domenica 30 giugno 2013

No, non è morta...




Pavia, 30 maggio 2013
(vel melius: Papia, ne lo die trigintesimo
de lo mestruo Maio 1969+44)
 

Egregio Adriano Sofri,
benché la presente possa sembrare “fuori tempo”, ritengo che non sia mai tardi per mettere a punto i propri pensieri e farne parte agli altri. Ritorno, perciò, al 2001, anno in cui il sito di Panorama pubblicò il Suo "Così il '68 sconfisse la goliardia". Il mio non è un rimprovero, perché non ho l’autorevolezza di Umberto Volpini e anche perché, in fondo, chi ha il gusto del confronto non può provare rancore nel contraddittorio. Mi limito a notare che Lei accusa altri di “sciocchezza” dichiarandosi, purtuttavia, “incompetente” in materia. Mysterium fidei, amen.
            Questa lettera aperta vuol essere uno spaccato dei pensieri e dei sentimenti d’una goliarda d’oggi. Una goliarda, perché, così come l’università ha accolto le donne massicciamente, l’ha fatto il suo alter ego. Ho avuto la ventura d’approdare in una delle molte città universitarie dove questa tradizione si è risvegliata. Ancor più, mi sono riconosciuta immediatamente in questo spirito fiero, irriverente, estroso e serio senza austerità, benché la mia estrazione sociale sia quasi l’opposto di quella degli universitari pre-Sessantotto. Lo spirito goliardico soffia dove vuole.
Ora, porto da poco la Feluca bianca in un ordine femminile. Sto attraversando per la seconda volta il noviziato matricolare che, checché se ne dica, non mi è stato prostrante né adesso, né al mio primo anno di collegio.
            Quando Lei dice che la Goliardia è morta col ’68, si riferisce esplicitamente a un’università d’élite maschile e militaresca. Ma l’università è mutata, restando se stessa. Così pure la Goliardia, come accennavo poc’anzi. I cambiamenti sono stati simili a quelli cui vanno incontro le lingue: impercettibili, ma riscontrabili a distanza di tempo. Oggi, non si parla l’idioma delle Tre Corone fiorentine, ma lo si riconosce come tappa della “nostra lingua”. Io e i miei confratelli non siamo più i pochi “padroncini” bellicosi e intoccabili di cui Lei ha memoria. Di questo siamo ben consapevoli. I canti della nostra tradizione hanno un sapore di tempo andato e, insieme, di familiarità, come un sonetto di U. Foscolo per un poeta odierno. Lo stesso vale per insegne e riti. Ripeterli non è però un’adesione passiva o una scimmiottatura. È un rendersi conto di quanta acqua sia passata, ma anche di come l’alveo sia stato scavato da chi ci ha preceduto. Seppelliamo i nostri padri, traendo dal nostro tesoro cose nuove e cose antiche.
            Ai Suoi tempi, la promiscuità fra ragazzi e ragazze nei luoghi formativi fu una novità dirompente. Ora, confratelli e consorelle si dividono i doni di Bacco, Tabacco e Venere senza troppi complessi. Il culto del basso corporeo rimane più che mai, ma noi donzelle l’abbiamo arricchito con le nostre pulsioni e il nostro immaginario, rompendo il monopolio fallocentrico. Non c’è più l’usanza dei duelli, per ovvi motivi. Ma amiamo le schermaglie d’ingegno e di dialettica, anche e soprattutto surreali. Del resto, l’intelligenza è sopraffina solo quando sa superare gli schemi quotidiani.
Soprattutto, sebbene sia successo del bello e del buono dal XII secolo a oggi, manteniamo costanti quelle che sono le ossa della Santa Madre Goliardia: “…libertà di pensiero, dileggio del potere, beffa. Mentre genialità e creatività ti permettono di aggirare quel ferreo ordine gerarchico che ci contraddistingue e che è pura derisione di quello che si ritrova nella vita di tutti i giorni” (Riccardo Volpi sul Corriere Fiorentino. Finché l’università sarà cultura, giovinezza, passaggio, ricerca intellettuale, uscita dagli schemi “pop” (così tristemente plastificati, oggi…), ci saremo noi “felucati”. La Goliardia è morta, viva la Goliardia! Come la nostra accademia… si spera. I nostri predecessori furono “patrioti” nel senso in cui lo si era ai loro tempi. A noi toccherà esserlo difendendo con le unghie e con i denti la pubblica istruzione, senza la quale non vi sono né cittadinanza consapevole, né prestigio d’un Paese. Ecco il velo d’amaro che è sempre dietro il riso goliardico… Vivat et res publica/et qui illam regit;/vivat nostra civitas,/maecenatum caritas/quae nos hic protegit… Magari potessimo continuare a cantarlo…
Con inaspettato affetto,

Erica

Della tirannide - Un pensiero dal cassetto


La forma più pericolosa di tirannia è accarezzare le orecchie di chi ascolta. Le parole franche ed un poco sgradite stimolano la difesa intellettuale del destinatario e lo portano a discutere, ad essere attivo e consapevole. Invece, se lo si vuole docile e sottomesso, bisogna farsi carico di ciò che gli sta a cuore (in apparenza), solleticare le sue emozioni più trascinanti e fingere di condividerle. Insomma, bisogna personificare la soddisfazione dei suoi desideri più cogenti. (“Carriera” di alcuni tiranni famosi). Non si opporrà, né potrà opporsi, non solo perché crederebbe di perdere tutto così facendo, ma perché faticherebbe a motivare l’opposizione e, soprattutto, perché è la SUA volontà ad essere accordata al tiranno.
Ultima notazione: il perfetto despota deve inebriare i propri schiavi di libertà. La via più rapida per portare alla schiavitù è fare larghe concessioni, soprattutto sul piano morale, proclamarsi progressisti (ciò vale per il periodo attuale…). Naturalmente, non si tratterà di vero progressismo, perché questo è un’autentica ricerca di ciò che può migliorare la vita sotto ogni aspetto: la tirannide, chiaramente, non risponde a questo requisito.
            Nell’Italia del 2007 (ma non solo…), chi può diventare tiranno? Non vi sono né imperatori, né re, né dittatori. Dunque? La tirannia può essere esercitata molto meglio da partiti (o da membri di essi) abili in demagogia. Più ancora vanno temuti tutti coloro che, come professione, hanno quella d’influire sull’opinione pubblica: scrittori, giornalisti ed insegnanti. Essi, molte volte, sono validi aiutanti contro la tirannide. Un Paese non può fare a meno di loro, sia quando è libero, sia (a maggior ragione) quando è schiavo. Tuttavia, proprio per questo, se qualcuno di loro dovesse tradire il proprio compito e cominciare a condurre a proprio arbitrio gli animi altrui, diverrebbe un perfetto e pericoloso tiranno.
            La soluzione è renderci conto della nostra debolezza e della nostra ignoranza, ammettere che poco o nulla merita il nostro entusiasmo incondizionato, non rinnegare nulla di ciò che si conosce per valido, neppure per riscuotere approvazione. Cuore e ragione devono essere tenuti saldamente nella nostra mano. (22/11/2007)

Un mio sfogo manoscritto sul diario, al quinto anno di liceo.

sabato 29 giugno 2013

Al posto loro


Lo zapping televisivo di mio padre, ultimamente, è approdato su una commedia del 1975: Di che segno sei? Dallo schermo, facevano capolino volti arcinoti: Renato Pozzetto, Mariangela Melato, Adriano Celentano… e Paolo Villaggio. Il suo “proto-Fantozzi”, in questo film, è un marito distratto e misogino. Un giorno, si sente dare dal medico una notizia inusitata: il suo organismo si sta convertendo da maschile a femminile. Dopo lo sconforto del suo (preteso) orgoglio macho, comincia a guardare al mondo delle donne e lo riscopre con gli occhi dell’empatia. Questa parte del film fa sorridere, quando mostra Paolo Villaggio in abiti muliebri che, indosso a lui, sono improbabili. Però, la vicenda ha un retrogusto serio che è notoriamente la cifra d’ogni umorismo. La futura “donna per sbaglio” ripercorre aspetti della condizione femminile cui non ha mai fatto caso: il rischio di molestie, la ricezione di galanterie, la prostituzione, il bisogno di svago, la violenza domestica, una sessualità meno infestata dall’ansia da prestazione. Il meccanismo è quello del “cosa succederebbe se…?”, di facile efficacia nello smuovere il pensiero dall’inerzia. “Se capovolgi il mondo,/lo specchio ti riflette…” cantano i Nomadi. Vedendo ribaltarsi la propria condizione di genere, il “misogino come tanti” finisce per guardarsi riflesso. Conosci te stesso. Può capitare. Anche se il figlioletto del personaggio –misteriosamente- non ha avuto bisogno di una crisi d’identità per mettersi nei panni altrui.

venerdì 28 giugno 2013

Il segreto


Un po’ goliarda, un po’ filosofo, con una barba che lo rende silenico quanto ci vuole. Il suo sorriso ha una leggerezza insostenibile (giusto per citare un’espressione nota). «Scrivi bene» mi dice. «Scrivi c*****e, ma le scrivi bene…» Un altro di quei sorrisi. Sto al gioco.
Non si sa come, una battuta dopo l’altra, si finisce per fare considerazioni d’altro tipo. Lui parla con apparente noncuranza della propria non più giovane età (i tempi della Feluca, quella che io porto ancora sulle spalle, per lui sono passati da tempo). «Ho capito che io non sono i capelli che cadono, non sono i miei racconti…» «Chi sei, allora?» lo stuzzico. «Sono seduta vicino a te da mezz’ora e non so ancora chi tu sia…» Rido leggermente.
«Quello che sono io lo sei anche tu» prosegue, sempre più sibillino. «Togliti gli occhiali» fa, poi. Mi precede nel gesto.
Ora, nella nebbia del mio mal funzionante cristallino, le mie pupille cercano di fissare le sue.

Non ricordo le domande che mi ha fatto e alle quali io non sapevo neppure se dovessi rispondere. Ricordo che mi ha condotto davvero a una sorta di vuoto, invitandomi a lasciar perdere tutte le concettualizzazioni possibili, fosse pure quella del “Non lo so”. A quel punto, avvertivo solo la pacata presenza della mia mente, come un mare liscio. I miei occhi offuscati non sapevano più distinguersi dai suoi.
«Lo senti?»  ha sorriso lui. «Lo può fare la tua mente?»
Non ho risposto.
«Tu sei questo. E lo sono anch’io. Sei perfetta. Non puoi perderti. E nessuno può farti del male, ora che lo sai».
Ho sorriso vagamente anch’io. Senza saperlo, quel “lucido folle” aveva messo il dito in una piaga.
Prima di andarsene, mi ha detto: «Chiudi gli occhi. Dove sono io, ora?»
Mi sono lasciata guidare dal suono. «Ti sento nella mia testa».
Ha riso. «Sei la fonte di tutte le cose».
“Esperienza soggettiva di qualcosa di oggettivo; esperienza oggettiva di qualcosa di soggettivo”. Così aveva detto, anche.
Prima che se ne andasse, l’ho abbracciato. Di sicuro, si è divertito, con questa “bimba sperduta” che stava al gioco, un po’ per curiosità, un po’ per cortesia, un po’ per un’inquietudine viscosa che le scorreva sottopelle, quella sera. Un episodio di ordinaria anormalità.

lunedì 17 giugno 2013

A volte, i sogni devono finire


«So che disprezzi la letteratura “pop-gothic-metropolitana” attuale…» mi dice G. Non è esatto. Ho semplicemente espresso qualche considerazione circa ciò che, secondo me, è la letteratura sui vampiri e su ciò che non potrebbe dirsi tale. Comunque, lei ha proseguito e mi ha consigliato un e-book fresco di Amazon: Le catene dei longevi, di Eleonora Scorti. Mi dice che l’autrice è sua amica. Probabilmente assai giovane, dunque (G. è nata nel 1990).
Dopo qualche esitazione legata alla mia dichiarata tecnofobia, inauguro il mio Kindle. Supero lo scoglio legato all’apparente pathos da “polpettone sulfureo-spiistico-killbillesco”, nonché l’evidente orfania di correzione di bozze. Pian piano, però, il castello (anzi, il labirinto) orchestrato dalla Scorti assume altre dimensioni. E mi ritrovo davanti a una ragnatela di personaggi, lettere, diari, situazioni, luoghi che disegnano la vicenda con sfaccettature innumerevoli.
Saralegui “Sara” Fox ha sedici anni e sembrerebbe la tipica nerd: niente amici, vita virtuale fra le pagine dei libri, lezioni di musica. Ha una madre pressoché assente e un insegnante, Richard, che può ben dirsi sostituto paterno. Ad un certo punto, vince una borsa di studio presso una scuola gallese: l’istituto Fidelio Rosacroce (un nome che è tutto un programma). Come nota la stessa Sara, sembra un parco a tema “1800”, fuori da ogni epoca e luogo. Sorge a Aerwy Trefol: “la città delle catene”. Qui, tra atmosfere medioevali e cielo grigio, Sara uscirà dal proprio guscio protettivo, per scoprire ciò che sta alla base della “tranquillità” dei comuni mortali: un patto di sangue che impedisce a licantropi e vampiri di imperversare, sotto la legge di uomini detti “rosacroce”. Fra loro, i longevi, i discendenti di coloro che stipularono il patto: immortali, per le prime tre generazioni.
Il ruolo di “rosacroce” non si sceglie: si eredita. Ma non è un privilegio: noblesse oblige. Concetti come “libertà” e “personalità” diventano estremamente incolori, davanti alla responsabilità a cui questa eredità chiama. I sentimenti vengono declassati a “capricci”. Dura lex, sed lex. In compenso, il compito di “essere legge” può riempire un’intera vita e dare la filosofica forza di conoscere su cosa si regga il proprio destino. Tra immortalità e catene del patto, non c’è da stupirsi che il mondo dei “rosacroce” sia secolare e immutabile. Finché non irrompe la “troppo umana” Sara.
L’intreccio di sangue, umorismo, ambivalenze sentimentali, identità scambiate, fedeltà incondizionate e alti tradimenti si dipana senza retorica e con incalzante fascino. Si avverte la rifusione di tutto il bagaglio culturale dell’autrice: Chopin e Mozart, Saint-Exupéry, Shakespeare e non solo, emergenti senza facili citazionismi.
Tra le catene dei longevi, non è più possibile cullarsi in sogni di libri. Sara cresce d’improvviso –forse troppo. Finché la sua accettazione della responsabilità e del destino non sfocia in un’inaudita libertà: quella della parola, quella della Cassandra (nome profetico in ogni senso) di cui lei replica il volto. Il tutto con estrema autoironia, nella consapevolezza che “se per tanto tempo reciti nel ruolo della signora delle pantofole, passare poi a Lara Croft dà qualche problema”. I suoi sentimenti oscilleranno fra il Giorno e la Notte, tanto complementari da essere quasi indistinguibili. Con una scelta finale imprevista.

domenica 16 giugno 2013

Grazie

Ringrazio di nuovo Roberto Matarazzo, che ha realizzato questi vivacissimi ex libris per La tessitrice di parole. Incontri come questi sono la vera gioia della poesia.


domenica 2 giugno 2013

Ho visto


Ho visto.
Ho visto gli atenei pieni di studenti e studentesse. Non erano né figli di papà, né una massa incosciente. Erano curiosi, folli, determinati, estrosi, brillanti, con l’orgoglio della coerenza e l’umiltà di chi vuole imparare ancora. Non li aveva “selezionati” alcun supervisore. Avevano raggiunto da sé il proprio luogo naturale, come gli elementi descritti da Aristotele.
            Avevano un culto pacato e profondo della storia dell’università –della propria storia. Erano puntuali nel seguire l’attualità, per avere una traccia sulla via che avevano davanti. Si riconoscevano cittadini nei diritti e nei doveri. Divenivano furie, se qualche sedicente Ministro tentava “riforme” sprezzanti della libera universitas.
            Coltivavano diversi campi di studio e avevano sposato diverse visioni del mondo; ma superiore a ogni loro passione era quella dello scambio dialettico. Le loro voci argute tintinnavano l’una contro l’altra come argento. Essere messi alla prova non era un’umiliazione, ma uno stimolo a trovare le proprie risorse.
            Molti di loro erano poco abbienti o in salute non perfetta; ma erano sostenuti da borse, mense, alloggi, perché le loro menti erano poderi troppo fertili perché fossero lasciati incolti.
            Di ogni istituzione e cerimonia sapevano vedere il grottesco e farne la parodia. Ma non ne erano schiacciati, perché, alla pirandelliana maniera, avevano capito il giuoco. Ognuno di loro manifestava le proprie inclinazioni e la propria storia personale, ma accantonava parte del proprio ego per accogliere usi e costumi comuni ai nuovi fratelli. Non disprezzavano alcunché, se non il perbenismo e il riso degli stolti. Sapevano ugualmente condurre studi eccellenti e godere carnalmente senza false virtù. Non trovavano ridicolo indossare insegne del “passato”, perché quel passato aveva consegnato loro il presente.
            Mantenevano una deferenza sobria verso i professori, ma, sotto quel velo, bruciavano un affetto autentico e un’empatia di menti in costante interscambio. I sentimenti più profondi non hanno bisogno di “libertà obbligatorie” e confidenze ostentate.
            Ogni cosa, intorno a quei ragazzi e a quelle ragazze, pareva dire: “Lasciate ogni senso comune, o voi ch’entrate. Non ne avete bisogno. Sarebbe un’offesa alla vostra intelligenza. Abbandonate ciò che vi castra. Siate pazzi, non stupidi. Il vostro acume e il vostro confronto reciproco vi saranno guide. Chi vi disprezzerà non sarà che uno sciocco.
E voi, che siete forse fra noi perché non avete di meglio da fare, perché credete d’ingannare gli anni che passano, per seppellirvi in polvere di libri, perché credete di 'diventar qualcuno' o per ottenere un pezzo di carta, andatevene. Non è il posto per voi. State rubando il denaro dei cittadini che finanziano l’università. State derubando voi stessi. E state recitando una parte che non è la vostra, in cui altri potrebbero prodursi con miglior profitto per tutti.”
            Il loro futuro? Anche quello assicurato dalla “forza di gravità” della loro ineluttabile vocazione.
            Ho visto tutto questo.
Poi, è suonata la sveglia e sono andata a far colazione.