martedì 26 febbraio 2013

Il mito Non-Morto


Il “fenomeno Twilight” ci ha abituati a vederli come un sogno adolescenziale. Ma i vampiri hanno una storia assai meno rassicurante e che travalica la fiction. Essa è in mostra alla Triennale di Milano, sotto il titolo “Dracula e il mito dei vampiri” (23 novembre 2012 – 24 marzo 2013). L’anno scorso è caduto il centenario dalla morte di Bram Stoker, il “padre” del noto personaggio. Da qui, probabilmente, l’idea dell’iniziativa, organizzata in collaborazione, oltre che con La Triennale, con il Kunsthistorisches Museum di Vienna. L’allestimento è stato curato da Alef, lo stesso staff che ha lavorato a Pavia, per la mostra di opere di P.A. Renoir.
L’esposizione è articolata in nove sezioni, che tracciano un percorso dalle origini alla modernità, dalle tenebre alla luce. In apertura, il trailer di Bram Stoker's Dracula, diretto da Francis Ford Coppola (1992). Un film che fece tabula rasa dei cliché già affermati, rintracciando l’ispirazione storica del protagonista e puntando sulla qualità dei costumi. Per l’appunto, la mostra ospita un omaggio a Ishioka Eiko: la costume designer che rivestì i personaggi, ispirandosi alla natura e a Gustav Klimt.
Subito dopo, i ritratti secenteschi di Vlad III Dracula, voivoda della Valacchia (1431? – 1476?). Stoker si ispirò a questa guerriera e controversa figura, per creare il proprio vampiro: da cui la convinzione che la creatura sia tipicamente transilvanica. Vampir, in realtà, è un termine serbo-croato. La credenza è tanto radicata nei Balcani da suscitare tuttora psicosi collettive: del 29 novembre 2012 è l’articolo Vampiri terrorizzano la Serbia, sul sito La Voce della Russia . Ma allo spettro sono state attribuite anche origini scandinave, tedesche, egizie.
La documentazione esposta a Milano porta in epoche e mondi in cui s’incrociavano il raccapriccio per fenomeni legati alla decomposizione, allucinazioni dovute a malattie, convinzioni religiose. Si pensi al “Diavolo sotto vetro”, proveniente dall’Austria. Poi, i “morti viventi” o i Nachzehrer (“mangiatori di sudario”). La sezione “La realtà dietro il mito” è stata curata da Margot Rauch.
         Dalla storia e dall’antropologia, si passa ai precedenti letterari di Dracula (1897). Sono esposte le prime edizioni di The Vampyre di J. W. Polidori (1819) e Carmilla di Sheridan Le Fanu (1872), nonché locandine di spettacoli teatrali a tema. Sono offerti al pubblico gli appunti e il “diario perduto” di Stoker, oltre alla prima edizione del suo romanzo, con dedica manoscritta alla madre. La sala successiva ospita “Le casse di Dracula”: box in legno contenenti altrettante mini-sezioni. In una, l’opera e la voce dell’ Arch. Italo Rota si calano nei panni d’un vampiro che arreda la propria dimora. Un’altra invita a spiare dal buco della serratura “Il bacio del vampiro”, antologia di scene cinematografiche. Il critico Gianni Canova ha allestito “Morire di luce”, serie di tre schermi su cui sono proiettati brani filmici, intercalati da citazioni eloquenti. Anche le pareti ostendono frasi d’autore. Una linea del tempo traccia le diverse percezioni di questa figura nelle varie epoche: materializzazione dell’inconscio, flaneur metropolitano, emblema dell’eros, rilettore della Storia o uomo fra gli uomini. Sono una sequenza storica anche i costumi della “Donna Vamp”, creazione del cinema e della fotografia (fine XIX – inizio XX sec.). Giulia Mafai spazia fra teatro e mondanità, approdando al burqa, come polemica verso una cultura che “risucchia” la personalità. “La moda e i vampiri” propone un contributo fotografico de “L’Uomo Vogue”. Il percorso si chiude con un omaggio a Guido Crepax, il fumettista che “succhiava” la vita altrui, per rifonderla nelle tavole. Alla Triennale, si terranno perfino cinque giornate dedicate alla promozione delle donazioni di sangue (iniziativa AVIS).
Tutte tappe d’un percorso in cui il Vampiro, nelle sue varie declinazioni, si rinnova come pretesto per parlare dell’Uomo.
Catalogo: Dracula e il mito dei vampiri, Milano, 2012, Skira.
Inchiostro (Pavia), n°123, febbraio 2013, pag. 17

lunedì 25 febbraio 2013

L'equivoco


Un errore che commette spesso il nostro individualismo è quello di confondere sottomissione e dedizione.
La sottomissione è la condizione di chi obbedisce alla volontà d’un altro perché questi, momentaneamente o meno, possiede una forma di forza: quella dei muscoli, del denaro, dell’opinione pubblica, delle cariche, delle leggi, della cultura, dei legami familiari, delle armi, della reputazione.
La dedizione è la condizione di chi cerca di realizzare la volontà e i desideri d’un altro senza che nessuno glielo chieda: per voluptas diligendi, amore d’amare. Perché quell’ “altro” (singolo o collettivo, concreto o ideale) riempie la vita in modo potente, è una trasfusione salutare nelle vene dell’animo. Cosicché non ha neppure troppo senso distinguere volontà e desideri di chi si dedica da quelli della persona a cui si dedica. Ci sono anche momenti in cui il “dedito” si abnega (è naturale); ma questa abnegazione lo fa sentire ancor più realizzato, come un gran prezzo speso per una perla unica. Potrebbero esserci mille forze in mano all’ “altro”, o non essercene nessuna: per il “dedito”, nulla cambierebbe.
            La dedizione non può esser comandata, né esser la base per una concordia civile, perché non è cosa da tutti. È dote dei “grandi”. Se la sottomissione può conservare la vita, la dedizione la ridona decuplicata. È sempre e comunque letale.
 
 

domenica 24 febbraio 2013

Uccidere Platone?


Sto leggendo le Leggi di Platone: IX, 860d-864c. Il volume è quello giallo, gommoso e mastodontico di Tutte le opere del filosofo, che la Newton Compton ha pubblicato, nel 2009, per la collana “I Mammut”. Una massa mostruosa di testi conservati, rispetto ai pochi “fiori rosa” di Saffo, o ai barlumi di Parmenide ed Eraclito. Perfino del famoso Socrate, maestro di Platone, nulla è rimasto (ah, già… pare che non fosse proprio innamorato della scrittura. Sconfitto in partenza, in questo senso). Il filosofo che “sapeva di non sapere”, per noi, è, perlopiù, quello dipinto dal suo più illustre allievo: anche in barba ad altri (Senofonte, fattene una ragione…). E, in base a questo spartiacque made in Plato, si dividono i pensatori della grecità: “presocratici” e “dopo Socrate”, con il rigagnolo del cinismo, la fontana di Aristotele, il fiume ramificato della Stoà… Neanche fosse Gesù Cristo…
            Basta questo, per capire cos’abbia significato Platone –cosa continui a significare. In un certo senso, lui (non Socrate) è davvero divenuto un Gesù Cristo, per gli stessi cristiani. S. Paolo si è buscato la sua faccia, nei ritratti. L’anima, anche solo nella teologia popolare, è quale viene descritta nel Fedone. I pii cattolici che spirano credendo in un aldilà migliore non sono dissimili dal Socrate che beve la cicuta chiedendo di ringraziare Asclepio per la sua “guarigione”. Non parliamo della morale sessuale… Giusto nelle Leggi, libro VIII: “Non appena giunsi nel mio discorso alla questione riguardante l’educazione, vidi ragazzi e ragazze che si facevano reciprocamente manifestazioni d’affetto: e fui naturalmente colto dal timore […] In che modo allora, in questo stato, si potrà stare lontani da quelle passioni che gettano la maggior parte delle persone in condizioni di estrema gravità, passioni da cui la ragione ordina di astenersi, se solo potesse diventare legge? […] come guardarsi dagli amori dei bambini, maschi e femmine, e da quelli delle donne che assumono il ruolo di uomini, o da quelli degli uomini che assumono il ruolo di donne, donde scaturisce tutta una serie di mali sia per gli uomini in privato, sia per gli stati interi? […] Se qualcuno allora, conformandosi alla natura, ristabilisse la legge in vigore prima di Laio, affermando che è giusto che i maschi non si uniscano coi maschi o con i ragazzi, come se fossero donne, nell’unione sessuale, e chiamasse a testimone la naturale inclinazione degli animali, dimostrando a tal proposito che nessun maschio ha relazioni con un altro maschio perché questo è contro natura, ricorrerebbe forse a un’argomentazione persuasiva, ma in totale disaccordo con i vostri stati” (835d-836c; trad. dal greco di Enrico  Pegone). È un ateniese (come Platone) che parla a un cretese. Siamo a metà del IV sec. a. C. Eppure, questo genere di ragionamento avrà fatto fischiare le orecchie a molti, vivissimi e modernissimi. Non foss’altro per averlo sentito esporre dalla nonna o da un ospite di talk-show –certo, non con l’eleganza platonica. Credo bene che Baudelaire, parlando alle donzelle di Lesbo, si preoccupasse dell’ “occhio austero del vecchio Platone”… Ne ha avuto i motivi che sappiamo.
            Ma, oggi, è sul libro IX che mi sono soffermata. Quello in cui l’ateniese illustra come nessuno faccia il “male” volontariamente. Il “male” sarebbe tutto ciò che viene provocato dall’ira, dalla passione, dalla ricerca del piacere… dalla parte extrarazionale della psiche. Extra rationem nulla salus. Perché la “ragione” è la parte di noi che si adatta alle regole. Come ben si sa, Platonuccio nostro non perdona troppo neppure alla poesia e alla musica. A meno che… a meno che non facciano parte d’un programma educativo volto a sfornare cittadini modello. Il “meglio” è ciò che uno Stato o un accordo fra privati cittadini hanno stabilito per “rimettere in ordine” un uomo. E questo “rimettere in ordine” è una “cura” per l’individuo, che –poverino!- ha bisogno che altri gli spieghino quale sia il suo bene. La persona appassionata, ricca d’affetti, fantasia ed estro artistico, è “malata” quanto un avido o un violento, se non si mette a servizio dello Stato. Anche se prova, più d’altri, il gusto della vita: dell’unica vita. Capisco bene, Platonuccio caro, perché  la tua opera ci sia pervenuta così generosamente… Deve aver fatto comodo a molti: abati, sovrani, statisti, chiunque avesse da comandare, insomma. Capisco anche come i romantici abbiano sentito il bisogno di tutto quel fracasso, di Sturm e Drang, come Rimbaud e Verlaine abbiano detto ‘ciao!’ alle leggi della tua natura e Baudelaire, dopo i fumi di alcool e oppio, abbia incensato l’isola di Saffo. Già, Saffo… Una per cui la passione amorosa era il sommo bene, superiore a famiglia e valor militare. Andate a dire una cosa simile a un legislatore… non solo a quelli d’una certa epoca o parte politica…
            A pensarci bene, Platone, chiunque (anche prima di Freud) deve aver sentito l’impellenza, più o meno repressa, di mandarti a quel paese. Anzi, di ucciderti… come avrebbero voluto fare i futuristi col chiaro di luna. Ma il chiaro di luna è sempre lassù e tu sei sempre nelle biblioteche. Un po’ meno nei cuori dei giovani –mi spiace per te. In quelli, sei, se non morto, almeno acciaccato e indolenzito. Anche più di quanto meriti. Verrà il giorno (non lontano) in cui, anziché te, bisognerà uccidere l’Ego straripante e ingordo: l’utopia del “faccio-quel-che-voglio-io”, che ci metterà nel sacco, come la tua καλλίπολις, come tutte le utopie. Quelle che promettono una “perfezione” onnifrontale, una bella pensione d’anzianità ai nostri problemi… salvo chiederci, come moneta, la nostra carne viva. Allora, tornerai buono anche tu.
            Del resto, hai insegnato pure belle cose: il dialogo come strumento per partorire un’idea (anziché quei bei discorsetti di gradevole effetto “sonoro” che piacevan tanto a Protagora & co.); il dovere di istruire le donne quanto gli uomini; la necessità delle “critiche al sistema”; una prima forma di meritocrazia... Ma, chissà perché, da questi orecchi, i tuoi recettori eran, perlopiù, sordi.

venerdì 22 febbraio 2013

Prima di partire

 
Prima
di partire
dovrei
almeno
mangiarmi il mio Paese:
tutto,
come una mela.
Portarlo
intero
nel mio ventre
ed essere
-così gonfia-
leggera
come la luna.
Allora
volerei
ridendo,
più alta
degli oceani.

martedì 19 febbraio 2013

No, non ce l'abbiamo coi pavesi


No. Noi studenti dell’università di Pavia non ce l’abbiamo con la gente del posto. Anche se, durante una dimostrazione di protesta contro i tagli all’istruzione pubblica, un cinquantenne temporalesco ci ha biascicato: «Vedete di studiare un po’ di più, eh?» Anche se il fatto di star fuori con amici fino a tarda sera, o prolungare un concerto (pur autorizzato dal Comune), o tagliare edera incolta per farne festoni basta a bollarci come “spine nel fianco”. Anche se litigare con uno stoppino difettoso, in chiesa, accendendo un lumino, ci attira gli strali di una beghina semi-parlante. Anche se, quando il Corallo-Ritz ha chiuso i battenti, un rispettabile Pinco Pallino ha pontificato: «E gli studenti dove sono finiti? Preferiscono spendere 10 euro per una birra, piuttosto che per il biglietto del cinema? O guardano i film sulla pay TV, ‘tanto paga papà’?» Ebbene, rispettabile Pinco Pallino: le commediole e i fantocci in 3D che passavano da un pezzo non valevano neppure i 5 euro del biglietto ridotto. Quanto alla birra da 10 euro, dev’essere quella spillata dalle divine botti del Walhalla. Non abbiamo la pay TV –mi spiace deluderLa. Dobbiamo già provvedere a retta/affitto/libri/tasse/vestiti/cibo. Spesso, coi soldi non di “papà”, ma delle borse di studio, del tutorato, del lavoro part-time. Se c’è qualcuno/a che, però, può permettersi studi e pay TV col patrimonio di famiglia, ce lo/la presenti: per lui/lei, saremmo tutti single e senza tabù. Infine: mi scusi tanto… ma Lei ci ha preso per mucche della Sua latteria?
No. Non ce l’abbiamo coi pavesi. Anche se, durante una manifestazione contro un problema sociale, una signora mi ha detto: «Siamo così in pochi? Dove sono finiti gli studenti?» (Questa domanda retorica deve far parte d’un repertorio a prezzo fisso). Le ho risposto che:

  1. Gli studenti c’erano (io cos’ero, per esempio?);
  2. Eravamo in piena sessione d’esame, con tutto il carico di tragicomica alienazione che comporta.
(Senza contare che la manifestazione cadeva verso la fine della settimana e durante una ricorrenza popolarissima. Molti saranno stati fuori Pavia, o avranno avuto altri programmi. Dei pendolari non parliamo).
Al che, la signora è scoppiata a ridere: «Tu studi… Legge?» (Si chiama “Giurisprudenza”, comunque). «No…» «Ah, sai… perché stai facendo l’avvocato del diavolo…»
Nossignora. Io non sono un avvocato. Io spiego le cose dal mio punto d’osservazione. Chissà che, dopo averlo fatto, non ci si renda conto che non c’è alcun “diavolo”… (Ma perché, poi, dovremmo render conto degli affari nostri a Lei?). No, non ce l’abbiamo neanche con il locale umorismo.
Non ce l’abbiamo coi pavesi, nonostante il morbo del “politicamente corretto” predicabondo, qui, sia endemico da far paura alla peste. Perché, fra tante giovani braccia cui tocca cascare, ci sono pure episodi di rara delizia. Come quello delle vecchiette che, davanti a un cartello goliardico, hanno giubilato teneramente: «Oh, ragazzi… che fantasia avete!»

lunedì 18 febbraio 2013

L'iceberg sotto la punta


"Camminavo per la città, depresso e furioso contro Judi. Perché mi aveva indotto a partire? Che cosa ero venuto a fare ad Algeri? Che cosa avrei scritto, come avrei giustificato il mio arrivo?A un tratto vidi formarsi un capannello in avenue Mohammed V. Corsi a vedere. Ma si trattava solo di oziosi attratti dalla lite tra due autisti scontratisi all'incrocio. In fondo alla strada intravidi un altro piccolo assembramento. Corsi a vedere. Era una fila di gente che aspettava pazientemente l'apertura dell'ufficio postale. Il mio taccuino era intonso: niente da registrare.
E invece, proprio da quel soggiorno ad Algeri avrei imparato che, malgrado gli anni di esperienza giornalistica, stavo sbagliando tutto. Cercavo le immagini spettacolari, convinto che l'immagine potesse sostituire una comprensione più approfondita della realtà, che il mondo si potesse interpretare solo attraverso ciò che ci mostrava nell'ora della crisi spasmodica, quando era scosso da spari ed esplosioni, avvolto dal fumo, dalle fiamme, dalla polvere e dal puzzo di bruciato; quando tutto crollava in rovina e la gente disperata piangeva sulle spoglie dei propri cari.
Ma come si arrivava a drammi del genere? Che cosa ci dicevano quelle scene di distruzione, piene di grida e di sangue? Quali forze sotterranee e invisibili ma, nello stesso tempo, possenti e irrefrenabili, le avevano causate? Rappresentavano la fine del processo o non ne erano che l'inizio, il preannuncio di ulteriori sviluppi forieri di conflitti e di tensioni? E chi li avrebbe seguiti, questi ulteriori sviluppi? Non certo noi, corrispondenti e reporter: appena sulla scena degli eventi si seppellivano i morti, si sgombravano le strade dalle carcasse delle macchine incendiate a dalle vetrine rotte, noi giornalisti facevamo fagotto e proseguivamo verso luoghi dove si incendiavano macchine, si spaccavano le vetrine dei negozi e si scavavano fosse per i caduti.
Possibile che non si potesse superare quello stereotipo, uscire da quella catena di immagini e provare ad andare un po' più a fondo? Non potendo descrivere i carri armati, le auto incendiate e le vetrine infrante che non avevo visto, e volendo tuttavia giustificare il fatto della mia arbitraria spedizione ad Algeri, decisi di indagare sui retroscena e sulle molle segrete del colpo di stato per sapere che cosa vi si nascondesse dietro e che cosa significassero. Il che voleva dire parlare, osservare la gente e il luogo, leggere. In poche parole, cercare di capirci qualcosa."
 
RYSZARD KAPUŚCIŃSKI
 

(In viaggio con Erodoto, Milano, 2005, Feltrinelli, pagg. 212-213)

domenica 17 febbraio 2013

La toga in tintoria


Nel programma di Storia degli studi classici, figura una raccolta di assaggi di vari “piatti forti”: Umberto Eco, Remo Ceserani, Marco Santagata, Mario Vegetti, Alfonso Traina… C’è anche una tartina di Valerio Massimo Manfredi: De imperio, dieci paginette. Così, ho finalmente dato un’annusatina anche a questo antichista re-inauguratosi scrittore. Non che ne sentissi troppo appetito… Di letture sono finanche obesa. Il mio comodino non è mai orfano di carta. Figuriamoci se potrei correr dietro a tutte le meteore del mercato librario… Ho fatto uno strappo alla regola con Twilight, giusto per non restare indietro in vampirologia. Ma di Antichità classiche già mi rimpinza l’università. Un romanzo “pop” non avrebbe potuto aggiungere un granché.
            Infatti, non è che Manfredi sia stellare, come scrittore… Ha una conoscenza impeccabile della storia e dell’antiquaria: e vorrei ben dire… è il suo mestiere. Ma, per il resto, fare il romanziere è come fare il cantante. Puoi essere intonato (e ci vuol poco); ma, se non hai una voce, un timbro, un certo-non-so-che a differenziarti dalla schiera, nessuno ti ricorderà come eccelso. Ti impilerà sulla polvere d’uno scaffale e passerà ad altro.
            Anche questo dialoghetto De imperio fra Annibale e Scipione non lascia retrogusti in bocca. “L’autore padroneggia perfettamente l’argomento, crea un buon plastico”. Dopo aver detto questo, però, non si trovano vibrazioni nel ritratto dei personaggi; il dialogo sull’impero riassume, senza pathos, teorie politico-storiografiche note negli atenei; Annibale pare un vecchio pirata da televisione e Scipione sembra aver appena ritirato la toga dalla tintoria.
            Pazienza…
Ciò di cui ti sono grata davvero, caro Valerio Massimo (con un nome così, non si può che diventar classicisti), è d’aver reso gustosi per il grande pubblico mattoni che esso, di solito, lascia sul vassoio intatti. Per diffidenza, perché “è roba da intellettuali” (ma cos’altro è un uomo, in fondo?) o “è noiosa”. Sarebbe noioso vedere come, dall’impero di Roma, siamo passati al Sud d’Europa? Sarebbe così astruso vedere come l’imperialismo nostrano si sia tirato la zappa sui piedi, pur fecondando di latinità terre con ben altro succo?
Io direi che, di questo, non bisogna incolpare il libro della Storia, ma la sua copertina. Problema che tu hai risolto a molti. Dopotutto, grazie, Valerio Massimo.

giovedì 14 febbraio 2013

Purché sia altrove


Pavia, 14 febbraio 2013

 
Caro “Attico”,
ti scrivo in una notte d’insonnia e di pensieri. La mia sveglia segna le 02:35 e io ho bevuto, poco fa, due tazze di tisana. Ma il Sonno non è stato adescato lo stesso.
            Sei presente solo tu: o, meglio, sono presenti i discorsi che abbiamo fatto e rifatto, nei nostri ultimi incontri. Gli ultimi prima della tua partenza: non gli ultimi in assoluto, voglio sperare.
            Abbiamo superato gli esami di maturità nello stesso anno. Era il 2008; è avvenuta, allora, quella gaffe del Ministero della Pubblica Istruzione che ci ha fatto ridere fra le lacrime. La traccia A della prima prova prevedeva, come sempre, l’analisi guidata di un testo letterario. Era una lirica di Eugenio Montale; le domande-guida vertevano sulla rappresentazione montaliana della figura femminile. Se non che –è stato scoperto poi- quei versi erano dedicati a un uomo. Tu hai rivolto parole saettanti a un professore, dicendo che “non valeva la pena di rimanere in un Paese simile”. Già allora covavi questo germe… Il tuo mentore occasionale, tuttavia, ti ha risposto che c’erano buone occasioni e bravi professori anche in Italia, purché tu avessi la volontà di cercarli. L’hai ascoltato. Hai vinto una borsa di studio in un istituto d’eccellenza, ti sei laureato a pieni voti. Aveva ragione il “vecchio saggio”, insomma. Ma quel benedetto “estero”, qualunque fosse, ti era rimasto in gola. Avevo l’impressione che, per te, fosse importante far le valige, più che trovar davvero qualcosa. Io, invece, ho pensato soprattutto a completare il mio percorso a Pavia, dove avevo trovato la necessaria borsa di studio. Ora, sono alla vigilia del diploma IUSS e della laurea magistrale, con buone prospettive di conseguire qui anche il dottorato, nonché (se tutto andrà bene) di metter su famiglia. Mi rendo conto di essere in controtendenza rispetto alla retorica del "Figlio, lascia questo Paese". Un paternalismo di cui non avevamo davvero bisogno. Anzi, a proposito di figli… Non tutti vengono da una famiglia numerosa come la tua. Qualcuno è l’unico “bastone” dei genitori. Se emigrasse, cosa farebbe, quando avessero bisogno di lui/lei? Si porterebbe all’estero due anziani, magari neppure in grado di parlar la lingua locale?
            Per farla breve: io sono a Pavia, dedita a completar gli studi; tu sei in un altro Paese. Per un periodo limitato, al momento. Il dottorato sarebbe un altro paio di maniche. Tutta la vita ancor più. Senza contare (perdonami!) che le tue basi sono spesso fatte più d’entusiasmo che d’altro. Fra tanti castelli in aria, ti capita di costruire una monofamiliare sulla terra, di quando in quando.
            Quando ti spiegavo che, per me, non era tempo né caso di “saltare nel vuoto”, mi dicevi: “E se fosse troppo tardi?” Avevi uno sguardo smarrito, come chi parlasse con le proprie ansie, più che con persone di carne. Ti ho risposto che il “presto” e il “tardi” vengono definiti in base alle proprie energie ed esigenze. Non hai potuto che darmi ragione.
            Mi hai fatto pensare a due professoresse del liceo, che si erano messe in testa di mandarmi alla Scuola Normale di Pisa. Molte buone intenzioni e un pizzico di rimpianto per le occasioni che loro non avevano più. Io ho apprezzato il loro sincero affetto, ma ho preferito lo IUSS di Pavia e i suoi collegi, che mi davano più possibilità di trovare vitto e alloggio alla mia portata. Ancora oggi, non biasimo quella scelta al bivio.
            Per i giovani appassionati come noi, il nostro stesso cuore è una trappola. Siamo alla mercé delle “belle speranze” che ognuno si crede in diritto di venderci. Giornalisti, economisti, finanziatori, datori di lavoro, amici, faccendieri, istruttori… Tutti credono di poter pontificare su chi sia il miglior offerente a cui cedere la nostra vita. Senza neppur domandarsi se, così facendo, stiano davvero agendo per il nostro meglio. C’è in questo, spesso, una sorta di “bovarismo” che fa disprezzare ciò che è vicino a noi, per idealizzare l’ “altrove”. Cosicché, l’ “estero” non è più un Paese determinato, con certi usi, costumi e leggi (spesso, assai poco concilianti, in fatto di immigrazione e previdenza sociale). È un contenitore aereo in cui scaraventare le nostre aspirazioni frustrate, i nostri sogni, tutto ciò che non abbiamo, potremmo avere o immaginiamo si possa avere. Con beneficio del marpione di turno, che sventola un osso/contratto sotto il naso di noi “cani affamati”. Come Madame Bovary, diciamo: siamo da compiangere, ma non siamo in vendita. Anzi, non siamo neppure da compiangere, tante volte. Lo saremmo, più che altro, in base a quel “complesso del provinciale” endemico negli italiani. “Sono stufo/a dell’Italia!” “Perché?” “Mah… vorrei fare nuove esperienze… Altrove, c’è un metodo didattico che mi piace di più… Farebbe curriculum…” Questo è un siparietto cui assisto spesso.
            La prova più dura, per la nostra generazione, è resistere alla retorica dell’ “occasione”, del “non-fare-lo-schizzinoso-hai-tutte-le-porte-aperte”. Ancor più, all’abitudine di credere che il paradiso sia sempre… altrove.

mercoledì 13 febbraio 2013

Meritocrazia (2)


Forse, certi argomenti funzionano come la nuvoletta fantozziana. Ho appena finito di parlare di “meritocrazia” che già mi capitano i ricordi d’un professore sessantenne… Qualcuno che ricorda de visu la nascita della televisione (l’Intervallo con le pecorelle… le manopole al posto del telecomando… Un modello di televisore che, a casa dei miei nonni materni, era un cimelio…), il Sessantotto e gli “anni di piombo”. Nonché un modello di meritocrazia di cui, oggi, restano gli avanzi in realtà circoscritte, come Pavia. ‹‹Fin dalle elementari, si sapeva d’avere due alternative: andar male negli studi e, quindi, lasciare la scuola; oppure, essere brillanti e vedersi tutto pagato (senza anticipare nulla!) dallo Stato: tasse, alloggio, biglietti del treno per i pendolari… Certo, era stressante. Può sembrare anche crudele questo meccanismo di “selezione naturale”…›› ‹‹Ma assai meno crudele che dover studiare e pagare per anni, per poi trovarsi in mano un bel nulla!›› non resisto io. Il professore fa un cenno paterno (del tipo, ‘ok, calmati!’): ‹‹Ci stavo arrivando. Una volta laureati, si aveva la certezza di trovare un impiego: magari, non il massimo… ma non c’era nemmeno il rischio della disoccupazione. Perché i posti a disposizione erano numericamente equivalenti a coloro che sarebbero andati in pensione…›› Il sessantenne in questione, da bambino, non possedeva neppure la carta igienica propriamente detta. Ora, è professore ordinario.
            Sia lui che noi (i ragazzi della mia età) sappiamo che sarebbe ingenuo tornare a quella meritocrazia (autentica, non gelminesca). L’orologio della storia –è risaputo- non torna indietro. Anche se abbiamo ancora la pietas di sperare che si trovi un modo di promuovere finanziariamente l’istruzione pubblica che non sia quello del “rappezzamento” o del “braccino corto”.
            Ma la conversazione appena svoltasi mi è stata cara pure per altro. Ha illuminato le radici del mio rancore verso quell’atteggiamento di “volemose bene” indiscriminato, di “tutto-ci-è-dovuto-a-priori” che, ogni tanto, mi capita di rilevare attorno a me. (Fra le persone giovanissime, beninteso. Basta risalire alla generazione precedente alla mia, per capire che la musica non è sempre stata questa). La mentalità suddetta è tipica di chi non ha mai seriamente guadagnato nulla. Perché chi lotta per una borsa di studio che gli serve, indipendentemente dal fatto che riesca a ottenerla, non può permettersi un atteggiamento così lassista e gratuito. Quando si compete con gli altri “cani affamati” per la stessa mangiatoia, l’Ammoooooooreeeeee passa obbligatoriamente in secondo piano. Così come il “diritto”, inteso nella concezione “vulgata” di: “beneficio elargito dall’alto, indipendentemente dal sudore speso per ottenerlo”. Anche perché i diritti gratuiti non esistono: corrispondono ad altrettanti doveri, oppure sono il risultato di lotte indefesse delle generazioni precedenti. I “signorini” del “volemose bene” leggono la democrazia come: “Qualcuno, dall’alto, è sempre obbligato a darci la pappa pronta. Se domanda un minimo di contropartita da parte nostra, è un tiranno”. Sono costoro a potersi permettere di vedere la “civiltà occidentale" come un "Paese dei Balocchi", proprio perché in un “Paese dei Balocchi” hanno vissuto fin dalla nascita. Sono, insieme, vittime e complici della "Grande Burla" di un “mondo dolce”, dove chi ti pone davanti a un ostacolo da superare lo farebbe solo per “sfogo” o “frustrazione personale”. “Fuffa”, come direbbe Eligio De Marinis. Nello stato di natura, se non si lotta, non si mangia, né si sfugge ai predatori. Nella “civiltà”, se non si studia/lavora, se non si accetta anche di rintuzzare il proprio ego, non ci si riscatta socialmente, né (banalmente) ci si può mantenere. (Ok, esiste la previdenza sociale, ma quella è un altro paio di maniche. La vecchiaia e l’handicap non sono privilegi. Senza contare che istituti come l’INPS esistono perché i cittadini lavoranti e paganti li mantengono: quindi, siamo da capo col discorso). Un posto più prestigioso corrisponde a un surplus d’impegno e viceversa. Laddove questo meccanismo s’inceppa, ci si ritrova al nostro punto: frotte di laureati disoccupati che vanno a rimpolpare i ranghi del “proletariato colto”. È nostra, questa bella novità sociale. Forse, l’università di massa non è stata una gran trovata, dopotutto. Si considerino anche piaghe inveterate come il clientelismo, che, sicuramente, qualcuno di mia conoscenza vorrà rimettere sul banco…
Mi è capitato ancora di discutere con studenti universitari di estrazione sociale differente dalla mia: qualcuno che poteva scegliere di alloggiarsi in collegi di congregazioni religiose (costano fior di quattrini, per chi non lo sapesse) o di andare in appartamento, anche per proprio conto e con buoni standard abitativi. Questo genere di persone strabuzzerebbe gli occhi, leggendo ciò che ho appena scritto. Si straccerebbe le vesti, per l’ “immoralità” e l’ “inconcepibilità” di tutto questo. Mi direbbe: ‹‹Allora, ciò che ho vissuto io sarebbe un’utopia!›› Appunto, baby. Per qualcuno, lo è.

martedì 12 febbraio 2013

Meritocrazia


Va molto di moda, negli ultimi anni, il termine meritocrazia, in riferimento alle politiche in materia d’istruzione pubblica. È arrivato ai tavolini dei bar sotto lo scorso governo Berlusconi, retto da un partito che, nella scelta del proprio organico, l’ha applicato nel modo noto. (Sarcasmo che non occorre sottolineare). L’ex-ministro dell’Istruzione, Maria Stella Gelmini, l’ha sbandierato, insieme alle uscite altezzose sui “corsi inutili”. Lo stendardo precotto è stato riscaldato dal ministro attuale, Francesco Profumo. I due figuri hanno in comune una cosa: il collegamento fra “meritocrazia” e “braccino corto” nel finanziare la pubblica istruzione.
            Ora, vale la pena di ridare un’occhiata approfondita a questo benedetto concetto. Così lo definisce il vocabolario on-line Treccani.it: “Concezione della società in base alla quale le responsabilità direttive, e spec. le cariche pubbliche, dovrebbero essere affidate ai più meritevoli, ossia a coloro che mostrano di possedere in maggior misura intelligenza e capacità naturali, oltreché di impegnarsi nello studio e nel lavoro; il termine, coniato negli Stati Uniti, è stato introdotto in Italia negli anni Settanta con riferimento a sistemi di valutazione scolastica basati sul merito (ma ritenuti tali da discriminare chi non provenga da un ambiente familiare adeguato) e alla tendenza a premiare, nel mondo del lavoro, chi si distingua per impegno e capacità nei confronti di altri, ai quali sarebbe negato in qualche modo il diritto al lavoro e a un reddito dignitoso. Altri hanno invece usato il termine con connotazione positiva, intendendo la concezione meritocratica come una valida alternativa sia alle possibili degenerazioni dell’egualitarismo sia alla diffusione di sistemi clientelari nell’assegnazione dei posti di responsabilità” (grassetto nostro). Ora, come sappiamo, il PdL ha egregiamente rispettato questa concezione: un suo membro nel consiglio regionale della Lombardia (per proporre un solo esempio) ha grandi doti di modella part-time ed è una meticolosa lettrice di rotocalchi. Qualcun altro si accredita per una pregressa carriera di soubrette, naturalmente propedeutica alle mansioni ministeriali. Il PdL è altresì alieno dal clientelismo: infatti, il candidato primo ministro è praticamente invisibile in campagna elettorale, a favore del fondatore del partito (propostosi come ministro dell’Economia).
            Lasciando codeste amenità, è chiaro che la “meritocrazia” intesa con connotazione positiva dovrebbe andare di pari passo con l’investimento nella pubblica istruzione. Ciò per far sì che le barriere di censo ed estrazione cultural-familiare siano davvero superabili per i dotati di “intelligenza e capacità naturali”. Senza agevolazioni fiscali, mense, alloggi, borse di studio, biblioteche e accessi a Internet, le spese connesse all’istruzione graverebbero unicamente sulle famiglie o sugli studenti lavoratori, impedendo detto superamento. Nulla a che vedere con la ricerca del “dove si può tagliare” tipica tanto della politica pidiellina, quanto del governo tecnico. La cittadinanza italiana è legittimata a sentirsi presa in giro: sia per l’uso in malafede del lessico politico, sia perché si vuol misurare col contagocce il sostegno agli studi, quando, per il comfort delle “alte sfere”, non ci si fanno tanti problemi. Senza contare le tragicomiche vicende di peculato che la cronaca, periodicamente, riporta. Cascano bene, per abbagliare le allodole, certi rispettabilissimi concetti importati dagli Stati Uniti. Insomma: Tu vuo’ fa’ l' americano! […]ma si nato in Italy! Siente a mme, non ce sta' niente a ffa…

lunedì 11 febbraio 2013

E se si avverasse?


Per incontrare i gusti televisivi di tutta la famiglia, almeno a casa mia, occorre beccare qualcosa come Racconti incantati (regia di Adam Shankman, 2008). Il protagonista è l’erede spodestato d’un albergatore. Relegato al ruolo di tuttofare, sogna il riscatto e traveste le proprie aspirazioni nelle fiabe che improvvisa per i nipotini. I due piccoli ossi duri hanno sempre il suggerimento pronto per arricchire la trama. E il “Cenerentolo” si accorge che le idee dei bimbi si realizzano nella sua vita… Nel complesso, un’americanata in stile “film di Natale”, “credete-sempre-nel-lieto-fine” e sviolinate sul tema. Che riescono, però, a incorporare grancasse da kolossal d’azione: salvataggi all’ultimo minuto; corse folli in motociclette che sembrano, più che altro, aerei; improbabili colpi di destrezza… I film americani mi fanno sempre sentire ancor più italiana di prima.
           Però, Racconti incantati merita pure due righe. Perché, sebbene in modo pagliaccesco, ha colto due proprietà inalienabili della parola: quella creativa e quella associativa. La parola non “rappresenta”. Nemmeno “insegna” (a dispetto della sorella del protagonista, che è preside dentro, prima ancor che fuori). È una generatrice di legami, come avveniva attorno al fuoco, in illo tempore. È una terra di nessuno, dove si può costruire a piacere (o quasi… non ci picchiamo di definire, qui, i “confini di Babele”). Contrariamente a ciò che fa il Capitale (dopo K. Marx, se ne può parlar come d’una persona), che deve distruggere, per poter edificare. Come intende fare il Paperone dell’albergo, che ha richiesto l’abbattimento d’una scuola elementare, per far spazio a un nuovo resort a  cinque stelle. Dopo le recenti politiche in materia d’istruzione, sarebbe troppo facile far satira… Perciò, la risparmiamo.
La realizzazione delle fiabe mette in scena anche il processo mentale della metafora, che, in questo periodo, mi sta particolarmente a cuore, per via d'un paper sulle teorie di Paul Grice (differenza tra il "significato letterale" e il "significato inteso"...).
            Ma, in questa sede, ci basta vedere che il “Cenerentolo” trionfa grazie a bacchette magiche spesso sottovalutate: la parola e la fantasia. Che altro non sono, se non rami dell’intelligenza. Il fine è ancor più lieto, in quanto il “successo” del protagonista non consiste nel prendere lo scettro dell’impero a cinque stelle (attraente, ma superficiale). Consiste nel salvare i suoi rapporti umani, l’istruzione dei nipotini e il suo vero sogno nel cassetto: fare del proprio lavoro qualcosa che lo tenga a contatto con la gente, che fornisca un benessere cordiale e pieno di piccole, indovinate attenzioni. Buono è anche il fatto che il Leccapiedi e la Spocchiosa siano rimessi negli unici posti adeguati ai loro meriti…
            Considerando che questo film è stato partorito nel Paese dei Tycoon, potremmo leggerlo come un discreto S.O.S.: “Vanno bene il progresso, lo sviluppo e il resto-dell’-elenco… Ma ci sono anche le persone, cavolo!” Quando l’affanno del business brucia tutto il resto, il gioco non vale più la candela. In questo senso, una cosa “puerile” come la fantasia può diventare intrinsecamente sovversiva. Non foss’altro perché svicola le leggi del denaro. E, di sovversione in sovversione… diventa possibile che una fiaba si avveri.

domenica 10 febbraio 2013

Chi di evidenziatore ferisce...


 
Accendo, per caso, il televisore. Sono, all’incirca, le ore 10:00 di sabato 9 febbraio 2013. Quello che ho davanti è un talk-show, probabilmente Uno Mattina in famiglia (o qualcosa di simile). Un tale legge, da una rivista, una rubrica di “posta del cuore”. Una signora scrive: “Sono alta 1, 82 m. Ho conosciuto un uomo che è una vera bomba sexy, ma ha un problema: è alto solo 1, 63 m…” Segue il racconto dell’imbarazzo provato in pubblico. La telecamera inquadra da vicinissimo il foglio stampato. Leggo le righe evidenziate dal Tale e anche quelle che lui tace. La lettera della signora, in ogni caso, approda su una richiesta di consiglio: “Ho organizzato una festa per il mio compleanno, ma non so se presentare lui alle mie amiche…”

            «E Marta Flavi cosa risponde?» esordisce il Tale. « “Hai ragione: non presentarlo alle tue amiche…”» Uggiolii di scandalo in studio, modulazioni di «Ma comeeeeeee?!» et similia. Però, mentre la telecamera inquadrava il pezzo, ho fatto in tempo a leggere la frase che seguiva, nella risposta: «…Ma solo perché, poi, tutte cercherebbero di rubartelo». Senza contare che lo striminzito lacerto evidenziato era solo un’isoletta in un mare di testo. In altre parole, il succo del consiglio era, praticamente, l’opposto di quanto il Tale volesse far credere, a colpi d’evidenziatore. Combinazione: avevo appena finito di ripassarmi spezzoni d’un film girato da Marco Bellocchio, Sbatti il mostro in prima pagina (1972). Una pellicola sui giochetti di prestigio nel campo dell’informazione. Coincidenza?

domenica 3 febbraio 2013

In viaggio con Erodoto


“Erodoto vive una vita piena, per nulla intralciato dalla mancanza del telefono, dell’aereo o della bicicletta. Tutte cose che arriveranno solo dopo migliaia di anni, e che niente lascia presumere gli siano mancate: se la cava perfettamente anche senza. La sua vita e quella del mondo contengono una forza propria, un’energia inesauribile e autosufficiente che lui avverte e che lo entusiasma. Erodoto doveva essere una persona serena, rilassata e cordiale: è solo a questo tipo di persone che gli estranei svelano i propri segreti. Le nature chiuse, ombrose e introverse, anziché indurre il prossimo a confidarsi, suscitano il timore e la voglia di scappare. Se Erodoto avesse avuto un carattere del genere, non avrebbe ricavato niente dagli altri e noi non avremmo avuto la sua opera.

            Riflettevo spesso su questo fatto, sentendo con stupore, e anche con una certa inquietudine, che, addentrandomi nella lettura di Erodoto, subivo un processo di identificazione intellettuale ed emotiva con il mondo e con gli eventi evocati dal greco. La distruzione di Atene mi coinvolgeva più dell’ultimo colpo di stato in Sudan e l’affondamento della flotta persiana mi appariva più tragico della rivolta militare in Congo. Il mio mondo non era soltanto l’Africa, della quale dovevo occuparmi come corrispondente dell’Agenzia di stampa polacca, ma anche quello scomparso da centinaia di anni, lontano da qui.

            Come stupirsi dunque se, seduto in una afosa notte tropicale sulla veranda del Sea View Hotel di Dār es-Salaam, pensavo ai soldati di Mardonio che in una notte di gelo (in Europa allora era inverno) cercavano di scaldarsi davanti al fuoco le mani intirizzite?”

 

RYSZARD KAPUŚCIŃSKI

 

(In viaggio con Erodoto, Milano, 2005, Feltrinelli, pagg. 212-213)