martedì 27 novembre 2012

M.Q.M., ovvero La Grande Burla


M.Q.M.: Minus Quam Merdam. È la maccheronica sigla con cui vengono apostrofate le matricole nelle università più antiche. Va da sé che è da intendersi in senso ironico. Quel che è meno ironico è il suo essere anticipazione di ciò che la “vita vera” (accademica e non) ha in serbo per loro. Senza che nessuno abbia il coraggio di dirlo in faccia agli interessati.
Benpensanti di tutto il mondo, è facile stracciarsi le vesti davanti alle pantomime dei goliardi. Un po’ meno è guardare in volto la propria realtà “perbene” e ammettere che è ancora peggiore di esse. L’avversione dell’ingenuo per la goliardia è la rabbia di Calibano che non si vede riflesso in uno specchio. Quella del perbenista è la rabbia di Calibano che si vede riflesso allo specchio.
            Tanto per cominciare, gli esami universitari. Provate a controbattere –educatamente, sottotono finché volete- all’esaminatore che fraintende le vostre risposte. Vedrete con quanta fraternité vi rimetterà in riga.
            Poi, il dottorato. I. fa da mulo a professori baroni che si danno arie da divinità olimpiche, trovando pure da ridire su dettagli di formalità (“Ma le sembra il caso di vestirsi così?” E non è mai stata sciattona, né discinta, N.B.). Soltanto che costoro non la chiamano “M.Q.M.”: la qualificano come “dottoressa” e le danno del “Lei”.
            Spostiamoci sul campo lavorativo. Difficile trovare un datore di lavoro che si sbottoni, dipinga di Nutella i dipendenti o li spinga a cantare cori da stadio. Perché finirebbe, se non in carcere, in manicomio. Ma ciò non significa che distribuisca stipendi gratis et amore Dei, né che sia l’amicone di chi lavora per lui. Soprattutto in tempi di crisi come questi, quando il mercato del lavoro pullula di stagisti e precari, che non possono avanzar troppe pretese, perché facilmente rimpiazzabili. Circa quest'ultimo problema, domandate al professore che si è tolto la vita per questo. O a Giovanna, laureata brillante e poco valorizzata. O ancora a Beppe, che non ha più la pazienza di farsi prendere in giro. Storie che indignano anche per un altro motivo: la gabbia di ossequi e “politicamente corretto” con cui vengono oliate le persone, senza che la loro condizione di subordinati migliori nei fatti. Anzi: occhio a non protestare, per non sentirsi dare del choosy.
            Per venire a me, scoprirmi “M.Q.M.” non è mai stato sconvolgente. Aveva un certo sapore di déja vu. Un po’, perché ricordava le pagliacciate dei campi-scuola. Un po’ perché avevo conosciuto qualifiche anche più grezze. Un altro po’ perché, pur non avendo mai sfiorato una zappa, sono pur sempre discendente di quei contadini bresciani che sanno come il pane non caschi dalle nuvole: bisogna piegar la gobba e lasciar perdere l’orgoglio. Perché il pane (e le occasioni) perdute per uno scatto di suscettibilità bruciano più di tutto il resto. L’ho dovuto ben apprendere, io che non sono affatto remissiva. ‹‹Devi imparare a tenere a freno la lingua››. Quante volte mi sarà stato raccomandato, da genitori – insegnanti – animatori - amici? Tanto che potrei cominciare a prenderlo sul serio. Almeno per amore di quei ceffoni e di quei castighi che mi sono buscata da bambina. Tengo a sottolineare che non sono cresciuta in un ambiente dispotico o formale. Sbrago quasi totale fra le mura domestiche e astucci volanti a scuola, per intenderci. Però, all’università come altrove, vale una regola aurea: se si batte la testa contro il muro, a farsi male è la testa, non il muro. Troppo comodo dar la colpa all’ “eredità del fascismo”, perché chi studia la storia e la geografia umana sa che la “regola aurea” valeva già millenni prima ed è transculturale (una delle poche a esserlo!).
            Pare, però, che l’ultimissima generazione non se ne sia ancora accorta. Quando parlo con persone fresche di liceo, ho l’incancellabile impressione che non sappiano veramente quale sia la differenza tra “mamma-e-papà” e il resto del mondo. Come Sigmund Freud, penso che gli educatori di tutti i livelli siano colpevoli d’una Grande Burla. Insegnano ai propri rampolli che la “civiltà occidentale” si basa su liberté, égalité e fraternité, che possono, tutt’al più, essere un obiettivo. Di certo, non sono una realtà in atto. Ne abbiamo parlato anche ne Il Paese dei Balocchi. Sorvoliamo sul sangue che è stato versato in nome di quelle liberté-égalité-fraternité, dato che ha già raggiunto anche i tavolini dei bar. La Marsigliese, a riprovarlo, è il canto più feroce che io conosca. E viene strombazzato con orgoglio da bravissimi ed evolutissimi cittadini.
            In conclusione: quando vi apprestate ad apostrofare un goliarda che scrive “M.Q.M.” in fronte a qualcuno, tornate a guardare la vostra “perfettissima” civiltà e domandatevi quante volte abbiate accettato (o collaborato) a render qualcuno Minus Quam Merdam. Anzi, se non abbiate accettato d’esserlo voi stessi. Se siete onesti, la vostra voglia di lanciare la prima pietra diminuirà esponenzialmente. Se sarete ancora convinti che valga la pena di toglier la pagliuzza dall’occhio altrui, provvedete prima a levare la trave che sta in tutto il “mondo civile”. Ma temo che sia un gioco troppo duro per voi.

Gaya Pavia - Per vivere e lasciar vivere


In origine, era Coming Aut, nata presso Radio Aut tra 2004 e 2005. Dal 2012, l’associazione si chiama, a pieno diritto, Arcigay Pavia. Il socio fondatore è Giuseppe Polizzi, che ne è anche presidente, oltre che consigliere nazionale e responsabile nazionale dell’iniziativa legislativa sul matrimonio. Gli iscritti sono circa 1500, residenti a Pavia e provincia. Fra loro, Carla Stracci, caso praticamente unico (negli ultimi anni) di drag queen italiana politicamente impegnata: laureata in Giurisprudenza, lavora presso uno studio legale, dove si occupa di tutela antidiscriminatoria.
Fin dall'inizio, Arcigay Pavia ha collaborato con diversi locali, per creare occasioni di socializzazione. <<La visibilità è importante per la comunità lgbt, perché permette quel “coming out” che è liberazione>> spiega Polizzi. Attualmente, Arcigay Pavia organizza una festa alla settimana presso il Caffè Teatro. L’animazione comprende musica e karaoke. Al martedì sera, ha luogo anche la distribuzione gratuita di profilattici. L’associazione ne ha acquistati 20 000, da diffondere presso scuole superiori e università. Nella distribuzione, sono attivi oltre 20 volontari, da aggiungere ai 10 impiegati nei singoli progetti. <<Ci auguriamo che la campagna per il preservativo diventi nazionale>> chiosa Polizzi. Arcigay Pavia ha anche organizzato un “Servizio Salute”, in collaborazione con medici del Policlinico S. Matteo.
L’associazione raccoglie quotidianamente segnalazioni di discriminazioni omofobe. Contrariamente ad altri tipi di “diversità”, l’omosessualità è fattore d’invisibilità. Il primo scoglio è la famiglia.  Arcigay Pavia, perciò, fa opera di mediazione e organizza percorsi di comprensione insieme ai genitori dei ragazzi omosessuali. Eclatante il caso di due studenti del liceo “U. Foscolo”, nel luglio 2011: scritte sui banchi, telefonate anonime e battute sconce, con un’intensità tale da suscitare l’interessamento del Ministero delle Pari Opportunità.
A volte, sono i genitori dei ragazzi gay a telefonare per essere aiutati a comprendere cosa sia l’omosessualità. Altre persone chiedono informazioni sulle attività dell’associazione e apprendono l’ABC dell’attivismo politico.
Nel 2009, presso il Comune, è stato aperto uno sportello antidiscriminazioni, dove operano 20 associazioni: ovviamente, fra loro c’è l’Arcigay locale. Essa collabora con il Coordinamento per i problemi dell’handicap, la UILDM, Cartaspina. La cooperazione ha dato vita alla Festa delle Diversità, oltre che a eventi come “La memoria sono anch’io” o “Salmoni Controcorrente”. Il filo tematico è, come già detto, la “diversità”: tutti i fattori che portano all’emarginazione in famiglia, a scuola, sul lavoro.
Sul piano politico, l’azione è indispensabile, per ottenere il riconoscimento di omofobia e transfobia come aggravanti penali o per introdurre in Italia il matrimonio egualitario. “Egualitario” è il termine sottolineato da Polizzi: << “Matrimonio gay” è un’espressione inesatta>>. Tuttavia, Arcigay non si identifica con alcuna corrente o partito. È una realtà distinta e dialogante. L’obiettivo è abbattere quest’ultimo tabù normativo, dopo quelli della razza, del genere sessuale, dell’handicap e dell’etnia.
L’attività culturale è portata avanti, in buona parte, da Universigay, autonoma dal 2011 e iscritta all’albo delle associazioni studentesche. La presiede Alessandra Alvarez, allieva del corso di Biotecnologie. In ottobre, ha avuto inizio il cineforum  “Visioni di ordinaria sessualità”. Le prime due pellicole sono state: “Boys don’t cry”, di Kimberly Pierce (1999), e “Les amours imaginaires”, di Xavier Dolan (2010, mai distribuito in Italia). L’11 ottobre 2012, Universigay ha ospitato a Pavia Giovanni Dall’Orto, giornalista freelance. La conferenza (“La cultura gay visuale”) era incentrata sul videoclip,  che, per il proprio carattere “pop”, testimonia la ricezione d’un tema a livello diffuso. Naturalmente, l’ultimo Paese a sdoganare immagini di coppie gay è stato l’Italia. Così come sarà l’ultimo Paese dell’Europa occidentale a legiferare su matrimonio egualitario, omo- e transfobia. Dall’Orto non accusa la Chiesa cattolica. <<Il Vaticano fa il proprio lavoro. La colpa, semmai, è di chi non lo fa. Da 12 anni, non riesce a costituirsi un’opposizione politica. Il che lascia il movimento gay senza interlocutori.>> L’auspicio è quello di “diventare banali”. Vivere e lasciar vivere. Essere coppie fra le tante, che si dicono con semplicità: “Ci vediamo a casa” (Dolcenera).
 
Inchiostro, novembre 2012, n° 121

lunedì 26 novembre 2012

Tra Kafka e Calvino


La serata piovosa imbeve l’acciottolato. P. è d’umore loquace. Come sempre. Se non che, stavolta, è il turno dei “sassolini nella scarpa”. Ha appena parlato d’una chiesa magnifica, visitata da tutta Europa. E dello scempio perpetrato dai turisti, che ne hanno spezzato i bassorilievi, per portarsi souvenir a casa. Piccole teste o braccia di pietra, che gli scultori hanno rifinito faticosamente e che finiranno nel ciarpame da salotto. ‹‹Qui, in Italia, finisce tutto alla buona›› sospira. ‹‹Nessuno muove un dito per tenere in riga.››

            Tranne quando si tratta di pestare manifestanti inermi. In questo caso, le forze dell’ordine spuntano come funghi, per dar lavoro alla sanità pubblica. ‹‹Una volta, sono andato in città, a cercare un regalo per mia madre›› racconta P. ‹‹A un certo punto, nella metropolitana, vedo che la gente comincia a correre all’impazzata. Tutti in direzione opposta alla mia. Mi faccio strada come posso. Sai cosa stava succedendo? Ci sarebbe stata una partita di calcio, allo stadio locale. Erano arrivati i tifosi della squadra ospite e la polizia antisommossa era stata mandata a tenerli a bada. Soltanto che stava terrorizzando la gente che non c’entrava niente. Io camminavo tranquillo, col pacchetto per mia madre. Mi è arrivata una manganellata secca. A me. Perché passavo di là››.

Ascolto, rimasticando il silenzio.

‹‹Così, più o meno, succede nelle manifestazioni›› prosegue P. ‹‹Ho ben visto le immagini del G8 di Genova… Gente inginocchiata a terra, pestata dai poliziotti che le arrivavano addosso. Del resto, vengono mandati contro gli agitatori anche agenti alle prime armi, che non sanno ancora gestire la situazione. E si sfogano sui primi poveri cristi che trovano. Io mi tengo lontano da tutte le manifestazioni, perché non si sa mai come andranno a finire.››

            Quasi insensibilmente, il discorso si sposta su un altro episodio. A casa di P., stavolta. ‹‹Due squilibrati, strafatti, hanno sfondato il cancello. Sono arrivato e li ho trovati nel mio cortile. Mia madre e mia moglie erano terrorizzate. I bambini piangevano. Sono diventato una belva. Ho pestato i due teppisti. Poi, sono arrivati i carabinieri, a prendere i nominativi e a trascinar via i due balordi, privi di sensi. Mi hanno spinto ad andare al pronto soccorso, a farmi visitare. Anche se non avevo niente. Ci ho perso tutta la giornata. Alla sera, i due si erano appostati coi rinforzi, armati di tirapugni. Mi hanno lasciato questa cicatrice.›› La indica, vicino all’occhio. È dello scorso agosto.

‹‹Dopo tutto quello, uno degli aggressori ha sporto querela contro di me››. Pausa sardonica.

            Deglutisco, con la sensazione di trovarmi in una distopia di pessimo gusto. Nello scarto di un incubo di Franz Kafka. Mi attraversa la mente anche Il cavaliere inesistente di Italo Calvino: quel mondo in cui carte e titolature hanno preso il posto perfino dei corpi vivi. Forse, la burocrazia ha distrutto qualcos’altro, oltre alla lingua italiana.

giovedì 22 novembre 2012

Senza parole


Questo pezzo sul sito dell'Huffington Post è ormai (tristissimamente) noto. Tanto da non abbisognare di presentazione.
Ma più interessante è la risposta dell'On. Anna Paola Concia, sulla propria fan page di Facebook:
#Gay/ Concia incontra compagni classe e docenti ragazzo suicida
Era originale, in cerca della sua identità #ioportoipantalonirosa

Roma, 22 nov. (TMNews) - "Oggi ho incontrato per due ore i compagni di classe e i professori del ragazzo suicida del Liceo Cavour di Roma. Ho voluto farlo per capire cosa fosse accaduto davvero. I ragazzi mi hanno spiegato che hanno un doppio dolore: quello della perdita del loro compagno di classe e quello di essere stati descritti oggi su tutti i siti come i responsabili della sua morte. Li ho trovati sconvolti e ho riscontrato un contesto scolastico assolutamente non ostile alla diversità". Lo dichiara Anna Paola Concia, deputata del Partito democratico.


"Era sicuramente un ragazzo originale, di certo in cerca della sua identità, come molti a 15 anni, ma di sicuro questa sua diversità era ben inserita nel contesto della classe. La pagina su Facebook era una pagina costruita insieme a lui", ha spiegato Concia. "Mi sono sentita in dovere di andare a capire che cosa fosse accaduto davvero, come avrebbero dovuto fare anche altri.
Ho cercato - continua - di spiegare a quei ragazzi così addolorati, che il clamore suscitato da questa notizia, e forse da sentenze azzardate, è legato al fatto che il bullismo omofobo è diffusissimo all'interno di tutte le scuole e che la parola gay, omosessuale, o peggio frocio, è una parola usata per disprezzare. La diversità, l'originalità purtroppo sono sempre oggetto di derisione".

"Il ragazzo aveva oggettivamente dei problemi familiari - spiega Concia - purtroppo le ragioni profonde di questo suo gesto estremo le conosce solo lui. Ora resta la grande amarezza di una giovane vita spezzata e di una società, tutta, che a tutti i livelli - politica, scuola, mondo della comunicazione e famiglia - ha il dovere di costruire gli strumenti per contrastare il disagio giovanile. Qualsiasi sia stata la causa del disagio che ha portato questo giovane ragazzo a suicidarsi", conclude Concia.

Red/Apa


La famigerata pagina Facebook è stata chiusa: come era ovvio, dopo cotanto movimento d'opinione. Ciò che ne resta è illustrato sul blog Giornalettismo. Senz'altro, era dedita agli sfottò, se vogliamo spezzare una lancia a favore dell'Huffington Post. Per il resto, però, tutto si può dire delle "prese in giro" tranne che vertessero sull'omosessualità.

L'On. Concia è tanto più "onorevole" per la sua serietà, onestà intellettuale e -soprattutto- umanità, verso questo tragico caso che è diventato (tanto per cambiare) una telenovela da web. Esattamente come "Mattia", l'Agesci e le altre chicche con lo stesso marchio di fabbrica. Con l'aggravante del fatto che, stavolta, si tratta d'un suicidio.
Senza parole.

Si aggiunge anche l'appello di Giovanni Dall'Orto, giornalista freelance impegnato nelle tematiche gay e voce autorevole in capitolo. Dalla sua pagina Facebook: Ok, ragazzi vediamo se riesco a farmi capire. Vi chiedo di smetterla di cercare capri espiatori della morte del quindicenne di Roma, perché farlo serve solo a chi medita un omicidio per vendetta.
Supponiamo che venga fuori che il ragazzino s'era innamorato alla follia d'un compagno di classe, etero, che per ovvi motivi ha rifiutato questo amore. Avreste DAVVERO il coraggio di dire che il compagno "lo ha ucciso lui" perché gli ha detto di no?
Non ci serve a nulla chiederci "chi", ciò che ci serve è capire "come" evitare che si ripeta.

Prosegue sul proprio sito: Sul caso del ragazzo suicida non tutto quadra.

Può essere utile condividere anche questo memoriale, sebbene di stampo un tantino emotivo: "Mio nipote ucciso dalle calunnie". A parlare è il nonno di Andrea, in lacrime. Discuterei termini come "calunnie" e "accusare", dato che essere gay non è un difetto. Comunque, il concetto è chiaro. Interessante anche notare come l'omosessualità di Andrea parrebbe inesistente. L'abito non fa il monaco e i pantaloni rosa non fanno un ragazzo gay. Sempre che il nonno non volesse soltanto "coprire" ciò che la sua generazione considera ancora un'infamia.

A me nono (A mio nonno)


 
La stüa la borbòta i sò 'nsome calcc,
'n dèl cantù a l'umbrìa de la làmpada;
la somèa la cansù de la Séra
che la pasa sö 'n sentér, chi sa 'ndòe.
"L'è stàda chèla ólta..." Giü a giü, i grà
de la tò éta i scor de i tò làer scür,
i vé zo a polsà 'n de le me mà.
I sènte: i è nostrà come la cara
de la buna lègna che scàlda 'n casa.
Sare i dicc e nine le tò memorie,
'ntàt che 'l ciel al smorsa le candéle
e 'l ma 'ntorcia 'n de i sò lensöi ömecc.

Traduzione:  A mio nonno. “La stufa borbotta i suoi sogni caldi,/ nell’angolo all’ombra della lampada;/ sembra la canzone della Sera/ che passa su un sentiero, chissà dove./ “È stata quella volta…” Uno ad uno, i grani/ della tua vita scorrono dalle tue labbra scure,/ scendono a riposare nelle mie mani./ Li sento: sono genuini come la carezza/ della buona legna che scalda in casa./ Chiudo le dita e cullo i tuoi ricordi,/ intanto che il cielo spegne le candele/ e ci avvolge nelle sue lenzuola umide.”
 
3^ classificata per la sezione “Poesia in dialetto bresciano” al “Concorso letterario” di Nave (BS), 4^ edizione, 2010, sotto lo pseudonimo di Alessandra Cereta.

 
Dall'antologia dei testi premiati:
 
 
L'errore di stampa corretto nell'indice:
 
 


mercoledì 21 novembre 2012

Il "domani" e il "per sempre"


"Produci, consuma, crepa". Questa scritta a vernice spray su un muro mi è rimasta impressa dall’infanzia. Solo di recente ho scoperto che era un ritornello di Giovanni Lindo Ferretti. In ogni caso, difficile idearne di più eloquenti. Riassume perfettamente –e con sarcasmo squisito- l’intelligenza di certe “sore Cesire” davanti al “futuro”. Di coloro che ridono sotto i baffi, quando qualcuno dice che studia Lettere. Vien voglia di ricordare che il fidanzato di una mia amica sta per laurearsi in Ingegneria: bravissimo, sa calcolare a mente le strutture, ha già avuto esperienze in cantiere. Ma non trova un cane che voglia fargli far pratica, perché “la crisi” c’è per tutti, non solo per i poeti. Idem per L., diplomato come geometra. E gli unici che io abbia sentito far battute sconsolate sul proprio futuro sono studenti di Medicina o Giurisprudenza.
            Non passa giorno che non ringrazi il cielo per avermi dato genitori che nel cranio hanno un cervello, anziché banconote. Non ho niente contro “il mercato”. Basta che resti sulle bancarelle.
            Un professore di letteratura rinascimentale ha raccontato a noi studenti storie che mi azzardo a definire deliranti. ‹‹Alcuni genitori arrivano da me e mi chiedono: “Mio figlio vuol studiare Filosofia. Ma non sarebbe meglio… Ingegneria?”››. Come se da un ciliegio si potessero ricavar mele (o viceversa). ‹‹Io spiego loro che questo è il miglior modo per corrompere i figli. Per essere felici, occorre amare ciò che si fa.›› Come controesempio, ha proposto un suo conoscente: spiccicato al Giudice di F. De André. ‹‹Già da giovane era insopportabile. Quando ordinavamo una pizza in compagnia, lui ci sputava sopra, per tenersela tutta. Ora, “ha fatto soldi”, gira con un’automobile di lusso. Ma non sorride mai. E nessuno lo saluta.››
Questo per non riesumare il Mazzarò di G. Verga, disperato in punto di morte, perché non poteva portarsi via “la roba” in funzione della quale aveva vissuto. O mastro-don Gesualdo, sua evoluzione, o la duchessa di Leyra, pallida sotto la corona. E la “principessa Sissi”, morta assassinata, dopo una vita d’inquietudini e anoressia. L’apparenza aveva ingannato tutti. Perfino il suo assassino, che l’ha uccisa in quanto “troppo fortunata”. Se Verga ritraeva “i vinti”, io imito “i falliti”, quelli che vivono secondo quanto cantano i Nomadi: “Il mondo gettatelo via;/ma la vita… giù le mani, quella è mia.”
            Mi viene in mente una parabola:
“Anima mia, hai a disposizione molti beni, per molti anni; riposati, mangia, bevi e datti alla gioia.” Ma Dio gli disse: “Stolto, questa notte stessa ti sarà richiesta la tua vita…” (Lc 12, 19-20).
Quando si pensa al “domani”, meglio ricordarsi che non è per sempre.
 
 

lunedì 19 novembre 2012

Megafonia compulsiva


 
È duro tener fede al proprio interesse per una tematica. Soprattutto se coloro che lo condividono con noi hanno la spada tratta e non concepiscono sfumature oltre al bianco e al nero. Di qua gli uni, di là gli altri: una scacchiera, praticamente. Nessuna possibilità di ridiscutere sui dettagli. Perché qualunque pennellata aggiuntiva è “sicuramente” un attacco di parte. O personale.

            E. è una giovane laureata appassionata di blog e social network. Ama informarsi su questioni di genere e sessualità. È favorevole ai matrimoni gay e contraria agli stereotipi di genere. Così come avversa la droga mediatica che strumentalizza problemi delicatissimi (omofobia, femminicidio) per muovere voti da una parte o dall’altra.

            Su Facebook, legge uno status pubblicato dalla pagina di un noto blog anti-sessista: “Chiunque neghi l’esistenza di discriminazioni di genere, omofobia, pedofilia è in malafede ed è complice di queste piaghe.” E. ne approva apertamente la sostanza. Soltanto, aggiunge una postilla: “Bisogna anche non confondere il negazionismo con l’operato di chi vuol discutere di certe tematiche senza sollevare una psicosi o di chi difende dalle diffamazioni.” Una precisazione limpida, nata dalla sofferta osservazione di come gli interlocutori amino insultarsi e “sloganeggiare”, più spesso che approfondire. Non c’erano dita puntate, né minimizzazioni. Soltanto una risposta generale a un’affermazione generale.

            La reazione, in ogni caso, è la seguente: “Psicosi? Diffamazione? E., si vede che non leggi i commenti di misogini, omofobi e altri sul nostro blog. Per favore, non si parli di ciò che non si conosce.”

            E. conosce benissimo quel sito e svariati altri di taglio simile. Legge post e interventi, talora commentando a propria volta. Sa perfettamente come si comportino i misogini – omofobi - eccetera. Per esempio, quello che, sul blog Liberi tutti di Delia Vaccarello, scriveva: “Quasi quasi, mi tolgo le fette di prosciutto dagli occhi e mi iscrivo al partito olandese dei pedofili.” Oppure, quello che cincischiava su un gruppo Facebook anti-stereotipi, infilando insulti a caso contro ipotetiche verginelle ipocrite.

            Va da sé che chi ha risposto a E. non si è preoccupato di verificare queste sue esperienze: il che sarebbe stato fattibile con una visitina ai suoi profili online, che sono svariati. Ha ribattuto con un rancore dato dal preconcetto che il commento fosse un attacco personale. Del resto, si sa: un intervento è “inopportuno” quando sembra non compiacere immediatamente l’interlocutore principale. Infatti, proprio così ha proseguito il portavoce del blog: chiamando “inopportuna” la legittima osservazione di E. e affrettandosi a dire che “noi non abbiamo mai avuto atteggiamenti diffamatori, forcaioli o simili.” Vien voglia di chiosare: Excusatio non petita, accusatio manifesta. Ma, probabilmente, il problema è un altro: i megafoni (ancorché metaforici) non sono adatti al dialogo. Come E. voleva ricordare.

Infanzia interminabile


 
“Che l’educazione odierna nasconda al giovanetto l’importanza che avrà nella sua vita la sessualità non è l’unico rimprovero che si deve rivolgerle. Essa pecca anche nel non prepararlo alle aggressioni di cui è destinato a diventare l’oggetto. Introducendo la gioventù nella vita con un orientamento psicologico così sbagliato, l’educazione di comporta come se si equipaggiassero di vestiti da estate e di carte dei Laghi italiani persone che partono per una spedizione polare.”

 

SIGMUND FREUD

(Il disagio della civiltà, 1929)

 

Sigmund Freud, Il disagio della civiltà e altri saggi, (“Gli Astri”), Torino, 2010, Bollati Boringhieri, p. 269, nota 1.

domenica 18 novembre 2012

Novembre 2012


Mi lavo di dosso
gli sputi
catodici 
 
e il sangue
che ronza
nel mio cranio
di vetro 

Barabba
ha scagliato le prime pietre
E ha lasciato il conto
alle carni di Cristo.
 

Siete venuti con spade e bastoni
come contro briganti
o cospiratori
Eppure
è nella piazza schietta
che parliamo
Chiedete ai farisei:
loro sanno
cosa diciamo. 

Qualcuno cincischia
il verbo di Pasolini:
“Avete facce di papà.”
A terra

ne sussulta
appena
l’Ecce Homo.
 
 

venerdì 16 novembre 2012

Bye al bey, ovvero "Quanto vaglian gl'Italiani..."


Qualche minuto a letto, col quaderno ad anelli e la stilografica, intanto che si sedimentano i pensieri –e i due panini demoliti in un attacco di fame ormonale. Sono grata a F., che mi ha regalato questa serata al Teatro Fraschini di Pavia. L'Italiana in Algeri: “dramma giocoso in due atti, di Giocchino Rossini, su libretto di Angelo Anelli” (1813). Il 15 novembre 2012 ha visto la coproduzione del Circuito Lirico Lombardo, del Teatro Coccia di Novara e dell’Alighieri di Ravenna. Molto efficace e briosa la regia di Pierluigi Pizzi. Francesco Pasqualetti ha diretto l’orchestra I Pomeriggi Musicali di Milano.

            F. aveva deciso di vender cara la pelle per la postazione più comoda in loggione. Perciò, siamo arrivati al Fraschini con mezz’ora d’anticipo. Lungo le scale, lui si è lanciato in una corsa matta e disperatissima. E io dietro, a cercar di riguadagnarlo. Era destino che il pubblico dovesse ridere, ancor prima che iniziasse lo spettacolo.

            Mustafà (Abramo Rosalen, basso) è il bey di Algeri. Galletto del serraglio, si considera un domatore di belle. Invece, è lui ad aver troppa propensione per le grazie femminili. Ne approfitterà la livornese Isabella (Carmen Topciu, contralto), che otterrà la libertà per sé, per l’amato e per gli altri schiavi italiani. Una sorta di musical ante litteram, all’insegna dell’ “Italiani VS ‘Turchi’ ” (ma non erano algerini?). Anzi, del “Maschi contro femmine”. Il rifermento al moderno cinema commerciale non è troppo dissacrante, vista la trama. Al pubblico ottocentesco piaceva il trash roboante, in cui i nostri dirimpettai mediterranei erano tutti harem, pirateria e impalamento. Così, ben vengano le Mille-e-una-notte à la page, con danzatrici del ventre nient’affatto spregevoli. E una dama di mondo italiana, che è bella e fa fare agli uomini ciò che vuole. Perché sa che, in fondo, “tutti la bramano, tutti la chiedono… da vaga femmina felicità”. Sia concesso lusingarsi un po’, quando il corsaro Haly (Davide Luciano, basso) canta: “Le femmine d’Italia/son disinvolte e scaltre/ e sanno più dell’altre/l’arte di farsi amar.” Il concetto era sottolineato da una galleria di nudi femminili, dipinti con vena raffaellesca. Di questi tempi, in effetti, non ci possiamo gloriar di molto, oltre al patrimonio artistico. Quanto alla sapienza seduttiva, sorvolerei, dato il mio curriculum in “due di picche” ricevuti. Però, ammetto che Rossini e Anelli hanno trovato un modo molto gustoso d’esaltar l’italianità. Tanto che il regista ha voluto una pizza, sulla mensa a cui Mustafà deve “pappare e tacere”.

            Accarezzo la spalla di F. Chissà  cosa pensa di me come “Italiana in Algeri”. Poco importa. Mi concentro sulla scena. Lì, i nostri connazionali fan bella figura. Fuori dal teatro, incroceremo le dita. Mi piace pensare che, nella baldanza di Isabella, ci sia un po’ di quell’allegro marziale dell’Inno di Mameli. Di quell’incoscienza creativa che tiriamo fuori in alto mare (e che vada un po’ oltre Beppe Grillo o il revival anni ’20-’40, speriamo!). “Quanto vaglian gl’Italiani al cimento si vedrà.”

Fotografie di Pierino Sacchi.

 

lunedì 12 novembre 2012

Carmina et panem



"Ma che direm noi a coloro che della mia fame hanno tanta compassione che mi consigliano che io procuri del pane? Certo io non so; se non che, volendo meco pensare qual sarebbe la loro risposta se io per bisogno loro ne dimandassi, m'avviso che direbbono: - Va cercane tra le favole - . E già più ne trovarono tra le lor favole i poeti, che molti ricchi tra'lor tesori. E assai già, dietro alle lor favole andando, fecero la loro età fiorire, dove in contrario molti nel cercar d'aver più pane che bisogno non era loro, perirono acerbi. Che più? Caccinmi via questi cotali qualora io ne domando loro; non che, la Dio mercé, ancora non mi bisogna; e, quando pur sopravenisse il bisogno, io so, secondo l'Apostolo, abbondare e necessità sofferire; e per ciò a niun caglia più di me che a me."
 
GIOVANNI BOCCACCIO
 
 
(Introduzione alla Quarta Giornata del Decameron)

domenica 11 novembre 2012

Chiaroscuri


Sono εἰδύλλια le liriche di Alessandro Castagna. Sono “quadretti” in un senso che abbandona l’impronta bucolica, per farsi, piuttosto, composizioni di sensazioni e pensieri. Per sottolineare la sinestesia sottesa a tutta la raccolta, quest’ultima si apre con una partitura musicale. Un allegretto in battute da 3/8, da eseguire piano.
            La galleria è scandita in cinque sezioni: “Chiaroscuri” (l’eponima); “Acquerelli”; “Distanze”; “Rinascite”; “Fuochi”. A presentarle, citazioni da grandi autrici: quasi tutte di lingua inglese, che Castagna insegna. Prevale Emily Dickinson, con la sua vena introspettiva e sospesa fra cielo e terra. I “Chiaroscuri” ritraggono la “banalità del male” così come la percepiva Virginia Woolf: il peso delle giornate “normali” che stillano nell’uomo, fino a invecchiarlo e ucciderlo. Così come fa il tempo “frantumato a ragnatela” (1), in una Sala d’attesa.
            Gli “Acquerelli” sono d’una malinconia più gentile. Protagonisti i paesaggi; il disfacimento è, stavolta, quello del “colore” che “s’abbandona/per nascere in un altro” (2). O di “un passo che muore” e “già ne richiama un altro” (3).
            Le “Distanze” sono tracciate “nelle geografie dell’aria” (4): addii, gesti che riemergono dal lago della memoria, dialoghi mancati.
            Le seguono “Rinascite” che il poeta cerca nelle proprie meditazioni o nel “vento,/con la veste piena di stelle” (Antonia Pozzi). In fondo, l’animo umano è come un Origami, in cui la carta è un “continuo/navigare delle forme -/ il loro disfarsi è già risuscitare” (5).
            I “Fuochi” sono il rogo finale delle parole (non a caso, è la sezione più breve). Rimane il senso d’una presenza impalpabile. Come quella di Puck, lo spiritello shakespeariano di A Midsummer Night’s Dream: “spesso quanto l’aria,/sul fondo di una pentola/ che brucia.” (6)
 
 
Alessandro Castagna, Chiaroscuri, (“AltreScritture”), prefazione di Stefano Maldini, Novi Ligure (AL), 2011, puntoacapo.
 
 
 
 

(1)    Alessandro Castagna, “Sala d’attesa”, in: Chiaroscuri, (“AltreScritture”), prefazione di Stefano Maldini, Novi Ligure (AL), 2011, puntoacapo, p. 15, v. 5.

(2)    Alessandro Castagna, “Il mio giardino”, in: ibid., p. 22, vv. 8-9.

(3)    Alessandro Castagna, “La luce scaturisce sul sentiero”, in: ibid., p. 23, vv. 10-11.

(4)    Alessandro Castagna, “A mia nonna”, in: ibid., p. 39, v. 7.

(5)    Alessandro Castagna, “Origami”, in: ibid., p. 56, vv. 7-9.

(6)    Alessandro Castagna, “Ripensando a Puck”, in: ibid., p. 64, vv. 4-6.

giovedì 8 novembre 2012

Un bimbo e una scuola da incubo


Un bimbo e una scuola da incubo
 
di Canidia Sagani
 
Non guariranno facilmente le ferite del piccolo “Guidubaldo” (nome di fantasia). Ferite nella mente e nel cuore, causate da educatori che si sono rivelati indegni.
            “Guidubaldo” ha 6 anni. Frequenta il primo anno in una scuola elementare di C. La famiglia ha chiesto riserbo sul luogo.
Il piccolo aveva già sentito parlare di compiti e note sul diario, ma la realtà si è rivelata ancora più cruda delle aspettative. I docenti pretendono il silenzio assoluto in aula. I bambini devono stare fermi per ore nei banchi. Vietato andare al bagno durante le lezioni, se non dietro formale richiesta. L’insegnamento è legato a schemi obsoleti, come l’apprendimento mnemonico dell’alfabeto: esercizio arido, che tortura le menti infantili con dubbio scopo. Il taglio dei compiti e le scadenze imposte per la consegna non rispettano la personalità degli allievi, i quali hanno gusti e tempi assai diversi fra loro. Non si può pretendere che a tutti piaccia imparare le cifre dallo 0 al 9. Né che consegnino i disegni sul quaderno quando la maestra lo richiede. “Guidubaldo” avrebbe dovuto addirittura dividere in sequenze tutto Biancaneve e i sette nani. Naturalmente, non poté farlo entro il giorno indicato. Pronta la rappresaglia della maestra: <<Dammi il diario!>> Una nota di biasimo ha macchiato l’innocenza del bimbo, il quale a stento ha trattenuto le lacrime.
            <<Siamo disgustati da persone a cui abbiamo accordato la nostra fiducia>> dichiara la mamma di “Guidubaldo”. <<Il direttore didattico non ha mosso un dito, davanti a tutto questo. Ma io e mio marito ci batteremo per ridare la serenità a nostro figlio. Quella nota deve essere tolta>>. Se non sarà auspicabile chiudere addirittura quella scuola.
 
 


martedì 6 novembre 2012

Ultima puntata - Considerazioni conclusive

 
"Eccoci a chiudere un altro lavoro, diverso e forse più complesso rispetto agli altri, ma questo è stato l’intento. Dunque che cosa possiamo ricavare da un’analisi del genere?
Dobbiamo ritenere che il filologo, in vista del testo critico, non possa non tenere conto dei problemi di cui abbiamo trattato. Egli dovrebbe porsi queste domande, e trovare, limitatamente a ogni campo, la via più adatta che, come abbiamo detto, tenda alle certezza; in altre parole: che a ogni situazione generante incertezza, egli ponga domande di teoria. Il confronto con queste problematiche, consentendoci di isolare i campi d’incertezza e riconoscerli come tali, esorta la filologia, in sostanza, a un ripensamento di se stessa come disciplina incerta o relativamente certa..." (continua)
 

lunedì 5 novembre 2012

Molto rumore per...


<<Capelli rasati, una croce… un atto davvero… inqualificabile!>> Parole colte per caso, sputate da uno dei tanti conduttori televisivi che si riciclano come predicatori. Per far salire gli ascolti. Per non passare inosservati.

            Sul banco, c’è la rasatura di un nuotatore undicenne, appena tornato da una gara a Locarno. Ai genitori, per spiegar la croce ritagliata nell’acconciatura, ha detto che era una punizione: “come gli ebrei”, dice un compagno coetaneo. Sdegno; esposto dei genitori; denuncia contro gli allenatori e la vice. In mano, nient’altro che un taglio di capelli e qualche parola.

            Credevo d’aver visto abbastanza del circo mediatico, fra bunga-bunga, “nuovi mostri” e “quarti gradi”. Mi sbagliavo.

            Nessuno di noi era nello spogliatoio di Locarno. Perciò, noi spettatori (predicatori della domenica in primo luogo) non siamo in grado di valutare quali maniere siano state usate verso il giovanissimo atleta, quali parole siano volate. C’è da considerare anche l’età: a 11 anni, episodi di cui poi si riderà possono sembrare tragedie greche. Appunto per questo, però, gli adulti non dovrebbero gonfiarli ulteriormente. Quando avevo 11 anni e frequentavo una scuola media “irrequieta”, i miei genitori non impugnavano la spada. M’insegnavano a sdrammatizzare, rispondere a tono o stare attenta, a seconda dei casi. Quando arrivavo, concitata, a sfogarmi, ascoltavano con calma, prima di dare un verdetto.

            Qui, si tratta d’una rasatura. “Punizione”, avrebbe detto il ragazzino. Prassi normale fra i maschi della squadra, diffondono alcuni notiziari. La croce –“inqualificabile”, secondo lo zerbinotto televisivo di cui sopra- è solo il simbolo del Paese ospite, la Svizzera. In ogni caso, non è una svastica. E la coercizione è tutta da provare,dato che il compagno coetaneo, invece, non è stato “costretto” ad alcuna tosatura.

            Infine, la battuta sugli ebrei. Se vera, sarebbe di pessimo gusto. Però, non ci sono prove. C’è solo la denuncia dei genitori del coetaneo, basata unicamente sulle parole di questo. Verba volant. Ma scripta manent. Un’affermazione senza alcuna garanzia di veridicità è diventata subito vangelo, solo perché è stata messa nero su bianco. Intanto, la versione dei fatti è una sola. Non è stato ancora appurato se fosse veridica, mezza vera o una bugia di sana pianta, detta per evitare una lavata di capo (in tutti i sensi) dei genitori, davanti a quella tosatura non autorizzata. Nessuno si chiede se non possa esserci dietro un po’ d’immaginazione surriscaldata o un fraintendimento. Rignano Flaminio (non) fa scuola.

            Di solido, c’è solo quel taglio di capelli con lo stemma della Svizzera. Cosa che, in sé, non varrebbe neppure due righe. Ma che è perfetta per benpensanti, pietisti, sedicenti filantropi. Gli stessi a cui non importa nulla di vedere a rischio il futuro di più persone, per un’accusa quantomeno traballante. L’importante è che lo spettacolo (mediatico) continui. E che noi spettatori ci sentiamo tutti “più buoni”.

domenica 4 novembre 2012

Il Paese dei Balocchi


Intendiamoci. Non sono ferrata nei pistolotti contro “la civiltà occidentale”. Ho ancora molta strada da fare in merito. Nemmeno ho la tempra del buon Paolo Nidasio, che si è distaccato dalle proprie origini meneghine e si è quasi naturalizzato indiano. Soprattutto, mi sentirei come un pesce chiamato a criticar l’acqua.

Io non mi sento europea,

ma, per fortuna o purtroppo, lo sono…

Così, quando penso al “dove” e al “quando” della mia nascita, mi dico il fatidico: Avrebbe potuto andarmi peggio. Sigh.

            Però, diamine, da qui a decantare “il migliore dei mondi possibili” passa un bel po’ di distanza. Tanto per fare un esempio…

<<Lei si è laureata in Lettere a pienissimi voti ed è diventata giornalista. Prende 450 € al mese… Viene pagata un tanto a parola, ma, ovviamente, non è lei a decidere quanto scrivere>>. Così mi ha raccontato un caro amico, pochi giorni fa. “Lei”, per giunta, ha somatizzato tutto quanto nell’anoressia. Il mio amico ha abbassato la testa: <<Questo è ciò che la società fa alle persone che amano quello che fanno…>>

            Angelo Maddalena è attore e scrittore. Viaggia perennemente, in treno, con la chitarra e senza biglietto. Nelle sue peregrinazioni, ha raccolto un bel po’ d’osservazioni sui disservizi che Trenitalia fa pagare profumatamente. E anche dettagli sulle condizioni dei dipendenti. Come il macchinista che si è rifiutato di schiacciare un pedale ogni 59 sec. : dispositivo antifrenante che serve, più che altro, a “vigilare” sull’attenzione dei sottoposti. (1) Per non parlare della tachicardia provocata in un suo collega dalla scarsità di sonno e riposo. (2)

                Anche Saverio Tommasi è attore e scrittore. Si occupa, perlopiù, d’inchieste. Ed è riuscito a ficcare il naso in ciò che avviene nei famosi Cpt, Centri di permanenza temporanea. Gente ammassata senza biancheria né carta igienica, con finte cotolette come cibo. Chi vuol telefonare ai familiari –come sarebbe concesso- si sente rispondere anche: <<Non scassare la minchia!>> (3)

            È l’Italia, bellezza. Non l’Afghanistan o la Cina. Ma noi andiamo fieri del nostro "Paese dei Balocchi", dove c’è una bella Costituzione… Vi si legge, fra l’altro: “La condizione giuridica dello straniero è regolata dalla legge in conformità delle norme e dei trattati internazionali. Lo straniero, al quale sia impedito nel suo paese l’effettivo esercizio delle libertà democratiche garantite dalla Costituzione italiana, ha diritto d’asilo nel territorio della Repubblica, secondo le condizioni stabilite dalla legge” (art. 10). Per l’appunto. Non c’è che dire: se la “hit parade delle civiltà” si basasse sulle parole, avremmo buone possibilità d’accedere al primo posto.

            L’anno scorso, una ragazza si è lamentata per le attività di gruppo nella propria residenza studentesca. Precisamente: travestimenti carnevaleschi, interrogazioni semiserie, sveglie notturne per bivaccare con le compagne. Il tutto organizzato dalle ragazze più anziane. Testuale protesta di lei: <<Cose inammissibili in qualunque civiltà occidentale!>> O sancta simplicitas…

(1)    Angelo Maddalena, Amico treno non ti pago. Diari senza via d’uscita, (“Atropo narrativa”), Torino, 2011, Eris, p. 37.

(2)    Ibid.

(3)    Saverio Tommasi, Storie clandestine, Firenze, 2008, Fegato Libri Editore, p. 56.