giovedì 24 ottobre 2013

Il complesso di Lolita

 
Il complesso di Lolita
Di Canidia Sagani
 
 Guardatela. Esile, graziosa, con un viso da madonna. Nata e cresciuta in una famiglia contadina, tra lavoro e pane nero, senza il nefasto e luccicante spettro del postribolo televisivo. Eppure, eccola: sa essere sfacciata, prendersi gioco dell’unico che la ami in modo sano. E andare in discoteca. Truccata, con un abito da cui trapelano le sue grazie adolescenti. Sembrerebbe impossibile vederla così, eterea tra i figuri della notte. Con sé trascina perfino la sorellina, abbandonandola su uno sgabello, dopo averla vestita di panni troppo adulti per lei. È la protagonista del videoclip Moi Lolita, basato sull’omonima canzone di Alizée. Non va di moda fra i teenager del momento, Eppure, quanto delle nostre figlie c’è in lei?
            Loro non vivono in campagna. Hanno comode case, smaglianti beauty-case, qualche peluche che conserva strascichi d’infanzia (sono bambine, per quanto abbiano fretta di crescere). Escono con i coetanei maschi e sono sovente più intraprendenti di loro. Mio figlio, non molto tempo fa, ha dovuto darsi malato per declinare un galante invito in pizzeria.
Passeggiano per le nostre strade a ogni ora del giorno (e della notte). Come angeli dannati. In minishorts, in vertiginosi tubini, in top, con tacchi alti.
Pensate a quando avevate la loro età. A quei centimetri di gonna che potevano fruttare la paterna punizione o assoluzione. Oggi, quanto conta il vostro parere, davanti a quelle gambe in mostra, a quegli occhi ipertruccati? Le vostre figlie non vi lascerebbero certo decidere del loro corpo. Sono libere. Ma di fare cosa? Che desideri ha esattamente questa generazione, perduta come Lolita in qualche Satyricon da balera?
Forse, un giorno, le “Lolite” d’oggi apriranno gli occhi. Vedranno che la gloria sta nell’esibire non una bellezza provocante, ma il cervello. Cominceranno a leggere blog femministi, a discutere sui forum, ad appendersi in camera fotografie di famose giornaliste. E forse, un giorno, vedrete i loro articoli d’opinione sulle migliori pagine di Radical Fig.

lunedì 21 ottobre 2013

Perle di conversazione (in)civile


Cari e care, ritorna Dentella D’Erpici con le sue ricette di conversazione. Oggi, tratteremo di spezie e di condimenti che non dovrebbero essere impiegati. E che, invece, ricorrono nelle pentole degli ariafrittai quasi tutti i giorni, per nascondere l’odore e il sapore dei cervelli avariati.

“No, non ce l’ho assolutamente con te!” Meno male. Leva quel coltello dalla mia milza, allora.
“Non posso avere la mia opinione?” Riconsideriamo il significato di “opinione” secondo il dizionario Zingarelli 2003: “Idea, giudizio o convincimento soggettivo” (corsivo nostro). Ovvero: è roba tua. Non ha l’avallo d’alcuna autorità/legge/prova. Perciò, non è né intoccabile, né immutabile –a meno che tu non ritenga di non aver alcunché da imparare. Inutile dire che, secondo il galateo comune, l’opinione andrebbe espressa su invito e circa faccende che ti riguardano nell’immediato; in caso contrario, sarebbe invadenza. Ma non pretendiamo che simili sottigliezze vengano colte. Comunque, “opinione” andrebbe distinta da “accusa”: “1 Atto con cui si attribuisce una colpa a qlcu […] 2 (dir.) Attribuzione a una persona di un illecito penale o civile da parte di un organo pubblico o di un privato” (Zingarelli 2003). “Ladro!”; “Assassino!”; “Pervertito!”; “Ma non ti vergogni?!” “Che barbarie!” non sono opinioni.
“Ho solo citato!” Orbene, chiunque abbia un minimo di dimestichezza con la pratica della citazione sa che essa non è mai neutrale: serve a sostanziare un proprio pensiero, a dimostrare una tesi. Quindi, quel “solo” è un tantino da rivedere. Sa di dito dietro a cui nascondersi.
“Volevo sdrammatizzare…” Esclamare: «La montagna sta andando a Maometto!» davanti a una signorina musulmana che pesa 120 kg non sdrammatizza esattamente.
“Non hai il senso dell’umorismo!” Questo, a volte, è vero: il senso dell’umorismo deriva dall’intelligenza, pertanto è raro. Però, rimandiamo alla voce precedente.
“La mia era una provocazione ad arte.” Chi provoca sa che vi saranno risposte a tono. Chi non vuol risposte a tono non provochi. Quanto a quell’ “arte”, ci lascia perplessi il termine. In contesti come questi, impiegarlo è un abuso.
“Io ho tanti amici X…” [dopo un fuoco di fila contro la categoria X]. Di solito, quando si considera “amico” qualcuno, non gli si spara alle spalle, né a lui come individuo, né a una categoria in cui si riconosce.
“Ma scusa, non sono libero di fare come credo?” Quando “farai”, deciderai tu. In questo momento, hai voluto inserirti in un confronto, perciò ti si risponde. I liberissimi Ateniesi non avevano paura della messa in discussione, anzi: la ritenevano salutifera. Ti dico solo: “Socrate” e “Aristofane”.
“E guarda che io non ho alcun pregiudizio, sono pure stato interessato…” Lo dimostri davvero bene [Ironico].
“Beh, in fondo, ti ha lasciato vivere…” Che magnanimità… Troppa grazia, Sant’Antonio.

Dentella D’Erpici  

lunedì 14 ottobre 2013

La fretta


“Il cellario sembrava invasato e illuminato a un tempo, pareva che ora la diga del silenzio e della simulazione si fosse rotta, che il suo passato tornasse non solo a parole, ma per immagini, e che egli riprovasse le emozioni che lo avevano esaltato un tempo.
            «Allora» incalzava Bernardo, «tu confessi che avete onorato come martire Gherardo Segalelli, che avete negato ogni autorità alla chiesa romana, che affermavate che né il papa né alcuna autorità poteva prescrivervi un modo di vita diverso dal vostro, che nessuno aveva il diritto di scomunicarvi, che dal tempo di san Silvestro tutti i prelati della chiesa erano stati prevaricatori e seduttori, salvo Pietro da Morrone, che i laici non sono tenuti a pagare le decime ai preti che non pratichino uno stato di assoluta perfezione e povertà come lo praticarono i primi apostoli, che le decime pertanto dovevano essere pagate a voi soli, gli unici apostoli e poveri di Cristo, che per pregare Dio una chiesa consacrata non vale più di una stalla, che percorrevate i villaggi e seducevate le genti gridando ‘penitenziagite’, che cantavate il Salve Regina per attirare perfidamente le folle, e vi facevate passare per penitenti menando una vita perfetta agli occhi del mondo, e poi vi concedevate ogni licenza e ogni lussuria perché non credevate nel sacramento del matrimonio, né in alcun altro sacramento, e ritenendovi più puri degli altri vi potevate permettere ogni sozzura e ogni offesa del corpo vostro e del corpo degli altri? Parla!»
            «Sì, sì, io confesso la vera fede a cui avevo creduto allora con tutta l’anima, confesso che abbiamo abbandonato le nostre vesti in segno di spoliazione, che abbiamo rinunciato a tutti i nostri beni mentre voi razza di cani non vi rinunzierete mai, che da allora non abbiamo più accettato danaro da alcuno né ne abbiamo portato su di noi, e siamo vissuti di elemosina e non ci siamo riservati nulla per il domani, e quando ci accoglievano e ci imbandivano la tavola mangiavamo e partivamo lasciando sulla tavola quanto era avanzato…»
            «E avete bruciato e saccheggiato per impadronirvi dei beni dei buoni cristiani!»
«E abbiamo bruciato e saccheggiato perché avevamo eletto la povertà a legge universale e avevamo il diritto di appropriarci delle ricchezze illegittime degli altri, e volevamo colpire al cuore la trama di avidità che si estendeva da parrocchia a parrocchia, ma non abbiamo mai saccheggiato per possedere, né ucciso per saccheggiare, uccidevamo per punire, per purificare gli impuri attraverso il sangue, forse eravamo presi da un desiderio smodato di giustizia, si pecca anche per eccesso d’amor di Dio, per sovrabbondanza di perfezione, noi eravamo la vera congregazione spirituale inviata dal Signore e riservata alla gloria degli ultimi tempi, cercavamo il nostro premio in paradiso anticipando i tempi della vostra distruzione, noi soli eravamo gli apostoli di Cristo, tutti gli altri avevano tradito, e Gherardo Segalelli era stato una pianta divina, planta Dei pullulans in radice fidei, la nostra regola ci veniva direttamente da Dio, non da voi cani dannati, predicatori bugiardi che spargete intorno l’odore dello zolfo e non quello dell’incenso, cani vili, carogne putride, corvi, servi della puttana di Avignone, promessi che siete alla perdizione! Allora io credevo, e anche il nostro corpo si era redento, ed eravamo la spada del Signore, bisognava pure uccidere degli innocenti per potervi uccidere tutti al più presto. Noi volevamo un mondo migliore, di pace e di gentilezza, e la felicità per tutti, noi volevamo uccidere la guerra che voi portavate con la vostra avidità, perché ci rimproverate se per stabilire la giustizia e la felicità abbiamo dovuto versare un po’ di sangue… è… è che non ce ne voleva molto, per fare presto, e valeva pur la pena di fare rossa tutta l’acqua del Carnasco, quel giorno a Stavello, era anche sangue nostro, non ci risparmiavamo, sangue nostro e sangue vostro, tanto tanto, subito subito, i tempi della profezia di Dolcino erano stretti, bisognava affrettare il corso degli eventi…»
            Tremava tutto, si passava le mani sull’abito come se volesse pulirle dal sangue che evocava. «Il ghiottone è ridiventato un puro» mi disse Guglielmo. «Ma è questa la purezza?» domandai inorridito. «Ce ne sarà anche di un’altra sorta,» disse Guglielmo, «ma, quale che sia, mi fa sempre paura.»
            «Cosa vi terrorizza di più nella purezza?» chiesi.
            «La fretta» rispose Guglielmo.
[…]
Bernardo si ricompose e si rivolse in tono di comando al capitano degli arcieri.
«Mi ripugna ricorrere a mezzi che la chiesa ha sempre criticato quando vengono praticati dal braccio secolare. Ma c’è una legge che domina e dirige anche i miei personali sentimenti. Chiedete all’Abate un luogo dove si possano predisporre gli strumenti di tortura. Ma che non si proceda subito. […] La giustizia non è mossa dalla fretta, come credevano gli pseudo apostoli, e quella di Dio ha secoli a disposizione. […]»”

UMBERTO ECO

(Il nome della rosa, Milano 1980, LIV edizione Tascabili Bompiani 2007, pp. 386-389.)

martedì 8 ottobre 2013

Lettera a un professore


Caro prof. C.,
ripenso, durante questa prolungata lontananza da Pavia, ai nostri distesi colloqui nel Suo studio. Ripenso alla Sua paterna ironia, nel momento in cui Le dissi dei miei rapporti con la Goliardia pavese: «Ma ragazzi… non vi sembra che queste cose siano un po’ fuori tempo? Voglio dire… era la mentalità di una classe privilegiatissima, di giovani che si sfogavano prima di entrare nell’azienda di famiglia e dover essere serissimi per tutta la vita… Non fareste meglio a occuparvi dei problemi che avete, di questa università sempre più simile a un liceo…?» Ho creduto bene, con questa mia, darLe una risposta più articolata e ponderata di quanto  mi fossi potuta permettere di persona. Soprattutto, perché il Suo (sit venia verbo) pregiudizio tenta diverse persone d'una certa cultura e tacere davanti a ciò che non mi torna non è mio costume.
Innanzitutto, la Goliardia non è una “mentalità”, ma uno spirito. Significa che non deriva da un’estrazione familiare o da un’impronta educativa. Né è patrimonio d’un ceto. Censo e provenienza di noi goliardi sono alquanto disomogenei, stando a quanto posso vedere. Fra noi, ci sono i fuorisede con un modesto lunario da sbarcare, così come i rampolli della “Pavia bene”. Ma non ha importanza. Fra noi non esiste qualcosa di simile a una “coscienza di classe”, quando, per avventura, non volesse chiamar tale la nostra consapevolezza del legame con l’università.
Dicevo che la Goliardia è uno spirito. La si avverte spontaneamente, come il bisogno di respirare, appunto. E in cosa consiste? “Goliardia è cultura e intelligenza. È amore per la libertà e coscienza delle proprie responsabilità sociali davanti alla scuola di oggi e alla professione di domani. È culto dello spirito che genera un particolare modo di intendere la vita alla luce di un’assoluta libertà di critica, senza alcun pregiudizio di fronte ad uomini ed istituti. È infine culto delle antiche tradizioni che portano nel mondo il nome delle nostre libere università di ‘scholari’”. (Venezia, 6-8 aprile 1946, Primo Convegno dei Principi della Goliardia Italiana). Tutte cose che non hanno “tempo”, perché, come unica condizione, richiedono l’esistenza dell’università. (Peraltro, è sempre “il tempo giusto” per essere se stessi).
E qui arrivo alla seconda parte delle Sue perplessità. Che intende per “occuparvi dei problemi che avete”? Per quel che mi riguarda, ho partecipato all’Onda (2008) e ho trascorso una parentesi in un  collettivo universitario, prima d’esser “battezzata”. Conservo, da goliarda, la coscienza che avevo allora: quella dell’importanza della formazione umanistica per poter dialogare in modo critico col potere politico. Quella della necessità di rifiutare ogni ricatto morale (“fate i bravi, nevvero?”). Tendenzialmente, però, ci teniamo lontani dalla politica. La Goliardia è apolitica per definizione (e tanti saluti a chi sbandiera la nostra tradizione per farsi propaganda). Perché sposare un manifesto di parte sarebbe in contraddizione con quell’ "assoluta libertà di critica" di cui sopra. Se di “problemi” si vuol parlare, uno è proprio la difficoltà a trovare forme di associazionismo studentesco che non siano confessionali o politicamente orientate. Per rilanciarLe la frecciatina, potrei dirLe che sono proprio queste a essere “fuori tempo”… In un’epoca piena di contraddizioni, dove non sono sicuri neppure i confini fra destra e sinistra, non è forse legittimo sentirsi a disagio nei panni rigidi di una dottrina? Ben venga il senso goliardico del paradossale, la nostra capacità di navigare in acque diverse (dall’aula accademica all’osteria, dalla gerarchia alla beffa). Per quanto Le sembri incredibile, poi, perfino noi siamo in grado di leggere giornali e andare a votare. Ah, già: anche di studiare. Il che sarebbe il primo dovere d’ogni studente, come dice la parola. In più, però, abbiamo una coscienza d’appartenenza all’università che i cosiddetti “ragazzi seri” non sempre hanno. Vuol dire che ci sentiamo in dovere di camminare sulle nostre gambe nella ricerca del sapere, di non prendere mai la nostra ignoranza come scusa, dato che vincerla dipende solo dalla volontà di colmare le nostre lacune. Perché questo è lo studio universitario. Se, oltre a ciò, sappiamo anche cantare la nostra ubriachezza di vita, che male c’è?
Mi permetto di aggiungere una nota: al mio animo goliardico vien male, se lo si obbliga a prender(si) sul serio. Non riesco a liberarmi dalla sensazione che tutto quel che si fa da studenti sia poco più che un gioco. Di certo, non “cambia il mondo”. Noi preferiamo avere l’onestà intellettuale di dirci, come su una rivista studentesca bolognese del 1922: “Chi siamo noi? Nulla o ben poco. Eppure ora noi proviamo la più grande gioia della nostra vita: il piacere di sentirci giovani”.
Lei ha parlato di “sfogo”. Esso è comune a molti studenti. Non sono goliardi quelli che svomitazzano alcool al mercoledì studentesco o alle feste collegiali. Però, certo, nelle nostre riunioni e cene c’è anche lo “sfogo”. Nel senso che i nostri frizzanti neuroni si compiacciono di prodursi in acrobazie surreal-dialogiche, in stoviglie di forme evocative (stile “addio al celibato/nubilato”) e in lanci di pitali, exempli gratia. C’è bisogno pur di quello… anche se non abbiamo necessariamente un’azienda di famiglia ad aspettarci al varco. Lo “sfogo goliardico” ha sicuramente preziosi effetti antidepressivi, sui melancolici come me.
Intanto, si va avanti. La Goliardia è carsica, per usare un’espressione cara anche a Lei. Sembra scomparire, quando “non è aria” (guerre e turbolenze varie), e si risveglia nei periodi in cui può respirare. L’unico errore sarebbe dirla morta. Significherebbe che è morta l’università propriamente detta –e chissà che quella “liceizzazione” di cui Lei parla non miri a questo.
Per quanto riguarda me sola, vale quell’aureo detto di Ludovico Ariosto (Satira II, vv. 148-151):

Ma chi fu mai sì saggio o mai sì santo
che di esser senza macchia di pazzia,
o poca o molta, dar si possa vanto?

Ogniun tenga la sua, questa è la mia…

Con devoto affetto,

Erica

30 luglio 2013