martedì 23 aprile 2013

Il gioco delle parti


«Sei di destra o di sinistra?» Questa domanda mi fu candidamente posta da alcuni miei compagni di scuola media. Risposi che di politica  sapevo quanto le sedie del corridoio. Oggi, la risposta sarebbe leggermente diversa: quella che  Giorgio Gaber diede in Destra Sinistra.
Fra “destra” populista e “sinistra” intellettualista –o, meglio, centri di vario colore che stanno vedendo le 5 Stelle- cosa volete che possa dire?
A livello universitario, ho sempre votato per il Coordinamento per il diritto allo studio – UDU. Una provinciale con le pezze alle natiche può solo apprezzare l’operato di chi argina il salasso delle tasche studentesche. Ho pencolato, talvolta, per Ateneo Studenti. Di Azione Universitaria non parliamo: in quanto goliarda, non apprezzo molto il fatto che impalmino la Feluca come simbolo elettorale. Un po’ di rispetto per la Cosa Più Sacra che C’È, insomma…
Frequento i circoli ARCI, di cui apprezzo l’impegno nel proporre cultura al di fuori del marketing editoriale e discografico.
Comunque, davanti a un macello in cui neppure le parole han più significato, ho preso l’unica iniziativa che mi pareva sensata: ho cacciato fuori da un polveroso e pesante scatolone il manuale di storia del liceo. Eccolo: Adriano Prosperi – Paolo Viola, Storia del mondo moderno e contemporaneo 2 – Dall’assolutismo alla Rivoluzione francese, Milano, 2004, Einaudi scuola. So che vi ritroverò quel che cerco. Infatti, a pag. 176, mi risponde l’agognato Approfondimento: “Destra e sinistra”.
Dunque, tutto cominciò nel 1792, quando i sanculotti sospesero la costituzione monarchica in Francia, affidando il potere alla Comune di Parigi (pag. 163). La definizione del nuovo assetto costituzionale fu affidata alla Convenzione nazionale. Durante le sue riunioni, i deputati più rivoluzionari sedevano a sinistra della presidenza. I loro avversari (quelli che non volevano processare Luigi XVI, figuriamoci tagliargli la testa) si ponevano a destra. Il resto –va da sé- era centro. Sospirone di sollievo. È tutto qui, allora…
            Però, i secoli sono passati. Luigi XVI si è attaccato al tram, comunque siano andate le cose. La Francia è una repubblica. “Destra” e “sinistra” sono dilagate; hanno etichettato ogni genere di cianfrusaglia (vestiario, musica, cibi e bevande…). Questo gioco –bisogna dirlo?- mi ha ampiamente stufato, senza avermi davvero coinvolto. Quando mangio o mi appassiono a un libro, vorrei che fosse il mio gusto effettivo a scegliere, non un cartellino calato dall’alto.
            Individualismo? Di destra!
Mi spiace, ma, ora, pare che vada molto di moda anche fra i rivoluzionari compulsivi. D’altronde, “di sinistra” erano i sessantottini e non mi risulta che fossero innamorati delle istituzioni pubbliche come vorrebbe la “tradizione di sinistra”. Cito dal saggio di Paul Ginsborg, Storia dell’Italia dal dopoguerra a oggi (Milano, 1996, Einaudi scuola): “Il movimento era collettivista, ma anche libertario (ed in questo differiva completamente dal comunismo cinese). Nessuna autorità centrale doveva controllare le azioni individuali, ogni individuo doveva essere lasciato il più possibile libero di determinare le proprie scelte e i propri comportamenti privati” (pag. 239).
Passiamo a un altro punto controverso: la mia femminilità.

            Femminismo? Di sinistra!
Sigh… Nella Convenzione, i deputati erano maschi, da una parte come dall’altra. L’autrice della Dichiarazione dei diritti della donna e della cittadina(1791) –imparai alle scuole medie- finì sulla ghigliottina. Fra i sessantottini, c’erano sì studentesse, ma –secondo Ginsborg- spesso viste dai compagni come fornitrici di “tuberi” pro liberazione sessuale ("Libertà obbligatoria" alla Gaber, eh sì…).
            Nemmeno una data posizione nei confronti della violenza vale a definire l’appartenenza politica. Le armi, nere o rosse che fossero, hanno macellato allo stesso modo. Nelle vignette settecentesche francesi, erano clero e nobiltà a opprimere il Terzo stato; ma ditelo ai contadini controrivoluzionari della Vandea...
            Potrei continuare ad libitum con questo “gioco delle parti” che si scambiano continuamente. Ma mi pare abbastanza chiaro che proclamarsi “né di destra, né di sinistra” non è una manifestazione di qualunquismo –o di ignavia. È una confessione necessaria a chi non se la senta di partecipare a un gioco le cui regole sono sempre più ambigue. Ci saranno sempre, in un Paese, decisioni da prendere e scelte da fare. Però, lasciamo stare egide troppo strette per chi voglia prendersi lo spazio per pensare. Se un proclama volete da parte mia, che sia ispirato ad Aldo Palazzeschi:

…i tempi sono molto cambiati,
gli uomini non dimandano
più nulla dai poeti,
e lasciatemi divertire!

giovedì 18 aprile 2013

Una passione senza crisi


La casa editrice Salani è cresciuta con l’Italia. Una mostra ha festeggiato i suoi 150 anni di vita. Da essa, è stato mutuato il titolo della lectio magistralis della direttrice editoriale Mariagrazia Mazzitelli: “Da Pinocchio a Harry Potter:  la cucina dei best seller”. Essa ha inaugurato la 6^ edizione del Master di I livello: “Professioni e prodotti dell’editoria”, organizzato dal Collegio Universitario S. Caterina da Siena, in collaborazione con l’Università degli Studi di Pavia. Sarebbe seguita la presentazione del libro realizzato dai masteristi, come consueto compito di fine corso: “Inchiostro proibito. Libri censurati nell’Italia contemporanea” (Edizioni Santa Caterina). Nella sala conferenze “Enrico Magenes”, il 14 febbraio 2013, la rettrice Maria Pia Sacchi Mussini ha annunciato che le classi del master sarebbero state due, anziché una, causa aumento di iscrizioni. Fra i masteristi, spesso, si ritrovano laureati di campo umanistico. Per questo, era presente la prof.ssa Carla Riccardi (dipartimento di Studi Umanistici, sez. di Scienza della Letteratura e dell’Arte Medievale e Moderna). L’offerta di una preparazione professionale specialistica fa parte dell’impegno dell’ateneo pavese a orientare gli studenti nel mondo del lavoro.
La dott.ssa Mazzitelli si è presentata come uno di quei giovani che, “dal Sud”, guardavano alla Lombardia. Per l’appunto, si laureò a Milano (Lingua e letteratura russa) ed entrò subito nel mondo dell’editoria. Erano gli anni ’80 e la situazione economica era quasi l’opposto dell’attuale. Del suo mestiere ha sottolineato la natura cooperativa. A decidere di durevolezza e qualità d’una casa editrice è l’équipe che la compone. Ne è esempio l’Einaudi primonovecentesca: quella dei coniugi Ginzburg, di Norberto Bobbio, Massimo Mila, Cesare Pavese, Giaime Pintor. La cultura umanistica e l’intelligenza sono applicate agli obiettivi concreti dell’imprenditoria: soprattutto, alla necessità di vendere i prodotti. Si richiede, dunque, un lavoro di interpretazione del presente. L’équipe editoriale deve fiutare il clima storico e sociologico, capire di cosa il pubblico senta il bisogno. Deve arrivare al cuore dei lettori in modo semplice e diretto, come lo è la comunicazione efficace. Laddove ciò avviene, l’editore riesce a far recepire al vasto pubblico anche romanzi di qualità finissima. In caso di traduzioni, si aggiunge la sfida di indovinare se un best seller straniero potrebbe essere tale anche in un altro Paese: ovvero, se esista un ponte fra due mentalità e situazioni storico-sociali. È successo sicuramente con la saga di Harry Potter, successo intercontinentale  che ha fatto uscire la letteratura per ragazzi dal limbo dei sottogeneri. Le children’s stories, molto curate nei Paesi anglosassoni, sono state anche l’asso nella manica della collana “Gl’Istrici”. Pubblicata, appunto, da Salani, ha denominato una generazione. Si aprì  nel 1987, con “Il GGG” di Roald Dahl e “Pippi Calzelunghe” di Astrid Lindgren. Le traduzioni mediocri e il formato tascabile, inizialmente, allontanarono il pubblico, abituato a libri per bambini in edizioni “da regalo”. Le edizioni posteriori, invece, videro il successo di questa collana pungente, critica e “dalla parte dei più piccoli”. Nulla a che vedere con gli “alti sentimenti” deamicisiani o il didascalismo di Collodi. Piuttosto, un mondo alla rovescia, in cui i bambini realizzano scherzi surreali, fanno un uso magico della propria intelligenza e trasportano gli amici sulle “isole deserte” dell’immaginazione.

La mostra per i 150 anni dalla fondazione della casa editrice Salani ha visto una gran partecipazione di pubblico. Famiglie con bimbi al seguito e vecchi lettori a caccia di pagine della propria infanzia. Contrariamente ad altri prodotti in commercio, il libro s’incunea nell’uomo e, a volte, getta il seme di passioni durevoli: “Sono diventato astrofisico, perché quel romanzo mi ha incuriosito sulle stelle, da bambino…” Fra queste passioni, anche l’editoria stessa: un invito a saper inventare e reinventarsi, a dispetto d’ogni crisi.
 
Inchiostro (Pavia), aprile 2013, pag. 18.

mercoledì 17 aprile 2013

Orgoglio e pregiudizio, ovvero Quel perduto gusto del "noi"


Libertà non è star sopra un albero,
non è neanche il volo di un moscone,
libertà non è uno spazio libero,
libertà è partecipazione. 

Dopo la serata in memoria di Giorgio Gaber, queste parole si rincorrono in circolo nella mente, con ritmo d’ossessione. Anche la “libertà” sembra essere un’ossessione, per tanti: quando si domanda loro di scomodarsi.
Si dice che venga dalla Grecia. Ebbene, laggiù esisteva il concetto di ἐλευθερία (eleutherìa): la condizione del non essere schiavo, nel senso giuridico del termine, o l’indipendenza politica da potenze straniere. E basta. Il termine non era stato ancora inzuppato dai fiumi d’inchiostro (di radice soprattutto stoica) che han fatto di tutto per complicare/allargare la sua accezione. Operazione che ha, di fatto, privato la parola “libertà” di qualunque significato solido. Il concetto torna buono per tutto e per niente: “Voglio avere la libertà di uscire alla sera!”; “Sarò libero di stare in pace per due minuti?!”; “Bah… sei libero di fare come credi”. E così via. Per non parlare di perle quali: “Ok, sono libero dentro, però!” Roba da tagliare le vene a tutta la Stoà, quando i suoi epigoni non fossero già inclini a farlo da sé. “Libero dentro” è un’espressione imparentata con “giovane dentro”, “bello dentro” et similia: ovvero, con locuzioni in cui “dentro” vale come negazione dell’aggettivo precedente.
Eppure, nonostante l’acquosa vaghezza della parola, essa funziona sempre bene come bandiera sotto cui “fare stadio”. È la fortuna di qualunque retore/politicante/giovanottello esaltato. Provare per credere: “Libertààààààààààà!!!!!!!” Vi assicuro che avreste una vastissima eco, anche da parte di coloro che, subito dopo, ripiegherebbero le orecchie e tornerebbero al tran-tran di ufficio-coniuge-televisione-ché-c’è-la-Champions-o-Carlo-Conti.
Tirando le somme, ‘sto nobilissimo concetto, su cui la “filosofia occidentale” (un altro termine che meriterebbe una bella revisioncina… sigh!) macina penne ab illo tempore, non si traduce in altra cosa concreta che in: Penso agli affari miei; tu bada ai tuoi e andremo d’accordissimo.
Ma siamo sicuri di volere una vita del genere? Io, da parte mia, conto su un’educazione (quasi) ipercattolica, che mi ha avvicinato ai concetti di “comunione gerarchica”, “iniziazione”, “sacralità”, “obbedienza”, "tradizione",“Ecclesia” (ἐκκλησία: un altro concetto greco, toh…). I campi-scuola e il collegio universitario, con il loro accento sul collettivo e il loro invito a rintuzzare l’ego, hanno fatto il resto.  Tutto ciò, a ben vedere, è lontanissimo dall’individualismo tanto scialbo quanto intoccabile (provate a dire che uno, in fondo, dovrebbe guardare al di là del proprio personale piacere e vedrete con quanto “libero dibattito” vi verrà risposto) che permea il nostro quotidiano. E sapete che vi dico? Non è stato affatto male. L’obbedienza non mi ha umiliato, le gerarchie non mi hanno sminuito, la sacralità non mi ha intimorito, le iniziazioni non mi hanno posseduto, le tradizioni non mi hanno ingessato. Sono sempre io, la solita vecchia ciabatt… ehm, ragazzotta di paese che scribacchia. Ma con una consapevolezza in più: il gusto del “noi” è dolce. E perduto. Perché regna la paura di “perdere un pezzo”, se si concede qualcosa di più al “noi” e qualcosa di meno all’ “io”. Anzi: sotto sotto, molti hanno la fifa di vedersi trasformati in manichini orwelliani, neocrociati o fascistoidi, se non sbattono in faccia, a muso duro, che “loro fanno quel che vogliono”. Prima di tutto, questa asserzione è sempre falsa, perché nessuno fa tutto quel che vuole, dato che è limitato dalla presenza del prossimo –o dalle leggi fisiche. In secondo luogo, ciò che viene da orgoglio e pregiudizio è sempre un autoinganno.
Se proprio, però, si vuole indossare il manifesto della “libertà alla greca”, che si vada a rivedere ciò che essa era nell’Atene del V secolo a.C. Il cittadino ἐλεύθερος godeva di παρρησία (parrēsìa), “diritto di parola”, negli organi assembleari. Partecipava come giudice al tribunale popolare. Prendeva le armi personalmente, in caso di guerra, e il suo censo era calcolato proprio in base al tipo di armamento che si poteva permettere. Ricopriva cariche per sorteggio, quando non erano necessarie competenze specifiche (come per gli strateghi). Finanziava i festival teatrali che radunavano la comunità attorno alle tematiche più scottanti o l’allestimento delle triremi per la marina militare –naturalmente, se era sufficientemente facoltoso. La sua ἐλευθερία, insomma, non aveva niente a che vedere con il “quietovivismo” imperante da “fammi-fare-ciò-che-mi-va-per-quanto-possibile”. (Ok, chiedo scusa al liberalismo, che è pur sempre una corrente rispettabile e blasonata. Il fatto è che pochi sanno cosa sia un liberalismo meditato e, in ogni caso, è ingiustificata la spocchia eurocentrica che lo vorrebbe modello di civiltà universale). Era più simile a ciò che diceva il caro, vecchio signor G., come abbiamo ricordato in apertura:

…libertà è partecipazione. 

Anche quando non fa comodo.

martedì 16 aprile 2013

Come pesci in un acquario


Quando si parla del grado di libertà individuale, mi vien da pensare agli uomini come a pesci in un acquario. Quelli più quieti nuotano sempre nello stesso lembo d’acqua. Le pareti trasparenti della vasca proiettano intorno a loro orizzonti che sembrano illimitati. Ciò li porta a pensare di disporre di spazi vastissimi e inebrianti; ma, poiché non sentono un vero bisogno di raggiungerli, restano fra le proprie parentesi fluide e, in esse, si sentono perfettamente liberi.
            I pesci più animosi, invece, guardano sempre a quegli spazi offerti con tanta lusinga e si slanciano verso di essi. Nel farlo, però, sbattono contro le pareti trasparenti. Da quel momento in avanti, non sarà più possibile a loro sentirsi liberi. Sapranno che le loro vite sono inesorabilmente murate, sia pure per garantire la loro incolumità. Non pochi giungeranno a considerare menzogna quell’invisibilità delle pareti, la trasparenza che li ha illusi. Né potranno veder compresa la propria amarezza da parte dei pesci tranquilli, perché i cuori degli uni e degli altri, essendo di diversa misura, hanno bisogno di dosi diverse di libertà per essere riempiti. Sarà ancora più grave, per i focosi, scoprire che il crollo delle pareti trasparenti sarebbe fatale non solo per loro, ma per tutti i loro compagni. Questo aggiungerà all’insoddisfazione il senso di colpa –o porterà a una magnanima rassegnazione.

martedì 9 aprile 2013

Iuvenes dum sumus


Non credevo che, un giorno, sarei arrivata a scrivere queste parole. Proprio io, che, al liceo, passavo per “Figlia di Maria”, perché schivavo le tipiche “intemperanze” adolescenziali… Eppure, presentemente, ho raggiunto una piccola consapevolezza: non è il giovane “intemperante” a dover fare paura. È quello incapace di uscire dai propri schemi.
Sarà stato perché sono cresciuta in un oratorio di gente schietta e rustica (dialetto bresciano oportuit). Sarà stato perché era normale lanciarsi secchiate d’acqua dopo una giornata di GrEst, farsi il sacco nel letto ai campi-scuola, scherzare anche in modo piccante, sgolarsi… Fatto sta che mi ero fatta l’idea d’una gioventù spregiudicata, entusiasta, scherzevole e godereccia per natura. Gaudeamus igitur,/iuvenes dum sumus...
Eppure, certi individui soffiati dal Destino sulla mia strada pavese potrebbero far vacillare la suddetta idea. Persone di zuccherino, cristallose, con la lamentela facile e la connessione quasi telepatica alla famiglia proteggente e viziante. Persone dal sospiro incorporato, la cui miciosità fa belare agli ignari: «Oh, poverini… cosa vi hanno fatto?» Hanno provato a staccarli dal tavolo da studio e dalle loro manierine, ecco. Siete GIOVANI, barbosi e tiranni... Fate pena, così perfetti stampini di papà o di mammà. Fa pena il vostro sdegno del divertimento: “…perché siamo ‘grandi’… siamo superiori a queste cose!” Lo ripeterete anche in faccia alla Comare Secca? Davanti allo stridor della sua falce che s’affila, annaffiarsi, travestirsi e fare casino possono diventare cose maledettamente preziose… e perdute.
            Ma, se voleste applicare a voi soltanto questo dress code esistenziale, non ci sarebbe poi tanto male. Il guaio è che vorreste ridurre tutti alla vostra miseria. Animati dal sacro fuoco d’una crociata demente, imbracciate lo scudo del Senso Comune e la spada della Lagna, per lasciar sul campo il cadavere di chi, vivo, disturba voi morti. Siete l’emblema d’una civiltà che si vorrebbe “emancipata”, mentre è soltanto borghese. Anzi, non è neppure quello, perché perfino i borghesi d’una volta sapevano sbottonarsi, negli ultimi anni in cui era loro concesso. Voi siete solo bambole, con il latte in bocca e il deretano nel burro. Siete il prodotto in serie d’una civiltà che produce in serie.
            Studiate pure. Senza spregiudicatezza, lo studio non è che un secchio d’acqua rovesciato nella sabbia.

lunedì 8 aprile 2013

Se...


SE “essere moderni”significasse:

  • Fare pellegrinaggi degni del cammino di Santiago per un nuovo i-Phone;
  • Non avere altro Dio all’infuori del proprio ego;
  • Avere il deretano nella bambagia e rifiutarsi di riconoscere ciò;
  • Pensare di poter ritirare la parola data quando pare e piace;
  • Far fare al computer magie da Merlino, salvo poi lasciare in standby il cervello;
  • Trattare Bacco, Tabacco e Venere come se fossero le ultime novità sul banco del consumismo;
  • Proclamarsi “liberi”, per poi impecorarsi al seguito d’ogni idiozia che vada di moda;
  • “Sentirsi grandi” davanti a chi è stato provato dalla Vita ben maggiormente;
  • Pretendere tutto e subito;
  • Far durare le proprie relazioni meno della batteria d’un cellulare;
  • Non sapere da dove si venga, chi si sia e dove si vada… e ritenere inutile saperlo;
  • Soprattutto, disprezzare chiunque non si adegui ai punti precedenti…


allora, SAREI DAVVERO ORGOGLIOSA D’ESSERE “ALL’ANTICA”.