venerdì 31 maggio 2013

Rivelazioni



Sonno santo-
Non fare troppo raramente lieti
I consacrati alla notte
In questa terrestre
Quotidiana fatica.
Soltanto i folli non ti riconoscono […]
Non indovinano
Che uscito da antiche leggende
Tu avanzi e schiudi i cieli,
Portando la chiave
Dei soggiorni beati,
Silenzioso araldo
Di misteri infiniti.

NOVALIS, Inni alla Notte



L’intrico di meccanismi che regolano la nostra memoria è ancora lungi dall’essere decifrato integralmente. Se da una parte alcune immagini o nozioni, pure importanti, svaniscono nel giro di alcuni minuti, altri ricordi, per quanto legati a eventi fugaci e apparentemente insignificanti, hanno la facoltà di sopravvivere per anni in qualche recondito angolo della mente, al punto che ogni sforzo di recuperare il legame tra quella vaga reminescenza e ciò che l’ha un tempo generata si rivela vano.
Ora, sono conscio che quanto detto possa apparire a prima vista una sterile speculazione, tuttavia posso assicurare che per me assume un significato assai personale e tormentoso: come è possibile, mi chiedo, che misteriosi spiragli su un passato ormai sconosciuto possano arrivare ad ossessionare qualcuno ogni giorno di più, portandolo ad incaponirsi nella folle ricerca di una risposta e privandolo della pace e della tranquillità che una vita ritirata normalmente promette?
Ma mi rendo conto che la mia vena sibillina ed elucubrante sta di nuovo prendendo il sopravvento. E’ dunque necessario narrare con ordine i fatti che mi hanno infine condotto a stendere questa singolare se non unica testimonianza.
Se mai sia esistito un luogo in cui l’intera mia esistenza si rispecchi in profondità, si tratta della mia vecchia casa. Poggia austera sulla cima di un basso colle ed ha sempre rappresentato per me un cosmo in miniatura, un nido al riparo dalle minacce del mondo esterno. Per quanto vasta ed imponente, non vi era pilastro, volta o addirittura mattone che non conoscessi, in cui non risuonasse l’eco lontana di un passato glorioso, ormai sepolto per sempre.
Eppure, ricordo che alcuni mesi or sono, durante i miei vagabondaggi all’interno della magione, mi ritrovai a fissare quasi involontariamente un punto dell’edificio che mi colpì per una sua anomalia. Si trattava di un corridoio al piano superiore, le pareti foderate a losanghe e lungo il pavimento un tappeto rosso sangue. Ciò che mi impressionò stranamente fu lo spesso e minaccioso muro con cui il corridoio terminava in modo improvviso. Già molte volte mi ero trovato a passare in quel punto, ma solo ora concretizzavo l’inquietante irregolarità di quel particolare, il suo essere “fuori posto”, come costruito in un secondo momento per occultare qualcosa:  in una sorta di crescendo, tutto ciò mi condusse dalla semplice curiosità ad una sorta di ossessione, fino a raggiungere una vera e propria affezione morbosa ed ipnotica: era come se quel corridoio chiuso mi attraesse a sé, cercando di risvegliare ricordi sopiti da tempo, e al tempo stesso suscitasse in me un senso di orrore e repulsione. Ricordo che una volta arrivai ad armarmi di un piccone, deciso ad abbattere quella dannata parete, ma un istante prima di vibrare il colpo qualcosa come una forza invisibile fermò la mia mano, al punto da dover mollare la presa: mi sentii gelare nelle vene ed ebbi la netta e terribile sensazione che, abbattendo il solido muro di fondo, avrei dissotterrato uno spaventoso segreto, la cui enormità mi avrebbe di certo sopraffatto. Colto da un simile impulso, abbandonai sconsolato l’impresa.
Molti altri giorni trascorsero, consumati nell’angoscia e nell’inquietudine. Sentivo che, senza alcun appiglio o indizio, non sarei mai uscito da quell’incubo. Ma ecco che, non so ancora se per caso o per intervento di una provvidenza (se mai sia esistita), alcuni eventi inattesi giunsero a portare un raggio di luce in quell’opprimente mistero.
Da alcune notti, infatti, un sogno ricorrente visitava il mio sonno, dapprima in modo indistinto e confuso, poi  sempre più nitido. Al suo termine mi svegliavo di soprassalto, avvolto da una strana sensazione di paura mista ad una vaga speranza. Personalmente non avevo mai prestato credito a coloro che, in modo più o meno scientifico, si ergevano a interpreti dei viaggi onirici che popolano le nostre menti nelle ore notturne. Questa volta, nondimeno, fosse anche semplicemente per dare un senso ad uno stato di cose divenuto insopportabile, mi decisi a trascrivere e a studiare seriamente quanto sognavo, disposto anche a perdere intere giornate pur di arrivare ad una conclusione. Riporto qui di seguito la trascrizione che ne feci.

Mi appare progressivamente un salone ampio e pomposamente addobbato a festa. Grandi lampadari emanano una luce violenta e diffusa, lunghe tavole imbandite costellano l’ambiente e tutt’intorno una ricca e sontuosa mobilia, ornata da varie raffinate suppellettili, corona la scena. La sala è popolata da numerosi invitati, tutte persone di alto rango, ovunque si spandono le risate e il chiacchiericcio.
D’un tratto si aprono le danze; l’orchestrina, in un punto indistinto dell’ambiente, esordisce con un brillante walzer e tutti si lasciano trascinare dai movimenti vorticosi.
Soltanto un piccolo gruppo, di circa quattro o cinque elementi, se ne resta in disparte in un angolo. Non riesco a distinguerne chiaramente i tratti del viso, eppure vi  riconosco qualcosa di vagamente e cupamente familiare. Confabulano tra loro in gran segreto, a voce molto bassa. Come se riuscissi realmente ad avvicinarmi al piccolo crocchio, riesco a carpire qualcosa della loro conversazione: sembrano particolarmente contrariati dal modo in cui il padrone di casa sperpera tutte le sue sostanze in feste e balli, rischiando a breve di ridursi sul lastrico. Altro non riesco ad intendere, ma da certe espressioni assai poco rassicuranti che leggo sui loro volti, intuisco che un losco progetto sta per essere messo in atto. Sentendomi afferrato da un subitaneo presentimento, mi spavento e mi sveglio.

Le lunghe e sofferte riflessioni che maturai su questi brevi appunti non mi condussero molto lontano: di certo i loschi individui della cricca non stavano meditando nulla di buono nei confronti del padrone, ed il fatto che la vicenda ruotasse attorno al denaro confermava la mia ipotesi. L’elemento in assoluto più fastidioso, tuttavia, era la netta sensazione che quanto avevo appena sognato mi fosse in realtà ben noto, addirittura ovvio, eppure tale ovvietà pareva sfuggirmi di mano non appena riuscissi a sfiorarla.
Fortuna volle che nelle notti seguenti si aggiungesse un altro sogno concatenato al primo, che illuminò ulteriormente il quadro che la mia mente, nel suo instancabile lavorio, andava costruendosi. Eccone la trascrizione.

Ricompare il salone del sogno precedente, sempre addobbato ma questa volta completamente deserto. La festa deve essere terminata da poco e gli invitati hanno lasciato la casa. Ecco che, nel silenzio che regna sovrano, odo un leggerissimo bisbigliare di voci provenire da una zona nascosta della sala. Mi avvicino e mi imbatto di nuovo nella subdola cricca di individui, che ancora stanno concertando tra loro.
Appaiono nervosi e guardinghi, timorosi che ci sia qualcuno a spiarli. Nel mormorio confuso delle loro voci riesco a cogliere solamente la parola “adesso”, che in quel particolare contesto risuona lugubre e carica di foschi presagi.
All’improvviso, uno scalpiccio di passi da uno dei corridoi laterali che immettono nel salone. I suddetti si mettono a riparo dietro la parete, in attesa dell’arrivo del malcapitato, perché mi era chiaro ormai quali fossero le loro intenzioni.
Quei pochi istanti paiono interminabili. Sento crescermi dentro la spaventosa angoscia dell’impotenza, del sapere qualcuno condannato e non essere in grado di fare nulla per evitarlo.
Nel frattempo, lo sconosciuto ha raggiunto la sala. Faccio appena in tempo a scorgerne l’ombra sul pavimento che i biechi figuri gli sono addosso. Uno di loro estrae una cordicella e gliela stringe con forza intorno al collo. Paralizzato dal terrore, posso solo udire le grida soffocate della vittima che si divincola, per poi cadere lentamente su sé stessa con un rantolo.
Superato un breve istante di paura e di stordimento, gli individui si caricano sulle spalle il cadavere ed escono dalla sala. A quel punto mi sveglio.

L’esito della vicenda qui trascritta non mi suonò inatteso, sembrava anzi l’unico tragicamente possibile. Dati gli indizi ricavati dalle notti precedenti, potevo facilmente desumere che la sfortunata vittima altri non fosse che il padrone di casa, contro il quale i loschi figuri avevano perfidamente tramato.
Tentando di individuare un ordine logico e consequenziale di quegli eventi (ma erano realmente degli eventi?), provai ad immaginare quale sarebbe stata la prossima mossa degli assassini: di certo avrebbero occultato il corpo, o inscenato un suicidio per allontanare da loro i sospetti e impossessarsi in seguito, e per vie legali, dei beni di quell’uomo.
Fermai per un istante il corso dei miei pensieri e, come se niente fosse, scoppiai a ridere, di un riso isterico e svuotante... Pareva quasi comico che me ne stessi lì a fingermi una sorta di investigatore che possedeva come unico materiale di indagine una serie di sogni misteriosi!
Terminato quell’accesso, mi sentii travolto da un profondo sconforto, dal chiaro sentore di trovarmi in un vicolo cieco, senza vie d’uscita. D’un tratto m’accorsi che le mie labbra, quasi involontariamente, sussurravano una preghiera. Non sapevo a chi mi stessi rivolgendo, né tantomeno ero certo che qualcuno la potesse ascoltare, ciononostante mi abbandonai ad una accorata supplica, speranzoso che una qualche entità superiore che segue con sguardo pietoso gli affanni dell’uomo gettasse anche un solo, pallido raggio di luce sul mio destino.
Se fu per intervento soprannaturale o altro non lo saprò mai, ma il giorno seguente l’ultimo e risolutivo sogno giunse a visitare la mia mente stanca, ponendo fine alle snervanti ossessioni. Lo trascrivo velocemente giacché mi rendo conto di non avere molto tempo a disposizione, la mano fatica ormai a reggere la penna.

Ecco apparirmi nuovamente gli stessi odiosi individui! Questa volta però si trovano in un luogo diverso, sembra un lungo corridoio... Alcuni di loro si trovano all’interno della stanza che da sull’estremità del suddetto corridoio, sembra armeggino con una corda...steso presso di loro, una sagoma scura, inerte... Faccio a mala pena in tempo a scorgere, fuori dalla porta, un secchio di calce e mattoni accatastati, quand’ecco che mi sveglio.

Non era possibile...come avevo potuto essere così stupidamente cieco? Quel corridoio visto in sogno, con le pareti a losanghe...altro non era che quello di casa mia, la fonte dei miei tormenti!
La verità mi colpì con una violenza inaudita: ora cominciavo a ricordare... tanto tempo e tanta solitudine erano passati per quelle mura da impedirmi di riconoscere quel salone, le feste, le danze, la gioia spensierata di quei lontanissimi anni... e poi la tragedia...

Mi sono incamminato fuori dall’edificio. Vi è molta nebbia, non riesco a distinguere quasi nulla di ciò che mi circonda, eppure mi sento sereno, liberato. Fra poco svanirò per sempre dai frantumi di questo mondo, di me resterà solo questa testimonianza, sebbene non pretenda che sia creduta e nemmeno che venga ritrovata.
Prima di intraprendere il mio ultimo viaggio, ho voluto compiere qualche accertamento. Ho rinvenuto in un vecchio ripostiglio dei ritratti di famiglia, e devo confessare di non essermi meravigliato nel riscontrare in alcuni di loro i tratti somatici, seppur vaghi, dei tristi figuri dei miei sogni.
Mi sono alfine diretto verso il famigerato muro del corridoio, di nuovo armato di piccone, e l’ho sfondato. La stanza occultata non era altro che il mio studio, dal cui lampadario pendeva ancora un cappio, a cui a sua volta era appeso un cadavere ormai scheletrito. Osservando gli abiti che ancora indossava e gli anelli alle dita, non ebbi difficoltà a riconoscere in esso il mio cadavere...

Pavia, 31 maggio 2013

MAURO FRANZINI

giovedì 30 maggio 2013

La Parola al poeta:


 
“Se vuoi amarmi, dimentica i golfi
sicuri del senso, le sane menzogne
di cui hanno riempito la tua culla:
la sciocca saviezza di ‘vero o finto',
l’Util che si dà arie da padreterno:
util sarà tutto e niente per te,
al cenno solo del tuo agile ingegno.
Lascia ch’altri soffochin sotto i loro
vitelli d’oro: dai tuoi lombi sempre
rinasceranno il Dio vivente e gli angeli,
se accoglierai il soffio del mio seme.
Ti rapirò in un risveglio infinito,
più alto del giorno; e, dopo aver bevuto
le ultime brume del mondo, Io, l’Amata,
Io realmente molteplice ed una,
ti insegnerò le essenze dell’Uomo.”
 
Compresa in: Fondazione Mario Luzi, Gli inediti del Premio Internazionale, vol. 3/2012, pag. 162.

mercoledì 29 maggio 2013

L'eco delle "Tredici cadenze"


Ha raggiunto la prima ristampa la silloge collettiva Tredici cadenze. Fu pubblicata dalla casa editrice puntoacapo di Cristina Daglio nel 2011. Gli autori erano, appunto, tredici ragazzi nati tra il 1969 e il 1989. Pavesi di nascita, o, più spesso, di passaggio, soprattutto per ragioni di studio. Cominciarono incontrandosi per condividere i propri versi; poi, l’idea della raccolta. La prefazione è a firma della prof.ssa Gianfranca Lavezzi, docente di Letteratura italiana e Metrica e stilistica presso l’Università degli studi di Pavia. La scelta dei componimenti da includere fu basata sulle preferenze anonime dei coautori; ciascuno di loro, nella silloge, ha contribuito con cinque liriche.
            L’apertura è toccata a Bonač, al secolo Roberto Bonacina, che riconferma col nome d’arte la propria passione per le lingue dell’Europa centro-orientale. Nei suoi versi, passato e presente sono enigmaticamente Vicini e lontani. Alessandro Castagna ha, invece, la sensibilità del pittore e quella del musicista, nel dipingere quadretti di vita contemplata. In Virginia Fabrizi, una vena dolce e pensosa volutamente riallacciata a Saint-Exupéry. Mario Barrai è forse il più ermetico-ungarettiano, coi suoi versi concentrati nel cuore della pagina. Dario Bertini propone visioni d’insonne, in immagini forti e Senza riparo. Subito dopo, viene la sezione dedicata al suo amico fraterno, Davide Castiglione, con la sua rilettura interiore del passare di gente e di visi in vetrina: versi cerebrali e centripeti, che trascinano in una meditazione dal senso oscuro. Da qui, si passa alla naïveté giocosa di Vanessa Navicelli, che misura l’amore e la virtù in base ai concretissimi paradigmi di una ciliegia o una cioccolata. Enrico Barbieri scava nelle proprie radici. Barbarah Guglielmana immerge il pensiero nell’edera o nel marmo d’una piazza, così come in ogni tratto della quotidianità. Marco Ferrari Piccinini nuota in un immaginario che culmina in Epitaffi antichi su un fondale: percorre i suoi versi il senso dei millenni. Costanza Gaia mastica la vita nei suoi “assoli notturni” (e non solo). In Giacomo Francesco Lombardi, l’amore per la poesia va di pari passo con quello dei luoghi, Pavia o Spinetta Marengo, sempre accuratamente nominati. Chiude la rassegna Silvia Patrizio, con il l’Interno e l’assenza che spirano nel suo scrivere.



 
 
 


Tredici cadenze è acquistabile presso la Bottega Piracanta di Corso Garibaldi (Pavia).

 

 

martedì 28 maggio 2013

Palingenesi


Solo chi ha il caos dentro di sé può generare una stella danzante.

(FRIEDRICH NIETZSCHE)

 


E, con una risata, gettai i lembi
della saviezza dall’orlo del cosmo.
Era grave di vuoto, come un cembalo
che risuona in un pugno di pareti;
meglio gettarla così –mi ero detta-
che misurarne l’agonia coi palmi.
Mi fu allora aperto il grembo degli astri,
come una rosa pregna di rugiada;
entrai nei petali vergin del cielo,
a smarrirvi i fili delle parole.
Conobbi, allora, l’estrema ironia:
solo spillando ogni grano di senso,
fino alla più indigente follia,
ci si può empir di qualcosa di simile
a quello che, qui, si chiama “sapienza”.
 
 
Compresa in: Fondazione Mario Luzi, Gli inediti del Premio Internazionale, vol. 3/2012, pag. 161.

lunedì 27 maggio 2013

Dramma da quattro mura




Maledetta penombra che cancella
gli angoli con il suo passo di gatto,
per tessere un fondal di confidenza
a te che mi chiami: “Attico…” – è il segnale
del tuo profluvio materno e terribile,
della mia complice ed interna assenza;
maledetto il paradosso normale
in cui sboccian questi fiori del male.
 
Non so se mi tiene affetto o timore
stretto ad un lembo della tua ombra;
sei lo spettro che torna a posare
sulla mia fronte un bacio lunare;
poi te ne vai, lasciandomi ai sogni
di questo giorno svegliato di colpo;
sono il piccolo principe dei tuoi
dolcissimi deliri che non vuoi.
 
So che non moriresti senza me,
ma vivresti di meno; non ti fermi
presso il mio focolare, ma ritorni,
quando ti chiama il vuoto di penombra,
e bevi dal mio corpo un abbraccio
che mi lascia più caldo –e più alienato.
Non sono il tuo calice –e forse t’odio
per questo –ma non conosco il tuo nome,
che, nel rito, salmodio.
 
 
Compresa in: Fondazione Mario Luzi, Gli inediti del Premio Internazionale, vol. 3/2012, pag. 160.


Serendipità

Essere blogger vuol dire, soprattutto, trovare quello che non ci si aspetta. Ecco che, dalla Serendip digitale, mi è giunta l'e-mail di Roberto Matarazzo. "...Vorrei invitarLa ad aderire a "ex libris" di cui Le allego degli esempi, ovvero gli ex realizzati per l'Amica sapphica e.m. e relativa copertina.. con stima intuitiva" concludeva. Ringraziando di nuovo per l'inaspettata attenzione, pubblico detti ex libris, riferiti alla pubblicazione di Alessia Massimiliano, Un mondo, due donne (Edizioni R.E.I.). Si presenta come una vicenda di ordinario saffismo, illustrata da colori teneri e profondi. Buona lettura!



domenica 26 maggio 2013

Non è l'inferno


È presupposto generalmente accettato che un “giovane” desideri “cambiare il mondo”: luogo comune che non pochi studenti di belle speranze si affannano a confermare.
A me, detto pregiudizio sembra di non lunghissima data. A parte la scapestrata gioventù di Plauto, o i clerici vagantes insofferenti a dogmi ed ascesi, pochi esempi remoti mi sovvengono. Probabilmente, il tòpos di cui sopra non ha preso veramente piede se non dopo stagioni come la Beat Generation o il Sessantotto. Prima, si ritrovano, più che altro, il rovesciamento carnevalesco volutamente effimero (Gaudeamus igitur,/iuvenes dum sumus...), il beffardo gioco di spirito (Cecco Angiolieri docet) o certo “progressismo” culturale di nicchie privilegiate (Catullo e i poetae novi). La figura del “giovane ribelle” è, plausibilmente, tota nostra: di noi figli del secondo dopoguerra. “Ribelle”, poi, fino a un certo punto, perché la stragrande maggioranza dei miei coetanei non rivoluziona granché. Anzi, ha bisogno di quella famiglia, di quell’università e di quello Stato che sarebbero “il vecchio”. Eravamo quattro amici al bar/e volevamo cambiare il mondo...
Non mi colpisce questo, che è abbastanza ovvio (tutti noi, automaticamente, campiamo a partire da ciò che è stato costruito da chi ci ha preceduto). Mi rende perplessa, semmai, quell’umore serpeggiante fra gli “ingenui giovani” (alla Foscolo): la convinzione che il mondo così com’è sia il Male e che vada “cambiato”. Cambiato, peraltro, sulla scorta di ideali ricavati da scuola, libri, famiglia, film, personaggi storici, figure pubbliche, religione…in altre parole, proprio da quel “mondo” che vorrebbero “diverso”. E accusano di cinismo, quando si mostra che le loro idee non sono per forza oro colato.
            Io dico: il “mondo” non è il Male. Non è una griglia di cui ridisegnar le maglie.
È un organismo vivente immenso e fluido. Un mostro di bellezza e terribilità che non “viene cambiato”, bensì cambia. Spesso silenziosamente, come il nostro corpo. È simile all’erba che inghiotte e trascende anche gli alberi caduti –o i cadaveri impilati. Noi siamo la sua erba. E questo mondo non è diabolicum. È tremendamente humanum. Coincide con ciò che noi siamo e qui stanno tutta la nostra impotenza e la nostra forza.
            Io, da parte mia, non desidero “cambiarlo” prima d’averlo conosciuto. E la conoscenza è infinita. Pericolosa e faticosa più di qualunque militanza. Ma può riscattare la vita davanti alla morte: qualunque cosa vi sarà “dopo”, aver amato e assaporato la Terra per quel che è avrà reso pieno e intenso lo stare al mondo. Chissà che l’apprendimento incessante non sia, in fondo, la rivoluzione più apocalittica, per quel ruminator d’idee ricevute (o affrettate) che è l’uomo. I am the grass. Let me work.

venerdì 24 maggio 2013

"A volte credo di vedere nei miei occhi"



 
“A volte credo di vedere nei miei occhi
La promessa di altri esseri
Che avrei potuto essere,
Se la vita fosse stata un’altra. 

Ma da questa favolosa scoperta
Solo mi viene il terrore e la pena
Di sentirmi senza forma, vaga e incerta
Come l’acqua.” 

SOPHIA DE MELLO BREYNER ANDRESEN

(Trad. dal portoghese di Federico Bertolazzi)

 
Poesia, Anno XXVI, Maggio 2013, N. 282

giovedì 23 maggio 2013

Il Gatto ci mette la coda. Caccia ai talenti


 
Comunicato stampa n°1

Gattobenzina, casa editrice emergente di Pavia, è a caccia di nuovi talenti.

Voce nuova sulla scena letteraria di Pavia, nasce Gattobenzina: casa editrice indipendente, frutto dell’impegno di giovani professionisti esperti nei campi della scrittura creativa e dell’editing.
 A differenza di altre realtà analoghe, Gattobenzina non chiede all’autore alcun tipo di contributo economico, in quanto si pone come scopo primario la valorizzazione di talenti a prescindere dalla disponibilità economica. Le scelte editoriali sono volte verso testi brevi ma di forte impatto, originali ed innovativi, di un’accuratezza stilistica che dia importanza ad ogni singola parola, che sia in un contesto di poesia o di prosa.

In affiancamento a questo coraggioso progetto, è stata fondata l’omonima associazione culturale che si pone come obiettivo principale la diffusione della letteratura, veicolando il messaggio anche con iniziative di più ampio respiro. Accanto alla formula tradizionale del reading, vengono proposte performance di varia natura e iniziative volte all’educazione ambientale e alla valorizzazione del territorio.

Il primo ciclo di eventi, in questa primavera-estate, vede protagonista la prima raccolta di poesie di Robert Daniel Petrescu La mia romantica inutile morte, Gattobenzina, aprile 2013. Il lancio del libro, in vari locali e luoghi d’incontro di Pavia, ospiterà musica, esibizioni teatrali e laboratori di origami a tema, il tutto con un occhio attento ad aspetti quali il riciclo ed il risparmio energetico. Le serate proseguiranno anche in agosto: una proposta culturale interessante che Gattobenzina offre a  tutti coloro che trascorreranno le ferie in città.

mercoledì 22 maggio 2013

"Fu Berlino" e altri versi



Fu Berlino
– fra il sole di settembre e la sua pioggia –
che mi sradicò
dalla mia dimora. 

Il tempo, scaglie leggere
alla finestra –
si scrive con timore a testa china
sterpi di parole –
e mentre il sole passa obliquo,
uno spiraglio –
qui, a ricomporre
con altri ramoscelli e foglie
– sguardi, reliquie antiche, quadri –
il proprio nido. 

Berlino, settembre 2011
 

Di fronte alla fontana,
al centro, nella Gemäldegalerie –
le pareti chiare e mute –
e i riflessi di settembre
che cadono sull’acqua –
una mantra sottile,
poi poco più su 

a lato, ad attendere
che finalmente nulla accada:
lo spazio del silenzio –
e mentre fuori la rivolta
qui è l’arte di attendere,
il tempo di un quadro. 

Berlino, settembre 2011
 
 
Grazie 

E' un po' guarire, basta una parola –
la testa china, come per capire:
un gesto breve dalla gola. 

Il cardine che tiene s'è divelto,
l'orgoglio franto, l'edera sul tempo:
la porta quando cede alla tua luce.
 

16 gennaio 2012

Sulla curva imperfetta della notte
la cima di una casa che traballa –
io e la paura dello sfascio,
la vertigine è un punto troppo alto –
se oscilla su se stessa ma non crolla,
disegna ellissi, punti di ritorno –
è questo il movimento del mio passo
(il terremoto si racconta in cima
ma non nel paesaggio,
solo nel filo che lo tiene stretto,
soffoca il viaggio).
 
 
(Da: Cerchi, Ibiskos Ulivieri, 2013)

martedì 21 maggio 2013

Cerchi

 
 
Prefazione
 

"Dopo aver suonato i molti spartiti del suo animo e accordato così la lingua in Chiaroscuri, Alessandro Castagna con questa nuova opera punta dritto al cuore della sua ispirazione e senza cercare vie di fuga – 'Il primo gesto rivoluzionario / è chiamare le cose / con il loro vero nome' dice Rosa Luxemburg – lo dichiara immediatamente nella figura polisemica del titolo. I Cerchi racchiudono infatti il desiderio di perfezione ma anche il pericolo della ripetizione, la prigione dell’identità ma anche la prospettiva aperta del rinnovamento, così evidente quando il sostantivo lascia il posto alla coniugazione presente del verbo cercare. Trovare una forma raffinata che trattenga i frammenti del mondo e i 'frantumi che rincorrono frantumi' della propria storia, e in questo modo forse salvarli, ma poi salvare se stesso e attraversare una nuova soglia per rimettersi in una posizione di nascita, non lasciandosi incantare da ciò che si è costruito, ritenendolo a torto un assoluto.
Stile e vita si intrecciano in questo tentativo così ambizioso nell’obiettivo e così umile nella pratica lenta e minuziosa del lavoro ('l’arte di attendere'), guidato da 'una gran volontà' e da una fede solida nel potere magico delle parole, che con la loro musica profonda riescono a riaccordare il mondo, restituire un’armonia come fosse una casa in cui poter abitare, ma da cui, liberamente, poter anche uscire. Se l’afflato malinconico ('Noi, / uccelli nostalgici, / migriamo / a più sottili latitudini') e il tema della perdita accompagnano molte pagine del libro (quasi 'eco di campane in lontananza' che funereo scandisce un nome da dimenticare), essi rappresentano solo il sottofondo di una voce che invece rilancia sempre con delicata fermezza la sua lotta ('But I collect myself') e tenta una costruzione di senso persino ludica (come non riconoscere, dietro quell’'allegro vivo' del violino anche una dichiarazione in prima persona, io vivo allegro?). La proposizione è d’altronde ampiamente sviluppata nella sezione Il mio catalogo della gioia, dove la gratitudine e la leggerezza si incarnano in metafore luminose e dopo l’'oblio che evapora sul mare' ci viene incontro come una promessa il rischio fertile di 'un nuovo tempo'.
Ecco così che l’idea della separazione, origine del dolore e di questa costellazione di sensazioni luttuose, viene superata a vari livelli dal riconoscimento di un’appartenenza comune: sentimenti umani ed elementi naturali dialogano (il 'vuoto' interiore che 'intreccia le sue trame alle radici / di una quercia'), si confondono ('Una pioggia inconsistente, / un vapore leggero / sfuma i miei passi, / mi confonde con il paesaggio'), si scambiano caratteri (il fiume Magra ha una 'bocca', in cui le 'navi ancorate, incerte' anelano come parole non ancora dette allo scioglimento delle vele). La stessa icona del cerchio ('Cercarsi / fra i contorni di Berlino / fra una vetrina e il filo delle voci, / quando cerchi / imperfetti di parole / si rincorrono'), replicata in quella dell’anello ('Quando il mio silenzio si fa altro / – un anello col tuo silenzio – / e noi ancora a camminare lungo il fiume, / così ci attraversiamo'), conferma questa sfida alla divisione che non è tuttavia negazione delle differenze. Quella che ci viene proposta è in ultima analisi un’altra visione, meno conflittuale, nella quale unità di tutto l’esistente e molteplicità delle manifestazioni rappresentano punti di osservazione necessariamente complementari di fronte a una realtà in continua metamorfosi, così evidente in quella 'foglia / quando cade […] Contorno che si sfalda, / rinasce oltre la soglia.'
Non è un caso, dunque, se ci si imbatte in una folla lessicale che abbraccia e in qualche modo riassorbe, senza nasconderle, le presenze laceranti della 'luce insanguinata' o delle 'broken memories / bleeding on the floor': così incontriamo i sentieri 'raccolti […] sulla corda tesa di un violino', 'la voglia // e il bisogno di sentirsi, una spoglia / intimità di comunioni', 'uno spiraglio – / qui, a ricomporre / con altri ramoscelli e foglie / – sguardi, reliquie antiche, quadri – / il proprio nido', tutti segni che ci conducono appunto nella direzione di una ricostruzione non chiusa su se stessa, geometrica e definitiva, quanto piuttosto affettuosa e orientata al futuro. Come scorrendo una partitura capace di coniugare insieme le note più diverse, Alessandro Castagna trova così decisamente in Cerchi il passo giusto, il ritmo ormai maturo della sua scrittura. Complessa nell’articolazione e semplice nei suoi moventi: anche per lui un vero e proprio 'Natale, / in profonda comunione / con le piccole cose di ogni giorno'."
 
Stefano Maldini
 
Alessandro Castagna, Cerchi, 2013, Ibiskos Ulivieri 

domenica 19 maggio 2013

Amor di patria


“Dal canto suo, Adrian si compiaceva di parlare in greco con Kir Nicolas:
Ma, diceva, Kir Haralambe (era il nome del padrone greco che aveva appena lasciato) m’ha fatto pagar cara la sua lingua. Credo che il numero di schiaffi che incassavo da lui in una giornata superasse il numero di nuove parole greche che imparavo ogni sera. Eppure, Kir Haralambe si diceva fiero di sapermi figlio di greco…
            Kir Nicolas esclamava:
Eh! Moré Adriani! Greci, turchi o tartari, non siamo che poveri uomini. La nazione è una parola con cui si agghindano due tipi di persone: i furbi matricolati e gli imbecilli. Purtroppo, c’è anche un piccolo numero di sinceri e d’ingenui che sono in buona fede, è grazie a loro che le frontiere si conservano. Altrimenti, sarebbe presto finita per la parola nazione.
Allora, tu non credi nella Patria, Kir Nicolas? domandava Adrian.
Ma sì, pédaki mou (piccolo mio), ci credo: di notte, quando lavoro da solo. Mi ricordo che qui sono uno «sporco albanese». Allora, penso ai bei monti su cui sono nato e su cui ho passato un’infanzia dolce e serena… E, in quei momenti, canto, o piango; ma non mi viene mai voglia di sgozzare un uomo pensando alla mia patria.”

PANAIT ISTRATI

(Codine, 1926)

mercoledì 15 maggio 2013

Non è sempre Stoccolma


“Sindrome di Stoccolma”. Un concetto affascinante e complesso che si è librato fuori dal cielo delle neuroscienze, per correre nei pascoli del linguaggio comune. Purtroppo. Non appena si vede qualcuno andar d’accordo con persone che non hanno immediatamente soddisfatto il suo ego, ecco che arriva: “Ah! Sindrome di Stoccolma…”
No, miei cari.
 La sindrome di Stoccolma è quel legame di complicità che si crea in un sequestro di persona fra il rapito (che si affida al sequestratore) e il rapitore (che è gratificato dall’abbandono “infantile” del sequestrato). Niente di scandaloso. Normale debolezza umana. Comunque, come è spiegato bene nel Dizionario Della Salute di Corriere.it, la sindrome riguarda espressamente i sequestri di persona a mano armata, con costante pericolo di vita per gli ostaggi.
Non c’entra niente con l’affetto verso un genitore/docente severo.
Non c’entra niente con la disponibilità a riconoscere un errore (secondo un codice comportamentale condiviso) e accettare la correzione conseguente.
Non c’entra niente con l’accettazione di rivedere i dogmi della propria “forte personalità” e le proprie “radicate convinzioni morali”, perché non esistono convincimenti e filosofie tali da non poter/dover essere messi in discussione dall’imprevedibilità della vita. Fino alla bara sempre s’impara. Chi si vanta d’essere “tutto d’un pezzo”, di “non cambiare mai idea”  e di “essere sempre se stesso” non è che un vanitoso. L’unico valore (se mi si concede questo azzardo) a essere davvero incrollabile è l’importanza d’imparare la lezione, anzi, le lezioni, sempre nuove e incessanti. Ed è solo da ciò che ci contraria o che ci fa paura che s’apprende davvero qualcosa d’inedito: perché ci spinge oltre i limiti confortanti che ci siamo disegnati, per farci avventurare in lande inesplorate dell’esistenza. Fino a farci scoprire che non siamo fatti di vetro. Che abbiamo dentro di noi risorse di forza e d’intelletto insospettabili. Che possiamo anche parlare, atteggiarci, ideare e affrontare come mai prima, senza per questo rinnegare ciò che siamo stati fino a quel momento. Tutte queste possibilità vengono evocate non da chi ci rimpinza di carezze, ma da chi intuisce l’oro che c’è in noi e ci spinge a purgarlo dalle scorie. Un essere umano non è una camicia: non viene al mondo per essere sempre inamidato. Ben venga ciò che produce pieghe in noi. Sono altrettanti solchi in cui seminare.

mercoledì 8 maggio 2013

Il Veleno Blu


È un umore viscoso che scorre dentro le carni –nato da esse, mai parte di esse, mai diviso da esse. Ippocrate la chiamava μελαγχολία. Il mio Veleno Blu.
Striscia quando si fissa il buio rapido fuori dai vetri di un treno. S’insinua mentre si guarda dalla finestra, verso le dimore universitarie dove sono stati trascorsi gli ultimi anni di vera e propria giovinezza –e ti sorprendi a pensare a quei versi d'Omero: Come è la stirpe delle foglie, così è anche quella degli uomini./ Le foglie, alcune il vento ne versa a terra, altre il bosco/ in rigoglio ne genera, quando giunge la stagione della primavera:/ così una stirpe di uomini nasce, un'altra s'estingue . (Iliade, VI, 146-149).
Così leggero e così greve. Fluido come tentacoli di miele. Una dolce e mortale tentazione di sonno.
Ha la bellezza terribile di un pianeta che sfida la morte danzando con la Terra. Proprio così l’ha immaginato Lars Von Trier. Inestricabilmente legato alla voluttà del pensiero e della poesia (un contrappasso?). Tanto curiosamente sposato al sangue (il suo opposto) nel mio organismo ibrido. Intride tutto il corpo con carezze mefistofeliche e irresistibili. Cedere a questa seduzione è necessario –e colpevole.
Accendo il lettore CD. Carmina Burana, Wagner, la Salomé di Strauss. Il naufragar m’è dolce in questo mare.
Un fracasso celestiale. E vivificante. Solo chi ha il caos dentro di sé può generare una stella che danzi.
Forse, ci saranno ancora soli in cielo, dopo il Veleno Blu. Anch’esso è un treno –silenzioso e fatto di spire. Passerà. Tornerà sullo stesso binario.
Don’t feel it, fight it.

mercoledì 1 maggio 2013

Padri e figli


Il 25 aprile mi ha colto a Perugia, al Festival Internazionale del Giornalismo 2013. Il giorno dopo, Beppe Severgnini e Bill Emmott hanno tenuto una rassegna stampa all’Hotel Brufani. Fra le notizie, le dichiarazioni di Beppe Grillo, che –tanto per cambiare- diceva “morta” la ricorrenza.
            Sottintendendo ulteriori commenti, trovo che una “voltata di pagina” di questa entità non possa morire. Essa ha deciso e gli effetti della decisione si propagheranno sulla nostra storia come i notissimi cerchi nell’acqua. Ciò che mi lascia perplessa è il modo in cui l’italiano medio vive questo “sassolino nello stagno”. È troppo simile a quel che Cristo diceva di scribi e farisei: “…innalzate i sepolcri ai profeti e adornate le tombe dei giusti, e dite: ‘Se fossimo vissuti al tempo dei nostri padri, non ci saremmo associati a loro per versare il sangue dei profeti’; e così testimoniate, contro voi stessi, di essere figli degli uccisori dei profeti.” (Mt 23, 29-31). Oggi, ai partigiani si erigono monumenti. Quando erano vivi e operanti, venivano evitati come la peste dai nostri “padri”, racconta Renata Viganò ne L’Agnese va a morire. (Non che non ce ne fosse motivo, a volte… Erano pur sempre gente col fucile in mano). Quando Mussolini, la sua amante e alcuni gerarchi fascisti furono esposti morti a Piazzale Loreto, i loro corpi furono colpiti e insultati da chi, prima, se ne guardava bene. Don Abbondio non avrebbe saputo fare di meglio. Ovviamente, le esecuzioni furono senza processo. Meglio non rischiare che il popolo italiano si prendesse le proprie responsabilità. Meglio fingere che il regime fascista fosse stato unicamente opera di “quelli là”, che non avrebbero potuto far nulla senza appoggio/acquiescenza di monarchia e cittadini. Ma, quanto a questa responsabilità collettiva, saremmo ancora nell’alveo dei comportamenti umani. La debolezza, il disorientamento, la convenienza, la paura, l’ingenuità sono comunissimi, come pure le passioni politiche. Errare humanum est. È il negare a essere diabolicum.
 
 
            Non è il 25 aprile a puzzar di cadavere. È il moralismo pilatesco di chi si lava le mani con occhioni di scandalo, di chi è pronto a versar fulmini ogniqualvolta gli paia-forse-magari di veder spuntare le tracce d’un passato che ha paura di guardare, quasi a dire: “Io non c’entro, però!” Come Macbeth con lo spettro di Banquo, o un adolescente complessato davanti allo specchio. Fino al picco di idiozia di chi, in un manto bianco simil-medioevale, voleva vedere per forza un riferimento al Ku-Klux Klan. Quando si vuole rinnegare un fantasma, si finisce per vederlo dove non c’è –se non è solo un fatto di pappagallismo pedagogico.

Un’italiana di 23 anni

P.S. Rispondo a Oscar Farinetti, che a Perugia, nella Sala dei Notari (il 27 aprile 2013), ha affermato che è impossibile non scegliere fra destra e sinistra. Oggigiorno, la “destra” e la “sinistra” (se non sono “morte”, come direbbe Grillo) non sono più ciò che erano per la Sua generazione. Per quelli della mia età, dare l’anima a un partito rischierebbe d’esser come affidar l’acqua a un colabrodo. Oggi, il vero coraggio è saper fare a meno del materno grembo degli schieramenti, per trovar di volta in volta la “faccia tosta” di scegliere in prima persona, anche da soli. Concita De Gregorio ha detto qualcosa di molto simile, in “Storie di un’Italia che maledice” (Perugia, 24 aprile 2013, Sala dei Notari). Questo è ciò che possiamo e dobbiamo dare noi ventenni d’oggi. Senza contar che la bellezza di questo mondo è il suo esser troppo complesso per lasciarsi incamiciare in un’ideologia. Ossequi.