giovedì 20 dicembre 2012

Colazione da Cesare


‹‹Ci porta la lista delle cioccolate, per favore?›› chiedo alla cameriera, con un sorriso. ‹‹Tu mi tenti!›› scherza M. Ma Pavia è gelida e nevosa, una tazza di bevanda calda con panna o zabaione può far solo bene. Alla faccia di tutte le circonvoluzioni mentali sulla “dieta” e la “forma”. Rimastico il rancore di Vincenzo Costantino "Cinaski" contro tutte le regole salutiste che sono, soprattutto, regole. Un perfezionismo che non collima mai –ovviamente- con la realtà quotidiana.
            Quando arrivano le cioccolate fumanti, io e M. ci buttiamo a rimestare il ricamo spumoso che le sormonta. Il mio umore è grigio. Non ho fatto altro che parlarle della mia deconcentrazione negli studi, degli esami prossimi ad arrivare, del mio bisogno di svolte che è, per ora, poco più d’un “astratto furore”. Lei fa tanto d’occhi, riducendo i miei malesseri a ciò che, probabilmente, sono davvero: un’inquietudine passeggera. M. non si complica la vita. La sua felicità ideale assomiglia a quel cornetto con cappuccino che è la sua devozione della mattina. La invidierei, se potessi.
            Non so come, il discorso si sposta sugli studi. Lei ha frequentato una facoltà “scientifica”, come si usa dire in quel lessico balordo che deve, per forza, costituire poli avversari nel sapere. Balordo è sicuramente per me, che studio Lettere, ma non disprezzo le “scienze”. Possono essere odiosi gli “scienziati”, ma le “scienze” mai. Una certa reciprocità, in questo, c’è da parte di M. Dopo aver faceziato sulla scarsa avvenenza dei compagni di facoltà (la categoria di nerd non è pura metafisica), lascia fioccare una riflessione. ‹‹Ho calcolato algoritmi per anni; so fare ragionamenti matematici in più. Ma non posso certo dire che i miei studi mi abbiano formato come persona… È il sapere umanistico a dare una direzione alla vita, a conferire una forma mentis. Una volta, mi è capitato di ascoltare Fabio Fazio intervistare Bill Gates: “È più importante la scienza o la filosofia?” L’altro ha risposto che con la filosofia non si cura il cancro. Non ho potuto che dargli ragione, all’epoca. Poi, però, sono cambiata. Perché la “scienza” va diretta, bisogna sapere che uso farne, se non la si vuole trasformare in qualcosa di distruttivo.››
            Taccio circa le mie perplessità su Fazio e i suoi pourparler. Come ho già accennato, trovo praticamente senza senso quel tipo di dualismo che, pure, continua a funzionare nei talk show. La “scienza”, poi, non andrebbe mai declinata al singolare. Ma la semplicità di M. prende tutta la mia concentrazione. Mentre, su Pavia, comincia a piovere, penso alle sue parole così ovvie, ma così straordinarie in bocca a una studentessa della sua facoltà. Di solito, gli intellettualoidi del suo ramo tendono a disprezzare gli “umanisti”. Lei continua a parlare: di Franco Battiato e di come la meditazione, pur non “produttiva” in senso stretto, spinga le persone a cambiare mentalità, influendo sui comportamenti che esportano nella società. Perle d’una mattina al bar.

domenica 16 dicembre 2012

Ticchettii di proustiani fantasmi


Si preannuncia Sanremo e già Fabio Fazio ha dichiarato che "rottamerà" i vecchi Big (un po’ di “renzite” endemica?). Fatto sta che non sentiremo –pare- classiconi come Al Bano o meteore come Marco Carta. La (mia) voglia di stracciarsi le vesti, chissà perché, latita. E la fantasia galleggia sui nomi di chi se la canta e se la suona da un po’, posteggiandosi nelle tribune di YouTube e delle vendite (sempre meno) discografiche:
1)      Gigi D’Alessio: taccio, per non attirarmi la jettatura, né far ghiacciare il sangue di S. Gennaro. Mi limito a dire che, delle produzioni tipicamente campane, continuo a preferire la mozzarella di bufala. E  che la morale del "Non dirgli mai" non mi convince un granché;
2)      Anna Tatangelo: basta ascoltarla per due minuti e s’intende al volo quanto sia azzeccato il suo feeling con Giggi (il sunnominato). Il loro sarà ricordato come il sodalizio più fecondo nella riproduzione di lacrime. Annina ci ha perfino insegnato cosa voglia dire Essere una donna: a noi, povere ignorantone che non c’eravamo ancora arrivate. Il suo Bastardo, poi, si presta ad affrettati autoschediasmi che non ci sentiamo d’avvalorare in questa sede. È romantica come Giggi, ma più brava. In senso spagnolo;
3)      Marco Masini: il Messia degli adolescenti, entrato nella mia vita solo grazie ai karaoke dei campi-scuola. Grandi passioni e turpiloquio strategico; noto per gemme del “politicamente corretto” come Bella stronza, meglio intitolabile La volpe e l’uva. Fa sognare la fuga con una Principessa: quando se la prende col “mondo di m***a”, è impossibile non dargli ragione. Nel complesso, si può riproporre la definizione di A.V.: “Un Catullo dei poverissimi”.
Ecco chi, stando alle evangeliche fanfare di Fazio, non risentiremo certamente al Festival. Ci sarà chi piangerà e chi stapperà lo champagne. Su quest’ultima categoria, però, aleggia l’avvertimento di Marcel Proust: “Detestate la cattiva musica, non disprezzatela”. È come le case e le tombe, che possono essere scadenti, ma hanno valore per quanto d’umano contengono: le vite e le lacrime.
 
 

giovedì 13 dicembre 2012

Lettera a Steph


Gentile Stephenie Meyer,
mi scuso se, d’ora in avanti, ti darò del “tu” e ti chiamerò semplicemente “Steph”. Perché non riesco a vederti con più di diciotto anni e lontano dai banchi di scuola. Mi permetterò anche di parlarti nel mio “idioma gentile”, che hai mostrato d’apprezzare. Anche se la tua “Italia” sarebbe credibile solo nei peggiori drammi elisabettiani e, con tutte le sagre popolari che abbiamo, ti sei presa la briga di inventarne una improbabilissima e kitsch.
            Nelle postfazioni (o per bocca del tuo alter ego Bella Swan: io non riesco a non vederla come tale), insisti sulla tua “follia”. Mi spiace, ma ho la presunzione di doverti deludere. Sarai pure incline allo zombie humour, ma Twilight e tutta la saga connessa non ne dimostrano uno maggiore di quello d’un’adolescente malinconica e sognatrice. Tanto di cappello alle adolescenti, anche se, in questo caso, parliamo di una che è madre di famiglia. La tua “follia” finisce qui.
            Ma non ne hai abbastanza per essere una vera autrice di romanzo gotico. Men che meno per generare vampiri autentici. Tu sei ancora la “Steph” che aspettava il Principe Azzurro, che si rifugiava nei sogni letterari e aspirava con tutta forza a una realtà fiabesca e “superiore”. Bella Swan ti fa immaginare così.
            Invece, il vero scrittore di vampiri non ha un cottage romantico in cui rifugiarsi. I suoi nervi sono scoperti e crudeli. Avverte, con precisione implacabile, la fatica d’ogni singolo respiro, le urla soffocate delle pulsioni sotto la giacca o il giro di perle. È il profeta del "disagio della civiltà". Ha una sensualità innocente e perversa; è perverso perché innocente e innocente perché perverso, dato che la Verità assolve solo gli “sbagliati”. Dietro il suo viso pulito, si macera tutto l’inferno dei viventi. È dannato solo perché Uomo e consapevole d’esserlo nonostante tutto. Il “tempo” è per lui un’espressione senza significato; eppure, ha più ricordi che se avesse mille anni. Come nello Spleen di Baudelaire, la sua noia prende le proporzioni dell’immortalità.
 Se non hai mai sentito come fascinosa –almeno una volta- l’idea di morire svenata, come gli antichi stoici, non puoi generare vampiri. Se non hai mai avvertito quanto sia cannibalico il fondo d’ogni affetto sincero, non riprendere la penna in mano. Riusciresti solo a creare oppio di pessima qualità, utile a bambinizzare ciò che d’infantile non ha nulla. E, diciamo, ciò che tu hai fatto rasenta il sacrilegio. O ciò che ha fatto il mercato editoriale, svendendo sogni di ragazza che avevano pur la propria ragione d’esistere. Forse, mia Steph, anche tu hai subito un sopruso. Ma è stato un sopruso dorato, quindi non piangerò su di te. Mi limito a parlarti come avrebbe fatto Charles Bukowski: non scrivere più di vampiri. Se non ti esplode dentro a dispetto di tutto, non farlo.
Tua Erica

Oggi sono io


Mi presentai quel giorno a voi, con quattro
nuvole annodate in un fazzoletto
ed un filo di caso divinato.
Cosa facessi fra voi mi rispose
il Titivillus appeso alle travi.
Perché, vedete, io sono quella
che si veste di calzini e d’assurdo,
che mai non esce senza aver lasciato
un pensiero sgualcito sul cuscino.
Son quella che ha più diavol che capelli,
che caprioleggia sotto le sottane
delle Politicamente Corrette
e Perbenissime Proposizioni
-ma ci sarà bisogno di levarsi
il cappello ai lor pizzi? Abbiam vent’anni,
diamine, e un’anima non diluita.
Son figlia di Caino e di Giufà,
vado in giro abbaiando alla luna
ballate improvvisate sulla pioggia.
Da voi arrivar non avrei potuto
che scrollandomi il pelo sul tappeto,
spruzzando ovunque il mio amore, il mio
dannato amore per le cause perse,
per i casi dei persi e per le stelle
che non s’incastrano in costellazioni.
Oggi, son io; domani, chissà.
A voi, da spiritello, lascio in dono
ciò che spetta a chi m’offre una scodella:
il dïamante nero del mio cuore.

lunedì 10 dicembre 2012

Sentieri selvaggi


‹‹Voi non sapete cosa significhi giocare a “indiani VS cowboy”… Non conoscete quell’emozione…›› divaga R. Può darsi che sia vero. Anche se a me piaceva giocare coi miei cugini di terzo grado, che facevano giochi “da maschi”, con armi e inseguimenti.
            Siamo in una delle due sale TV del collegio e stiamo commentando The Searchers - Sentieri selvaggi (1956). La complessa trama si può riassumere così: i searchers, i “cercatori”, sono Ethan, soldato dal passato oscuro, e Martin, suo figlio adottivo d’origini pellerossa. Vogliono rintracciare le nipoti del primo, rapite dai Comanche. Naturalmente, dubitano di ritrovarle vive. E, qualora lo fossero, non sarebbero le stesse persone di prima.
            Ripensando al film, mi vengono in mente soprattutto quei paesaggi a perdita d’occhio, con campiture rossicce contro il blu lapislazzuli del cielo. Non a caso –dice R. - la popolarità del genere western determinò l’elaborazione d’un nuovo formato di schermo: quello rettangolare attuale. Ammetto che stento a capire detta popolarità. Il western classico è piuttosto violento e xenofobo. Anche se hanno una vitalità fascinosa quelle cavalcate che ne sono la cifra (le sottolinea bene la parodia Rango). La ragione del suo declino, però, non dev’essere nella piattezza della trama e dell’ideologia sottesa. Tendo a credere a R., che ne incolpa il venir meno di quel senso dell’ignoto e dell’esplorazione senza il quale il Far West non ha senso.
            Sentieri selvaggi ha anche qualcosa in più. Riesce a rendere l’ambiguità dell’eroe, che non è né immacolato, né malvagio. Opera dalla parte dei coloni, odia cronicamente i Comanche, ma è anche colui che li conosce profondamente: quasi uno di loro. Per lui, la sostanziale differenza tra la cultura anglosassone e quella dei nativi americani è questa: ‹‹I Comanche, quando hanno ben cercato una cosa e non ce l’hanno fatta, smettono. Per loro, è impossibile pensare che i “bianchi” siano così folli da andare avanti contro ogni speranza››. Mentalità di chi vuol vincere a tutti i costi, mi verrebbe da commentare perfidamente. O di chi, in realtà, non vuol raggiungere l’apparente oggetto della ricerca, ma altro. Ethan, forse, vuole se stesso. Vuol capire se abbia ancora una famiglia in cui riconoscersi o se ciò che ne rimane (le due nipoti e, infine, solo la più piccola, Debbie) sia stato definitivamente alienato da lui. In un modo o nell’altro, lui è un loner, un solitario. Lo sarà fino alla fine, quasi per legge di gravità –la stessa che ha allontanato la sua donna da lui per gettarla nelle braccia del fratello.
La violenza è endemica, come non potrebbe non essere in un mondo dove nativi e coloni lottano per ogni vitale palmo di terra. Eppure, è resa non solo evitando edulcorazioni, ma anche rimanendo lontani da uno splatter gratuito o dall’esaltazione. I momenti più sanguinosi si consumano fuori scena; sono suggeriti soltanto. Per questo, ancora più terribili. Non mancano i tocchi di umorismo, mai fuori posto in una tragedia (Shakespeare docet). L’eroe non emerge tanto per la propria forza, quanto per la propria lucidità. Mentre gli altri personaggi si lasciano guidare da ira e apprensione, lui calcola ogni mossa e ha sempre, dannatamente, ragione. Riesce perfino a intravedere la verità nelle parole di un “vecchio pazzo”.  
La ricerca di Ethan si svolge fra gesti ampi, che il regista John Ford volle mutuare dal cinema muto, e un’epicità ormai impensabile per i gusti del pubblico. Abituati a un cinema che è –da una parte- borghese intrattenimento e –dall’altra- arte cerebrale e intimistica, facciamo fatica a capir l’immane semplicità di Ethan che risolleva fra le braccia la nipote. Facciamo fatica a capire che quella ragazzina minuta, per lui, pesa come il mondo. L’unico che gli resti.

mercoledì 5 dicembre 2012

Una chicca inattesa


"Matricola che entri sperduta e timida nell'androne dell'Università, guardandoti attorno con affanno come un ladro, trattenendo il respiro se qualcuno ti si avvicina, non aver paura ...
Non tremare, se qualche «matricolatore» ti domanderà il fati
dico foglio. Non guardarlo male e, soprattutto, non guardarlo in faccia. Non curarti se è alto o basso, se ha i baffi o no, se ti è simpatico o antipatico .... egli non è una persona, è un simbolo, è una figura astratta dalle apparenze umane, è una figura eterna che è sempre stata e che sempre sarà.
Egli è il vigile custode di un mito che ha qualche cosa di ascetico, di mistico, di ideale.
L'entrata all'Università è un rito, un rito simile all’investitura degli antichi cavalieri, è l'ingresso in una setta di privilegiati e la matricola è l'incruento battesimo.
E' lo spogliarsi di una misera veste, per rivestirne una migliore, meravigliosa, è la catarsi e, come ogni catarsi, deve avvenire col passaggio attraverso il fuoco di un sacrificio. E' una cerimonia e il matricolatore ne è il ministro.
Rispettalo. Tu ricevi da lui come una benedizione che ti permetterà di appartenere ad una grande famiglia e di entrare nel suo seno a fronte alta: come alla cresima, tu sei confermato un soldato, solo con il crisma della matricola ti sentirai degno di un "qualchecosa" di cui forse subito non ti accorgerai, ma i cui meravigliosi effetti tu comincerai a percepire appena respirerai con lo stesso ritmo di tutti i tuoi compagni, godrai di tutte le loro gioie e soffrirai di tutti i loro dolori.
Ognuno di noi è passato attraverso quella prova che non è una umiliazione, ma una elevazione, una confessione di umiltà di povertà per diventare grandi e ricchi.
Non guardare male il matricolatore e soprattutto non guardarlo in faccia. Non curarti se è alto o basso, se ha i baffi o no, se ti è antipatico o simpatico.
Egli è un apostolo."


Venezia 1947

Dallo statuto redatto dai principi della Goliardia Italiana, quando ne fu data la moderna definizione.

Proposta dal Principe del Supremus Ordo Spadonis sulla bacheca del gruppo Facebook Ordine della Chiave - La Goliardia Pavese

Al Nonnista Ignoto


Caro (?) Nonnista Ignoto,
ti invio la presente per una precisa ragione: mi hai scartavetrato l’anima. E ci sei riuscito senza che neppure ti conoscessi. Senza che ti potessi attribuire un volto. Perché so di te solo grazie a racconti di terzi.
        Lo so: forse, non sono la persona più adatta a insegnare “equilibrio” e “ragionevolezza”. Ho portato in fronte la sigla MQM (Minus Quam Merdam) con l’orgoglio con cui si porta un diadema. Ho infilato la testa (udite, udite!) in una tazza del gabinetto: per conto mio, a casa, solo per il gusto di… ehm, cambiare prospettiva. Ma ciò è da classificare sotto “Personale Coefficiente di Pazzia”.
            Ben altro è ciò che tu fai fare. La terra che fai mangiare, i pavimenti che fai leccare, le 1200 flessioni che assegni. I collegiali universitari della mia età mi hanno raccontato molte cose: sveglie notturne, finti processi, stanze “rifatte” (con dislocazione/risistemazione creativa dei mobili)… Quelle che potrebbero essere considerate divertenti, insomma. Cosa ci sia di divertente nel farcire bignè con lo sperma, invece, lo sai solo tu.
            Premetto che ho un atteggiamento positivissimo sia verso la goliardia, che verso la matricolatio. Prima di tutto, perché sto in un collegio dove lo shampoo si fa sotto la doccia e non nel WC. Dove “fare il Kulo alle matricole” consiste nell’assegnare cartelloni e balletti, o nell’accompagnarle in giro per bevute, dopo una sessione di trucco clownesco. La cosa più “tetra”: essere svegliate a mezzanotte per vedersi tutto Nostalghia e compilare il relativo questionario. Anche così è complicato miscelare il tatto con il rigore, il riso con la serietà. Ora che sono al quinto anno di università, mi rendo conto di quanto sia difficile guidare un’annata di matricole a socializzare positivamente. Guidare, non vessare. Hai idea di cosa significhi? Di quale sia la differenza? Sicuramente, no. Ti dico soltanto che, da noi, il Kulo non richiede d’alzare nemmeno una piuma sui corpi delle matricole. Senza che le “nonne” vadano in crisi d’astinenza per questo.
            Ho sempre difeso goliardia e usanze collegiali contro le filippiche d’altri, intendendo per “goliardia” ciò che facevano i clerici vagantes: parodiare le cerimonie solenni, andare a zonzo, bere e amoreggiare. Lasciando stare le strumentalizzazioni che qualcuno fa della questione per parlar d’altro… Ma sto divagando.
            Ho lasciato passare anche le “falangi” organizzate l’uno contro l’altro dai collegi rivali: perché la regola dello scontro prevede di lanciare/ricevere gavettoni e d’acchiappare gli avversari senza ferirli. Che tu ne approfitti per tirare pugni, rompere denti o denudare gli avversari acchiappati è una licenza che ti sei preso chissà come. Non mi risulta che queste ultime pratiche fossero insegnate da Pietro Abelardo. Ma già… per te, probabilmente, “Pietro Abelardo” è un pornoattore o qualcosa del genere.
            In conclusione: lévati di torno. Non ripetere il sacrilegio di sederti nel consesso dei goliardi. Non solo perché fai del male alla gente (il che sarebbe già un motivo sufficiente), ma anche perché noialtri abbiamo voglia di continuare a questuare in feluca, circolare in turbante di spugna e cantare il Gaudeamus Igitur senza averti fra i piedi. Vogliamo anche continuare a insegnare questo folklore universitario alle matricole, a testa alta e senza doverci prendere il disprezzo riservato a te. Allego alla presente un biglietto di sola andata per Quel Paese. Nel nome di Bacco, Tabacco e Venere,

Erica Gazzoldi (nome di collegio “Gioia Santa”)
25 bolli, decana di Lettere presso il S. Caterina da Siena

Quid est veritas?


 
“In verità, io, a mia insaputa, venivo sottoposto a prove più amare di quelle d’Otello! giacché quel negro sventurato, almeno, nella sua tragedia, aveva un campo segnato, dove combattere: di qua l’amata, e di là il nemico. Mentre che il campo di Arturo Gerace era un dilemma indecifrabile, senza sollievo di speranza, né di vendetta.”

ELSA MORANTE
(L’isola di Arturo, 1957)

martedì 4 dicembre 2012

Il giro della papera, ovvero Appunti su pensieri (poco) prenatalizi


 
È l’inizio di dicembre e, a Pavia, c’è una profusione di luminarie già dal mese scorso (ma l’energia elettrica è gratis, per il vostro Comune?!). Quassù, in collegio, cominciano a formicolare alberelli di Natale. Su uno, sono appesi biglietti con dediche strappalacrime alle compagne, autoauguri per una buona sessione d’esami e, dulcis in fundo, una richiesta firmata dall’Alberello stesso: Caro Babbo Natale, vorrei che non dicessero più che sono brutto. Buon lavoro, Santa Claus.

            Io sono reduce da una peregrinazione sotto il cielo “grigio pavese”: una sfumatura cromatica che, prima o poi, sarà ufficializzata nelle riviste di moda o (più probabilmente) nella meteorologia. Obiettivi: un salto alla biblioteca centrale dell’università e reperimento dell’orario di ricevimento di un’insegnante. Se il primo è stato conseguito con uno schioccar di dita, per il secondo è stata tutta un’altra storia. Ci sono almeno quattro porte a cui andare a bussare, per cercare un’insegnante di lingue straniere (se non si sa in precedenza dove sia il suo studio). Si aggiunga che costei, tecnicamente, sarebbe stata assunta dalla Facoltà di CIM, che pare sia come la tribù di Levi: non avrebbe un territorio proprio. I suoi membri praticherebbero il nomadismo all’interno di Lettere e Scienze Politiche (così narrano le leggende locali). Tutto per dire che sono stata rimandata da una porta all’altra come il segnalino del Gioco dell’Oca. Cosa che, peraltro, s’addice alla mia natura di “Papera” (= “collegiale del S. Caterina da Siena”, per Google Translator). Aggiungiamo che non ho mai perduto la forma mentis della matricola sperduta (ah, le matricole… sono piezz’e core (1)argh). Al quinto (!!!) anno di permanenza a Pavia, sono ancora capacissima di vagare come una pallina da flipper disorientata. Il tutto con un clima non esattamente mite. Ieri, al telefono, la madre di una mia compagna siciliana avrebbe detto che, nei paesi suoi, farebbe “freddo”. La figliola si è giustamente inalberata: se parla di “freddo” chi guarda in faccia la Tunisia, cosa dovrebbe dire chi sta sotto le ascelle delle Alpi (o quasi)? In ogni caso, ho sudato come un mulo, perché i locali universitari in cui ho fatto capolino sono riscaldati a dovere e io indossavo ventordici chili di abiti invernali. Il tutto per ringraziare il principe azzurro che ho beccato nel Centro Linguistico (quello giusto!) e che mi ha informato sugli orari di ricevimento dell’Introvabile. Tornata alla base, mettermi a studiare subito mi è sembrata una cosa poco intelligente. Dunque, ho pensato bene di scriver questo post. Che dire? Buon quasi-(sgrunt!)-Natale!

(1) Espressione napoletana che ho adoperato a orecchio e in modo ignorantissimo, dato che nemmeno l’istruzione accademica è servita a depolentonizzarmi.

domenica 2 dicembre 2012

La vera anarchia


 
“La libertà, mio bravo ragazzo, quella vera, è l’armonia. L’evoluzione senza urto. Non si trova che nel movimento degli astri, ove riposa il comandamento supremo, il comandamento senza difetto e senza fallimento. Sulla terra, non lo troverai, vicino alla propria perfezione, all’Amore, che nelle creature meno complesse dell’uomo. Conosci la vita delle gru? Le gru formano la comunità ideale. Nel loro stormo, ognuna si muove a piacimento, è libera di mangiare o non mangiare, di dormire o non dormire, di stare su una zampa o su due, e non conosce che un comandamento: quello dell’Amore. Quando si assopiscono, nei campi, nel torpore dell’estate, una sentinella veglia e lancia, se serve, l’allarme. E poi, quando l’autunno arriva e il vento del Nord comincia a sfiorare il loro piumaggio, diventano malinconiche. Qualche giorno più tardi, nel bel mezzo dell’attesa generale, un grido brusco e penetrante, seguito da un primo volo, elettrizza lo stormo, scuote la comunità. L’ordine di partenza per i paesi caldi è dato da colui che porta in sé il genio della specie e che si trova sempre alla testa del convoglio formato ad angolo ottuso, con la punta in avanti.
            Ecco tutta la libertà che possiamo augurare agli uomini, la vera anarchia, quella che non avremo mai, perché, si dice, noi siamo superiori alle gru.”

PANAIT ISTRATI

(Da: Il pescatore di spugne, 1930)