mercoledì 27 novembre 2013

In taberna quando sumus


La mia testa si cullava in un caldo vapore rosso. Davanti a me, la tavola coi resti di un’ottima zuppa di ceci e le bocce di Bacco divino che andavano svuotandosi. La chitarra accarezzava gli orecchi miei e dei fratelli, seduti attorno a lui e a una sua amica, che si accompagnavano in un duetto godereccio e dolcissimo.
            Lui divenne un goliarda alla metà degli anni ’60; anche la donna era una nostra sorella. In una borsa, si era portato numerose copie dei propri tre libri, ormai difficili da reperire. Giornalista professionista, scrittore e blogger, si trovava a Pavia come membro della giuria di un premio letterario studentesco. Aveva prontamente avvisato del proprio arrivo anche noi goliardi locali, che abbiamo portato le nostre feluche nella sede della premiazione del concorso.
            Alcuni fratelli avevano prenotato un tavolo in un locale del centro, salvo poi scoprire che i posti non bastavano e che l’avara saletta era gremita per una festa di compleanno. A noi era stato destinato un angolo nel quale era impossibile perfino alzarsi liberamente dalle sedie. S’imponeva una ritirata strategica. Lui –da vero signore- ha sostenuto un battibecco con il gestore della taverna: «Non lo facciamo per cattiveria… Sarebbe una perdita, per Lei?» «No… Però… non si fa così!» (Dannate “questioni di principio”… Il Diavolo deve averle inventate quando non aveva niente di meglio da fare). Anche una cameriera ha fatto la spiritosa: «Beh, lasciatemi almeno passare…» (Come no, madamigella… C’incastoneremo nel muro per due minuti, nessun problema…).
            Vinta la Battaglia per la Lana Caprina, ci siamo diretti a un altro locale sul Naviglio, ancor più vicino alla facies delle osterie d’un tempo. Il menu comprendeva ottimi taglieri di salumi e formaggi. Per la delizia dell'amica di lui, era compreso lo speck d’oca. Da lì, è partito anche un abbozzo di conversazione circa le qualità del suddetto alimento: prelibatezza o surrogato del sempiterno maiale? «I Romani veneravano le oche, i Celti se le mangiavano…» Ho riconfermato la mia tendenza a tifare per Asterix.
            I ricordi del fratello fluivano a ruota libera: scazzi puntigliosi e che lui non ha mai potuto sopportare, fanfaroni puniti con debragationes interminabili… «Anche questa, di farsi pagare le informazioni…!» ci aveva detto, prima del cambio d’osteria. «Chi è appena entrato in Goliardia è un po’ come un figlio… Immaginate: “Papà, come si fa questa cosa?” “Beh, tu offrimi da bere, prima!”»
            Con o senza l’aiuto di Bacco, la chitarra ha richiesto la propria parte. I due amici conoscevano molte canzoni popolari piemontesi, la cui pronuncia da parte mia dev’essere stata semplicemente blasfema. Fra esse, una discendente delle “pastorelle” medioevali e la storia d’una massaia che s’augurava la cattura di “un bel pezzo d’uccello” (non solo per sfamare la famiglia). Lui, giustamente, si è tolto qualche sassolino dalla scarpa: «L'Alluvione NON è di Riccardo Marasco… L’ha rubata ai goliardi fiorentini. E non l’ha fatto solo lui… Tanti “cantautori da osteria” si sono accorti che la Goliardia è una miniera ricchissima… Una volta, ho sentito un tale dire: “Adesso, vi canto una mia creazione…” E ha intonato una canzone composta da me. Dico io, almeno non appropriarsene…».
            Senza troppo sforzo, la nostra tavolata ha attratto l’attenzione dei presenti e del gestore, invero piuttosto allietati. Uno di noi si è seduto con una compagnia vicina, per poi presentarcela. Tra i presenti, un giovanotto brasiliano col quale una nostra sorella ha intavolato uno scambio di battute in portoghese.
            Che importa, se fuori fa freddo? Che importa, se s'è fatto tardi? La serata è proseguita fino all’ora di chiusura del locale. Al momento di congedarci, il buon oste ci ha ringraziato vivamente. Ha anche invitato la sottoscritta a farsi rivedere in quei paraggi –cosa che farò sicuramente, quando non sarà più pressante il pensiero della tesi.
            Lui e l'amica sono ripartiti nella notte, lasciandoci una serata meravigliosa e libri pieni di ricordi. Ho ripensato a ciò che l’illustre fratello ci aveva detto ore prima: «Non avete idea di cosa io provi, quando vedo ragazzi con feluche e mantelli… La sensazione di far parte di qualcosa che continua…»

lunedì 25 novembre 2013

Due lacrime

 

Il 20 novembre 2013, ha avuto luogo a Pavia l’annuale edizione di Gaudeamus Igitur, il concerto di canti studenteschi tradizionali a cura del coro del Collegio Cairoli. Naturalmente, noi goliardi non potevamo mancare. L’aula magna dell’istituto era trapunta delle nostre feluche e di quelle dei collegiali.
            Io avevo due motivi in più per essere presente. Innanzitutto, uno dei tenori era il mio fidanzato –ci siamo colti subito con lo sguardo, lui raggiante nella sua tenuta da corista, io con un look dark che faceva a pugni con le insegne goliardiche. Poi, di quel coro avevo fatto parte io stessa per due anni. Il programma, salvo qualche modifica, riproponeva brani che avevo imparato ed eseguito coi miei compagni. In ogni nota e in ogni verso, erano impigliati ricordi minuti e vivissimi: le risate, i lazzi indirizzati a me e al mio ragazzo, le cene in pizzeria, i vocalizzi di riscaldamento, le “trasferte” nelle chiese o nell’aula magna dell’università (quando quasi tutto l’elemento maschile del coro era assente e tememmo di dare al Cairoli la nomea di “collegio di voci bianche ed eunuchi”). È stato per questo che ho inghiottito la prima lacrima, sotto l’ombretto nero.
            Mi sono rinfrancata, udendo l’antenato de La vecchia fattoria: Capricciata e Contraponto bestiale di Adriano Banchieri (1567-1634). Era una leggera deroga al tema della serata, ma non sgradita. Devo ricordarmi di attestare la mia stima a chi aveva composto il programma del concerto.
            Poi, è arrivato un momento immancabile: quello di ascoltare l’inno goliardico italiano, Di canti di gioia (musica di G. Melilli e testo di G. Gizzi, 1891). Il direttore del coro si è premurato di specificare che sono le sue note quelle che vengono intonate dalle campane dell’università, per volontà di Plinio Fraccaro. A me è particolarmente cara la seconda strofa, quella che mi lenisce gli attimi di scoraggiamento da umanista:

Dai lacci sciogliemmo l’avvinto pensiero,
Ch’or libero spazia nei campi del vero,
E sparsa la luce sui popoli fu… 

(E sparsa la luce sui popoli fu… Quando accendo il televisore, ho il sospetto che sia avvenuto un black-out fraudolento).
Subito dopo, quell’altra strofa:

Ribelli ai tiranni, di sangue bagnammo
Le zolle d’Italia, tra l’armi sposammo
In sacro connubio la patria al saper…

È un riferimento alla partecipazione degli universitari al Risorgimento. Tipicamente, si ricordano due episodi, entrambi del 1848: la battaglia di Curtatone e Montanara (Mantova), in cui il massacro dei ragazzi diede tempo all’esercito piemontese di prepararsi, e lo scontro fra studenti e milizie austriache a Padova, nei pressi del Caffè Pedrocchi. Ma non sono state queste annotazioni a venirmi in mente, nell’aula in cui si teneva il concerto. Sono stati volti sfocati e voci che non ho mai potuto udire –è passato troppo tempo da allora, non ero ancora nata. Soltanto, somigliavano sinistramente ai volti e alle voci di cui sono pieni i cortili dell’università. Di cui è piena la mia vita.
            Per questo è stata la seconda lacrima.

Al fósc


Le gh’è, ‘n dèl fósc, strane care d’umbrìå,
che le sa scónt de dré a i öcc;
le ta pàrlå de ‘n mónt che ‘l sa vèt mìå
sótå al sùl che i conós töcc.
Gh’è ‘l saùr de le röze
deèrte sótå ‘l sifolà dei nìgoi;
sa zlóngå ‘l ciél en bìgoi
che i fa’ catigulì ai caèi ‘ndormécc.
L’àriå la sènt de limù e portogàl
e apò la tèrå la g’ha la så cansù,
‘ntàt che mé, come föse
‘n pès ‘n de ‘na ghèdå d’àcquå,
zmórse chèl öltem pensér che ‘l ma fa mal
e ‘l làse ‘nsèmå ai mé öcc, en de ‘n cantù.
 
 
Traduzione: “Al buio. Ci sono, al buio, strane carezze d’ombra,/che si nascondon dietro gli occhi;/ti parlan d’un mondo che non si vede/sotto il sole che conoscon tutti./C’è il sapor delle rose/aperte sotto lo zufolar delle nuvole;/si allunga il cielo in strisce/che fanno il solletico ai capelli dormienti./L’aria sa di limone e d’arancia/e anche la terra ha la propria canzone,/intanto che io, come fossi/un pesce in un grembo d’acqua,/spengo quell’ultimo pensier che mi fa male/e lo lascio coi miei occhi, in un angolo.”


Menzione d’onore al premio di poesia “L’arte in versi”, 2^edizione, 2013, bandito dalla rivista
Euterpe, dal Blog Letteratura e Cultura, dalla rivista Segreti di Pulcinella e da Deliri progressivi.
 




lunedì 18 novembre 2013

Manèrbe


T’ho mitìt ’n de ’n cantù izì a la nòt,
’ndo che ’l cör el sa scónt
per fàs nöf co’ le ómbre.
G’ho fàt de té el me fónt,
dür d’acque érde de fiöm
che ’n de ’l Tép le sa làå e le sa fónt.
Ta g’hét l’udùr de ’l sùl còt,
de le préde ’mpisàde da ön föc biànc,
fiànc de la cézå che sö ’l cör e sö ’l sànc
de la èciå Minèrvå
la par dórmer en mès a pensér madür.
E con de lé i dórmå i sècoi scür
che i g’ha fàt rós el cör de chèstå tèrå,
gróp de silènsio ’ndo che ’l pà ’l fa guèrå
per nàser amó chèst àn,
izì a le càse vistìde de cità
che le sa mìgå quàtå stóriå v’ocór
per fa’ ’n grà de la stràdå ’ndó che giü ’l cór.

 

Traduzione: “Manerbio. Ti ho messo in un angolo vicino alla notte,/ dove il cuor si nasconde/ per rinnovarsi con le ombre./ Ho fatto di te il mio fondo,/ duro d’acque verdi di fiume/ che nel Tempo si lavano e fondono./ Hai il profumo del sole cotto,/ delle pietre accese da un fuoco bianco,/ fianco della chiesa che sul cuor e sul sangue/ dell’antica Minerva/ sembra dormir fra pensieri maturi./ E con lei dormono i secoli oscuri/ che han fatto rosso il cuor di questa terra,/ nodo di silenzio dove il pane fa guerra/ per nascere ancor quest’anno,/ vicino alle case travestite da città/ che non sanno quanta Storia occorra/ per fare un grano della strada ove si corre.”

Menzione d’onore al premio di poesia “L’arte in versi”, 2^edizione, 2013, bandito dalla rivista Euterpe, dal Blog Letteratura e Cultura, dalla rivista Segreti di Pulcinella e da Deliri progressivi.

venerdì 15 novembre 2013

Incontri ravvicinati d'un nuovo tipo


Il mio penultimo incontro con militanti di estrema destra non è stato esattamente qualcosa di equilibrato e fraterno. Pertanto, se non fosse stato per A., non avrei mai avuto occasione di scrivere queste righe.
Io e A. ci conoscemmo litigando su un social network. La mia prima reazione nei suoi confronti fu d’esasperazione per la sua pedanteria e il suo… ehm, talento antidiplomatico. Notai in lui, però, anche una cultura sterminata e profonda, che non poté fare a meno di colpirmi –anche per via della giovane età di A. Il nostro rapporto si ammorbidì più tardi, un po’ perché ci scoprimmo entrambi goliardi (quindi, “fratelli”), un po’ perché A., dal vivo, è un pezzo di pane. La prima volta che abbiamo avuto occasione di incontrarci di persona, gli sono saltata al collo e mi sono tenuta avviticchiata al suo braccio per quasi tutta la mattinata. Il mio attaccamento da “sorellina” era già bell’e maturo.
Quando ho saputo che lui avrebbe tenuto l’introduzione d’un convegno non lontano da Pavia, mi sono procurata in un lampo i biglietti del treno. A. vive e studia abbastanza lungi dai miei paraggi, oltre a tenersi in contatto con la fidanzata all’estero. Non avrei potuto perdermi un’occasione di salutarlo –almeno, ora che il suo mordente di polemista, ai miei occhi, era ampiamente smussato dalla sua carezzevole ironia e dal suo arrossimento facile.
L’ho raggiunto nella sede dell’ateneo dove il convegno si sarebbe tenuto. Mi ha presentato i due ragazzi che erano con loro: un altro relatore e un redattore del blog Campari e De Maistre. Come di rito, abbiamo preso un caffè al bar dell’università. Uno della compagnia si è prontamente diretto alla cassa per lo scontrino: «Lasciate stare, ho trovato 5 euro per terra…» Per un attimo, ha fatto capolino il fantasma di Renzo Tramaglino: “Eccolo, il caffè della Provvidenza!”
C’era ancora un bel po’ di tempo da sfilacciare, prima del convegno. A. combatteva contro il sonno. Aveva avuto notizia della data dell’evento non più di quattro giorni prima e aveva preparato il proprio intervento praticamente di notte. Si trattava di “qualche appunto sul PC, arrangiato in tempi stretti e su temi lontani dal suo campo di studi” (si sarebbero rivelati 45 minuti di cenni storici fittissimi. Vatti a fidare dei secchioni…). La compagnia ha deciso di andare a trascorrere l’attesa in un’aula che, per A. e gli altri due ragazzi, doveva essere “casa, dolce casa”, ma che, per me, era la Luna.
In uno spazio non certo generoso, cercavano di stiparsi tutti i simboli e le bandiere possibili e immaginabili: croci d’ogni foggia e dimensione, spade, manifesti neofuturistici, eroi dei fumetti in reinterpretazioni “postmoderne”, fotografie in bianco e nero, rimembranze di vittime di odio politico, guizzi di Romanticismo tedesco. L’unico logo a darmi un appiglio a una realtà conosciuta è stato quello di Azione Universitaria. «C’è qualunque cosa, qui… E chi li sa interpretare tutti, questi simboli?» ha constatato A., con pacata rinuncia. Eravamo in circa dieci persone là dentro: un numero in aumento costante. Situazione abbastanza comune, peraltro, nelle sedi di associazioni studentesche. Due ragazze scrivevano al computer; un giovanotto dall’aria curatissima e démodée mi ha sorriso. Più tardi, si sono aggiunti, fra gli altri, un uomo alto e magrissimo e un ragazzo ben piantato, con pantaloni mimetici e bicipiti sorridenti. A. e uno degli amici parlavano delle proprie disavventure sul web. «Mi ha detto: “Vengo a spaccarti la testa, fascista di m***a!”» raccontava uno di loro. «Mentre gli stavo rispondendo, mi ha cancellato dai contatti Facebook».
Nel frattempo, sono venuta a sapere che l’uomo magro era uno dei fondatori di un sito e di un gruppo editoriale di cui fa parte anche il fidanzato di una mia amica. Un’amica di data abbastanza vecchia che, ultimamente, non ho più modo di incontrare. Ho chiesto di lei all’uomo, affidandogli anche i miei saluti per lei. Probabilmente, saluti gettati al vento, dato che, la sera, un suo SMS mi ha precisato che lei ha chiuso i contatti con me per l’ “incompatibilità dei nostri modi di vedere”. Un riferimento alla mia adesione ad Arcigay Pavia.
Davanti al mio evidente smarrimento in quel caleidoscopio di simboli, l’uomo mi ha fornito una chiosa eloquente: «Qui, si radunano tutti quelli che non si riconoscono nelle tendenze prevalenti... Tutti i “matti del villaggio”» ha riassunto, con serena ironia. Ciò spiegava la loro ospitalità nei miei confronti. Sebbene nessuno di quei loghi fosse mio, di certo “matta” ero e sono. La mia dichiarata fedeltà all’Unione Degli Universitari non ha impedito all’uomo di ringraziarmi per la presenza al convegno (della quale avrebbe dovuto essere ringraziato A., a rigore). Da quel pomeriggio, ho raccolto un altro tassello dei paradossi della vita: mentre vecchie amicizie rompono i contatti con me per “le mie idee”, persone fra le quali non mi sentirò mai “a casa” mi aprono il proprio prezioso angolo senza avermi mai visto prima. L’ “insostenibile tolleranza” degli “estremisti”.

lunedì 11 novembre 2013

I màcc



Gh’è argü che ‘l pàså i sò dé, che zabèle
de per lùr i è cöntàcc, a cöntà óter;
chi ‘l vùså cóntrå chèsti e cóntrå chèle,
perché a fa’ ‘ndà ‘n malùrå i è sèmper “Vóter”;
chi g’ha ‘l balù, i vistìcc o le bèle
fómne o i òm… en mès a chèsti màcc, nóter
pödaróm vìgå ‘l nóst balì per vìver:
sa scüzóm se l’è pròpes chèl de scrìer.
 
Traduzione: “I matti. C’è chi passa i propri giorni, che già/di per sé son contati, a contare altro;/chi urla contro questi e contro quelle,/perché a far andare in malora sono sempre i “Voi”;/chi ha il calcio, i vestiti o le belle/donne o gli uomini… fra tutti questi matti, noi/potremo avere il nostro pallino per vivere:/ci scusiam se è proprio quello di scrivere.”

Premio Speciale del Presidente al Concorso Internazionale Artistico Letterario “Ambiart”, III edizione 2013, promosso da FareAmbiente Lombardia, Sezione C: Poesia in Vernacolo.

 

venerdì 8 novembre 2013

I mangiatori di loto



“Non meditavano la morte ai nostri compagni/i Lotofagi, ma diedero loro da mangiare del loto./E chi di essi mangiava il dolcissimo frutto del loto/non aveva più voglia d’annunziare e tornare,/ma preferiva restare lì tra i Lotofagi/a cibarsi di loto, e obliare il ritorno.”

Odissea, IX, vv. 92-97.
 
 

Si sistemò sulla sedia imbottita. Un lieve movimento delle gambe, delle braccia –nient’altro. La lezione era cominciata alle nove del mattino; non avrebbe saputo dire che ore fossero, al momento. Intuì che la luce diffusa non era più quella del giorno. Davanti a lui, l’insegnante –la dott.ssa Cinzia Solari- sorrideva sempre, con quella caratteristica serenità che la faceva sembrare una lampada d’alabastro. Qualcosa d’indefinibile, come una pacata estasi, la percorreva in tutta la figura sottile, nelle gambe tornite, nelle orecchie di madreperla, nelle ciocche biondo-rossicce, fino agli occhi verdi con pagliuzze dorate che riverberavano dietro le lenti. O, forse, a fargliela sembrare angelica era la nebbia che gli galleggiava nella testa, in cui affondavano, come petali, gli orari, i pensieri di tutti i giorni, gli stimoli corporali.
            «Ora, chiudete gli occhi!» modulò la Solari.
Eseguì, come, sicuramente, stavano facendo le altre venti persone presenti nella stanza. Un’aula ampia e luminosa, al secondo piano d’una palazzina, nel centro di ***.
            Aveva incontrato i volontari dell’Associazione Lotus la settimana prima, all’ingresso d’un condominio pieno di studi privati. Un ragazzo secco e biondiccio, con gli occhi chiari, accompagnato da un altro, piccoletto e ricciuto. Entrambi avevano nelle iridi quel nitore impalpabile che imbeveva l’insegnante. Fra le mani, reggevano una cartelletta recante nome e logo (un fiore di loto) dell’associazione, il cui fondatore –aveva saputo poi- era un certo “Michele Ario, psicologo”. Con fare manieroso, gli avevano snocciolato qualcosa a proposito d’un corso di mnemotecnica, lettura veloce e strategie d’apprendimento. Aveva accettato di seguire la prima lezione, in verità assai stimolante –esercizi di enigmistica che l’avevano fatto tornare ragazzo. Poi, era entrata lei, la sirena con gli occhiali in celluloide. Aveva spento le luci e acceso un proiettore. Su uno schermo, aveva cominciato a sgambettare un neonato.
«È pieno d’energia, d’entusiasmo verso la vita che gli si è appena aperta» aveva intonato, nel buio, la voce vellutata della Solari. «Ma ha bisogno che qualcuno lo aiuti a crescere… Guardatelo. È come voi. Voi siete come lui. Siete all’inizio d’un percorso che avete iniziato per migliorarvi. Siete carichi di curiosità, di vita… Ma inesperti. Lasciatevi prendere fra le nostre braccia. Il neonato, nutrito dalla mamma, diventerà grande, intelligente e bello…»
Un singhiozzo soffocato era rintoccato nell’aula buia.
Quella sera, era tornato a casa con le membra leggere. Il suo pensiero volava a quella stanza in cui si era sentito feto, nel grembo d’una madre graziosa e dalle parole suadenti.
Si era iscritto definitivamente, chiudendo un occhio sui 1800 euro richiesti come retta. Se li sarebbe potuti permettere –per il momento.
I giorni successivi erano scivolati come olio nell’aula. Lezioni interminabili, dal mattino fino a tarda notte. Una sorta di trance gli ovattava anima e corpo, rendendogli irrilevante il bisogno di mangiare e bere. Del resto, fin dall’inizio del corso, la Solari aveva ammonito dolcemente gli allievi: «Solo acqua, carne e verdure. Non appesantitevi. Fatevi questo regalo».
Il riposo e il ristoro arrivavano con quegli strani esercizi di rilassamento che intercalavano le lezioni. Occhi chiusi, musica d’arpe o melodie di Enya. E, sempre, la voce di Lei che s’insinuava nel petto, nella testa, nelle membra; che scioglieva nodi, rompeva i sigilli di camere oscure da cui uscivano volti, timbri, sapori che neppure lui sapeva d’aver trattenuto nella memoria.
Quando aveva gli occhi aperti, spesso si trovava a figgerli in quelli del biondiccio che l’aveva indirizzato verso la Lotus –Manuel si chiamava. Con un sorriso indefinibile, gli suggeriva come ampliare il campo visivo, o memorizzare una lista di parole: «Per ricordare i nomi, bisogna legarli a concetti. Devi inventarti una storiellina per immagini in cui inserirli tutti… Qui hai “gelato”, “catrame”, “nota”, “divano”: immagina di mangiare un gelato, di scoprire che sa di catrame e di appuntarti una nota circa questa stranezza sulla fodera di un divano».
Lui eseguiva le bizzarre istruzioni di Manuel. E il risultato sorprendeva lui stesso. Si ritrovava a recitare, giorni e giorni dopo, quelle liste di parole, quegli elenchi numerici, che non avevano abbandonato la sua memoria –né più mai l’avrebbero fatto. Aveva cominciato a leggere cinque o sei quotidiani al giorno, quando non aveva lezione. Aveva abbandonato agenda e post-it. Si era ripromesso perfino d’iniziare a seguire un corso di tedesco o di arabo. Ma, per il momento, il suo unico impegno fisso era quello con la Solari e con Manuel, il suo “angelo” –così si definiva.
Fra i suoi compagni, alcuni avevano già cominciato a fare volantinaggio per conto della Lotus e alcuni di loro avevano abbandonato gli studi universitari per divenire assistenti o istruttori. Il loro zelo era a metà strada tra la devozione filiale e una competitività perfezionistica. Non davano più indizio d’avere una vita al di fuori dell’Associazione. Lui stesso –si era accorto con un piccolo soprassalto- da settimane non telefonava ai parenti o agli amici. Non aveva più risentito quella graziosa brunetta che gli aveva suggerito di rivedersi allo stesso bar. Soprattutto, aveva perso importanza il conto delle ore di sonno e di quelle di veglia –chissà se c’era ancora differenza.
            Ce n’era poca in quel momento, mentre lui era adagiato sulla sedia imbottita, a occhi chiusi, e la Solari cercava il CD da porre sul piattino del lettore. Pregustò il mondo di corde vibranti, tocchi argentini, gorgheggi d’acqua che stava divenendo, lentamente, il suo –e l’unico.
            Poi, un rumore di passi. Un cigolio di cardini.
«Cinzia!»
Quella profonda voce maschile gli risollevò le palpebre.
La Solari scosse la chioma e s’illuminò: «Oh, salve, Michele!»
Il dott. Ario le rivolse un sorriso enigmatico. Alto, bruno, aveva un naso dalla pronunciatezza quasi aquilina e sopracciglia folte. Dai suoi occhi nerissimi risalivano increspature impercettibili, come di mare in calma apparente. Il taglio elegante degli abiti denunciava un ottimo sarto.
Lui non riusciva a distogliere lo sguardo dal sorriso di Ario, da quelle labbra pompeiane che sembravano legare a lui la Solari con filamenti impalpabili. Nella foschia che possedeva la sua mente, gli parve di veder baluginare due denti aguzzi sulla bocca dello psicologo. Ma anche quella favilla si lasciò cadere, adagio, con grazia, come un petalo di loto che affondasse nel fango.

mercoledì 6 novembre 2013

De tempore et otio - Lettere autentiche


 
“Pavia, sabato 12 ottobre 2013

Ti scrivo perché, forse, sei in grado di aiutarmi.
Io vivo, negli ultimi tempi, con la sensazione di non riuscire a fermare il passare dei giorni. Non nel senso che io voglia davvero fermare il tempo, no! Il punto è che tutto mi sembra scivolarmi via, senza che riesca ad osservare, a riflettere, a godere dell’autunno e dei suoi colori, a gustare ogni istante, anche quando sono con te. Guardo fuori dalla finestra, penso: ‘Che meraviglia, le foglie che cadono dagli alberi!’ Poi, è già sera, penso ai miei doveri e già mi vedo il giorno dopo in ufficio, e poi ancora tornato qui la sera, e ancora, e ancora. Così, settembre è finito, ottobre già mi sfugge, e io mi rattristo al pensiero che tale percezione del tempo mi porterà, come trascinato fino all’inverno e poi alla primavera, e poi all’estate, e all’autunno successivo, anch’esso già finito ancor prima che sia iniziato.
Che condanna, non riuscire più a ‘sentire’ le stagioni! Da bambino, da ragazzo, ogni giorno sembrava significativo, anche se la routine quotidiana era già una realtà. Cosa mi manca davvero, adesso? Forse, momenti di vero ‘ozio’? Dopotutto, Internet non può essere considerato tale. Già scrivere queste parole ha un effetto positivo, che riesco a percepire fisicamente. Certo, è paradossale: un’attività quale la scrittura (‘ozio’!) richiede un innesco; tutto l’opposto delle attività che mi permettono di ‘ingannare il tempo’. Anche su questa espressione, ingannare il tempo, dovremmo discutere: il tempo non va ingannato, semmai va raccolto. Sarà anche retorico a dirsi, ma credo sia più o meno così. Dunque, paradossalmente, ‘oziare’ richiede uno sforzo, anche se tale sforzo viene premiato. Il premio è esattamente il risveglio da quel vacuo torpore che rende insensibili alla vita e alle sue stagioni.

Pavia, domenica 13 ottobre 2013
 
            Oggi, ho deciso di uscire, per ‘sentire l’autunno’. Ho preso la bicicletta (sia benedetta!) e mi sono diretto verso il fiume, verso il borgo, e poi poco oltre. Ho portato la macchina fotografica e ho scattato tre foto, non malvagie, ma forse un tantino scure. D’altra parte, la giornata È scura, così tipicamente e meravigliosamente autunnale. Così pavese, oserei dire, ché questa città dà il meglio di sé con questo tempo, caricandosi di un’atmosfera triste, eppure, a tratti, dolce.
Sarebbe il caso che mi mettessi un po’ al lavoro, visto che devo preparare l’esposizione di venerdì e, durante la settimana, avrò altri impegni. In ogni caso, questi giorni mi hanno fatto riflettere sulla necessità di momenti da dedicare esclusivamente a me e a niente altro, momenti in cui metto da parte (completamente!) gli ‘impegni’, i ‘doveri’, e mi dedico a qualcosa che ho scelto io ed io solo. Tale sarebbe il vero ozio: raccogliere tempo per me. Diventa sempre più necessario, diventa addirittura vitale al fine di perseguire l’autenticità della vita, ora che sono concretamente giunto all’età adulta.

Pavia, lunedì 14 ottobre 2013, ore 17
 
Inutile cercare di chiamare a sé la concentrazione con insistenza e sforzo. Probabilmente, è molto più equilibrato e sensato staccare davvero, solo per un po’, ma totalmente. Pensare a tutt’altro. Ecco l’ ‘ozio’ auspicato, ciò che fa sì che le giornate non scivolino via nell’alienazione.
Qui fuori, osservavo stamattina, gli alberi sono ormai più gialli che verdi. Qualche giorno fa, ho notato che una pianta del cortiletto produce frutti appiccicosi e dall’odore vagamente selvatico. Chissà cosa sono. Prima, camminando sempre qui davanti, ripensavo alla libertà. Alcune persone limitano la propria libertà oltre misura, al punto che si ritrovano a difendere con le unghie e con i denti quei ristretti spazi di libertà che restano loro. Non credo che sia un atteggiamento sano.
Ieri (o l’altro ieri?), ragionavo più profondamente sulla parola ‘ozio’. Se è giusto che implichi una qualche forma di attività, ecco che nasce il problema: che tipo di attività? Cosa so fare io? So fare matematica (diciamo che sto imparando), scrivo degnamente. Poi? Poi basta, temo. Ecco, un’attività che mi riesce sempre e comunque bene è quella di pensare. Pensare, osservare, capire (in ordine di difficoltà). La scrittura, almeno, mi permette di raccogliere un po’ tali pensieri, o forse no, forse il suo ruolo è quello di indirizzarli, incanalarli, trattenerli nel momento stesso in cui si formano. Pensare, scrivere: tutto sommato, mi riesce (per quanto sinora si sia trattato perlopiù di luoghi comuni). Una domanda mi è sovvenuta, ora: che fare di questi scritti? Spedirli a te, o pubblicarli, o entrambe le cose? A te, mia cara, ho bisogno di dire anche altro. Ciò che scrivo qui ha un respiro un po’ diverso. Eppure, tu sei quella cui ho chiesto di custodirmi. In questo senso, ti spedivo lettere: perché tu le custodissi e, per questa ragione, non dovrei avere problemi a donarti anche questi pensieri.”