domenica 24 marzo 2013

Le rondini

 
 
Le rondini non
sono
sciolte.
Seguono
i fili ferrei
dell’aria
e rotaie
sono
i loro cuori terribili.
Il mondo
è grande
nel cerchio
dei loro nidi.
 
Forse, libertà
è questo.
 
Finalista al Premio internazionale di poesia "Alda Merini", 2^ edizione, 2012, sezione “Inediti Poesia”.


martedì 19 marzo 2013

La macchina del fango


“Da un po’ di tempo vivo come una sorta di ossessione, un’ossessione che riguarda la macchina del fango, il meccanismo con cui si arriva a poter diffamare qualsiasi persona. E ho quest’ossessione perché sono nato in una terra in cui chiunque abbia deciso di ostacolare la criminalità organizzata ha sempre subìto questa sorta di delegittimazione totale. Persino chi viene ucciso, chi è morto e caduto per contrastare le mafie, viene diffamato. E quindi sono sensibile, ho come il nervo scoperto verso questo meccanismo. […] Cosa succede in Italia quando si dà fastidio a chi comanda? Si attiva una macchina fatta di dossier, di giornalisti conniventi, di politici faccendieri che cercano attraverso media e ricatti di delegittimare i rivali. […] Qualunque sia il tuo stile di vita, qualunque sia il tuo lavoro, qualunque sia il tuo pensiero, se ti poni contro certi poteri questi risponderanno sempre con un’unica strategia: delegittimarti.”

ROBERTO SAVIANO
 

Da: Roberto Saviano, “La macchina del fango”, in: Roberto Saviano, Vieni via con me, (“Varia”), Milano, 2011, Feltrinelli, pagg. 39-43.

domenica 17 marzo 2013

Ut mafia nobilitas


Nobile. È egli però possibile, animale, che tu non ti avveda di quanto celebri, quanto illustri, e quanto grandi uomini sieno stati questi miei avoli?
            Poeta. Io giurovi ch’io non ne ho udito mai favellare. Ma che hann’eglino però fatto cotesti sì celebri avoli vostri? Hanno eglino forse trovato la maniera del coltivare i campi; hanno eglino ridotti gli uomini selvaggi a vivere in compagnia? Hanno eglino forse trovato la religione, le leggi e le arti che sono necessarie alla vita umana? S’egli hanno fatto niente di questo, io confessovi sinceramente che cotesti vostri avoli meritavano d’essere rispettati da’ loro contemporanei, e che noi ancora non possiamo a meno di non portar riverenza alla memoria loro. Or dite, che hanno eglino fatto?
            Nobile. Tu dei sapere che que’ primi de’ nostri avoli prestarono de’ grandi servigi agli antichi nostri principi, aiutandoli nelle guerre ch’eglino intrapresero; e perciò furono da quelli beneficati insignemente e renduti ricchi sfondolati 22. Dopo questi, altri divenuti fieri per la loro potenza, riuscirono celebri fuorusciti 23, e segnalarono la loro vita facendo stare al segno il loro Principe e la loro patria; altri si diedero per assoldati a condurre delle armate in servigio ora di questo or di quell’altro signore, e fecero un memorabile macello di gente d’ogni paese. Tu ben vedi che in simili circostanze, sia per timore d’essere perseguitati, sia che per le varie vicende s’erano scemate le loro facoltà, si ritirarono a vivere ne’ loro feudi; ricoverati in certe loro rocche sì ben fortificate, che gli orsi non vi si sarebbono potuti arrampicare; dove non ti potrei ben dire quanto fosse grande la loro potenza. Bastiti il dire che nelle colline ov’essi rifugiavano, non risonava mai altro che un continovo eco delle loro archibusate, e ch’egli erano dispotici padroni della vita e delle mogli de’ loro vassalli. Ora intendi quanto grandi e quanto rispettabili uomaccioni fosser costoro, de’ quali tenghiamo tuttavia i ritratti appesi nelle nostre sale 24.
            Poeta. Or via, voi avete detto abbastanza dello splendore e del merito de’ vostri avi. Non andate, vi priego, più oltre, perché noi entreremmo forse in qualche ginepraio. Per altro voi fate il bell’onore alla vostra prosapia, attribuendo a’ vostri ascendenti il merito che finora avete attribuito loro. Voi fate tutto il possibile per rivelare la loro vergogna e per isvergognare anche voi stesso, se fosse vero, come voi dite, che a voi dovesse discendere il merito de’ vostri maggiori e che questi fossero stati i meriti loro. Io credo bene che tra’ vostri antenati, così come tra’ nobili che io ho conosciuti, vi saranno stati di quelli che meriterebbono d’essere imitati per l’eccellenza delle loro sociali virtù; ma siccome queste virtù non si curano di andar in volta a processione, così si saranno dimenticate insieme col nome di que’ felici vostri antenati, che le hanno possedute.
            Nobile. Or ti rechi molto in sul serio tu, ora.
            Poeta. Finché voi non mi faceste vedere altro che vanità, io mi risi della leggerezza del vostro cervello; ma, dappoiché mi cominciate a scambiare i vizi per virtù, egli è pur forza che mi si ecciti la bile. Volete voi ora che noi torniamo a’ nostri scherzi?
            Nobile. Sì, torniamoci pure, che il tuo discorso mi comincia oggimai a piacere; e quasi m’hai persuaso che questa Nobiltà non sia po’ poi così gran cosa, come questi miei pari la fanno.
          Poeta. Rallegromene assai. Ben si vede che l’aria veritiera di questo nostro sepolcro comincia ora ad insinuarvisi ne’ polmoni, cacciandone quella che voi ci avevate recato di colassù.
            Nobile. Sì, ma tu mi dei concedere, nondimeno, che io merito onore da te in grazia della celebrità de’ miei avi.
            Poeta. Or bene, io farovvi adunque quell’onore che fassi agli usurpatori, agli sgherri, a’ masnadieri, a’ violatori, a’ sicari, dappoiché cotesti vostri maggiori di cui m’avete parlato furono per lo appunto tali, se io ho a stare a detta di voi; de’ giusti, degli umani, de’ forti, de’ magnanimi, de’ quali non sono registrate le gesta nelle vostre genealogie perché appunto tali si furono e perché le sociali virtù non amano andare in volta a processione. Non vi sembra egli giusto che, se voi avete ereditato i loro meriti, così ancora dobbiate ereditare i loro demeriti, a quella guisa appunto che chi adisce un’eredità assume con essa il carico de’ debiti che sono annessi a quella? e che per ciò, se quelli furono onorati, siate onorato ancora voi, e, se quelli furono infami, siate infamato voi pure?
            Nobile. No certo, ché cotesto non mi parrebbe né convenevole né giusto.
            Poeta. E perché ciò?
            Nobile. Perché io non sono per verun modo tenuto a rispondere delle azioni altrui.
            Poeta. Per qual ragione?
            Nobile. Perché non avendole io commesse, non ne debbo perciò portare la pena.
            Poeta. Volpone! voi vorreste adunque godervi l’eredità, lasciando altrui i pesi che le appartengono, eh! Voi vorreste adunque lasciare a’ vostri avoli la viltà del loro primo essere, la malvagità delle azioni di molti di loro e la vergogna che ne dee nascere, serbando per voi lo splendore della loro fortuna, il merito delle loro virtù, e l’onore ch’eglino si sono acquistati con esse.”

GIUSEPPE PARINI


22 sfondolati: sfondati.

23 fuorusciti: banditi.

24 de’ quali tenghiamo… sale: motivo presente anche nel Giorno, in più luoghi.


Da: Giuseppe Parini, “Dialogo sopra la nobiltà”, in: Giuseppe Parini, Il Giorno. Le odi. Dialogo sopra la nobiltà, a cura di Saverio Orlando, Milano, 2008, BUR, pp. 333-335.

giovedì 7 marzo 2013

Gazza ladra

 
"Ho lasciato in giro briciole di pane
per non sprecarle e dopo, il giorno dopo,
non le ho trovate più; e tante volte,
invece, erano ancora sparse: hai
scordato di passare, non avevi
fame oppure battaglie lontane
ti hanno impedito di mangiare: te ne aggiungo;
rinuncio a spiare se tu torni ma
so che pensi che aspetto per spiarti
e non alla tua fame ma soltanto
all’idea assurda di me che sto aspettando;
 
e siccome sei immortale nei paesi
dove vai, che non conosco,
non ho paura per te ma combatto
i maligni che dicono che aspetto
soltanto per spiarti o che tu torni
soltanto per le briciole di me:
mentre sei sempre qui, fingi di andare e
io fingo di restare mentre tu
mi porti via."
 
LEONARDO ASSO
 
 
Concorso Di Liegro, Roma
Menzione di merito per la poesia Gazza Ladra
Teatro dei Dioscuri, 26 Gennaio 2013
 
 


martedì 5 marzo 2013

After Midnight. Una notte di ordinaria follia


È l’01:15 circa. Io e F. stiamo tornando da una delle rare serate after midnight che ci concediamo. La vita notturna continua alle nostre spalle, già un po’ languida. Poi, dal vano di un portone, urla e singhiozzi: «Aiutatemi!» È una ragazza, raggomitolata in un angolo. A voce quasi altrettanto alta, le risponde un giovanotto: «Ma che dici, amo’? Ma che t’ho fatto…?»
            Mi fermo. F. mi strattona per la manica. Non gli dò retta. Tutto sommato, la scena sembra essere una lite di coppia sfuggita di mano. Lei, però, continua a piangere e a chiamare i passanti. Lui non demorde. Qualcun altro si è fermato.
            F. gioca un’altra carta: «Chiamiamo qualcuno…» Confermo: «Bene. Tu sta’ qui e chiama». E mi avvio verso la coppia.
            Mi rivolgo a lui. «Scusi, detesto intromettermi nelle faccende personali… ma, per stasera, è finita così. Meglio se ne riparlate domani. Signorina…» faccio a lei «…si sente male? Abita qui?» Fa cenno di no. Il giovanotto ha l’aria di non capire in che galassia si trovi. Davanti alla fidanzata in crisi, nicchia, ribadendo che non è successo niente. Poco dopo, mi faccio mostrare quel famoso orecchio. È rosso fuoco.
            All’avvicinarsi di F. e degli altri passanti, lui si allontana, ma non se ne va. (Anche perché ha l’auto nei pressi, dice lei). La ragazza non è del posto e non può chiamare a casa, perché l’altro le ha sottratto il cellulare. «L’ho pregato di smettere di bere, perché doveva guidare… Abbiamo litigato, mi ha strattonato per un orecchio… Volevo telefonare a mia mamma, farmi venire a prendere… Allora, mi ha tolto il cellulare di mano…»
            F. ritorna all’idea di “chiamare le autorità” e, stavolta, pare il caso di dargli ascolto. Giusto perché riportino la ragazza a casa. Compongo il numero della polizia. «Salve… Chiamo da via ***, n° x…» Spiego. Mi passano i carabinieri. Ripeto tutto quanto; lascio nominativi e numero di cellulare.
            Mentre aspettiamo, due ragazze confortano lei. Ci sono anche alcuni ragazzi. Dopo un po’, si riavvicina il “fidanzato”. «Amo’, ma guarda che combini… Dài, è ubriaca…» [N.d.R.: la ragazza si reggeva benissimo in piedi e, lacrime a parte, era lucidissima] Più che rimorso, una leggera scocciatura. E una certa fifa da “colto-in-flagrante”, forse. Uno dei ragazzi si fa avanti con lui: «Senti, posso parlarti?» Non sto ad ascoltare la ramanzina. Fa sempre più freddo.
Una delle “soccorritrici” si fa restituire il telefonino di lei. Poco dopo, la coppia ha un altro abboccamento. Lei rinfaccia a lui i suoi sgarbi e le sue maniere manesche. Da parte dell’altro, solita commedia dello gnorri.
            I carabinieri arrivano, infine. «Siete voi che avete chiamato?» Confermiamo. Domandano, mettono a verbale. Noi presenti ci scambiamo occhiate. Decidiamo che, ora, tocca ad altri e ci congediamo, non senza calorosi abbracci alla ragazza. «Tutto quello che hai raccontato a me, dillo anche a loro» le raccomanda una delle “confidenti”. «Attenta: quando qualcuno alza le mani, lo farà sempre!» ammonisce un altro. Parole familiari, se non per il fatto che, stavolta, vengono da una bocca maschile.
            Io abbraccio forte F. La determinazione ha lasciato spazio a una stretta allo stomaco. Non è stato niente d’ingestibile, mi ripeto. Riecheggiano in me tanti discorsi passati, femministi o misogini che siano. Mi fissano in sottofondo, contemporaneamente esangui e scottanti. Come le vaghe fantasie d’anarchia e i pensieri sul consorzio umano –d’un tratto, così amabile e leggero sulle spalle.

domenica 3 marzo 2013

Nostalghia


La Nostalghia (1983) di Andrey Tarkovsky è paragonabile alla situazione di una statua vivente: “Anch’io recitavo la parte di una di queste statue e sapevo che, se mi fossi mosso, ci sarebbero state gravissime punizioni. Perché il nostro proprietario e signore ci stava osservando…” Questo scriveva un musicista russo esule in Italia. Un poeta suo connazionale si è posto sulle sue tracce, per ricostruirne la biografia. Lo segue Eugenia, traduttrice di poesia. Per ironia della sorte, non capisce affatto il compagno di viaggio, così come la letteratura non vale a far sì che l’Italia capisca la Russia. Eugenia è bellissima e insoddisfatta, sia intellettualmente che sentimentalmente. Cerca di fuggire dalla propria fisiologia femminile; accusa di “bassezza” gli uomini che hanno amato il suo corpo. Li incolpa della propria sterilità letteraria, fino a maturare una forma di sessuofobia. A scontar le colpe dei suoi fantasmi è proprio il poeta russo, combattuto fra la nostalgia della moglie e l’amore nascente per la traduttrice. È un sentimento platonico e impossibile. E “gli amori inespressi non si dimenticano”.
            Gettando il filtro della traduzione, il poeta arriva alla “Verità”. Così, abbandonato da Eugenia, può comunicare col “matto” Domenico (l’ “uomo del Signore”). Questi ha tenuto sotto chiave moglie e figli per sette anni, in attesa della fine del mondo. “Ero egoista, prima. Volevo salvare la mia famiglia. Bisogna salvare tutti, invece”. Rimasto solo, medita sull’unità di corpo e anima: 1+1=1; una goccia e una goccia ne formano una più grande. Ma non riesce a far avvenire questo in se stesso e rimane scisso. Entrambi soli e sovrastati da una Superiorità indefinibile, il poeta e il “matto/filosofo” finiscono per identificarsi, nel comune bisogno di tornare alle basi elementari della vita, “senza più sporcare l’acqua”. Costantemente presente, appunto, la piscina termale di “S. Caterina” (“colei che non è” davanti a “Colui che è”). La salvezza dell’umanità sarebbe garantita, secondo Domenico, dall’attraversarla reggendo una candela accesa. Allusione all’Esodo e alle “vergini sagge” della parabola? Ma “candela” è anche la parola poetica, che si accende dopo la morte di chi l’ha scritta. È “candela” un uomo che si consuma tutto, in una paradossale gioia di vivere, divenendo un Messia da imitare ritualmente. Al poeta è concesso portare quel messaggio di salvezza che al “matto” non è permesso esprimere.
            Nostalghia della patria o nostalghia d’una vita primeva (simplex, unitaria), insieme al rimpianto per un bambino: perduto, forse mai nato. Questi sentimenti angelicano ciò che è irrecuperabile e fanno del ritorno un rito (l’ennesimo): realizzabile solo in un recinto sacro, o nella solitudine di macerie che si aprono come un paesaggio a volo d’uccello. I simboli si rincorrono e si ripetono: come le sigarette che mascherano l’imbarazzo dell’incomprensione o i colombi che segnalano le vite nascenti. Il tutto nell’ipnosi d’un ritmo lento, dei colori freddi e spenti, col brivido della pioggia alternata a voci sommesse, nenie, preghiere e inni di Beethoven. Il film di Tarkovsky si chiude in cerchio, a ribadire il senso del ritorno e dell’eterno.