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L'iceberg sotto la punta


"Camminavo per la città, depresso e furioso contro Judi. Perché mi aveva indotto a partire? Che cosa ero venuto a fare ad Algeri? Che cosa avrei scritto, come avrei giustificato il mio arrivo?A un tratto vidi formarsi un capannello in avenue Mohammed V. Corsi a vedere. Ma si trattava solo di oziosi attratti dalla lite tra due autisti scontratisi all'incrocio. In fondo alla strada intravidi un altro piccolo assembramento. Corsi a vedere. Era una fila di gente che aspettava pazientemente l'apertura dell'ufficio postale. Il mio taccuino era intonso: niente da registrare.
E invece, proprio da quel soggiorno ad Algeri avrei imparato che, malgrado gli anni di esperienza giornalistica, stavo sbagliando tutto. Cercavo le immagini spettacolari, convinto che l'immagine potesse sostituire una comprensione più approfondita della realtà, che il mondo si potesse interpretare solo attraverso ciò che ci mostrava nell'ora della crisi spasmodica, quando era scosso da spari ed esplosioni, avvolto dal fumo, dalle fiamme, dalla polvere e dal puzzo di bruciato; quando tutto crollava in rovina e la gente disperata piangeva sulle spoglie dei propri cari.
Ma come si arrivava a drammi del genere? Che cosa ci dicevano quelle scene di distruzione, piene di grida e di sangue? Quali forze sotterranee e invisibili ma, nello stesso tempo, possenti e irrefrenabili, le avevano causate? Rappresentavano la fine del processo o non ne erano che l'inizio, il preannuncio di ulteriori sviluppi forieri di conflitti e di tensioni? E chi li avrebbe seguiti, questi ulteriori sviluppi? Non certo noi, corrispondenti e reporter: appena sulla scena degli eventi si seppellivano i morti, si sgombravano le strade dalle carcasse delle macchine incendiate a dalle vetrine rotte, noi giornalisti facevamo fagotto e proseguivamo verso luoghi dove si incendiavano macchine, si spaccavano le vetrine dei negozi e si scavavano fosse per i caduti.
Possibile che non si potesse superare quello stereotipo, uscire da quella catena di immagini e provare ad andare un po' più a fondo? Non potendo descrivere i carri armati, le auto incendiate e le vetrine infrante che non avevo visto, e volendo tuttavia giustificare il fatto della mia arbitraria spedizione ad Algeri, decisi di indagare sui retroscena e sulle molle segrete del colpo di stato per sapere che cosa vi si nascondesse dietro e che cosa significassero. Il che voleva dire parlare, osservare la gente e il luogo, leggere. In poche parole, cercare di capirci qualcosa."
 
RYSZARD KAPUŚCIŃSKI
 

(In viaggio con Erodoto, Milano, 2005, Feltrinelli, pagg. 212-213)

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