditore di casse da morto). Altrettanto dicasi per Bologna, dove Zeus nel ’71 presenta il numero di Benvenuti nel ring volante e nel ’72, con Napoleone, il concerto di Sergjei Afonin per violoncello senza corde, clarino senz’ancia e coro di pesci rossi. L’unica variante è che nel 1972, invece di Piazza Maggiore, viene riservata ai goliardi la piazza adiacente,  presidiata dalla polizia in modo massiccio. Precauzione eccessiva, perché il sabato sera, dopo le macchiette, tutti vanno tranquillamente a spasso in via Zamboni e sostano al ‘Piccolo’ senza incidenti. Nella sfilata della domenica, poi, l’entusiasmo di Bologna travolge tutti i musi duri del Movimento in un abbraccio caloroso coi goliardi.

Nel 1970 a Torino si disputano le Universiadi, e le delegazioni di tutti gli Ordini Goliardici Italiani, ospiti del S.O.T.C., aprono la sfilata inaugurale in Eurovisione coi loro mantelli e i loro gonfaloni, accompagnati dal famoso scrittore Salvator Gotta, senza che ci sia la minima contestazione da parte dei ‘rossi’ del Movimento Studentesco. Altrettanto dicasi per la favolosa festa tra goliardi ed atleti tenutasi nel cortile del castello medioevale, al Valentino. Nel 1972 i Clerici Vagantes, su invito dell’ex-Gran Maestro del Fittone Piero ‘Kalimero’ Paltrinieri, cantano sul palco di Piazza Maggiore, gremita di ‘compagni’, operai e studenti, e raccolgono solo applausi […]. Nel ’68 e ’69 gli Scacchi di Ferrara organizzano una carovana di auto chiamata Ga.Go.Cul. (Gastronomico-Goliardico-Culturale) che gira tutta l’Italia, di Ordine in Ordine, per dieci giorni, senza il minimo intoppo. Tutti in feluca e giustacuore, ovviamente. Sempre nel 1969 e 1970, oltre alle ‘classiche’ Padova e Bologna si tengono Feste delle Matricole a Firenze, Trieste, Salerno (dove Collino assalta un incrociatore americano ancorato in rada), Roma, e persino Vicenza. A Genova si corre sempre la mitica corsa di carrette chiamata ‘Gran Premio Indianopolis’. Il peggio che può capitare è qualche insulto, qualche dispetto di sparuti gruppuscoli di ‘irriducibili’ usciti dai loro covi e pieni di livore nel vedere le piazze rigurgitanti di goliardi che si divertono col popolo, quel popolo che loro sognano di inquadrare e portare coi pugni in alto sotto un qualche Palazzo d’Inverno.

Poi la bufera passa.”






Da: Gaudebamus, Igitur. Dieci secoli di Goliardia, dai Clerici medioevali ai Clerici Vagantes contemporanei, (“Le Feluche”), Torino 1992, Orient Express Editrice, pp. 122-124.

martedì 14 gennaio 2014

Davanti all'osteria letteraria





Vorrei un bicchiere di succhi della terra,

più caldi del giorno, più densi della notte,

e sedermi nel rollio delle voci,

mentre spira una brezza di canzoni.

Il mare ha una porta, quattro mura

e qualche nave chiazzata di brocche.

La più grande ha un ponte

riverberante di promesse

imbottigliate –quelle di sora nostra

gioia corporale−

anche lo spirito ha densità, trasparenza e gradazione.

Fatemi uscire, fratelli,

dal cerchio del mito;

insegnatemi la tensione della rotta.

E qualcuno sventola il foglio del giorno,

mentre si plaude al mozzo tanto bravo

a far danzare il pianoforte

−un’acrobazia di piedi infinitesimi

sull’ottovolante di quest’aria,

nella nostra navigazione sottovento.



All’Osteria Letteraria Sottovento di Pavia



Compresa in: AA. VV., Tracce 3, Roma 2015, Pagine, p. 67.

Il partitismo nelle università





“Parallelamente, la politica si faceva largo nelle Università attraverso i galoppini dei partiti, che dovunque muovevano alla scalata delle Associazioni Studentesche, di fresco ricostituite. Vi furono città, come Firenze, in cui l’AGF rimase sempre saldamente in mano ai goliardi, pur in presenza di un parallelo ordine goliardico, e altre, come Torino, in cui i goliardi, in nome del sacro principio dell’apoliticità e dell’apartiticità ribadito a Venezia nel ’46, si ritirarono volentieri nella cittadella dell’Ordine Goliardico, giocattolo magico ed esclusivo, puro, ma avulso dal mondo del potere, e lasciarono l’ATU prima e l’ORUT poi nelle mani delle fazioni politiche.
Fazioni che non avevano tardato a palesarsi, fin dagli ultimi anni ’40: i cattolici che avevano formato l’Intesa (che comprendeva la FUCI, la DC giovanile e l’Azione Cattolica), i comunisti avevano il M.U.D. (che riuniva FGC e Indipendenti di Sinistra), i Missini avevano il FUAN, i liberali si chiamavano G.I. (Goliardi Indipendenti), e la stessa U.G.I. (che avrebbe dovuto essere la federazione apolitica delle varie associazioni goliardiche italiane come l’ATU, l’AGF ecc…) finì per colorarsi di rosso dopo pochi anni, fra spaccature, polemiche e scissioni. […]
Lo spirito di competizione esibito dai ‘politici’ per contendere ai goliardi i posti negli Organismi Rappresentativi Universitari dei vari atenei era incoraggiato dalle segreterie, ed esasperato anche da quel livore che gli sfigati hanno da sempre nei confronti di chi ‘cucca’, i rusconi nei confronti di chi sa divertirsi, ed i secchioni nei confronti di chi impara senza sforzo. Abituati, poi, alle veline e alla disciplina di partito, i ‘politici’ avevano imparato a temere la fantasia, l’intelligenza, l’ironia di liberi pensatori come i goliardi, i quali, ad onta dei loro processi alle matricole e della loro gerarchia interna, erano per il resto assai refrattari agli indottrinamenti. Non è che fossero disimpegnati o, come si disse ossessivamente a cavallo del ’68, ‘qualunquisti’. Molti goliardi erano schierati politicamente, ed anche in posti di rilievo. Ma si rifiutavano di portare il cervello all’ammasso e, soprattutto, di portare la feluca (simbolo di libertà e tolleranza) negli arenghi politici, faziosi per definizione.
Inizialmente (e fin oltre il fatidico ’68) gli Ordini Goliardici furono fatti oggetto di infinite blandizie da parte di questo o quel partito politico: offerte di finanziamenti, di basi logistiche, di accesso ai media, sempre declinate. Bisogna onestamente sottolineare la nobiltà e la coerenza di questo nostro costante rifiuto, nel nome dell’indipendenza e della libertà di pensiero, allorché ci si interroga sulle ragioni dell’evoluzione del fenomeno goliardico da movimento di massa, di piazza, socialmente rilevante, a fenomeno di élite, seminascosto e socialmente irrilevante.
Nel dopoguerra, comunque, fu tentata un’opposizione all’intrusione dei partiti politici nelle università. La situazione, come si è detto, cambiava da città a città e di anno in anno, ma purtroppo si arrivò alla vigilia del fatidico ’68 con la goliardia quasi completamente fuori dagli organismi rappresentativi.”


Da: Gaudebamus, Igitur. Dieci secoli di Goliardia, dai Clerici medioevali ai Clerici Vagantes contemporanei, (“Le Feluche”), Torino 1992, Orient Express Editrice, pp. 114-115.

lunedì 13 gennaio 2014

Nel quartiere ebraico




Non riesco a muovere un passo che vada oltre qualche centimetro. La sciarpa sui miei occhi mi isola completamente dal sole abbagliante. Mi aggrappo alla mano di J. «Su, su!» mi esorta lui, quasi incredulo. «Come hai fatto al tuo processo goliardico, se ora tremi come una foglia?» Beh… Quella sera, a guidarmi erano in due. Ed ero sotto la benedizione della follia.
            Superiamo qualche gradino («Attenta… Adesso!»), un tratto di strada stretta («Un attimo… C’è un’auto che vuol passare…») e percorriamo quello che deve essere marciapiede. Infine, J. si ferma e mi sfila la sciarpa dagli occhi.
            Ci metto qualche istante a riabituarmi alla luce. Sono leggermente frastornata. Ma quella di fronte a me è indiscutibilmente la vetrina di una libreria ebraica. In realtà, me l’aspettavo. J. mi aveva promesso una visita a questo quartiere. L’idea gli era venuta dall’argomento della mia tesi (storia biblica) e dal mio interesse per il gioco del dreidel, la tipica trottola della festa di Hanukkah. J. conosce abbastanza bene quell’area della città, poiché l’ha attraversata spesso per fare visite. Si aggiunga la sua curiosità insaziabile, concorrente e compagna della mia.
            Dietro il bancone della libreria, c’è una matura signora che ci guarda, un po’ diffidente. «Lei mi ha fatto paura» commenta, indicando me. Indovino che è stato per via del “siparietto a occhi bendati”. La rassicuro: «Era solo scena... A lui piace fare sorprese». Accenno a J., sorridendo.
Lui, per tutta risposta, mi esorta: «Avanti, guarda! Ti interessano gli studi biblici? Qui c’è di tutto… Ci sono commenti scritti da fior di rabbini…» Quella cuccagna mi frastorna ancor di più. Devo anche fare attenzione al portafoglio, che non è certo come l’olio e la farina della vedova di Zarepta, tanto per restare in argomento. (Ah, giusto… Episodio del profeta Elia e della vedova di Zarepta: 1 Re 17, 9-16). Comunque, pesco il saggio di Victor Klemperer sulla Lingua del Terzo Reich. Benché fosse nel programma di un esame quasi suicida, i brani letti durante il corso mi avevano intrigato. Domando poi alla libraia se vi sia “qualcosa sul Libro di Ester”. «Su Ester… Ho la Mǝghillāh». Mi mostra due edizioni del testo ebraico del Libro di Ester, con relativo commento. Ne scelgo una. La signora mi concede gentilmente uno sconto.
Nel frattempo, J., invitante, si avvicina con una scatola di cartone contenente numerosi dreidel. Non posso fare a meno di sentirmi viziata da tante attenzioni. Anche lui ne sceglie uno per sé.
            Quando usciamo, lui mi indica anche un negozio di cibo kosher dall’altro lato della strada. «In realtà, non c’è niente di particolare da vedere… Ma, fiutando un che di esotico, sono entrato, un giorno…»
Ho quasi l’impressione che io e J. siamo tornati bambini in questo giorno di sole, tanto ci stupiamo delle cose ordinarie.
Poco dopo, è verso un ristorante che ci dirigiamo. Poco prima che entriamo, un maturo signore ci porge un foglio da leggere. È vergato in caratteri ebraici. J. si schermisce subito e guarda me con lieve speranza. Invano: trenta ore di corso universitario non sono sufficienti a padroneggiare la lingua. Anche l’anonimo signore si rassegna. Mi accommiato da lui, sprofondando sotto la vergogna per la mia grassa ignoranza. Comunque, non è stato un incontro sgradevole. L’Ignoto aveva begli occhi affusolati, nonché una barba grigia e folta. Per certi versi, una figura da immaginario tolkieniano.
 All’ingresso del ristorante, ci sono due acquai per abluzioni (per chi le esegue puntualmente in occasione dei pasti), con brocche, bacinelle e nicchie graziosamente decorate da dipinti a tinte floreali. Essendo J. il “finanziatore”, lascio scegliere a lui il menu. Decide allora di farmi assaggiare i falafel della casa («…i migliori che facciano in città!»), con barbabietole, pane arabo, crema di melanzane e hummus di ceci.
Nel frattempo, il discorso cade sulla politica: «Non è vero che “il popolo” è ininfluente. È vero nel bipartitismo americano, in cui l’elettore deve fare i conti con le molte proposte d’una stessa parte, senza mai trovar qualcosa che lo rappresenti in tutto e per tutto. Ciò fa sì che le segreterie dei partiti possano far quel che vogliono… Il pluralismo, invece, permette di scegliere… Tuttavia, il tormentone del “tanto, non puoi far niente”, “tanto, quella è una casta” è una profezia auto-avverante… Certo, per garantire la partecipazione dei cittadini ci vorrebbero un’istruzione e un’informazione adeguata. È inutile chiamarli a votare a un referendum su cose di cui non sanno nulla… Manca un’ideologia, cioè una visione d’insieme che conduca l’attività politica. Senza di quella, ecco l’opportunismo, ecco il carrierismo…»
Nella conversazione si inserisce il cameriere. L’attenzione si sposta sul Movimento dei Forconi. Il cameriere ne sostiene le ragioni. J. è meno entusiasta. «Il Movimento non ha una direzione precisa. La rabbia, da sola, non basta. Se non si sa dove andare, la furia si abbatte dove capita e la rivolta cade in mano a chi è capace di cavalcare la tigre. Ho visto tanti, nel Movimento… compresa gente che non sarebbe gradita in questo ristorante».
Io, nel frattempo, mi comporto da vera donna d’altri tempi: lascio che gli uomini s’impiccino di politica e penso a cose più concrete, come lucidare il piatto di portata.
Dopo i falafel, è la volta delle melanzane impanate. E del dolce, ovviamente. «Un budino di riso… Uno solo per tutti e due…» Il destino dei Forconi è ancora incerto, ma l’Unione delle Buone Forchette ha sicuramente battuto in ritirata.
            Sorseggiando il caffè al banco, io e J. osserviamo le varie bǝrākôt (“benedizioni”) da recitare prima dei pasti. Riesco a decifrare solo l’incipit di ciascuna: “Benedetto Tu, Signore Dio nostro…”  «Hai vinto comunque» mi dice J. «Cinque parole contro una».
            Più tardi, mentre cerchiamo di smaltire il pantagruelico pranzetto passeggiando, arriviamo nei pressi della scuola ebraica. I bambini stanno uscendo. J., che sa essere molto più disinibito della sottoscritta, più tardi domanderà precisazioni a una signora: «Sì… Elementari e medie assieme».
Si nota, però, un dettaglio inquietante: l’ingresso è presidiato da soldati in tenuta mimetica. «C’era la Polizia, prima…» chiosa J. «Perché?» faccio io, non senza un filo di premonizione. «Beh… sono ebrei. Immagina un po’». Deglutisco. «Ci sono stati… attentati?» «Sono stati rischiati» spiega lui. «Ogni tanto, qualcuno va lì a disegnare svastiche o a piazzare bombe-carta…»
            Poco più avanti, c’è un’altra scuola. Stavolta, sul muro, ideogrammi giapponesi. Una linda signora dagli occhi a mandorla, scendendo dalla scala esterna, ci saluta.

Goliardia e Università



“Accontentiamoci, per andare avanti, di dire che la Goliardia è legata all’università in questo modo: si può essere universitari senza essere goliardi, ma non si può essere goliardi senza essere universitari.
Almeno questo bisogna accettarlo. Non mi si obbietti che moltissime persone estranee al mondo universitario vivono e si comportano più goliardicamente di certi goliardi con tanto di feluca e mantello.
Intanto risponderò che non bastano feluca e mantello a rappresentare il goliardo, ma rappresentano solo l’intenzione, l’anelito, la buona volontà di esserlo. Ed è già buona cosa. Gli altri, i non universitari, ‘si comportano goliardicamente’ e basta. Non dico che ci copiano, per carità. Non abbiamo inventato noi la gioventù, né la ribellione, l’ironia, l’irriverenza scanzonata, le burle, l’anticonformismo, le canzoni, le poesie, l’audacia, la fratellanza, e via sciorinando… Dico solo che chi mostra queste doti e le inquadra in una consapevolezza che parte dall’indossare feluca, manto e insegne, e arriva al riconoscere leggi comuni, all’accettare comportamenti codificati da una particolare tradizione, è sulla buona strada per diventare un goliardo, ma solo se è contemporaneamente un universitario, o lo è stato. Se no, è soltanto uno che ‘richiama alla mente’, che ‘fa pensare’ ad un goliardo, ma non lo sarà mai. Ripeto, mai, se non si iscrive all’università.
Almeno questo, lasciatecelo. È già scomparso, con l’università di massa, tutto quanto di élitario era legato un tempo allo ‘status’ di studente universitario. E, diciamolo pure, non ci dispiace. Era un’elitarietà che sapeva di sopruso, di ingiusto privilegio di casta, di rendita parassitaria.
Se mi si può passare il paragone, rassomiglia all’orgoglio maschilista precedente alla liberazione della donna (anni ’70). Il maschio di allora si trovava a godere nei confronti della donna di privilegi codificati e tramandati da secoli, senza aver fatto la minima fatica per meritarseli. Quindi, facilmente, ne abusava. Adesso che la donna sceglie, adesso che è lei a pretendere prestazioni sessuali all’altezza del suo conquistato diritto all’orgasmo, adesso che nei discorsi fra amiche parla delle dimensioni del nostro cazzo negli stessi termini con cui per secoli noi abbiamo parlato delle sue tette e del suo culo, adesso il maschietto è in difficoltà, e batte in ritirata. Piuttosto che ingegnarsi a domare questa nuova, magnifica puledra esigente, preferisce sospirare e rimpiangere i tempi in cui cavalcava e bastonava tutto tronfio l’asinella cieca.
La nuova élitarietà, quindi, è meno scontata, ma proprio per quello è più rara, e quindi preziosa. Non nasce più da un tesserino, ma da come ti sai muovere quando ti metti in capo una feluca. È, o almeno può essere, la nuova élite dell’essere goliardo. Che ‘deve’ essere Universitario, come abbiamo detto, ma sa che ciò non basta.
Comunque ci interessa legare i due concetti, per spiegare che la goliardia è andata mutando col mutare della situazione universitaria, in primis, storico-politica in sæcundis, sociale in tertiis.
Per quanto riguarda l’università italiana del dopoguerra, occorre tener presente che gli atenei sono passati dalle poche migliaia di iscritti alle molte decine di migliaia, nel volgere di trent’anni (negli ultime quindici la situazione si è stabilizzata) e, quel che è peggio, conservando quasi dappertutto le stesse strutture. Si pensi che, a Torino, capitale mondiale dell’automobile e della tecnologia industriale, han dovuto ricorrere all’affitto del cinema per tenervi le lezioni più affollate!
Questo è frutto della demagogica legge n.910 sulla liberalizzazione degli accessi all’università, emanata l’11 Dicembre 1969 sotto la spinta delle sinistre, legge che ha prodotto, produce e produrrà devastazioni inimmaginabili nel livello di preparazione medio dei laureati. Si pensi che ancora a Torino, per creare una qualche forma di sbarramento nei corsi di Italiano della facoltà di Lettere, presa d’assalto da torme di periti, maestri d’asilo e sommeillers della scuola alberghiera, il Prof. Massano ha dovuto inventarsi la prova del ‘dettato’. Il dettato, sì, il dettato! Proprio quello che si faceva alle elementari! Dettano un testo qualsiasi, preso dal giornale del mattino, e chi fa un solo errore di ortografia, bocciato. Beh! Ne riescono a scremare una buona metà! E questo non per colpa dei poveri periti, ai quali è stato sventolato un vecchio blasone ormai stinto (che però continua a far presa nelle menti dei semplici, come sempre in ritardo sui fenomeni storici, perché è più facile sradicare una sequoia che una credenza popolare), ma dell’insipiente legislatore. Costui, all’insegna del populismo, del facilismo, dell’egualitarismo di facciata (‘todos caballeros!’), ha inventato la scuola dell’obbligo, nella quale, si sa, un diploma non si nega a nessuno, perché serve a lavorare, ecc…
Hanno abolito il voto (discriminatorio!) sostituendovi il ridicolo ‘giudizio’. E dire che sarebbe bastato, se proprio non si voleva negare a nessuno il pezzo di carta per lavorare, mantenere il voto, e riservare la possibilità di proseguire gli studi solo a chi si trovava al di sopra di una certa media. Così gli asini avrebbero avuto il loro diploma per andare a fare gli uscieri in municipio, ma non avrebbero potuto intasare i banchi del liceo, prima, e dell’università, poi. Questo, comunque, è quanto offre l’università attuale, con l’aggravante della lottizzazione delle cattedre, dei concorsi-burla, delle abilitazioni ‘ope legis’ e comunque dell’approdo alla docenza di tutta quella classe di furbacchioni che strappò la laurea negli anni caldi della contestazione a suon di esami di gruppo e di 18 ‘politici’.
I goliardi, come abbiamo detto, sono figli del loro tempo, e soprattutto della loro università. Cultura tradizionale, o cultura alternativa, ha poca importanza. La carenza sta nella preparazione di base, e la cultura che ne segue è quella che è.”
Da: Gaudebamus, Igitur. Dieci secoli di Goliardia, dai Clerici medioevali ai Clerici Vagantes contemporanei, (“Le Feluche”), Torino 1992, Orient Express Editrice, pp. 107-109.