domenica 27 gennaio 2013

In una grande colonia greca - 200 a. C.

"Che le cose non vadano bene nel Paese
non è chi non lo veda.
E benché in qualche modo noi si tiri avanti
forse è arrivata l'ora -lo pensano non pochi-,
di ricorrere a un Gran Riformatore.
 
Ma l'impedimento, la difficoltà
è che questi Riformatori
trasformano ogni cosa in grande impresa.
(Che fortuna sarebbe
poter fare a meno di loro.) Su ogni questione
fanno interrogatorî e inquisizioni,
e subito propongono modifiche radicali
da attuare -ingiungono- senza alcun indugio.
 
Inoltre, hanno una tendenza ai sacrifici.
"Dovete rinunciare a quella proprietà.
La vostra è un'occupazione precaria:
proprio tali possessi danneggiano il Paese.
Dovete rinunciare a questa entrata
e a quest'altra, collegata alla prima,
e a questa terza: logica conseguenza.
È essenziale, che volete farci?
Ne conseguono responsabilità perniciose".
 
E più vanno avanti con il loro elenco
più trovano sprechi da eliminare.
Ma abolire queste cose è complesso.
 
E quando, a Dio piacendo, il lavoro è concluso,
dopo aver stabilito con minuzia i tagli
e incassato il giusto compenso, se ne vanno.
Vedremo poi quello che resta
dopo l'atroce intervento chirurgico.-
 
Forse non è il momento giusto. Ma vediamo
di stare calmi; la fretta in certi casi è un rischio.
Dei provvedimenti prematuri ci si pente.
Troppe cose non vanno nel Paese.
Ma esiste, poi, cosa umana perfetta?
Comunque sia, ce la sfanghiamo così."
 
 
COSTANTINO KAVAFIS (1863 - 1933)
 
 
 



lunedì 21 gennaio 2013

Considerazioni inattuali: lettera a Francesco Dettori


Egregio Francesco Dettori, procuratore della Repubblica per la Provincia di Bergamo,
in questi giorni, avrà ricevuto fin troppi pareri sul suo... ehm, “illuminato” consiglio al mondo femminile: “Sarebbe bene che di sera le donne non uscissero sole”.
            Innanzitutto, lodo l’originalità della soluzione proposta. Pensi, non ci saremmo mai arrivate… D’altronde, è solo da qualche millennio che il nostro genere deve mendicare la tutela di familiari e partner maschi, perché la sicurezza pubblica fa quel che può (o meno ancora) e ci sono in giro cervelli che sarebbe bestemmia definire umani. Davanti a questo radicato e mondiale problema, cosa ci sentiamo rispondere? Mi scusi, ma detto da un rappresentante dello Stato e delle sue leggi, suona un tantino pilatesco (oltre che ridondante).
            Visto che Lei non è donna, Le lascio solo immaginare cosa significhi doversi guardare le spalle solo perché si sta tornando da una festa, un cineforum, un’iniziativa culturale in un circolo. È la mia situazione e quella di milioni di donne italiane. Anche a Pavia, una studentessa, pochi mesi fa, è stata aggredita nell’ingresso del proprio collegio da uno sconosciuto che la pedinava, verso le ore 05:00. L’ha scampata per il rotto della cuffia, perché il balordo è rinsavito quel tanto che bastava a capire che c’erano telecamere a circuito chiuso e che avrebbe potuto svegliarsi la custode. Aggiungo: la ragazza non circolava da sola. Semplicemente, ha ritenuto che non fosse necessario obbligare pedantescamente i propri amici a scortarla per qualche metro. Ma, quando si dice la sfortuna…
            Dato che anche le donne sono cittadine che pagano per mantenere le forze dell’ordine (nonché le Sue apprezzatissime auto blu), avrebbero quantomeno il diritto di ricevere il servizio corrispondente. E, soprattutto, di non sentirsi rispondere qualcosa di molto simile ad: “Arrangiatevi!”
            Non parliamo, poi, dei pregiudizi dementi che circolano sugli stupri e che sembrano tentare anche i coltissimi avvocati. Non dico di simpatizzare a prescindere con l’accusa, in un processo per violenza sessuale. Il reo potrebbe benissimo essere vittima d’una falsa testimonianza o d’uno scambio di persona. Però, per favore, lasciamo da parte minigonne e ancheggiamenti. Cosa penserebbe, Lei che sa di giurisprudenza, di qualcuno che dipingesse una bella vetrina di gioielli come un’istigazione alla rapina? Giudicherebbe la tentazione come un’attenuante? Senza voler essere aristotelici duri e puri, bisogna pur ricordarsi che l’uomo è responsabile delle proprie scelte etiche, finché non interviene una costrizione oggettiva. Non valgono scuse come: “L’occasione era troppo ghiotta!” Non è accettabile per i bambini, figuriamoci per gli adulti… Però, quando si tratta dell’aggressione a una donna, questo concetto fatica a farsi strada nella communis opinio. Non parliamo, poi, d’un’altra perla: quella che vorrebbe gli uomini come incapaci di ragionare, davanti a stimoli sessuali troppo forti. Concedo che l’eccitazione maschile sia improvvisa, “a frustata”. Ma da qui a dire che i maschi non sanno governare il proprio comportamento passa un bel po’ di distanza. Prima di tutto, molti filosofi morali (vedasi Immanuel Kant, per esempio) erano uomini. Come vede, la virilità non è incompatibile con la riflessione etica.
            Ma supponiamo, per assurdo, che questo pregiudizio dica la verità. Ciò significherebbe che la nostra società è piena di “Hulk”, pronti a farsi mostri alla prima scintilla di disattenzione. Bisognerebbe concludere che, per ogni maschio umano, occorrano una o più tutrici che veglino su ognuno dei suoi movimenti; o, addirittura, gabbia e camicia di forza. Dicano i lettori se ciò farebbe giustizia al genere maschile.

Distinti saluti,

Una cittadina italiana

Abiti, monaci e crudeltà di vanità


Questa celeberrima fotografia ha detto, in modo rapido e arguto, ciò che sembra non essere arrivato alle menti umane, nonostante la venerabilità del proverbio: l’abito non fa il monaco. Dire che la lunghezza della gonna definisca la sessualità femminile sarebbe come affermare che qualcuno è un intellettuale perché porta occhiali, che è noioso perché indossa un maglione marrone, che è Toro Seduto perché ha il capo adorno di penne. Che dire? Su questo, le rimostranze femministe hanno pienamente ragione.
       Chiarito cosa l’abito non sia, si può anche spender qualche parola su cosa sia:

  1. una necessità pratica, per difendersi dal clima;
  2. un velo per intercettare gli sguardi indiscreti e non graditi;
  3. un mezzo di comunicazione.
Il punto 3 è quello più delicato e discusso, come dimostra anche il caso dei “pregiudizi al femminile”. Infatti, anche se è un aspetto superficiale e insufficiente a definire un carattere, il vestito fa pur sempre parte della persona (intesa come personaggio sulla scena sociale) e invia un messaggio agli altri. Ciò è evidente in caso di uniformi, divise e costumi. È evidente anche a molti adolescenti (e non solo), che cercano nell’abito un modo per confermare a se stessi la propria immagine. Infine, è un mezzo di seduzione ancor più efficace delle tanto “scabrose” nudità.
            Belli e belle che cinguettate coi sensi altrui, zerbinotti emancipati che fate scialo delle vostre grazie, perché “ormai si può” e “non siamo solo oggetti sessuali”… perché fate finta di non capire? È vero, verissimo, che i centimetri di stoffa non vi fanno né cortigiane, né gigolo. È vero anche che nessuno ha il diritto di mettervi le mani addosso per la vostra avvenenza, per non dire di farvi violenza. Però, siete abbastanza scafati per sapere cosa possa esser percepito come richiamo sessuale, nella società in cui vivete.
Non potete sapere tutto, certo. È praticamente impossibile indovinare cosa possa attirare i desideri altrui, a volte. Parlate con una che, sebbene sia tutt’altro che Jessica Rabbit, si è vista arpionare in due o tre occasioni in cui era coperta fino ai denti.
Però…
Però, un conto è l’imprevisto. Un altro è il dolce gusto di provocare senza dar nulla. Questa è crudeltà di vanità. Dire che l’eros è un fuoco non è una perifrasi inventata da parolai senza nulla da fare. I donzelli e le donzelle su cui vi divertite a provar le vostre attrattive si sentono letteralmente cuocere sulla graticola di S. Lorenzo, ogni volta che sfoggiate minigonne inguinali o pantaloni a vita bassa con vista sul pacco. Non parliamo di concetti come “È alla mia intelligenza che si deve badare, non al mio corpo!” Forse, un essere umano evoluto dovrebbe riuscirci anche davanti a distrazioni possenti. Però, visto che voi siete già arrivati a questo grado di superiorità morale e intellettuale, date una manina a noi comuni mortali, che continuiamo a perder la tramontana davanti a belle gambe e fisici scolpiti. Vi garantisco che, se andate in giro con spacchi, scollature, camice aperte e compagnia bella, sarà molto difficile fare attenzione ai vostri discorsi filosofici. Con affetto,

Una comune mortale

domenica 20 gennaio 2013

L’umano animalizzato e l’animale umanizzato: un confronto tra "Maria Giuseppa" e "Mani" di Landolfi - Conclusioni

"Questi due esempi mi sembrano calzanti nel definire un elemento interessante dell’interazione con gli animali in Landolfi. Ho voluto sostanzialmente presentare due tipi antitetici di metamorfosi “mentali” (cioè avvenute nelle menti dei protagonisti). All’instabilità della metamorfosi di Maria Giuseppa, costantemente in bilico tra l’umano e l’animale, risponde la stabilità della trasformazione del topo in Mani, che prende ordinatamente avvio, agli occhi del protagonista, solo dopo la morte dell’animale.
Se dovessimo rappresentare su un asse cartesiano i processi metamorfici descritti, probabilmente disegneremmo una sinusoide per Maria Giuseppa e una parabola ascendente per il topo di Mani: la sinusoide ben raffigura l’instabilità della natura di Maria Giuseppa nella mente del protagonista (ora donna, ora animale); la parabola ascendente è parimenti efficace nel riprodurre il graduale processo dell’evoluzione metamorfica del topo..." (continua)
 

Lorenzo Dell'Oso, Filologia del mondo nuovo su Edoardo Varini Publishing
 

martedì 15 gennaio 2013

L'eccezione e la regola


La sera del 12 gennaio 2013, al Politeama di Manerbio, è stato replicato il musical Forza venite gente. Terzo titolo inscenato dai ragazzi dell’oratorio "S. Filippo Neri". E, per una volta, ero in platea, anziché con loro. I ricordi erano freschissimi, anche se la compagnia Suzao – Vivere insieme, stavolta, ha collaborato con l'Action Crew for Jesus. Molti volti erano nuovi, ma avevan resistito le “vecchie glorie”.
            Quando ero nel cast, pensavo alle battute, all’emozione e al calore del lavorare tutti insieme. Essere spettatrice mi ha fatto godere il frutto di tutto questo. Sarà stata una mia impressione, ma le coreografie dovevano aver acquistato maggiore complessità.
            A parte ciò, mescolarmi alla platea mi ha fatto un altro effetto. Quello di restituirmi l’occhio dell’ “uomo comune”. La vita romanzata di S. Francesco scorreva davanti a bisbigli, risate apprezzanti e furtive lacrime. Con la sensazione sempre meno incerta che… sì, si fosse là ad applaudire il poverello d’Assisi, ma che si somigliasse molto più a suo padre. “Qui, non si fa credito a nessuno”; “Non so che gusto ci sia a essere poveri”; “Bisogna farsi furbi”; “Fatti una famiglia, lavora, sistemati: questo si deve dire ai figli!”; “Chiedere? Troppo comodo, sorella!” E via di questo passo. Poi, le tematiche si allargarono: la violenza personale, la guerra, l’alimentazione, gli slanci volontaristici… Sempre più, pareva di vedere Sigmund Freud far capolino, con le sue parole famose: “ ‘Amerai il prossimo tuo come te stesso’. […] Proponiamoci di adottare verso di essa [pretesa] un atteggiamento ingenuo, come se ne sentissimo parlare per la prima volta. Impossibile in tal caso reprimere un senso di sorpresa e disappunto. […] Il mio amore è una cosa preziosa, che non ho diritto di gettar via sconsideratamente. […] l’uomo non è una creatura mansueta […] occorre attribuire al suo corredo pulsionale anche una buona dose di aggressività. […] La civiltà deve far di tutto per porre limiti alle pulsioni aggressive dell’uomo […] di qui, anche il comandamento ideale di amare il prossimo come se stessi”. (1) Mai lessi più bell’elogio a religione, morale e idealismo di questo.
Qui sta il punto. La “regola” seguita dal “mondo” finisce per distruggere: ecco che reagisce l’ “eccezione”. La società mercantile del XIII secolo valorizza il profitto, l’intraprendenza dell’individuo, l’homo homini lupus: ecco che Francesco butta tutto all’aria, coi suoi pauperismo, fratellanza e pacifismo alla radical Gospel. Buona idea, quella di far narrare la storia al Lebbroso: simbolo di tutti i “non integrati” che non hanno alcunché di chic. L’emarginazione vera è dolore, disgusto da parte degli altri e amarezza per se stessi. Abbracciando il Lebbroso, Francesco commise un atto dirompente, che nessuno applaudì (e non senza motivo). Troppo facile santificare, col senno di poi. Le sfide, semmai, andrebbero abbracciate nel momento in cui scottano. Quando sono ancora uno schiaffo alla logica costituita.
Ordinariamente, la gente si assesta su posizioni poco francescane. Ci sono quelli che si barcamenano benone, fra Dio e Mammona: riveriscono S. Francesco e imitano suo padre. Ci sono quelli che fanno della “povertà” una griffa. Anche i poveri veri non sono certo come la candida “Cenciosa”. Diversi lo sono di mestiere. O induriti e affilati dal bisogno. O si nascondono nei panni puliti d’uno studente, d’un padre o d’una madre di famiglia.
Lasciamo stare, poi, cosa si dovrebbe dir di chi dipinge Cristo, Chiara, la Madonna e Francesco come babbei da sacrestia: zuccherini con cui calmare i bollenti spiriti, piuttosto che modelli. Non parlo, ovviamente, della Suzao, né dell’Action Crew for Jesus, ma di tutta un’agiografia di maniera che ha tolto queste figure dal proprio contesto storico-sociale e le ha rese manichini. Perché è questo che succede, quando si vuol trasformare l’ “eccezione” in una “regola”.


(1)    Sigmund Freud, “Il disagio della civiltà” (1929), cap. 5, in: Il disagio della civiltà e altri saggi, (“Gli Astri”), Torino, 2010, Bollati Boringhieri (trad. dal tedesco di Ermanno Sagittario), pagg. 244-247.

Petrarca fantastico




Sarà la sessione d’esame, sarà il mio cervello disposto sempre a saltare di palo in frasca, ma mi è accaduto, recentemente, un episodio di serendipità letteraria. Di quelli che mostrano come, in campo umanistico, “vicino” e “lontano” abbiano un significato molto relativo.
    Ho letto, finalmente, La Morte Amoureuse (“La morta innamorata”) di Théophile Gautier (1836). L’edizione è quella offerta dalla Société Théophile Gautier. È citato da Remo Ceserani, nel suo saggio Il fantastico, (“Lessico dell’estetica”), Bologna, 1996, Il Mulino. Il racconto sarebbe un esempio di ciò che Sigmund Freud chiamava Das Unheimliche, “il perturbante” (1919): un senso di disorientamento e angoscia, il dubbio sulla natura di ciò che s’incontra. Nel racconto di Gautier, il prete Romualdo non sa se l’amatissima e tentatrice Clarimonda sia donna o demone, vivente o spettro, realtà o sogno. Ma non è questo che mi ha colpito maggiormente. Né il fatto che la “morta innamorata” sia un tassello pregevole della letteratura sui vampiri (croce e delizia, ma soprattutto delizia, della mia psiche distorta). La sorpresa è stata rivedere, in Romualdo, il caro, vecchio, Francesco Petrarca (1304-1374).
Non credo che Gautier l’abbia fatto apposta. Stando a Ceserani, l’influsso gli venne, piuttosto, da E.T.A. Hoffmann (Gli elisir del diavolo, 1815-16). Però, guarda caso, anche Romualdo è italiano. E, come Petrarca, è cresciuto nel fervore religioso e negli studi. Tutto lo indirizza a una vita d’ascesi e preghiera. Ma uno sguardo lo pone davanti a un bivio. Proprio in chiesa, durante la cerimonia dell’ordinazione sacerdotale, gli appare Clarimonda.

Profecto et illius occursus et exhorbitatio mea unum in tempus inciderunt.

(F. Petrarca, Secretum, III) 

Ancor più di Petrarca, Gautier insiste sulla magia di quella vista, sulla tragica ironia che ha situato la crisi proprio nel luogo e nell’occasione più insospettabili. Il romanziere si dilunga sull’incanto della “rivelazione angelica”; subdolamente, avvicina l’esperienza di Romualdo al battesimo di S. Paolo: Ce fut comme si des écailles me tombaient des prunelles. L’atmosfera di stupefazione ricorda certe… chiare, fresche e dolci acque.

Così, carco d’oblio,
il divin portamento,
e ‘l volto, e le parole, e ‘l dolce riso
m’aveano, et sì diviso
da l’imagine vera,
ch’i’ dicea sospirando:
‹‹Qui come venn’io, o quando?››

(F. Petrarca, Canzoniere, CXXVI) 

Tuttavia, nel Canzoniere, la musicalità è tanto studiata, il lessico tanto rarefatto da annullar quasi il tormento dei sentimenti. Tormento che, invece, il francese modula e snoda in boccoli di dettagli tra l’analitico e il morboso. Dà carne e sangue alla vicenda amorosa, forse alla personalità del poeta stesso.
            Clarimonda ricorda a puntino la bellezza bionda e aristocratica di Laura. Ma con più plasticità. In un certo senso, ci rivela il volto della donna petrarchesca.
 
            Elle était assez grande, avec une taille et un port de déesse; ses cheveux, d’un blond doux, se séparaient sur le haut de sa tête et coulaient sur ses tempes comme deux fleuves d’or […] son front, d’une blancheur bleuâtre et transparente, s’étendait large et serein sur les arcs de deux cils presque bruns, singularité qui ajoutait encore à l’effet de prunelles vert de mer d’une vivacité et d’un éclat insoutenables.

            Come Francesco, Romualdo rivede la donna intorno a sé, come una presenza infestante e desiderata assieme: ombre, orme, scintillar d’occhi, sempre illusori.

I’ l’ò più volte (or chi fia che mi ‘l creda?)
ne l’acqua chiara et sopra l’erba verde
veduto viva, et nel tronchon d’un faggio,
e ‘n bianca nube…

(Ibid., CXXIX)

Uno smarrimento, un dubbio tra realtà e allucinazione che è “perturbante” ante litteram.
            La morte di lei non la allontana. Anzi, paradossalmente, apre la via al ricongiungimento degli amanti.

Alma felice, che sovente torni
a consolar le mie notti dolenti
con gli occhi tuoi, che Morte non à spenti…

(Ibid., CCLXXXII) 

Però, quella sublimazione che pacifica Petrarca e santifica il ricordo di Laura è inaccessibile a Romualdo. Clarimonda torna con tutto il peso della carnalità, addirittura avvolta nel sudario. Non solo morte bella parea nel suo bel viso (F. Petrarca, Triumphus Mortis, v. 172), ma la descrizione della sua salma è piena di sottile necrofilia: Elle était aussi charmante, et la mort chez elle semblait une coquetterie de plus… La sua dipartita è

…quel che morir chiaman gli sciocchi (ibid., v. 171).

Non perché, come Laura, abbia un posto fra i beati, ma perché il bacio (poi il sangue) dell’amante la rianima.
Comincia così, per il giovane prete, quello sdoppiamento di sé che il poeta aveva invece sperimentato durante la vita dell’amata.

À dater de cette nuit, ma nature s’est en quelque sorte dédoublée, et il y eut en moi deux hommes dont l’un ne connaissait pas l’autre. Tantôt je me croyais un prêtre qui rêvait chaque soir qu’il était gentilhomme, tantôt un gentilhomme qui rêvait qu’il était prêtre.

Gautier inscena e porta nel regno del fantastico quel dramma che Petrarca rivela a Dionigi da Borgo San Sepolcro: il suo essere un “doppio uomo”, aspirante al monachesimo da una parte, vocato a passione e mondanità dall’altra. Come lui ha il S. Agostino ideale del Secretum, Romualdo ha l’abate Serapione. Entrambi inquisitori e chiaroveggenti, incarnazioni d’una coscienza implacabile. Ma il secondo è ancora più inquietante. I suoi occhi sono di leone; mentre riesuma Clarimonda, è tanto duro e selvaggio da parer diabolico. Al contrario del poeta, Gautier non ha empatia verso “le ragioni dello spirito”, in cui vede solo l’oppressione d’un’autorità arcigna. Per colpa di Serapione, il giovane trova che

…le crespe chiome d’or puro lucente,
e ‘l lampeggiar de l’angelico riso,
che solean fare in terra un paradiso,
poca polvere son, che nulla sente.

(F. Petrarca, Canzoniere, CCXCII)

Una libertà e una ricomposizione amarissime. Tutto l’amore di Dio è a malapena sufficiente a compensare la perdita. Se Petrarca ha una Vergine bella su cui trasferire il proprio canto, Romualdo deve far morire metà di se stesso. Ciò che piace al mondo non è un sogno così breve, dopotutto. Anzi, forse non è affatto sogno.
            La somiglianza tra la vicenda “fantastica” e quella biografica mostra come questa modalità dell’immaginario non sia puro divertissement. È uno strumento per indagare gli aspetti più sfuggenti e incodificabili della psiche. Delinea anche cosa fosse il senso del peccato e quale peso avesse l’istituzione (religiosa, ma non solo) sulle scelte di vita. Sarà un caso se La Morte Amoureuse si trova in una collana di scienze sociali?


Le opere di Francesco Petrarca sono citate nelle seguenti edizioni:

·        Francesco Petrarca, Canzoniere, (“Oscar classici”), a cura di Alberto Chiari, Milano, 1985, Arnoldo Mondadori Editore;

·        Francesco Petrarca, Secretum, a cura di Ugo Dotti, Milano, 2000, BUR;

·        Francesco Petrarca, Triumphi, a cura di M. Ariani, Milano, 1988, Mursia.

lunedì 14 gennaio 2013

L'animale umanizzato: il topo di "Mani". Il "topo animale" e il "topo uomo"

QUARTA PUNTATA

"Se in Maria Giuseppa l’identificazione uomo-animale agli occhi del protagonista è instabile e momentanea, diverso è il discorso per il racconto “ossessivo-emotivo” Mani, dove la metamorfosi del topo subentra nella mente del protagonista solo dopo la morte dell’animale stesso e, si potrebbe aggiungere, per mezzo di un processo graduale. Solo dopo la morte del topo, infatti, «scattano l’identificazione con l’animale abietto (…) e il senso di colpa, cosicché alla fine si approda alla "pietà" nei confronti della specie offesa, che diventa oggetto del più accorato vezzeggiamento». La morte del topo fa da spartiacque all’intera vicenda; anche qui poi, come in Maria Giuseppa, la sua metamorfosi avviene solo nella mente del protagonista: da semplice animale il topo diviene – in Federico – interlocutore impossibile e fonte di nevrotici sensi di colpa..." (continua)
 

Lorenzo Dell'Oso, Filologia del mondo nuovo su Edoardo Varini Publishing
 

L'educazione di un re


Io sono italiana. Ciò significa che il mio ultimo ricordo (storico) della monarchia non è molto lusinghiero. Si è defilata nell’epoca del maggior bisogno, per farla breve. Sono nata e cresciuta in una repubblica democratica parlamentare, dunque. Con la sensazione sempre meno incerta che avesse ragione Giorgio Gaber: “…questa democrazia / che, a farle i complimenti, ci vuole fantasia…” Anche se ciò non implica la nostalgia della corona. Del resto, il rampollo dei Savoia sembra più interessato allo spettacolo che al trono.
            È stato, perciò, da straniata che mi sono accostata a Il Re Leone. Rai 1 l’ha riproposto, il 2 gennaio 2013, e ho praticamente trascinato la famiglia davanti al televisore. Fotogrammi mozzafiato, a partir dall’alba nella savana che apre la pellicola. Chi è stato nell’Africa subsahariana ne ha decantato il cielo. Non so se Disney gli abbia reso piena giustizia; ma, forse, ci è arrivato vicino.
            Mufasa è sicuramente il genitore che vorrei diventare (e che dovrò contentarmi di ammirare, probabilmente). Mai tirannico, mai sdolcinato, ha un carisma straordinario. Nell’educare l’erede Simba, è pacatamente consapevole dell’obiettivo: prepararlo al compito di re. Lo fa senza sbavature. Lo protegge dai pericoli più grandi di lui, ma asseconda e incentiva la sua voglia di crescere. Regala anche pillole di filosofia sulla regalità: il vero re è colui che cerca di conoscere l’ordine naturale e lo rispetta. Parrebbe di sentire gli elementi dello stoicismo: corrente che, peraltro, ha un certo legame con l’educazione regale (vedasi il duo Seneca-Nerone). Mufasa si dimostra anche ottimo insegnante. Fa comprendere al cucciolo concetti complessi come “ciclo della vita”, indicandogli semplicemente ciò che ha intorno: il sole che sorge e tramonta; i predatori che, da morti, diventano l’erba di cui si nutrono le ex-prede. L’educazione propone anche una cosmologia: “Le stelle sono i grandi re che ci guardano da lassù”. Un modo mitopoietico per illustrare ciò che affermavano i francesi: muoiono i singoli sovrani, ma la monarchia, in quanto istituzione, continua. Le roi est mort, vive le roi!
            Un altro discorso merita Scar, lo zio usurpatore. N. Machiavelli, al Principe, raccomandava d’esser “volpe” e “leone” (cap. XVIII). Quanto al “leone”, nessun problema. In merito alla “volpe”, Scar sa esserlo, nell’accezione più cinica ed egoista. È un giocoliere di coscienze; come un agopuntore, avverte i nervi sensibili e li stimola al proprio scopo. Naturalmente, da machiavellico che è, non si fa mancare un esercito proprio. Alla maniera di Catilina, fa leva sulla moltitudine degli insoddisfatti: ben rappresentati dalle iene, che “penzolano in fondo alla catena alimentare”. Non solo: la base di consenso è priva d’intelletto e cultura. Ragiona con lo stomaco, sul quale Scar fa ampiamente leva. Questa massa è (parafrasando Manzoni) un corpaccio, pronto ad animarsi nell’incontro con una mente.
Dopo aver assassinato Mufasa e cacciato Simba, Scar completa l’opera con la debita vernice di retorica. “Uno principe […] paia, ad udirlo e vederlo, tutto pietà, tutto fede, tutto integrità, tutto umanità, tutto religione…” (N. Machiavelli, ibid.). Parla di “una nuova era, in cui leoni e iene collaboreranno”. Da leggersi come: abbandono della regione ai sostenitori dell’usurpatore. I quali fanno man bassa del commestibile, fino alla carestia. Risultato d’un governo basato solo sull’arbitrio.
            Simba cresce in esilio. In questo, si ripropone un archetipo millenario: la storia di Mosè, Teseo, Romolo e Remo, Giasone, Sargon di Akkad… C’è qualcosa anche del biblico Davide, nell’iniziale unzione da parte del “profeta” Rafiki. Il futuro re trascorre un periodo di margine, fuori dalla società, ma per prepararsi ai compiti di adulto. Il suo essere outcast gli permetterà di presentarsi come (r)innovatore, immune dalla Storia già trascorsa. La foresta, diversa dall’aperta savana, esprime questo “rinselvarsi” nell’oblio: l’Hakuna matata di Timon e Pumbaa.  La ricomparsa, come quella di Odisseo o Giasone, avrà i caratteri di un ritorno dall’aldilà.
Per diventare re, Simba deve prima recuperare la memoria storica e il bagaglio culturale del suo popolo. Questi tornano nella persona di Rafiki: il primo a venire emarginato, sotto Scar. L’usurpatore, pur sfruttando il proprio legame con la famiglia reale, ha bisogno di azzerare il passato. Un popolo senza passato non può né identificarsi, né mettere in discussione.
            Il ritorno al trono di Simba è salutato da una pioggia provvidenziale. Ricorda quella finale dei Promessi sposi, che depura Milano dalla peste. Così come l’inizio, la conclusione si svolge sulla Rupe dei Re. Per rendersi concreto, il potere politico ha bisogno di luoghi simbolici. E di riti. La presentazione del figlio di Simba chiude la vicenda nel segno del cerchio, cui la successione dinastica somiglia idealmente. Questa circolarità è inusuale nella concezione europea della Storia, scandita, piuttosto, per segmenti.
            L’insistenza è sulla genealogia maschile. Nulla di che stupirsi, trattandosi d’una genealogia regale. Disney non si discosta, in questo, da usanze millenarie e transculturali.
            Il Re Leone, in modo accessibile a grandi e piccini, compendia una teoria della regalità. Mi fa venir voglia di chiudere pensando al qui citatissimo N. Machiavelli: serio e faceto sono sempre misti. Un film d’animazione può giocar tranquillamente tra affabulazione e filosofia. In questo, imita la natura, che è varia. Anche così si “rispetta l’ordine universale”.

Il microfono e la ciabatta

I venti di Sanremo sono –si sa- familiari a questo blog. Sono una fonte irrinunciabile di umorismo. In questi giorni, per esempio, aleggia nella mia mente uno di quei "proustiani fantasmi" di cui si diceva poc’anzi.
            Quando Anna Tatangelo propose Bastardo, F. alzò un sopracciglio. ‹‹Non mi dice niente››. Sospiro di sollievo per il suo longevo matrimonio: perlomeno, F. non riconosceva il proprio marito nella canzone. A dir la verità, si potrebbero riconoscere tutti e nessuno, nel testo. Perché il “bastardo” non ha fisionomia alcuna. Nemmeno si capisce cos’abbia fatto per meritarsi quel profluvio d’invettive. Lo sventurato non risponde; la sua donna l’ha zittito dal principio (“Non recuperare, ti prego…”). Dopodiché, è partito il fuoco di fila: “Voglio dirti quello che penso,/farti morire nello stesso momento…” E così via, lungo la stessa linea di cuccagna. Se non fosse per la splendida (ammettiamolo) voce della Tatangelo, si potrebbe avvertir l’eco dei piatti fracassati nella lite domestica. Una canzone che sostituisce la proverbiale ciabatta (o mattarello, battipanni… a seconda dei gusti). Spero bene, per il genere maschile, che questa non si confermi come scuola di confronto e dialogo per le donzelle italiane. Ma mi preoccupo troppo, probabilmente. Passano i giorni, si gabbano i santi e un Sanremo subentra all’altro. Anche la ciabatta più agguerrita torna al piede. Del resto, la tensione drammatica rotola a terra, quando ci si accorge che il testo plana su una citazione di Luciana Littizzetto. Ride bene chi ride ultimo, in tutti i sensi. Mi riassetto il derrière e passo a un’altra donna focosa, Gaspara Stampa (1523-1554):

Rimandatemi il cor, empio tiranno,
ch’a sì gran torto avete ed istraziate,
e di lui e di me quel proprio fate,
che le tigri e i leon di cerva fanno…

Non ha detto proprio “Ti amo, b…” Ma ci è mancato poco.

domenica 13 gennaio 2013

La poesia scende in piazza


“Poeti, uscite dai vostri studi…” (L. Ferlinghetti) 

Il PaviArt Poetry Festival è giunto alla VI edizione. L’evento è stato organizzato dall’O.M.P. (Officina Multimediale Pavese) e dalle Edizioni FarePoesia. Hanno collaborato l’Osteria Letteraria Sottovento e il Gruppo Armonie Popolari. Il patrocinio è giunto dalla Provincia di Pavia, ma anche dal Comune omonimo, in partenariato con quelli di Travacò Siccomario e Zeccone. Il festival fa parte del progetto P.A.V.I.A. (Partecipare, Abitare, Valorizzare, Ideare, Ascoltare la città), realizzato nell’ambito dei Servizi agli studenti nei Comuni sedi di Università. Ha visto il sostegno del Dipartimento della Gioventù – Presidenza del Consiglio dei Ministri e dell’ANCI (Associazione Nazionale Comuni Italiani).

Si è svolto dal 23 al 25 novembre. Si è aperto con uno sguardo sulle realtà sociali e cittadine: la presentazione del percorso didattico “Per una società libera dalla mafia”, degli allievi dell’Istituto Statale Adelaide Cairoli. La mattina del 25 novembre è stata dedicata al “Fare Rete”, col convegno tra le associazioni locali.
Gli incontri di poesia vera e propria sono stati inaugurati dalla memoria di Charles Bukowski. Ne ha parlato Simona Viciani, sua traduttrice in Italia. È emersa la persona dimessa e ironica dell’autore, in viaggio su un’auto “vissuta” come lui. L’introduttore di questo e degli altri reading, era, naturalmente, Dario Bertini: studente fuori sede e giovane poeta, convinto sostenitore del Manifesto di Lawrence Ferlinghetti: “Poeti, uscite dai vostri studi,/aprite le vostre finestre, aprite le vostre porte,/siete stati ritirati troppo a lungo/nei vostri mondi chiusi.” L’appello è giunto anche a Milano, rappresentata da figure come il “bardo” Vincenzo Costantino “Cinaski”. Il suo pseudonimo ricalca, non a caso, l’alter ego di Bukowski. Anche lui –figura barbata, da “gigante buono”- ritrae una realtà urbana disadorna, ma distillata dai versi d’uno “sfaccendato”. Poi, è arrivata la chitarra di Folco Orselli, coi suoi bar dove s’incontra una “stirpe di Caino” assai poco assassina e molto franca. Una poesia aderente agli oggetti, alle sensazioni concrete sembra essere la via per rilanciare quest’arte. Naturalmente, senza che l’aderenza alla realtà rinunci allo spirito critico. Di questo hanno discorso Guido Oldani, Tomaso Kemeny, Giovanni Giovannetti, Fabio Franzin, Vincenzo Pezzella, Alfredo Panetta, Fabrizio Bianchi, Ottavio Rossani e Lelio Scanavini. In questo pool, i poeti erano affiancati a giornalisti e documentaristi. È seguita la presentazione di riviste come Kamen e Poliscritture, nonché di case editrici quali FaraEditore e Puntoacapo. La microeditoria è il canale principale per la diffusione dei versi, a fianco del web. La resistenza del cartaceo al digitale è stata testimoniata anche dalla mostra di Mail Art che ha fatto da sfondo al festival. “Arte postale”, inviata da ogni angolo del mondo, al di fuori dei circuiti commerciali. Il formato delle opere andava dalla cartolina al murale. Arte e movimento sono le parole d’ordine di Fluxus: un movimento nato nei primissimi anni ’60, a opera di George Maciunas. La raccolta di materiali per la mostra è stata organizzata da due suoi esponenti, Giancarlo Da Lio e Tiziana Baracchi. Essi hanno fatto conoscere un’arte “disobbediente”, che “fa rumore”. Il “rumore” è arrivato anche per opera della Brigata Topolino, che ha riso e pianto sulla crisi con performance incisive. Giuliano Zosi ha denunciato quel “bungabunghismo” che si prende gioco dell’Italia . I Miatralvia hanno tratto dai “rifiuti” (scatole, fili di nylon…) la musica di Kraftwerk, ACDC e Pink Floyd. Poeti locali, dialettali e non, accompagnati da voci d’altre regioni e altri Paesi, si sono presentati con quiete letture o sfidati nella Slam Poetry (“poesia cronometrata”). Da Milano, “Il Carro dei Testi” ha proposto la messa in scena degli Esercizi di stile (R. Queneau), incarnati da volti liceali o universitari. Ennio Abate ha resuscitato la figura di Franco Fortini, “rimossa” dal panorama contemporaneo. Bertini ha ospitato e introdotto i poeti che si vanno affermando attualmente: Dome Bulfaro, Flavio Santi, Andrea De Alberti, Jean Robaey, Tiziana Cera Rosco. Ettore Castagna e Giampiero Nitti hanno portato la musica pastorale di Calabria e Lucania. Li ha seguiti la pavese “Corte dei Miracoli”, coi suoi canti di guerra e Resistenza. Degna conclusione a tre giorni di combattivo sberleffo, contro chi pensa che i versi siano “noiosi” e “avulsi dalla realtà”.

Inchiostro, dicembre 2012.

Sarà quel che sarà

L’ultima notte dell’anno è un buon momento per far ciò che non si ha mai fatto. Così, la sera di S. Silvestro 2012, mi sono guardata tutto Gli Aristogatti. La mia cinefilia, piuttosto recente, mi sta facendo riscoprire i classici Disney. Non ho potuto godermeli adeguatamente, durante l’infanzia. Non avendo il videoregistratore, li vedevo a scuola o a casa d’amici. I quali, conoscendo già a memoria quelle pellicole, esaurivano ben presto la propria (e la mia) attenzione. Non che lo avvertissi come un gran danno… Preferivo i libri per l’infanzia che riportavano quei fotogrammi e quelle storie. Il regalo natalizio, di rito, era  la versione cartacea dell’annuale film Disney. Una sciocchezza, col senno di poi. Anche se mi mise in pari con la cultura infantile d’uopo.
       Non mi dilungo su una trama nota, dunque. Un’innominata “Madame” parigina, ex-diva d’opera lirica, destina la cospicua eredità alla gatta e ai suoi tre piccoli. A bocca asciutta rimane Edgar, il maggiordomo d’una vita. Di tutta quella gran villa, lui si “gode” soltanto uno sgabuzzino. Deve lesinarsi il ricambio di pantaloni, ha una motocicletta agonizzante e la sua unica confidente è una giumenta. Non è certo un personaggio simpatico, concediamo. Sa essere falso con estrema disinvoltura; quando si compiace del “rapimento con destrezza” con cui ha posto all’addiaccio i coccolatissimi micetti, fa venir voglia di lanciargli una scarpa. Però, è inevitabile il paragone col domestico e la vergine cuccia di cui parla Giuseppe Parini (1729-1799), ne Il Giorno. Per essersi difeso dal morso della cagnolina favorita, l’uomo vien gettato sul lastrico dalla padrona:

…con gli occhi al suolo
Udì la sua condanna. A lui non valse
Merito quadrilustre: a lui non valse
Zelo d’arcani ufici. Ei nudo andonne […]
E tu vergine cuccia idol placato
Da le vittime umane isti superba.

(Il Meriggio, vv. 684-697)
 

 
Meglio non pensare a questi nonsensi sociali. Meglio concentrarsi sulla venustà degli Aristogatti, che sono, in sé, deliziosissimi. A partire dalla lustra Duchessa, stereotipo del proprio nome. Affronta ogni situazione con un candore che non è solo del pelo. Ha generato la propria miniatura, Minou: perfetta bambina… ehm, gattina viziata. Il fratellino Matisse (ovviamente) dipinge. O ci prova. Da bravo artista, cova il germe della ribellione contro la levigata “casa di bambola”, che vorrebbe intorpidire la sua natura di predatore. E che ci è, in gran parte, riuscita. Sopravvivere è talmente facile, per i quattro felini, da lasciar spazio perfino all’amicizia con la loro preda naturale: un topo.
 
            Bizet, dei tre piccoli, è quello che risente maggiormente dell’imprinting dato dal passato della padrona. Studiata è la scelta del brano che pone sul giradischi: una celeberrima aria della Carmen, composta dal suo omonimo umano. Almeno in materia di musica, io e “Madame” abbiamo un punto in comune.
            La vita è dorata, per i protagonisti. Troppo. Ecco che, paradossalmente, l’allontanamento da casa diventa provvidenziale. Assaggiano, per la prima volta, il mondo in salsa genuina. Conoscono l’affetto di Romeo: romantico randagio, nonché romano da commedia all’italiana. La jazz band che gli fa visita fa capire perché i gatti più belli / sono i gatti randagi (Gionata - R. Rossi / I Nomadi, 1990). Sono un po’ grezzi, quanto a maniere; ma, se un amico ha bisogno d’aiuto, non si tirano mai indietro. Lo spiega Romeo a Duchessa. Anche se la genuinità dei vagabondi ha già conquistato gli aristofelini. Lasciando stare il fatto che mi ricordasse le serate “jazz & poesia” a Radio Aut. Una commozione particolare che non avrei potuto provare, da bambina. Anche se la vita dei bassifondi non è idealizzata da Disney. Il senso dell’amicizia è legato al bisogno di sopravvivere, appoggiandosi gli uni agli altri. Tra la spazzatura, non è superflua nemmeno la violenza. Il topo Groviera, in questo senso, ha mangiato la foglia da gran tempo. Sa che i felini comuni non sono come i suoi amati, ingenui Aristogatti.
            In conclusione: Edgar, dopo aver subito danni e beffe, compie la propria sorte, divenendo un carico da furgone. La degradazione sociale e ontologica dell’uomo è completata, a tutto beneficio dei gatti. I quali devono la propria posizione solo al fatto d’essere giocattoli d’una privilegiata. Ma, forse, sono troppo dura con lei. I suoi pets sono l’unica famiglia che abbia, in fondo. E Edgar era troppo ipocrita e venale per darle vero affetto.
            La signora accoglie anche il buon Romeo, senza cavillar sul pedigree. Lui potrà così restare accanto alla compagna e ai gattini, che considera figli. Per non far mancare nulla, la villa di “Madame” si apre a tutti i personaggi del film. Anche ai poco aristocratici jazzisti, che cambiano casa, ma non musica.
            Io sono rimasta un po’ perplessa. Non sono sicura che uno “spirito libero” come Romeo, nella vita reale, si adatterebbe tanto facilmente a sofisticherie e convenzioni. Ma si può sempre sperare nel carisma dell’avventuriero, che gode di ciò che trova, stalle o stelle che siano.
            Non riesco a vedere l’ascesa sociale come un lieto fine senza ombre. Di certo, c’è lo spettro del paternalismo… anzi, maternalismo compiaciuto. Ma, se non fosse “solo” un film, direi: “Sarà quel che sarà”.



La storia continua?


La forza legale non proteggeva in alcun conto l’uomo tranquillo, inoffensivo, e che non avesse altri mezzi di far paura altrui. Non già che mancassero leggi e pene contro le violenze private. Le leggi anzi diluviavano […] Con tutto ciò, anzi in gran parte a cagion di ciò, quelle gride, ripubblicate e rinforzate di governo in governo, non servivano ad altro che ad attestare ampollosamente l’impotenza de’ loro autori; o, se producevan qualche effetto immediato, era principalmente d’aggiunger molte vessazioni a quelle che i pacifici e i deboli già soffrivano da’ perturbatori, e d’accrescer le violenze e l’astuzia di questi. L’impunità era organizzata, e aveva radici che le gride non toccavano, o non potevano smovere. Tali eran gli asili, tali i privilegi d’alcune classi, in parte riconosciuti dalla forza legale, in parte tollerati con astioso silenzio, o impugnati con vane proteste, ma sostenuti in fatto e difesi da quelle classi, con attività d’interesse, e con gelosia di puntiglio. Ora, quest’impunità minacciata e insultata, ma non distrutta dalle gride, doveva naturalmente, a ogni minaccia, e a ogni insulto, adoperar nuovi sforzi e nuove invenzioni, per conservarsi. Così accadeva in effetto; e, all’apparire delle gride dirette a comprimere i violenti, questi cercavano nella loro forza reale i nuovi mezzi più opportuni, per continuare a far ciò che le gride venivano a proibire. Potevan ben esse inceppare a ogni passo, e molestare l’uomo bonario, che fosse senza forza propria e senza protezione; perché, col fine d’aver sotto la mano ogni uomo, per prevenire o punire ogni delitto, assoggettavano ogni mossa del privato al volere arbitrario d’esecutori d’ogni genere. Ma chi, prima di commettere il delitto, aveva prese le sue misure per ricoverarsi a tempo in un convento, in un palazzo, dove i birri non avrebber mai osato metter piede; chi, senz’altre precauzioni, portava una livrea che impegnasse a difenderlo la vanità e l’interesse d’una famiglia potente, di tutto un ceto, era libero nelle sue operazioni, e poteva ridersi di tutto quel fracasso delle gride. Di quegli stessi ch’eran deputati a farle eseguire, alcuni appartenevano per nascita alla parte privilegiata, alcuni ne dipendevano per clientela; gli uni e gli altri, per educazione, per interesse, per consuetudine, per imitazione, ne avevano abbracciate le massime, e si sarebbero ben guardati dall’offenderle, per amor d’un pezzo di carta attaccato sulle cantonate. Gli uomini poi incaricati dell’esecuzione immediata, quando fossero stati intraprendenti come eroi, ubbidienti come monaci, e pronti  sacrificarsi come martiri, non avrebber però potuto venirne alla fine, inferiori com’eran di numero a quelli che si trattava di sottomettere, e con una gran probabilità d’essere abbandonati da chi, in astratto e, per così dire, in teoria, imponeva loro di operare. Ma, oltre di ciò, costoro eran generalmente de’ più abbietti e ribaldi soggetti del loro tempo; l’incarico loro era tenuto a vile anche da quelli che potevano averne terrore, e il loro titolo un improperio. Era quindi ben naturale che costoro, in vece d’arrischiare, anzi di gettar la vita in un’impresa disperata, vendessero la loro inazione, o anche la loro connivenza ai potenti, e si riservassero a esercitare la loro esecrata autorità e la forza che pure avevano, in quelle occasioni dove non c’era pericolo; nell’opprimer cioè, e nel vessare gli uomini pacifici e senza difesa. L’uomo che vuole offendere, o che teme, ogni momento, d’essere offeso, cerca naturalmente alleati e compagni, quindi era, in que’ tempi, portata al massimo punto la tendenza degl’individui a tenersi collegati in classi, a formarne delle nuove, e a procurare ognuno la maggior potenza di quella a cui apparteneva. Il clero vegliava a sostenere e ad estendere le sue immunità, la nobiltà i suoi privilegi, il militare le sue esenzioni. I mercanti, gli artigiani erano arrolati in maestranze e in confraternite, i giurisperiti formavano una lega, i medici stessi una corporazione. Ognuna di queste piccole oligarchie aveva una sua forza speciale e propria; in ognuna l’individuo trovava il vantaggio d’impiegar per sè, a proporzione della sua autorità e della sua destrezza, le forze riunite di molti. I più onesti si valevan di questo vantaggio a difesa soltanto; gli astuti e i facinorosi ne approfittavano, per condurre a termine ribalderie, alle quali i loro mezzi personali non sarebber bastati, e per assicurarsene l’impunità… (Alessandro Manzoni, I promessi sposi, cap. I).

1628 – 2013: La storia continua?